Teoria dei Fibrati. Filippo Bracci
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- Adelina Dini
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1 Teoria dei Fibrati Filippo Bracci DIPARTIMENTO DI MATEMATICA UNIVERSITÀ DI ROMA TOR VERGATA VIA DELLA RICERCA SCIENTIFICA 1, ROMA, ITALY. address:
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3 Indice Capitolo 1. Preliminari 5 1. Elementi di algebra tensoriale 5 2. Cenni sulle proprietà locali delle funzioni olomorfe Varietà differenziabili e complesse Partizioni dell unità Fascio di struttura di una varietà Lo spazio tangente ad un varietà e il differenziale di una applicazione Sottovarietà regolari e teoremi di taglio Immersioni e sottovarietà immerse Richiami sui Rivestimenti Rudimenti della teoria dei Gruppi di Lie Azioni di gruppi 44 Capitolo 2. Fibrati Sommersioni, fibrazioni e fibrati Fibrati vettoriali e fibrati principali Sezioni di fibrati Operazioni sui fibrati vettoriali Metriche lungo le fibre di un fibrato vettoriale Fibrato pull-back Sottofibrati vettoriali Fibrati quoziente Nucleo e Immagine di morfismi di fibrati vettoriali Successioni esatte di fibrati vettoriali Fibrati lineari e gruppo di Picard su varietà complesse Fibrati tautologici sullo spazio proiettivo Strutture quasi complesse 82 Capitolo 3. Campi di vettori, foliazioni e forme differenziali Campi di vettori e parentesi di Lie Foliazioni e il teorema di Frobenius L operatore differenziale esterno Integrazione su varietà 101 3
4 4 INDICE 5. Coomologia di de Rham Strutture quasi complesse integrabili 109 Capitolo 4. Fasci e coomologia Piccolo compendio di algebra commutativa Prefasci e Fasci Successioni esatte di fasci Morfismi di fibrati vettoriali e di fasci localmente liberi Operazioni sui fasci Fasci di moduli coerenti Coomologia di Čech di fasci su spazi paracompatti Il teorema di de Rham astratto Risoluzione canonica soft, teorema di Leray e successione di Meyer-Vietoris Applicazioni 148 Capitolo 5. Connessioni su fibrati Connessioni su fibrati vettoriali La (prima) classe di Atiyah Curvatura di una connessione Estensione di una connessione all algebra tensoriale Le identità di Bianchi Fibrati lineari e connessioni Teoria di Chern-Weil 170 Capitolo 6. Teoremi di annullamento di classi caratteristiche Classi di Chern come ostruzione all esistenza di sezioni globali Connessioni Parziali Connessioni su fibrati olomorfi e teorema di annullamento di Bott 182 Bibliografia 187
5 CAPITOLO 1 Preliminari 1. Elementi di algebra tensoriale 1.1. Applicazioni bilineari e prodotto tensoriale di spazi vettoriali. Siano V, W due spazi vettoriali di dimensione finita sul campo K = R, C. DEFINIZIONE 1.1. Una applicazione bilineare f su V W a valori in uno spazio vettoriale U è una funzione f : V W U tale che: (1) V v f(v, w) è K-lineare per ogni w W fissato, e (2) W w f(v, w) è K-lineare per ogni v V fissato. Se f, g sono applicazioni bilineari su V W, allora per ogni λ, µ K la funzione λf + µg definita tramite (λf + µg)(v, w) := λf(v, w) + µg(v, w), è chiaramente una applicazione bilineare su V W a valori in U. Pertanto l insieme delle applicazioni bilineari da V W in U forma uno spazio vettoriale su K. Indichiamo con V, W i duali di V, W, in altri termini, V = Hom(V, K). Lo spazio delle applicazioni bilineari su V W a valori in K (dette anche forme bilineari), si denota V K W. Dunque per definizione: Definiamo adesso una applicazione tramite V K W := {f : V W K : f è bilineare} : V W V K W, ( (v, w))(v, w ) := v (v)w (w), dove (v, w) V W e v V, w W. Si verifica facilmente che per ogni fissato (v, w) V W, (v, w) è una forma bilineare su V W. In più, per costruzione, si verifica che : V W V K W è una applicazione bilineare. Definiamo v w := (v, w). Gli elementi di V K W del tipo v w si dicono semplici. 5
6 6 1. PRELIMINARI PROPOSIZIONE 1.2. Sia {v 1,..., v n } una base di V e sia {w 1,..., w m } una base di W. Allora {v i w j } i=1,...,n;j=1,...,m è una base di V K W. Pertanto, dim(v K W ) = (dim V ) (dim W ). DIMOSTRAZIONE. Sia {v1,..., vn} la base di V duale di {v 1,..., v n } e sia {w1,..., wm} la base di W duale di {w 1,..., w m }. Sia f V K W. Poniamo a ij := f(vi, wj ). Sia poi g := a kh v k w h. Allora per definizione si ha g(v i, w j ) = k,h k=1,...,n;h=1,...,m a kh v k w h (v i, w j ) = k,h a kh v i (v k )w j (w h ) = k,h a kh δ ik δ jh = a ij. Pertanto f(vi, wj ) = g(vi, wj ) per ogni i = 1,..., n e j = 1,..., m e per bilinearità f = g. Dunque, {v i w j } i=1,...,n;j=1,...,m è un sistema di generatori per V K W. Sia ora 0 = λ ij v i w j. Applicando tale identità all elemento (vh, w k ) si ottiene λ hk = 0 per ogni h = 1,..., n e k = 1,..., m, il che prova che {v i w j } i=1,...,n;j=1,...,m sono linearmente indipendenti e dunque formano una base. Dalla proposizione precedente segue che ogni elemento di V K W si esprime come combinazione lineare di elementi semplici. Inoltre sempre dalla Proposizione 1.2 segue che span( (V W )) = V K W. PROPOSIZIONE 1.3 (Proprietà universale del prodotto tensoriale). Siano U, V, W spazi vettoriali finito dimensionali su K. Sia φ : V W U una applicazione bilineare. Allora esiste una unica applicazione lineare ˆφ : V K W U tale che φ = ˆφ. DIMOSTRAZIONE. Poiché ogni elemento in V K W è combinazione lineare di elementi semplici, basta definire ˆφ sugli elementi semplici ed estenderla per linearità. Definiamo ˆφ(v w) := φ(v, w). Si verifica facilmente che ˆφ ha le proprietà richieste. Caratterizziamo adesso il prodotto tensoriale tramite la proprietà universale data dalla proposizione precedente. TEOREMA 1.4. Siano V, W, P tre spazi vettoriali finito dimensionali su K. Supponiamo che esista π : V W P applicazione bilineare tale che (1) span(π(v W )) = P, (2) per ogni spazio vettoriale finito dimensionale U e ogni applicazione bilineare φ : V W U esiste una unica applicazione lineare φ : P U tale che φ = φ π. Allora esiste σ : V W P isomorfismo tale che π = σ.
7 1. ELEMENTI DI ALGEBRA TENSORIALE 7 DIMOSTRAZIONE. Sia σ := ˆπ : V W P l applicazione lineare definita dalla Proposizione 1.3. E sia : P V W l applicazione lineare data dalla proprietà (2) nelle ipotesi del teorema. Proviamo che σ = id V K W. Sia t V K W. Poiché t è combinazione lineare di elementi semplici, possiamo scrivere t = v j w j. Dunque, tenendo presente che σ = ˆπ = π e che π =, si ha σ(t) = j σ(v j w j ) = j σ (v j, w j ) = j π(v j, w j ) = j (v j, w j ) = v j w j = t. Pertanto σ è iniettiva. Poiché per definizione σ(v K W ) = span(π(v W )) e per la proprietà (1) nelle ipotesi del teorema, span(π(v W )) = P, ne segue che σ è anche suriettiva. Da cui segue il risultato. Si verifica facilmente che valgono le seguenti proprietà: (1) V K W W K V (tramite v w w v), (2) (V K W ) K U V K (W K U) (tramite (v w) u v (w u)), (3) V K K V (tramite v λ λv). In particolare grazie alla proprietà (2), si può parlare di prodotto tensoriale di più di due spazi vettoriali senza doversi preoccupare dell ordine in cui tale prodotto viene preso. Ragionando come in Proposizione 1.2 si ha: PROPOSIZIONE 1.5. Siano V 1,..., V m degli spazi vettoriali finito dimensionali su K. Allora V 1 K... K V m è isomorfo allo spazio delle forme r-multilineari su V1... Vm. Inoltre, per h = 1,..., m sia {v1 h,..., vn h h } una base di V h. Allora V 1 K... K V m ha base data da {vj vj m m } al variare di j h {1,..., n h }, h = 1,..., m. ESEMPIO 1.6. Sia V uno spazio vettoriale reale di dimensione n. Si può definire V R C, che è uno spazio vettoriale su R di dimensione 2n. D altra parte, V R C ha una naturale struttura di spazio vettoriale su C data ponendo α( j v j λ j ) := j v j (αλ j ), per α C e j v j λ j V R C. Sia {v 1,..., v n } una base di V. Allora per quanto visto, {v 1 1,..., v n 1, v 1 i,..., v n i} è una base di V R C su R. In particolare dunque {v 1 1,..., v n 1, v 1 i,..., v n i} è un sistema di generatori di V R C su C. Poiché v i = i(v 1), risulta che {v 1 1,..., v n 1} generano V R C su C. Proviamo che essi sono linearmente indipendenti su C e dunque sono una base di V R C su C. In effetti, se
8 8 1. PRELIMINARI n j=1 λ j(v j 1) = 0, scrivendo λ j = x j + iy j con x j, y j R, si ottiene n (x j (v j 1) + y j (v j i)) = 0, j=1 che implica x j = y j = 0 per ogni j. Siano adesso V 1, V 2, W 1, W 2 spazi vettoriali finito dimensionali e siano f 1 : V 1 W 1, f 2 : V 2 W 2 applicazioni lineari. Si può definire una applicazione lineare f 1 f 2 : V 1 K V 2 W 1 K W 2, definendola sugli elementi semplici v 1 v 2 V 1 V 2 tramite f 1 f 2 (v 1 v 2 ) := f 1 (v 1 ) f 2 (v 2 ) ed estendendola per linearità a tutto V 1 K V 2. Sia Bi V := {v1, i..., vn i i } un base di V i e Bi W := {w1, i..., wm i i } una base di W i (i = 1, 2). Sia M 1 = (a ij ) la matrice associata a f 1 nelle basi B1 V, B1 W e similmente sia M 2 = (b ij ) la matrice associata a f 2 nelle basi B2 V, B2 W. Allora ( m1 ) ( m2 ) f 1 f 2 (vi 1 vj 2 ) = f 1 (vi 1 ) f 2 (vj 2 ) = a ki wk 1 b hj wh 2 = a ki b hj wk 1 wh. 2 h,k k=1 Pertanto, la matrice associata a f 1 f 2 nelle basi {v1 1 v1, 2..., v1 1 vn , vn 1 1 vn 2 2 } e {w1 1 w1, 2..., w1 1 wm 2 2,..., wm 1 1 wm 2 2 } è data dal prodotto di Kronecker M 1 M 2 definito tramite a 11 M 2... a 1n1 M 2 M 1 M 2 :=... a m1 1M 2... a m1 n 1 M 2 PROPOSIZIONE 1.7. Siano V, W due spazi vettoriali di dimensione finita su K. Allora V K W è isomorfo a Hom(V, W ). DIMOSTRAZIONE. Definiamo una applicazione lineare Φ : V K W Hom(V, W ) sugli elementi semplici (e poi estendiamola per linearità) tramite h=1 Φ(v w)(ϕ) := ϕ(v)w, ϕ V. Verifichiamo che Φ è iniettiva. Sarà quindi l isomorfismo richiesto poiché V K W e Hom(V, W ) hanno le stesse dimensioni. Sia {v 1,..., v n } una base di V, sia {w 1,..., w m } una base di W. Sia {v 1,..., v n} la base di V duale di {v 1,..., v n }. Allora {v 1 w 1,..., v n w m } è una base di V K W. Per provare che Φ è iniettiva basta provare che {Φ(v 1 w 1 ),..., Φ(v n w m )} sono linearmente indipendenti come vettori di Hom(V, W ). Sia a ij Φ(v i w j ) = 0 (qua 0 è il morfismo nullo da V in W ). Allora per k = 1,..., n 0 = ij a ij Φ(v i w j )(v k) = ij a ij v k(v i )w j = ij a ij δ ik w j = j a kj w j,
9 1. ELEMENTI DI ALGEBRA TENSORIALE 9 e questo implica a kj = 0 per ogni k, j essendo {w 1,..., w m } linearmente indipendenti. Pertanto Φ è iniettiva Algebra tensoriale di uno spazio vettoriale. Sia V uno spazio vettoriale finito dimensionale su K. Si definisce T 0 (V ) = K e, per r N, r > 0, T r (V ) := V K... K V. } {{ } r Gli elementi di T r (V ) si dicono tensori controvarianti di grado r. Similmente per s N si definisce T s (V ) := T s (V ). Gli elementi di T s (V ) si chiamano tensori covarianti di grado s. Si pone poi DEFINIZIONE 1.8. Lo spazio vettoriale si dice l algebra tensoriale di V. T r s (V ) := T r (V ) K T s (V ). T (V ) := r 0 T r (V ) L algebra tensoriale di V si chiama anche l algebra tensoriale duale di V, per definizione T (V ) = s 0 T s(v ). Si ha poi l algebra tensoriale mista T(V ) := T r (V ) K T s (V ). r 0,s 0 Presi a, b T (V ), se a T p (V ) e b T q (V ), allora si può definire in modo naturale il prodotto a b T p+q (V ). Più precisamente, se a = v i1... v ip e se b = v j1... v jq, si definisce a b := v i1... v ip v j1... v jq. La dimostrazione del seguente risultato è semplice e viene lasciata per esercizio: PROPOSIZIONE 1.9. L algebra tensoriale T (V ) munita del prodotto ammette una naturale struttura di anello associativo, tale che, per ogni α K e a, b T (V ) risulta α(a b) = (αa) b = a (αb). Uno spazio vettoriale che abbia una struttura di anello associativo per cui il prodotto per uno scalare è legato al prodotto di elementi dell anello come nella proposizione precedente si chiama una algebra. Ciò giustifica la nomenclatura per T (V ). In modo simile si vede che T (V ) è un algebra. Similmente si può dotare T(V ) della struttura di algebra ponendo (v 1 w 1) (v 2 w 2) = v 1 v 2 w 1 w 2 per v 1 w 1 T r s (V ) e v 2 w 2 T p q (V ).
10 10 1. PRELIMINARI Siano s, r > 0 e siano 0 < i r e 0 < j s. Si definisce una applicazione lineare c ij : T r s (V ) T r 1 s 1 (V ), detta contrazione, nel modo seguente (il simboloˆsignifica rimosso): c ij (v 1... v r w 1... w s) := w j (v i )v 1... ˆv i... v r w 1... ŵ j... w s ESEMPIO Per la Proposizione 1.7 esiste un isomorfismo Φ : T 1 1 (V ) End(V ). Sia f End(V ) Allora tr(f) = c 11 (Φ 1 (f)). Infatti, sia {v 1,..., v n } una base di V e sia {v 1,..., v n} la base di V duale alla base scelta di V. Sia M = (a ij ) la matrice associata a f. Allora Φ 1 (f) = ij a ijv i v j, da cui si ha c 11 (Φ 1 (f)) = ij a ij c 11 (v i v j ) = ij a ij v j (v i ) = ij a ij δ ij = i a ii = tr(f) Algebra Esterna. Fissato r N, denotiamo con Σ(r) il gruppo delle permutazioni su {1,..., r}. DEFINIZIONE Per σ Σ(r) definiamo L σ : T r (V ) T r (V ) sugli elementi semplici tramite L σ (v 1... v r ) = v σ(1)... v σ(r) ed estendiamola per linearità. OSSERVAZIONE L applicazione L σ : T r (V ) T r (V ) è un isomorfismo. Infatti data una base di T r (V ) come nella Proposizione 1.5, si verifica facilmente che L σ permuta gli elementi della base. Dati σ, τ Σ(r) si ha (1.1) L τ L σ = L τσ. DEFINIZIONE Sia r N. Si definisce l applicazione lineare A r : T r (V ) T r (V ) tramite A r := 1 sgn(σ)l σ. r! σ Σ(r) L applicazione lineare A := r 0 A r : T (V ) T (V ) si chiama l alternatore. Per definizione A T r (V ) = A r. Osserviamo che per ogni r N e τ Σ(r) risulta (1.2) A r L τ = sgn(τ)a r. Infatti: A r L τ = 1 r! σ Σ(r) = sgn(τ) 1 r! sgn(σ)l σ L τ (1.1) = 1 r! σ Σ(r) σ Σ(r) sgn(στ)l στ = sgn(τ) 1 r! sgn(σ)l στ στ Σ(r) sgn(στ)l στ = sgn(τ)a r.
11 1. ELEMENTI DI ALGEBRA TENSORIALE 11 PROPOSIZIONE Sia A : T (V ) T (V ) l alternatore. Allora A 2 = A. In particolare Im A = ker(a id) e T (V ) = ker A Im A. DIMOSTRAZIONE. Per definizione di A, occorre e basta provare che A 2 r = A r per ogni r N. Ma A 2 r = A r A r = 1 (1.2) sgn(σ)a r L σ = 1 sgn(σ)sgn(σ)a r r! r! = 1 r! σ Σ(r) σ Σ(r) A r = 1 r! r!a r = A r. σ Σ(r) Se w Im A, allora esiste w T (V ) tale che Aw = w. Dunque w = Aw = A 2 w = A(Aw ) = Aw che prova che Aw = w. In altri termini A Im A = id e Im A coincide con l autospazio relativo all autovalore 1. Pertanto Im A ker A = {0} e poiché ogni elemento v V si può scrivere come v = Av + (v Av) Im A + ker A, dunque T (V ) = ker A Im A. OSSERVAZIONE Se r > n = dim V allora T r (V ) ker A. Infatti, sia {v 1,..., v n } una base di V, e sia {v i1... v ir } la base di T r (V ) ottenuta al variare di i 1,..., i r tra 1 e n. Proviamo che A(v i1... v ir ) = 0 per ogni indice. Poiché r > n, esistono almeno due indici uguali, diciamo i a, i b. Sia τ Σ(r) la permutazione che scambia a con b e lascia fissi gli altri elementi. Per ogni permutazione σ Σ(r) risulta dunque L σ (v i1... v ir ) = L στ (v i1... v ir ), ma le due permutazioni σ e στ hanno segno opposto. Pertanto A r (v i1... v ir ) = 0, come enunciato. DEFINIZIONE Sia r N. Si definisce Λ r (V ) := Im A r = A(T r (V )). Gli elementi di Λ r (V ) si dicono r-forme. Si definisce poi l algebra esterna di V tramite Λ(V ) := Im A = r 0 Λ r (V ). Per l Osservazione 1.15, Λ r (V ) = 0 per r > dim V. In particolare dunque Λ(V ) = dim V r=0 Λ r (V ). Sia adesso I l ideale bilatero di T (V ) generato dagli elementi della forma v v. In altre parole un elemento di I è una combinazione lineare finita di elementi del tipo v 1... v v... v k in cui almeno due elementi consecutivi sono uguali. LEMMA ker A = I.
12 12 1. PRELIMINARI DIMOSTRAZIONE. Ragionando in modo analogo a quanto fatto nell Osservazione 1.15 si vede che I ker A. Per provare il viceversa, sia π : T (V ) T (V )/I la proiezione canonica che ad un e- lemento w T (V ) associa la sua classe di equivalenza modulo I. Poiché I è un ideale, T (V )/I possiede una struttura di anello associativo, il cui prodotto denotiamo con, e π è un omomorfismo suriettivo di anelli. Dati v, w V, si ha 0 =π((v + w) (v + w)) = π(v v + v w + w v + w w) = π(v v) + π(v w) + π(w v) + π(w w) = π(v) π(w) + π(w) π(v), da cui segue che π(v) π(w) = π(w) π(v). Pertanto, fissato r N e dati σ Σ(r) e v 1,..., v r V, si ha π(v σ(1)... v σ(r) ) = π(v σ(1) )... π(v σ(r) ) Ovvero, π L σ = sgn(σ)π. Dunque, π A r = 1 sgn(σ)π L σ = 1 r! r! = sgn(σ)π(v 1 )... π(v r ) = sgn(σ)π(v 1... v r ). σ Σ(r) Questo prova che ker A ker π = I. σ Σ(r) sgn(σ) 2 π = π. COROLLARIO Sia w T (V ) e sia v ker A. Allora w v ker A e v w ker A. DIMOSTRAZIONE. Infatti per il Lemma 1.17 risulta ker A = I e I è un ideale bilatero (dunque chiuso per moltiplicazione a destra e sinistra nell anello T (V ). OSSERVAZIONE Si noti che A r (v 1... v r ) = 0 se v i = v j per qualche i j. Infatti, sia σ Σ(r) una permutazione tale che σ(1) = i, σ(2) = j. Allora per il Lemma 1.17 e per la (1.2) 0 = A r (v σ(1)... v σ(r) ) = sgn(σ)a r (v 1... v r ). Si può dare una struttura di anello associativo (di fatto algebra) su Λ(V ) definendo un prodotto (detto prodotto esterno) nel modo seguente: siano v, w Λ(V ), allora v w := A(v w). Si osservi che la definizione è ben posta, poiché Λ(V ) = Im A T (V ) e dunque è ben definito a b per a, b Λ(V ). Tale prodotto potrebbe non stare in Λ(V ) e applichiamo dunque A la cui immagine è proprio Λ(V ). PROPOSIZIONE Lo spazio vettoriale Λ(V ) con il prodotto è un anello associativo tale che, per ogni α K e a, b Λ(V ) risulta α(a b) = (αa) b = a (αb).
13 1. ELEMENTI DI ALGEBRA TENSORIALE 13 DIMOSTRAZIONE. Per provare che Λ(V ) è un anello associativo, essendo già un gruppo abeliano rispetto alla somma, occorre e basta provare che a (b c) = (a b) c per a, b, c Λ(V ) e che valgono le proprietà distributive rispetto alla somma: a (b + c) = a b + a c e (a + b) c = a c + b c. Le proprietà distributive sono di immediata verifica poiché è bilineare e A è lineare. Per verificare l associatività, si nota che, dati a, b, c Λ(V ) risulta (1.3) A(A(a b) c) = A(a b c). Infatti, per la Proposizione 1.14 risulta a b = A(a b) + v con A(v) = 0. Dunque A(a b c) = A((A(a b) + v) c) = A(A(a b) c) + A(v c), e A(v c) = 0 per il Corollario Similmente (1.4) A(a A(b c)) = A(a b c). Dalle (1.3) e (1.4) si ha a (b c) = A(a A(b c)) = A(a b c) = A(A(a b) c) = (a b) c. Infine dalla bilinearità di e dalla linearità di A si verifica facilmente che per ogni α K e a, b Λ(V ) vale α(a b) = (αa) b = a (αb). PROPOSIZIONE L algebra esterna Λ(V ) è isomorfa come anello associativo all anello T (V )/I. DIMOSTRAZIONE. Per la Proposizione 1.14, risulta T (V ) = Im A ker A. Pertanto (come isomorfismo di spazi vettoriali) Λ(V ) T (V )/ ker A. Per il Lemma 1.17 si ha ker A = I, e dunque risulta Λ(V ) T (V )/I come spazi vettoriali. Sia ρ : Λ(V ) T (V )/I tale isomorfismo. Proviamo che ρ è anche un isomorfismo di anelli. Per questo occorre e basta verificare che ρ(a b) = ρ(a) ρ(b), per ogni a, b Λ(V ), essendo il prodotto in T (V )/I. Sia π : T (V ) T (V )/I. Per definizione di ρ, si ha ρ(a(a)) = π(a). Pertanto ρ(a b) = ρ(a(a b)) = π(a b) = π(a) π(b) = ρ(a(a)) ρ(a(b)) = ρ(a) ρ(b), e la dimostrazione è conclusa. PROPOSIZIONE Siano a Λ p (V ) e b Λ q (V ). Allora a b = ( 1) pq b a. DIMOSTRAZIONE. Poiché ogni elemento di Λ(V ) è combinazione lineare di immagini mediante A di elementi semplici, occorre e basta provare la proposizione per a = v 1... v p e b = w 1... w q.
