Due giorni di dialogo, confronto, riflessioni: due giorni di politica. Di

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1 ANNO VI / N 7 - Settembre 2016 a cura dell ufficio PD Italiani nel mondo Chiuso in redazione il 29 settembre 2016 SOMMARIO... EDITORIALE Immigrazione, Marino: Pd è lo strumento migliore per l Europa di 9 Colonne QUI ITALIA PAG. 3 Il grande caos a 5 Stelle di Alfredo Orlando DAL PARLAMENTO PAG. 5 Pensioni: oltre mille firme dalla Nuova Zelanda per la ratifica dell accordo di Marco Fedi OLTRE IL BORDO DEL PIATTO PAG. 6 Italiani grandi assenti? Non sempre di Carla Ciarlantini Krick QUI NEW YORK PAG. 7 L Onu, Hillary e the Donald di Silvana Mangione ANALISI E COMMENTI PAG. 10 Svizzera e UE due destini incrociati di Marco Pacciotti L area Schengen si apre a Est di Cono Giardullo PAG. 12 Dalla parte di Lula di Donato Di Santo PAG. 14 L Italia che salva i migranti. Il mondo ci vede così di Fiorenza Sarzanini PAG. 16 DEMOCRATICI NEL MONDO PAG. 17 Il referendum in Ticino, un voto assurdo e scorretto Pd-Ticino NEWS PAG. 18 Immigrazione, Marino: Pd è lo strumento migliore per l Europa 9 COLONNE * Due giorni di dialogo, confronto, riflessioni: due giorni di politica. Di politica genuina e vera, matura e riflessiva che non dimentica il passato ma che guarda con occhio attento al futuro: specie se sul tavolo del dibattito ci sono temi come immigrazione e integrazione. E questo il sapore che ha lasciato la 45esima Festa Europea de l Unità. L Edizione evento organizzato dal Circolo Pd Lussemburgo si è tenuta il 24 e 25 settembre al Parc du Gaalgebierg - Esch Sur Alzette. All appuntamento non poteva mancare Eugenio Marino, responsabile nazionale PD per gli italiani nel mondo. E stata una due giorni piena di significati - ha confermato Marino - dove è stato fatto un bilancio su cosa si è fatto e sulle tante cose ancora da fare. La festa ha visto protagonista i nuovi popoli in cammino oggi. In primo piano dunque le politiche d immigrazione dell Unione europea e il ruolo del Pd: lo strumento migliore che ha l Europa a disposizione per realizzare queste politiche sostiene Marino. È appena rientrato dalla Festa Europea de l Unità. Un bilancio? E stata una festa splendida, perché è una festa difficile da ascrivere semplicemente come una Festa dell Unità o una festa tra italiani in Lussemburgo. È un evento che raccoglie tutta la comunità lussemburghese. In entrambe le serate i tavoli erano tutti pieni, e ovviamente non tutti pieni di soli italiani. C erano cittadini lussemburghesi, c erano cittadini di tutta l Europa, istituzioni locali e non solo. Quindi un successo sia di pubblico - in termini di presenza - sia di discussione e confronto. In tutto più di 14 ore di dibattiti. Possiamo definirla una due giorni vivace? Vivace e anche di alto livello sia per gli ospiti intervenuti sia per i relatori (da Cécile Kyenge a Giacomo Filibeck, da Andrea De Maria a Simona Talani, da Enrico Petrocelli a Marco Piantini e tanti altri). C è stata una lunga e interessante discussione, una discussione partecipata, una discussione molto incentrata sui contenuti, che sono spaziati dall economia dei migranti fino all integrazione europea. Abbiamo parlato a lungo di politica estera europea. La festa è stata veramente un successo dal punto di vista politico. Ha sottolineato più volte la parola discussione. Pensa che in questo momento politico bisognerebbe tornare a confrontarsi un po di più? Questi eventi nascono anche per questo? Sì, servono per questo. E la due giorni in Lussemburgo ha dimostrato di SEGUE PAGINA 2

2 DA PAGINA 1 essere un utile momento di confronto e partecipazione. Abbiamo riflettuto su diverse questioni e ci siamo soffermati sul tema che ha dato il titolo alla festa: Nuovi popoli in cammino Un Europa di ponti senza filo spinato. Quindi al centro del dibattito temi come emigrazioni, immigrazione, integrazione: non solo culturale e sociale. Ma anche l integrazione politica dell Unione Europea e degli stati europei, e quindi la politica estera dell Unione Europea. In Lussemburgo, per esempio, c erano personalità come Enrico Petrocelli del gabinetto del Commissario Mogherini, c era Marco Piantini che è il consigliere per l Europa del presidente del Consiglio, Giacomo Filibeck, che è il vice segretario generale del Pse. Quindi si è discusso molto e molto seriamente di politica estera europea e integrazione europea, in un ottica chiaramente progressista e di sinistra. Sono state importanti, in questo senso, le conclusioni che ha tirato Filibeck, in qualità di vice segretario generale del Pse: ha illustrato non solo lo stato attuale del Pse ma anche le prospettive politiche del partito. Un partito progressista che deve dare una sua linea politica chiara e di sinistra all interno dell Europa, che è quella che, ad esempio, con il Partito Democratico stiamo perseguendo sia nel Pse sia da protagonisti in Europa: un maggiore superamento delle politiche dell austerity, una maggiore flessibilità, la necessaria e vitale questione europea dell integrazione e il fatto che tutta l Europa deve farsi carico della questione immigrazione. Sul tema immigrati gli appelli stanno arrivando dappertutto: l Italia va aiutata. Gli appelli sono del popolo e della società civile. Altra cosa sono i governi e le istituzioni. Tra i governi e le istituzioni, chi sta battendo i pugni sul tavolo in Europa per una seria politica di integrazione, sia delle persone sia degli stati all interno dell Europa è l Italia, è il Pd all interno del Pse. Pse e Pd devono giocare un ruolo fondamentale nel futuro: cioè indirizzare la sinistra europea a una chiara politica di integrazione dei popoli i popoli in cammino appunto e degli stati, accelerando verso una maggiore presenza unitaria dell Europa, e non verso una disgregazione dell Europa, il superamento di Schengen, la ricostruzione di nuovi muri. Ecco, su queste questioni il Partito Democratico ha riflettuto nei due giorni di festa con le classi dirigenti locali e nazionali. Serve un partito radicato in Europa, servono politiche di integrazione: forse il Pd è lo strumento migliore che ha l Europa a disposizione per realizzare queste politiche. Mentre era in Lussemburgo è arrivato l esito del referendum Prima i nostri nel Canton Ticino. Cosa ne pensa? Il referendum dei frontalieri in Svizzera va nella direzione opposta al senso che ha avuto la Festa dell Unità del Lussemburgo. E stato un referendum antistorico, anacronistico, tanto è che uno simile c è già stato qualche anno fa e si è dimostrato inutile nel suo esito finale. La Festa dell Unità del Lussemburgo è nata anni fa tra gli immigrati italiani ed è addirittura una festa della sinistra italiana in Lussemburgo. Oggi, dopo 45 anni consecutivi che si celebra, non è più possibile considerarla una festa di una parte degli immigrati italiani che vivono lì: è una festa della città. E una festa europea. Lì si ritrovano cittadini lussemburghesi, belgi, olandesi. Si tiene in un parco cittadino (all apertura c era il sindaco della città, l Ambasciatore, parlamentari lussemburghesi, esponenti del mondo sindacale lussemburghese): per questo è una festa europea e non solo perché arrivano i nostri segretari di circolo da tutta Europa. Si avvicina la Settimana della lingua italiana nel mondo. Perché è ancora importante valorizzare la nostra lingua all estero? Perché la lingua è volano della cultura italiana. È un pezzo di proiezione del sistema-paese nel mondo. È anche uno strumento per quei milioni di italiani o decine di milioni di italo-discendenti per riconoscere le proprie radici, la propria provenienza e la propria identità, in un mondo che con la globalizzazione ha fatto perdere l aspetto locale e l identità storica. Attraverso la lingua si va alla ricerca della radice, dell origine. La diffusione della lingua italiana poi è fondamentale: la lingua è cultura. E visto che l Italia è un paese da sempre crogiuolo di lingue, popoli e razze allora riscoprire, valorizzare e diffondere questo patrimonio culturale significa anche diffondere una cultura dell integrazione. *

