Mario Calabresi: «Scommettere sulla vita» Dialogo a cura della redazione di Sedie vuote

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1 Marcellio MALAGUTTI (cl. 4 a C) Mario Calabresi: «Scommettere sulla vita» Dialogo a cura della redazione di Sedie vuote Ho scommesso sulla vita, cos'altro potevo fare a venticinque anni con due bambini piccoli tra le mani e un terzo in arrivo? Mi sono data da fare tutti i giorni, unico antidoto alla depressione, e ho cercato di vaccinarvi all'accidia, dall'odio, dalla condanna ad essere vittime rabbiose. Questo non significa essere arrendevoli o mettere la testa sotto la sabbia. Significa battersi per avere verità e giustizia e continuare a vivere rinnovando ogni giorno la memoria. Fare diversamente significherebbe piegarsi totalmente al gesto dei terroristi, laciar vincere la cultura della morte. (Gemma Capra) MARIO CALABRESI (Milano, 17 febbraio 1970) è un giornalista e scrittore italiano, direttore del quotidiano La Stampa. Figlio del commissario Luigi Calabresi, assassinato nel 1972 (quando Mario aveva solo due anni), si iscrive presso l'università Statale di Milano al corso di laurea in Giurisprudenza e poi a quello in Storia. In seguito frequenta l'istituto per la formazione al giornalismo «Carlo de Martino» di Milano. Nel 1998 è all'ansa come cronista parlamentare, nel 1999 passa a la Repubblica, nella redazione politica. Dal 2000 al 2002 è a La Stampa, per la quale, da inviato speciale, racconta gli attentati dell'11 settembre Nel 2002 torna a la Repubblica, come caporedattore centrale vicario, e dal 2007 è corrispondente per il giornale da New York, da dove racconta le elezioni presidenziali statunitensi del Il 22 aprile 2009, a 39 anni, è nominato direttore de La Stampa in sostituzione di Giulio Anselmi. È autore di Spingendo la notte più in là (2007), libro dedicato alle vittime del terrorismo (dal quale è stato tratto uno spettacolo teatrale interpretato da Luca Zingaretti). Nel 2002 insieme a Francesca Senette e Andrea Galdi è stato insignito del Premio Ischia di giornalismo in ricordo di Angelo Rizzoli, riservato ai giornalisti under 35 e nel 2003 di quello intitolato a Carlo Casalegno. Il 18 gennaio 2011 gli è stato assegnato il Premio "È giornalismo". «Sedie vuote» In seguito al riaccendersi del dibattito sugli anni di piombo e sulla scia della profonda impressione suscitata dal libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là è nato, dalla proposta fatta dei tre curatori (Alberto Conci, Paolo Grigolli e Natalina Mosna) a ragazzi delle scuole superiori e dell università di Trento, il libro Sedie vuote - Gli anni di piombo: dalla parte delle vittime. Una quindicina di ragazzi ha, così, avviato un lungo e approfondito cammino conoscitivo attraverso gli eventi dolorosi e inquietanti degli anni 1

2 70. Al centro di questo percorso, che ha impegnato i ragazzi tutte le domeniche per un anno intero, è stato posto l'incontro con i familiari delle vittime, con coloro che a causa della violenza hanno dovuto convivere con la presenza di una sedia vuota nella loro casa. In particolare questi giovani hanno indagato con rispetto e delicatezza le storie dei familiari delle vittime di quegli anni incontrandoli di persona. Ne sono nati dialoghi sinceri e potenti riproposti nel libro. In essi sono state toccate non solo le questioni più delicate e cruciali della storia recente della nostra democrazia, ma anche dimensioni fondamentali per la memoria collettiva, quali quelle del dolore, della verità, della giustizia, del perdono, del silenzio e delle parole, della violenza, della responsabilità, della solitudine, della solidarietà umana, delle condizioni per la costruzione di una cittadinanza attiva. Il percorso, nato attraverso un metodo di lavoro rigoroso, ha imposto ai ragazzi un grande impegno di lettura e di approfondimento che traspare dalla densità dei dialoghi e dalla pregnanza delle questioni in essi proposte. Nell'ordine, dialoghi con: Mario Calabresi, Benedetta Tobagi, Silvia Giralucci, Manlio Milani, Giovanni Ricci, Alfredo Bazoli, Agnese Moro, Giovanni Bachelet, Vittorio Bosio, Sabina Rossa. In questo modo si è voluto fossero presenti le testimonianze non solo dei familiari delle vittime del terrorismo, ma anche di coloro che sono stati colpiti dallo stragismo (Brescia e Bologna). A questi, va aggiunto il dialogo con Giancarlo Caselli, attraverso il quale si è inteso approfondire il ruolo della magistratura nel periodo degli anni di piombo. E indubbio, quindi, che il testo rappresenta una testimonianza importante per la ricostruzione della storia recente. Ciò è certo vero per noi giovani che per la prima volta ci avviciniamo con profondità a vicende di cui prima, al più, avevamo percepito lontani echi, spesso volutamente soffocati, ma non di meno lo è per i nostri genitori, ovvero quegli adulti che, dopo avere assistito negli anni della giovinezza a quotidiani terribili resoconti, erano stati indotti a pensare, una volta attenuato il fenomeno, che il meglio da fare per esorcizzarlo fosse seppellirlo, obliarlo. Questa via, in vero, non è mai quella da seguire tanto nelle vicende personali quanto in quelle collettive: un problema può dirsi superato non certo perché ignorato, bensì perché affrontato, analizzato, penetrato fino a giungere attraverso un cammino di rielaborazione, spesso assai doloroso, a quel distacco necessario per un giudizio oggettivo ed onesto. E d altra parte come potrebbe la storia essere maestra di vita se se ne obliassero le sue parti buie? Il primo dei dialoghi presentati in Sedie Vuote è quello con lo stesso Mario Calabresi, dal cui libro aveva dato il via al percorso intrapreso dai ragazzi. Tale dialogo è stato riportato con il titolo Scommettere sulla vita. «Scommettere sulla vita» Per anni Mario Calabresi ricercando nelle librerie documentazioni sugli anni 70, sul terrorismo, sugli anni di piombo, sulle stragi, aveva riscontrato che i libri inerenti tali argomenti erano stati scritti quasi tutti da exterroristi, prendendo, così, consapevolezza che non solo mancava una storia complessiva di quegli anni, ma persino era presente un solo punto di vista: quello di coloro che avevano scelto la lotta armata. E stato questo a spingere Calabresi a scrivere per offrire un altro punto di vista. Egli, però, non ha operato in un'ottica di contrapposizione, non ha voluto affermare una verità contro un'altra. Bensì ha compiuto un grande sforzo per la conquista di uno sguardo dall alto, per raccontare nella maniera più asciutta possibile, così che il suo lavoro risulta una fotografia di ciò che è successo in quegli anni e di coloro che vennero colpiti, rimettendo al centro le persone che erano state ammazzate, le loro famiglie, il disastro del dolore, la devastazione che quegli atti portarono con sé. D altra parte, scegliendo di mettere da parte la rabbia, Calabresi ha sortito l effetto di spezzare l automatismo, invalso per anni, di domandare per ogni cosa un commento a un ex-terrorista. Come afferma l autore stesso, si può affermare che oggi il tono del dibattito sia cambiato e che il libro sia sicuramente servito a questo. Oggi Mario Calabresi dichiara : ricevo tantissime mail tutti i giorni e quelle che mi fanno più piacere sono scritte da persone che mi raccontano di aver pensato che mio padre era un assassino, di averlo gridato in piazza e di aver pensato che meritava di morire così. E oggi mi dicono: «Ho letto il suo libro e mi sono reso conto che per tutta la vita ho preferito coltivare un preconcetto ideologico e non mi sono mai informato, non mi sono mai curato di niente». Per me questo è il più grosso dei risarcimenti. 2

