T amo, mia vita, la mia cara vita Madrigali del Cinquecento

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1 Agnolo Allori detto il Bronzino, Ritratto di Laura Battiferri, Firenze, Palazzo Vecchio T amo, mia vita, la mia cara vita Madrigali del Cinquecento a cura di Salvatore Ritrovato

2 Temo che sia difficile rivendicare al madrigale un suo ruolo nella storia della poesia italiana senza prenderne in considerazione alcune peculiari risorse formali. A differenza del sonetto, il madrigale non ha una struttura strofica fissa, anzi mostra variazioni sensibili di epoca in epoca: lo schema del madrigale trecentesco (che ebbe, per intendersi, nel Petrarca il suo modello) non ha niente a che vedere con quello cinque-secentesco adottato dal Tasso o dal Marino (e l uno tanto diverso dall altro). Come la ballata e la frottola, il madrigale nutre un rapporto speciale con la realizzazione musicale, ottenendo un successo di dimensioni internazionali; il suo declino, nel Seicento, è legato anche alla fine della polifonia vocale. Infine, il madrigale rientra tra i generi della poesia moderna come una raffinata e dotta citazione, anzi come l icona di una classicità viva nella sua misura, toccante nella sua concisione. Così, dalle Myricæ di Pascoli ai Madrigali notturni di D Annunzio, dal Saba di Amorosa spina e di certe Mediterranee al Bertolucci più raccolto de Le formiche, dal Pasolini dei Madrigali a Dio al Sereni del Madrigale a Nefertiti, attraversando a più riprese Montale (dagli Ossi di seppia ai Mottetti, dai Madrigali fiorentini della Bufera all umile, malinconica musicalità di certi Xenia: Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale ), possiamo rintracciare la nuova fortuna della sua memoria, rifusa nei suoi due principali schemi sopra citati, e accolta nel nuovo sistema metrico del verso libero a prescindere dai periodici ritorni ai valori o addirittura ai plusvalori della tradizione (e bene ha fatto Gabriella Sica a tentare una rapida incursione, certamente da approfondire, in Scrivere in versi. Metrica e poesia, Il Saggiatore, Milano 2003, n. ed., pp ). Fatto di una leggerezza e (sia lecito prendere in prestito da Zygmunt Bauman) di una liquidità intesa come infermità formale nel sistema letterario del Cinquecento, il madrigale riesce forse a indicare inediti sentieri all interpretazione della poesia contemporanea. Il madrigale piace perché è moderno, ed è moderno perché ha poche certezze : distico finale a rima baciata, alternanza di versi lunghi e brevi (cioè endecasillabi e settenari: vale per il modello cinque-secentesco), e lunghezza generalmente inferiore ai quattordici versi. Piace inoltre perché è democratico : nasce, sì, in ambiente colto, con l intenzione però di risultare, grazie alla sua semplicità, accessibile a qualunque lettore che, nell ideale élite alfabetizzata della società cinquecentesca, abbia voglia di cimentarsi con la scrittura poetica. E la semplicità consiste nel selezionare e rastremare il linguaggio lirico petrarchesco, diventando (osservava già Carducci) un idillio lavorato a piccole immagini, tanto più netto e vivace, quanto più circoscritto lo spazio entro il quale si girava e più semplice il contorno. D altra parte, non è vero che sia più facile tenere in equilibrio una forma breve come il madrigale che una forma lunga come la canzone. Ogni distrazione è fatale. Una parola di troppo, una rima banale, un periodo frettoloso compromette senza rimedio il madrigale, che perciò deve mirare al più alto livello di compiutezza espressiva, nella misura ovviamente consentita alla sua brevità. Qui, infatti, è anche il limite del madrigale. Di che cosa può parlare una poesia di una decina di versi? Certamente non di imprese eroiche. Piuttosto, di dilemmi sentimentali, impressioni paesaggistiche, riflessioni epigrammatiche, scherzi onomastici, complimenti galanti, invettive, preghiere, dediche, ecc. E si sa che una forma breve guadagna in intensità e profondità quel che perde in estensione. Intensità e profondità dipendono dalla diversa personalità dei poeti: Tasso, Guarini, Strozzi il Vecchio, Tansillo, Della Casa, Ariosto, la Matraini, i meno conosciuti Rinaldi e Leoni, e così via, non esclusi i numerosi dilettanti (quella moltitudine poetante sempre esistita nella storia della letteratura, e che allora accedeva al madrigale, come al sonetto, anche in cerca di una visibilità sociale), senza dimenticare la straordinaria esperienza di Michelangelo (che per la sua drammatica carica introspettiva richiederebbe un discorso a parte), ognuno dimostra una sua cifra espressiva, al riparo tanto da rigide generalizzazioni storiografiche, quanto da classificazioni stilistiche che finiscono spesso per isterilire la lettura. E tuttavia dalla rosa di autori qui selezionati emerge un canone da tramandare e, naturalmente, da discutere, a partire da quei nove poeti che (forse a somiglianza della corona dei lirici greci) Carlo Fiamma individuò, spingendo il suo sguardo tra Cinque e Seicento, nella più celebre antologia del madrigale dell epoca (Gareggiamento poetico, Venezia 1611): sono il dottissimo Tasso, il purissimo Casoni, il vivace Guerini, il concettuoso Rinaldi, il numeroso Leoni, il dolce Marini, il leggiadrissimo Petracci, il grazioso e facile Murtola, l armonioso Chiabrera. Nomi non inventati, come si suol dire (a parte il Petracci, fragile rimatore ma abile organizzatore): spiccano però gli assenti Michelangelo e Strozzi senior. Del primo non fu nota l opera poetica fino all edizione del pronipote, che la emendò a proprio arbitrio, del 1623; del secondo esisteva solo la parziale, anche se significativa, raccolta postuma fiorentina, del Due voci fuori dal coro che i posteri, quattro secoli dopo, hanno riportato al centro della scena. Non so quanto la collocazione geografica abbia pesato sulla marginalità, ormai vendicata, di un poeta intenso come Strozzi: certamente il suo stile ha un che di severamente appartato e drammatico che negli altri chi dottissimo, chi purissimo, e così via si stenta a immaginare. Sensualità e discrezione percorrono, in misura analoga, T amo, mia vita, la mia cara vita del Guarini e L Arno, il bell Arno già, ma nudo campo dello Strozzi: la differenza è nel timbro. Varcata la compassata retorica dell incipit, ascoltiamo infatti il respiro 15