3 Il grande caos a 5 stelle Campidoglio e non solo ALFREDO ORLANDO QUI ITALIA Terremoto a Roma sui grillini - Nomine ai vertici dell amministrazione capitolina contestate nel merito - ma anche nel metodo- da alcuni dirigenti del Movimento, da molti iscritti e simpatizzanti e, obtorto collo, poi revocate. Maxi stipendio, che ha fatto gridare allo scandalo, assegnato a Salvatore Romeo, capo della segreteria della sindaca e suo fedelissimo. L assessore all Ambiente, Paola Muraro, indagata dalla procura di Roma per reati ambientali negli anni in cui ( ) era consulente dell Ama, l azienda per la raccolta dei rifiuti nella capitale. La sindaca, che ne era venuta a conoscenza, sostiene di avere informato alcuni membri del Direttorio del Movimento, fra i quali Luigi Di Maio, uno dei penta stellati più noti e in vista, aspirante a Palazzo Chigi. Di Maio dapprima nega, no lui non sapeva dell indagine sulla Muraro; poi ammette, sì, mi hanno informato con una mail, ma devo averla letta male. Il capo di gabinetto del Campidoglio Carla Raineri, dimissionaria per contrasti con la sindaca. Dimissionario, con l accusa alla sindaca di fare scelte non chiare, l assessore al Bilancio, Marcello Minenna. Il Direttorio chiede che si dimettano la Muraro, il vicecapo di gabinetto Raffaele Marra, il capo della segreteria Romeo, e che al Bilancio non sia nominato, in sostituzione di Minenna, il candidato in pectore Raffaele De Dominicis, ex procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio. Insomma, un terremoto politico che da Roma in poco tempo arriva ai vertici del Movimento. La Raggi raggiante del giugno scorso, quando è diventata la prima cittadina della capitale, a partire da agosto si incupisce, costretta com è a dovere fare i conti non solo con i tanti problemi dei romani (due su tutti: il trasporto pubblico e il decoro urbano), ma anche con i malumori che esplodono fra i 5 Stelle. Malumori che scuotono base e vertici, e che cominciano a preoccupare Beppe Grillo. Malumori che invece, almeno apparentemente, non allarmano più di tanto la sindaca. La quale si dice certa di poter contare sull appoggio del numero uno dei penta stellati. Chiamato in causa, Grillo tiene a precisare che la Raggi dovrà assumersi le proprie responsabilità. In sostanza, che sarà lei a dovere rispondere in prima persona, nel bene come nel male, della gestione della città. La Raggi insomma resta in sella, ma lui vigilerà sul suo operato. Salta, come chiesto dal Direttorio convocato da Grillo, la nomina ad assessore al Bilancio di De Dominicis, che risulta poi indagato per abuso d ufficio. Rimane in carica la Muraro in attesa, tiene a precisare la sindaca, di poter leggere le carte della magistratura. Viene invece rimosso e trasferito al Dipartimento Risorse Umane il vice-capo di gabinetto Raffaele Marra, già uomo dell ex sindaco Gianni Alemanno, di provenienza estrema destra. Ma l interessato rifiuta e minaccia il ricorso alle vie legali. Si dimette infine, dal momento che la macchina della sindaca è partita ed è giusto che proceda esclusivamente sulle sue gambe, il minidirettorio romano incaricato di vigilare sull operato della giunta. Per cercare di capire, per quanto possibile, quello che sta succedendo fra i 5 Stelle, anche se la fonte potrebbe apparire non del tutto imparziale considerati certi precedenti, conviene comunque affidarsi ad alcune affermazioni contenute in un intervista concessa a Repubblica da Federico Pizzarotti, il primo sindaco pentastellato: eletto a Parma nel maggio del 2012, è stato di recente sospeso da Grillo dal Movimento, per aver taciuto l avviso di garanzia di cui era destinatario, avviso ricevuto per abuso d ufficio nelle nomine per il Teatro Regio parmense. Per Pizzarotti, uno dei problemi che condizionerebbero il Movimento è che tra le varie anime che vi convivono non c è confronto perché il dissenso che può nascere è stato sempre negato e proibito. Perché dobbiamo negare che esistono delle differenze su come va portato avanti il Movimento? Perché non incontrarci e decidere quali idee far prevalere, che mediazioni trovare?. E di Roma cosa pensa Pizzarotti?. Che ci sono pressioni esterne alla giunta e al consiglio che impediscono di fare le cose. E le dimissioni del capo di gabinetto e dell assessore al Bilancio per dissensi con la Raggi?. Il tema, secondo il sindaco di Parma, è il seguente: Chi ha nominato quelle persone? Se la sindaca non aveva fiducia in loro - e da quel che leggo mi pare non ne avesse- perché erano lì? Quando vivi i tuoi collaboratori come un corpo estraneo è normale che tu poi ci discuta e che vadano via. Un consiglio da dare alla collega capitolina?. Scelga lei le persone, ma sia in grado di spiegare quelle scelte. A chi?. Prima di tutto al Consiglio. Alla sua maggioranza. Lei, aggiunge, non deve spiegazioni ai dirigenti del Movimento: Sono i suoi consiglieri a dover comprendere SEGUE PAGINA 4

4 DA PAGINA 3 perché sono fatte le scelte. La chiave è ascoltare tutti, decidere da soli e assumersene le responsabilità. E il direttorio?. Pizzarotti non ha dubbi: Sono persone che non hanno mai amministrato nulla e l impressione è che siano lì solo per controllare e ammonire. Questo il Pizzarotti pensiero. Come lo valutano Grillo e i suoi più stretti collaboratori non è dato ancora sapere. Ma lo si può immaginare. Quelle domande a Silvio. Povero Berlusconi! Non gliene va più bene una. I giudici della Corte di Appello di Roma gli hanno dato torto nella causa intentata contro Repubblica per un articolo su quanto di lui scrivevano i maggiori giornali stranieri e per le dieci domande che nel 2009, quando l ex Cavaliere era presidente del Consiglio, gli aveva rivolto su due vicende: una riguardava Noemi Letizia, alla cui festa per il compimento dei 18 anni a Casoria, Berlusconi, che l aveva conosciuta a frequentata quand era ancora minorenne secondo la clamorosa accusa dell allora moglie Veronica Lario - partecipò con tanto di costoso regalo; l altra riporta al caso Ruby, una delle giovani che rallegravano le serate di Arcore, dove l ex premier aveva una delle sue residenze. Secondo i giudici, le dieci domande di Repubblica erano non solo lecite ma anche fondate. Quelle domande non erano spuntate dal nulla ma nascevano da avvenimenti assolutamente veri che rendevano leciti i dubbi alla base delle stesse domande. Per quanto poi riguarda l articolo contestato, i cittadini avevano il diritto di conoscere di quale reputazione godesse all estero Silvio Berlusconi quando era capo del governo. Abbasso la libera stampa- E bravo il sindaco leghista di Padova, Massimo Bitonci! Uno dei suoi primi atti, appena insediatosi nel giugno scorso, è stato quello di limitare ai giornalisti libertà di accesso a Palazzo Maroni, sede del comune. Si tratta di una decisione che in Veneto ha un paio di precedenti, uno a Verona, l altro a Venezia. A Verona, anni orsono, sindaco il leghista Flavio Tosi (poi espulso dal partito per contrasti con Matteo Salvini) vietò ai rappresentanti della stampa di recarsi liberamente in Comune quando lo ritenessero necessario per avere notizie e informazioni e darne conto alla pubblica opinione. Dopo qualche giorno, però, Tosi ebbe un ripensamento e ritirò il divieto. A Venezia, un anno fa, anche il primo cittadino, Luigi Brugnaro, impedì ai giornalisti il libero ingresso nella sede comunale. Nel giro di pochi mesi anche in laguna il divieto fu annullato. Torniamo a Padova. Qui il primo cittadino ha disposto che i giornalisti possono accedere in comune solo se provvisti di un badge che viene rilasciato in portineria mostrando un documento di identità. L accesso è coordinato dall ufficio stampa del Comune che comunica il calendario e gli orari in cui si svolgono le conferenze stampa. E se, mettiamo, per un mese non vi sono conferenze stampa? In questo caso niente libero accesso per i giornalisti in municipio. «È incredibile apprendere che la principale preoccupazione del sindaco leghista Massimo Bitonci non sia quella di dedicarsi ad affrontare e risolvere i problemi della città, ma piuttosto di impedire che gli operatori dell informazione possano fare il proprio lavoro in piena libertà e autonomia: lo invito a ripensarci, per garantire quella trasparenza di cui il suo partito, a parole, si è sempre fatto difensore» ha detto Gianluca Amadori, presidente dell Ordine dei giornalisti del Veneto. «Il sindaco - ha poi sottolineato - viene scelto dai cittadini per amministrare la città ed è suo diritto regolare l accesso a Palazzo Moroni, ma ha anche il dovere di trasparenza, ed è tenuto ad assicurare la libertà di cronaca e di critica. L accesso ai giornalisti deve essere garantito sempre e non soltanto alle conferenze stampa, dove vengono diramate le notizie ufficiali. Essere disponibili dovrebbe essere una prerogativa di tutti i sindaci: non si capisce di cosa abbia paura il sindaco Bitonci!». A Roma, dove a guidare il Campidoglio c è ora la pentastellata Virginia Raggi, nessun tipo di limitazione per i media. E un dato di fatto però che esponenti e militanti del Movimento di Beppe Grillo non riescono a controllare il fastidio, per usare un eufemismo, che provano verso i giornalisti. Qualche prova? Tempo fa alcuni parlamentari pentastellati fecero balenare l idea che ai giornalisti parlamentari non fosse consentito di uscire dalla sala stampa ad essi riservata alla Camera e al Senato per accedere nei corridoi dove stazionano deputati e senatori e avvicinarli prima del loro ingresso in aula o quando ne escono. L inquietante intenzione a 5 stelle non ebbe comunque seguito. Il 7 luglio, giorno di insediamento della Raggi alla guida del comune della capitale, militanti e simpatizzanti del Movimento grillino, festeggianti in piazza, hanno così accolto, come riportato dalla libera stampa, alcuni giornalisti: Lei è del Corriere della Sera? Che vomito! Lei è di Repubblica? Si licenzi e cominci a pensare da donna libera. Lo ammettiamo: verrebbe da vomitare. Ma a causa di chi non sopporta la libertà di stampa. Notiziario del Partito Democratico per gli italiani all estero Redazione Eugenio Marino, Alessandra Fabrizio, Alfredo Orlando, Silvana Mangione, Carla Ciarlantini, Roberto Serra, Cono Giardullo Progetto grafico e impaginazione Silvio Garbini mail:

5 Oltre mille firme dalla Nuova Zelanda per la ratifica Diritti e tutele socio-previdenziali MARCO FEDI DAL PARLAMENTO Una petizione con oltre firme è il risultato dell esemplare impegno di un comitato di cittadini italiani residenti in Nuova Zelanda (promosso da Viviana Zanetti, Marialuisa Risoli, Elisa Puccioni, Massimo Rinaldo, Martina Depentor, Valeria Sprea, Franca Bertani, Valentina Baccetti), in collaborazione con il Comites e le associazioni locali, profuso per sollecitare il governo, il parlamento e le istituzioni italiani ad adoperarsi per la ratifica della convenzione di sicurezza sociale tra i due Paesi. Sarà mia premura consegnare nei prossimi giorni la petizione alle autorità competenti. La firma dell accordo con la Nuova Zelanda risale al Non è la prima volta che lo Stato italiano disattende un impegno internazionale assunto con un altro Paese in materia di sicurezza sociale: tra queste disattenzioni ci sono quelle con il Cile e le Filippine ed ovviamente proprio la Nuova Zelanda, Paesi i cui Parlamenti, vale la pena sottolineare, hanno già ratificato la convenzione da tanti anni. Sono oltre i cittadini italiani residenti nel Paese dell Oceania i quali rivendicano diritti e tutela socioprevidenziali. Molti di loro hanno versato contributi in entrambi i Paesi e molti altri si spostano da un Paese all altro per lavoro, per studio e quant altro. La stipula della convenzione permetterebbe a molti di loro di perfezionare importanti diritti ed introdurrebbe nei rapporti tra i due Stati numerose regole inderogabili a tutela del lavoro e dei diritti previdenziali. Infatti, l accordo con la Nuova Zelanda prevede il coordinamento dei rispettivi sistemi di sicurezza sociale e favorisce l accesso delle persone che si spostano da un Paese all altro alle prestazioni di sicurezza sociale e pensionistiche previste dalle rispettive legislazioni. Giova ricordare che il Consiglio dei Ministri italiano nel febbraio del 2014 aveva tuttavia approvato l atto (insieme agli accordi con Canada, Israele e Giappone, che successivamente venivano ratificati dal Parlamento italiano) ma non aveva poi fatto seguire, per motivi mai chiariti, la presentazione dello stesso e la sua ratifica in Parlamento. Giova inoltre ricordare che l Italia ha già firmato numerosi accordi con la Nuova Zelanda tra i quali quello contro le doppie imposizioni fiscali, quello riguardante lo svolgimento di attività lavorativa da parte dei familiari conviventi del personale diplomatico, consolare e tecnico amministrativo, quello sulla coproduzione cinematografica ed altri. A fronte delle perplessità avanzate in alcune autorevoli sedi in merito alla remota firma dell accordo (1998) ho voluto, in una mia recente interrogazione, evidenziare al Governo italiano che nonostante il tempo trascorso, l accordo si potrebbe ratificare ed in seguito, adottando le procedure amichevoli previste da tutte le convenzioni di sicurezza sociale stipulate dall Italia, potrebbe essere aggiornato per riflettere le eventuali modifiche intervenute nei sistemi nazionali di sicurezza sociale dei due Paesi contraenti. Va infine sottolineato che i costi dell accordo sono modesti visto il numero non elevato dei potenziali aventi diritto. Quindi sono convinto, e mi sto attivando per questo, che occorra rispondere positivamente alle richieste di tanti nostri connazionali e riprendere e concludere in tempi rapidi l iter procedurale e legislativo che porti alla ratifica dell accordo di sicurezza sociale tra Italia e Nuova Zelanda.

6 Italiani grandi assenti? Non sempre L esperienza delle comunità a Wolfsburg ASDASDASDAD OLTRE IL BORDO DEL PIATTO Domenica 11 Settembre si sono svolte a Wolfsburg le elezioni per scegliere i sindaci di distretto. In uno di questi distretti il candidato capolista per la SPD, il partito socialdemocratico tedesco, era italiano e ha vinto con ampio margine su quello della CDU (cristiano-democratici). Questo risultato, abbastanza nuovo in questo paese, mi ha fatto venire l idea per l articolo. Ci sono due ragioni: anzitutto gli italiani di regola sono poco presenti nella politica locale, a differenza ad esempio dei turchi, quindi me ne chiedevo il motivo; in secondo luogo ero curiosa di capire se anche oggi, dopo sei decenni di costruzione dell Europa e di nostra presenza in Germania, ci siano problemi specifici della comunità italiana che non otterrebbero sufficiente attenzione, senza la presenza di rappresentanti di questa comunità nelle amministrazioni locali. Partendo da queste considerazioni, ho avuto una conversazione con il neo-eletto, Franco Garippo, che è anche il segretario del PD Germania. Ne riporto qui il succo. Franco, è vero che qui in Germania gli italiani sono scarsamente impegnati nella politica del paese? Se sì, perché? Sì, è abbastanza vero. Probabilmente ci sono diverse ragioni. Una è il fatto che, come cittadini dell Unione Europea, godiamo di diversi diritti che altre comunità non hanno. Tanto per fare un esempio, i turchi hanno maggiori limitazioni e quindi sono più motivati a darsi da fare per acquisire quello che invece noi abbiamo automaticamente. Un tempo, con la prima generazione di emigrati italiani, non era così: l UE non c era ancora e molte cose ce le siamo dovute conquistare, per questo a quell epoca gli italiani erano attivi nei sindacati, anche se non in politica, perché non c era ancora il diritto di voto alla amministrative. Poi abbiamo cominciato a prendere per scontati i diritti che ci venivano man mano concessi e siamo diventati più passivi. Adesso però bisognerebbe ricominciare a darsi da fare. Perché? Esistono problemi tipici degli italiani e che invece i tedeschi non hanno? Sì, esistono. Il più critico è tuttora l integrazione. L integrazione? Ma gli italiani ormai sono qui da decenni, hanno avuto figli e nipoti che sono nati qui, sono andati a scuola qui, hanno un titolo di studio tedesco! È vero, ma i risultati non sono sempre dei migliori. Ad esempio è un dato di fatto che gli alunni con famiglia di origine italiana sono al penultimo posto nelle statistiche sul rendimento scolastico. Difficile dare spiegazioni accurate. Forse un motivo è la presenza molto alta degli italiani nel settore della ristorazione: genitori che fanno orari pesanti e hanno poco tempo per aiutare i figli in età scolare, poca motivazione a studiare perché tanto c è la pizzeria di papà. Forse gioca un ruolo anche la tendenza a frequentare i propri connazionali. Inoltre c è tutta la nuova immigrazione, persone spesso giovani che arrivano in cerca di lavoro senza essere preparati e senza conoscere il tedesco, che invece è indispensabile. Come avete pensato di affrontare il problema? Principalmente su tre fronti: vita sociale, lingua e formazione professionale. Già diversi anni fa, quando ero nell ente per la gestione di quelle che in Italia sarebbero le case popolari, ci eravamo dati una regola: per ogni blocco abitativo, ad esempio di sei appartamenti, non più di una famiglia straniera. In altri termini: gli appartamenti venivano assegnati a tutti quelli che ne avevano diritto, ma distribuendo chi veniva da altri paesi. In questo modo si sono ottenuti due risultati: evitare che si formassero ghetti e spingere tedeschi e stranieri a convivere giorno per giorno. In questa situazione lo straniero, dovendo in qualche modo comunicare con i vicini, impara più rapidamente la lingua e si inserisce meglio nella società, mentre il tedesco scopre che molte idee sullo straniero sono pregiudizi infondati. Non abbiamo sempre avuto vita facile: c era chi queste regole non le accettava. Però sul lungo termine i risultati ci hanno dato ragione, tant è che anche oggi cerchiamo di muoverci sulla stessa linea. L altro campo d azione è dare specialmente ai giovani gli strumenti per reggersi sulle proprie gambe. Abbiamo messo in opera programmi di apprendimento del tedesco, magari affiancati a quelli di apprendi- SEGUE PAGINA 7