3 Chi era Luigi Calabresi? Dice Mario Calabresi di suo padre: Sì, era una persona molto diversa dall'immagine che gli venne attribuita e secondo me la sua diversità spiega anche perché venne scelto come simbolo. Mio padre era il più giovane in questura, era il più vicino, almeno come età, ai ragazzi protagonisti della contestazione, anche se non ne condivideva le idee. E infatti era l'unico che andava a chiacchierare con loro durante le manifestazioni, come ha raccontato Marco Pannella, ed era anche l'unico che parlava con i giornalisti perché gli altri funzionari pensavano che con i giornalisti non si dovesse parlare se non alle conferenze stampa. Insomma, mio padre era l'uomo maggiormente visibilità della questura. Giampaolo Pansa mi ha raccontato che mentre tutti gli altri funzionari uscivano dalla questura sulle macchine blu, lui usciva a piedi. Se a mezzanotte gli si diceva «dai, commissario, ci racconta cosa avete fatto oggi? Andiamo un attimo al bar, prendiamo qualcosa...» lui non era capace di dire di no. Questo suo modo di essere lo portò spesso sui giornali, e il suo nome cominciò a circolare molto più di quello degli altri funzionari di polizia. L idea che mi sono fatto, ricostruendo la sua storia, è questa: quando nello scontro tra la contestazione - che cominciava ad assumere tratti violenti - e lo Stato - che invece mostrava un volto repressivo - c'era bisogno di un simbolo, mio padre era a portata di mano proprio a causa di questa sua visibilità. E finì schiacciato in questo scontro. Luigi Calabresi, nato a Roma il 14 novembre 1937 in una famiglia medio-borghese, dopo aver frequentato il licei classico, nel 1964 si laureatosi in giurisprudenza. Alla carriera forense preferisce quella nella polizia: nel 1965, vince il concorso per vice commissario di pubblica sicurezza e quindi frequenta il corso di formazione nell'istituto superiore di polizia per prendere poi servizio a Milano nel A Milano viene inserito nell'ufficio politico (quello che si chiamerà Digos) che è ancora un ufficio unico: ci si occupa sia di estremismi di sinistra che di destra. A capo dell ufficio politico vi è Antonino Allegra. Nel 1968 Calabresi diventa commissario capo. E il più all interno della questura, il più disponibile al dialogo sia con i manifestanti che con i giornalisti, il meno legato ai formalismi, pur nel rigore del mantenimento dell ordine. Dopo il 12 dicembre 1969, l ufficio deve iniziare a occuparsi delle indagini sulla strage di Piazza Fontana. Calabresi, che ha già in corso inchieste su attentati da bombe, viene incaricato delle indagini sul caso. E proprio nel corso delle prime indagini sulla bomba a Piazza Fontana che ha luogo il tragico e evento inerente l anarchico Giuseppe Pinelli (questi è già noto a Calabresi per via di indagini precedenti nell'ambiente degli anarchici e pare fra i due sussiste un rapporto di reciproco rispetto). Pinelli, convocato in questura nelle prime ore seguenti all'attentato insieme ad altri 84 sospettati, e tenuto in stato di fermo per più di due giorni per essere interrogato riguardo al suo alibi, precipita alle del 15 dicembre da una finestra del quarto piano, dell'edificio della Questura di Milano. La mancanza di chiarezza da parte dello Stato riguardo questa morte contribuisce a concentrare tutte le responsabilità sul commissario Calabresi. Infatti il questore di Milano Marcello Guida, presentandosi ai giornalisti, invece di mostrarsi conscio della gravità dell accaduto e dichiarare la volontà di fare chiarezza, si limita ad affermare che Pinelli, consapevole di avere responsabilità nella strage di Piazza Fontana si è suicidato. Inoltre alla domando dei giornalisti su dove sia avvenuto il fatto, il questore risponde che l anarchico è precipitato dalla finestra dell ufficio di Calabresi, senza precisare che nella stanza al momento della tragedia non era presente il commissario. L esito di tutto ciò è che l intera responsabilità dell accaduto viene addossata a Calabresi. E di lì parte una campagna mostruosa di disinformazione, di bugie costruite sul nulla, di falsità (servizi segreti americani, colpi di karatè, endovene con siero della verità, ) spacciate per verità assolute: reazione figlia del clima e dello scontro di questi anni. La campagna durerà per due anni e culminerà nell assassino del commissario. In vero nessuno di quelli che portano avanti la campagna contro Calabresi si preoccupano di ricostruire esattamente la dinamica dei fatti e di individuare le responsabilità: hanno bisogno di un capro espiatorio e l hanno trovato. La campagna di diffamazione iniziata in verità da quotidiani e settimanali della sinistra istituzionale, con tanto di lettera aperta accusatoria firmata da quasi ottocento di intellettuali, diventa poi il cavallo di battaglia di Lotta continua che sposa la causa. Le prime indagine sulla morte di Pinelli, condotte piuttosto velocemente, dal giudice Antonio Amati, si conclusasi nel maggio 1970 con la dichiarazione di morte accidentale, ma questa sentenza ha l effetto di accrescere la rabbia e la confusione. La vedova di Pinelli chiese che venisse riaperta l'indagine, che questa volta venne affidata al giudice D'Ambrosio. Questi, per rendere credibile le indagini, apre l inchiesta come ipotesi di omicidio. Iil risultato fu davvero importante poiché D'Ambrosio appura, lui dice «al di là di ogni ragionevole dubbio», 3

4 che alla momento della morte di Pinelli il commissario non era nella stanza. Nel far luce su questi eventi D'Ambrosio smonta piano piano anche le altre calunnie addossate all ispettore. Ma l azione di Lotta continua continua più violenta e intensa con attacchi quasi quotidiani, anche perchè Calabresi, nell aprile de 1970, spinto dalla questura, ha querelato Lotta continua come privato cittadino: lo Stato ha messo in questo modo il commissario in una situazione difficilissima e pericolosa, e non fa nulla per tirarlo fuori. Durante il processo inerente questa querela è ben presto Calabresi a finire sul banco degli imputati: in pratica si riapre il processo Spinelli e quindi Lotta continua ha raggiunto il suo scopo. La redazione del quotidiano spiega anche che non le interessava l esito del processo dentro l aula del tribunale, il proletariato emetterà il proprio verdetto e lo eseguirà in piazza: «Sappiamo che l'eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati. Ma è questa, sicuramente, una tappa fondamentale dell'assalto dei proletari contro lo Stato assassino». Davanti a quella promessa di morte, Calabresi si scopre inerme, anche perché dopo la sua querela, ben quarantaquattro redazioni di riviste politiche e culturali di svariati orientamenti, hanno sottoscrissero un documento di solidarietà a Lotta Continua. Calabresi e la sua famiglia si trovano sottoposti ad una vera lapidazione : manifesti su tutti i muri di Milano e di molte città italiane ( Calabresi wanted con l'indicazione della somma che toccherà in premio a chi lo cattura), promesse di morte urlate nei cortei ( Calabresi sarai suicidato ), insulti ( il commissario Finestra, il commissario Cavalcioni ), una moltitudine di lettere anonime spedite all'indirizzo di casa, telefonate orribili,... Infine il 17 maggio 1972, alle ore 9.15,il commissario di polizia Luigi Calabresi viene assassinato, davanti alla sua abitazione, mentre si avviava alla sua auto (una Cinquescento) per andare in ufficio, da un commando composto da almeno due sicari che gli spararono alle spalle. «Da due anni vivo sotto questa tempesta. Lei non può immaginare che cosa ho passato e che cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio non saprei come resistere». Parlava così il commissario Luigi Calabresi qualche settimana prima di essere ucciso. Domandai a Calabresi se avesse paura. Lui rispose: «Paura no perché ho la coscienza tranquilla. Ma quel che mi fanno è terribile. Potrei farmi trasferire da Milano, però non voglio andarmene. Comunque non ho paura. Ogni mattina esco di casa e vado al lavoro sulla mia Cinquecento, senza pistola e senza la protezione di una scorta. Perché dovrei proteggermi? Sono un commissario di polizia e il mio compito è di proteggere gli altri, i cittadini.» [Gianpaolo Pansa] Il linciaggio mediatico Una delle azioni più gravi della campagna diffamatoria contro il commissario Calabresi si ebbe con la Lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli, nota anche come Appello (o manifesto) contro il commissario Calabresi. Eccone il testo integrale: «Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice. Chi doveva celebrare il giudizio, Carlo Biotti, lo ha inquinato con i meschini calcoli di un carrierismo senile. Chi aveva indossato la toga del patrocinio legale, Michele Lener, vi ha nascosto le trame di una odiosa coercizione. Oggi come ieri - quando denunciammo apertamente l'arbitrio calunnioso di un questore, Michele Guida, e l'indegna copertura concessagli dalla Procura della Repubblica, nelle persone di Giovanni Caizzi e Carlo Amati - il nostro sdegno è di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini. Per questo, per non rinunciare a tale fiducia senza la quale morrebbe ogni possibilità di convivenza civile, noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione. Una ricusazione di coscienza - che non ha minor legittimità di quella di diritto - rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni. Noi chiediamo l'allontanamento dai loro uffici di coloro che abbiamo nominato, in quanto ricusiamo di riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini.» Sottoscritta e divulgata inizialmente il 10 giugno 1971 da primi dieci firmatari, la lettera aperta fu pubblicata sul settimanale L'Espresso il 13 giugno, a margine di un articolo di Camilla Cederna (esperta di costume e scrittrice brillante) intitolato Colpi di scena e colpi di karatè. Gli ultimi incredibili sviluppi del caso Pinelli. 4