3 mobile ed elastico del verso; puntiamo lo sguardo sulle volubili tensioni delle strofe, contese fra endecasillabi e settenari; avvertiamo la nota inconfondibile di una cadenza ora più accesa ora più languida. Comunque, il madrigale d autore (cioè di quei poeti che ne praticarono con fede e consapevolezza la scrittura: penso innanzitutto a Michelangelo, Tasso, Strozzi, Guarini, Rinaldi) mostra un passo più sicuro di quello compiuto dai tanti che si avvicinarono tangenzialmente al madrigale. Ogni nuova lettura comparata di madrigali, semplicemente istruita su un tema che attraversa e circoscrive testi lontani negli anni, accerta la capacità del genere ad adattare le costanti formali e i tratti apparentemente immobili del suo piccolo mondo alla sensibilità del poeta. Sopra, madrigale autografo di Michelangelo Buonarroti, in Michelangelo: poesia e scultura, a cura di J. Katz Nelson, note di M. Residori, Electa A destra, Torquato Tasso, madrigale autografo 351, tratto dal Codice Falconieri (Bergamo, A. Mai). Tocca al lettore moderno identificarne i segnali e distinguere, nella continuità del percorso, i dislivelli e gli scarti. Perciò ho ritenuto opportuno disporre i testi in un ordine cronologico che tenga conto sia della loro data di pubblicazione e, quando è stato possibile, di composizione, sia dell età degli autori. È evidente l evoluzione di un gusto e quindi di uno stile proprio del madrigale, all interno, ça va sans dire, della poesia del secolo: turbamenti di una malinconia impalpabile, tenui e scherzose fantasie, paesaggi delicatamente tratteggiati con impressionistica levità, sfumano lentamente in una sensualità più aspra e sottile, in una malinconia sempre più cupa. Inquieto anche nella sua letterarietà, lo scenario madrigalesco perde, infine, quell originario desiderio di idillica ingenuità (una fantasiosa etimologia lo faceva discendere da un canto di pastori di mandrie: mandrialis) a favore di una leggerezza più ironica, persino autoironica, e sostenuta, che prelude a un addio improvviso ma, nella memoria della poesia italiana, non definitivo. Salvatore Ritrovato Studi sul madrigale cinquecentesco: U. Schulz-Buschhaus, Das Madrigal. Zur Stilgeschichte der italienischen Lyrik zwischen Renaissance und Barock, Bad Homburg v. d. H.-Berlin-Zurich, Gehlen 1969; M. Ariani, G.B. Strozzi, il Manierismo e il Madrigale del 500: strutture ideologiche e strutture formali, in G.B. Strozzi il Vecchio, Madrigali inediti, Urbino, Argalia 1975, pp. VII-CLXV; A. Martini, Ritratto del madrigale poetico fra Cinque e Seicento, Lettere italiane, XXXII, 1981, pp ; A. Daniele, Teoria e prassi del madrigale libero nel Cinquecento (con alcune note sui madrigali musicati da Andrea Gabrieli), in Andrea Gabrieli e il suo tempo ( ), Atti Convegno Internazionale (Venezia, settembre 1985), a cura di F. Degrada, Firenze, Olschki 1987, pp ; S. Ritrovato, Forme e stili del madrigale cinquecentesco, in Studi e problemi di critica testuale, 62, aprile 2001, pp ; S. Ritrovato, Antologie e canoni del madrigale cinquecentesco, in Studi e problemi di critica testuale, 69, ottobre Edizioni dei testi antologizzati: L. Ariosto, Lirica, a cura di G. Fatini, Bari 1924; B. Baldi, Il lauro. Scherzo giovanile, Pavia 1600; L. Battiferri, Il primo libro delle opere toscane, a cura di E.M. Guidi, Urbino 2000; De le rime di diversi nobili poeti toscani di Dionigi Atanagi, Venezia 1565; I fiori delle rime de poeti illustri nuovamente raccolti et ordinati da Girolamo Ruscelli, Venezia 1558; Gioie poetiche di madrigali del sig. Ieronimo Casone e d altri celebri poeti de nostri tempi, raccolte dal sig. Gherardo Borgogni, Pavia 1593; L. Groto, Delle rime, nuovamente ristampate e corrette, Venezia 1587; B. Guarini, Opere, a cura di M. Guglielminetti, Torino 1971; G. Guidiccioni - F. Coppetta Beccuti, Rime, a cura di E. Chiòrboli, Bari 1912; Libro quarto delle rime di diversi eccellentiss. autori nella lingua volgare. Novamente raccolte, Bologna 1551; G.B. Leoni, Madrigali, Venezia 1601; Lirici del Cinquecento, a cura di L. Baldacci, Milano 1975; Michelangelo, Rime, a cura di E.N. Girardi, Bari 1960; M. Manfredi, Cento artificiosi madrigali, fatti per la signora Ippolita Benigni sua moglie, Venezia 1604; C. Matraini, Rime e lettere, a cura di G. Rabitti, Bologna 1989; A. Pocaterra, Dui Dialoghi della vergogna, con alcune prose e rime, Reggio 1607; Rime di diversi celebri poeti dell età nostra nuovamente raccolte e poste in luce, Bergamo 1587; Rime di diversi elevati ingegni de la città di Udine raccolte da Giacomo Bratteolo, Udine 1597; Rime di quei della Notte, Bologna 1631; C. Rinaldi, De madrigali, prima e seconda parte, Bologna 1588; C. Rinaldi, Delle rime, parte terza, Bologna 1590; C. Rinaldi, Rime, parte quinta, Bologna 1594; C. Rinaldi, Rime, parte sesta, Bologna 1598; C. Rinaldi, Canzoniere, Bologna 1601; C. Rinaldi, Lettere, Venezia 1617; G.B. Strozzi il Vecchio, Madrigali, Firenze 1593; G.B. Strozzi il Vecchio, Madrigali inediti, a cura di M. Ariani, Urbino 1975; T. Tasso, Le rime, a cura di A. Solerti, 4 voll., Bologna (nuova edizione a cura di B. Basile, Roma 1994). 16

