Il Partigiano di Piazza dei Martiri

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3 Enzo Barnabà Il Partigiano di Piazza dei Martiri Storia del siciliano che combatté i nazisti e finì appeso a un lampione Prefazione di Luca Barbieri Postfazione di Maurizio Angelini infinito e d i z i o n i

4 Copyright Infinito edizioni, 2013 Prima edizione: 2013 Infinito edizioni S.r.l. Formigine (MO) Posta elettronica: Sito Internet: Facebook: Infinito edizioni ISBN Copertina: Infinito edizioni Impaginazione e grafica: Infinito edizioni Immagine di copertina: per gentile concessione della Biblioteca civica di Belluno Fondo fotografico Questo romanzo è liberamente ispirato alle vicende di Salvatore Ciro Cacciatore, la cui reale biografia viene presentata nell appendice del presente libro. Ogni riferimento a persone, cose e situazioni non storiche è del tutto casuale.

5 Indice Prefazione di Luca Barbieri pag. 7 Prima parte I pag. 11 II pag. 15 III pag. 21 IV pag. 31 V pag. 37 VI pag. 45 VII pag. 53 VIII pag. 61 IX pag. 67 X pag. 71 XI pag. 77 XII pag. 85 Seconda parte I pag. 93 II pag. 99 III pag. 105 IV pag. 111 V pag. 113 VI pag. 119 VII pag. 125 VIII pag. 129 IX pag. 133

6 X pag. 139 XI pag. 143 XII pag. 145 XIII pag. 149 XIV pag. 157 XV pag. 161 Postfazione di Maurizio Angelini pag. 169 Appendice Ciro, un siciliano nel movimento partigiano bellunese pag. 175 Andata senza ritorno per Francesco e Ciro pag. 181 Immagini e documenti pag. 183

7 7 Prefazione di Luca Barbieri giornalista del Corriere del Veneto Il Partigiano di Piazza dei Martiri di Enzo Barnabà è un romanzo vero. Sa di vita, passioni, quotidianità, storia. Quella con la s minuscola, quotidiana e profonda, che ci sfiora ogni giorno anche senza che ce ne accorgiamo. Quando passeggiamo nelle nostre città, leggiamo distrattamente una targa, sorseggiamo l aperitivo in una piazza, inconsapevoli ormai delle vicende che quel luogo ha ospitato, delle voci e delle immagini intrappolate nelle pietre dei palazzi. Senza retorica, Il Partigiano di Piazza dei Martiri ci conduce per mano dentro la Resistenza, nelle vite a volte statuarie, a volte incoerenti, vere, e proprio per questo formidabili di persone che scelsero di essere veri patrioti, di ricostruire un Italia che il fascismo aveva prima illuso e poi mandato al massacro. Lo fa con leggerezza e gravità, com è la vita. Un po a tradimento anche, facendo credere al lettore di star seguendo soltanto il travaglio interiore (e le peripezie sentimentali) di un protagonista alla ricerca del proprio padre. Ma poi è lì che si arriva. E Il Partigiano di Piazza dei Martiri non tace nulla: la barbarie nazifascista, le torture, le lotte fratricide che portarono tanti ex partigiani andati in Jugoslavia per costruire il socialismo nel lager di Goli Otok, le persecuzioni che spingono tanti altri a espatriare, i piccoli opportunismi che ogni guerra porta

8 8 Il Partigiano di Piazza dei Martiri in seno. Ma inserendo il tutto nel contesto di un tempo irripetibile, in cui si stava da una parte o dall altra, o semplicemente non si stava. Un tempo che diede vita a una generazione per la quale l utopia divenne pane e orizzonte quotidiano. E poco importa se, come l orizzonte, l utopia è irraggiungibile. È la nostra storia, quella narrata in questo ottimo libro. Da Milano a Dubrovnik, dalla Sicilia a Roma, dalla Carnia alle Dolomiti. Per finire sui lampioni di Piazza dei Martiri a Belluno. Quella storia in cui uno dei capi della Resistenza, le cui fila in montagna s ingrossavano di giovani smossi dall appello di Concetto Marchesi all Università di Padova, aveva il volto di un ragazzo siciliano. Quando venne la sua ora, raccontano le cronache, venne avanti con passo fermo, con la testa alta, serio e deciso. Era convinto che la Resistenza fosse la prosecuzione del Risorgimento, una tappa fondamentale per la rinascita del suo e del nostro Paese. Quello che chiamiamo Italia.