5 Le settimane successive, il 20 e il 27 giugno, la lettera venne ripubblicata, con l'adesione di centinaia di personalità, anche di spicco, del mondo politico e intellettuale italiano, fino a giungere a 757 firme. [Vedi: Appendice A ] Ha detto in proposito il giornalista, saggista e scrittore italiano Gianpaolo Pansa: «Mi ero ben guardato dal firmarla, anche se le insistenze dei promotori mi pungolavano a farlo. Avevo scritto su piazza Fontana sin dal primo giorno. E in qualche modo rappresentavo la Stampa a Milano. Però mi ripugnava il ritratto che veniva dipinto di Calabresi. Lo ritenevo falso da cima a fondo. Inoltre volevo sottrarmi all aria pessima che tirava a Milano. Era un aria che puzzava di faziosità sfrenata, di furibondo partito preso, di certezze proclamate con il sangue agli occhi, di dubbi rifiutati con disprezzo. In quel clima, se non partecipavi al linciaggio di Calabresi una penale la pagavi. Ti accusavano di schierarti con i fascisti, cercavi i favori della polizia, facevi un giornalismo prezzolato, stavi al servizio della Direzione affari riservati del Viminale.» Mario Calabresi ha affermato in merito a quei quasi ottocento intellettuali: Devo dire che non amo le demonizzazioni. [ ] Peraltro, ho parlato con alcuni di quegli ottocento intellettuali e spesso mi è capitato di incontrarli, anche in ragione del lavoro che faccio. Molti di quelli con cui ho parlato mi hanno fatto capire che avevano firmato senza pensarci troppo, con un po' di leggerezza. E questo mi ha così impressionato che non ho mai firmato nessun appello [ ] la vicenda di quelle ottocento firme mi ha segnato: credo che ognuno abbia la responsabilità di quello che dice e di quello che scrive e che non possa nascondersi nel gruppo, pensando "va beh, tiro la pietra ma poi, in ottocento, chi l'ha tirata?" Il male italiano di allora - che mi sembra sia anche il male di oggi - è il conformismo. Il problema è che l'intellettuale dovrebbe essere una persona che non è conformista, che pensa con la propria testa, che ha la capacità delle idee. Condivido pienamente la posizione di Mario Calabresi: ciò che mi sconcerta maggiormente è che ad adeguarsi a un tale deprecabile conformismo sia stato un numero tanto elevato di esponenti di coloro, gli intellettuali, la cui caratteristica preponderante dovrebbe essere, dinanzi ad ogni aspetto della vita umana, la volontà di indagare, comprendere, penetrare a fondo per poi rielaborare in senso costruttivo e propositivo, ovvero un atteggiamento antitetico all accettazione superficiale di quanto è detto da altri. A ciò si aggiunge l aggravante dell entità delle accuse e della sicurezza ostentata nel farle, come emerge dalla testimonianza di Pansa. In realtà, l agire di quei firmatari tradì quello che dovrebbe essere uno dei compiti primari dell intellettuale: ricondurre alla razionalità il pensiero dei cittadini in tempi in cui la concitazione collettiva induce a comportamenti convulsi ed esasperati, ovvero guidare nel superamento degli stati di irrazionalità. L intellettuale, in vero, dovrebbe adoprarsi per l attuazione di una società in cui le relazioni non si fondino sullo scontro violento, ma sulla dialettica, con domande e risposte ponderate, non aprioristiche. Infatti egli dovrebbe essere motivato nel suo operare dal convincimento che ogni certezza è rivedibile alla luce del dubbio: il che non significa non prendere posizione, ma farlo solo dopo una profonda, elaborata indagine svolta con mente libera. Ne consegue che l atteggiamento dei 757 firmatari non fu da intellettuali, ma da corpaccio di manzoniana memoria. D altra la campagna diffamatoria contro il commissario Calabresi non fu alimentata solo dai giornali dell estrema sinistra, come affermato da Mario Calabresi: No, non c'era solo Lotta continua e nemmeno solo gli ottocento intellettuali Diciamo così: gli articoli che uno poteva leggere sul colpo di karate e tutto il resto si potevano trovare sull Avanti!", sull Unità", sui giornali studenteschi. sul Giorno" si trovavano insomma in luoghi molto diversi. Il punto è che Lotta continua aveva fatto di quella vicenda il suo campo di battaglia di quel periodo. Cerano tante occasioni di scontro, ma Lotta continua aveva sposato questa causa, era la sua campagna. Ma quella decisione alla fine ha condotto alla morte di mio padre (*). (*) NOTA [ - Su Lotta Continua del 6 giugno 1970 si leggeva: «Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito [...] Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, che più modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte...» - Il 18 maggio 1972 il giornale Lotta Continua titolò: «Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell'assassinio Pinelli». Nell'articolo l'omicidio Calabresi era definito «atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia».] 5

6 In vero il primo passo della campagna stampa contro Calabresi non venne compiuto dal giornale di Lotta continua, bensì da due quotidiani della sinistra storica: l Avanti! del Psi e l Unità del Pci, affiancati dal settimanale comunista Vie Nuove. Poi entrò in scena: L Espresso con la sua firma più famosa, Camilla Cederna. Subito dopo si mosse Lotta continua, di Adriano Sofri, e da quel momento la vita del commissario divenne una via crucis. Un estesa testimonianza documentale del linciaggio mediatico a cui fu sottoposto il commissario Calabresi può essere trovata in un brano tratto dal testo Mio Marito il commissario Calabresi (1990) scritto da Gemma Calabresi (moglie del commissario e madre di Mario), riportato nell Appendice B. Oggi Mario Calabresi dichiara : ricevo tantissime mail tutti i giorni e quelle che mi fanno più piacere sono scritte da persone che mi raccontano di aver pensato che mio padre era un assassino, di averlo gridato in piazza e di aver pensato che meritava di morire così. E oggi mi dicono: «Ho letto il suo libro e mi sono reso conto che per tutta la vita ho preferito coltivare un preconcetto ideologico e non mi sono mai informato, non mi sono mai curato di niente». Per me questo è il più grosso dei risarcimenti. Piccoli passi In vero una serie di piccoli, preziosi passi compiuti in questi ultimi anni ha favorito la riflessione collettiva su uno dei periodi più violenti della nostra storia. - Nel 2004 (mentre era presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi) il parlamento ha approvato all'unanimità una legge in favore delle vittime del terrorismo e delle stragi che prevede misure assistenziali e l'erogazione di benefici economici, nonché il risarcimento delle spese sostenute nel corso dei procedimenti penali. - Il 28 maggio 2005, nel corso di una cerimonia ufficiale, è stata affissa una targa a ricordo del giornalista Walter Tobagi nella via in cui fu assassinato: un gesto, arrivato con venticinque anni di ritardo, che ha permesso alla figlia Benedetta di tornare a passare per quella strada con un diverso stato d'animo. Vi sono vari altri sono i segni del risveglio da una sorta di amnesia collettiva: targhe, medaglie, francobolli, cippi a ricordo di diverse vittime. Si tratta di iniziative importanti, soprattutto per i parenti, bersagliati a lungo da scritte che bollavano i loro figli, i mariti o le mogli, i padri come complici del sistema o ignobili servi dello Stato. Ma più dei busti commemorativi e delle celebrazioni di rito, conta il percorso intrapreso per unificare la memoria degli italiani con iniziative di ampio respiro. - Il 9 maggio 2008 è stato celebrato per la prima volta il "Giorno della memoria" (istituito il 4 maggio dell'anno precedente dal parlamento e fortemente voluta dal presiedente Napolitano) a ricordo di tutte le vittime del terrorismo e delle stragi. In quella occasione, una rappresentanza di associazioni dei familiari è stata accolta con calore dal presidente Napolitano al Quirinale. - Nel 2007 Mario Calabresi (figlio di commissario Luigi Calabresi) ha pubblicato il libro Spingendo la notte più in là, ricostruendo in modo lucido e toccante il dramma di una famiglia bersagliata dall odio politico così da richiamare l attenzione su una immagine inquietante del nostro recente passato. - Nel 2008 è uscito il libro Sedie vuote - Gli anni di piombo: dalla parte delle vittime, risultato di un approfondito percorso di ricerca attraverso le vicende drammatiche e complesse degli anni di piombo compiuto da un gruppo di studenti liceali e universitari di Trento, a partire dalla lettura del libro di Mario Calabresi. Si tratta di un libro che non accusa con violenza, ma chiarisce. Un testo che dà voce a chi di solito non ne ha: i familiari delle vittime. - Il 03/11/2009 è stato pubblicato il libro Come mi batte forte il tuo cuore della giornalista Benedetta Tobagi, figlia del giornalista Walter Tobagi, assassinato nel 1980 dai terroristi della «Brigata XXVIII marzo». Nel testo l autrice, che aveva solo tre anni alla morte del padre, con forza, con delicatezza, ricostruisce la figura pubblica e privata del padre in un racconto che intreccia vibrazioni intime ad analisi storiche lucide e rigorose. - Nel 2009 Gemma Capra, vedova del commissario Luigi Calabresi, e Licia Rognini, vedova dell'anarchico Giuseppe Pinelli, hanno avuto modo di incontrarsi, si sono finalmente guardate negli occhi, si sono strette la mano. - Nel 2011 è uscito il libro Non dimenticare, non odiare di Eugenio Occorsio, figlio del giudice Vittorio, vittima del terrorismo di estrema destra nel L'autore, che aveva sempre rifiutato di parlare, spiega di essersi deciso a scrivere la sua storia dopo aver sentito il proprio figlio pieno di 6