4 LUDOVICO ARIOSTO ( ) Quel foco, ch io pensai che fuss estinto dal tempo, da gli affanni ed il star lunge, signor, pur arde, e cosa tal v aggiunge, ch altro non sono ormai che fiamma ed esca. La vaga fera mia che pur m infresca le care antiche piaghe, acciò mai non s appaghe l alma del pianto che pur or comincio, errando lungo il Mincio più che mai bella e cruda oggi m apparve, ed in un punto, ond io ne muoia, sparve. MICHELANGELO BUONARROTI ( ) Come può esser ch io non sia più mio? O Dio, o Dio, o Dio, chi m ha tolto a me stesso, c a me fusse più presso o più di me potessi che poss io? O Dio, o Dio, o Dio, come mi passa el core chi non par che mi tocchi? Che cosa è questo, Amore, c al core entra per gli occhi, per poco spazio dentro par che cresca? E s avvien che trabocchi? Mentre c al tempo la mie vita fugge, amor più mi distrugge, né mi perdona un ora, com i credetti già dopo molt anni. L alma, che trema e rugge, com uom c a torto mora, di me si duol, de sua etterni danni. Fra l timore e gl inganni d amore e morte, allor tal dubbio sento, ch i cerco in un momento del me di loro, e di poi il peggio piglio; sì dal mal uso è vinto il buon consiglio. Passo inanzi a me stesso con alto e buon concetto, e l tempo gli prometto ch aver non deggio. O pensier vano e stolto! Ché con la morte appresso perdo l presente, e l avvenir m è tolto; e d un leggiadro volto ardo e spero sanar, che morto viva negli anni ove la vita non arriva. Sì come per levar, donna, si pone in pietra alpestra e dura una viva figura, che là più cresce u più la pietra scema; tal alcun opre buone, per l alma che pur trema, cela il superchio della propria carne co l inculta sua cruda e dura scorza. Tu pur dalle mie streme parti puo sol levarne, ch in me non è di me voler né forza. Costei pur si delibra, indomit e selvaggia, ch i arda, mora e caggia a quel c a peso non sie pure un oncia; e l sangue a libra a libra mi svena, e sfibra e l corpo all alma sconcia. La si gode e racconcia nel suo fidato specchio, ove sé vede equale al paradiso; po, volta a me, mi concia sì, c oltr all esser vecchio, in quel col mie fo più bello il suo viso, ond io vie più deriso son d esser brutto; e pur m è gran ventura, s i vinco, a farla bella, la natura. Come portato ho già più tempo in seno l immagin, donna, del tuo volto impressa, or che morte s appressa, con previlegio Amor ne stampi l alma, che del carcer terreno felice sie l dipor suo grieve salma. Per procella o per calma con tal segno sicura sie come croce contro a suoi avversari; e donde in ciel ti rubò la natura, ritorni, norma agli angeli alti e chiari, c a rinnovar s impari là sù pel mondo un spirto in carne involto, che dopo te gli resti il tuo bel volto. 17