9 Prima parte

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11 11 S I cusa, Giulio, ma come si chiamava tuo padre?. Questa domanda da Dino non me la sarei aspettata, con lui non c è mai stata intimità, ci limitiamo a chiacchierare un po al baretto del circolo Arci assieme agli altri giocatori dopo la partita settimanale di tennis. Chissà perché me lo chiede. Salvatore. E di cognome? Mi pare che tu non porti il suo. S interrompe intuendo il mio fastidio. Al telefono ha potuto cogliere solo il tono con cui ho pronunciato il nome di mio padre, ma gli è bastato. Sono decenni che non parlo di lui. Neanche con mia mamma. La notte può forse succedere che continui a dialogare segretamente con lui, come facevo da bambino, ma non ci giurerei: i sogni io non li ricordo. Prendo fiato e cerco una scusa per tagliar corto. Non trovo nulla e rispondo forzando sull affabilità: Cacciatore, Salvatore Cacciatore. Sì, è proprio questo il nome che il vecchio generale ha pronunciato l altro giorno a Dubrovnik. Il vecchio generale, Dubrovnik, ma di cosa va cianciando questo qua, cosa gli ha preso? Dino, di cosa parli? Fammi capire. Se negli ultimi giorni al circolo non mi ci avete visto è perché ho fatto un viaggio in Dalmazia con Marcella. Una decisione presa sfogliando una rivista di viaggi una sera che in tv non c era niente da guardare. L indomani

12 12 Il Partigiano di Piazza dei Martiri eravamo già in macchina; sai, giugno è la stagione buona: prezzi abbordabili e spiagge deserte. D accordo, ma cosa c entra mio padre?, chiedo cercando di mettere a fuoco il viso di Dino accanto alla goffa composizione di piante grasse che la moglie ha voluto sistemare accanto al telefono. A Dubrovnik siamo stati attratti dal candore dei tavoli all aperto di un tranquillo ristorante che si trova in una bella piazza del centro storico. Mentre aspettavamo il risotto al nero di seppia che avevamo ordinato, lanciavamo sguardi ammirati ai blocchi di pietra levigati dal tempo con cui erano costruiti i palazzi e ci scambiavamo scherzosi commenti sul nostro viaggio. Al tavolo accanto al nostro venne a sedersi un vecchio signore molto distinto. Leggeva il giornale, ma si vedeva che era interessato alla nostra conversazione. Attaccò bottone in modo molto discreto, spiegando a Marcella chi fosse il personaggio imparruccato della statua che troneggiava in mezzo alla piazza e che lei guardava con evidente curiosità. Parlava un italiano fluente con un impercettibile accento slavo. Affermò di non essere di Ragusa è così che chiamava Dubrovnik ma che conosceva bene la città avendovi per anni, ai tempi di Tito, comandato un reggimento. Finito il pranzo, volle accompagnarci al porto per offrirci un caffè. Parlando a bassa voce e guardandosi attorno, disse che la lingua italiana gli faceva fare un tuffo nel passato poiché gli evocava alcuni suoi compagni di lotta partigiana. Prima di morire, avrebbe voluto rivedere quelli che vivevano ancora. In particolare, avrebbe voluto riabbracciarne uno, un siciliano, esuberante e dall intelligenza vivacissima, che si chiamava Salvatore Cacciatore. Pronunciò proprio il nome di tuo padre. Una coincidenza?.