14 14 1. PRELIMINARI Osserviamo preliminarmente che, dati v, w V, dalla dimostrazione del Lemma 1.17 si vede che π(v) π(w) = π(w) π(v) in T (V )/I. Essendo T (V )/I Λ(V ) come anelli, per la Proposizione 1.21 risulta che, dati v, w Λ 1 (V ) si ha v w = w v. Ma allora, utilizzando l associatività del prodotto, (v 1... v p ) (w 1... w q ) = v 1... (v p w 1 )... w q = v 1... (w 1 v p )... w q =... = ( 1) p w 1 v 2... v p w 2... w q =... = ( 1) pq (w 1... w q ) (v 1... v p ), e la dimostrazione è conclusa. COROLLARIO Risulta a a = 0 per ogni a Λ 2r+1 (V ). DIMOSTRAZIONE. Per la proposizione precedente si ha a a = ( 1) (2r+1)2 a a = a a, da cui segue a a = 0. OSSERVAZIONE Se α Λ 2r (V ), in generale, α α 0. Ad esempio, se {v 1,..., v 4 } sono vettori linearmente indipendenti in V, posto α = v 1 v 2 +v 3 v 4, si ha (si veda il Corollario 1.29) (v 1 v 2 + v 3 v 4 ) (v 1 v 2 + v 3 v 4 ) = 2v 1 v 2 v 3 v 4 0. DEFINIZIONE Una forma r-multilineare f su V si dice alternante se per ogni σ Σ(r) vale f(v σ(1),..., v σ(r)) = sgn(σ)f(v 1,..., v r). Chiaramente, l insieme delle forme r-multilineari alternanti su V forma un sottospazio dello spazio delle forme r-multilineari su V. Ricordiamo che T r (V ) è identificato con lo spazio delle forme r-multilineari su V. TEOREMA Λ r (V ) T r (V ) è identificato con il sottospazio delle forme r-multilineari alternanti su V. Inoltre, se {v 1,..., v n } è una base di V, allora {v i1... v ir } 1 i1 <...<i r n è una base di Λ r (V ). DIMOSTRAZIONE. Poiché gli elementi di Λ r (V ) sono combinazione lineare di immagini mediante A di elementi semplici, occorre e basta provare che elementi del tipo v 1... v r danno luogo a forme r-multilineari alternanti su V. Dato τ Σ(r), ricordando che A L τ = sgn(τ)a,
15 1. ELEMENTI DI ALGEBRA TENSORIALE 15 si ha (v 1... v r )(wτ(1),..., wτ(r)) = A(v 1... v r )(wτ(1),..., wτ(r)) = 1 sgn(σ)(v σ(1)... v σ(r) )(w r! τ(1),..., wτ(r)) = 1 r! = 1 r! = 1 r! σ Σ(r) σ Σ(r) σ Σ(r) σ Σ(r) sgn(σ)w τ(1)(v σ(1) )... w τ(r)(v σ(r) ) sgn(σ)w 1(v σ(τ 1 (1)))... w r(v σ(τ 1 (r))) sgn(σ)l σ (v τ 1 (1)... v τ 1 (r))(w 1,..., w r) = A(v τ 1 (1)... v τ 1 (r))(w 1,..., w r) = sgn(τ 1 )A(v 1... v r )(w 1,..., w r) = sgn(τ)(v 1... v r )(w 1,..., w r), pertanto v 1... v r è una forma alternante. Proviamo adesso che ogni forma r-multilineare alternante su V proviene da una r-forma di V. Per farlo, osserviamo preliminarmente che {v i1... v ir } 1 i1 <...<i r n è una base di Λ r (V ). Infatti, poiché {v i1... v ir } al variare di i 1,..., i r in {1,..., n} formano una base di T (V ), la loro immagine mediante A r è un insieme di generatori di Λ r (V ). Ma, dato che A r (v i1... v ir ) = 0 se i l = i m per qualche i m (per l Osservazione 1.19) e dato che A r L σ = sgn(σ)a r, risulta che in effetti {v i1... v ir } 1 i1 <...<i r n è un insieme di generatori di Λ r (V ). Per provare che tali elementi sono linearmente indipendenti, supponiamo che λ i1...i r v i1... v ir = 0. 1 i 1 <...<i r n Sia {v1,..., vn} la base di V duale di {v 1,..., v n }. Fissati 1 k 1 <... < k r n, si ha 0 = λ i1...i r v i1... v ir (vk 1,..., vk r ) = 1 i 1 <...<i r n 1 i 1 <...<i r n λ i1...i r v k 1 (v i1 )... v k r (v ir ) = 1 i 1 <...<i r n λ i1...i r δ k1 i 1... δ kri r = λ k1...k r. Ciò prova che {v i1... v ir } 1 i1 <...<i r n sono linearmente indipendenti. Sia ora ϕ una forma r-multilineare alternante su V. Per 1 k 1 <... < k r n poniamo a k1...k r := ϕ(vk 1,..., vk r ). Si noti che, poiché la forma ϕ è alternante, per ogni i 1,..., i r {1,..., n} si ha { ϕ(vi 1,..., vi 0 se l m tali che i l = i m r ) = sgn(σ)a k1...k r se σ Σ(r) : σ(i j ) = k j e 1 k 1 <... < k r n
16 16 1. PRELIMINARI Poniamo ora f := r! 1 k 1 <...<k a r n k 1...k r v k1... v kr. Siano i 1,..., i r {1,..., n} fissati. Si osservi che se i l = i m per qualche m l, allora f(vi 1,..., vi r ) = 0. Supponiamo dunque i l i m per l m. Allora esistono unici degli indici 1 k 1 <... < k r n ed esiste una unica permutazione σ Σ(r) tale che σ( k j ) = i j (j = 1,..., r). Pertanto: f(vi 1,..., vi r ) = r! a k1...k r v k1... v kr (vi 1,..., vi r ) = r! = r! = r! 1 k 1 <...<k r n 1 k 1 <...<k r n 1 k 1 <...<k r n 1 k 1 <...<k r n = sgn( σ)a k1... k r. a k1...k r A(v k1... v kr )(v i 1,..., v i r ) a k1...k r 1 r! a k1...k r 1 r! σ Σ(r) σ Σ(r) sgn(σ)v i 1 (v σ(k1 ))... v i r (v σ(kr)) sgn(σ)δ i1 σ(k 1 )... δ irσ(k r) = r!a k1... k r 1 r! sgn( σ) Pertanto f = ϕ (essendo uguali sugli elementi di una base di V ed essendo multilineari). Ciò prova il teorema. OSSERVAZIONE Nel corso della dimostrazione precedente si è visto che, se a Λ p (V ), b Λ q (V ) allora a b(w1,..., wp+q) 1 = sgn(σ)a(w (p + q)! σ(1),..., wσ(p))b(w σ(p+1),..., wσ(p+q)) σ Σ(p+q) Come corollario immediato del teorema precedente si ha il calcolo della dimensione dello spazio delle r-forme: COROLLARIO Sia V uno spazio vettoriale di dimensione n su K. Allora per 0 r n si ha dim Λ r (V ) = ( n r). Inoltre dim Λ(V ) = 2 n. COROLLARIO Siano v 1,..., v r V. Allora {v 1,..., v r } sono linearmente indipendenti se e solo se v 1... v r 0 in Λ r (V ). DIMOSTRAZIONE. Se {v 1,..., v r } sono linearmente indipendenti allora si può completare l insieme ad una base di V e dunque per il teorema precedente v 1... v r è un elemento di una base di Λ r (V ) e pertanto non è zero. Viceversa, supponiamo che {v 1,..., v r } siano linearmente dipendenti. A meno di cambiare l ordine possiamo supporre v 1 = r j=2 λ jv j. Ma allora r v 1... v r = λ j v j v 2... v r = 0 poiché, per j = 2,..., n, si ha j=2 v j v 2... v r = ±v j v j v 2... ˆv j... v n = A(v j v j v 2... ˆv j... v n ) = 0
17 1. ELEMENTI DI ALGEBRA TENSORIALE 17 per la Proposizione 1.22 e il Lemma Sia adesso f : V V una applicazione lineare. Come visto in precedenza f si estende ad un endomorfismo (che chiamiamo sempre f : T (V ) T (V )) che è anche un omomorfismo di anelli. Pertanto definisce un omomorfismo T (V ) T (V )/I Λ(V ) tramite la composizione π f. Ora, f(v v) := f(v) f(v). Pertanto f(i) I. E dunque π f definisce un omomorfismo di anelli (che denotiamo sempre con la stessa lettera) f : Λ(V ) T (V )/I T (V )/I Λ(V ). In altri termini sugli elementi semplici f è definita da f(v 1... v r ) = A(f(v 1 )... f(v r )) = f(v 1 )... f(v r ). PROPOSIZIONE Sia f : V V una applicazione lineare. Se {v 1,..., v n } è una base di V e M è la matrice associata ad f in tale base, risulta f(v 1... v n ) = det(m)v 1... v n. DIMOSTRAZIONE. Sia M = (a ij ). Dunque ( n ) ( n ) f(v 1... v n ) = f(v 1 )... f(v n ) = a h1 v h... a hn v h = n h 1,...,h n=1 h=1 a h a hnnv h1... v hn = σ Σ(n) h=1 sgn(σ)a σ(1)1... a σ(n)n v 1... v n. COROLLARIO Sia {v 1,..., v n } una base di V. Siano w 1,..., w n V. Supponiamo che w j = n i=1 a ijv i. Sia M = (a ij ). Allora w 1... w n = det(m)v 1... v n. DIMOSTRAZIONE. Si ponga f : V V definita tramite f(v j ) = w j per j = 1,..., n e si estenda a V per linearità. Il risultato segue allora dalla proposizione precedente Algebra Simmetrica. DEFINIZIONE Sia r N. Si definisce l applicazione lineare S r : T r (V ) T r (V ) tramite S r := 1 L σ. r! σ Σ(r) L applicazione lineare S := r 0 S r : T (V ) T (V ) si chiama il simmetrizzatore. PROPOSIZIONE Valgono le seguenti proprietà: (1) S r L σ = L σ S r = S r per ogni σ Σ(r). (2) S 2 = S (3) S r A r = A r S r = 0 per r 2.
18 18 1. PRELIMINARI DIMOSTRAZIONE. (1) è ovvia. (2) segue subito da (1) poiché S r S r = 1 L σ S r = 1 S r = S r. r! r! Per la (3), si ha S r A r = 1 r! σ Σ(r) σ Σ(r) sgn(σ)s r L σ (1) = 1 r! σ Σ(r) σ Σ(r) sgn(σ)s r = S r 1 r! σ Σ(r) sgn(σ) = 0, dove si è usato il fatto che per r 2 il numero delle permutazioni pari è uguale al numero delle permutazioni dispari e pertanto σ Σ(r) sgn(σ) = 0. Similmente si prova che A r S r = 0. OSSERVAZIONE Per r = 1 risulta A 1 (v) = S 1 (v) = v. COROLLARIO T (V ) = Im S ker S. Inoltre Im S = ker(s id). DIMOSTRAZIONE. Dalla (2) della proposizione precedente si ha S 2 = S. La prova è quindi del tutto analoga a quella della Proposizione 1.14 e la omettiamo. Sia K l ideale bilatero di T (V ) generato dagli elementi della forma v w. In altri termini, K è l ideale bilatero generato da Im A 2 = Λ 2 (V ) in T (V ). LEMMA ker S = K. DIMOSTRAZIONE. L argomento è simile a quello della prova del Lemma 1.17 e quindi ne diamo velocemente l idea. Si vede facilmente che K ker S. Per il viceversa, sia π : T (V ) T (V )/K la proiezione canonica e sia la moltiplicazione in T (V )/K. Dalla 0 = π(v w) = π(a(v w)) = 1 (π(v w) π(w v)), 2 si ricava che T (V )/K è un anello commutativo. Da cui π S = π e pertanto ker S K. DEFINIZIONE Sia r N. Si definisce S r (V ) := Im S r = S(T r (V )). Gli elementi di S r (V ) si dicono r-tensori simmetrici. Si definisce poi l algebra simmetrica di V tramite S(V ) := Im S = r 0 S r (V ). Si può definire un prodotto su S(V ) tramite a b := S(a b), essendo a, b S(V ). Utilizzando il Lemma 1.36 si prova il seguente risultato similmente a quanto fatto per l alternatore:
19 1. ELEMENTI DI ALGEBRA TENSORIALE 19 TEOREMA Il prodotto rende S(V ) un anello associativo commutativo, isomorfo a T (V )/K. In modo simile a quanto fatto per le r-forme, si può dimostrare che gli r-tensori simmetrici coincidono con le forme r-multilineari simmetriche su V. Dove, una forma r-multilineare f su V si dice simmetrica se f(v σ(1),..., v σ(r) ) = f(v 1,..., v r) per ogni σ Σ(r). Pertanto: TEOREMA S r (V ) T r (V ) è identificato con il sottospazio delle forme r-multilineari simmetriche su V. Inoltre, se {v 1,..., v n } è una base di V, allora {v i1... v ir } 1 i1... i r n è una base di S r (V ). Come conseguenza si ha che dim S r (V ) = ( ) n+r 1 r e che S(V ) ha dimensione infinita. Dalla Proprietà (3) della Proposizione 1.33 segue anche che Λ(V ) ker S e S(V ) ker A, ma, per r 3, ker S r è strettamente più grande di Λ r (V ). Infatti ker S r contiene elementi del tipo v w u... u che non stanno in Λ r (V ). Similmente ker A r è strettamente più grande di S r (V ). Per r = 2 invece ker S 2 = Λ 2 (V ) (per il Lemma 1.36) e dunque: PROPOSIZIONE T 2 (V ) = Λ 2 (V ) S 2 (V ). Pertanto, tenuto conto che le 2-forme corrispondono a forme bilineari alternanti su V e i 2-tensori simmetrici corrispondono a forme bilineari simmetriche su V, si ha che ogni forma bilineare su V si può scrivere in modo unico come somma diretta di una forma bilineare alternante e di una forma bilineare simmetrica (ma lo stesso non vale per forme r-multilineari su V con r 3). Ricordiamo che un polinomio omogeneo di grado k su V è una funzione p : V K tale che per ogni v 1,..., v k V fissati, per t 1,..., t k R, la funzione R k (t 1,..., t k ) p(t 1 v t k v k ) è un polinomio, e che p(λv) = λ k p(v) per ogni v V e λ K. L insieme dei polinomi omogenei di grado k su V (compreso il polinomio identicamente nullo che è omogeneo di ogni grado) si indica con P k (V ) ed è in modo naturale uno spazio vettoriale su K. Definiamo P (V ) := k 0 P k (V ). Allora P (V ) ammette una naturale struttura di anello associativo commutativo tramite (p q)(v) := p(v)q(v) v V, p, q P (V ). TEOREMA S(V ) è isomorfo come anello a P (V ). DIMOSTRAZIONE. Definiamo Φ : T (V ) P (V ) nel modo seguente. Dato w T r (V ), ricordiamo che w può essere visto come una forma r-multilineare su (V ) = V. Dunque possiamo definire Φ(w) P (V ) tramite Φ(w)(v) := w(v,..., v). Poiché w è r-multilineare, è chiaro che Φ(w) P r (V ) e si verifica facilmente che Φ è un morfismo di anelli. Asseriamo che Φ(S(w)) = Φ(w) (il che prova che ker S ker Φ). Infatti,
20 20 1. PRELIMINARI sugli elementi semplici si ha Φ(S r (w 1... w r))(v) = 1 r! = 1 r! σ Σ(r) σ Σ(r) w σ(1)... w σ(r)(v,..., v) w σ(1)(v)... w σ(r)(v) = w 1(v)... w r(v) = Φ(w 1... w r)(v). D altra parte, se p P r (V ), fissati v 1,..., v r V, espandiamo rispetto a t 1,..., t r l espressione p(t 1 v t r v r ). Poiché p è omogeneo di grado r si ottiene: p(t 1 v t r v r ) = T j1...j r (v 1,..., v r )t j t jr r Poniamo allora j j r=r (1.5) Ψ(p)(v 1,..., v r ) := 1 r! T 1...1(v 1,..., v r ). Verifichiamo che Ψ(p) è r-multilineare. Per farlo, fissiamo una base {e 1,..., e n } di V. Allora possiamo scrivere p(x 1 e x n e n ) = a i1...i n x i x in n, i i n=r essendo a i1...i n K. Si ha pertanto v j = n i=1 α ije i per opportuni α ij K. Dunque ( n r ) t 1 v t r v r = t j α ij e i, i=1 j=1 da cui si ha ( n ( r ) ) p(t 1 v t r v r ) = p t j α ij e i i=1 = j=1 i i n=r a i1...i n ( r j=1 ) i1 ( r ) in t j α 1j... t j α nj. Da qui segue facilmente che per ogni fissato j = 1,..., r, il coefficiente di t 1... t r è lineare in α ij per i = 1,..., n. Questo significa esattamente che Ψ(p) è r-multilineare. Verifichiamo adesso che, se p P k (V ) allora Φ(Ψ(p)) = p. Infatti, dato v V si ha Φ(Ψ(p))(v) = Ψ(p)(v,..., v). Per definizione r!ψ(p)(v,..., v) è il coefficiente di t 1... t r nella espansione di p(t 1 v t r v). Per l omogeneità si ha: p(t 1 v t r v) = p((t t r )v) = (t t r ) r p(v), da cui segue subito che il coefficiente di t 1... t r è r!p(v) e pertanto Φ(Ψ(p))(v) = p(v). Questo prova che Φ è suriettiva ed è pertanto un isomorfismo da T (V )/ ker Φ P (V ), la cui inversa è data da Ψ. j=1
21 2. CENNI SULLE PROPRIETÀ LOCALI DELLE FUNZIONI OLOMORFE 21 Per concludere la dimostrazione, visto che sappiamo già che ker S ker Φ, occorre e basta provare che ker Φ ker S. A tal fine, verifichiamo che si ha Ψ(Φ(w)) = w se w S r (V ). Utilizzando la multilinearità di w si ha Φ(w)(t 1 v t r v r ) = w(t 1 v t r v r,..., t 1 v t r v r ) = t i t ir r w(v i1,..., v ir ). i i r=r Da cui, il termine T (v 1,..., v r ), per la simmetria di w, è dato da T (v 1,..., v r ) = w(v σ(1),..., v σ(r) ) = r!w(v 1,..., v r ). σ Σ(r) Pertanto Ψ(Φ(w)) = w se w S r (V ). La formula (1.5) si dice formula di polarizzazione. 2. Cenni sulle proprietà locali delle funzioni olomorfe In C N, N 1 siano fissate coordinate standard (z 1,..., z N ). Sia U un aperto in C N. Per una funzione f : U C di classe C 1 si definisce l operatore formale N f f := dz j, z j j=1 dove, se x j = Re z j e y j = Im z j, definiamo z j := 1 2 ( x j + i y j ). DEFINIZIONE 2.1. Sia U un aperto di C N, N 1. Una funzione f : U C di classe C 1 si dice olomorfa in U se f 0 in U. In particolare dunque una funzione f è olomorfa se e solo se z j f = 0 per j = 1,..., N. Se Z = (z 1,..., z N ) C N, denotiamo con Z j = (z 1,..., z j 1, ẑ j, z j+1,..., z N ) la (N 1)- upla di coordinate ottenuta rimuovendo z j da Z. Per comodità, indicheremo f(z) = f(z j, z j ). Dalla teoria delle funzioni olomorfe in una variabile, si ricava facilmente la seguente: PROPOSIZIONE 2.2. Sia U un aperto in C N e sia f : U C una funzione di classe C 1. Le seguenti affermazioni sono equivalenti: (1) f è olomorfa in U. (2) Per ogni j {1,..., N} la funzione z j f(z j, z j ) è olomorfa laddove è definita. (3) (equazioni di Cauchy-Riemann) Se f(z) = u(z) + iv(z) con u, v : U R, si ha per ogni j = 1,..., N { u x j u y j = v y j = v x j
22 22 1. PRELIMINARI DEFINIZIONE 2.3. Sia U un aperto di C n. Si indica con O(U) lo spazio vettoriale delle funzioni olomorfe definite su U. Sia U un aperto in C N. Una funzione F : U C m di classe C 1 si dice olomorfa se ogni sua componente è olomorfa. Per la regola della catena, la composizione di funzioni olomorfe è olomorfa. Sia r = (r 1,..., r n ) R con r j > 0 per ogni j. Sia a = (a 1,..., a n ) C n. Definiamo il polidisco P (a, r) di centro a e multi-raggio r P (a, r) := {(z 1,..., z n ) C n : z j a j < r j, j = 1,..., n}. Il bordo di Shilov di P (a, r) è definito da S P (a, r) = {(z 1,..., z n ) C n : z j a j = r j, j = 1,..., n}. Il bordo di Shilov del polidisco è contenuto nella frontiera topologica del polidisco. Sia U un aperto di C n e sia f O(U). Sia P (a, r) un polidisco contenuto e relativamente compatto in U. Utilizzando la formula di Cauchy per funzioni olomorfe di una variabile e il teorema di Fubini, sia ha (2.1) f(z 1,..., z n ) = 1 (2πi) n S P (a,r) f(ζ 1,..., ζ n ) (ζ 1 z n ) (ζ n z n ) dζ 1... dζ n, per ogni z P (a, r). Come conseguenza, sviluppando sotto il segno di integrale e utilizzando il teorema della convergenza dominata di Lebesgue, si ha che f O(U) è analitica, ovvero, per ogni a U esiste un intorno V tale che per ogni z V si ha (2.2) f(z) = a j1...j n (z 1 a 1 ) j1 (z n a n ) jn j 1,...,j n=1 con a j1...j n C e tale serie di potenze converge uniformemente in ogni compatto di V. Viceversa, per il teorema della convergenza dominata di Lebesgue, ogni serie di potenze definita su un aperto di C n e uniformemente convergente sui compatti di tale aperto è olomorfa. Un vettore α = (α 1,..., α n ) N n si chiama un multi-indice. La sua lunghezza è α = α α n. Se f O(U) poniamo Dalla (2.2) segue il seguente D α f(a) := α f z α (a). 1 1 z αn TEOREMA 2.4 (Prolungamento analitico). Sia U C n un aperto connesso e sia f O(U). (1) Se esiste a U tale che D α f(a) = 0 per ogni multi-indice α allora f 0. (2) Se g O(U) è tale che f g su un aperto V U allora f g su U. (3) O(U) è un dominio di integrità. DIMOSTRAZIONE. (1) basta verificare che l insieme {z U : D α f(z) = 0 α N n } è aperto e chiuso in U. La chiusura è immediata, l apertura segue dalla (2.2). n
23 3. VARIETÀ DIFFERENZIABILI E COMPLESSE 23 (2) segue da (1) applicato a f g O(U). (3) Se f g 0 e f 0, allora esiste un aperto V U tale che f(z) 0 per ogni z V. Ma allora g(z) = 0 su V e per (2) g 0 su U. TEOREMA 2.5 (mappa aperta). Siano U C n un aperto connesso e f O(U). Se f non è costante allora è aperta. DIMOSTRAZIONE. Sia f non costante. Sia B una palla di centro a e raggio ρ > 0 contenuta in U. Proviamo che f(b) è aperto in C. Per il Teorema di prolungamento analitico, f B non è costante. Dunque esiste b B tale che f(a) f(b). Sia v = b a. Si considera allora b a l applicazione ζ f(a + ζv) definita per ζ C tale che ζ < ρ. Questa è una funzione olomorfa di una variabile, non costante, e dunque è aperta per la teoria delle funzioni olomorfe di una variabile. Come corollario immediato si ha TEOREMA 2.6 (Principio del massimo). Sia U C n un aperto connesso. Sia f O(U). Sia a U. Se f ha un massimo locale in a, allora f è costante. 3. Varietà differenziabili e complesse Ricordiamo che uno spazio topologico M si dice paracompatto se ogni suo ricoprimento di aperti {U j } ammette un raffinamento localmente finito, ovvero, esiste un ricoprimento di aperti {V i } di M tale che per ogni j esiste i con V i U j e per ogni p M esiste un intorno W di p che interseca solo un numero finito di {V i }. Si può provare che se X è uno spazio topologico connesso, di Hasdorff e tale che per ogni x X esiste un aperto U x che è omeomorfo a R n allora X è paracompatto se e solo se è a base numerabile [2, p. 171]. DEFINIZIONE 3.1. Uno spazio topologico M di Hausdorff, paracompatto si dice una varietà differenziabile di classe C κ, κ = 0,...,, ω (reale analitica) di dimensione n se esiste un ricoprimento di aperti {U j } j J di M e degli omeomorfismi ϕ j : U j ϕ j (U j ), dove ϕ j (U j ) è un aperto di R n per ogni j J, tali che per ogni j, k J con U j U k, risulta che l applicazione ϕ j ϕ 1 k : ϕ k (U j U k ) ϕ j (U j U k ), è di classe C κ. L insieme delle coppie {(U j, ϕ j )} j J si dice un atlante C κ di M. Se x U j, l aperto U j si dice un intorno coordinato di x. La coppia (U j, ϕ j ) si chiama un sistema di coordinate locali (o carta locale), mentre l applicazione ϕ 1 j : ϕ j (U j ) U j si dice una parametrizzazione locale. In modo simile si può definire una varietà complessa (detta anche varietà olomorfa) di dimensione (complessa) n chiedendo che per ogni j J, ϕ j (U j ) sia un aperto di C n e che ϕ j ϕ 1 k : ϕ k (U j U k ) ϕ j (U j U k ) sia olomorfa per ogni j, k J con U j U k.