5 Perché l età ne nvola il desir cieco e sordo, con la morte m accordo, stanco e vicino all ultima parola. L alma che teme e cola quel che l occhio non vede, come da cosa perigliosa e vaga, dal tuo bel volto, donna, m allontana. Amor, c al ver non cede, di nuovo il cor m appaga di foco e speme; e non già cosa umana mi par, mi dice, amar Or d un fier ghiaccio, or d un ardente foco, or d anni o guai, or di vergogna armato, l avvenir nel passato specchio con trista e dolorosa speme; e l ben, per durar poco, sento non men che l mal m affligge e preme. Alla buona, alla rie fortuna insieme, di me già stanche, ognor chieggio perdono: e veggio ben che della vita sono ventura e grazia l ore brieve e corte, se la miseria medica la morte. vi mostraste in un punto, onde di speme e di timor m empiete, e tanti effetti dolci, acerbi e fieri nel cor arso per voi vengono insieme ad ogn or che volete; or poi che voi mia vita e morte sète, occhi felici, occhi beati e cari siate sempre sereni, allegri e chiari. PIETRO BARIGNANO (fine sec. XV-1540/50) Morte m ha sciolto, ahi lasso, da l amoroso nodo, e i lumi ha spento, che mi scorgeano al cielo, ond or la strada palpitando imparo, et ov ella è, che sotto un breve sasso lassat ha in un momento le mie lunghe speranze e l suo bel velo. Né mi fu l viver caro, poich ella mi mostrò nel dipartire, che dolce vita a tempo era il morire. MATTEO BANDELLO ( ) Occhi che più bramate, occhi, di que begli occhi il dolce giro, s i mi sento morir quando lo miro? Non v accorgete come l arso core misero piange, sempre che vi specchiate in que superbi rai? Cangiasi l alma d una in mille tempre, e di se stessa fore va vaneggiando con tormenti e guai, onde con duri lai scoprir volendo l aspro mio martiro, invece di parlar sempre sospiro. Debile è il legno carco e disarmato, oscuro pien di scogli e tempestoso il mar, dove gioioso lieto e contento fui già del mio stato: aspra fortuna or mi conduce n parte dove la lucida e benigna stella piú non vedrò, ch era mia fida scorta. O quante volte da mortal procella senz altra calamita, lumi o carte mi trassi in porto a via sicura e corta. Ma la speranza mia non è ancor morta, che un certo lume par che mi accompagni, e dica: A che ti lagni? Io da lei son che ti sostegno, ingrato. GIOVANNI GUIDICCIONI ( ) VERONICA GAMBARA ( ) Occhi lucenti e belli come esser può che in un medesmo instante nascan da voi sì nove forme e sante? Lieti, mesti, superbi, umili, alteri Il bianco e dolce cigno cantando muore, ed io piagnendo giungo al fin del viver mio. Strana e diversa sorte: ch ei muore sconsolato, ed io moro beato! 18

6 Dolce e soave morte, a me vie più gradita ch ogni gioiosa vita! Morte, che nel morire m empi di gioia tutto e di desire, per te son sì felice, ch io moro e nasco a par de la fenice. GIOVANNI DELLA CASA ( ) GIOVAN BATTISTA STROZZI IL VECCHIO ( ) Gelido suo ruscel chiaro e tranquillo m insegnò Amor di state a mezzo l giorno; ardean le selve, ardean le piagge e i colli. Ond io, ch al più gran gielo ardo e sfavillo, subito corsi, ma sì puro adorno girsene il vidi, che turbar no l volli; sol mi specchiava, e n dolce ombrosa sponda mi stava intento al mormorar dell onda. Stolto mio core ove sì lieto vai? Al mio cibo soave. Ma tosto a me piangendo tornerai. Già no mi è il pianger grave. Dunque di duol ti pasci? Altr esca Amor non have. Che sia dunque il digiun, se l cibo è guai? O falso empio Signore che l aspro tuo dolore di gioia, e di piacer circondi e pasci, e lacrimoso cresci, e lieto nasci. GIOVAN BATTISTA GIRALDI CINZIO ( ) Qualunque uom spera forse esser contento in questa vita breve, ferma la speme sua sul vago vento, perché come al sol neve ogni nostro piacer qui si distrugge, e ratto se ne fugge, più d ogni cosa lieve. E chi a mirare è intento con occhio puro il nostro stato, vede che poco ne tien fede il mondo in cosa alcuna, e che ciò ch è tra noi sotto la luna ad ogni arbitrio suo volve e rivolve la fallace fortuna, non men che Borea la minuta polve. Dal Ciel cadeo gentil candida ROSA di grembo scorsa alla rosata aurora; e quasi un fugitivo raggio vago d Arno appigliossi in chiara riva ombrosa: d Arno, che sì bel fior non vide ancora. Lasso io, che sol d odor l anima appago, la man subito stesi: ella sparìo mille spine lasciando nel cor mio. In volando per l aere il mio cor lieve come augellin fu colto a bel filo d or teso infra la neve all aria del bel volto: videlo empio fanciullo, e così involto quasi scherzando il prese, e n quelle fiamme accese de begli occhi avventollo; ond ei pur arse, e fumo, ed ombra via subito sparse. Dolcissimo RIPOSO, della Notte figliuol, del sogno padre, che nvisibile spieghi per l ombroso aer quelle penn adre, ecco il cieco silenzio, eccone a squadre le mute ombre notturne al tuo soggiorno; deh per quest occhi omai ché non fai nel mio cor fosco ritorno? nel mio cor sì, che mai non vide giorno. Riposata lunghissima, che mai non ti risvegli, nostra ultima sera, deh vienne, odine omai; ch una sol volta io pera, non mille e mille, come a questa fera 19