7 DA PAGINA 6 stato. Certo, le circostanze ci aiutano: siamo la città della Volkswagen, uno dei maggiori datori di lavoro del paese. Inoltre il sistema duale tedesco studio e lavoro in contemporanea facilita l inserimento professionale. Ma anche questi vantaggi da soli non basterebbero, se noi non creassimo programmi che li utilizzano al meglio. Avete proposto questi temi in campagna elettorale? Sì, ma non ci siamo limitati a questi. Abbiamo fatto campagna per tutti, quindi anche il nostro programma includeva temi di interesse generale, come la costruzione di più asili nido. Tuttavia va detto che la questione dell integrazione ha avuto l effetto di portare al voto molti elettori di origine italiana che, senza proposte specifiche per loro, forse sarebbero rimasti a casa. Quindi gli italiani e i loro temi sono stati un valore aggiunto anche per la SPD che è un partito tedesco. Senz altro. Le comunità straniere oggi votano, quantomeno a livello amministrativo, quindi siamo riusciti a far passare il messaggio dell importanza di queste comunità anche nella SPD. Ma senza diventare noi parte attiva della politica locale, anche presentando candidati nostri, quest opera di persuasione forse non sarebbe riuscita. E per il futuro? Sarebbe importante collaborare più spesso con la politica tedesca. Dopotutto PD e SPD sono insieme nel PSE al parlamento europeo e la nostra esperienza ha dimostrato che questa cooperazione può e deve funzionare dappertutto, non solo a Strasburgo. Intanto abbiamo fatto un altro passo in questa direzione: all incontro di campagna elettorale, al quale hanno partecipato Laura Garavini ed Ettore Rosato, è venuto anche Sigmar Gabriel, il leader della SPD e noi gli abbiamo dato la tessera del PD! Nota dell autore Riferimenti per chi volesse approfondire

8 L Onu, Hillary e the Donald Ground Zero, Onu e la grande corsa SILVANA MANGIONE* QUI NEW YORK Questo settembre inizia con la commemorazione del quindicennale della tragedia delle Torri gemelle a Ground Zero. Trump se ne va dopo pochi minuti. La Clinton rimane, ma la combinazione degli antibiotici contro una polmonite vissuta viaggiando, l umidità di una giornata afosa e la disidratazione per il pudore di non farsi vedere a bere acqua da una bottiglietta qualsiasi, le provoca un malore, su cui Trump cavalca immediatamente, insieme alle TV di tutto il mondo, comprese quelle italiane, ingigantendo la cosa per dimostrare che Hillary non ha la salute sufficiente a reggere la presidenza. Basterà il dibattito alla fine del mese per smentire questa ulteriore falsità. Il giorno dopo si tiene la cerimonia al Consolato Generale di New York per le famiglie delle vittime italiane e di origine italiana, che si riuniscono davanti alla lapide di marmo infissa nell atrio per depositare fiori e ascoltare la preghiera di SE Bernardito Auza, Osservatore permanente del Soglio Pontificio all ONU, gli interventi del Console Generale Francesco Genuardi, dell Ambasciatore d Italia all ONU Sebastiano Cardi, del Capo dei Vigili del Fuoco di NY, Daniel Nigro, e la poesia di Alda Merini sull 11 settembre, resa mirabilmente da Isabel Achaval. Poi la recitazione dei nomi della nostre vittime, a cura del Coordinatore dell associazione delle Famiglie, Giulio Picolli, della Presidente dell Associazione Ieri, oggi, domani, Gina Lia e di Damian, figlio di una delle vittime, Elvira Gritto. Prima di pronunciare i nomi affidati a me, ho promesso: Continueremo a leggerli, anno dopo anno, non per ricordare l orrore di quel giorno, ma l amore che avevano per noi e l amore che nutriremo sempre per loro. Poi la città è stata invasa da 193 capi di stato o di governo confluiti a Manhattan per partecipare all Assemblea Plenaria delle Nazioni Unite, che ha avuto come momento chiave il Summit sui rifugiati e i migranti. Abbiamo incontrato alcuni componenti della delegazione parlamentare, fra cui gli Onn. Casini e Cicchitto, che hanno accompagnato il Ministro degli Esteri Gentiloni a un incontro con la comunità. Gentiloni ha fatto un discorso accolto con entusiasmo dagli esponenti di Comites, CGIE, arte e cultura, nuova emigrazione, start up, associazioni, Sistema Paese, parlando degli stretti rapporti dell Italia con gli USA e della fiducia di cui godiamo alle Nazioni Unite. Ha quindi ricordato la competenza di Hillary Clinton, che conosce da tempo e ovviamente auspica che venga eletta, per il bene delle relazioni internazionali, sollevando le reazioni del pluricondannato deputato della Lega, Gianluca Pini, che a posteriori lo ha accusato di indebita interferenza nei rapporti fra Stati affermando che gli invitati hanno reagito negativamente. Si dà il caso che io fossi presente e che le parole del Ministro siano state accolte da un lungo e fortissimo applauso. Tutte le persone con un minimo di cervello in testa sanno bene qual è la posta in gioco e temono l alternativa a Hillary. Subito dopo, con il Sottosegretario Amendola e il Console Generale Genuardi, ci siamo recati in New Jersey, nell Ufficio del Vice Console Onorario, l Avv. Dominic Caruso, per l inaugurazione ufficiale della macchina che consente la rilevazione delle impronte digitali per l emissione del passaporto. Una piccola compensazione per la chiusura del Consolato di Newark, datata quasi due anni fa e un modo concreto per non costringere i concittadini ivi residenti ad attendere l arrivo di missioni consolari o recarsi a Manhattan. Il Ministro dell Istruzione, Università e Ricerca, Stefania Giannini, ha dialogato con il mondo dei docenti e degli operatori delle attività di promozione dell italiano al Consolato, poi di nuovo alla New York University e ha confermato le politiche dell insegnamento della nostra lingua fin dalla più tenera età, l uso delle nuove tecnologie, la valorizzazione degli enti gestori, la necessità di approvare leggi che snelliscano i momenti decisionali delegati alle scelte, la commistione virtuosa fra pubblico e privato, l internazionalizzazione delle Università italiane, il positivo approccio al pacchetto delle riforme e al referendum per far funzionare l Italia. Al vertice degli arrivi, ovviamente, quello del nostro Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che nel suo discorso molto applaudito dall assemblea dell ONU ha parlato di crescita ai rappresentanti del mondo, ha auspicato un nuovo indirizzo delle politiche dell EU contro l austerità, ha promesso un notevole incremento delle spese umanitarie dell Italia. La sera stessa gli è stato conferito il Premio Global Citizen, attribuito dall Atlantic Council a coloro SEGUE PAGINA 9