24 24 1. PRELIMINARI OSSERVAZIONE 3.2. Se M è una varietà complessa di dimensione complessa n allora è anche una varietà differenziabile analitica reale di dimensione (reale) 2n. Più in generale si può definire una varietà con bordo. Per farlo, ricordiamo che se U è un aperto di {(x 1,..., x n ) R n : x 1 0}, si dice che una applicazione f : U R n è differenziabile di classe C k se per ogni p U esiste un intorno aperto V R n di p e una applicazione f : V R n differenziabile di classe C k tale che f V U = f U. Ricordiamo inoltre che se U, U sono aperti di {(x 1,..., x n ) R n : x 1 0} e f : U U è un omeomorfismo, allora, ponendo U = U {(x 1,..., x n ) R n : x 1 = 0} risulta che f U : U U è un omeomorfismo e f U\ U : U \ U U \ U è un omeomorfismo. Possiamo allora definire: DEFINIZIONE 3.3. Uno spazio topologico M di Hausdorff, paracompatto si dice una varietà differenziabile di dimensione n con bordo di classe C κ, κ = 0,...,, ω (reale analitica) di dimensione n se esiste un ricoprimento {U j } j J di M e degli omeomorfismi ϕ j : U j ϕ j (U j ), dove ϕ j (U j ) è un aperto di {(x 1,..., x n ) R n, x 1 0} per ogni j J tali che per ogni j, k J con U j U k, risulta che l applicazione è di classe C κ. ϕ j ϕ 1 k : ϕ k (U j U k ) ϕ j (U j U k ), Diciamo che un punto p è un punto di bordo di una varietà con bordo M se esiste una carta locale ϕ j : U j ϕ j (U j ), dove ϕ j (U j ) è un aperto di {(x 1,..., x n ) R n, x 1 0} tale che ϕ j (p) ha coordinate (0, x 2,..., x n ). L insieme dei punti del bordo di M si denota M e si dice il bordo di M, il suo complementare o M= M \ M si dice l interno di M. ESERCIZIO 3.4. Sia M una varietà di dimensione n con bordo. Provare che M è una varietà (senza bordo) di dimensione n 1 e che o M è una varietà (senza bordo) di dimensione n. Nel seguito il termine varietà indicherà sempre una varietà senza bordo. Inoltre in ciò che segue considereremo varietà differenziabili di classe C e varietà complesse. Pertanto, salvo quando esplicitamente detto, una varietà differenziabile sarà sempre di classe C. Sia M una varietà (differenziabile o complessa) e siano {(U j, ϕ j )} e {(V j, φ j )} due atlanti per M. Tali atlanti si dicono compatibili se per ogni j, k tali che U j V k l applicazione ϕ j φ 1 k : φ k (U j V k ) ϕ j (U j V k ) è di classe C (rispettivamente olomorfa). Un atlante è massimale se contiene tutti gli atlanti compatibili. Per il Lemma di Zorn un tale atlante esiste sempre. DEFINIZIONE 3.5. Siano M, N due varietà differenziabili (rispettivamente complesse). Una funzione f : M N si dice differenziabile o liscia (rispettivamente olomorfa) se per ogni
25 3. VARIETÀ DIFFERENZIABILI E COMPLESSE 25 p M esistono un sistema di coordinate locali (U, ϕ) in M tali che p U e un sistema di coordinate locali (V, φ) in N tali che f(p) V tali che l applicazione sia di classe C (rispettivamente olomorfa). φ f ϕ 1 : U V ESERCIZIO 3.6. Provare che la nozione di differenziabilità (risp. olomorfia) di una funzione tra varietà differenziabili (risp. complesse) è ben data, ovvero non dipende dai sistemi di coordinate locali scelti. DEFINIZIONE 3.7. Siano M, N due varietà differenziabili (risp. complesse). Una applicazione differenziabile (rispett. olomorfa) f : M N si dice un diffeomorfismo (risp. biolomorfismo) se f è un omeomorfismo e se f 1 : N M è differenziabile (risp. olomorfa). Su uno stesso spazio topologico possono esserci diversi atlanti non compatibili, che però possono definire varietà diffeomorfe tra loro: ESEMPIO 3.8. Sia M = R con atlante (R, ϕ), dove ϕ(x) = x. Sia N = R con atlante (R, φ), dove φ(x) = x 1/3. I due atlanti non sono compatibili poiché φ(ϕ 1 (x)) = x 1/3 non è di classe C in x = 0. Dunque M e N sono due varietà distinte. Però f : M N definita da f(x) = x 3 è un omeomorfismo e si verifica facilmente che è un diffeomorfismo. Pertanto nella categoria delle varietà differenziabili M, N sono indistinguibili. ESEMPIO 3.9. Sia D := {ζ C : ζ < 1} il disco unitario in C. Sia M = D con atlante (D, ϕ) dove ϕ(ζ) = ζ. Sia f : D C un omeomorfismo e sia N = D con atlante (D, f). Sia M che N sono due varietà complesse di dimensione 1. Però M, N non sono biolomorfe. Infatti, se g : N M è una funzione olomorfa, allora ϕ g f 1 : C D è olomorfa, e per il teorema di Liouville, è costante. ESEMPIO Lo spazio delle matrici m n con entrate reali, Mat(m n, R) è una varietà reale di dimensione m n. Similmente, lo spazio delle matrici m n con entrate complesse, Mat(n m, C) è una varietà complessa di dimensione m n. ESEMPIO Il gruppo lineare GL(n, R) è l aperto di R n2 definito dalle matrici n n con determinante non nullo. Similmente si definisce GL(n, C). ESERCIZIO Se M, N sono varietà differenziabili, si può definire su M N una naturale struttura di varietà differenziabile per cui le proiezioni su M e su N sono differenziabili. ESEMPIO Lo spazio proiettivo. Definiamo adesso una varietà complessa compatta di importanza fondamentale in matematica, lo spazio proiettivo complesso CP n (argomentazioni simili nel caso reale definiscono lo spazio proiettivo reale RP n ). Su C n+1 \ {0} si definisca la relazione d equivalenza seguente: p q se esiste λ C \ {0} tale che p = λq. Sia CP n := {[p] : p C n+1 \ {0}} l insieme quoziente e sia π : C n+1 \ {0} CP n
26 26 1. PRELIMINARI definita da π(p) = [p]. Su CP n mettiamo la topologia quoziente (ovvero, U CP n è un aperto se π 1 (U) è aperto in C n+1 ). Con tale topologia π è continua. Sia S 2n+1 := {z C n+1 : z = 1} la sfera di dimensione 2n + 1. È un sottospazio compatto e connesso di C n+1. Osserviamo che π S 2n+1 : S 2n+1 CP n è suriettiva. Pertanto CP n è connesso e compatto. Si verifichi per esercizio che CP n è Hausdorff. Fissate delle coordinate su C n+1, indichiamo con le coordinate omogenee [z 1 :... : z n+1 ] la classe di equivalenza di (z 1,..., z n+1 ) C n+1 \ {0}. Definiamo per j = 1,..., n + 1 U j := {[z 1 :... : z n+1 ] CP n : z j 0}. Si verifica subito che U j è aperto in CP n e che U j = CP n. Definiamo ora delle carte locali su U j, j = 1,..., n + 1 nel modo seguente: ( z1 ϕ j ([z 1 :... : z n+1 ]) =,..., z j 1, ẑ j, z j+1,..., z ) n+1 z j z j z j z j dove, come usuale, ẑ j significa omesso. Si verifica facilmente che ϕ j : U j C n sono degli omeomorfismi suriettivi. In più, per fissati j k, si ha U j U k = {[z 1 :... : z n+1 ] : z j z k 0} e se poniamo (x 1,..., x n ) = ϕ j ([p]), si ha ϕ j (U k U j ) = C n \{x k = 0}. Si vede poi facilmente che le componenti di ϕ k ϕ 1 j sono del tipo xm x k, m {1,..., n}\{k} e 1/x k, dunque olomorfe. Pertanto CP n è una varietà connessa compatta complessa di dimensione n. ESEMPIO La Grassmanniana. Generalizziamo la costruzione dello spazio proiettivo complesso. Definiamo G k,n (C) := {V C n : V è un sottospazio vettoriale complesso di dimensione k}. Vediamo che G k,n (C) ha una struttura naturale di varietà complessa connessa compatta di dimensione k(n k). Sia M k,n (C) l insieme delle matrici k n a coefficienti complessi di rango k. Si vede facilmente che M k,n (C) è un aperto dello spazio delle matrici k n e pertanto è una varietà complessa di dimensione kn. Sia ora π : M k,n (C) G k,n (C) definito nel modo seguente. Se A M k,n (C) si indichi con a j il vettore di C n formato dalla j-sima riga di A. Si definisce pertanto π(a) := span C a 1,..., a k il sottospazio di C n generato dalle righe di A. Si osservi che (3.1) π(a) = π(b) se e solo se esiste g GL(k, C) tale che B = ga. Pertanto possiamo identificare G k,n (C) con l insieme quoziente di M k,n (C) rispetto alla relazione di equivalenza (3.1). Mettiamo su G k,n (C) la topologia quoziente. Se U(k, n) := {A M k,n (C) : AA t = I k }, dove I k è la matrice identica k k. Si noti che la condizione AA t = I k è equivalente alla condizione che i vettori riga {a 1,..., a k } della matrice A siano ortonormali rispetto al prodotto Hermitiano standard di C n. Da qui segue facilmente che U(k, n) è compatto in M k,n (C). Inoltre, U(k, n) è connesso per archi. Per vederlo, denotiamo con U(n) lo spazio delle matrici n n unitarie. Per prima cosa vediamo che se B U(n), per il teorema spettrale
27 3. VARIETÀ DIFFERENZIABILI E COMPLESSE 27 complesso esiste C U(n) tale che CBC t = D dove D è una matrice n n diagonale con entrate e iθ j per θ j R, j = 1,..., n. Sia D t la matrice n n diagonale con entrate e itθ j, j = 1,..., n. Si ponga B t = C t D t C. Allora [0, 1] t B t è una curva continua in U(n) che unisce l identità a B. Dunque, U(n) è connesso per archi. Si noti che per A U(k, n) e B U(n), risulta AB U(k, n). Data A U(k, n), interpretando le righe di A come base ortonormale di un sottospazio di C n, estendendo tale base ad una base ortonormale di C n e cambiando coordinate in modo tale che i k vettori riga di A nelle nuove coordinate siano i primi k vettori della base canonica di C n, si ottiene una matrice B U(n) tale che T := AB U(k, n) è della forma (I 0), dove, I è la matrice identica k k formata dalle prime k colonne e tutti le altre entrate di T sono 0. Dunque, se [0, 1] t B t è una curva continua in U(n) che unisce B all identità si ha che [0, 1] t AB t è una curva continua in U(k, n) che unisce A alla matrice T, e dunque U(k, n) è connesso per archi. Poiché ogni sottospazio di C n ammette una base ortonormale, ne segue che π U(k,n) : U(k, n) G k,n (C) è suriettiva e dunque G k,n (C) è compatto e connesso. Si verifichi per esercizio che G k,n (C) è di Hausdorff e a base numerabile. Definiamo adesso delle carte locali. Sia A M k,n (C) e siano A 1,..., A t tutti i minori k k di A. Poiché A ha rango k, esiste j 0 tale che det A j0 0 ed esiste una matrice di permutazione P j0 tale che AP j0 = [A j0, B j0 ] dove B j0 è una opportuna matrice k (n k) e il simbolo [A j0, B j0 ] indica la matrice k n formata giustapponendo A j0 e B j0. Si pone U j0 := {V G k,n (C) : V = π(a), det A j0 0}. Si definisce allora ϕ j0 : U j0 C k(n k) tramite ϕ j0 (π(a)) := A 1 j 0 B j0. La ϕ j0 è un omeomorfismo locale, infatti la sua inversa è definita da ϕ 1 j 0 (B) := π([i k, B]). Si verifichi poi per esercizio che effettivamente {(U j, ϕ j )} j=1,...,t è un atlante olomorfo. DEFINIZIONE Una varietà differenziabile M si dice orientabile se esiste un atlante {(U j, ϕ j )} tale che det(d(ϕ j ϕ 1 k )) > 0 su ϕ k(u j U k ) ogni volta che U j U k. Un tale atlante si dice orientato. ESEMPIO Il nastro di Möbius è una superficie (sottovarietà di codimensione uno di R 3 ) che non è orientabile. PROPOSIZIONE Sia M una varietà complessa di dimensione (complessa) n. Allora M è orientabile come varietà analitica reale di dimensione (reale) 2n. DIMOSTRAZIONE. Sia {(U α, ϕ α )} un atlante olomorfo di M. Siano α, β tali che U α U β e definiamo F := ϕ α ϕ 1 β. Dunque ponendo U = ϕ β(u α U β ), un aperto in C n, si ha F : U C n olomorfa. Scriviamo F = u + iv, con u, v : U R n funzioni analitiche reali (e U riguardato come aperto di R 2n ). Il cambiamento di carte analitico reale è dunque dato da F r := (u, v) : U R 2n. Per calcolare il suo differenziale, usiamo la seguente notazione: se z U, z = (x 1 + iy 1,..., x n + iy n ) con x j, y j R, pensiamo a u, v come funzioni di
28 28 1. PRELIMINARI (x 1,..., x n, y 1,..., y n ). Inoltre indichiamo con u la matrice n n le cui entrate sono u i x x j e similmente per u e per v. Con queste notazioni, utilizzando le equazioni di Cauchy-Riemann, y il differenziale di F r è df r = ( u x v x u y v y ) = ( u x Ora possiamo calcolare il determinante con delle semplici operazioni elementari sulle righe e colonne: ( u u ) ( u x y det u u = det i u u + i u ) ( u x y y x u u = det i u ) 0 x y u u + i u y x y x y x y ( ) da cui det(f r u ) = det i u 2 > 0. x y PROPOSIZIONE Sia M una varietà reale con bordo M. Supponiamo M orientabile e sia {U α, ϕ α } un atlante orientato di M. Allora {U α M, ϕ α M } è un atlante orientato per M. In particolare M ha una orientazione naturale determinata dall orientazione di M. DIMOSTRAZIONE. È semplice provare che {U α M, ϕ α M } è un atlante per M. Proviamo che è orientato. Supponiamo U α U β M. Sia U := ϕ β (U α U β ) e sia V := ϕ α (U α U β ). Poniamo F := ϕ α ϕ 1 β : U V. Allora poiché F manda U {x 1 = 0} in V {x 1 = 0}, si ha F (0, x 2,..., x n ) = (0, y 2 (x 1,..., x n ),..., y n (x 1,..., x n )). ( yj Occorre provare che det x k > 0 per ogni (0, x 2,..., x n ) U. ( )j,k=2,...,n yj Per ipotesi det x k > 0 per ogni (x 1,..., x n ) U. Poiché y 1 (0, x 2,..., x n ) 0, )j,k=1,...,n ne segue che y 1(0,x 2,...,x n) x j ha (3.2) ( y k x 1 )k=2,...,n u y u y u x 0 per ogni j = 2,..., n. Pertanto per q = (0, x 2,..., x n ) U si ( y 1 y 1 x 1 x ( j )j=2,...,n y k x j )j,k=2,...,n (q) = ). ( y 1 ( x 1 ( 0 y k y k x 1 x )k=2,...,n j )j,k=2,...,n ) (q). Poiché F manda {x 1 0} U in {x 1 0}, ne segue che y 1 y 1 (h, x 2,..., x n ) (0, x 2,..., x n ) = lim x 1 h 0 + h e per la (3.2) si ha che y 1 x 1 (q) > 0 e dunque det 0, ( y k x j (q) > 0, come volevasi. )j,k=2,...,n
29 4. PARTIZIONI DELL UNITÀ Partizioni dell unità LEMMA 4.1. Sia M una varietà e sia K un compatto in M e U M un aperto che contiene K. Allora esiste una funzione C ϕ : M R tale che ϕ 0, ϕ(x) = 1 per ogni x K e supp(ϕ) U. DIMOSTRAZIONE. Dati 0 < r < R, si consideri la funzione { exp ( 1 f(x) = ) 1 r < x < R, x R x r 0 altrimenti Sia c = R f(t)dt > 0 e sia F (x) = r c 1 R f(t)dt. Allora F (x) è di classe x C su R, F 0, e ha la proprietà che F (x) = 1 per x r, F (x) = 0 per x R. Si definisca ψ : R n R tramite ψ(x) = F ( x 2 ). Allora ψ è di classe C, ψ 0, ψ(x) = 1 per x 2 r e ψ(x) = 0 per x 2 R. Dunque, dato a R n, 0 < r < R, la funzione ψ a (x) = ψ(x a) è di classe C, ψ a 0, ψ = 1 nella palla B(a, r) di centro a e raggio r e ψ = 0 fuori dalla palla B(a, R). Supponiamo che M = R n e K sia un compatto in R n contenuto in U. Allora esiste un ricoprimento finito di K fatto da palle aperte B(a 1, R 1 ),..., B(a m, R m ) la cui chiusura è contenuta in U. Per j = 1,..., m siano 0 < r j < R j tali che {B(a j, r j )} j=1,...,m formi ancora un ricoprimento di K. Per ciascun j = 1,..., m esiste una funzione ψ j : R n R non negativa, di classe C tale che ψ j = 1 su B(a j, r j ) e ψ j = 0 fuori da B(a j, R j ). Si definisce allora ϕ = 1 m j=1 (1 ψ j). Nel caso di una varietà M, se K è contenuto in una carta locale allora il risultato segue subito. Altrimenti, essendo K compatto, si può ricoprire con un numero finito di carte locali e dunque K risulta unione di un numero finito di compatti {K j } j=1,...,n contenuti ciascuno in una carta locale. Si applica il risultato per ciascuno di questi compatti e si ottiene una famiglia {ϕ j } j=1,...,n di funzioni di classe C tali che il supporto è contenuto ed è relativamente compatto in una carta locale, ϕ j 0 e ϕ j (x) = 1 per x K j. La funzione cercata è data da ϕ(x) = 1 N j=1 (1 ϕ j(x)). DEFINIZIONE 4.2. Sia M una varità. Sia U = {U α } un ricoprimento di M localmente finito. Una famiglia {ϕ α } si dice una partizione dell unità associata a U se per ogni α le funzioni ϕ α : U α R sono C e verificano: (1) ϕ α 0, (2) supp(ϕ α ) U α, (3) ϕ α (x) = 1 per ogni x M. TEOREMA 4.3. Sia M una varietà differenziabile. Sia U := {U α } un ricoprimento localmente finito di M tale che ciascun U α sia relativamente compatto in M. Allora esiste una partizione dell unità associata a U. DIMOSTRAZIONE. Per ogni α si definisce V α U α tale che {V α } è un ricoprimento di M. Si definisce ϕ α in modo che ϕ α (x) = 1 per ogni x V α e supp ϕ α U α usando il
30 30 1. PRELIMINARI Lemma 4.1. Si definisce poi ϕ := ϕ α (tale somma è ben definita poiché il ricoprimento è localmente finito, dunque per ogni x M esiste solo un numero finito di U α tali che x U α ). Inoltre ϕ(x) > 0 per ogni x. Si pone allora ϕ α := ϕ α / ϕ. 5. Fascio di struttura di una varietà Sia M una varietà reale (rispettivamente complessa) e sia p M. Consideriamo l insieme G p := {(U, f)} dove U è un aperto di M contenente p e f C (U) (rispettivamente f O(U)). Mettiamo una relazione di equivalenza su G p definendo (U, f) (V, g) se esiste W U V con p W e f = g su W. DEFINIZIONE 5.1. L insieme quoziente G p / si dice lo spazio dei germi di funzioni C (rispettivamente, olomorfe) in p e si denota C M,p (rispettivamente O M,p). La classe di (U, f) si denota con f p. PROPOSIZIONE 5.2. C M,p (rispettivamente O M,p) è un anello commutativo con unità. DIMOSTRAZIONE. Esercizio. OSSERVAZIONE 5.3. Nel caso di una varietà complessa l anello O M,p è un dominio di integrità, mentre CM,p contiene divisori dello zero. OSSERVAZIONE 5.4. E ben definito il morfismo (suriettivo) di anelli C M,p f p f(p) R (e similmente per O M,p ). Essendo R un campo, il nucleo di tale morfismo è un ideale massimale M M,p := {f p : f(p) = 0}, e C M,p /M M,p R (similmente O M,p /M M,p C). DEFINIZIONE 5.5. Sia M una varietà. Sia U un aperto in M. Definiamo C M (U) := {f : U R di classe C }, e similmente si definisce O M (U) nel caso olomorfo. L operatore C M (rispettivamente O M) che ad ogni aperto U M associa C M (U) (rispettivamente O M(U)) si dice il fascio di struttura di M. ESERCIZIO 5.6. Sia M una varietà complessa connessa e compatta. esistono funzioni olomorfe non costanti f : M C, ovvero O M (M) = C. 6. Lo spazio tangente ad un varietà e il differenziale di una applicazione Provare che non Definiamo adesso lo spazio tangente ad una varietà reale. Una analoga costruzione vale nel caso complesso. Come notazione, se M è una varietà differenziabile e λ R si denota con λ : M R anche la funzione costante che ad ogni x M associa il numero λ, e indicheremo sempre con λ il germe λ p per un qualunque p M.
31 6. LO SPAZIO TANGENTE AD UN VARIETÀ E IL DIFFERENZIALE DI UNA APPLICAZIONE 31 DEFINIZIONE 6.1. Una derivazione v su CM,p è un operatore v : C M,p R tale che (1) v(λf p ) = λv(f p ) per ogni λ R, f p CM,p, (2) v(f p + g p ) = v(f p ) + v(g p ), per ogni f p, g p CM,p (3) v(f p g p ) = f(p)v(g p ) + g(p)v(f p ), per ogni f p, g p CM,p. L insieme delle derivazioni si indica T p M. OSSERVAZIONE 6.2. Si osserva facilmente che T p M è uno spazio vettoriale reale, in cui la somma di due derivazione è data da (v + w)(f p ) := v(f p ) + w(f p ) v, w T p M, f p C M,p, e il prodotto per uno scalare è definito da (λv)(f p ) = λ (v(f p )) λ R, f p C M,p. Sia (U, ϕ) una carta locale con coordinate {(x 1,..., x n )}. Si noti che ϕ : C R n,ϕ(p) C M,p è un isomorfismo di anelli, definito da ϕ (f) := f ϕ per f C R n,ϕ(p) e che dϕ p : T p M T ϕ(p) R n definito da dϕ p (v)(f) := v(f ϕ) è un isomorfismo di spazi vettoriali. Definiamo x j (p) T p M tramite x j (p)(f) := f C R n,ϕ(p) f ϕ 1 x j ϕ(p) f C M,p. LEMMA 6.3. { x 1 (p),..., x n (p)} formano una base di T p M. DIMOSTRAZIONE. Applicando (ϕ 1 ), dϕ p possiamo supporre M = R n e p = 0. Per prima cosa osserviamo che v(c) = 0 per ogni costante c R. Infatti v(c) = v(1 c) = 1v(c) + cv(1) = v(c) + v(c) = 2v(c). Sia f CR n,o. Sviluppando f in serie di Taylor si ottiene ( v(f) = v f(0) + ) c j x j + O( x 2 ) = c j v(x j ). Ponendo a j := v(x j ) si ottiene subito che v = a j x j (0). Dunque { x 1 (0),..., x n (0)} generano T O R n. La lineare indipendenza segue subito dal fatto che x j (0)(x k ) = δ k j.
32 32 1. PRELIMINARI DEFINIZIONE 6.4. Siano M, N due varietà. Sia f : M N una mappa liscia. Sia p M. Si definisce l operatore lineare df p : T p M T f(p) N tramite df p (v)(h) := v(h f) v T p M, h C f(p). Ricordiamo che il differenziale di una funzione F : U R m di classe C in p U è quella applicazione lineare df p : R n R m tale che per ogni v R n risulta F (p + hv) F (p) = hdf p (v) + o( h ), h R. Nelle coordinate canoniche di R n la matrice associata a df p è la matrice Jacobiana m n la cui entrata di posto (i, j) è F i x j (p), dove F = (F 1,..., F m ). ESERCIZIO 6.5. Sia f : M N una mappa liscia tra due varietà di dimensione n e m rispettivamente. Sia p M e sia (U, ϕ) un intorno coordinato di p in M, con ϕ(q) = (x 1,..., x n ). Sia (V, φ) un intorno coordinato di f(p) in N, con φ(q ) = (y 1,..., y m ). Provare che la matrice associata a df p rispetto alla base di T p M definita da { x 1 (p),..., x n (p)} e alla base di T f(p) N definita da { y 1 (f(p)),..., y m (f(p))} è la matrice Jacobiana dell applicazione φ 1 f ϕ valutata in ϕ(p). 7. Sottovarietà regolari e teoremi di taglio DEFINIZIONE 7.1. Sia M una varietà differenziabile reale o complessa di dimensione n. Un sottospazio topologico N di M si dice una sottovarietà regolare di M di codimensione k se per ogni p N esiste un intorno coordinato (U, ϕ) di p in M tale che ϕ(n U) = {(x 1,..., x n ) ϕ(u) R n : x 1 =... = x k = 0}. ESERCIZIO 7.2. Sia M una varietà di dimensione n. Provare che se N è una sottovarietà regolare di codimensione k di M allora N è una varietà di dimensione n k le cui carte sono date dalle restrizioni delle carte di M ad N. Dalla definizione segue che se N è una sottovarietà regolare di una varietà M allora N è localmente chiuso, ovvero per ogni p N esiste un intorno aperto U M tale che N U è chiuso in U, ma non è detto che N sia chiusa in M. Ad esempio, l intervallo aperto (0, 1) {0} è localmente chiuso in R 2 ma non è chiuso. Se N è una sottovarietà regolare di M, l applicazione naturale ι : N M data da ι(p) = p è una applicazione differenziabile (o olomorfa, a seconda della categoria) iniettiva e il suo differenziale dι p : T p N T p M è iniettivo in ogni punto p N. Inoltre, poiché per definizione N è un sottospazio topologico di M, ι : N M è un omeomorfismo da N a ι(n) (con la topologia indotta da M). OSSERVAZIONE 7.3. Dalla definizione segue subito che se N è una sottovarietà regolare di codimensione k di una varietà M allora per ogni p N esiste un intorno U e una funzione F : U R k liscia (oppure F : U C k olomorfa nel caso complesso) tale che N U =
33 7. SOTTOVARIETÀ REGOLARI E TEOREMI DI TAGLIO 33 {q U : F (q) = 0} e df q è suriettivo per ogni q U. Infatti, preso p N esiste un intorno coordinato (U, ϕ) di p in M tale che ϕ(n U) = {(x 1,..., x n ) ϕ(u) R n : x 1 =... = x k = 0}. Si pone allora F (q) = (x 1 (q),..., x k (q)) per q U. Ovviamente N U = {p U : F (p) = 0} e, utilizzando la carta locale (U, ϕ) si vede subito che df q è suriettivo per ogni q U. Studiamo adesso il viceversa della osservazione precedente, ovvero sottovarietà regolari date come luoghi di zero di funzioni. Iniziamo con il richiamare il seguente: TEOREMA 7.4 (Teorema della funzione inversa). Sia U R n un aperto e sia F : U R n una funzione di classe C. Sia p U tale che df p è un isomorfismo. Allora esiste un intorno aperto V U di p tale che F (V ) è un aperto in R n e F V : V F (V ) è un diffeomorfismo. ESERCIZIO 7.5. Sia V R n un aperto. Se F : V F (V ) è un diffeomorfismo, allora df p è un isomorfismo per ogni p U. OSSERVAZIONE 7.6. Sia U R n un aperto. Se F : U F (U) R n è iniettiva, in genere df p non è un isomorfismo. Si pensi ad esempio a f : R R data da f(x) = x 3. Se però U C n è un aperto e F : U C n è olomorfa e iniettiva, allora dalla teoria delle funzioni olomorfe segue che df p è un isomorfismo per ogni p U e in particolare F è un biolomorfismo sull immagine. LEMMA 7.7 (Teorema del rango). Siano U R n un aperto e F : U R m una funzione di classe C. Supponiamo che df p abbia rango costante k min(n, m) per ogni p U. Allora per ogni p U esistono un intorno aperto V U di p, un intorno aperto W R m di F (p) e dei diffeomorfismi G : V G(V ) R n, H : W H(W ) R m tali che H F G 1 (x 1,..., x n ) = (x 1,..., x k, 0,..., 0). DIMOSTRAZIONE. A meno di traslazioni si può assumere p = F (p) = O. Sia F = (F 1,..., F m ). Poichè per ipotesi ( il rango ) di df O è k, a meno di permutazioni delle coordinate, F si può supporre che la matrice i x j (O) sia invertibile. Si definisce allora la funzione i,j=1,...,k G : U R n nel modo seguente: G(x 1,..., x n ) := (F 1 (x 1,..., x n ),..., F k (x 1,..., x n ), x k+1,..., x n ). Il differenziale di G in O è dg O = ( ( ) F i x j (O) i,j=1,...,k 0 I n k dove indica le derivate di F i rispetto a x k+1,..., x n per i = 1,..., k e I n k è la matrice identica di dimensione n k. Pertanto dg O è invertibile e dunque per il Teorema 7.4 esiste un intorno V U di p tale che G : V G(V ) R n è un diffeomorfismo. Si noti che F G 1 (x 1,..., x n ) = (x 1,..., x k, F k+1 (x 1,..., x n ),..., F m (x 1,..., x n )), )
34 34 1. PRELIMINARI dove F j = F j G 1 per j = k + 1,..., m. Asseriamo che F j dipende solo da x 1,..., x k (j = k + 1,..., m). Infatti, d(f G 1 ) q = df G 1 (q) dg 1 q e pertanto il rango di d(f G 1 ) q è identicamente k per ogni q G(V ). D altra parte ( ) Ik 0 d(f G 1 ) = ( F i x j )i=k+1,...,m;j=k+1,...,n da cui segue che F i x j 0 su G(V ), per i = k + 1,..., m, j = k + 1,..., n. Adesso definiamo H(y 1,..., y m ) := (y 1,..., y k, y k+1 F k+1 (y 1,..., y k ),..., y k+1 F m (y 1,..., y k )). si vede facilmente che dh O è invertibile e dunque ancora per il Teorema 7.4 H è un diffeomorfismo locale. Restringendo eventualmente V si verifica facilmente che H F G 1 è ben definito ed ha la forma cercata. COROLLARIO 7.8 (Teorema della funzione implicita). Siano U R n un aperto e F : U R m una funzione di classe C. Sia a R m e sia M = F 1 (a) = {p U : F (p) = a}. Supponiamo che M non sia vuoto e che df p sia suriettivo per ogni p M. Allora M è una sottovarietà regolare chiusa di U di codimensione m. DIMOSTRAZIONE. L insieme M è un chiuso. Poiché df p è suriettivo per p M, significa che il suo rango è massimo ed è uguale a m, e dunque esiste un intorno aperto U p U di p tale che df q ha rango costante m per ogni q U p. Si applica allora il Lemma 7.7. ESEMPIO 7.9. La sfera S n R n+1 essendo definita da S n := {(x 1,..., x n+1 ) R n+1 : x 2 j = 1} è una sottovarietà regolare compatta di R n+1 di codimensione 1. TEOREMA 7.10 (Teorema del rango su varietà). Siano M 1, M 2 due varietà differenziabili di dimensione rispettivamente n, m. Sia F : M 1 M 2 una applicazione differenziabile. Supponiamo che per ogni p M 1 il differenziale df p abbia rango costante uguale a k min(m, n). Allora per ogni a M 2 tale che F 1 (a) sia non vuoto, risulta che F 1 (a) è una sottovarietà regolare chiusa di M 1 di codimensione k. DIMOSTRAZIONE. Poiché la funzione F è continua, N := F 1 (a) è un chiuso in M 1. Verifichiamo che N è una sottovarietà regolare. Sia p N e sia (U, ϕ) un intorno coordinato di p in M 1. Sia (V, φ) un intorno coordinato di F (p) in M 2. Dall esercizio 6.5 segue che d(φ F ϕ 1 ) ϕ(p) ha rango costante k. Applichiamo allora il Lemma 7.7 alla applicazione φ F ϕ 1. Si ottengono due diffeomorfimi G, H definiti in un intorno di p e di F (p) rispettivamente, tali che H φ F ϕ 1 G 1 (x 1,..., x n ) = (x 1,..., x k, 0,..., 0). Dunque G ϕ(n U) = {(x 1,..., x n ) : x 1 =... = x k = 0}, che prova che N è una sottovarietà di codimensione k.