7 piace, che l mondo chiama vita, che sì l mondo ama; oh mondo cieco, stanco io son, né d errar bramo più teco. Torna, MAGGIO purpureo, e quante luci, quanti fior, quante erbette, e quante aurette ha costassù, n adduci: a te solo il Ciel dette di poter qui ritrarre il Paradiso; a te solo, e al bel viso, ove, se mai per sole o ghiaccio perdi, tu sempre ti rinfiori e ti rinverdi. In occasione di una grande siccità e conseguente magra dell Arno L Arno, il bell Arno già, ma nudo campo or d arena cocente, ch amarissimamente io di più dure ognor lagrime stampo, umile e nchino al solar carro ardente pur si rivolge e lagrimar vorria. Ma dove son le stille? Acerba e ria sete gli ha l seno asciutto e secco, anzi arso tutto. Eran le guance, di ch io piango e scrivo, due freschissime rose; e due stelle amorose gli occhi; il crine un sottil lucid or vivo, e sorgea fuor de bei rubini un rivo d ambrosia: or tutto in polve (ond io pur ploro) è l mio sommo tesoro. Torna il dì lungo, torna a sì gran passi il breve; e torna la stagion carica e greve di pomi, e l altra di fior mille adorna; riedene chi n aggiorna e chi n assera: sol la mia stella altera, il mio Sol che languir sempre mi vede, da bei colli del Cielo ancor non riede. L onda lascia, e gli scogli delle sempre atre nebulose rive, e qui meco t accogli, o Filli, in questi poggi e n queste olive, dove l alma si vive, sì riposata e lieta, che tal non si consola e non s aqueta afflitto pellegrino là ver la sera al fin di suo cammino. Candide nubi il sol tutte di rose sparse nel suo sparire; così già mi dipinse il mio desire bianche guance amorose, poi né del sol men ratto si nascose entro nel core; ond io le mie lagrime accolsi, e più non dissi: solo ben piansi e scrissi (né sì forte, aspro e rio) in questa scorza, e n quella il dolor mio. Ombra io seguo di sempre fuggitivo dolce ch io non gustai, né scorsi mai per questo ombroso rivo di lagrime e di guai, che non vengon se non per morte manco; e son già stanco e vinto; né per questo m arrendo, né m arresto. Sparito il sol de le mie luci: o sera scurissima infelice, che svelta da radice tutta la mia purpurea primavera, di sì fosc ombra nera non pur l anima imbruni, ma tanti in sen m aduni, in sen mi chiudi abissi, e inferni dispietati e crudi. Altre più dolci riposate olive il mio stanco pensiero mostrami, ed altre rive più fresche, ed ombre al fin del mio sentiero; ond io seco al ciel pur levomi, e spero di ritrovarmi in braccio al mio santo riposo; ivi né ghiaccio né sol mai l erbe ancide; ma il bel verde novello eterno ride. 20

8 Fermate, Ore, fermate; a che tal batter d ali? Io veggio il lido o porto, o porto fido di Posa, e sparse intorno alme beate, ch or sì dolce cantate, e rendete a colui di mia salvezza grazie, ch altro non prezza che trarne al Cielo; e basta a tanto volo, e basta a tanta grazia un sospir solo. vinto da voi nel bel sereno cielo, porsi di nubi, innanzi agli occhi, un velo. Che, dunque, dir potrei? Incolpat a voi stessi il fallir mio, se non ritrovo il come: ché la troppo beltà vi toglie il nome. CHIARA MATRAINI ( ) Risi, e piansi d Amor; né però mai se non in fiamma, o n onda, o n vento scrissi: spesso mercé trovai crudel; sempre in me morto, in altri vissi: or da più scuri Abissi al Ciel m alzai, or ne pur caddi giuso; stanco al fin qui son chiuso. FRANCESCO BECCUTI DETTO IL COPPETTA ( ) Voi, caduchi ligustri, col vivace amaranto e la volubil Clizia e l molle acanto, e voi, tra fiori illustri, Narciso, Aiace, Adon, Croco e Iacinto, e la purpurea rosa e l bianco giglio e di perso e di giallo e di vermiglio ogni cespo dipinto s inchini a questa sola amorosetta e candida viola. Così ragiona il re de fiumi, ed io, lungi così bel fior, piango e disio. LUIGI TANSILLO ( ) Occhi leggiadri e belli, occhi, non occhi. E che? Non so che dire. Ancor che da la terra io prenda ardire poggiare al ciel, che fo? S i dico, stelle mento, ché non fu mai, né fian, sì belle. S io l agguagliassi al sol, nulla direi; perché l ho pur vist io con gli occhi miei, Zefiro spira e tremolar d intorno fa sopra le fiorite e verdi sponde i fior, l erbe e le fronde d ogni bel chiaro e limpido ruscello, e sopra ogn arboscello, ogn augelletto di questo in quel boschetto lieto sen va cantando d ogni intorno. Il ciel vago ed adorno d insolito splendore oggi si mostra, e con lieto soggiorno di fior l erbe e le piante ingemma e inostra. Venut era l mio Sole al mio languire, più che mai bello in sonno a consolarme, e, vinto da pietà del mio martìre, mi dicea con parole rare nel mondo o sole: Perché sì mesta in fra sospiri e pianto tutta la verde etade, senz aver mai di voi stessa pietade, vi consumate tanto? Deh, prendete di mia gioia conforto, ch io son vivo e non morto; volgete il pianto in amoroso riso!. E appressandomi il viso, mi diè fra dui rubin due fresche rose, non mai nell odorifer orïente viste più belle o in terren paradiso, la cui sì bella vista e l disusato odore tornâr subito al core la smarrit alma sconsolata e trista: cose ch a pena in Ciel veder si ponno. Deh, perché non fu eterno un sì bel sonno? 21