7 rancore verso gli assassini. Per indurlo a ragionare, vincendo quel desiderio di vendetta che spesso è più intenso negli adolescenti, gli sembrava importante raccontargli la storia propria e del nonno, una figura luminosa di esemplare dedizione alla legge e alle istituzioni democratiche. - Più di recente sono usciti altre opere letterarie sugli anni di piombo, quali, per esempio, il saggio Ending Terrorism in Italy di Anna Cento Bull e Philip Cooke (Routledge, 2013), in cui si analizza come sia stata condotta e gestita la lotta al terrorismo sul piano legislativo e politico e le relative conseguenze che hanno reso problematica la chiusura della sua stagione. - Sul primo canale della RAI è stata messa in programmazione nel mese di gennaio del 2014 una miniserie intitolata Anni spezzati su uomini che caddero durante gli anni 70, quali il commissario Luigi Calabresi e il procuratore Mario Sossi. - Nella Legge di stabilità per l anno 2014 è stata recepita la concessione dei vitalizi ai familiari dei gravissimi invalidi vittime del terrorismo, a completamento della legge 3 agosto Restituire un volto e una storia a persone ridotte a simboli da colpire, senza rinunciare a cercare i frammenti di verità rimasti nascosti, è ciò che si deve a loro e a quanti altri sono nelle loro stesse condizioni. Infatti ciò che in primis vogliono i parenti delle vittime è fare memoria, ovvero non solo ricordare, bensì discendere sì nella profondità della propria vita, ma anche tramandare agli altri un messaggio autentico così da non permettere la dispersione della memoria storica degli eventi. Un attenzione particolare va rivolta all AIVITER (Associazione Vittime del Terrorismo) che, fondata nel 1984, ha sempre svolto una continua azione di sensibilizzazione e di informazione sia verso la cittadini, sia verso pubblici amministratori e politici, e si è sempre battuta, e continua a farlo, per testimoniare la validità e il valore del sacrificio compiuto da cittadini e servitori dello Stato per difendere la libertà e l'ordinamento democratico (riscontrando, purtroppo, talvolta un'attenzione minore verso le vittime che verso i loro carnefici). 7

8 Segue l'elenco dei 757 firmatari della lettera in ordine alfabetico. Appendice A Ezio Adami Mario Agatoni Clelia Agnini Nando Agnini Enzo Enriques Agnoletti Giorgio Agosti Alberto Ajello Nello Ajello Gianmario Albani Vando Aldovrandi Elio Aloisio Marina Altichieri Anselmo Amadigi Laura Ambesi Giorgio Amendola Sergio Amidei Luigi Anderlini Antonio Andreini Franco Antonicelli Filippo Arcuri Giulio Carlo Argan Giorgio Arlorio Annamaria Arisi Anna Arnati Aldo Assetta Gae Aulenti Orietta Avernati Ferruccio Azzani Giorgio Backaus Franco Baiello Anna Baldazzi Nanni Balestrini Aurelio Balich Carlo Ballicu Aldo Ballo Pietro Banas Julja Banfi Arialdo Banfi Marcello Baraghini Mario Baratto Andrea Barbato Mario Bardella Giovanna Bartesaghi Campanari Ada Bartolotti Mirella Bartolotti Carla Bartolucci Franco Basaglia Vittorio Basaglia Andrea Basili Eugenia Bassani Aldo Bassetti Marisa Bassi Emanuele Battain Giovanni Battigi Betty Bavastro Renato Bazzoni Marco Bellocchio Piergiorgio Bellocchio Aroldo Benini Giorgio Benvenuto Marino Berengo Gualtiero Bertelli Giorgio Bertemo Alberto Berti Bernardo Bertolucci Mario Besana Laura Betti Alberto Bevilacqua Bruno Bianchi Luciano Bianciardi Mario Biason Walter Binni Renzo Biondo Mercedes Bo Norberto Bobbio Giorgio Bocca Gaetano Boccafine Cini Boeri Renato Boeri Rodolfo Bollini Pietro Bolognesi Ermanna Bombonati Laura Bonagiunti Agostino Bonalumi Angela Bonanomi Giuseppe Bonazzi Mario Boneschi Luciana Bonetti Arrigo Bongiorno Vittorio Borachia Giuliana Borda Giampiero Borella Angelo Borghi Giampaolo Borghi Sergio Borsi Carlo Bosoni Angela Braga Aldo Braibanti Rina Bramè in Zanetti Tinto Brass Claudio Brazzola Nerina Breccia Maria Luisa Brenner Fulvia Breschi Anna Maria Brizio Vanna Brocca Laura Bruno Franco Brusati Giampaolo Bultrini Giorgio Cabibbe Corrado Cagli Mauro Calamandrei Alba Cella Calamida Leonida Calamida Giuseppe Caldarola Giacomo Calì Vittoria Calvan Maurizio Calvesi Floriano Calvino Riccardo Calzeroni Valeria Calzeroni Giovanna Campi Nino Cannata Michele Canonica Teodolinda Caorlin Elena Caporaso Ettore Capriolo Umberto Carabella Cosmo Carabellese Giulia Carabellese Tommaso Caraceni Tullio Cardia Pierre Carniti Tommaso Carnuto Fabio Carpi Armando Carpignano Dino Cartia Bruno Caruso Paolo Caruso Amedeo Casavecchia Andrea Cascella Alessandro Casillin Lucia Casolini Giorgio Catalano Giuseppe Catalano Liliana Cavani Paolo Cavara Camilla Cederna Giamprimo Cella Carla Cerati Roberto Cerati Mario Ceroli Lorenzo Certaldi Miriam Certi Bianca Ceva Sandra Cheinov Francia Chemollo Alfredo Chiappoli Francesco Ciafaloni Vincenzo Ciaffi Lidia Ciani Umberto Cinti Mariella Codignola Ezio Cogliati Lucio Colletti Enrica Collotti Pischel Furio Colombo Luigi Comencini Franco Contorbia Gianni Corbi Sergio Corbucci Elisabetta Corona Teresa Corsi Luigi Cortesi Giulio Cortini Giuseppe Cosentino Luigi Cosenza Radames Costa Gastone Cottino Gabriella Covagna Bruno Crimi Paolo Crivelli Virgilio Crocco Roberto D'Agostino Sandra Dal Pozzo Enzo D'Amore Guido Davico Bonino Maria Teresa De Laurentis Fausto De Luca Giorgio De Luca Giorgio De Marchis Giorgio De Maria Giovanni De Martini Tullio De Mauro Stefano De Seta Vincenzo De Toma Stefano De Vecchi Sergio De Vio Vittoria De Vio Giuseppe Del Bo Giuseppe Della Rocca Giampiero Dell'Acqua Luigi Dell'Oro Anna Maria Demartini Bibi Dentale Fabrizio Dentice Luca D'Eramo Stefano Di Donat Sara Di Salvo Tommaso Di Salvo Luciano Doddoli Delia Dominella Piero Dorazi Gillo Dorfles Umberto Dragone Guglielmo Dri Susan Dubiner Antonio Duca Umberto Eco Giulio Einaudi Ingrid Enbom Angelo Ephrikian Maria Concetta Epifani Sergio Erede Bruno Ermini Franco Ermini Vincenzo Eulisse Gianni Fabbri Marisa Fabbri Bruno Fabretto Mario Fabretto Elvio Fachinelli Vittorio Fagone Carlo Falconi Annagiulia Fani Teresa Fanigarda Alberto Farassino Luciana Farinella Franco Fayenz Federico Fellini Inge Feltrinelli Marina Feraci Mario Ferrantelli Alberto Ferrari Ernesto Ferrero Arnaldo Ferroni Pierluigi Ficoneri Gaetana Filippi Giampaolo Filotico Piero Filotico Marco Fini Paola Fini Roberto Finzi Milva Fiorani Elio Fiore Leonardo Fiori Giosuè Fittipaldi Dario Fo Luciano Foà Domenico Foderaro Carla Fontana Manuele Fontana Massimiliano Fontana Ada Fonzi Bruno Fonzi Franco Fornari Carla Forta Franco Fortini Paolo Fossati Gennaro Fradusco Bruna Franci Aldo Franco Giuseppe Franco Bice Fubini Marisetta Fubini Alberto Fuga 8