35 7. SOTTOVARIETÀ REGOLARI E TEOREMI DI TAGLIO 35 OSSERVAZIONE Nel Teorema 7.10, la condizione che df p abbia rango costante uguale a k su tutta M 1 può essere chiaramente indebolita richiedendo che tale condizione valga in un aperto di M 1 che contiene F 1 (a). Non è però in generale possibile richiedere che tale condizione valga solo per i punti di F 1 (a) poiché il rango è una funzione semicontinua inferiormente, ovvero, se il rango di df p è k, allora esiste un intorno U di p per cui df q ha rango k per ogni q U, ma tale rango potrebbe essere maggiore di k. Ciò non accade ovviamente nel caso di rango massimo, e, in tal caso dunque vale il corollario che segue. COROLLARIO 7.12 (Teorema del taglio su varietà). Siano M 1, M 2 due varietà differenziabili di dimensione rispettivamente n, m. Sia F : M 1 M 2 una applicazione differenziabile. Sia a M 2. Sia N := F 1 (a) = {p M 1 : F (p) = a}. Supponiamo che per ogni p N il differenziale df p sia suriettivo. Allora N è una sottovarietà regolare chiusa di M 1 di codimensione m. ESERCIZIO Siano p 1,..., p r : C n+1 C dei polinomi omogenei. Si definisca V := {[z] CP n : p 1 (z) =... = p r (z) = 0}. Determinare condizioni sufficienti sui p j affinché lo spazio V sia una sottovarietà regolare di CP n. ESERCIZIO Sia a = (a 1,..., a n+1 ) C n+1 \ {0}. In CP n si consideri H := {[z 1 :... : z n+1 ] : a 1 z a n+1 z n+1 = 0}. Si provi che H è una sottovarietà di CP n (detta iperpiano proiettivo). Se N è una sottovarietà regolare di una varietà M, allora si può pensare a T p N come ad un sottospazio di T p M per ogni p N. Più precisamente, se ι : N M è l immersione naturale di N in M data da ι(p) = p, allora dι p (T p N) è un sottospazio di T p M isomorfo in modo naturale a T p N. Per non appesantire la notazione, si scrive T p N invece di dι p (T p N) quando non occorra precisare l immersione. Se (U, ϕ) è un intorno coordinato di M, p U, adattato ad N nel senso che ϕ(n U) = {(x 1,..., x n ) ϕ(u) : x 1 =... = x k = 0}, allora ϕ : N U ϕ(u) {x 1 =... = x k = 0} definita tramite ϕ(q) := (x k+1 (q),..., x n (q)) è una carta locale per N e dunque lo spazio tangente T p N è generato da x k+1 (p),..., x n (p). Nel caso la sottovarietà sia data localmente come luogo di zeri di una funzione, si ha: PROPOSIZIONE Sia N una sottovarietà regolare di codimensione k di una varietà M di dimensione n. Sia M una varietà di dimensione k e sia a M. Sia U un intorno aperto in M di p N, e sia F : U M una funzione C tale che N U = F 1 (a) e che df p sia suriettivo per ogni p U N. Allora T p N = {v T p M : df p (v) = 0}.
36 36 1. PRELIMINARI DIMOSTRAZIONE. Sia T p N che ker df p hanno la stessa dimensione, quindi basta provare che uno è contenuto nell altro per avere l uguaglianza. Sia ι : N M l immersione naturale. Proviamo che d p ι(t p N) ker df p per p N. In effetti, se v T p N, per ogni g germe di funzione C in M vicino a F (p) si ha essendo F i a. df p (dι p (v))g = v(g F i) = 0, 8. Immersioni e sottovarietà immerse DEFINIZIONE 8.1. Siano N, M due varietà e sia f : N M una applicazione differenziabile iniettiva. Se df p è iniettivo per ogni p N allora f : N M si dice una immersione e la sua immagine f(n) si dice una sottovarietà immersa. L immagine di una immersione f : N M non è in generale una sottovarietà regolare. Infatti, essendo f continua, la topologia indotta da M su f(n) è in genere solo meno fine di quella definita da f : N M. Per essere più precisi occorre dare un altra definizione: DEFINIZIONE 8.2. Siano N, M due varietà e sia f : N M una immersione. Dotiamo f(n) della topologia indotta da M. Se f : N f(n) è un omeomorfismo, allora f si dice una immersione regolare (o, utilizzando il termine inglese, un embedding). OSSERVAZIONE 8.3. Siano N, M due varietà e sia f : N M una immersione. Poiché M è di Hausdorff, se N è compatto allora f è una immersione regolare. Dalla definizione si ha che una immersione f : N M è regolare se e solo se f è una mappa aperta da N a f(n) (con la topologia indotta da M). Inoltre, se N è una sottovarietà regolare di M allora l immersione canonica ι : N M data da ι(p) = p è regolare. Vale anche il viceversa: TEOREMA 8.4. Sia f : N M una immersione regolare. Allora f(n) è una sottovarietà regolare di M. DIMOSTRAZIONE. Sia m = dim N e n = dim M. Per ipotesi sappiamo che f(n) è un sottospazio topologico di M, occorre e basta provare dunque che per ogni f(p) f(n) esiste un intorno coordinato (U, ϕ) di f(p) in M tale che ϕ(f(n) U) = {(x 1,..., x n ) ϕ(u) R n : x 1 =... = x k = 0}. Passando a coordinate locali e utilizzando il Lemma 7.7 si vede che esistono coordinate locali (V, ψ) attorno a p in N e coordinate locali (U, ϕ) attorno a f(p) in M tali che ϕ f ψ(x 1,..., x m ) = (x 1,..., x m, 0,..., 0). Poiché f è una immersione regolare, e quindi aperta, ne segue che f(v ) = f(n) U per un certo aperto U M e possiamo supporre U = U. Dunque ϕ(f(n) U) = ϕ(f(v )) = {(x 1,..., x n ) ϕ(u) : x m+1 =... = x n = 0},
37 8. IMMERSIONI E SOTTOVARIETÀ IMMERSE 37 come volevamo. Le immersioni che sono regolari si caratterizzano utilizzando il fatto che l immagine è una sottovarietà regolare. Più precisamente: PROPOSIZIONE 8.5. Sia N una varietà di dimensione m e sia M una varietà di dimensione n. Sia f : N M una immersione. Se per ogni p f(n) esiste un intorno coordinato (U, ϕ) in M tale che (8.1) ϕ(f(n) U) = {(x 1,..., x n ) ϕ(u) : x m+1 =... = x n = 0}, allora f è una immersione regolare. DIMOSTRAZIONE. Sia N = f(n) dotato della topologia indotta da M. Per la (8.1) N è una sottovarietà regolare di M. In particolare è una varietà di dimensione m. Dunque f : N N è una applicazione liscia e df p è un isomorfismo per ogni p N. Passando a coordinate locali e utilizzando il teorema della funzione inversa si ha che f è un diffeomorfismo locale, in particolare è aperta e pertanto è una immersione regolare. COROLLARIO 8.6. Sia f : N M una immersione. Allora per ogni p N esiste un intorno aperto A N di p tale che f A : A M è una immersione regolare. DIMOSTRAZIONE. Sia m = dim N e n = dim M. Sia p N. Passando a coordinate locali e utilizzando il Lemma 7.7 si vede che esistono coordinate locali (A, ψ) attorno a p in N e coordinate locali (U, ϕ) attorno a f(p) in M tali che ϕ f ψ(x 1,..., x m ) = (x 1,..., x m, 0,..., 0). Pertanto f A : A M soddisfa la proprietà della Proposizione 8.5 e dunque f A è una immersione regolare. Esistono immersioni non regolari la cui immagine è chiusa. Un tale esempio è l otto, realizzato immergendo R in R 2 in modo che 0 vada nell origine, i valori positivi disegnino un cerchio che tende a all origine per x + e i valori negativi disegnino un altro cerchio che tende a all origine per x. ESERCIZIO 8.7. Provare che C n non contiene sottovarietà regolari complesse compatte [Suggerimento: se M è una tale varietà, considerare la restrizione di z z j ad M, j = 1,..., n]. OSSERVAZIONE 8.8. Whitney ha provato che se M è una varietà differenziabile di dimensione n allora esiste una immersione regolare con immagine chiusa di M in R 2n+1. Pertanto le varietà reali potrebbero essere studiate come sottovarietà di R n. D altra parte, come mostrato nel precedente esercizio, non tutte le varietà complesse possono essere immerse come sottovarietà complesse di C n. Le varietà complesse per cui ciò è possibile si chiamano varietà di Stein.
38 38 1. PRELIMINARI Da un altro lato, un teorema di Chow afferma che le sottovarietà regolari complesse di CP n sono tutti e soli i luogo di zeri di opportuni polinomi omogenei (cfr. Esercizio 7.13). Tali varietà si dicono proiettive algebriche e sono in particolare compatte. Esistono delle proprietà geometriche e analitiche che permettono di identificare quali varietà complesse astratte sono di Stein o proiettive. Tali proprietà si leggono attraverso degli invarianti legati a fibrati e fasci definiti sulle varietà stesse e alle loro classi caratteristiche (classi di Chern). Discuteremo di tali oggetti nei prossimi capitoli. Una trattazione delle varietà di Stein o proiettive esula però da queste note. 9. Richiami sui Rivestimenti Richiamiamo brevemente la teoria dei rivestimenti. Per dettagli si veda [5]. DEFINIZIONE 9.1. Siano X, X due spazi topologici Hausdorff, connessi e localmente connessi per archi. Sia π : X X un applicazione continua e suriettiva. La coppia ( X, π) si dice un rivestimento di X se per ogni x X esiste un intorno aperto U (detto intorno onesto) tale che (1) π 1 (U) = i I Ũ i con Ũi Ũk = se i k, (2) π Ũi : Ũi U è un omeomorfismo. OSSERVAZIONE 9.2. Si noti che π è un applicazione aperta. TEOREMA 9.3 (di sollevamento). Sia ( X, π) un rivestimento di X. (1) Se f : [0, 1] X un cammino continuo tale che f(0) = x 0. Allora per ogni x i π 1 (x 0 ) esiste un unico cammino continuo (detto il sollevamento di f) f : [0, 1] X tale che π f = f e valga f(0) = x i. (2) Siano f, g : [0, 1] X due cammini continui tali che f(0) = g(0) = x 0 e f(1) = g(1) = x 1 e sia F : [0, 1] [0, 1] X una omotopia continua con estremi fissi tra f e g. Sia x i π 1 (x 0 ) e siano f, g i due sollevamenti di f, g con origine in x i. Allora esiste una unica omotopia continua F : [0, 1] [0, 1] X tra f e g tale che π F = F, F (0, s) = x i per ogni s [0, 1] e F (1, s) = x j con π( x j ) = x 1, per ogni s [0, 1]. (3) Sia W uno spazio connesso e localmente connesso per archi, w W. Sia φ : W X una applicazione continua e sia x 0 = φ(w). Allora per ogni x i π 1 (x 0 ) esiste una unica applicazione continua φ : W X tale che π φ = φ e φ(w) = x i se e solo se φ (Π 1 (W, w)) π (Π 1 ( X, x i )), dove Π 1 indica il primo gruppo fondamentale. In particolare, dato un cappio l in X con origine in x 0 e dato x i π 1 (x 0 ) esiste un solo sollevamento l : [0, 1] X di l che ha origine in x i. Il suo punto finale l(1) dipende solo dalla classe di omotopia di l in Π 1 (X, x 0 ). Come diretta conseguenza si ha inoltre che l omomorfismo π : Π 1 ( X, x i ) Π 1 (X, x 0 ) è iniettivo. DEFINIZIONE 9.4. Sia ( X, π) un rivestimento di X. Indichiamo con Γ π ( X, X) := {γ : X X omeomorfismo : π γ = π}.
39 9. RICHIAMI SUI RIVESTIMENTI 39 Γ π ( X, X) si dice il gruppo delle trasformazioni del rivestimento (dette anche deck transformations). ESERCIZIO 9.5. Provare che Γ π ( X, X) è effettivamente un gruppo rispetto alla composizione. TEOREMA 9.6. Sia ( X, π) un rivestimento di X. Sia x 0 X e siano x 1, x 2 π 1 (x 0 ). (1) π (Π 1 ( X, x 1 )) e π (Π 1 ( X, x 2 )) sono coniugati in Π 1 (X, x 0 ). (2) Se H è un sottogruppo di Π 1 (X, x 0 ) coniugato a π (Π 1 ( X, x 1 )) allora esiste x π 1 (x 0 ) tale che H = π (Π 1 ( X, x)). (3) Esiste una unica trasformazione del rivestimento γ Γ π ( X, X) tale che γ( x 1 ) = x 2 se e solo se π (Π 1 ( X, x 1 )) = π (Π 1 ( X, x 2 )). OSSERVAZIONE 9.7. Il coniugio di cui al punto (1) del teorema precedente si realizza tramite un automorfismo interno di Π 1 (X, x 0 ) definito da π ([σ]) dove [σ] è la classe di omotopia ad estremi fissi di un cammino σ che unisce x 1 con x 2 in X. DEFINIZIONE 9.8. Un rivestimento ( X, π) di X si dice di Galois (o regolare) se π (Π 1 ( X, x 1 )) è un sottogruppo normale in Π 1 (X, x 0 ) per qualche (e quindi per ogni) x 0 X e x 1 π 1 (x 0 ). Per il Teorema 9.6 un rivestimento è di Galois se e solo se Γ π ( X, X) agisce in modo transitivo sulla fibra π 1 (x 0 ). Notiamo inoltre che per il Teorema 9.6 una trasformazione del rivestimento γ Γ π ( X, X) è univocamente determinata dal suo valore in un punto dato (perché l unica trasformazione del rivestimento che fissa un punto dato è l identità). TEOREMA 9.9. Sia ( X, π) un rivestimento di Galois di X. Sia x 0 X e sia x 0 π 1 (x 0 ). Allora Π 1 (X, x 0 )/π (Π 1 ( X, x 0 )) = Γ π ( X, X). DIMOSTRAZIONE. Si definisce una applicazione H : Π 1 (X, x 0 ) Γ π ( X, X) nel modo seguente: se [l] Π 1 (X, x 0 ) sia l l unico sollevamento di l con origine in x 0. Per il Teorema 9.6, data l ipotesi di normalità di π (Π 1 ( X, x 1 )), esiste una unica γ Γ π ( X, X) tale che γ( x 0 ) = l(1). Si pone allora H([l]) := γ. Tale applicazione è suriettiva. Infatti se γ Γ π ( X, X) allora γ = H(π [σ])) dove σ è un cammino da x 0 a γ( x 0 ). Si prova (esercizio) che H è un omomorfismo di gruppi. Infine, chiaramente ker H = π (Π 1 ( X, x 0 )). DEFINIZIONE Un rivestimento ( X, π) di X si dice rivestimento universale se Π 1 ( X) = {id}. Si può provare che ogni spazio topologico di Hausdorff, connesso e localmente connesso per archi ammette un rivestimento universale. Per il Teorema 9.3 se ( X 1, π 1 ), ( X 2, π 2 ) sono due rivestimenti universali di X allora esiste un omeomorfismo f : X1 X 2 tale che π 2 f = π 1. Parlemo quindi del rivestimento universale di uno spazio (sottointendendo l unicità a meno di
40 40 1. PRELIMINARI omeomorfismi che rispettano il rivestimento come detto sopra). Il rivestimento universale è di Galois. OSSERVAZIONE Sia ( X, π) il rivestimento universale di X. Per il Teorema 9.9 risulta Γ π ( X, X) = Π 1 (X, x 0 ). Inoltre, per ogni x X, la fibra π 1 (x) è in naturale corrispondenza uno-uno con Γ π ( X, X). Infatti, fissato x 0 π 1 (x), ad ogni x π 1 (x) si associa in modo univoco γ x Γ π ( X, X) tale che γ x ( x 0 ) = x. ESERCIZIO Sia π : R S 1 definita da π(x) := exp(2πix). Verificare che (R, π) è il rivestimento universale di S 1. Calcolare direttamente il gruppo delle trasformazioni del rivestimento. ESERCIZIO Provare che la proiezione naturale da S n a RP n definisce un rivestimento a due fogli. Poiché Π 1 (S n ) = {id} per n > 1, provare che Π 1 (RP n ) = Z 2. PROPOSIZIONE Sia M una varietà differenziabile reale (risp. complessa). Sia ( M, π) un rivestimento di M. Allora esiste una unica (a meno di diffeomorfismi/biolomorfismi) struttura differenziabile reale (risp. complessa) su M che renda π differenziabile (risp. olomorfa). DIMOSTRAZIONE. A meno di raffinamenti, si può supporre che esista un atlante {(U j, ϕ j )} j J di M tale che U j sia un intorno onesto per ogni j J. Sia π 1 (U j ) = k Ũ jk tale che gli Ũjk siano disgiunti per k diversi e π : Ũjk U j sia un omeomorfismo. Si definisce allora un atlante per M tramite {( Ũ jk, ϕ j π)}. Si verifichi per esercizio che con tale scelta M è una varietà differenziabile reale (o complessa) e che π : M M è differenziabile (o olomorfa). Inoltre, si provi l unicità. Sia M una varietà connessa e ( M, π) il suo rivestimento universale con la naturale struttura di varietà data dalla proposizione precedente. Se U M è un intorno onesto, allora π 1 (U) è in corrispondenza naturale con U Π 1 (M). Infatti, se π 1 (U) è unione disgiunta di aperti {Ũj} ciascuno diffeomorfo a U tramite π, il gruppo Π 1 (M), che coincide con il gruppo delle trasformazioni di rivestimento per quanto visto, permuta in modo libero e transitivo i Ũj, dunque, dato un Ũj 0 si ha π 1 (U) = γ Γπ( M,M) γ(ũj 0 ). Di più, se dotiamo Π 1 (M) della topologia discreta (e dunque diventa una varietà di dimensione zero!), l identificazione precedente è un diffeomorfismo. Questo è l esempio prototipo dei fibrati principali di cui discuteremo nel seguito. 10. Rudimenti della teoria dei Gruppi di Lie Per approfondimenti si veda, ad esempio, [4]. DEFINIZIONE Un gruppo G si dice un gruppo di Lie se G ha una struttura di varietà differenziabile tale per cui l applicazione G G (g, h) gh 1 G sia differenziabile.
41 10. RUDIMENTI DELLA TEORIA DEI GRUPPI DI LIE 41 Il gruppo di Lie si dice complesso se G è una varietà complessa e G G (g, h) gh 1 G è olomorfa. ESEMPIO Il gruppo lineare GL(n, R) è un gruppo di Lie rispetto alla moltiplicazione di matrici. Infatti, date A, B GL(n, R), le entrate della matrice AB 1 sono polinomi e quozienti delle entrate di A, B. Similmente, GL(n, C) è un gruppo di Lie complesso. ESERCIZIO Provare che S 1 e S 3 sono gruppi di Lie. [Suggerimento: S 1 si può identificare con l insieme dei numeri complessi di modulo 1 mentre S 3 è l insieme dei quaternioni di modulo 1]. Si può provare che le uniche sfere che sono gruppi di Lie sono proprio S 1 e S 3, infatti, le sfere di dimensione pari non possono essere gruppi di Lie perché non sono parallelizzabili (cfr Esercizio 3.11 del Capitolo 2). Per le sfere di dimensione dispari, si può provare che solo S 7 è parallelizzabile, ma non è un gruppo di Lie. Questo segue anche dal fatto, che non proveremo, che per un gruppo di Lie il cui primo gruppo di coomologia di de Rham è banale, necessariamente il terzo gruppo di coomologia di de Rham è non banale. DEFINIZIONE Un sottogruppo H di un gruppo di Lie G si dice un sottogruppo di Lie se H è una sottovarietà immersa di G. ESEMPIO Nel gruppo di Lie S 1 S 1 si consideri il sottogruppo T := {(e ti, e tαi ) : t R} con α R. Allora T è un sottogruppo di Lie essendo una sottovarietà immersa. Se α Q però T non è una sottovarietà regolare (perché T è denso in S 1 S 1 ). ESEMPIO Possiamo vedere GL(n, C) come sottogruppo di Lie (reale) di GL(2n, R) nel modo seguente. Se A GL(n, C), si scriva A = X +iy, dove X è la matrice n n formata dalle parti reali delle entrate di A e Y è la matrice n n formata dalle parti immaginarie delle entrate di A. Si pone ( ) X Y A r :=. Y X Si verifica facilmente che (AB) r = A r B r. Inoltre, se det A 0, allora det A r 0. Dunque GL(n, C) A A r GL(2n, R) è un omomorfismo di gruppi e, poiché A r = id se e solo se A = id, è iniettivo. L applicazione A A r è poi reale analitica. Denotiamo con GL(n, C) r l immagine di GL(n, C) in GL(2n, R). Allora si verifica facilmente che dove GL(n, C) r = {A GL(2n, R) : AJ = JA}, J = ( 0 id id 0 Definiamo ora F : GL(2n, R) Mat(2n 2n, R) tramite F (A) := AJ JA. Risulta GL(n, C) r = F 1 (O). L applicazione F è lineare (quindi di classe C ) e dunque df = F. Se A GL(2n, R) e B Mat(2n 2n, R), si ha df A (B) = BJ JB. Si verifica allora che B ker df A se e solo se ( ) X Y B =. Y X ).