9 REMIGIO NANNINI (1518?-1580 ca) MUZIO MANFREDI ( ) Quanto di me più fortunate sete, onde felici e chiare che correndone al mare la ninfa vedrete; quanto beate poi queste lagrime son ch io verso in voi, che trovandola scalza, ove ella siede, le baceran cosí correndo il piede. O piangess io almen tanto ch io mi cangiassi in pianto, ch io pure riveder con voi vorrei quella bella cagion de pianti miei. Ippolita, che fai? Ercole qui non è, non ci è Teseo, ma un roco e mesto Orfeo, che de la tua beltà sol pensa e canta, ma d arrivare al ver già non si vanta. Per me non so se gloriosa andrai, che l mio canto non è ma un tragger guai. Dunque, deh pon giù l arme, che contra te non vo né posso aitarme; e se pur vuoi sfogar l ira e l furore, recidi il capo: è già trafitto il core. LAURA BATTIFERRI ( ) Temprato aer sereno, che sì tranquilla infondi e lunga vita; vago, dolce e soave colle ameno, ov Amor l alme a poetare invita; e tu, verde e fiorita piaggia, che vedi ogn ora l alto Pastor che i toschi lidi onora, felici erbette e voi, ch ascoltate i leggiadri accenti suoi: ahi quante volte il giorno a voi col pensier torno! Virbia, di là dal monte ier si disser di te cose stupende. Dicean, fra l altre, che quel chiaro fonte ove tu ti bagnasti, prese virtù che chi l appressa accende d amorosi pensier, di desir casti. Dicean ch ove ballasti nati eran fiori in tanta copia e tali che saranno immortali. Dicean ch ove cantasti al suon de la tua cetra, vi risponde ancor Eco infin de l etra. Disser molt altre cose in lor favella, ma non sepper mai dir quanto sei bella. BATTISTA GUARINI ( ) GASPARA STAMPA ( ) Il cor verrebbe teco nel tuo partir, signore, s egli fosse più meco, poi che con gli occhi tuoi mi prese Amore. Dunque verranno teco i sospir miei, che sol mi son restati fidi compagni e grati, e le voci e gli omei; e se vedi mancarti la lor scorta, pensa ch io sarò morta. Felicità d usignuolo Dolcissimo usignuolo, tu chiami la tua cara compagnia cantando Vieni, vieni, anima mia. A me canto non vale, e non ho come tu da volar ale. O felice augelletto, come nel tuo diletto ti ricompensa ben l alma natura: se ti negò saver, ti diè ventura. 22

10 Cangiati sguardi Occhi, un tempo mia vita, occhi, di questo cor dolci sostegni, voi mi negate aita? Questi son ben della mia morte i segni. Non più speme o conforto, tempo è sol di morire; a che più tardo? Occhi, ch a sì gran torto morir mi fate, a che torcete il guardo? Forse per non mirar come v adoro? Mirate almen ch io moro. Recidiva d amore E così, a poco a poco, torno farfalla semplicetta al foco, e nel fallace sguardo un altra volta mi nudrico e ardo. Ahi che piaga d amore quanto si cura più tanto men sana! Ch ogni fatica è vana, quando fu punto un giovinetto core dal primo e dolce strale. Chi spegne antico incendio, il fa immortale. Parola di donna amante T amo, mia vita, la mia cara vita dolcemente mi dice; e n questa sola sì soave parola par che trasformi lietamente il core, per farmene signore. O voce di dolcezza e di diletto! Prendila tosto Amore, stampala nel mio petto, spiri solo per lei l anima mia. T amo, mia vita, la mia vita sia. Umana fragilità Questa vita mortale, che par sì bella, è quasi piuma al vento che la porta e la perde in un momento; e s ella pur con temerari giri talor s avanza e sale, e librata su l ale pender da sé ne l aria anco la miri, è sol perché di sua natura è leve. Ma poco dura, e n breve, dopo mille rivolte e mille strade, perch ella è pur di terra, a terra cade. Di partenza restia Parto o non parto? Ahi come resto, se parte la corporea salma? O come parto, se qui resta l alma? E se ne l alma è vita, come non moro, se di lei son privo? O come moro, s a la pena i vivo? Ahi fiera dipartita! Come m insegna la mia dura sorte che l partir degli amanti è viva morte. Foco di sdegno Ardo sì, ma non t amo, perfida e dispietata, indegnamente amata da sì leale amante. Più non sarà che del mio duol ti vante, ch i ho già sano il core; e s ardo, ardo di sdegno e non d amore. LUIGI GROTO ( ) Dirò (se dir mi lece) il prezioso vino che a me porto fu in casa vostra a ber, lasso, m ha morto. Ma se l vino quest opra in me non fece, tornerò a dir (né cangerò parere) colei m ha morto, che mel diede a bere. La bella mano, in loco di darmi vino a ber mi diede foco, che ratto al cor mi scese, spens una e un altra maggior sete accese. 23