9 DA PAGINA 8 che hanno dato un contributo concreto ed eccezionale al rafforzamento delle relazioni atlantiche. Ѐ bene ribadire che al Summit sui rifugiati nessuno ha suggerito di risolvere la crisi globale costruendo muri dappertutto o discriminando razze e religioni ad insindacabile giudizio di chi non sa veramente nulla degli equilibri del mondo e potrebbe essere eletto ad una posizione fondamentale per la soluzione, per quanto possibile pacifica, delle controversie internazionali. Per chi non lo avesse capito sto parlando di Trump. Questo settembre infatti ha visto una brutale escalation della campagna presidenziale. Per la prima volta in vita mia ho davvero paura, la paura profonda della cittadina di un Paese libero, che vive in un altro Paese libero, ma vede aumentare esponenzialmente il rischio che le sue libertà e i suoi diritti umani vengano conculcati, sanzionati, annullati dalla potenziale elezione al potere globale di un candidato che non ha il senso dello Stato né della Comunità dei popoli e attizza il fuoco dell isterismo collettivo per impadronirsi della Casa Bianca. Come si è passati dal notevole vantaggio nei sondaggi, di cui Hillary ha goduto per tutto agosto, al testa a testa di questa ultima settimana di settembre? Attraverso le bugie crasse, le accuse infondate, l incitazione alla violenza. Trump, il bambino viziato, obeso e settantenne, il bugiardo patologico, l istrione da vaudeville nelle piazze come il Maciste di Cabiria, un ripugnante buffone agli occhi di tutto il mondo, sta infiammando lo zoccolo duro nazionalista, suprematista, nostalgico del Ku Klux Klan e possessore di quelle armi da assalto che chiunque può comprare e che hanno fatto stragi di innocenti nelle scuole, nelle chiese, nei centri commerciali, alla partenza delle maratone e dentro gli edifici di organismi pubblici. Il suo grido è: Cambiamento! ma il pochissimo che sappiamo del suo programma è la costruzione di un muro fra USA e Messico (che dovrebbe essere pagato dal Messico!), la deportazione di 14 milioni di immigrati illegali (che vivono e pagano tasse qui da anni e hanno figli cittadini americani), il divieto ai mussulmani di entrare negli USA e forse la cacciata di tutti quelli che vi risiedono già legalmente. L affermazione più ridicola è: Farò funzionare Washington, fin dal primo giorno!, come? non si sa. Forse deportando anche i parlamentari e cancellando con un ordinanza presidenziale la Costituzione, il Senato e il Congresso degli USA. Ma il 26 settembre c è stato il primo dibattito presidenziale. Lo hanno visto almeno 100 milioni persone in tutto il mondo, a conferma del fatto che l elezione del Presidente degli USA riguarda tutti, non soltanto chi vive in questi Stati Uniti. Stavamo lì, con il fiato sospeso, davanti alla TV. Il primo scambio, sull economia, ha presentato due visioni contrastanti e irriconciliabili sulla gestione del futuro dell occupazione, del regime fiscale, delle politiche finanziarie che saranno adottate dal prossimo Governo. Poi, in un crescendo rossiniano, Hillary ha dimostrato la sua profonda preparazione, la sua esperienza, il suo aplomb, la sua professionalità, il suo impegno, immediatamente paragonabili agli atteggiamenti del Donald, che tirava su col naso come i bambini che non conoscono l uso del fazzoletto, interrompeva continuamente, faceva smorfie visibilissime sullo schermo diviso a metà, che ci ha mostrato le loro due facce, delle stesse dimensioni, fianco a fianco, per tutto il tempo dello scontro. Dalla metà in poi della diretta, gli interventi di Trump hanno cominciato a perdere coesione, logica e contenuti. Chiaramente Trump non aveva consentito ai suoi consiglieri (se davvero esistono nel suo mondo follemente egocentrico e misogino) di introdurlo alle tecniche e all arte del competere verbalmente con una candidata che alla fine, all affermazione accusatoria di Trump: Tu ti sei preparata al dibattito! Ti sei preparata! Confessa che ti sei preparata! ha risposto sorridendo: Certo che mi sono preparata! E ti dico di più, c è un altra cosa alla quale mi sono preparata: alla Presidenza degli Stati Uniti!. Ѐ scoppiato un applauso accompagnato da una grossa risata liberatoria. E questo è stato l ultimo messaggio che abbiamo sentito tutti. Hillary è stata calma, composta, sorridente, ha lasciato che lui la interrompesse, farneticando e sbraitando, perché era molto più utile che gli elettori lo vedessero nel pieno della sua incapacità a rispondere in maniera concreta a dichiarazioni contrarie alle sue improvvisazioni. A suo sfavore, ha certamente giocato anche il suo atteggiamento verso le donne, da vero bulletto maschilista, consolidato nelle immagini delle sue tre mogli, praticamente sovrapponibili da quanto sono uguali, tutte molto più giovani di lui, fino all ultima (per ora) Melania, la bambola quarantaseienne, perfetta, una Barbie cristallizzata nel tempo, che dichiara di non aver mai litigato né avuto un idea diversa da quella di Trump. Che noia! Dev essere davvero un matrimonio che non brilla del genio della complicità intelligente. Hillary dunque ha stravinto il primo dibattito. I ranghi della destra terrorizzata di sono richiusi a tartaruga per raccontare una realtà virtuale, esattamente opposta a quanto abbiamo visto. Non credo che il loro tentativo sarà premiato. Dobbiamo soltanto attendere i risultati dei sondaggi dei prossimi giorni. * V. Segretario Generale del CGIE

10 Svizzera e UE due destini intrecciati Tempo di referendum MARCO PACIOTTI ANALISI E COMMENTI Scrissi l articolo che segue Il voto svizzero da non banalizzare un paio di anni fa in occasione del voto sulla circolazione dei migranti. Molte cose sono cambiate da allora, altre meno. Mi è sembrato però utile riprendere quelle riflessioni di allora, aggiornandole e contestualizzando la questione alla luce di quanto è accaduto e accadrà in Europa. Nel febbraio del 2014 la Svizzera votò un referendum che proponeva un tetto più rigido per gli ingressi degli stranieri. Fu un voto federale quindi e non di un singolo cantone come è avvenuto ora in Ticino. Vinsero di stretta misura i favorevoli alle restrizioni con il 50,3%. In Ticino questi arrivarono al 70%. Nel voto più recente invece lo stesso cantone ribadisce la propria contrarietà agli ingressi ma con una percentuale molto più bassa che si attesta al 58%. Credo dunque che dentro questo voto dai risvolti culturali e politici negativi, si debbano anche vedere - almeno nei numeri - elementi di crescente consapevolezza su come l Europa e la libera circolazione degli uomini e dei lavoratori siano un elemento di crescita sociale ed economica. Ritengo siano state corrette quindi sia la reazione del nostro Ministero degli Esteri che la dura presa di posizione della UE nei confronti del governo svizzero federale. Questa fermezza e consapevolezza però deve essere affermata sempre e con tutti, anche con quei governi che - pur essendo membri effettivi della UE - disattendono ai propri doveri in materia di accoglienza e libera circolazione. In tal senso il refendum che si svolgerà il 2 ottobre in Ungheria - per decidere se accettare o no quote di rifugiati - non sarà solo una consultazione di carattere nazionale. Credo che assumerà una valenza europea e come tale dovrebbe vedere mobilitata l opinione pubblica in tutta Europa a fianco dei tanti cittadini ungheresi a favore di una maggiore integrazione e disponibili all accoglienza. Si rischia infatti l isolamento della opinione pubblica ungherese più aperta e democratica e il mettersi in moto di un effetto domino, a partire dagli altri tre Paesi aderenti al gruppo di Visegrad ( Polonia, Rep. Ceca e Slovacchia). Si affermerebbe cosi una Europa tenuta insieme unicamente dalla sommatoria di interessi nazionali e ben lontana da quella visione maturata a Ventotene e recentemente ribadita da Renzi. Una deriva culturale già ben presente che si rafforzerebbe ulteriormente lasciando il campo quasi indisturbato alla crescita nei singoli paesi di forze simili a Fidesz e Jobbik che in Ungheria sono portatrici di una ideologia nazionalista e xenofoba. Credo che la consapevolezza di questa sfida culturale sia alla base del dissenso manifestato a Bratislava. Fermare la disgregazione che potrebbe verificarsi della UE e di cui Brexit ha rappresentato un primo segnale, dipenderà dalla capacità di costruire risposte economiche e culturali che vadano di pari passo e rimettano al centro i cittadini e i loro bisogni a partire dalla ridiscussione del Fiscal Compact. Per chi fosse interessato di seguito troverà il testo dell articolo a cui facevo riferimento che tentava di affrontare alcune questioni di fondo che a mio avviso contribuiscono a una percezione falsata del fenomeno migratorio, spesso alimentando visioni e paure che hanno poco a che fare con la realtà dei fatti e gli effettivi interessi economici e sociali del Paesi. In tal senso il caso Svizzera fu esemplare e di monito a quanto sta avvenendo oggi anche fuori dai confini svizzeri. IL VOTO SVIZZERO DA NON BANALIZZARE I cittadini svizzeri hanno scelto, di stretta misura, di reintrodurre quote rigide per i lavoratori stranieri. Una scelta dura e probabilmente sbagliata, che rende quel Paese meno competitivo e più isolato. Una scelta parzialmente inefficace poiché quel voto cozzerà frontalmente con gli accordi bilaterali siglati dalla Svizzera con tutti i paesi UE. Un passo più lungo della gamba quindi, ma significativo e che non va analizzato superficialmente, poiché pone all Europa stessa una questone di fondo. Quella di una nuova idea di cittadinanza europea, che vada oltre il mercato e la libera circolazione, ma che armonizzi politiche di welfare, salariali e di rappresentanza, per evitare pesanti asimmetrie penalizzanti per alcuni e pericolose per l idea stessa di Europa unita. La piccola Svizzera extra UE (piccola geograficamente) ha visto vincere un referendum di una formazione politica euroscettica, con parole d ordine e tratti culturali assai simili a quelli di molte forze po- SEGUE PAGINA 11