42 42 1. PRELIMINARI Con X, Y matrici n n. Pertanto ker df A ha dimensione 2n 2, indipendentemente da A. Per il Teorema 7.10 risulta che GL(n, C) r è una sottovarietà di GL(2n, R) di codimensione 2n 2, ovvero dimensione (reale) 4n 2 2n 2 = 2n 2. Definiamo e studiamo brevemente alcuni gruppi di Lie classici Il gruppo ortogonale O(n). Si definisce come O(n) := {A GL(n, R) : A t A = I}. Proviamo che O(n) è un sottogruppo di Lie di GL(n, R) di codimensione n(n + 1)/2 (e di dimensione n(n 1)/2. È chiaramente un sottogruppo chiuso di GL(n, R). Sia F (A) := A t A I. L applicazione F : GL(n, R) Mat(n n, R) è di classe C. Calcoliamo il suo differenziale (identificando Mat(2n 2n, R) con R 4n2 ). Sia A GL(n, R) e X Mat(2n 2n, R). Allora 1 df A (X) = lim h 0 h [F (A + hx) F (A)] = At X + X t A. Pertanto il nucleo di df A è dato da {X : A t X + X t A = 0}. In particolare, il nucleo di df I è dato da {X : X + X t = 0}, ovvero sono le matrici antisimmetriche. Notiamo che l applicazione T : ker df I ker df A definita da X (A t ) 1 X è un isomorfismo di gruppi (rispetto alla somma di matrici), pertanto ker df A ha rango costante. Poiché ker df id è lo spazio delle matrici antisimmetriche, che ha dimensione n(n 1)/2, il rango di df A è costante uguale a n 2 n(n 1)/2 = n(n + 1)/2. Dunque per il Teorema 7.10, O(n) è una sottovarietà di GL(n, R) di codimensione n(n + 1)/2. ESERCIZIO Provare che O(n) è compatto ma non è connesso Il gruppo speciale lineare SL(n, R). Si definisce come SL(n, R) = {A GL(n, R) : det A = 1}. È un sottogruppo di GL(n, R) poiché det : GL(n, R) R \ {0} è un omomorfismo di gruppi per il teorema di Binet (considerando R \ {0} come gruppo moltiplicativo) e SL(n, R) = ker(det). È inoltre chiuso. Sia X una matrice n n. Con una semplice induzione si vede che det(i + hx) = 1 + htr(x) + o( h ). Pertanto d(det) I (X) = tr(x). Dunque il differenziale dell applicazione A det A è suriettivo vicino a I e per il Teorema 7.12, esiste dunque un intorno aperto U GL(n, R) di I tale che SL(n, R) U è una sottovarietà. Ora, sia A SL(n, R). Allora U B B A è un diffeomorfismo da U in U A che, per il teorema di Binet, manda SL(n, R) U in SL(n, R) (U A). Ciò prova che SL(n, R) è una sottovarietà di GL(n, R) di codimensione 1.
43 10. RUDIMENTI DELLA TEORIA DEI GRUPPI DI LIE Il gruppo speciale ortogonale SO(n). È definito da SO(n) = {A O(n) : det A = 1} = O(n) SL(n, R). Osserviamo che se A O(n), allora det A = ±1, da cui segue che SO(n) = det 1 (1) è un aperto in O(n). Poiché se A, B SO(n) allora A B SO(n), risulta che SO(n) è un gruppo di Lie di dimensione n(n 1)/2. ESERCIZIO Provare che SO(n) è connesso per archi [Suggerimento: se A SO(n) allora A è coniugata attraverso una matrice ortogonale ad una matrice n n del tipo ( ) Ik 0 0 D dove I k è la matrice identica k k e D è formata da blocchi 2 2 sulla diagonale del tipo ( ) cos θ sin θ sin θ cos θ con θ (0, π] (si noti che i 1 sono in numero pari essendo det A = 1)]. Provare poi che O(n) ha esattamente due componenti connesse. ESERCIZIO Provare che SO(2) = S Il gruppo simplettico Sp(n, R). È definito tramite dove J è definita nell Esempio Sp(n, R) := {A GL(2n, R) : A t JA = J}, ESERCIZIO Provare che Sp(n) è un gruppo di Lie e calcolarne la dimensione Il gruppo unitario U(n). È definito tramite U(n) = {A GL(n, C) : A t A = I}. ESERCIZIO Provare che U(n) è un gruppo di Lie reale (ma non complesso) e calcolarne la dimensione. ESERCIZIO Provare che, denotando con U(n) r l immagine di U(n) in GL(n, C) r (si veda l Esempio 10.6), si ha U(n) r = Sp(n, R) O(2n) Il gruppo speciale unitario SU(n). È definito tramite SU(n) = {A U(n) : det A = 1}. ESERCIZIO Provare che SU(n) è un gruppo di Lie reale (ma non complesso) e calcolarne la dimensione. ESERCIZIO Provare che SU(2) = S 3. Valgono i seguenti risultati:
44 44 1. PRELIMINARI TEOREMA Sia G un gruppo di Lie e sia H un suo sottogruppo. (1) H è chiuso (nella topologia) se e solo se H è un sottogruppo di Lie di G che è una sottovarietà regolare di G. (2) Se H è chiuso allora lo spazio quoziente G/H è una varietà differenziabile (detta varietà omogenea) e l applicazione naturale π : G G/H è differenziabile. Qua G/H indica come d uso l insieme delle classi di equivalenza di G date dalla relazione g h se gh 1 H. G/H è munito della topologia quoziente. Se H è un sottogruppo normale di G, chiuso nella topologia, allora G/H è anch esso un gruppo di Lie. TEOREMA Sia G un gruppo di Lie e sia ( G, π) il suo rivestimento universale. Sia e G l elemento neutro di G e sia ẽ G tale che π(ẽ) = e. Allora esiste una unica struttura di gruppo di Lie su G tale che ẽ sia l identità e π : G G un morfismo di gruppi, differenziabile come applicazione tra varietà. In più, ker π = Γ π ( G, G) = Π 1 (G) è discreto ed è contenuto nel centro di G. DIMOSTRAZIONE. Denotiamo con m : G G G il prodotto di gruppo, m(g, h) := gh. La coppia ( G G, π π) è il rivestimento universale di G G. L applicazione F := m (π π) : G G G ha banalmente la proprietà che F (Π 1 ( G G)) = id = π (Π 1 ( G)), dunque si applica il Teorema e si definisce una unica applicazione m : G G G imponendo che m(ẽ, ẽ) = ẽ. Similmente si definisce l inverso sollevando la composizione di π con G g g 1 G. Utilizzando le proprietà dei rivestimenti si verifichino poi per esercizio le asserzioni del teorema. OSSERVAZIONE Si può provare che Π 1 (SO(n)) = Z 2 per n 3. Si definisce allora il gruppo di Lie Spin(n) come il rivestimento universale (a due fogli) di SO(n). 11. Azioni di gruppi Se M è una varietà differenziabile si indica con Diff(M) il gruppo dei diffeomorfismi di M in se con il prodotto dato dalla composizione, ovvero, f Diff(M) se f : M M è un diffeomorfismo. Nella categoria olomorfa si considerano biolomorfismi. DEFINIZIONE Sia G un gruppo e sia M una varietà differenziabile. Si dice che G agisce su M se esiste un omomorfismo di gruppi G Diff(M). Se G agisce su M, si identifica un elemento g G con la sua immagine in Diff(M). DEFINIZIONE Sia G un gruppo che agisce su una varietà M. Si dice che l azione è fedele o effettiva se l omomorfismo G Diff(M) è iniettivo. Si dice che l azione è propriamente discontinua se dati K 1, K 2 compatti di M, l insieme {g G : g(k 1 ) K 2 } è finito. Si dice che l azione è libera se dato g G tale che g(x) = x per qualche x M risulta g = id G.
45 11. AZIONI DI GRUPPI 45 ESERCIZIO Sia M una varietà e sia ( M, π) un rivestimento, munito della naturale struttura di varietà indotta da M. Sia Γ π ( M, M) il gruppo delle trasformazioni del rivestimento. Provare che Γ π ( M, M) agisce liberamente e in modo propriamente discontinuo su M. Se G è un gruppo che agisce su M, l orbita di un elemento x M è definita da O G (x) := {g(x) : g G} (talvolta l orbita viene indicata anche con G x). Si può definire una relazione di equivalenza su M tramite x y se y O G (x). Per esercizio di verifichi che è effettivamente una relazione di equivalenza. Si indica con M/G l insieme delle orbite di G, e si denota con π : M M/G l applicazione naturale che a x M associa la sua classe di equivalenza. Si munisce M/G della topologia quoziente. ESERCIZIO Sia M una varietà reale connessa. Provare che Diff(M) agisce in modo transitivo su M, ovvero, per ogni x, y M esiste f Diff(M) tale che f(x) = y. Pertanto M/Diff(M) è un punto. [Sugg.: si consideri un atlante {(U p, ϕ p )} p M di M composto da carte locali in modo tale che ϕ p (U p ) sia B = {x R n : x < 1} e ϕ p (p) = 0. Dati x 0, y 0 B con x 0, y 0 < 1/2, esiste un diffeomorfismo f di R n tale che f(x) = x per x > 2/3 e f(x 0 ) = y 0. Per ogni p M fissato, ciascun diffeomorfismo f di R n si trasporta ad un diffeomorfismo f di M definito da f(x) = x per x M \ U p, f(x) = ϕ 1 p (f(ϕ p (x))) per x U p. Dunque Diff(M) agisce localmente in modo transitivo su M. Usare poi la connessione di M per provare che l azione è transitiva su tutto M.] Il precedente esercizio è falso nella categoria olomorfa. Esistono varietà complesse per cui il gruppo di biolomorfismi non agisce in modo transitivo sulla varietà stessa. TEOREMA Sia G un gruppo e sia M una varietà differenziabile. Se G opera liberamente e in modo propriamente discontinuo su M, allora M/G ha una naturale struttura di varietà differenziabile tale che la proiezione naturale π : M M/G sia differenziabile. Inoltre (M, π) è un rivestimento di Galois di M/G e G è il gruppo delle trasformazioni del rivestimento. DIMOSTRAZIONE. Per prima cosa vediamo che ogni x M ha un intorno U relativamente compatto in M tale che g(u) U solo se g = id G. Infatti, sia {U j } un sistema fondamentale di intorni numerabile di x tale che U j+1 U j e U j relativamente compatto in M per ogni j. Poniamo G j := {g G : g(u j ) U j }. Poiché G opera in modo propriamente discontinuo, si ha che G j è finito per ogni j e inoltre G j+1 G j (poiché U j+1 U j ). Asseriamo che esiste j 0 tale che G j0 = {id G } (e dunque scegliamo U = U j0 ). Se non fosse cosi, allora esisterebbe g id G tale che g G j per tutti i j, ovvero g(u j ) U j per tutti i j. Quindi j g(u j) U j. D altra parte U j = {x} e g(u j ) = {g(x)}, pertanto {g(x)} = j g(u j ) U j = {x},
46 46 1. PRELIMINARI e dunque g(x) = x, contro il fatto che G agisce liberamente. Poiché π 1 (π(u)) = g G g(u) e g(u) è aperto in M, la mappa π è aperta. D altra parte g(u) U = per g id G e pertanto π U : U π(u) è iniettiva. Dunque π è un omeomorfismo locale. Di più, per quanto visto si verifica subito che l aperto π(u) è un intorno onesto, e dunque π : M M/G è un rivestimento di Galois. ESERCIZIO Provare che M/G è di Hausdorff e a base numerabile. Dobbiamo ora provare che M/G è una varietà. Per farlo occorre definire delle carte locali. Sia x M e sia (U j, ϕ j ) un intorno coordinato di x in M. Sia U un intorno di x contenuto e relativamente compatto in U j tale che g(u) U solo se g = id G. Definiamo una carta locale ϕ j : π(u) ϕ j (U) tramite ϕ j ([p]) := ϕ j (π U 1 ([p])). ESERCIZIO Provare che i cambiamenti di coordinate sono differenziabili e che π : M M/G è differenziabile. ESEMPIO Sia Γ C n un insieme di 2n vettori {w 1,..., w 2n } che sono linearmente indipendenti su R. Si definisca G il gruppo di biolomorfismi di C n i cui elementi sono della forma T (z) = z + 2n j=1 p jw j dove p j Z per j = 1,..., 2n. In altri termini, G è il reticolo di C n definito da span Z {w 1,..., w 2n } e agisce su C n per traslazioni. Allora G opera liberamente e in modo propriamente discontinuo su C n. Il quoziente, indicato C n /Γ è una varietà complessa compatta di dimensione n che si dice toro complesso. ESEMPIO Se M è una varietà e ( M, π) un suo rivestimento di Galois con la struttura naturale di varietà ereditata da M allora per il Teorema 9.6 si ha M/Γ π ( M, M) = M. In particolare ciò vale sempre per il rivestimento universale. Pertanto, se M è una varietà semplicemente connessa e Γ è un sottogruppo di Diff( M) che agisce liberamente e in modo propriamente discontinuo su M allora M := M/Γ è una varietà e l applicazione naturale π : M M è un rivestimento di Galois. Più in generale il Teorema 11.5 permette di classificare tutti i rivestimenti di un dato spazio, enunciamo il risultato per le varietà: TEOREMA Sia M una varietà e sia M il suo rivestimento universale. Sia H Π 1 (M). Allora M/H è una varietà ed è un rivestimento di M. Tale rivestimento è di Galois se e solo se Γ è normale in Π 1 (M). DIMOSTRAZIONE. Sia π : M M l applicazione di rivestimento. Ricordiamo che Π 1 (M) si identifica con il gruppo delle trasformazioni del rivestimento Γ := Γ π ( M, M) che agisce in modo libero e propriamente discontinuo su M e che M = M/Γ. Essendo H un sottogruppo di Γ, anche H agisce in modo libero e propriamente discontinuo su M e pertanto M/H è una varietà e ρ : M M/H è un rivestimento.
47 11. AZIONI DI GRUPPI 47 Si definisce ora una applicazione σ : M/H M nel modo seguente: se ρ(p) M/H allora σ(ρ(p)) := π(p). Poiché H è contenuto in Γ, risulta che tale applicazione è ben definita (ovvero non dipende dal rappresentante p M scelto per l orbita di H). Inoltre per costruzione σ ρ = π. Da qui si ottiene subito che M/H è un rivestimento di M. Per l ultima osservazione, si noti che H è il gruppo delle trasformazioni di rivestimento di M M/H e dunque Π 1 ( M/H) = H. Essendo σ : H = Π 1 ( M/H) Π 1 (M) = Γ iniettiva, ne segue che M/H è di Galois se e solo se H è normale in Γ.
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49 CAPITOLO 2 Fibrati 1. Sommersioni, fibrazioni e fibrati DEFINIZIONE 1.1. Siano E, M due varietà e sia π : E M una mappa differenziabile. Diciamo che (E, M, π) è una sommersione se π è suriettiva e se dπ p è suriettivo per ogni p E. DEFINIZIONE 1.2. Sia F una varietà. Una fibrazione con fibra F è una sommersione (E, M, π) tale che per ogni x M esistono un intorno U ed un diffeomorfismo ϕ : π 1 (U) U F con la proprietà che, posto E x := π 1 (x), ϕ Ex : E x {x} F è un diffeomorfismo. La varietà E si dice lo spazio totale della fibrazione, M è la base e F è la fibra. Non ogni sommersione è una vibrazione. Ad esempio, se π : E M è una fibrazione e p E, allora π : E \ p M è una sommersione che non è una fibrazione. Vale comunque il seguente risultato: TEOREMA 1.3 (Ehresmann). Siano M, N due varietà reali e sia π : E N una sommersione (di classe almeno C 2 ). Se π è propria allora (E, M, π) è una fibrazione. Per la dimostrazione si veda, ad esempio, [6, Thm ]. In particolare, se (E, M, π) è una sommersione e E è compatta, allora (E, M, π) è una fibrazione. DEFINIZIONE 1.4. Sia G un gruppo di Lie. Una fibrazione (E, M, F, π) si dice un fibrato con gruppo di struttura G se (1) il gruppo G agisce effettivamente su F (ovvero G Diff(F ) è iniettiva), (2) esiste un ricoprimento {U α } di M (detto atlante trivializzante per E) tale che per ogni α esiste un diffeomorfismo ϕ α : π 1 (U α ) U α F (detto di trivializzazione locale) con la proprietà che se U α U β esiste una mappa liscia g αβ : U α U β G tale che ϕ α ϕ 1 β (x, f) = (x, g αβ(x)f) per ogni x U α U β e f F. Le funzioni {g αβ } si dicono funzioni di transizione locali del fibrato. Dalla definizione di fibrato si verifica facilmente che le funzioni di transizione verificano le identità di cociclo seguenti: (1) g αα = id G, (2) g αβ g βα = id G su U α U β, (3) g αβ g βγ g γα = id G su U α U β U γ. 49
50 50 2. FIBRATI DEFINIZIONE 1.5. Siano M, M due varietà. Sia E un fibrato su M e E un fibrato su M. Un morfismo di fibrati è una coppia (f, ϕ) di mappe tali che f : M M, ϕ : E E sono mappe C e π E ϕ = f π E. Se le mappe f, ϕ sono diffeomorfismi i due fibrati si dicono equivalenti. Se M = M diremo che due fibrati su M sono equivalenti se esiste una equivalenza di fibrati (f, ϕ) con f = id M. OSSERVAZIONE 1.6. Osserviamo che per definizione, se due fibrati E, E sono equivalenti, le loro fibre sono diffeomorfe (il diffeomorfismo essendo dato dalla restrizione alla fibra del diffeomorfismo tra E ed E ). DEFINIZIONE 1.7. Sia U M un aperto. Se E è un fibrato su M tale che E U sia equivalente al fibrato banale U F, si dice che E è banale su U. PROPOSIZIONE 1.8. Sia M una varietà. Sia E un fibrato su M con fibra F e gruppo di struttura G. Sia {U α, ϕ E α } un atlante trivializzante di E con funzioni di transizione {g αβ }. Sia E un altro fibrato su M con atlante trivializzante {U α, ϕ E α }, fibra F, gruppo di struttura G e funzioni di transizione {h αβ }. Una mappa ψ : E E è una equivalenza di fibrati se per ogni α, posto ψ α := (ψ α, ψ α) := ϕ E α ψ ϕ E 1 α : U α F U α F, risulta ψ α = id e per ogni α, β tali che U α U β si ha (1.1) ψ β(x, t) = h βα (x)ψ α(x, g αβ (x)t). Viceversa, se esiste una famiglia {ψ α = (ψ α, ψ α)} di mappe liscie da U α F U α F tali che ψ α = id e che soddisfa (1.1) e tale che per ogni x fissato ψ α(x, ) è un diffeomorfismo, allora esiste ψ equivalenza di fibrati tale che ψ α = ϕ E α ψ ϕ E 1 α per ogni α. DIMOSTRAZIONE. Sia (x, t) U α F. Si consideri la composizione ψ α definita da Le (1.1) seguono allora da ψ β = ϕ E β U α F ϕe 1 α π 1 E (U α) ψ ϕ E 1 β = ϕ E β ϕ E ψ π 1 α E (U α ) ϕe α U α F. 1 ϕ E α ψ ϕ E α 1 ϕ E α ϕ E β 1. Viceversa, le (1.1) sono condizioni di compatibilità che consentono di incollare le {ψ α } ad una equivalenza di fibrati. Le funzioni di transizione determinano i fibrati a meno di equivalenze: TEOREMA 1.9. Siano M e F due varietà. Sia G un gruppo di Lie che agisce effettivamente su F. Sia {U α } un ricoprimento di M tale che se U α U β esistono mappe liscie g αβ : U α U β G che verificano le identità di cociclo. Allora esiste un fibrato E con base M, fibra F e con gruppo di struttura G che ha {g αβ } come funzioni di transizione. Tale fibrato è unico a meno di equivalenze di fibrati.
51 2. FIBRATI VETTORIALI E FIBRATI PRINCIPALI 51 DIMOSTRAZIONE. A meno di raffinamenti del ricoprimento {U α }, possiamo supporre che {U α } sia anche un atlante coordinato di M. Poniamo E := (U α F )/. Dove (x, f) (y, f ) se esistono α, β tali che (x, f) U α F, (y, f ) U β F, x = y e f = g αβ (x)f. Poiché {g αβ } soddisfano le identità di cociclo la relazione è di equivalenza. Si pone dunque su E la topologia quoziente determinata da (U α F ). La mappa π : E M definita da [(x, f)] x è continua. Si definisce poi ϕ α : π 1 (U α ) U α F tramite ϕ α [(x, f)] := (x, f) per (x, f) U α F (si osservi che questa mappa è ben definita poiché ogni elemento in π 1 (U α ) ha un unico rappresentante in U α F essendo g αα = id). La mappa ϕ α è biunivoca ed è l inversa della mappa naturale ρ : (U α F ) E ristretta a U α F. Si verifica facilmente che ρ è aperta e dunque ϕ α è un omeomorfismo. L atlante per E si ottiene allora componendo tale mappa con carte locali di M e di F nel modo seguente. Sia {U α, ψ α } un atlante di M, {W j, θ j } un atlante per F. Allora {[U α W j ], ϕ α,j )} (dove [ ] indica la classe di equivalenza in E) è un atlante per E, definendo ϕ α,j : [U α W j ] ψ α (U α ) θ j (W j ) tramite ϕ α,j ([x, f]) := (ψ α θ j ) ϕ α ([x, f]) = (ψ α (x), θ j (f)) (x, f) U α W j. Con notazione ovvia, per (p, t) ψ β (U α U β ) θ k (W j W k ) ϕ α,j ϕ 1 β,k (p, t) = ϕ α,j([ψ 1 (p), θ 1 (t)]) = ϕ α,j([ψ 1 (p), g αβ(ψ 1 (p))θ 1(t)]) β = (ψ α (ψ 1 β k (p)), θ j(g αβ (ψ 1 (p))θ 1(t))) provando che i cambiamenti di carta sono differenziabili. Si può poi verificare che E è Hausdorff e paracompatto E e dunque è effettivamente una varietà. Si vede facilmente ora che E è un fibrato con gruppo di struttura G, fibra F e base M. L unicità segue subito dalla Proposizione Fibrati vettoriali e fibrati principali DEFINIZIONE 2.1. Una fibrazione (E, M, π) con fibra R k e gruppo di struttura GL(k, R) si dice un fibrato vettoriale di rango k se esiste un atlante trivializzante {(U α, ϕ α )} per E tale che per ogni x U α la mappa ϕ α Ex : E x {x} R k è un isomorfismo di spazi vettoriali. Ovvero, se ϕ α (v) = (x, ϕ α(x, v)) {x} R k per v E x, risulta ϕ α(x, λv + µw) = λϕ α(x, v) + µϕ α(x, w) λ, µ R, v, w E x. La definizione di fibrato vettoriale richiede alcuni commenti. Essendo la fibra uno spazio vettoriale, è naturale richiedere che le funzioni di trivializzazione preservino tale struttura. D altra parte, si possono definire dei fibrati con fibra R k e gruppo di struttura GL(k, R) che, per l atlante trivializzante dato, non hanno funzioni di transizione che sono lineari sulle fibre. Un semplice esempio è il seguente: ESEMPIO 2.2. Sia M una varietà e sia f : R R un diffeomorfismo non lineare. Sia E := M R. Sia U := {M}. Allora U è un ricoprimento di M che trivializza E con la mappa β k β β k
52 52 2. FIBRATI ϕ : E M R data da ϕ(x, v) := (x, f(v)). E è un fibrato con fibra R e gruppo di struttura GL(1, R), ma l atlante trivializzante scelto non lo rende un fibrato vettoriale. D altra parte, se E è un fibrato su M con fibra R k e gruppo di struttura GL(k, R) e con funzioni di transizione {g αβ }, la costruzione del Teorema 1.9 definisce un fibrato vettoriale E equivalente (come fibrato) a E per cui le trivializzazioni locali ϕ α sono lineari sulle fibre, ovvero: LEMMA 2.3. Sia M una varietà e sia E un fibrato su M con fibra R k e gruppo di struttura GL(k, R). Allora esiste un fibrato vettoriale E su M che è equivalente a E come fibrato. Nel seguito supporremo sempre che se E è un fibrato vettoriale, le funzioni di trivializzazione locale ϕ α : E Uα U α R n siano lineari sulle fibre. Come notazione, poniamo ϕ α,x := ϕ α Ex : E x R n. Avvertiamo il lettore che, con un usuale lieve abuso di notazione, talvolta ϕ α,x denoterà anche ϕ α Ex. DEFINIZIONE 2.4. Siano M, M due varietà. Sia E un fibrato vettoriale su M e E un fibrato vettoriale su M. Un morfismo (f, ϕ) di fibrati tra E, E si dice un morfismo di fibrati vettoriali se per ogni x M la mappa ϕ x := ϕ Ex : E x E f(x) è un morfismo di spazi vettoriali. Se E è un fibrato vettoriale su una varietà M e se U M è un aperto tale che E U := π 1 (U) è equivalente come fibrato vettoriale al fibrato vettoriale banale U R k, diremo che E è banale su U. Definiamo adesso un altra classe importante di fibrati. Premettiamo alcune osservazioni. Si dice che un gruppo di Lie G agisce a destra su una varietà F se esiste un anti-omomorfismo di gruppi R : G Diff(F ), ovvero se R(e) = id, R(g 1 ) = R(g) 1 e R(gh) = R h R g (cioé l ordine di composizione è invertito). Ad esempio se G agisce (nel senso usuale) su F tramite L : G Diff(F ), allora R g := L g 1 è una azione a destra. Se E è un fibrato con fibra G e gruppo di struttura G stesso, allora esiste una ovvia azione a destra del gruppo di struttura G sulla fibra data dalla moltiplicazione a destra del gruppo su se stesso. Formalmente, se θ : F G è un diffeomorfismo, allora R : G F F è definito tramite R g (f) := θ 1 (θ(f)g). Nel seguito, salvo quando necessario specificare, indicheremo semplicemente con f g l azione a destra R g (f). Possiamo adesso definire i fibrati principali come segue: DEFINIZIONE 2.5. Sia G un gruppo di Lie. Una fibrazione (P, M, π) con fibra G e gruppo di struttura G si dice un fibrato principale se esiste un atlante trivializzante {(U α, ϕ α )} per P tale che per ogni x U α la mappa ϕ α Ex : P x {x} G è G-equivariante. Ovvero, se ϕ α (v) = (x, ϕ α(x, v)) {x} G per v P x, risulta ϕ α(x, vg) = ϕ α(x, v)g g G, v P x.