11 GIROLAMO CASONI (metà sec. XVI-ante 1593) Amante desia esser ombra Quell ombra esser vorrei, che l dì vi segue leggiadretta e bella che s or son servo, i sarei vostr ancella. E quando parte il sole, m asconderei sotto i leggiadri panni. Lasso, ben ne gl affanni ombra ignuda d uom vivo Amor mi fai, ma non mi giungi a la mia donna mai. Descrive l apparir de l aurora e de la sua donna Ecco mormorar l onde e tremolar le fronde a l aura mattutina e gli arboscelli, e sovra i verdi rami i vaghi augelli cantar soavemente e rider l orïente; ecco già l alba appare e si specchia nel mare, e rasserena il cielo e le campagne imperla il dolce gelo, e gli alti monti indora. O bella e vaga Aurora, l aura è tua messaggera, e tu de l aura ch ogni arso cor ristaura. TORQUATO TASSO ( ) Paragona il canto di Laura a dolcissimi suoni fatti naturalmente e dimostra gli effetti de la sua meravigliosa armonia. Non fonte o fiume od aura odo in più dolce suon di quel di Laura; né n lauro o n pino o n mirto mormorar s udì mai più dolce spirto. O felice a cui spira, e quel beato che per lei sospira! Ché se gl inspira il core, puote al cielo aspirar col suo valore. Fa comparazione de la signora Laura a l aura. Messaggera de l alba è quest aura terrena, e torbida talor, talor serena: Laura mia par celeste, così bella io la veggio dopo l aurora in fresco e verde seggio: di fior l una riveste il dilettoso aprile, l altra fiorir fa l amoroso stile. Parla con l Aure e con l Ore, pregando l une che si fermino, l altre che portino i suoi lamenti a la sua donna. Ore, fermate il volo nel lucido orïente, mentre se n vola il ciel rapidamente; e carolando intorno a l alba mattutina ch esce da la marina, l umana vita ritardate e l giorno. E voi, Aure veloci, portate i miei sospiri là dove Laura spiri, e riportate a me sue chiare voci, sì che l ascolti io solo, sol voi presenti e l signor nostro Amore, Aure soavi ed Ore. Secco è l arbor gentile che mai le fronde e l verde o per gelo o per fulmine non perde. O mutata è la legge de la natura, o l sole men può di quel che suole; e sol le stelle Amore e l mondo regge, e col piombo e con l oro miracoli rinova, e fa vendetta nova d antico oltraggio ne l amato alloro. Ma se nel lieto aprile rinverdir al mio crin non dee corona, secchesi anco Permesso in Elicona. 24

12 Qual rugiada o qual pianto quai lagrime eran quelle che sparger vidi dal notturno manto e dal candido volto de le stelle? E perché seminò la bianca luna di cristalline stelle un puro nembo a l erba fresca in grembo? Perché ne l aria bruna s udìan, quasi dolendo, intorno intorno gir l aure insino al giorno? Fur segni forse de la tua partita, vita de la mia vita? Tacciono i boschi e i fiumi, e l mar senza onda giace, ne le spelonche i venti han tregua e pace, e ne la notte bruna alto silenzio fa la bianca luna; e noi tegnamo ascose le dolcezze amorose. Amor non parli o spiri, sien muti i baci e muti i miei sospiri. Un ape esser vorrei, donna bella e crudele, che susurrando in voi suggesse il mèle; e, non potendo il cor, potesse almeno pungervi il bianco seno, e n sì dolce ferita vendicata lasciar la propria vita. In morte della signora Flaminia [ ] ad istanza del signor Giulio Mosti O vaga tortorella, tu la tua compagnia ed io piango colei che non fu mia. Misera vedovella, tu sovra il nudo ramo, a piè del secco tronco io la richiamo; ma l aura solo e l vento risponde mormorando al mio lamento. GIOVAN BATTISTA LEONI (1542?-1613?) Scusa di amorosa incontinenza nelle presenti rime Quella cieca d amor fiamma vorace che m arse il core, e traviò la mente, ecco che non ancora estinta giace, anzi nel gelo altrui fassi più ardente; e da contrari affetti agitata sovente del mio folle sperar rende maggiori, e più dolci gli ardori; muse voi, che i pensier, l opere, i detti reggeste un tempo e gli amorosi errori, se guidaste l ardire publicate il pentire, poiché di questo mio vano desio la colpa è vostra, e il pentirsi è mio. Coscienza amorosa Dove il liquido argento d un vago ruscelletto discorrendo facea tra l erba e i sassi co l garrir de gli augei dolce concento, mentre Fillide mia dormendo stassi, e sicura e contenta si riposa, Amor lo sai tu, che vedi ogni cosa, un bacio ne furai. Ora se allor peccai, e che l furto mi faccia contumace, io vorrei con tua pace confessarle il delitto, e al suo bel volto restituire il tolto. Parole, pensieri, e versi inutili Tanto so d esser vivo, quanto di voi ragiono, penso o scrivo; ma non ponno aiutarmi pensier, parole, o carmi, sì ch io non pera nel cospetto vostro, e non divenga in me cieca la mente, muta la lingua, inutile l inchiostro. Così vivo lontan, moro presente tormento inaudito, et in me sete voi fine infinito di speranze, di pianto e di querele, spirto omicida, anima mia crudele. 25