9 Mario Fumero Maria Grazia Furlani Marchi Floriana Fusco Benedetta Galassi Beria Giancarlo Galassi Beria Silvia Galaverni Aldo Galbiati Virginia Galimberti Mario Gallo Severino Gambato Lucio Gambi Renato Gambier Antonio Gambino Maria Teresa Gardella Edoardo Garrone Emilio Garroni Giustino Gasbarri Cristiano Gasparetto Maria Gasparetto Schiavon Luciano Gaspari Bruna Gasparini Nuccia Gasparotto Mario Gatti Anna Gattinoni Camillo Gattinoni Emilio Gavazzotti Ugo Gazzini Mariella Genta Mauro Gentili Alessandro Gerbi Francesco Ghiretti Anna Ghiretti Magaldi Bona Ghisalberti Giobattista Gianquinto Natalia Ginzburg Giovanni Giolitti Vincenzo Giordano Fabio Giovagnoli Giovanni Giudici Marinella Giusti Enzo Golino Letizia Gonzales Vittorio Gorresio Delia Grà Romano Stefano Granata Paola Grano Franco Graziosi Armando Greco Carlo Gregoretti Ugo Gregoretti Augusta Gregorini Laura Grisi Laura Griziotti Anna Gualtieri Franca Gualtieri Luciano Guardigli Pierluciano Guardigli Ruggero Guarini Augusto Guerra Salvatore Guglielmino Armanda Guiducci Roberto Guiducci Renato Guttuso Margherita Hack Ulrica Imi Delfino Insolera Gabriele Invernizzi Renato Izozzi Alberto Jacometti Lino Jannuzzi Emilio Jona Pietro La Gioiosa Vittorio La Gioiosa Rosamaria La Gioiosa in Giovagnoli Oliviero La Stella Riccardo Landau Liliana Landi Giuseppe Lanza Marina Laterza Vito Laterza Gustavo Latis Marta Latis Giorgio Lattes Giuliana Lattes Felice Laudadio Marcella Laurenzi Mario Lazzaroni Giorgio Leandro Franco Lefevre Ettore Lenzini Marcello Lenzini Franco Leonardi Irene Leonardi Rita Leonardi Francesco Leonetti Isabella Leonetti Ugo Leonzio Laura Lepetit Carlo Levi Primo Levi Bruno Libello Laura Lilli Claudio Lillini Marino Livolsi Carlo Lizzani Daniela Lizzi Maurizio Lizzi Germano Lombardi Riccardo Lombardi Giordano Loprieno Mariella Loriga Giuseppe Loy Nanni Loy Nico Luciani Franca Lurati Clara Lurig Giulio A. Maccacaro Marisa Macerollo Mario Macola Manuela Magro Carlo Mainoldi Susjanna Majella Carlo Majer Giancarlo Majorino Thomas Maldonado Maria Vittoria Malvano Piero Malvezzi Mauro Mancia Bruno Manghi Eleonora Mantese Manlio Maradei Adriana Marafioti Dacia Maraini Elio Maraone Laura Marasso Paladina Aldo Marchi Enzo Mari Giovanni Mariotti Giancarlo Marmori Lilly E. Marx Carlo Mascetti Francesco Maselli Vitilio Masiello Ennio Mattias Augusto Mattioli Clara Maturi Egidi Achille Mauri Fabio Mauri Carlo Mazzarella Giovanna Mazzetti Lorenza Mazzetti Cosimo Marco Mazzoni Alceste Mazzotti Carmine Mecca Marina Meltzer Lodovico Meneghetti Mino Menegozzi Giorgio Menghi Giuliano Merlo Aldo Messasso Giuseppe Mezzera Lidya Micheli Paolo Mieli Mieke Mijnlieff Paolo Milano Carla Milgiarini Giovanna Minotti Annabella Miscuglio Enrico Mistretta Ludovica Modugno Paolo Modugno Franco Mogari Franco Mogni Davide Moisio Francesco Moisio Maria Vittoria Molinari Francesco Molone Arnaldo Momo Cecilia Moneti Furio Monicelli Mino Monicelli Giuliano Montaldo Adolfo Montefusco Grazia Montesi Pio Montesi Maria Monti Morando Morandini Alberto Moravia Guido Morello Diego Moreno Salvatore Morgia Alba Morino Berto Morucchio Salvatore Morvillo Franco Mulas Mimi Mulas Adriana Mulassano Ezio Muraro Paolo Murialdi Cesare Musatti Mariuccia Musazzi Sergio Muscetta Carlo Mussa Ivaldi Franca Mussa Ivaldi Gianna Navoni Benedetto Negri Toni Negri Grazia Neri Annamaria Nicora Hribar Riccardo Nobile Luigi Nono Mimma Noriglia Guido Nozzoli Luigi Odone Annamaria Olivi Pietro Omodeo Giulio Onici Fabrizio Onofri Valentino Orsini Silvana Ottieri Giulio Pace Enzo Paci Luciano Pacino Zulma Paggi Walter Pagliero Giancarlo Pajetta Aldo Paladini Giannantonio Paladini Luciana Paladini Conti Salvatore Palladino Ettore Pancini Pietro Pandiani Francesco Panichi Alcide Paolini Piergiorgio Paoloni Letizia Paolucci Ivo Papadia Luca Paranelli Roberto Paris Silvia Parmeggiani Scatturin Ferruccio Parri Giordano Pascali Pier Paolo Pasolini Daniela Pasquali Ernesto Pasquali Luca Pavolini Giorgio Pecorini Rossana Pelà Alessandro Pellegrini Baldo Pellegrini Carla Pellegrini Lorenzo Pellizzari Dario Penne Andrea Penso Giovanni Pericoli Maria Pericoli Paolo Pernici Irene Peroni Mario Perosillo Nico Perrone Romano Perusini Carla Petrali Elio Petri Domenico Pezzinga Leopoldo Piccardi Mario Picchi Cristina Piccioli Giuseppe Picone Ugo Pierato Maria Novella Pierini Piero Pierotti Ettore Pietriboni 9