53 2. FIBRATI VETTORIALI E FIBRATI PRINCIPALI 53 Notiamo che l azione a destra del gruppo di struttura G sulla fibra di un fibrato principale commuta con la naturale azione di G sulla fibra richiesta dalla Definizione 1.4. Utilizzando l azione a destra di un gruppo di Lie su se stesso si definisce la nozione di morfismo tra fibrati principali: DEFINIZIONE 2.6. Siano M, M due varietà. Sia P un fibrato principale su M con gruppo di struttura G e sia P un fibrato principale su M con gruppo di struttura G. Sia ρ : G G un morfismo di gruppi di Lie. Un morfismo (f, ϕ) di fibrati tra P, P si dice un ρ-morfismo di fibrati principali se per ogni x M la mappa ϕ x := ϕ Px : P x P f(x) ha la proprietà che ϕ x (pg) = ϕ x (p)ρ(g) per ogni p P x e g G. Qualora in un ρ-morfismo di fibrati principali non sia necessario puntualizzare il morfismo ρ, lo chiameremo semplicemente morfismo di fibrati principali. Nuovamente, dalla costruzione del Teorema 1.9 si ha che, dato un fibrato con fibra un gruppo di Lie G e gruppo di struttura G, esiste un fibrato principale equivalente le cui funzioni di trivializzazione locale sono morfismi di fibrati principali, ovvero: LEMMA 2.7. Sia M una varietà e sia P un fibrato su M con fibra un gruppo di Lie G e gruppo di struttura G. Allora esiste un fibrato principale P su M che è equivalente a P come fibrato. Un caso particolare di morfismo tra fibrati principali è il seguente: DEFINIZIONE 2.8. Sia G un gruppo di Lie e sia G G un suo sottogruppo di Lie, con ρ : H G l immersione naturale. Sia P un fibrato principale con gruppo di struttura G su M e sia P un fibrato principale con gruppo di struttura G su M. Si dice che P è una riduzione di P (o che P è ottenuto da P tramite riduzione del gruppo strutturale) se esiste un ρ-morfismo di fibrati principali (id M, h) con h : P P iniettivo. PROPOSIZIONE 2.9. Sia P un fibrato principale con gruppo strutturale G su M. Sia H un sottogruppo di Lie di G. Allora si può ridurre il gruppo di struttura di P ad H se e solo se esiste un atlante trivializzante per P con funzioni di transizione a valori in H. DIMOSTRAZIONE. Siano {h αβ } delle funzioni di transizione locali per P a valori in H. Per il Teorema 1.9, si definisce univocamente un fibrato principale P con gruppo strutturale H. Ricordiamo che dalla costruzione si ha P := (U α H)/, dove (x, g) (y, g ) se esistono α, β tali che (x, g) U α H, (y, g ) U β H, x = y e g = h αβ (x)g. Similmente, a meno di equivalenze di fibrati, P := (U α G)/, dove (x, g) (y, g ) se esistono α, β tali che (x, g) U α G, (y, g ) U β G, x = y e g = h αβ (x)g. Pertanto l applicazione U α H U α G definita per ogni α tramite (x, h) (x, h) passa al quoziente e determina un morfismo iniettivo di fibrati principali da P a P. Viceversa, supponiamo che h : P P sia una riduzione di fibrati principali. Sia {U α } un atlante trivializzante P e P, e siano ϕ α : P Uα U α H le trivializzazioni locali di P (che assumiamo, come lecito, essere morfismi di fibrati principali) date da ϕ α(p ) = (x, ϕ α(x, p )) = (x, ϕ α(x, e)p ) U α H p P x H.
54 54 2. FIBRATI Se p P x, con x U α, allora esistono (non unici) g G e p P x tali che p = h(p )g. Si noti che se anche p = h(p 1)g 1 con g 1 G e p 1 P x allora gg 1 1 = h(p ) 1 h(p 1) = h(p 1 p 1) H, pertanto essendo h un morfismo di fibrati principali, risulta h(p ) = h(p 1)g 1 g 1 = h(p 1g 1 g 1 ) e dunque p = p 1g 1 g 1. Da qui si ha che Pertanto la mappa ϕ α(x, p )g = ϕ α(x, p 1g 1 g 1 )g = ϕ α(x, p 1)g 1 g 1 g = ϕ α(x, p 1)g 1. ψ α : P Uα U α G, definita per p P x, x U α tramite ψ α (p) = (x, ϕ α(x, p )g) risulta essere ben definita e si verifica facilmente essere un morfismo di fibrati principali. Dunque, le {ψ α } sono delle nuove funzioni di trivializzazione locale per P. Per calcolare le funzioni di transizione associate, siano {ϕ αβ } le funzioni di transizione di P a valori in H. Si osservi che con la notazione precedente ϕ αβ (x) = ϕ α(x, e)( ϕ β (x, e)) 1. Sia x U α U β e sia p P x dato da p = h(p )g per p P x, g G. Sia t = ϕ β (x, p )g = ϕ β (x, e)p g. Allora ψ α ψ 1 β (x, t) = (x, ϕ α(x, p )g) = (x, ϕ α(x, p )( ϕ β(x, p )) 1 t) = (x, ϕ α(x, e)p p 1 ( ϕ β(x, e)) 1 t) = (x, ϕ α(x, e)( ϕ β(x, e)) 1 t) = (x, ϕ αβ(x)et) = (x, ϕ αβ(x)t), che prova che le funzioni di transizione sono {ϕ αβ } a valori in H. OSSERVAZIONE Sia P un fibrato principale con gruppo di struttura G su M. Sia K un sottogruppo compatto massimale di G. Si può provare che P ammette sempre una riduzione del gruppo di struttura a K. OSSERVAZIONE Sia E un fibrato vettoriale su M con funzioni di transizione {g αβ }. Allora il Teorema 1.9 e il Lemma 2.7 determinano un unico (a meno di equivalenze) fibrato principale P (E) con gruppo di struttura GL(n, R) con le stesse funzioni di transizione. Tale fibrato si dice il fibrato principale associato a E. Viceversa, per il Teorema 1.9 e il Lemma 2.3 ogni fibrato GL(n, R)-principale ha un (unico a meno di equivalenze) fibrato vettoriale associato. OSSERVAZIONE Sia E un fibrato vettoriale di rango k su M. Sia {U α, ϕ α } un atlante trivializzante tale che ϕ α siano lineari sulle fibre. Siano vj α (x) := ϕ 1 α (x, e j ) per x U α e {e 1,..., e k } la base standard di R k. Allora se v E x risulta v = a α j vj α (x) e ϕ α (v) = (x, (a α 1,..., a α k )). Per definizione di funzioni di transizione, su U α U β risulta a α 1. a α k = g αβ (x) a β 1. a β k
55 2. FIBRATI VETTORIALI E FIBRATI PRINCIPALI 55 ovvero v α 1 (x) v β 1 (x). = t [g αβ (x)] 1.. vk α(x) v β k (x) In altri termini, le funzioni di transizione sono le matrici di cambiamento di base dalla base {vj α (x)} alla base {v β j (x)}. DEFINIZIONE Se M è una varietà (reale o complessa) e E è un fibrato su M con fibra C k e gruppo di struttura GL(k, C), si dice che E è un fibrato vettoriale complesso con fibra di rango (complesso) k. Se E è un fibrato complesso su una varietà complessa e la mappa di proiezione π : E M è olomorfa, si dice che E è un fibrato olomorfo. PROPOSIZIONE Siano L, L due fibrati olomorfi di rango uno su una varietà complessa M. Supponiamo L abbia funzioni di transizione {g αβ } e L abbia funzioni di transizione {g αβ } rispettivamente. Allora esiste un isomorfismo di fibrati vettoriali f : L L se e solo se per ogni α esistono f α : U α C olomorfe tali che (2.1) f β f α Uα U β = g αβ g αβ per ogni α, β. Le f α : ϕ 1 α (L Uα ) ϕ α(l Uα ) sono date da ϕ α f ϕ 1 α, essendo ϕ α, ϕ α le funzioni di trivializzazione locale di L, L. DIMOSTRAZIONE. Segue subito da (1.1) Il fibrato tangente. Costruiamo adesso il fibrato tangente ad una varietà reale. Una analoga costruzione vale nel caso complesso. DEFINIZIONE Sia M una varietà reale. Poniamo T M := T p M. T M si dice il fibrato tangente a M. p M PROPOSIZIONE Sia M una varietà reale di dimensione n. Allora T M ha una struttura naturale di fibrato vettoriale di rango n con proiezione π : T M M data da T p M v p M. DIMOSTRAZIONE. Sia {U α, ϕ α } un atlante per M con ϕ α (p) = (x α 1 (p),..., x α n(p)). Poniamo T M Uα := π 1 (U α ). Definiamo ψ α : T M Uα U α R n come segue. Sia p U α e sia v T p M. Allora v = a α j ψ α (v) := (p, (a α 1,..., a α n)). (p). Definiamo x α j
56 56 2. FIBRATI ψ α è bijettiva e π = π 1 ψ α (essendo π 1 : U α R n U α la proiezione sul primo fattore). Dotiamo T M della topologia meno fine che rende ψ α degli omeomorfismi. Si verifica facilmente che T M è di Hausdorff e paracompatto e π è continua. Troviamo l espressione di ψ α ψ 1 β per U α U β. Denotiamo con xα k x β p := (p)(x α j x β k ), j (p) applicata alla funzione π k ϕ α, dove π k (a 1,..., a n ) = a k. Abbia- ovvero la derivazione x β j mo che x β j (p) = n x α k x β k=1 j p (p). x α k Dunque ( n ) ( n ψ α ψ 1 β (p, (aβ 1,..., a β n)) = ψ α a β j (p) = ψ j=1 x β α a β j j j=1 ( n ( n ) ) = ψ α a β x α k j k=1 j=1 x β p (p) x α j k n x α n 1 = (p, p a β j,..., x α n p a β j ). j=1 x β j j=1 x β j ( n x α k x β k=1 j Definiamo ϕ α : π 1 (U α ) ϕ α (U α ) R n tramite ϕ α := (ϕ α id R n) ψ α, ovvero Essendo su U α U β ϕ α : (p, v) (ϕ α (p), (a α 1,..., a α n)). ( ϕ α ϕ 1 β (q, (aβ 1,..., a β n)) = (ϕ α ϕ 1 β (q), x α k x β j ) q (a β 1,..., a β n) t ), )) p (p) x α k si vede che {π 1 (U α ), ϕ α } è un atlante per T M che lo rende una varietà di dimensione 2n. Inoltre per la costruzione fatta si verifica subito che T M è un fibrato vettoriale con funzioni di transizione ( ) x α k g αβ =. x β j ESERCIZIO Si provi che T M è sempre orientabile Il fibrato dei riferimenti lineari. Sia M una varietà. Sia E un fibrato vettoriale reale di rango r su M (considerazioni simili valgono per i fibrati vettoriali complessi). Per x M sia L(E) x := {basi ordinate di E p }.
57 Definiamo 2. FIBRATI VETTORIALI E FIBRATI PRINCIPALI 57 L(E) := x M L(E) x con proiezione π : L(E) M data da L(E) x v x M. Vediamo che L(E) è un fibrato principale, che è detto il fibrato dei riferimenti lineari di E. PROPOSIZIONE Sia M una varietà e sia E un fibrato vettoriale di rango r su M. Allora L(E) ha una naturale struttura di fibrato principale con fibra GL(r, R) ed è equivalente come fibrato principale al fibrato principale associato a E. DIMOSTRAZIONE. Il gruppo GL(r, R) agisce liberamente a destra su L(E) x nel modo seguente. Sia A GL(r, R) e sia w = {w 1,..., w r } una base di E x. Allora definiamo R : (A, w) A t w, dove, se A = (a ij ), allora A t w indica la base formata dai vettori { a i1 w i,..., a ir w i }. Sia {e 1,..., e r } la base standard di R r. Se (U, ϕ) è un aperto trivializzante di E, poniamo v j (x) := ϕ 1 (x, e j ). Allora v := {v 1 (x),..., v r (x)} è una base di E x per ogni x U. Pertanto, se u L(E) x, esiste una unica matrice A GL(r, R) che rappresenta il cambiamento di base da v ad u. Dunque π 1 (x) GL(r, R). Definiamo ora h : π 1 (U) U GL(r, R) tramite h(u) = (π(u), ψ(u)), dove ψ(u) GL(r, R) è tale che u = [ψ(u)] t v. Si dota poi L(E) della topologia meno fine che rende h degli omeomorfismi. Per esercizio si verifichi che L(E) è effettivamente un fibrato principale. Per calcolare le funzioni di transizione, vediamo che se {g αβ } sono le funzioni di transizione di E, per l Osservazione 2.12 si ha v β = g t αβ v α. Dunque [ψ α (u)] t v α = u = [ψ β (u)] t v β = [ψ β (u)] t g t αβv α = [g αβ ψ β (u)] t v α, da cui segue che h α h 1 β (x, ψ α(u)) = (x, g αβ (x)ψ β (u)), che prova che le funzioni di transizione di L(E) sono effettivamente {g αβ }. Si osservi anche che h α (R(A, u)) = h α (A t u) = h α (A t [ψ α (u)] t v α ) = h α ([ψ α (u)a] t v α ) = (x, ψ α (u)a), e dunque le h α sono anche morfismi di fibrati principali. Il fibrato dei riferimenti lineari di T M si denota con LM. ESERCIZIO Sia M una varietà differenziabile di dimensione n. allora il fibrato dei riferimenti lineari LM ha gruppo di struttura riducibile a GL(n, R) + := {A Mat(n n, R) : det A > 0} se e solo se M è orientabile.
58 58 2. FIBRATI 2.3. Esempi di fibrati principali. Descriviamo brevemente alcuni esempi di fibrati principali Rivestimenti di Galois. Se M è una varietà e M è un suo rivestimento di Galois con gruppo delle trasformazioni del rivestimento Γ, si può dare a Γ la struttura di gruppo di Lie zerodimensionale e dunque M è un fibrato principale su M con gruppo di struttura Γ con atlante di trivializzazione dato dagli intorni onesti SO(n) su S n 1 con fibra SO(n 1). Si può vedere SO(n), n > 1 come fibrato principale con fibra SO(n 1) su S n 1. Definiamo la proiezione π : SO(n) S n 1 nel modo seguente. Se A SO(n), scriviamo A = (a 1,..., a n ), essendo a j la j-sima colonna di A. Poiché A t A = id, risulta a j, a k = δ jk per j, k = 1,..., n. Definiamo allora π : SO(n) S n 1 come: π(a) = a n. Osserviamo poi che, essendo S n 1 = F 1 (0) con F : R n R definita da F (x) := x, x 1 (essendo, il prodotto scalare standard), per la Proposizione 7.15 del Capitolo 1, risulta T p S n 1 = {v R n : v, p = 0}. Pertanto, se A = (a 1,..., a n ) SO(n) si ha che {a 1,..., a n 1 } è una base ortonormale di T an S n 1. Denotiamo con u(a) tale base. Diamo ora una orientazione a S n 1 in modo che la matrice identica in SO(n) definisca una base positiva sullo spazio tangente di S n 1 in (0,..., 0, 1). Scegliamo un atlante {U α, ϕ α } di S n 1 che sia orientato secondo l orientazione scelta. Presa la base { x α 1 (p),..., (p)}, si può applicare il procedimento di Gram-Schmidt x α n 1 per ottenere una base ortonormale (sempre con la stessa orientazione) per T p S n 1 per p U α. Tale base, denotiamola v α (p), dipende in modo C da p U α. Data A = (a 1,..., a n ) SO(n) esiste una unica A α SO(n 1) tale che u(a) = A t αv α (a n ). Questo prova che la fibra π 1 (p) è SO(n 1). Inoltre, SO(n 1) agisce per moltiplicazione a destra sulla fibra nel modo seguente. Se B SO(n 1) e se A π 1 (p), allora si definisce B A = B t u(a). Le funzioni di trivializzazione del fibrato sono date da ψ α : π 1 (U α ) U α SO(n 1) definite tramite ψ α (A) = (π(a), A α ). Si verifica facilmente che queste sono trivializzazioni locali di SO(n) e che le funzioni di transizione associate (che sono le matrici di cambiamento di coordinate dalla base da v β a v α sono matrici in SO(n 1). Con l interpretazione data sopra, SO(n) è un sottofibrato di LS n 1 formato dalle basi orientate e ortonormali rispetto al prodotto scalare canonico di R n. In effetti SO(n) si ottiene come riduzione di LS n 1 riducendo il gruppo di struttura a SO(n). Vedremo in seguito che questo è un processo generale: dare un prodotto scalare definito positivo lungo le fibre di un fibrato di rango k equivale a ridurre a O(k) il gruppo di struttura del corrispondente fibrato dei riferimenti lineari e la riduzione a SO(k) corrisponde a sceglierne anche una orientazione come varietà.
59 3. SEZIONI DI FIBRATI Fibrati di Hopf. La restrizione della mappa naturale da C n+1 CP n a S 2n+1 induce una fibrazione principale da S 2n+1 a CP n con gruppo di struttura S 1 che si chiama la fibrazione di Hopf. In particolare, per n = 1 si ha S 3 S 2 con fibra S 1. Si provi per esercizio quanto detto Spazi omogenei. Sia G un gruppo di Lie e sia H un suo sottogruppo chiuso. Allora G G/H è un fibrato principale con gruppo di struttura H. La trivializzazione locale è costruita nel modo seguente. Si prende una sottovarietà V definita in un intorno di e e trasversa alla fibra di π : G G/H (ad esempio utilizzando i teoremi del rango si può supporre che in un intorno di e il sottogruppo H sia dato in coordinate locali da {(x 1,..., x n ) : x 1 =... = x m = 0} e la proiezione sia π(x 1,..., x n ) = (x m+1,..., x n ); allora si può definire V = {(x 1,..., x n ) : x m+1 =... = x n = 0}). Pertanto per ogni g G, π(gv ) è un aperto contenente [g] G/H. Se k π 1 (π(gv )), allora esiste un unico h H e un unico elemento t V tali che k = gth. Si definisce allora un atlante trivializzante per G/H dato da {(π(gv ), Φ gv )} g G dove Φ gv (k) := (π(k), h) per k π 1 (π(gv )). Si verifichi per esercizio che questo è effettivamente un atlante di trivializzazione con funzioni di transizione in H e le Φ gv sono morfismi di fibrati principali. 3. Sezioni di fibrati DEFINIZIONE 3.1. Sia M una varietà e sia E un fibrato su M con proiezione π : E M. Sia U M un aperto. Una sezione di E su U è una mappa liscia da U in E tale che π s = id U. L insieme delle sezioni di E su U si denota C (U; E) (oppure O(U; E) nel caso della categoria olomorfa, nel qual caso la sezione è olomorfa). Una sezione di E su M si dice anche una sezione globale di E. OSSERVAZIONE 3.2. Si verifica facilmente che se E è un fibrato vettoriale su M allora per ogni aperto U M l insieme C (U; E) (o O(U; E) nel caso olomorfo) delle sezioni di E su U ha una naturale struttura di spazio vettoriale. PROPOSIZIONE 3.3. Sia E un fibrato su M con fibra F e gruppo di struttura G. Sia {U α, ϕ α } un atlante di trivializzazione per E e siano {g αβ } le funzioni di transizioni di E. Sia U un aperto di M. Se s C (U; E) (rispettivamente s O(U; E)), posto s α := π F ϕ α s (essendo π F : U α F F la proiezione su F ) per ogni α, β tali che U U α U β risulta (3.1) s α = g αβ s β. Viceversa, se {s α } è una famiglia di funzioni s α : U α U F liscie (rispettivamente olomorfe) che soddisfano (3.1), allora esiste una unica sezione s C (U; E) (rispettivamente s O(U; E)) tale che s α = π F ϕ α s per ogni α. DIMOSTRAZIONE. Sia s una sezione. Per definizione di s α, si ha (3.2) s(x) = ϕ 1 α (x, s α (x)), x U U α.
60 60 2. FIBRATI Da cui, su U U α U β (x, s α (x)) = ϕ α s = ϕ α ϕ 1 β (x, s β(x)) = (x, g αβ (x)s β (x)), e risulta s α = g αβ s β. Viceversa, se la (3.1) è soddisfatta, la (3.2) definisce una sezione su U. Infatti, x U U α U β, allora per la (3.2) α (x, s α (x)) = ϕ 1 (ϕ β(ϕ 1 α (x, g αβ s β (x)))) = ϕ 1 (x, g βαg αβ s β (x) = ϕ 1 (x, s β(x)), ϕ 1 e dunque s è ben definita su U. β DEFINIZIONE 3.4. Sia E un fibrato su M. Se s è una sezione di un E su un aperto U M, le {s α } definite nella Proposizione 3.3 si chiamano i dati locali di s (nella trivializzazione {U α, ϕ α } di E). PROPOSIZIONE 3.5. Sia E un fibrato vettoriale di rango k su M. Sia U M un aperto. Allora E è banale su U se e solo se esistono k sezioni s 1,..., s k C (U; E) tali che {s 1 (x),..., s k (x)} sono linearmente indipendenti per ogni x U. DIMOSTRAZIONE. Se esistono tali sezioni, allora per ogni x U e per ogni v E x, si può scrivere v = a j s j (x). La mappa Φ : E U R k data da Φ(x)v := (x; (a 1,..., a n )) è l isomorfismo di fibrati vettoriali cercato. Viceversa, se {e 1,..., e k } è la base standard di R k e se Φ : E U U R k è un isomorfismo di fibrati vettoriali, allora s j (x) := Φ 1 (x, e j ) sono le sezioni cercate. La proposizione precedente vale ovviamente anche nella categoria olomorfa. OSSERVAZIONE 3.6. Sia E un fibrato vettoriale di rango k su M. Se (U α, ϕ α ) è una carta di trivializzazione locale per E (con ϕ α,p lineare per ogni p U), e v E p con p U, allora ϕ α,p (v) = (a α 1,... a α k ) Rk può essere pensato come il vettore delle coordinate di v nella base data da {ϕ 1 α,p(e 1 ),..., ϕ 1 α,p(e k )}, dove {e 1,..., e k } è la base standard di R k. Le funzioni di transizione {g αβ (p)} possono allora essere pensate come le matrici di cambiamento delle coordinate dalla base {ϕ 1 α,p(e 1 ),..., ϕ 1 α,p(e k )} alla base {ϕ 1 β,p (e 1),..., ϕ 1 β,p (e k)}. DEFINIZIONE 3.7. Se E è un fibrato vettoriale di rango k e {e 1,..., e k } sono k sezioni di E su U tali che {e 1 (x),..., e k (x)} è una base di E x per ogni x U, si dice che {e 1,..., e k } è una base locale di sezione di E su U, o semplicemente una base locale di E su U. OSSERVAZIONE 3.8. Un fibrato vettoriale E su una varietà M ammette sempre una sezione, detta sezione zero, definita tramite x (x, 0) E x. PROPOSIZIONE 3.9. Sia P un fibrato principale su M con gruppo di struttura G. Allora P ammette una sezione globale se e solo se P è equivalente come fibrato principale al fibrato banale M G. β β
61 4. OPERAZIONI SUI FIBRATI VETTORIALI 61 DIMOSTRAZIONE. Il fibrato banale M G ammette la sezione globale s(x) := (x, e), essendo e G l elemento neutro. Viceversa, se P ammette una sezione globale s : M P, allora per ogni g P x esiste un unico h G tale che s(x)h = g. Definiamo Φ : P M G tramite Φ(g) := (x, h). Si verifica facilmente che Φ è l equivalenza di fibrati principali cercata. COROLLARIO Sia P un fibrato principale su M. Allora P è equivalente come fibrato principale al fibrato banale M G se e solo se il suo gruppo di struttura è riducibile all elemento neutro {e}. DIMOSTRAZIONE. Una direzione è ovvia. Per l altra, se P è riducibile al fibrato M {e}, allora per definizione esiste un morfismo iniettivo di fibrati principali h : M {e} P. Dunque s(x) := h(x, e) è una sezione globale di P che per la proposizione precedente è dunque banale. ESERCIZIO Diciamo che una varietà reale M è parallelizzabile se T M è banale, ovvero T M M R n. (1) Provare che se M è un gruppo di Lie allora è parallelizzabile. (2) Provare che M è parallelizzabile se e solo se LM ammette una sezione globale ed è quindi banale. (3) Provare che la sfera S 2 (e più in generale la sfera S 2n ) non è parallelizzabile [Sugg.: utilizzare il teorema di Poincaré-Hopf.] 4. Operazioni sui fibrati vettoriali Sia P una operazione lineare tra spazi vettoriali, ovvero, se V, W sono due spazi vettoriali di dimensione k e l, allora P(V, W ) è uno spazio vettoriale di dimensione r = r(k, l). Consideriamo operazioni lineari P tali che (1) se V, W sono spazi vettoriali con basi rispettivamente B V, B W, lo spazio vettoriale P(V, W ) ha una base naturale P(B V, B W ), (2) Se B V, B W sono altre basi di V e W rispettivamente, e H V, H W sono le matrici di cambiamento di base da B V a B V e da B W a B W rispettivamente, allora la matrice di cambiamento di base P(H V, H W ) da P(B V, B W ) a P(B V, B W ) ha entrate che sono una combinazione lineare di prodotti dei coefficienti di H V e H W. Esempi di operatori lineari P sono,, Hom, dualità. In questa sezione M denota una varietà. Siano E, F due fibrati vettoriali su M di rango k e l rispettivamente. Descriviamo un metodo generale per definire un nuovo fibrato vettoriale P(E, F ) su M. Sia P(E, F ) := P(E p, F p ). Sia π : P(E, F ) M la proiezione naturale che associa a v P(E p, F p ) il punto p M. p M
62 62 2. FIBRATI Siano ϕ E, ϕ F funzioni di trivializzazione locale per E, F su un aperto U M. Ricordiamo che ϕ E p : E p R k e ϕ F p : F p R l sono lineari e che posto s E j (p) := (ϕ E ) 1 (p, e j ), j = 1,..., k, allora S E (p) := {s E 1 (p),..., s E k (p)} è una base di E p, essendo {e 1,..., e k } la base canonica di R k. Similmente si definisce una base S F (p) := {s F 1 (p),..., s F l (p)} di F p. Allora, se v E p, il vettore ϕ E p (v) R k può essere pensato come il vettore delle coordinate di v nella base {e 1,..., e k }. Definiamo ψ : π 1 (U) = p U P(E p, F p ) U R r, tramite l applicazione ψ := P(ϕ E, ϕ F ) che ad ogni elemento di P(E p, F p ) associa le sue coordinate nella base naturale P(S E (p), S F (p)). Se {U α, ρ α } è un atlante di M, si può supporre a meno di passare a sottoraffinamenti che E ed F siano triviali su ciascun U α, con trivalizzazioni locali {ϕ E α } per E e {ϕ F α } per F e funzioni di transizione {g E αβ } e {gf αβ }. Definiamo ψα := P(ϕ E α, ϕ F α ) e ψ α := (ρ α id) ψ α. Dotiamo ora P(E, F ) della topologia meno fine tale che le ψ α siano omeomorfismi locali. Si verifica subito che π è allora continua. E si prova facilmente che P(E, F ) è di Hausdorff e paracompatto. Il dato {π 1 (U α ), ψ α } definisce un atlante per P(E, F ). Infatti ψ α ψ 1 β (p, (aβ 1,..., a β r )) = (p, P(g E αβ(p), g F αβ(p))(a β 1,..., a β r )), e pertanto i cambiamenti di carta sono lisci. Inoltre P(E, F ) risulta essere un fibrato vettoriale su M di rango r e con funzioni di transizione locali date da {P(g E αβ(p), g F αβ(p))} Somma diretta (o somma di Whitney). Qua P =. Dunque semplicemente E F ha funzioni di trivializzazione locale che sono la somma diretta ϕ E α ϕ F α. Le funzioni di transizione locale sono allora date da g E F αβ = ( g E αβ 0 0 g F αβ 4.2. Tensore. Qua P =. Richiamiamo brevemente la definizione e le principali proprietà del prodotto tensoriale di due spazi vettoriali V, W su un campo K. Lo spazio V W è lo spazio vettoriale i cui elementi sono forme bilineari su (V W ) (dove V indica il duale di V ). Se v V e w W, l elemento semplice v w V W è definito tramite (v w)(a, b) := a(v)b(w) per a V, b W. Se {v 1,..., v m } è una base di V e {w 1,..., w n } è una base di W, allora {v 1 w 1,..., v m w n } è una base di V W. Sia {v 1,..., v m} un altra base di V con v j = m k=1 a jkv k e sia {w 1,..., w n} un altra base di W con w j = n k=1 b jkv k. Allora m n v r w s = (a rk b sh )v k w h, k=1 h=1 ).