13 I 13 Presumo di sì. Mio padre non l ho mai conosciuto, io. Non porto il suo nome poiché quando si trovava al fronte e seppe che mia mamma era incinta, dovette partire per la Russia senza poter effettuare, come desiderava, il matrimonio per procura. E dalla Russia purtroppo non è più ritornato. Non vedo cosa c entri la Jugoslavia. Parlavo, ascoltavo e nel frattempo andavo rovistando tra i miei pensieri. La prima immagine di papà che mi si è fissata nella mente non è stata tanto quella del soldato che mamma teneva sul comodino quanto piuttosto quella del vecchietto con la barba, appesa sopra la testiera del letto matrimoniale. Sarebbe più corretto dire del nostro letto, poiché io non ho mai posseduto una culla (la stanza era troppo piccola o noi eravamo troppo poveri per acquistarne una, non saprei dire) e il mio posto è stato fin quasi all adolescenza accanto a quello di mamma. Sulle nostre teste faceva bella mostra di sé un quadro ovale dai colori vivaci che (scoprirò dopo) rappresentava la Sacra Famiglia: a sinistra, una giovane donna che teneva tra le braccia protettrici un bambino paffuto; a destra, un signore barbuto dallo sguardo buono che si appoggiava a un giglio gigantesco e porgeva una coroncina di fiori al bimbo, il quale non esitava a protendere le manine per cercare di afferrarla; sullo sfondo, una placida campagna in fiore che invitava a sognare. Ed è proprio da quell immagine che partivano i miei sogni bambini e a quell immagine finivano poi per ancorarsi. Quella famiglia non poteva essere che la mia e quel signore affettuoso non poteva dunque essere altri che mio papà. Qualche anno dopo, invece, il padre lo presi in prestito da Paolino, il mio inseparabile compagno di giochi. Passavamo i pomeriggi nello slargo vicino a casa mia, sospesi

14 14 Il Partigiano di Piazza dei Martiri tra due epoche; cercavamo di lanciare il più vicino possibile a una pietruzza delle monetine che evocavano il non lontano regno sabaudo oppure di rovesciare, soffiandoci contro, mucchietti di figurine di calciatori e di ciclisti che preludevano a un miracolo economico che non sarebbe tardato ad arrivare. Quando i rintocchi del campanile della vicina Matrice annunciavano le sette, Paolino interrompeva il gioco e si precipitava verso il quadrivio dove stava per arrivare l autobus della zolfara. Io gli correvo dietro. Dall autobus scendevano, guardando in direzione delle persone in attesa, i minatori dall odore asprigno che avevano finito il loro turno. Paolino correva verso il padre che lo sollevava da terra e lo baciava sulle guance. Talvolta, il gesto paterno si estendeva anche a me e poi tutti e tre ripercorrevamo il cammino in senso inverso, con Paolino impettito che scoppiava di orgoglio. Il papà ci diceva che ormai era tempo di fichidindia, che lui aveva fabbricato un magnifico coppo (un cono di latta attaccato a un bastone) con cui la domenica successiva saremmo andati a raccogliere frutti dolcissimi di ogni colore. Ormai stavamo per diventare grandi e avremmo potuto cimentarci anche noi in quella delicata operazione. Sapevo che, anche se parlava a noi due, in realtà si rivolgeva soltanto al suo vero figlio. Il nodo alla gola che mi assaliva si scioglieva tramutandosi in angoscia quando arrivavamo davanti a casa mia e i due proseguivano verso la loro tenendosi per mano. Per fortuna, dietro la porta c era la mamma, immancabilmente pronta a stringermi sul suo petto e a colmarmi di tenerezze. Allora, pensi di andarci a Dubrovnik a conoscere il generale?. Mah, non so. La notte porta consiglio. Eventualmente, ti farò sapere.