13 Penna temprata da bella donna È la penna ministra de la lingua, e la lingua del core; ma l una e l altra attendono da voi del loro proprio poter l uso migliore. Se mi temprate l una, perché sia co caratteri suoi atta ad espor quel che la lingua vuole; temprate ancora questa lingua mia, sì ch io esprima o produca le parole conformi a quel concetto, che voi cor mio dettate in questo petto: e se spietata man ferisce l una l altra ferisca ancor bocca importuna, perch ad ambi saran vita e soccorsi, all una le ferite, a l altra i morsi. spiri sì, ma rinasca, e vita e morte dolce il piacer n apporte, e acciò resti infinito sia tu Salmace, ed io sia Ermafrodito. Atra è la notte e l ali porta; notte son io oscura, e l ali porta il desir mio. Umida cieca e fredda è quella; umido rende me il pianto amaro che da gli occhi scende, cieco senza il mio sole, e mi raffredda un gelato timore che si dilata per le vene al core, ond in notte converso ogn or mi sfaccio volo e non veggo, irrigo e sempre agghiaccio. ANNIBALE POCATERRA ( ) Lamento di bella donna, a cui si ruppe lo specchio Chi fia più, che mi mostra il mio bel viso, poiché destin crudele ti fa rotto cader specchio fedele? Bella donna così dicea piangendo, e poi sospesa alquanto cominciò raddoppiando a gli occhi il pianto. Ahi, che troppo t intendo. Meglio mi mostri tu rotto, che intiero, di mia bellezza il vero. Or veggio in te la mia beltà mortale, com eri tu, lucida sì, ma frale. CESARE RINALDI ( ) Stringimi, vita mia, mentre ti stringo anch io, e dolcemente scherza al mio scherzo, e baciami sovente, mesci note amorose fra i dolcissimi baci, e facciam dolci guerre e dolci paci; vibrin le lingue ascose fra le labra serpendo, e coi sospiri il tuo cor, il mio cor morendo spiri; Non mi dier già spavento del silvoso Apennin mille ruine, or d una sì pavento che non oso tentar mezo né fine. Quivi non duri sassi fan del periglio fede, ma Amor ch armato stassi al varco; e s alcun poggia in un istante l uccide ascoso, e l uccisor non vede il peregrino errante. Questa è dunque d amor rupe mortale: mille salir vorrian, nissun vi sale. Inaspettata giunse la bell amata a l Oro, e nol sapesti. Felice s eri allor presente; avresti tu, fra delizie tante, lei forse resa di nemica amante, or dolci acque spruzzando nel leggiadro suo viso, or con vago sorriso vari fior, vari frutti a lei donando. Che sai? Fra l acque certo, e i doni e l riso spento in virtù d Amore avria lo sdegno, e a te donato il core. Or ch è giunto il partire è giunto anch il morire. Meco verrà la salma, resterà teco l alma. Dirà il corpo: I vo mesto. 26

14 Dirà il cor: Lieto i resto. Talché di te, di core, e d alma privo morrò partendo, e partirò non vivo. Chiudi de l atra Notte o queto figlio queste mie luci al sonno, che l apre il pianto e se n è fatto donno. Quella infusa tua verga in Lete sia, che soave mi tocchi: leverà l uno, e darà l altro a gli occhi. Deh che l fa Clori mia, se con le labra tocca, e pria ne l onde d Amor la verga de i coralli infonde. Cane invidiato Quel vezzoso animal, ch a te sì lieto or corre ed or s arretra, scherzi e lusinghe a suo bei scherzi impetra. Ma che? Quel dir mia vita, quel baciar dolce, e quelle dolci note son morti baci a lui, son voci ignote. Deh vieni ove t invita, a le mie labbra Amor, deh vieni omai, tanto ti renderò quanto mi dài. E se pur tua vaghezza colà ti stringe e sprezza il mio tormento, dimmi, baciando un can, non baci il vento? Che vid io? che sognai? Vidi candida mano darmi giunta a la mia di fede il segno. Anch io fede giurai, ma infida essa vegg or colma di sdegno. Deh, che fu il sogno vano, ch uscì l ingannator per farmi scorno da la porta d avorio, e non di corno! Vana imaginazion d amante Amor sovra un bel rio mi scorge, e mentr io pur mi specchio e tremo, dic ei: Tu se a l estremo. Ben a l estremo sei, par che risponda l imagin mia ne l onda, e mi ramenta quel ch i non oblio. Ma che, temer vogl io? No, chi m apre il mio mal? Chi sen duol meco? Ne l acque un muto, e fuor de l acque un cieco. Vaga mi siede in grembo Lidia cantando, e saporoso intanto da le mie labbra un nembo stilla di baci ed interrompe il canto. Gioie in amor veraci, essa alterna le voci, io alterno i baci; e mentre i bacio e dolci ella distingue note d amor vivaci, è diverso il pensier d ambe le lingue. Troncasi il bacio e l canto, e n un s unisce, e l orecchia e la bocca in un gioisce. Or che gioiscon l erbe anco il mio cor gioisce e lieto canta ogn ora benignissimo april che l crin m infiora, dolci voglie ed acerbe nobil pensier condisce e n verdeggiante ramo dolcemente risuona i t amo, i t amo ; ben t amo, o bianca Aurora, e senza amor, che l pregio a morte invola, la vita è mobil aura, e corre, e vola. Lucciole intorno alla carrozza di bellissima donna nel mese di novembre Non è il novembre la stagion de fiori, mute farfalle erranti, dispensiere di luce, ch a nobil carro avanti tessete in cieca notte aurei splendori. Non è il novembre la stagion de fiori, lucciolette vaganti, pompe del lieto aprile, e chi v induce a intempestivi errori? Hanvi forse ingannate di due guance rosate i bei colori? Non è il novembre la stagion de fiori. Far penitenza del commesso errore, trarsi dal core ogni pensiero immondo, ricco d amor, di fede, correr il mondo, e non gradire il mondo, questo è un farsi nel ciel del cielo erede: 27

15 misero chi si crede in questo de la terra ermo confine coglier le rose e non calcar le spine. FERDINANDO MONTEGNACO ( ) L ombra, mentre s estende, segue il real suo oggetto, ovunque il piè lo scorge, o lungi, o presso: et io faccio l istesso con voi, segno perfetto e centro del mio core, fatto linea amorosa, ombra d Amore. BERNARDINO BALDI ( ) A madrigali Poverelle mie rime, se v abbattete dove alto suonò il gran Tosco, siavi rifugio il bosco; peroché lo splendor che da lui move, ogni luce minor cela e opprime, come le stelle imbruna il bianco ardor de la rotonda luna. NOVITÀ Clara Janés NOVITÀ Lucio Mariani ARCANGELO D OMBRA IL SANDALO DI EMPEDOCLE A cura di Annelisa Addolorato E 13,50 E 12,50 28

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