11 DA PAGINA 10 litiche europee, che da Ovest e Est macinano consensi alimentando paure xenofobe e antieuropeiste. Una cavallo di battaglia comune alle destre europee, non a caso la Le Pen è stata fra i primi a congratularsi, e ho pochi dubbi che anche alcuni partiti italiani coglieranno la palla al balzo. Ma dietro alla odiosa retorica allarmistica e anti immigrazione, ci sono ragioni da considerare per evitare che quelle paure ( infondate) diventino argomento politico vincente delle destre in vista delle europee. Necessario quindi compiere uno sforzo di analisi lucida. E giusto stigmatizzare il linguaggio becero e i contenuti xenofobi usati, perché inaccettabili culturalmente prima che politicamente. Attenti però a non cogliere che il voto ha raccolto consensi ampi nei cantoni dove la presenza storica di immigrati è altissima, come il Canton Ticino e dove si assiste a un exploit con quasi il 70% a sostegno della reintroduzione di rigide norme sulla libera circolazione dei lavoratori. Chi ha promosso il referendum ha alimentato la paura verso l Islam e l immigrazione in generale, ma in Canton Ticino ad esempio anche molti vecchi immigrati italiani e i loro figli hanno votato contro i transfrontalieri, ovvero quei italiani che ogni giorno attraversano il confine per lavorare. Non sono quindi la religione, la lingua o le usanze i temi che hanno mosso a una simile scelta, quasi contro natura direi. Ma il fatto che questi lavoratori godessero di trattamento salariale particolare. Più basso rispetto alle media prevista dai contratti nazionali svizzeri, a volte perfino più basso dell assegno di disoccupazione. Un esempio di dumping sociale, di messa in competizione fra lavoratori sul salario e le tutele. Credo che questa leva, abbia agito con forza perfino superiore a quella della xenofobia tout court. In molti casi quindi i lavoratore immigrato non era inserito come complementare al sistema lavorativo, ma in modo sostitutivo e in più con trattamento economico e di tutele a ribasso. Viene da sorridere pensando allo smacco per la Lega che spero capirà che c è sempre qualcuno più a Nord e più leghista. Ma è un sorriso che sparisce in un secondo. Bisogna invece coglierei il monito indiretto all Europa a procedere insieme verso un sistema di tutele e garanzie nel mondo del lavoro e fra le fasce sociali più esposte, affinché i salari, la rappresentanza politica, il welfare inclusivo e promozionale diventino assi strategici dello sviluppo comune, spostando risorse, promuovendo leggi mirate e allentando quella politica di austerità che si è finora dimostrata una medicina amara e quasi mortale per l idea stessa di Europa. Credo che l Italia nel semestre che la vedrà affiancare l attuale presidente, dovrà spingere per un nuovo approccio e per operare queste scelte strategiche. Definire una nuova idea di cittadinanza europea, avere il coraggio di avere una politica estera comune e ripensare all immigrazione interna e dall esterno come una grande opportunità da governare insieme con scelte welfaristiche universaliste e legislazioni nazionali simili. Altrimenti la Svizzera ieri, il voto europeo domani segneranno un arretramento verso quella idea di Stati Uniti d Europa a cui in tanti crediamo.

12 L area Schengen si apre a Est Si avvicina la storica liberalizzazione dei visti per i cittadini ucraini CONO GIARDULLO* ANALISI E COMMENTI Questo autunno, il Parlamento Europeo approverà la richiesta della Commissione Europea di adottare la liberalizzazione dei visti Schengen per i cittadini ucraini. A quel punto mancherà solo il voto a maggioranza qualificata del Consiglio europeo, che dovrebbe arrivare entro fine anno. Breve storia di un dialogo complesso Le autorità ucraine rincorrono da ormai otto anni la liberalizzazione dei visti che permetterebbe ai suoi cittadini, in possesso di un passaporto biometrico, di non essere obbligati a richiedere il visto di ingresso nell area Schengen (con eccezione, quindi, del Regno Unito e Irlanda, ma con l aggiunta della Norvegia, Islanda, Svizzera e Liechtenstein) per soggiorni non superiori a 90 giorni su un periodo di 180, seppur non concedendo il diritto di lavorare in questi paesi, ma anzi dovendo continuare a dimostrare il possesso dei mezzi di sussistenza e il motivo del viaggio. Non sembra, in realtà, una concessione in grado di scardinare le fondamenta della nostra Unione e della nostra sicurezza interna, di certo non più di altri vulnus auto-indotti, come la crisi economica greca o il Brexit. Eppure, il dialogo per la liberalizzazione dei visti Unione Europea-Ucraina fu lanciato nell ottobre 2008, mentre l Action Plan on Visa Liberalisation fu presentato nel novembre 2010 alle autorità di Kiev. Questo lungo processo tecnico-politico è uno dei cardini della politica del Partenariato Orientale e che si differenzia dall accordo di Associazione UE-Ucraina, il quale ha invece permesso l applicazione della Zona di libero scambio a partire dal 1 gennaio L Action Plan è uno strumento costruito su misura per ogni paese terzo che richieda la liberalizzazione dei visti, e si basa sempre su quattro principali gruppi di riforme: a) la sicurezza dei documenti di viaggio; b) il sistema di controllo integrato dei confini e dei flussi migratori; c) il rispetto dell ordine pubblico e della sicurezza; d) il rispetto dei diritti fondamentali. Nel caso ucraino, la Commissione Europea ha pubblicato sei rapporti sullo status di avanzamento delle riforme di Kiev, l ultimo dei quali lo scorso dicembre. Il 20 aprile di quest anno, il Commissario europeo per Migrazione, Affari interni e Cittadinanza, Dimitris Avramopoulos, ha commentato la proposta della Commissione Europea di eliminare i requisiti per i visti nei confronti dei cittadini ucraini, dicendosi soddisfatto dei risultati raggiunti dal governo di Kiev, soprattutto nei settori delle riforme sullo stato di diritto. La palla è così passata al Consiglio dell UE e al Parlamento affinché votassero le nuove misure legislative appropriate. L idea di liberalizzare i visti è connessa al tentativo, come sottolineato lo scorso luglio dal Comitato per gli affari esteri del Parlamento europeo, che questo processo sia un importante strumento della politica estera dell Unione Europea per promuovere i contatti tra persone e per migliorare le relazioni culturali e socio-economiche. Eliminare i visti per i cittadini ucraini è, secondo i nostri parlamentari a Strasburgo, un messaggio forte di sostegno al paese per quello che sta attraversando da oltre due anni con la perdita della Crimea e il conflitto nel Donbass, e si tramuta chiaramente nel riconoscimento dei progressi compiuti dal paese sin dallo scoppio delle proteste dell EuroMaidan e del cambio di governo. Guardando a Est L Ucraina non è certo il solo paese del Partenariato orientale che abbia percorso tale dialogo di liberalizzazione. Il caso della Moldavia, ad esempio, è subito divenuto una storia di successo, dato che la liberalizzazione dei visti per il paese è forse il più importante successo che il Partenariato orientale abbia ottenuto. Sin dall aprile 2014, i moldavi hanno avuto accesso all area Schengen alle stesse condizioni che l Ucraina sta negoziando. In 17 mesi, non si è registrata una crescita sostanziale nella migrazione irregolare, l influenza del numero di richiedenti asilo è rimasta insignificante e ChiЀinău ha continuato sulla strada delle riforme. Ma soprattutto si è provato che uno Stato che fronteggia all interno delle regioni separatiste (Transnistria per la Moldavia; Donbass per l Ucraina; Abkhazia e Ossezia del Sud per la Georgia) può riuscire a occuparsi dei SEGUE PAGINA 13

13 DA PAGINA 12 suoi confini in maniera soddisfacente anche per gli alti standard europei. Un po meno soddisfatta si può dire la Georgia, che si attendeva un voto positivo da parte delle due istituzioni rimanenti, il Consiglio e il Parlamento, già lo scorso giugno. Invece l Italia unendosi alle posizioni di Francia e Germania ha bloccato ogni possibilità di raggiungere la maggioranza qualificata in seno al Consiglio. I tre big hanno chiesto un approfondimento dello studio dei regimi visa-free, con la preoccupazione di Berlino di poter creare un sistema di sospensione in caso di necessità. Il 5 Settembre, il Comitato per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento Europeo ha votato a favore di una rapida approvazione della proposta della Commissione Europea di liberalizzare i visti per i cittadini georgiani. La posizione italiana Già l anno scorso, un intervista dell Ambasciatore ucraino in Italia chiariva che la liberalizzazione dei visti era un obiettivo primario per Kiev, e che ci si attendeva un supporto forte da Roma. Dopo l allineamento a Parigi e Berlino per frenare il rapido accordo sulla Georgia, l Italia sembra non voglia più opporsi alle richieste di Georgia e Ucraina. Certo il numero di immigrati ucraini in Italia è importante, dato che rappresentano la quinta comunità di stranieri, con oltre 220,000 mila persone che vivono nel nostro paese. Uno studio condotto dalla ONG Europe Without Borders nel 2015, che ha intervistato rappresentanti del Ministero degli Esteri e degli Interni e rappresentanti della società civile italiana, offre un idea più chiara su dove ci posizioniamo in questo dibattito. Secondo la ricerca, esiste un supporto generalizzato per la concessione del regime visa-free, mentre le paure maggiori riguardano la speranza di evitare ogni tipo di contraccolpo al già difficile scambio commerciale con la Russia, che non manderebbe giù facilmente il nostro sostegno. D altro canto, le risposte italiane danno conto anche di una diffusa preoccupazione verso l incremento del livello di migrazione e della domanda di lavoratori ucraini che possano lavorare a condizioni più convenienti per i datori di lavoro; mentre tra i rischi legati alla sicurezza, la paura maggiore risulta quella dell infiltrazione di terroristi nell Unione Europea a causa di un insufficiente controllo dei confini con la regione del Donbass. Nonostante lo scenario mitigato, la ricerca indica l Italia tra quegli stati che tendono ad accettare l adozione della nuova misura. Dopo otto anni di interazione con le autorità di Kiev, e sei rapporti di studio della Commissione Europea sul sistema di riforme messo in atto dall Ucraina, è il momento di non deludere i cittadini ucraini! Come dichiarato dal presidente del Parlamento Europeo Schulz dopo il voto Brexit, la liberalizzazione dei visti non deve esser interrotta per le paure scatenate dall incertezza di tale scenario. E in gioco la credibilità e l affidabilità dell Unione. Bisogna provare che qualsiasi paese, a condizione che soddisfi i requisiti tecnici richiesti da Bruxelles, può aspirare al regime visa-free verso i paesi dell area Schengen, mentre Kiev ha già concesso ai nostri cittadini un regime anche più benevolo. Se andiamo fieri dei nostri standard, e della nostra legislazione, allora dobbiamo dimostrare che un paese che ha condotto decine di riforme ed emendato centinaia di testi legislativi al fine di integrare questo regime, merita di farne parte. E infine, questa sarà la prova più chiara che l UE si pone dal lato delle aspirazioni europee dell Ucraina, affinché se non politicamente per ora, quantomeno i nostri popoli possano integrarsi con maggiore facilità. *Esperto OSCE: Organization for Security and Co-operation in Europe