15 15 II La nave è piena di pellegrini che si recano a Međugorje. Non so se ho fatto bene, abitando a Milano, a venire a imbarcarmi ad Ancona. Forse sarebbe stato preferibile andare a Trieste e da lì scendere giù lungo la costa, o magari è meglio così: le navi a me evocano evasione e avventura, in perfetta sintonia con lo spirito con cui affronto questo viaggio. Altra cosa erano i ferryboat con i treni dentro la pancia che da ragazzo prendevo sistematicamente in occasione delle feste: non erano vere navi, erano il cordone ombelicale che legava alla Sicilia mia madre e me, ormai trapiantati al nord. Dirlo a mamma non è stato facile. Non fa mai storie quando mi assento, ma so bene che le viene regolarmente il magone, in preda alla sindrome dell abbandono. Inoltre, questa volta lo scopo del viaggio non poteva che turbarla: cercare notizie sul mancato marito morto sessant anni prima comportava, in ogni caso, il fatto di rivangare dolori che aveva cercato di seppellire per sempre. Devo partire per alcuni giorni. La ditta mi ha affidato una missione all estero. Ma se sei in pensione da quasi un anno!. Non trovano nessuno in grado di riparare quella caldaia in Croazia e mi pagano bene. La tua caldaia mi fa sentire puzza di bruciato e non solo in senso proprio. Non è che parti a divertimento (quando parla con me, il suo italiano s infarcisce d espressioni siciliane) con una picciotta delle tue?.

16 16 Il Partigiano di Piazza dei Martiri In questo momento le picciotte, come dici tu, mi stanno rigorosamente alla larga. E poi, te l ho detto, è per lavoro. Il tempo non ha attenuato la sua gelosia, ma sa bene che, anche se le donne non mi dispiacciono, alla fine torno sempre da lei. Infatti: A me non me la racconti, Giulio. Anche se non sei più un ragazzo, tu resti il femminaro impenitente che sei sempre stato. Divertiti pure, l importante è che poi torni tranquillo a casa tua, va bene?. Ah scusa, mamma, cambiando discorso, com è che il geometra Dino Molinari è al corrente del fatto che io non porto il nome di papà?. E che ne so, io? Da quando abitiamo a Milano, cioè da quarantacinque anni e rotti, delle nostre storie non parlo con nessuno. Sarà stata quella testa sventata di tuo zio Gaetano quando è venuto a trovarci l anno scorso, che passava le giornate al bar del circolo Arci. Sulla nave mi mescolo agli altri viaggiatori; più che pellegrini, sembrano allegri vacanzieri: gruppetti di persone che occupano i tavolini giocando a carte, incitati e consigliati da parenti e amici, bambini che giocano a nascondino in ogni angolo del ponte, eccetera. Due pretini in abito talare chiacchierano in un angolo del salone principale cercando di tenere la situazione sotto controllo. Se fanno il pellegrinaggio, mi dico osservando i miei compagni di viaggio, qualcosa alla Madonna andranno pure a chiederla. Chessò, la guarigione da una malattia, la promozione per il figlio che quest anno è di maturità, un bravo marito, se si è vedove o zitelle... A proposito, a un certo punto noto una giunonica bruna solitaria non proprio giovanissima che istintivamente colloco in quest ultima categoria. A cena, faccio in modo di sedermici accanto.

17 II 17 Sembra contenta che qualcuno s interessi a lei e chiacchiera volentieri. Per l anagrafe si chiama Enea dice ridendo che suo papà pensava che ogni nome che finisce in a fosse femminile ma io posso chiamarla Ea, come tutti. Dopo il dessert, continuiamo la conversazione centellinando un whisky seduti su un divano. È di Rieti, come il gruppo di cui fa parte. Il seno è davvero notevole. Prendo ad accarezzarle una mano e lei mi lascia fare. È a questo punto che uno dei pretini la chiama con un cenno. Lei si alza arrossendo e ritorna dopo pochi minuti scusandosi di dover andare via. Mentre ingolla l ultimo sorso di whisky rimasto nel bicchiere, ho il tempo di dirle che devo parlarle di una cosa importante e di pronunciare il numero della mia cabina. Disteso sul letto, inganno il tempo esaminando una cartina di Ragusa/Dubrovnik. La pensione in cui alloggia il generale Branko Kovačević è così che si chiama l uomo di cui vado in cerca si trova in Gundulićeva poljana, quella che nel passato si chiamava piazza delle Erbe e che dev essere la stessa piazza del ristorante in cui Dino e Marcella l hanno conosciuto. Non dovrebbe essere difficile rintracciarla; il problema piuttosto sarà il parcheggio: mi faranno entrare in macchina all interno della città murata? Il pensiero corre poi verso la bella pellegrina; sto per convincermi che è meglio che mi metta il cuore in pace quando toc, toc sento bussare discretamente alla porta. È lei. Mi chiede cosa abbia da dirle e di farlo in fretta perché non vuole rovinarsi la reputazione agli occhi del gruppo. Le rispondo che quello che ho da dire non posso comunicarglielo né in due parole né in corridoio. Le stringo rassicurante la mano, la traggo verso l interno