63 4. OPERAZIONI SUI FIBRATI VETTORIALI 63 ovvero la matrice di cambiamento di base in V W è data dal prodotto di Cauchy della matrice di cambiamento di base in V per la matrice di cambiamento di base in W ; dove, ricordiamo che se A = (a ij ), B = (b hk ) sono matrici, il prodotto di Cauchy A B è definito tramite a 11 B... a 1m B A B :=... a m1... a mm B Possiamo adesso definire il prodotto tensore di due fibrati E di rango r ed F di rango s tramite E F. Questo ha funzioni di trivializzazione locale date da ϕ E α ϕ F α che ad ogni elemento di E p F p con p U α, associano le sue coordinate nella base {(ϕ E α ) 1 (e 1 ) (ϕ F α ) 1 (e 1 ),..., (ϕ E α ) 1 (e r ) (ϕ F α ) 1 (e s )}. Le funzioni di transizione, sono dunque il prodotto di Cauchy delle matrici di transizione di E e F. ESERCIZIO 4.1. Siano E, E, E fibrati vettoriali reali su M allora (1) E (E E ) (E E ) E. (2) E (E E ) (E E ) (E E ) (3) E (M R) E (dove M R è il fibrato banale su M) Il prodotto tensoriale di un fibrato E con se stesso k volte si indica E k Prodotto Esterno. Qua P =. Ricordiamo brevemente come è definito il prodotto esterno o wedge di uno spazio vettoriale V di dimensione n. Sia S(r) il gruppo delle permutazioni di {1,..., r} e per σ S(r) si indichi con ɛ(σ) il suo segno. Si definisce l alternatore A End(V k ) sugli elementi semplici nel modo seguente: A(v 1... v r ) := 1 ɛ(σ)v σ(1)... v σ(r), r! σ S(r) e si estende per linearità a tutto lo spazio. Poiché A 2 = A, risulta V k = Ker(A) Im(A). Si osservi che se k > n allora Ker(A) = V k. Si definisce il k-simo prodotto esterno di V tramite k V := A(V k ), e si indica con v 1... v k := A(v 1... v k ). Gli elementi di k V possono essere pensati come k-forme multilineari alternanti su V. In particolare, con tale interpretazione si ha che k vettori v 1,..., v k sono linearmente indipendenti se e solo se v 1... v k 0. Inoltre, se {v 1,..., v n } sono una base di V e se w j = a jl v l con j = 1,... n, allora w 1... w n = det(a jl )v 1... v n. Se {v 1,..., v n } è una base di V, allora k V ha base data da {v i1... v ik } con 1 i 1... i k n. In particolare la dimensione di k V è ( n k). Se A è una matrice n n di cambiamento di base in V, allora la matrice di cambiamento di base nelle basi associate in k ( V è la matrice n ) ( k n ) k che ha come entrate i determinanti dei minori k k di A.
64 64 2. FIBRATI Se E è un fibrato vettoriale su M di rango r, si definisce il fibrato delle k-sime potenze esterne k E. Questo ha funzioni di trivializzazione locale date da (ϕ α ) ke che ad ogni elemento di k (E p ) con p U α, associano le sue coordinate nella base {(ϕ E α ) 1 (e i1 )... (ϕ E α ) 1 (e ik )}, con 1 i 1... i k n. Le funzioni di transizione sono matrici ( ( r k) r k) le cui entrate sono date dai determinanti dei minori k k delle funzioni di transizione {g αβ } di E. A futura referenza esplicitiamo il caso di r E. PROPOSIZIONE 4.2. Sia E un fibrato vettoriale di rango r su M con funzioni di transizioni locali date dalle matrici {g αβ } rispetto ad un certo atlante di trivializzazione {U α }. Allora r E ha funzioni di transizioni locali {det(g αβ )} rispetto allo stesso atlante. Il fibrato di rango uno r E si dice il fibrato determinante di E e si denota talvolta con det(e). La ragione del nome è evidente dalla Proposizione precedente Hom. Qua P = Hom. Dunque Hom(E, F ) ha funzioni di trivializzazione locali date da ψ α := Hom(ϕ α E, ϕ α F ). Esplicitiamo il significato di ψ α. Supponiamo E, F banali su U e siano {v 1,..., v k } delle sezioni locali di E U linearmente indipendenti in ogni punto di U; siano {w 1,..., w l } delle sezioni locali di F U linearmente indipendenti in ogni punto di U. Definiamo f ij : E U F U tramite f ij (v m ) = δ m i w j ed estendiamole per linearità. Allora {f ij } per i = 1,..., k, j = 1,..., l sono sezioni di Hom(E, F ) su U linearmente indipendenti per ogni x U. Sono dunque una base di Hom(E, F ) x per ogni x U. Dunque se f Hom(E, F ) x risulta f = a ij f ij e ψ α (f) = (x; (a 11,..., a kl )). Nelle applicazioni, invece di utilizzare la notazione vettoriale, conviene utilizzare la notazione matriciale. In altri termini, conviene descrivere le coordinate di f Hom(E, F ) x come la matrice l k, che denotiamo A α, nelle basi {v α 1 (x),..., v α k (x)} di E x e {w α 1 (x),..., w α l (x)} di F x. Dall usuale regole di cambiamento di coordinate si vede subito che (4.1) A α = g F αβa β g E βα Duale. Qua P = Hom(, (M R)). Il fibrato duale al fibrato E, viene denotato E. Dato un atlante di trivializzazione {U α, ϕ α } per E, poniamo come al solito vj α (x) := ϕ 1 α (x, e j ) per x U α e {e 1,..., e k } la base standard di R k. Sia {w1 α (x),..., w1 α (x)} la base duale di {v1 α (x),..., v1 α (x)}. Dunque se f Ex, si ha f = a α j wj α (x) e dunque le trivializzazioni locali sono ψ α (f) := (x, (a α 1,..., a α k )). Si verifica facilmente con queste funzioni di trivializzazione che le funzioni di transizione sono (4.2) g E αβ = t (g E αβ) 1. ESERCIZIO 4.3. Siano E, F due fibrati vettoriali su M. Provare che Hom(E, F ) E F Coniugato. Se E è un fibrato vettoriale complesso su M, si definisce il fibrato coniugato E. Se le funzioni di trivializzazione di E sono definite da ϕ α (v) = (x, ϕ α(v)) U α C r per v E x, x U α, le funzioni di trivializzazione di E sono date da ϕ α (v) = (x, ϕ α(v))) e le funzioni di transizione sono le coniugate delle funzioni di transizione di E.
65 5. METRICHE LUNGO LE FIBRE DI UN FIBRATO VETTORIALE Metriche lungo le fibre di un fibrato vettoriale DEFINIZIONE 5.1. Sia E un fibrato vettoriale complesso su una varietà M. Una metrica Hermitiana h su E è una sezione del fibrato E E Hom(E, E ) tale che per ogni x M, h(x) sia un prodotto Hermitiano definito positivo. Ovvero, per ogni v E x, w E x, risulta h(x)(v, w) = h(x)(w, v) e, se v 0, h(x)(v, v) > 0. La coppia (E, h) si dice un fibrato vettoriale Hermitiano su M. OSSERVAZIONE 5.2. Se E è un fibrato vettoriale reale, una metrica Hermitiana lungo le fibre di E è detta anche una metrica Riemanniana lungo le fibre di E (nel qual caso h è un prodotto scalare definito positivo sulle fibre di E). Sia (E, h) un fibrato vettoriale Hermitiano di rango r su M. Sia {U α, ϕ α } è un atlante di trivializzazione locale di E con funzioni di transizione {g αβ }. Sia {v1 α,..., vr α } la base locale di E su U α definita tramite vj α (x) := ϕ 1 α (x, e j ), essendo {e 1,..., e r } la base standard di C r. Possiamo associare ad h su U α una matrice quadrata r r, denotata (h α jk ), definita tramite e per cui vale r h(x)( a k vk α (x), k=1 h α jk(x) := h(x)(v α k (x), v α j (x)), r b j vj α(x)) = j=1 n a k b j h jk (x) j,k=1 j, k = 1,..., r h α 11(x)... h α 1r(x) = (b 1,..., b r ).. h α r1(x)... h α rr(x) La funzione (h α jk ) : U α Mat(r r, C) è di classe C e la matrice (h α jk (x)) è Hermitiana e definita positiva (tutti gli autovalori > 0) per ogni x U α, ovvero t (h α jk (x)) = (hα jk(x)). Consideriamo h come sezione di Hom(E, E ), allora per le (4.1) e (4.2) risulta su U α U β (h β jk ) =t g βα 1 (h α jk)g αβ = t g αβ (h α jk)g αβ. PROPOSIZIONE 5.3. Sia E un fibrato vettoriale complesso di rango r su M e sia L(E) il fibrato principale dei riferimenti lineari di E. Allora E ammette una metrica Hermitiana lungo le fibre se e solo se il gruppo di struttura di L(E) è riducibile ad U(r). DIMOSTRAZIONE. Sia h una metrica Hermitiana lungo le fibre di E. Sia (U, ϕ) una trivializzazione locale di E. Se {e 1,..., e r } è la base standard di C r, sia v j (x) := ϕ 1 (x, e j ), j = 1,..., r. Allora {v 1 (x),..., v r (x)} è una base di E x per ogni x U. Utilizzando il procedimento di ortonormalizzazione di Gram-Schmidt, si definisce una nuova base locale per E U {ṽ 1 (x),..., ṽ r (x)} che è h(x)-ortonormale per ogni x U. Definiamo delle nuove funzioni di a 1. a r
66 66 2. FIBRATI trivializzazione locale ϕ : E U U C r tramite ϕ( a j ṽ j (x)) = (x, a 1,..., a r ). Si verifica facilmente che le funzioni di transizione associate stanno in U(r). Il fibrato dei riferimenti lineari di E, trivializzato localmente a partire da basi h-ortonormali, ha le stesse funzioni di transizione e dunque la tesi segue ora dalla Proposizione 2.9. Viceversa, sia P una riduzione di L(E) con gruppo strutturale U(r). Sia U un aperto trivializzante per P e sia u = {u 1,..., u r } una sezione di P U. Se v, w E x, x U, allora v = a j u j (x), w = b j u j (x). Si definisce n (5.1) h(x)(v, w) := a j b j. Se u è un altra sezione di P su U, allora esiste A : U U(r) tale che u = Au, e dunque (5.1) è ben definita e non dipende dalla sezione locale di P scelta. Si verifica poi facilmente che h è la metrica Hermitiana su E cercata. PROPOSIZIONE 5.4. Ogni fibrato vettoriale complesso su una varietà M ammette una metrica Hermitiana lungo le fibre. DIMOSTRAZIONE. Sia E un fibrato vettoriale complesso di rango r su M. Sia {U α } un atlante trivializzante per E. Possiamo supporre che {U α } sia localmente finito e ciascun U α sia relativamente compatto in M. Su ciascun U α, sia u α := {u α 1,..., u α r } una base locale di E su U α. Definiamo una metrica Hermitiana h α su E Uα dichiarando che u α è una base ortonormale. Sia ora {ρ α } una partizione dell unità subordinata a {U α }. Definiamo h(x) := α j=1 ρ α (x)h α (x). Si verifichi per esercizio che h è una metrica Hermitiana su E. 6. Fibrato pull-back DEFINIZIONE 6.1. Siano M, N due varietà, f : M N una funzione liscia. Sia π : E N un fibrato su N con fibra F e gruppo di struttura G. Si definisce il fibrato pull back con fibra F e gruppo di struttura G: f E := {(m, e) M E : f(m) = π(e)}. PROPOSIZIONE 6.2. Siano M, N due varietà, f : M N una funzione liscia. Sia π : E N un fibrato su N con fibra F, gruppo di struttura G e funzioni di transizione locale {g αβ }. Il fibrato pull back f E è un fibrato su M con fibra F e gruppo di struttura G e funzioni di transizione locale {g αβ f}. In particolare, se E è un fibrato vettoriale di rango r allora f E è un fibrato vettoriale di rango r. DIMOSTRAZIONE. Definiamo π : f E M tramite π (m, e) := m. Sia ora {U α, ϕ α } una trivializzazione locale del fibrato E. Definiamo ψ α : π 1 (f 1 (U α )) f 1 (U α ) F tramite ψ α (m, e) := (m, π F ϕ α (e)),
67 7. SOTTOFIBRATI VETTORIALI 67 dove π F : U α F F è la proiezione canonica. Si verifica subito che {f 1 (U α ), ψ α } è un atlante trivializzante per f E che è dunque localmente diffeomorfo a f 1 (U α ) F. Da qui segue l enunciato. ESEMPIO 6.3. Sia x M e sia ι : {x} M l immersione. Se E è un fibrato su M, allora ι (E) E x. Più in generale, se N è una sottovarietà di M e ι N : N M è l immersione canonica, allora E N := ι N (E) si dice la restrizione di E a N. Sia f : M N una applicazione liscia e sia E un fibrato su N. Allora la mappa definita da f : f E E, f(m, e) = e, è un morfismo di fibrati (morfismo di fibrati vettoriali/fibrati principali se E è fibrato vettoriale/principale) e rende il seguente diagramma commutativo (6.1) f E π f E π N f M In più se f è un diffeomorfismo allora (f, f) è una equivalenza di fibrati. Il pull back di un fibrato si può caratterizzare come l unico fibrato che renda commutativo il diagramma (6.1). PROPOSIZIONE 6.4. Sia f : N M una applicazione liscia tra due varietà e sia π : E M un fibrato con fibra F e gruppo di struttura G. Sia ρ : E N un fibrato con fibra F e gruppo di struttura G e sia (f, g) : E E una equivalenza di fibrati tale che il seguente diagramma è commutativo: ρ E g E π f N M Allora E è equivalente come fibrato a f E. DIMOSTRAZIONE. Si definisca un morfismo Φ : E f E tramite Φ(ẽ) := (ρ(ẽ), g(ẽ)), ẽ E. Per la commutatività del diagramma f(ρ(ẽ)) = π(g(ẽ)) e pertanto è un morfismo ben definito con immagine f E. 7. Sottofibrati vettoriali DEFINIZIONE 7.1. Siano E, F due fibrati vettoriali su M. Se esiste un morfismo di fibrati vettoriali ι : F E che è iniettivo sulle fibre si dice che ι(f ) è un sottofibrato di E.
68 68 2. FIBRATI PROPOSIZIONE 7.2. Sia M una varietà. Siano (E, M, π) un fibrato vettoriale di rango k su M e ι : F E, F = ι(f ) un sottofibrato di E di rango l. Allora ι è una immersione regolare e F è una sottovarietà regolare di E. Inoltre, indicando con π F la restrizione di π a F, risulta che (F, M, π F ) è un fibrato vettoriale su M. In più, esiste un atlante {U α, ϕ α } di trivializzazione per E con la proprietà che, denotata p l la proiezione (x; (v 1,..., v k )) (x; (v 1,..., v l )) si ha che {U α, p l ϕ α } è un atlante di trivializzazione per F. In particolare le funzioni di transizione {g αβ } di E sono ( ) hαβ k (7.1) g αβ = αβ 0 q αβ essendo {h αβ } le funzioni di transizione di F. DIMOSTRAZIONE. Sia V un aperto tale che x V e che E e F siano banali su V. Dunque esistono isomorfismi di fibrati vettoriali ψ E : E V V R k e ψ F : F V V R l. Sia {e 1,..., e l } la base canonica di R l. Siano v j(x) := ψ 1 F (x, e j ) per x V e j = 1,..., l. Allora {v 1(x),..., v l (x)} è una base di F x per ogni x V. Siano poi v j (x) := ι(x)(v j(x)), per j = 1,..., l. Poiché ι(x) : F x E x è iniettiva, i vettori {v 1 (x),..., v r (x)} sono linearmente indipendenti per ogni x V. Sia (x, w j (x)) := ψ E (v j (x)) per j = 1,..., l. Allora {w 1 (x),..., w l (x)} sono linearmente indipendenti. Sia {e 1,..., e k } la base canonica di R k. A meno di riordinare possiamo supporre che {w 1 (x),..., w l (x), e l+1,..., e k } siano linearmente indipendenti (ovvero formano una base di R k ) in x. Dunque lo sono anche in un intorno di x, che possiamo supporre essere V stesso. Poniamo v j (x) := ψ 1 E (x, e j) con j = l + 1,..., k. Definiamo ϕ : E V V R k nel modo seguente. Se v E x risulta v = a j v j (x). Dunque poniamo ϕ(v) := (x, (a 1,..., a k )). Per costruzione ϕ è un isomorfismo di fibrati vettoriali che fa corrispondere i vettori di F ai vettori con le ultime k l coordinate nulle e dunque ϕ F : F V V (R l {0}) è un isomorfismo lineare sulle fibre. Operando cosi per ogni aperto trivializzante si ottiene un atlante trivializzante {U α, ϕ α } per E della forma precedente le cui funzioni di transizione sono della forma (7.1). Nelle trivializzazioni ψ F Uα di F e ϕ α la mappa ι è data da ι(x; a 1,..., a l ) = (x; a 1,..., a l, 0,..., 0), da cui segue subito che dι p è iniettivo per ogni p F e dunque ι è una immersione. Poniamo ora ϕ α (v) = (x, ϕ α(x, v)) {x} R k per v E x. A meno di passare a dei raffinamenti si può supporre che {U α, ψ α } sia un atlante di M. Allora la mappa η α (v) := (ψ α (x), ϕ α(x, v)) è una carta locale per E su π 1 (U α ). In tale atlante si ha η α (F π 1 (U α )) = {(x 1,..., x n, v 1,..., v k ) ψ α (U α ) R k : v l+1 =... = v k = 0},
69 8. FIBRATI QUOZIENTE 69 e per la Proposizione 8.5 del Capitolo 1 risulta che ι : F E è una immersione regolare e, dal Teorema 8.4 del Capitolo 1, F è una sottovarietà regolare di E. È ora facile vedere che {U α, p l ϕ α } è un atlante di trivializzazione per F che rende (F, M, π F ) un fibrato vettoriale su M e le sue funzioni di transizione sono {h αβ }. OSSERVAZIONE 7.3. Con le notazioni della Proposizione 7.2, poiché {g αβ } soddisfano le identità di cociclo, si vede facilmente che sia {h αβ } sia {q αβ } devono soddisfare le identità di cociclo. Per le {h αβ } questo segue dal fatto che sono le funzioni di transizione del fibrato F. Le {q αβ } sono invece le funzioni di un fibrato vettoriale per il Teorema 1.9. Tale fibrato vettoriale sarà il fibrato quoziente che definiremo in seguito. ESEMPIO 7.4. Sia M una varietà (reale o complessa). Sia S una varietà e sia ι : S M una immersione. Il differenziale dι definisce allora un naturale morfismo di spazi vettoriali che è iniettivo sulle fibre dι : T S T M S := ι (T M). Ovvero T S è un sottofibrato vettoriale di T M S su S. ESERCIZIO 7.5. Sia F un sottofibrato di un fibrato vettoriale E su una varietà M. Sia h una metrica Hermitiana su E. Per ogni x M si definisca F x := {v E x : h(x)(v, w) = 0 w F x }. Sia F = x M F x. Si provi che F è un sottofibrato di E e che E F F. [Sugg: provare che se U è un intorno trivializzante per E, allora esiste una base locale {v 1,... v r } di E su U che è h(x)-ortonormale per ogni x M e tale che {v 1,... v l }, con l il rango di F, è una base locale di F su U. Allora {v l+1,..., v n } è una base locale di F su U] 8. Fibrati quoziente In questa sezione supponiamo che M sia una varietà e E un fibrato vettoriale di rango k su M. Sia F E un sottofibrato di rango l. Definiamo una relazione di equivalenza su E come segue: e e se e, e E x e se e e F x. Denotiamo con [e] la classe di equivalenza di e e E/F := {[e] : e E}, PROPOSIZIONE 8.1. Esiste una struttura di fibrato vettoriale su E/F per la quale la proiezione canonica ρ : E E/F data da ρ(e) := [e] è un morfismo di fibrati vettoriali. Inoltre per ogni x M si ha (E/F ) x = E x /F x. Inoltre, se Q è un fibrato vettoriale su M con fibre E x /F x e tale che esista un morfismo di fibrati vettoriali ρ : E Q tale che ρ (x)(v) = [v] per ogni v E x e per ogni x M, allora Q è equivalente come fibrato vettoriale a E/F. DIMOSTRAZIONE. Sia π : E/F M definita tramite π ([e]) = x se e E x. Tale mappa non dipende dal rappresentante scelto di [e]. Sia {U α, ϕ α } un atlante trivializzante per E e per F dato dalla Proposizione 7.2. Sia p : U α R k U α R k l data dalla proiezione (x; (a 1,..., a k )) (x; (a l+1,..., a k )). Dati e, e E x, risulta che e ẽ se e solo se p (e) = p (ẽ). Dunque, la mappa ψ α : π 1 (U α ) U α R k l definita tramite ψ α := p ϕ α è ben definita ed è biettiva.
70 70 2. FIBRATI Dotiamo E/F della topologia meno fine che rende le ψ α degli omeomorfismi. Dalla (7.1) risulta che per ogni v R k l si ha ψ α ψ 1 β (x; v) = (x; q αβ(x)v). Pertanto, assumendo come lecito che {U α, η α } sia un atlante di M, si verifica facilmente che {π 1 (U α ), (η α, id R l k) ψ α } è un atlante di E/F che è dunque una varietà. Inoltre, si vede facilmente che {U α, p ϕ α } è un atlante di trivializzazione per E/F che è dunque un fibrato vettoriale con fibra E x /F x e ρ è un morfismo di fibrati vettoriali (verificarlo per esercizio). Le funzioni di transizione locali di E/F sono le {q αβ } definite dalla (7.1). Se Q è un altro fibrato vettoriale con fibre E x /F x e ρ : E Q il morfismo proiezione naturale, definiamo un morfismo Φ di fibrati vettoriali tra E/F e Q nel modo seguente. Sia [v] E/F, allora poniamo Φ([v]) := ρ (v) Q. Si verifica immediatamente che è ben definito e che è un isomorfismo di fibrati vettoriali, da cui segue l unicità. DEFINIZIONE 8.2. Il fibrato vettoriale E/F di rango k l si chiama fibrato quoziente. OSSERVAZIONE 8.3. Sia E un fibrato vettoriale e F E un sottofibrato. Se {U α, ϕ α } è un atlante di trivializzazione di E dato dalla Proposizione 7.2, dalla dimostrazione della Proposizione 8.1 risulta che le funzioni di transizione di E/F sono {q αβ } Fibrato normale ad una sottovarietà. Sia M una varietà (reale o complessa) e sia S una sottovarietà immersa (reale o complessa) di M. Allora come abbiamo visto T S è un sottofibrato di T M S su S. Il fibrato quoziente T M S /T S si denota N S e si chiama il fibrato normale a S in M. È un fibrato (reale o complesso) su S di rango (reale o complesso) uguale alla codimensione (reale o complessa) di S in M. Troviamo adesso le funzioni di transizione di N S. Poiché una immersione è localmente regolare per la Proposizione 8.6 del Capitolo 1, possiamo ricondurci a costruire un atlante di trivializzazione per N S fatto da aperti su cui l immersione è regolare. Dunque, possiamo supporre che S sia una sottovarietà regolare di M. Se S è una sottovarietà regolare di dimensione m e codimensione k di una varietà M di dimensione n (n = m + k), sia {U α } un atlante adattato a S, ovvero, se (x α 1,..., x α n) := ψ α (x) : U α ψ α (U α ) sono coordinate locali, si ha ψ α (S U α ) = {(x α 1,..., x α n) : x α m+1 =... = x α n = 0}. In queste coordinate x α j = 0 per j = m + 1,..., n se e solo se x β j = 0 per j = m + 1,..., n su U α U β. Questo significa che su U α U β la funzione x α j = x α j (x β 1,..., x β n) per j = m+1,..., n è tale che è identicamente 0 quando x β j = 0 per j = m + 1,..., n (ovvero su S). Pertanto x α j x β l S 0 per j = m + 1,..., n, l = 1,..., m. Dunque, in queste coordinate T S è adattato a T M S nel senso della Proposizione 7.2. Le funzioni di transizione di T M S sono date da ( xα j x β S ). Queste sono matrici n n invertibili k
71 8. FIBRATI QUOZIENTE 71 della forma ( x α j dove ( x α j x β k S ) j,k=1,...,n = ( xα j x β k S ) j,k=1,...,m ( xα j x β S ) j=1,...,m,k=m+1,...n k S ) j,k=m+1,...,n 0 ( xα j x β k ) x β S sono le funzioni di transizione locale di T S e ( xα j k j,k=1,...,m x β S ) j,k=m+1,...,n sono le k funzioni di transizione locale di N S. In particolare, se S ha codimensione 1, allora il fibrato N S ha rango 1 e, nelle coordinate adattate di cui sopra, le sue funzioni di transizione locale sono { xα n x β S }. n ESERCIZIO 8.4. Sia E un fibrato vettoriale su una varietà M con proiezione π : E M. Sia M 0 E l immagine della sezione zero s 0 : M E definita da s 0 (x) = (x, 0). Ovviamente s 0 è un diffeomorfismo (o biolomorfismo se tutto è olomorfo) da M a M 0 con inversa data da π M 0. Sia N M 0 il fibrato normale a M 0 in E, ovvero N M 0 = T E M 0/T M 0. Si provi che s 0(N M 0) E. ESERCIZIO 8.5. Sia M una varietà orientabile e sia S una sottovarietà immersa di M di codimensione reale uno. Provare che S è orientabile se e solo se N S è equivalente come fibrato vettoriale al fibrato banale S R Divisori di Cartier. Sia M una varietà complessa. Un divisore (effettivo) di Cartier D su M è il dato di un atlante {U α } di M e funzioni olomorfe f α : U α C non identicamente nulle tali che se U α U β risulti f αβ := f α /f β : U α U β C olomorfa e mai zero. Questo significa che f α, f β hanno su U α U β gli stessi zeri con la stessa molteplicità. Si verifica facilmente (per esercizio) che {f αβ } verificano le identità di cociclo e dunque sono le funzioni di transizione di un fibrato vettoriale complesso di rango uno su M che indichiamo con O(D). Si osservi anche che, per costruzione, le {f α } sono i dati locali di una sezione olomorfa di O(D). Viceversa, dato un fibrato vettoriale olomorfo di rango uno su M munito di una sezione olomorfa globale non identicamente nulla, i dati locali di tale sezione determinano un divisore di Cartier. Osserviamo che se S è una sottovarietà regolare complessa di codimensione uno di M allora S determina in modo naturale un divisore di Cartier su M, denotato [S]. Infatti, se {U α } è un atlante adattato a S come definito poc anzi, risulta S U α = {(z1 α,..., zn) α : zn α = 0}. Su U α U β risulta zn α = 0 se e solo se zn β = 0 pertanto su U α U β si ha z α n(z β 1,..., z β n) = (z β n) k u(z β 1,..., z β n), per un certo k 1 e u O M (U α U β ). Poiché le funzioni di cambiamento di carta sono biolomorfismi, ne risulta che per p U α U β det ( zα j z β l ( zα n z β l ) j,l=1,...,n 1 ( zα j z β n ) j=1,...,n 1 ) l=1,...,n 1 z α n z β n (p) 0.