10 Bice Pinnacoli Elsa Piperno Giosuè Pirola Ida Pirola Ugo Pirro Ugo Pisani Paola Pitagora Fernanda Pivano Luciano Pizzo Giovanna Platone Garroni Franco Pluchino Giancarlo Polo Giò Pomodoro Gillo Pontecorvo Antonio Porta Paolo Portoghesi Domenico Porzio Umberto Pozzana Emilio Pozzi Silvio Pozzi Claudio Pozzoli Serafino Pozzoni Pasquale Prunas Silvio Puccio Giulia Putotto Franco Quadri Massimo Quaini Sofia Quaroni Guido Quazza Folco Quilici Giovanni Raboni Emilia Raineri Franca Rame Dino Rausi Carlo Ravasini Luciano Redaelli Enrico Regazzoni Aloisio Rendi Nelly Rettmeyer Enzo Riboni Tina Riccaldone Aldo Ricci Carlo Ripa di Meana Vittorio Ripa di Meana Angelo Maria Ripellino Claudio Risè Nelo Risi Giuseppe Riva Carlo Rivelli Françoise Marie Rizzi Oreste Rizzini Giulia Rodelli Luigi Rodelli Carlo Rognoni Piero Rognoni Lalla Romano Marco Romano Gabriella Roncali Guido Roncali Maria Roncali Luisa Ronchini Roberto Ronchini Alberto Ronelli Gianluigi Rosa Carlo Rossella Giovanna Rosselli Mario Rossello Enrico Rossetti Serena Rossetti Gaetano Rossi Orazio Rossi Pietro Rossi Ettore Rotelli Maria Luisa Rotondi Irene Rovero Giovanni Rubino Maria Ruggieri Luigi Ruggiu Marisa Rusconi Francesco Russo Luisa Saba Adele Saccavini Giancarlo Sacconi Carlo Salinari Pietro Salmoiraghi Alberto Samonà Giuseppe Samonà Salvatore Samperi Carlo Santi Natalino Sapegno Carla Sartorello Sergio Saviane Angelica Savinio Ruggero Savinio Marina Saviotto Claudio Scaccabarozzi Eugenio Scalfari Nino Scanni Carlo Scardulla Luigi Scatturin Vladimiro Scatturin Mario Scialoja Toti Scialoja Antonio Scoccimarro Gino Scotti Giuliana Segre Giorgi Marialivia Serini Enzo Siciliano Luigi Simone Ulderico Sintini Mario Soldati Sergio Solimi Franco Solinas Sandro Somarè Romano Sorella Libero Sosio Corrado Sozia Rosalba Spagnoletti Sergio Spina Mario Spinella Nadia Spreia Paolo Spriano Pasquale Squitieri Giancarlo Staffolani Brunilde Storti Antonino Suarato Giuseppe Surrenti Silvana Tacchio Manfredo Tafuri Aldo Tagliaferri Carlo Taviani Paolo Taviani Vittorio Taviani Marisa Tavola Wladimir Tchertkoff Giorgio Tecce Rubens Tedeschi Maria Adele Teodori Massimo Teodori Umberto Terracini Angela Terzani Tiziano Terzani Duccio Tessari Nazario Sauro Tiberi Giovanni Tochet Rorò Toro Emanuela Tortoreto Fedele Toscani Oliviero Toscani Marirosa Toscani Ballo Rita Trasei Julienne Travers Ernesto Treccani Renato Treccani Bruno Trentin Giorgio Trentin Picci Trentin Giuseppe Turani Saverio Tutino Filomena Uda Flavia Urbani Marina Valente Francesco Valentini Giovanna Valeri De Santis Aldo Valia Laura Valia Bernardo Valli Nanny Van Velsen Guido Vanzetti Paolo Vascon Luciano Vasconi Domenica Vasi Sergio Vazzoler Emilio Vedova Maria Venturini Virgilio Vercelloni Lea Vergine Maura Vespini Carlo Augusto Viano Vittorio Vidali Lucio Villari Sandro Viola Giovanni Virgadaula Aldo Visalberghi Massimo Vitali Corrado Vivanti Alessandra Volante Giuseppe Voltolini Gregor Von Rezzori Joachim Von Schweinichen Annapaola Zaccaria Livio Zanetti Antonio Zanuso Francesco Zanuso Marco Zanuso Ornella Zanuso Domenico Zappettini Marvi Zappettini Cesare Zavattini Giorgio Zecchi Sandro Zen Alfredo Zennaro Bruno Zevi Alberto Zillocchi Carla Zillocchi Mario Zoppelli Fulvio Zoppi Nicoletta Zoppi Giovan Battista Zorzoli 10

11 Appendice B Il linciaggio del commissario Calabresi Tratto da Mio Marito il commissario Calabresi, ed. Paoline Milano 1990 Il commissario di PS Luigi Calabresi fu accusato della morte dell'anarchico Pinelli, indiziato della strage di piazza Fontana avvenuta a Milano il 12 dicembre Il commissario, come stabilì la magistratura, era innocente ma Lotta Continua e Adriano Sofri, con tutta la sinistra al seguito imbastirono un vergognoso linciaggio, una vera e propria istigazione all'assassinio... di Gemma Capra «Lotta Continua» allo scoperto Quando sento ancora oggi affermare, da personaggi come Lanfranco Bolis o Marco Boato, che «Calabresi lo volevamo vivo per sapere come e perché era morto Pinelli», e che «cercavamo le sue denunce, volevamo un processo pubblico», devo concludere che queste persone hanno la memoria corta. Dichiarazioni come queste contengono tra l'altro l'implicita accusa a Gigi di essere stato il responsabile della morte di Pinelli, quando è stato accertato, al di là di ogni possibile dubbio, che, al momento del fatto, egli neppure si trovava nella stanza. Può darsi che Bolis e Boato abbiano voluto davvero un processo a Calabresi, ma in questo caso essi non possono oggi parlare a nome di Lotta Continua, bensì soltanto a titolo personale. Il processo lo volle la controparte, lo vollero i giudici che raccolsero la denuncia sottoscritta da Licia Pinelli, ma Lotta Continua ne auspicò, fin dal primo istante, una cosa soltanto: la morte. Ciò è provato mille volte. Dopo la serie di vignette dedicate a Gigi, Lotta Continua uscì allo scoperto con un suo ritratto dal titolo Un uomo di successo. L'articolo riassumeva e faceva proprie le insinuazioni già diffuse con le istanze alla Procura e con gli articoli dei quotidiani del PSI e del PCI: il segno di agopuntura, l'ambulanza che sarebbe stata chiamata prima della caduta di Pinelli, il particolare della versione della scarpa rimasta in mano al brigadiere, inventato dall'avanti!'. Accompagnato dalla battuta: «A meno che questi anarchici non abbiano addirittura tre piedi: gente strana, d'altronde, da cui ci si può aspettare qualsiasi cosa». Tutte queste falsità venivano naturalmente presentate come verità assolute. Di loro iniziativa, i redattori di Lotta Continua aggiungevano una novità che, fino a quel momento, era stata anticipata, ma soltanto marginalmente, da l'unità: l'appartenenza di Gigi alla CIA, la sua «formazione» negli Stati Uniti, dove mio marito non si era mai recato, i servigi che egli avrebbe reso «al generale Edwin A. Walker, uomo di Barry Goldwater». Il tutto condito con due fotografie: una di Gigi e una dell'attore Gianmaria Volente, protagonista del film Un cittadino al di sopra di ogni sospetto. E la dicitura: «Due commissari: uno ha già confessato». Fu l'articolo per il quale Gigi presentò la sua prima querela per diffamazione. La risposta di Lotta Continua non si fece attendere. Nel numero del 14 maggio 1970, sotto il titolo: Gli assassini di Pinelli escono allo scoperto La querela del commissario finestra contro LC - CALABRESI, SEI TU L'ACCUSATO, si poteva leggere: «Le nostre armi sono altre, più difficili, più faticose, più pericolose, ma infinitamente più efficaci. E l'organizzazione della forza e dell'autonomia del proletariato che farà giustizia di tutti i suoi nemici. Dell'assassinio di Pinelli abbiamo detto a chiare lettere che il proletariato sa chi sono i responsabili e saprà fare vendetta della sua morte». Ben presto questo lugubre auspicio divenne volontà esplicita, minaccia inequivocabile urlata a squarciagola nelle assemblee e nelle piazze, promessa scritta e ossessivamente ripetuta sul giornale del movimento. «Questo marine dalla finestra facile», scrive Lotta Continua il 6 giugno 1970 «dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito (...) Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, che più modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte...». Il primo ottobre, nell'imminenza del processo, esce l'articolo dal titolo Pinelli un rivoluzionario, Calabresi un assassino. L'articolo ripropone dapprima il repertorio delle «torture» ai giovani anarchici, quindi la ormai consueta versione della morte di Pinelli: «Intorno alla mezzanotte viene spinto giù dalla finestra dopo che un colpo di karaté gli ha procurato una lesione bulbare». Infine, la più esplicita delle minacce: «Siamo stati troppo teneri con il commissario di PS Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare Ì compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato ad odiarlo; la sua funzione di sicario è stata denunciata alle masse che hanno incominciato a conoscere i propri nemici di persona, con nome, cognome e indirizzo. E chiaro a tutti, infatti, che sarà Luigi Calabresi a dover rispondere pubblicamente del suo delitto contro il proletariato. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell'assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara. (...) È per questo motivo che nessuno, e tantomeno Calabresi, può credere che quanto diciamo siano facili e velleitarie minacce. Siamo riusciti a trascinarlo in tribunale, e questo è certamente il pericolo minore per lui, ed è solo l'inizio. Il terreno, la sede, gli strumenti della giustizia borghese, infatti, sono giustamente del tutto estranei alle nostre esperienze, alle nostre lotte, alle nostre idee, e non è certamente dalla legge dello Stato capitalista che ci attendiamo la punizione di un suo servo zelante; non dai giudici "progressisti e onesti"; non da un dibattimento i cui codici, norme e regole, creati dalla borghesia per controllare gli sfruttati, non possono essere utilizzati dai proletari, ma solo da questi distrutti. (...) Ma dentro l'aula della prima sezione, dentro il tribunale, attorno ad esso, nelle strade e nelle piazze, II proletariato emetterà 11