14 Dalla parte di Lula DONATO DI SANTO* ANALISI E COMMENTI Luiz Inacio Lula da Silva, arrivato alla presidenza del Brasile nel 2002, presentò un programma di governo ambizioso e di profonda trasformazione di una società ancora fortemente piagata di ingiustizie sociali, con ampie fette di popolazione escluse e discriminate. Era un programma sostenuto principalmente dal suo PT e dall alleato centrista PMDB. Queste politiche, poi conosciute in tutto il mondo come Fame zero, hanno avuto un impatto sociale profondissimo, divenendo simbolo del riscatto sociale e permettendo l uscita dallo stato di povertà e di non-cittadinanza di oltre 30 milioni di brasiliani. Oggi questo uomo è oggetto di una vera e propria persecuzione: una caccia all uomo. Perché? Perché politicamente è troppo pericoloso : infatti, se candidato, potrebbe ancora vincere. Allora va colpito al più presto. Cercando di incarcerarlo (con accuse tanto infamanti quanto carenti di riscontri oggettivi, salvo quelli delle delazioni premiate, cioè il pentitismo ad orologeria) oppure, almeno, minandone dignità, reputazione e rispettabilità. E sottraendogli i diritti politici. In entrambi i casi verrebbe raggiunto il medesimo, agognato, obiettivo: evitare che si possa candidare alle prossime elezioni presidenziali del Con Lula ho un rapporto personale antico: ci conosciamo da quasi trent anni. Sono stato testimone di tante sue battaglie coraggiose per i diritti dei più umili, contro le ingiustizie, per la democratizzazione della società brasiliana e latinoamericana. Non posso concepire l idea che la sua storia, dignità e identità possano essere liquidate in questo modo barbaro. Lula non è un santo (e neppure il suo partito, il PT). E un esponente pubblico che ha dovuto fare tante scelte difficili, tanti compromessi, tante mediazioni tra interessi diversi, per poter governare un paese complesso, grande come un continente Come non è un santo neppure un altro prestigioso brasiliano, anch egli ex Presidente, Fernando Henrique Cardoso (e ancor meno il suo PSDB). Lula è un grande politico ed è stato un grandissimo Presidente. Se ha commesso errori politici saranno gli elettori a giudicarlo, e se ha commesso illeciti saranno i giudici. Ma l accanimento mediatico-giudiziario senza prove, pre-giudiziale, ed i proclami pubblici dei PM ( Lula è il capo della corruzione ), sono vere e proprie invettive politiche con un solo significato: massacrare la reputazione e la dignità di Lula, che sono il suo vero ed inestimabile patrimonio, per evitare che possa candidarsi. Forze potenti, settori della magistratura, populismi travestiti da sette evangeliche, televisioni e giornali, hanno deciso che Lula vada distrutto. Questo è il punto. Nel suo secondo mandato presidenziale (2007/2010) Lula aveva raggiunto un livello di popolarità altissimo. In quella circostanza avrebbe potuto tranquillamente ottenere che venisse modificata la norma costituzionale che impedisce la candidatura per un terzo mandato consecutivo: non lo fece, dimostrando rispetto per le regole e le istituzioni. Poche settimane fa la maggioranza dei deputati e senatori brasiliani, con le argomentazioni che tutti hanno potuto ascoltare, hanno destituito la Presidente Dilma Rousseff, a mio parere personale senza che vi fossero i presupposti previsti dall articolo 85 della Costituzione (crime de responsabilidade). La cartina di tornasole di quanto affermo sta nel fatto che nella seconda votazione, quella per toglierle oltre alla presidenza del Brasile anche i diritti politici, i parlamentari hanno avuto un sussulto se non di dignità almeno di vergogna, e molti non se la sono sentita di votare per negarle i diritti politici. Ma l aver tolto di mezzo la Presidente Rousseff e l aver costituito un nuovo governo che ribalta alleanze e programmi votati dagli elettori brasiliani, non è ancora sufficiente per i registi di questa operazione. Adesso, per completare l opera e rendere irreversibile la restaurazione, occorre togliere di mezzo Lula. Di fronte a questo disegno politico, sento l esigenza morale e politica di schierarmi al suo fianco. Personalmente, come è naturale, non condivido tutto ciò che ha fatto Lula da leader politico e da SEGUE PAGINA 15

15 DA PAGINA 14 Presidente. Ad esempio non sono stato e non sono affatto d accordo sulla sua decisione, presa nel 2010, di negare l estradizione del terrorista italiano Cesare Battisti (a questo riguardo va però ricordato che Lula cancellò lo status di rifugiato politico assurdamente assegnato a Battisti dall allora Ministro dellagiustizia del suo governo). Ma in questo momento, di fronte ad una aggressione efferata e antidemocratica contro Lula, mi sento di esprimergli tutta la mia solidarietà politica, personale ed umana. Lula ha molti amici in Italia: nel mondo del lavoro (infatti il suo primo impegno pubblico fu nel sindacato dei lavoratori metalmeccanici di San Paolo); nel mondo cattolico; nel mondo economico ed imprenditoriale; nel mondo della cultura; nel mondo della politica. Tantissimi tra loro potrebbero arricchire con ricordi e testimonianze i contorni della sua figura. Vorrei limitarmi a segnalare due esponenti pubblici italiani, tra loro alquanto diversi, ma che su Lula hanno espresso pareri convergenti: il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, e l ex Presidente del Consiglio Massimo D Alema. A Rio per le Olimpiadi nell agosto scorso, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, rispose ai giornalisti con una frase molto bella e saggia: la storia sarà gentile con Lula. Inoltre, da Presidente del Consiglio, Renzi ha ricevuto per ben due volte Lula a Palazzo Chigi: la prima nel 2014, quando pubblicamente lo definì un uomo che ha rappresentato un modello di sinistra di governo ed un punto di riferimento nella lotta alla contro la fame. La seconda nel 2015, quando Lula venne in Italia ospite d onore alla Expo di Milano. Massimo D Alema, che è anche amico dell ex Presidente Cardoso, non ha avuto esitazioni nell aprile scorso, a partecipare in Brasile al Forum di Alleanza Progressista, al fianco di Lula. Da leader politico, D Alema fu l unico esponente europeo, nel 2002, ad avere la determinazione di appoggiare a viso aperto Lula, nella campagna elettorale che poi si rivelò vincente. Da esponente delle istituzioni italiane D Alema -ed io con lui, essendo stato suo Sottosegretario agli Esteri- ha avuto innumerevoli occasioni di incontro e collaborazione con l esponente brasiliano, in particolare per aumentare l interscambio economico tra i due paesi. Frequento il Brasile per ragioni politiche ed istituzionali dalla fine degli anni 80, e sempre ho cercato di dare il mio modesto contributo alla collaborazione ed alla comprensione reciproca. I passi in avanti compiuti da questo immenso e straordinario paese e dal suo popolo sono stati enormi, anche grazie leader molto diversi ma accomunati da un profondo amore per la loro patria, come Fernando Henrique Cardoso e come Luiz Inacio Lula da Silva. Sono giorni tristi e cupi per il Brasile: la mia speranza è che lo Stato di Diritto prevalga sull oscurantismo e la restaurazione. * Già Sottosegretario agli affari esteri con delega per l America Latina. Articolo pubblicato su