18 18 Il Partigiano di Piazza dei Martiri e, dopo aver chiuso la porta, ricomincio il discorso così inopportunamente interrotto. All alba, fugge precipitosamente nella sua cabina, non prima di aver scritto su un foglietto il numero del proprio cellulare e avermi dato l ultimo appassionato bacio. A Spalato, dove attracchiamo, dopo l apertura del boccaporto le auto in uscita danno origine a un ingorgo. Fermo sulla passerella, mi guardo attorno e con la coda dell occhio scorgo Ea che, appoggiata al bastingaggio, mi scruta come se volesse intercettare i miei pensieri per magari passarli successivamente allo scanner. Il tempo è splendido; sento forti i primi odori dell estate. La strada per Ragusa (ormai ho deciso di chiamarla con questo nome che mi è familiare) sfiora un susseguirsi di baie identiche a quelle esposte nelle vetrine delle agenzie turistiche milanesi. Non resisto alla tentazione. Posteggio sotto un pino e corro a tuffarmi. Nuotando, scorgo una piccola, solitaria trattoria che, per la fretta di entrare in acqua, non avevo neppure notato. Decido di pranzare lì. Sono pescatori, o almeno così affermano. Il branzino è ottimo e il bianco che lo accompagna si lascia bere volentieri. La successiva siesta sulla sabbia è una sorta di atto dovuto. Quando mi sveglio, è come se avessi ricevuto un iniezione di benessere. A Ragusa arrivo nel tardo pomeriggio. Sono obbligato a posteggiare fuori le mura. La mia piazza la raggiungo facilmente: prima della fine dello Stradun, la via che taglia in due la città, giro a destra e ci arrivo subito. La pensione si trova al primo piano di un palazzo elegante. Alla persona che mi accoglie in portineria faccio il nome del generale, scusandomi di non parlare il croato. Il mio interlocutore trasale e, agitando le mani, proclama turbato:

19 II 19 Gheneral no è, gheneral no è. Non c è? E dov è andato?. Io no so. Via, andato via. Non riesco a cavar fuori nient altro da quell uomo. Sono deluso ma la sua agitazione mi incuriosisce. Scendendo le scale devo sprizzare dubbi da tutti i pori, se è vero che un signore dietro di me, dopo aver attratto la mia attenzione con una sorta di sibilo, afferma in buon inglese: Vedo che è perplesso, se vuole posso provare a spiegarle quello che succede. Grazie gli dico voltandomi e guardandolo in viso Sarebbe davvero una mano santa. Allora mi segua facendo finta di non conoscermi. Dopo pochi minuti, siamo seduti davanti a due espressi a un tavolino della saletta interna d un caffè. Perché cerca il generale?. Veramente è lui che cerca me, o meglio cerca un partigiano suo ex compagno d armi che potrebbe essere mio padre. Capisco. Immagino che lei non si interessi alla situazione politica dell ex Jugoslavia. Infatti. Non ne so praticamente nulla. So solo che c è stata una feroce guerra non molti anni fa. La politica non mi ha mai entusiasmato. Attraversando la città, ha visto gli effetti dei bombardamenti?. No, non mi è sembrato che fosse passata la guerra, comunque andavo di fretta. Anche se avesse esaminato i palazzi con attenzione non avrebbe notato nulla, ma qui c è stato per lunghi mesi un terribile assedio. Le ferite fisiche sono state riparate, quelle morali e psicologiche invece non ancora. Il generale Kovačević, pur avendo superato gli ottant anni, è una

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