12 il suo verdetto, lo comunicherà, e ancora là, nelle piazze e nelle strade, lo renderà esecutivo. Calabresi ha paura ed esistono validi motivi perché ne abbia sempre di più. Quando gli sfruttati rompono le catene dell'ideologia borghese e praticano le proprie idee, la forza dell'esempio diventa dirompente; i proletari di Trento che hanno rifiutato la legalità borghese per assumere quella rivoluzionaria, hanno compiuto il primo processo e la prima esecuzione. L'imputato e vittima del secondo è già da tempo designato: un commissario aggiunto di PS, torturatore e assassino: Luigi Calabresi». E affinché non possano più sussistere dubbi, il giornale aggiunge: «Sappiamo che l'eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati; ma è questo, sicuramente, un momento e una tappa fondamentale dell'assalto del proletariato contro lo Stato assassino». «La sentenza esiste già» Piovono le lettere di approvazione. Il fascicolo del 30 ottobre pubblica questa lettera di un «compagno carcerato»: «L'articolo su Calabresi mi ha ricordato che la sentenza esiste già nel cuore di tutti i proletari: manca solo che la si esegua». Del resto, quale verità poteva attendere, Lotta Continua, da un tribunale di giudici che disprezzava e rifiutava? Sotto il tìtolo Chi sono i magistrati, ecco che cosa scriveva il 15 ottobre 1970: «Sono quegli squallidi avanzi dell'umanità che si fanno pagare fior dì quattrini per continuare a condannare i proletari. Selezionati in base al censo e al ruffianismo, sono scagnozzi chiamati dai padroni ad amministrare la giustizia contro il popolo. Al processo borghese, ai suoi riti giuridici, alla sua conclusione, siamo e ci sentiamo profondamente estranei. La chiarezza, la verità sulla morte di Pino Pinelli, del proletario assassinato perché aveva potuto capire troppe cose, non ce l'aspettiamo sicuro né dal dibattimento, né dalla conclusione, quale che sia, dì quella lugubre farsa, recitata in toga nel chiuso di un palazzo fascista. La chiarezza, la verità sulla strage di Stato, come ogni chiarezza e verità che conti, non può trovare spazio alcuno nei palazzi di giustizia, nelle aule dei tribunali borghesi. In quei luoghi, su quel terreno, tale chiarezza o verità può solo rimanere mortificata, distorta, stravolta in menzogna e complotto». In un'altra occasione, il 6 giugno, aveva scritto: «Quando si tratta di magistrati e poliziotti, dobbiamo sempre andare oltre nell' ipotizzarne e prevederne il comportamento criminale». E il 24 novembre ribadirà: «Questo processo serve solo a dimostrare il totale e assoluto antagonismo tra noi, la nostra pratica, le nostre idee, e la giustizia dei padroni. A riaffermare ancora una volta che non esiste possibilità alcuna di uso alternativo del tribunale, che non sia la sua distruzione. La coscienza della nostra assoluta estraneità alle regole della giustizia borghese diventa sempre più radicale e lucida: è questo il dato formidabile. La nostra volontà di opporre a questo processo la pratica della giustizia proletaria, di restituire al popolo la possibilità materiale di applicare la sua legge, è anche l'unico modo concreto di spezzare la criminale catena della strage di Stato». Perciò, non si chiede giustizia a magistrati che si ritengono incapaci di farla, non sì attende da terzi, per di più sospetti, il giudizio su un uomo che si è già condannato. Anche se, per avventura, fosse innocente. Come afferma questo brano di Lotta Continua, pubblicato nel già ricordato articolo del 14 maggio 1970 sotto il titolo: Calabresi, sei tu l'accusato: «Abbiamo scritto più volte che Calabresi è un assassino. Era giusto farlo e oggi lo ribadiamo con più forza e convinzione, e non sarà una querela per diffamazione che ce lo impedirà. E questo anche se, per caso, il colpo di karaté non fosse stato lui a darlo, ma, mettiamo, l'agente Mucilli, o se, per ipotesi, non fosse stato Calabresi a buttare il corpo di Pinelli dalla finestra, ma, mettiamo, Vito Panessa. È lui l'organizzatore e quindi è lui l'assassino». La campagna di Lotta Continua contro Gigi prosegue lungo tutto il Naturalmente, non basterebbe un volume per documentarla tutta, per cui mi limiterò a qualche cenno. Il 6 maggio 1971, sotto il titolo L'assassino alle corde Calabresi tenta il tutto per tutto: «...Calabresi, assassino, stia attento. Il suo nome è uno dei primi della lista». II 25 maggio, dopo la ricusazione del presidente del Tribunale: «Questo processo non ha più storia, se mai ne ha avuta. L'assassinio di Pinelli è qualcosa di cui i padroni non riescono a controllare gli effetti a catena, al punto da non trovare più neppure uno straccio di servo disposto a condannarci». Il 26 giugno, in un articolo in difesa di Braschi, Faccioli e Pella Savia, appena condannati grazie alle prove fornite dalla questura: «La fine di questa storia sarà il proletariato a scriverla: un tribunale popolare e soprattutto una giuria che non potrà essere assolutamente ricusata. E questo vale naturalmente anche per Calabresi». «Ci vuole la calibro 38 special» Gli attacchi riesplodono dopo la morte di Franco Serantini, un anarchico di Pisa morto in carcere per malore, «a seguito», scrive Lotta Continua, nel frattempo divenuta quotidiano da mercoledì 12 aprile 1972, «del pestaggio subito dalla polizia». Nell'articolo di fondo del 9 maggio: «Così, tutta la capacità di odio e di violenza vigliacca di un pugno di poliziotti, uomini come Calabresi, si è congiunta con le decisioni e i programmi dei potenti, dei padroni e dei ministri, di quelli che dosano la quantità di furia omicida dei loro dipendenti a seconda dei tempi». Il titolo dell'articolo di fondo è esplicito: Da Pinelli a Serantini. In un vistoso riquadro di prima pagina, una frase di Antonio Granisci, dall 'Avanti! del 7 giugno 1910: «Un questurino vale oggi politicamente più di un deputato: un deputato è una finzione giuridica, un questurino è una parte del potere». Il 13 maggio (mancano cinque giorni all'uccisione di Gigi), Adriano Sofri tiene a Pisa un comizio per commemorare Serantini. Le sue parole sono pubblicate in prima pagina nel quotidiano del 16 maggio (manca un giorno all'uccisione di Gigi): 12