16 L Italia che salva i migranti. Il mondo ci vede così FIORENZA SARZANINI* ANALISI E COMMENTI Il film Fuocoammare candidato agli Oscar è una scommessa per l'italia. Una sfida che il nostro Paese può vincere. E non soltanto conquistando la tanto ambita statuetta. Fuocoammare mostra la nostra immagine migliore, quella di chi aiuta gli altri, di chi soccorre gli stranieri, di chi pensa che i migranti abbiano diritto a cercare in Europa una nuova vita. L'importante è che tutto questo non venga interpretato come un segno di debolezza nei confronti di chi invece fa la voce grossa e la faccia feroce. Una sottomissione rispetto a quegli Stati dell'unione che hanno deciso di chiudere le frontiere e alzare i muri. Lampedusa è un'isola che ha saputo reagire con forza anche grazie al coraggio di una donna come la sindaca Giusy Nicolini a una vera e propria invasione. Da anni ormai è l'approdo di migliaia di stranieri, ma anche il luogo dove altre migliaia hanno trovato la morte. Il simbolo di una frontiera che non si può chiudere perché intorno c'è soltanto il mare aperto. L'Italia non può alzare i muri, non può sbarrare i confini. Siamo la porta dell'europa e per questo è tutta l'europa a dover affrontare quella che non può e non deve essere vissuta come un'emergenza continua. I flussi migratori vanno governati, non subiti. Bisogna pianificare gli interventi, impiegare risorse. E dunque non possiamo consentire che le associazioni e le organizzazioni umanitarie che gestiscono l'accoglienza rimangano senza soldi. Il governo deve stanziare i finanziamenti e saldare subito i conti per non rischiare conseguenze peggiori come quella di abbandonare a sé stessi migliaia di profughi. Soltanto così sarà credibile quando chiederà nuovamente collaborazione per realizzare il Migration Compact. Perché come dice Pietro Bartolo, il medico diventato protagonista di Fuocoammare, «il mondo deve capire. Non voglio più contare i morti, curare corpi sofferenti. Bisogna andare a salvarli sulle coste africane. Fermare questi viaggi disperati». * Corsera 28 settembre 2016

17 Il referendum in Ticino, un voto assurdo e scorretto Prima i nostri referendum 25 settembre DEMOCRATICI NEL MONDO Il voto referendario espresso in Ticino il 25 settembre, sul quesito prima i nostri, rappresenta solo l ennesimo tentativo di esacerbare gli animi tra la popolazione residente e i lavoratori frontalieri italiani, che ogni giorno varcano il confine, e non produce alcun beneficio per i residenti né effetti reali sui lavoratori frontalieri. È comprensibile la preoccupazione di chi teme possa non trovare un posto di lavoro per se o per i propri figli. Nel contesto nazionale svizzero il canton Ticino, per alcuni, versi è considerato come una delle aree geografiche della Confederazione subordinata all economia di Zurigo e Basilea e alle piazze diplomatiche di Berna e Ginevra. Tuttavia, affrontare in maniera semplicistica un tema serio come quello dell occupazione, nel modo proposto nel quesito referendario, è qualcosa di estremamente scorretto, perché traspare di frustrazioni, eccessiva intolleranza e apatia verso quella categoria di persone corteggiate e sacrificate alla contingenza economica. I proclami utili a vendere illusioni creano solo problemi ingovernabili, come quelli già causati dal referendum del 9 febbraio 2014 sulla libera circolazione dei cittadini comunitari alla cui soluzione legislativa il governo elvetico, causa anche l allora risultato ticinese, non riesce ancora a trovare una formulazione nel Consiglio federale ed un accordo adeguato con l Unione europea. Ma la politica dell illusione ha il suo perché! L idea di aizzare parte della popolazione ticinese, puntando il dito contro i lavoratori italiani, non fa altro che discriminare una parte cospicua di forza lavoro e facilitare il gioco di chi dovrebbe assumersi le proprie responsabilità in merito alla deregolamentazione del mercato del lavoro. ricette. La politica italiana di fronte a queste insofferenze ticinesi è quindi chiamata a difendere non solo gli interessi legittimi dei lavoratori frontalieri, ma anche e soprattutto il loro diritto a non essere odiati. La Lombardia che tuttavia è governata da forze analoghe a quelle che hanno promosso il referendum dovrà fare ogni sforzo per instaurare un proficuo e stabile dialogo teso a governare i processi sociali cum grano salis. Auspichiamo che queste forze politiche della regione Insubrica riescano finalmente a ragionare e a creare le condizioni per praticare una realpolitik, diversa dalla pratica populista rivolta più alla pancia e meno alla ragione. Il Partito Democratico del Canton Ticino e il in PD Svizzera, oltre a manifestare forte scontento sull esito uscito dalle urne, che reputiamo un forte campanello d allarme nei rapporti tra stati per la messa in discussione della convivenza tra i residenti e i lavoratori frontalieri, ribadiamo la nostra continua disponibilità ad affrontare questo problema, perché siamo convinti che il populismo non rappresenti una seria risposta ai problemi e alle sfide, che questa società globalizzata ci sta ponendo. Perciò sottolineiamo volentieri quanto espresso dal ministro degli esteri Paolo Gentiloni Con la discriminazione dei frontalieri italiani salta l intesa con l Ue. Partito Democratico in Ticino I due partiti di maggioranza ticinesi, La lega dei ticinesi e i liberali, fanno leva proprio sul clima di odio per preservare da una parte i propri interessi e consentire così (tacitamente) il dumping salariale, dall altra giustificandolo con un fantomatico vuoto legislativo circa l applicazione delle loro mirabolanti

18 NEWSNEWSNEWSNEWS REFERENDUM COSTITUZIONALE Il prossimo 4 dicembre gli italiani saranno chiamati a esprimere il loro parere sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi. Si tratta della più profonda riforma alla nostra Carta costituzionale da quando essa è entrata in vigore, il 1 gennaio l disegno di legge presentato dal Governo Renzi apporta diverse modifiche ai titoli I, II, III, V e VI della seconda parte della Costituzione, riguardo il funzionamento delle Camere e l iter legislativo, le funzioni e la composizione del Senato, l elezione del Presidente della Repubblica e le modalità di attribuzione della fiducia al Governo. Ulteriori modifiche al titolo I sono relative all equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza, alle leggi di iniziativa popolari e ai referendum; mentre altre modifiche al titolo III riguardano l abolizione del CNEL e l introduzione del principio di trasparenza per la pubblica amministrazione. Vi sono inoltre numerose modifiche al titolo V, relative in particolare al rapporto tra Stato ed enti locali minori. Alcune modifiche al titolo VI riguardano infine l elezione dei giudici della Corte costituzionale. A differenza dei referendum cui siamo maggiormente abituati, quelli abrogativi, un referendum costituzionale non ha quorum (basta che una persona vada a votare perché il referendum sia valido) e la risposta è diretta: chi è a favore vota Sì, chi è contrario alla riforma vota No. Nei referendum abrogativi, invece, la logica è inversa perché, appunto, si chiede se si vuole cancellare e non promulgare una legge. Inoltre agli elettori viene chiesto di approvare o respingere la riforma nella sua totalità. Il dibattito politico innescato dalla riforma è stato fortemente distorto, al punto che il referendum sembrava quasi un voto pro o contro l attuale primo ministro Renzi. Non è così, perché una riforma costituzionale di questa portata affonda le radici in anni di dibattiti, ma soprattutto avrà effetti molto importanti nei prossimi anni: se passa, infatti, l assetto istituzionale italiano verrà profondamente modificato; se non passa, invece, l assetto istituzionale rimarrà quello della Costituzione scritta dai Padri costituenti. PONTE SULLO STRETTO Il senso delle parole del premier sembra chiaro: rilanciare il progetto del Ponte. Ma quale Ponte? Di che cosa sta parlando? Il progetto di un ponte di tali dimensioni, senza alcun precedente al mondo, genera anzitutto un difficile confronto tecnico e scientifico, tra esperti, sulle diverse proposte presentate e sulla loro fattibilità. La lunghissima storia del progetto testimonia proprio questa intrinseca difficoltà dovuta alle eccezionali condizioni ambientali e alle prestazioni richieste al manufatto (fondali profondi, forti correnti marine, traffico marittimo intenso, zona altamente sismica, zona altamente ventosa, prestazioni di traffico stradale e ferroviario). Inoltre le normative di sicurezza, nazionali e internazionali, stradali e ferroviarie, risultano non adeguate a un opera così fuori dall ordinario [55]. Prima di parlare di ponte sarebbe meglio focalizzare l attenzione sulla Sicilia dove esiste un sistema ferroviario da seconda guerra mondiale, a binario unico, a gasolio. Sulla Messina Catania è presente una frana e l autostrada è ancora interrotta. Messina e Catania sono due città metropolitane che non sono più collegate tra loro. Non ci sono le strade, i porti commerciali, le autostrade. Eppure secondo il premier proprio il Ponte sarebbe un infrastruttura utile per il Sud. Utile a togliere la Calabria dall isolamento e ad avvicinare la Sicilia e che creerebbe posti di lavoro. Prima di parlare di ponte sullo Stretto occorre dotare la Sicilia delle infrastrutture viarie, autostradali, portuali ed aereoportuali necessarie, di una rete ferroviaria adeguata. Per raggiungere Catania da Palermo in treno si impiega tre ore e trenta minuti, senza considerare che moltissimi centri sono ancora collegati da regie trazzere, che risalgono al periodo borbonico. È evidente che c è un gap infrastrutturale da colmare e che al netto delle opere previste dal patto per il Sud con la Regione siciliana servono altri investimenti e in tempi brevi, per migliorare la qualità della mobilità di uomini e merci e garantire una offerta turistica sostenibile

19 mondo... NOTIZIARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO PER GLI ITALIANI ALL ESTERO FESTA DE L UNITÀ LUSSEMBURGO 24 E 25 SETTEMBRE 2016