13 «Siamo venuti a dire che, come il ferroviere anarchico Pinelli non era solo, così lo studente rivoluzionario Serantini, figlio di nessuno, non è solo... A dire che noi strumentalizziamo Pinelli e Serantini, perché Pinelli e Franco, e ogni altro compagno rivoluzionario, sono, da vivi e da morti, strumento cosciente e volontario di una lotta collettiva: la lotta per il comunismo... Al contrario che nel , lo squadrismo irregolare è oggi la truppa di rincalzo nei confronti della truppa decisiva, formata dalla polizia... I militanti, i proletari, si trovano immediatamente contro la violenza squadrista dell'apparato statale e la individuano come il nemico principale». Tale nemico, «proletari del PCI e proletari delle organizzazioni extraparlamentari» devono affrontarlo uniti «con tutta la loro forza, politica e militare». La mattina del delitto, Pinelli e Calabresi scompaiono dalle pagine di Lotta Continua. Negli Stati Uniti hanno sparato a George Wallace, candidato democratico alla presidenza. Il quotidiano ne da notizia in prima pagina scrivendo: «George Wallace, bianco, 53 anni, fascista, criminale, assassino, forse sopravviverà. Peccato. Tutti i criminali che ordinano i bombardamenti dei popoli indocinesi, quando viene toccato uno della loro cricca, un porco dello stesso porcile, allora piangono e parlano, come il boia Nixon, di violenza. All'attentatore suggeriamo, per la prossima volta, di non usare una pistola calibro 22. Come dicono i compagni rivoluzionari neri, che lo hanno imparato a proprie spese, per ammazzare il porco ci vuole la calibro 38 Special». «Sa, eravamo tutti giovani e scatenati» Su Panorama del 21 agosto 1988, Enrico Deaglio, ex direttore di Lotta Contìnua e ora redattore di Epoca, ebbe a dichiarare, in un'intervista: «Sandro Pertini ci prese in simpatia per un nostro titolo sulla sua elezione a presidente della Repubblica e invitava ogni tanto al Quirinale Sofri e altri di LC». Su L'Espresso del 4 settembre 1988, Gad Lerner, ex vicedirettore di Lotta Continua e ora redattore di quel settimanale, scriveva: «Bompressi? L'ultima volta insieme è stato nientemeno che al Quirinale, quando andammo in visita al neo eletto presidente Pertini», Su una facciata di un «45 giri» stampato e venduto da Lotta Continua in 50 mila esemplari era incisa una canzone dal titolo Scade la ferma, «parole e musica del proletariato». La strofa d'inizio diceva: «Scade la ferma al Quirinale / ogni sette anni cambia maiale». Sull'altra facciata era incisa La ballata del Pinelli: «Quella sera a Milano era caldo / Calabresi nervoso fumava. / "Tu Lograno apri un po' la finestra". / Ad un tratto Pinelli cascò. / "Poche storie, confessa, Pinelli, / c'è Valpreda che ha già parlato. / È l'autore di questo attentato / ed il complice è certo sei tu". / "Impossibile grida Pinelli /un compagno non può averlo fatto. / E l'autore di questo delitto / tra i padroni bisogna cercar"./ "Stai attento indiziato Pinelli. / Questa stanza è già piena di fumo. / Se tu insisti apriam la finestra: / quattro piani son duri da far". / Calabresi e tu Guida assassini / se un compagno avete ammazzato / questa lotta non avete fermato / la vendetta più dura sarà». Altri «45 giri» stampati e diffusi da Lotta Continua erano «La violenza» («E ho visto le autoblindo / rovesciate e poi bruciate / tanti e tanti baschi neri / con le teste fracassate»), «L'ora del fucile» («Cosa vuoi di più compagno per capire / che è suonata l'ora del fucile?»), «Trenta luglio alla Ignis» («Cari compagni quella gran forca / dovremo farla ben resistente / per impiccarci assieme ai fascisti / il padron Borghi porco fetente»), II 18 ottobre 1971 il procuratore della Repubblica di Torino citò un gruppo di militanti sorpresi a vendere questi dischi, e i sei direttori di Lotta Continua, per istigazione a delinquere. Cinquanta intellettuali (artisti, saggisti, romanzieri e registi) firmarono un manifesto di solidarietà dichiarando di condividere gli incitamenti di Lotta Continua alla lotta armata contro lo Stato, e facendo capire al procuratore «che un'eventuale condanna avrebbe dovuto passare sul loro corpo». Nella lettera aperta al procuratore sì poteva leggere: «Testimoniamo pertanto che, quando i cittadini da lei imputati affermano che in questa società "l'esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione delle lotte di classe", noi Io affermiamo con loro. Quando essi dicono "se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andarci a riprendere quello che hanno rubato", lo diciamo con loro. Quando essi gridano "lotta di classe, armiamo le masse", lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a "combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento", ci impegniamo con loro». Seguivano le firme: Enzo Paci, Giulio A. Maccacaro, Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Marino Barengo, Umberto Eco, Paolo Portoghesi, Vladimiro Scatturin, Alberto Samonà, Lucio Colletti, Tinto Brass, Paolo Pernici, Giancarlo Maiorino, Francesco Leonetti, Manfredo Tafuri, Carlo Gregoretti, Giorgio Pecorini, Michele Canonica, Paolo Mieli, Giuseppe Catalano, Mario Scialoja, Saverio Tutine, Giampaolo Bultrini, Sergio Saviane, Serena Rossetti, Franco Lefevre, Elio Aloisio, Alfredo Zennaro, Renato Izozzi, Giovan Battista Zorzoli, Cesare Zavattini, Bruno Caruso, Mario Ceroli, Franco Mulas, Emilie Garroni, Nelo Risi, Valentino Orsini, Giovanni Raboni, Luciano Guardigli, Franco Mogni, Giulio Carlo Argan, Alessandro Casillin, Domenico Porzio, Giovanni Giolitti, Marmele Fontana, Giuseppe Samonà, Salvatore Samperi, Pasquale Squitieri, Natalia Ginzburg, Tullio De Mauro, Francesco Valentini. L'Europeo, che diciassette anni dopo ripescò questo documento, andò a chiedere ad alcuni degli autori perché lo avessero firmato. Le risposte sono state pubblicate dal settimanale il 12 agosto Il 17 agosto cosi le ha commentate il filosofo Saverìo Vertone in un corsivo di prima pagina sul Corriere della Sera: «[Dalle loro risposte] è uscito un nuovo manifesto, più frammentario e meno curato, ma se possibile ancora più stupefacente dell'altro. Sempre sensitivi, come quelli dei cani da caccia, questa volta i nasi hanno fiutato un'aria diversa, ed esposti tra una corrente e l'altra si sono raffreddati. Samperi, ad esempio, ha sommessamente aspirato con una narice e sonoramente starnutito con l'altra: 13

14 "Ognuno ha diritto di sostenere che bisogna prendere le armi, senza che questo significhi prenderle". Argan ha arricciato le sue con severità: "Non ricordo più nulla. Firmai il documento, ma non vorrei tornarci sopra". Natalia Ginzburg sì è turata occhi e bocca: "Non capisco che cosa si vuole da me. Non ho niente da dichiarare". Domenico Porzio, che all'epoca doveva avere almeno 45 anni, ha fatto una smorfia sbarazzina: "Sa, eravamo tutti giovani e scatenati". Altri, compuntamente, hanno definito "metafore" (di che?) quelle dichiarazioni, quelle grida, quegli impegni. Tutti hanno usato il tono di chi abbia nascosto alla dogana tutt'al più una bottiglia di whisky o una stecca di Marlboro. Samperi ha battuto tutti in acrobazia, rivelando allo stato puro la prudente vocazione italiana a stipulare patti col diavolo senza rinunciare alla protezione dell'acqua santa. È una tradizione che vanta nobili precedenti e sostanziose ragioni e che consente di mettere d'accordo coscienza e incoscienza, tasche e vessilli, carriere ben protette e glorie ribelli. «Siamo abituati a condannare il linguaggio, l'irresponsabilità e l'arroganza della nostra classe politica. Bisogna riconoscere che l'irresponsabilità e l'arroganza di questo linguaggio potrebbero fare ombra a quelle del peggior sottosegretario ai Lavori Pubblici. In compenso ci aiutano a capire quel che è successo in un decennio tra i più singolari della nostra storia, durante il quale nulla è stato vero, non la repressione, non la rivoluzione, non i governi, non l'opposizione, e però un poderoso schieramento di idee, parole, atteggiamenti non veri ha prodotto pistolettate vere. L'unica cosa reale degli anni Settanta sono stati purtroppo i morti. Tutto il resto, come dimostra questo documento, era finto». 14

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