72 72 2. FIBRATI Per p S come abbiamo già osservato in precedenza si ha ( zα n ) z β l=1,...,n 1 0, pertanto deve l essere necessariamente Ma z α n z β n z α n z β n (p) 0 p S. = k(zn) β k 1 u + (zn) β k u, zn β da cui segue che k = 1, u 0 e che zα n è una funzione olomorfa mai nulla in U zn β α U β. Ponendo f α := zn α si ha allora che {U α, f α } determina un divisore di Cartier [S] su M. Inoltre, per il calcolo precedente risulta da cui segue subito che z α n z β n S = u S = zα n zn β S (8.1) N S = O([S]) S. Si noti infine che la sezione olomorfa globale s di O([S]) definita da {f α } si annulla esattamente all ordine uno su S. 9. Nucleo e Immagine di morfismi di fibrati vettoriali Siano E, F due fibrati vettoriali su una varietà M. Un morfismo di fibrati vettoriali ϕ : E F è per definizione una sezione di Hom(E, F ) su M. PROPOSIZIONE 9.1. Siano E, F due fibrati vettoriali su una varietà M e sia ϕ : E F un morfismo di fibrati vettoriali. Allora Ker(ϕ) è un sottofibrato di E e Im(ϕ) è un sottofibrato di F se e solo se rankϕ(x) è costante. DIMOSTRAZIONE. Una implicazione è vera per definizione di (sotto)fibrato. Viceversa, supponiamo che k := rankϕ(x) sia costante e proviamo che Ker(ϕ) è un sottofibrato di E. Sia m il rango di E e sia l il rango di F. Sia U un aperto di M su cui E, F siano banali. Passando a trivializzazioni locali per E e F su U il morfismo ϕ : U R m U R l è definito tramite: ϕ(x, a) = (x, A(x)a), dove a = (a 1,..., a m ) t rappresenta un vettore della fibra di E x nella trivializzazione fissata. Fissiamo x 0 U. Il rango di A(x 0 ) è k, e possiamo supporre che le prime k righe della matrice A(x 0 ) siano linearmente indipendenti. Per continuità, le prime k righe di A(x) sono allora linearmente indipendenti in un intorno di x 0 che possiamo supporre essere U stesso. Sia B(x) la matrice k m formata dalle prime k righe della matrice A(x). Allora Ker(ϕ) = {(x, a) U R m : B(x)a = 0}.
73 10. SUCCESSIONI ESATTE DI FIBRATI VETTORIALI 73 Osserviamo subito che, definita F : U R m R k tramite F (x, a) := B(x)a, si ha che la matrice Jacobiana di F è rappresentata da (, B(x)) e pertanto ha rango massimo k. Per il Teorema 7.10 del Capitolo 1 risulta che Ker(ϕ) è una sottovarietà regolare di E. Inoltre, a meno di restringere U possiamo supporre che il minore k k di B(x) formato dalle prime k colonne, indicato con B (x), abbia determinante diverso da 0 per ogni x U. Scrivendo B(x) = (B (x)b (x)), e a = (a, a ) R k R m k, il sistema lineare B(x)a = 0 diventa B (x)a + B (x)a = 0, da cui a = B (x) 1 B (x)a. Pertanto, si ottengono m k soluzioni {a 1 (x),..., a m k (x)} linearmente indipendenti che generano Ker(ϕ(x)) per ogni x U e che dipendono in modo liscio da x. Sia v j (x) E x l immagine di (x, a j (x)) mediante la trivializzazione data su U, j = 1,..., m k. Ragionando come nella dimostrazione della Proposizione 7.2, si possono trovare v m k+1 (x),..., v m (x) sezioni liscie di E su U tali che {v 1 (x),..., v m (x)} siano una base locale di E su U. Trivializzando E su U rispetto a tale base locale (ovvero facendo corrispondere a E x b j v j (x) (x, b 1,..., b m ) U R m ), risulta che Ker(ϕ(x)) = {(x, b 1,..., b m ) U R m : b m k+1 =... = b m = 0}. Pertanto si definisce la funzione di trivializzazione per Ker(ϕ) su U tramite Ker(ϕ) x m k j=1 b j v j (x) (x, b 1,..., b m k ) U R m k. Operando cosi su ogni aperto trivializzante si ottiene un atlante trivializzante di Ker(ϕ). Per esercizio si verifichi che effettivamente con tale atlante Ker(ϕ) è un fibrato vettoriale su M di rango m k ed è un sottofibrato di E. Proviamo infine che Im(ϕ) è un sottofibrato di F. Sia Q = E/Ker(ϕ) il fibrato quoziente. Allora il morfismo di fibrati vettoriali ϕ : E F passa al quoziente e definisce un morfismo di fibrati vettoriali ρ : Q F che è iniettivo sulle fibre (verificarlo per esercizio). Poiché evidentemente ρ(q) = Im(ϕ), si ha la tesi. 10. Successioni esatte di fibrati vettoriali Sia M una varietà. Siano E, E, E fibrati vettoriali su M. Siano α : E E e β : E E dei morfismi di fibrati vettoriali. Se α è iniettivo, β è suriettivo e Imα = Kerβ allora si dice che la successione 0 E α E è una successione esatta corta di fibrati vettoriali. α β E 0 OSSERVAZIONE Se 0 E E E 0 è una successione esatta di fibrati vettoriali, allora dall unicità della struttura di fibrato quoziente (vedi Proposizione 8.1) segue che E è isomorfo a E/E. β
74 74 2. FIBRATI ESERCIZIO Sia 0 E α E β E 0 è una successione esatta di fibrati vettoriali su una varietà M. Allora ranke = ranke + ranke. α PROPOSIZIONE Sia 0 E E E 0 è una successione esatta di fibrati vettoriali su una varietà M. Sia F un fibrato vettoriale su M. Allora le seguenti successioni corte di fibrati vettoriali sono esatte 0 E F α 1 E F β 1 E F 0 0 Hom(F, E ) α Hom(F, E) β Hom(F, E ) 0 0 Hom(E, F ) β Hom(E, F ) α Hom(E, F ) 0 0 (E ) β E α (E ) 0 Inoltre, se f : N M è una mappa liscia, la seguente successione è esatta: 0 f (E ) f (α) f (E) f (β) f (E ) 0 DIMOSTRAZIONE. Esercizio. TEOREMA 10.4 (Formula del Determinante). Sia 0 E α E β E 0 una successione esatta di fibrati vettoriali su una varietà M. Supponiamo che E abbia rango k, E abbia rango k e E abbia rango k. Allora k k k E E E. β DIMOSTRAZIONE. Prendiamo un atlante adattato a E, E come in Proposizione 7.2. Poiché E = E/E, le funzioni di transizione di E, E, E sono legate da ( ) g gαβ E E αβ k = αβ. 0 gαβ E Ma allora det(gαβ E ) = det(ge αβ ) det(ge αβ ), ed essendo {det(ge αβ )} le funzioni di transizione di k E, {det(gαβ E )} le funzioni di transizione di k E e {det(gαβ E )} le funzioni di transizione di k E, si ha la tesi. DEFINIZIONE Se M è una varietà complessa di dimensione n, si denota con K M := n T M il fibrato complesso di rango uno e si chiama il fibrato canonico di M La formula di aggiunzione. Sia S una sottovarietà immersa complessa di codimensione k di una varietà complessa M. Dalla successione esatta corta 0 T S T M S N S 0,
75 11. FIBRATI LINEARI E GRUPPO DI PICARD SU VARIETÀ COMPLESSE 75 applicando la Proposizione 10.3 si ottiene la successione esatta corta di fibrati vettoriali 0 N S T M S T S 0. Il fibrato NS si dice il fibrato conormale di S in M. Dalla Formula del Determinante 10.4 si ottiene (10.1) K M S = K S k N S. In particolare, se k = 1, ovvero se S è una ipersuperficie non singolare di M, si ottiene K M S = K S N S. Se inoltre S è una sottovarietà regolare di M, dalla (8.1) si ha dunque (10.2) K M S = K S O([S]) S. OSSERVAZIONE Sia L un fibrato di rango uno. Poiché L L = Hom(L, L) e Hom(L, L) ammette una sezione globale non nulla (data da x id x ) e dunque è globalmente banale, risulta che L L è globalmente banale. Dunque, se E, F sono altri due fibrati (qualunque rango) e se E = F L, allora risulta E L F. Dall Osservazione 10.6 e dalla (10.2) segue la cosidetta formula di aggiunzione per ipersuperfici (sottovarietà regolari di codimensione uno): (10.3) K S = (K M O([S])) S. 11. Fibrati lineari e gruppo di Picard su varietà complesse In questa sezione M è una varietà complessa di dimensione n. DEFINIZIONE Un fibrato olomorfo di rango complesso uno su M si dice un fibrato lineare su M. L insieme dei fibrati lineari su M (modulo equivalenze di fibrati) si denota Pic(M) e si dice il gruppo di Picard di M. OSSERVAZIONE In taluni libri di geometria algebrica viene più o meno esplicitamente indicato con Pic(M) il gruppo dei cosidetti fasci invertibili (ovvero fasci di O M moduli localmente liberi di rango uno come definiti successivamente). Questo si ripercuote nella scelta delle funzioni di transizione o delle loro inverse (e dunque in segni che variano a seconda di tale scelta). PROPOSIZIONE Il gruppo di Picard Pic(M) è un gruppo abeliano rispetto all operazione di prodotto tensoriale di fibrati, con elemento neutro il fibrato banale e inverso il fibrato duale. DIMOSTRAZIONE. Siano L, L due fibrati lineari. Allora L L = L L. Inoltre, (M C) L = L e dall Osservazione 10.6 segue che L L è il fibrato banale.
76 76 2. FIBRATI OSSERVAZIONE Denotiamo con T (M) l insieme dato da ricoprimenti {U α } di M insieme alle funzioni g αβ : U α U β C olomorfe che soddisfano le identità di cociclo. Ogni elemento {U α, g αβ } T (M) definisce un fibrato lineare e viceversa ogni fibrato lineare definisce un tale elemento. Per la Proposizione 1.8, a meno di passare ad un raffinamento comune, un dato {g αβ } definisce un fibrato isomorfo ad un dato {h αβ } se e solo se esistono f α : U α C olomorfe tali che su U α U β si ha ovvero (11.1) f β = h βα f α g αβ, f β f α = g αβ h αβ su U α U β. Dunque, ponendo la relazione di equivalenza (11.1) su T (M), si può affermare che Pic(M) = T (M)/. Questo ultimo gruppo vedremo successivamente essere H 1 (M; OM ), il primo gruppo di coomologia di M con coefficienti nel fascio delle funzioni olomorfe mai nulle. 12. Fibrati tautologici sullo spazio proiettivo DEFINIZIONE Il fibrato tautologico su CP n è definito da O( 1) := {([p], v) CP n C n+1 : v Cp}. Il fibrato tautologico è un fibrato lineare su CP n (si chiama cosi perchè la fibra in un punto [p] è la retta generata da p). Infatti, se U α = {[z 0 :... : z n ] : z α 0}, α = 0,..., n, le funzioni di trivializzazione di O( 1) Uα sono date da O( 1) Uα ([z 0 :... : z n ], (v 0,..., v n )) ϕα ([z 0 :... : z n ], v α ) U α C. Se p = (z 0,..., z n ) allora v Cp se e solo se esiste λ C tale che v j = λz j per j = 0,..., n. Su U α, poiché z α 0, risulta λ = v α /z α. Pertanto la ϕ α è invertibile con inversa: U α C ([z 0 :... : z n ], a α ) ϕ 1 α ([z 0 :... : z n ], a α (z 0,..., z n )) O( 1) Uα. z α Le funzioni di transizione locali sono date su U α U β da ϕ α ϕ 1 β ([z 0 :... : z n ], v β ) = ϕ α ([z 0 :... : z n ], v β (z 0,..., z n )) = ([z 0 :... : z n ], v β z α ) z β z β dunque si ha su U α U β g αβ([z 0 :... : z n ]) = z α z β. Se dotiamo U α di coordinate (x α 0,..., x α α 1, 1, x α α+1,..., x α n) date da x α j = z j /z α si ha (12.1) g αβ (x α 0,..., x α n) = 1. x α β
77 12. FIBRATI TAUTOLOGICI SULLO SPAZIO PROIETTIVO 77 DEFINIZIONE Definiamo O(1) = O( 1) e, per k Z O(1) k = O(1)... O(1) k > 0, } {{ } k O(k) := O( 1) k = O( 1)... O( 1) k < 0 } {{ } k con O(0) = CP n C. OSSERVAZIONE Dalla definizione si ha O(m) O(k) = O(k) O(m) = O(k + m) per k, m Z. In particolare se g αβ sono le funzioni di transizione di O( 1) si ha che le funzioni di transizione di O(k) sono date da gαβ k. Dunque, nell atlante canonico di CPn dato da {U j := {[z 1 :... : z n+1 ] : z j 0}} le funzioni di transizione di O(k) sono date da g O(k) αβ ([([z 0 :... : z n ]) = ( zα z β ) k. OSSERVAZIONE Sia H l iperpiano proiettivo di CP n definito tramite {[z 1 :... : z n+1 ] : a 1 z a n+1 z n+1 = 0} per un certo (a 1,..., a n+1 ) C n+1 \ {0}. L iperpiano H determina un divisore di Cartier [H] in CP n le cui funzioni di definizione locale sull aperto U j := {[z 1 :... : z n+1 ] : z j 0} sono date da f j ( z 1 z j,..., z n+1 z j ) := a 1 z 1 z j a n+1 z n+1 z j. Pertanto il fibrato lineare O([H]) ha funzioni di transizione locali date da Abbiamo perciò g αβ ([z 1 :... : z n+1 ]) = f α f β = z β z α. O([H]) = O(1) = O( 1). Denotiamo con Pol k (C) lo spazio dei polinomi omogenei di grado k in n + 1 variabili con coefficienti in C. Ovvero, P (z 1,..., z n+1 ) Pol k (C) se P (λz 1,..., λz n+1 ) = λ k P (z 1,..., z n+1 ) per ogni λ C. Possiamo allora descrivere le sezioni globali di O(k) nel modo seguente: PROPOSIZIONE Lo spazio delle sezioni (olomorfe) globali di O(k) è : (1) O(CP n ; O(k)) = 0 se k < 0, (2) O(CP n ; O(k)) = Pol k (C) se k 0 DIMOSTRAZIONE. Sia {U j := {[z 1 :... : z n+1 ] : z j 0}} l atlante canonico di CP n con la triviliazzazione di O(k) descritta in precedenza. Sia s O(CP n ; O(k)) e siano {s α }
78 78 2. FIBRATI i dati locali della sezione s rispetto a tale trivializzazione. Le s α sono funzioni olomorfe da U α C n C. Su U α U β si ha s α ( z 1,..., zˆ α,..., z ( ) k n+1 zα ) = s β ( z 1,..., ẑ β,..., z n+1 ), z α z α z β z β z β dove come al solito, zˆ α significa omesso. Guardando le espressioni sopra come funzioni da C n+1 C si ha (12.2) zαs k α ( z 1,..., zˆ α,..., z n+1 ) = z z α z βs k β ( z 1,..., ẑ β,..., z n+1 ). α z β z β Poiché il secondo membro della (12.2) è una funzione olomorfa su C n+1 \ {z β = 0}, dal principio del prolungamento analitico segue che (z 1,..., z n+1 ) zαs k α ( z 1 z α,..., zˆ α,..., z n+1 z α ) è olomorfa su C n+1 \ {z α = z β = 0} e dunque 1 è olomorfa su C n+1. Poniamo P (z) := zαs k α ( z 1,..., zˆ α,..., z n+1 ) z α z α Dalla definizione di P segue che su C n+1 \{z α = z β = 0} si ha P (λz) = λ k P (z). Per continuità dunque P è una funzione omogenea di grado k su tutto C n+1. Sviluppando in serie di potenze in 0 l equazione λ k P (z) = P (λz) si ottiene allora che k 0 e P Pol k (C) rappresenta la sezione s. Viceversa, dato un polinomio omogeneo P (z 1,..., z n+1 ) di grado k 0, si definisce su U α s α ( z 1,..., zˆ α,..., z n+1 ) := P ( z 1,..., z n+1 ). z α z α z α z α Essendo P omogeneo di grado k, risulta verificata la (12.2) e dunque {s α } sono i dati locali di una sezione olomorfa di O(k). Si verifica infine facilmente che l applicazione da O(CP n ; O(k)) Pol k (C) è un isomorfismo di spazi vettoriali. In particolare { dim C O(CP n 0 k < 0 ; O(k)) = dim C Pol k (C) = ) k 0 ( n+k n COROLLARIO Siano k, m Z. Allora O(k) = O(m) se e solo se k = m. DIMOSTRAZIONE. Supponiamo k m. Se O(m) = O(k), allora O(m k) = O(m) O( k) = O(0) = CP n C. Ma O(0) ammette una sezione globale mai nulla mentre, per la Proposizione 12.5 il fibrato O(m k) per m k non ha sezioni globali mai nulle. Quindi è una contraddizione e il risultato è provato. 1 qua si utilizza il fatto che non proviamo che se f è una funzione olomorfa definita in un aperto meno una sottovarietà di codimensione almeno 2, allora f si estende in modo olomorfa su tale sottovarietà
79 12. FIBRATI TAUTOLOGICI SULLO SPAZIO PROIETTIVO 79 TEOREMA 12.7 (Successione esatta di Eulero). Vale la seguente successione esatta di fibrati vettoriali su CP n : 0 O( 1) CP n C n+1 T CP n O( 1) 0. DIMOSTRAZIONE. Sia π : C n+1 \ {0} CP n la proiezione naturale π(v) = [v]. Allora dπ v : T v (C n+1 \ {0}) C n+1 T [v] CP n è suriettiva e (12.3) ker dπ v = Cv v C n+1 \ {0}. Infatti, supponiamo v = (v 1,..., v n+1 ) con v 1 0 (argomentazioni simili valgono per gli altri casi). Sia U 1 l aperto coordinato di CP n contenente vettori con la prima coordinata non nulla. Allora in coordinate locali su U 1 risulta π(w) = ( w 2 w 1,..., w n+1 w 1 ) per w = (w 1,..., w n+1 ), w 1 0. Pertanto la matrice associata a dπ v in tali base risulta essere 1 v v 2 v 2 1. v n+1 v v 1 da cui segue subito che dπ v è suriettivo e dπ v (v) = 0. Dalla (12.3) segue inoltre che dπ λv = λ 1 dπ v per ogni λ C \ {0}. Definiamo tramite, R : (CP n C n+1 ) T CP n O( 1), R([v])(a) := dπ v (a) ([v], v). Benché dπ v dipenda da v, l applicazione R è ben definita e dipende solo da [v], infatti R([λv])([a]) = λ 1 dπ v (a) ([v], λv) = dπ v (a) ([v], v) = R([v])([a]). Si verifichi per esercizio che R è un morfismo di fibrati vettoriali suriettivo. Il nucleo di R([v]) su ciascuna fibra coincide con il nucleo di dπ v che come abbiamo visto è Cv O( 1) [v]. Da cui segue la tesi. Tensorizzando la successione esatta di Eulero con O(1) e dualizzando si ottiene la successione esatta 0 T CP n (CP n C n+1 ) O( 1) (CP n C) 0. Dalla formula del determinante si ottiene allora K CP n = n+1 ((CP n C n+1 ) O( 1)). OSSERVAZIONE Sia E un fibrato di rango k con funzioni di transizione {g αβ } (sono matrici k k invertibili). Sia L è un fibrato lineare con funzioni di transizione {h αβ } (sono
80 80 2. FIBRATI funzioni mai nulle). Allora E L ha funzioni di transizione h αβ g αβ. Il fibrato k (E L) ha funzioni di transizione date da det(h αβ g αβ ) = h k αβ det(g αβ). Pertanto k (E L) = L k k E. da cui Dunque si ottiene n+1 n+1 ((CP n C n+1 ) O( 1)) = O( n 1) (CP n C n+1 ) = O( n 1), (12.4) K CP n = O( n 1). COROLLARIO Sia S una sottovarietà regolare complessa di CP n di codimensione uno definita tramite {[z 0 :... : z n ] : P (z 0,..., z n ) = 0} per un certo polinomio omogeneo P di grado k 1. Allora K S = O(k n 1) S. DIMOSTRAZIONE. Dalla formula di aggiunzione 10.3 e dalla (12.4) risulta D altra parte, poiché K S = (O(( n 1) O([S])) S. P ( z 1 z α,..., z n+1 z α ) = ( zβ z α ) k P ( z 1 z β,..., z n+1 z β ) risulta che il divisore di Cartier [S] ha funzioni di transizione (z β /z α ) k e dunque O([S]) = O(k). Da cui la formula Scoppiamento di un punto in C n+1. Restringendo le proiezioni da CP n C n+1 sul primo e sul secondo fattore a O( 1) abbiamo il seguente diagramma: O( 1) π 1 CP n Sia E = π 1 (0) la sezione zero di O( 1), ovvero Dunque E CP n. La proiezione di O( 1) su C n+1 è tale che π 2 C n+1 E [p] = ([p], 0). π 2 : O( 1) \ E C n+1 \ {0} è un biolomorfismo. Questo può essere visto facilmente notando che O( 1) = {([z 0 :... : z n ], (v 0,..., v n )) CP n C n+1 : z j v k z k v j = 0 j, k}
81 12. FIBRATI TAUTOLOGICI SULLO SPAZIO PROIETTIVO 81 e dunque se v j 0 per qualche j, esiste un unico [p] CP n tale che ([p], v) O( 1) e π 2 ([p], v) = v. Oppure, considerando la mappa r : C n+1 \ {0} O( 1) \ E, definita tramite r(v) = ([v], v), si vede facilmente che r è olomorfa ed è l inversa di π 2 O( 1)\E. Calcoliamo π 2 in coordinate locali. Consideriamo U 0 = {[z 0 :... : z n ] : z 0 0} CP n (sugli altri aperti il ragionamento è simile). Dunque, (π1 1 (U 0 ), ϕ 0 ) è una carta locale di O( 1) definendo ϕ 0 : π1 1 (U 0 ) C n+1 tramite L inversa è data da ϕ 0 ([z 0 :... : z n ], (v 0,..., v n )) := ( z 1 z 0,..., z n z 0, v α ). ϕ 1 0 (x 1,..., x n, λ) = ([1 : x 1 :... : x n ], λ(1, x 1,..., x n )). Di conseguenza la proiezione π 2 : O( 1) C n+1 nella carta locale (π 1 1 (U 0 ), ϕ 0 ) è data da (12.5) π 2 ϕ 1 0 (x 1,..., x n, λ) = (λ, λx 1,..., λx n ). Si noti che, in queste coordinate locali, risulta ϕ 0 (E π 1 1 (U 0 )) = {(x 1,..., x n, λ) C n+1 : λ = 0}. DEFINIZIONE La coppia (O( 1), π 2 ) si dice lo scoppiamento di C n+1 in 0 e la sezione nulla E si dice il divisore eccezionale. Ovviamente, a meno di cambiamenti affini di coordinate, si può scoppiare ogni punto di C n+1. Più in generale, se M è una varietà complessa di dimensione n e p M, si definisce una nuova varietà complessa, M, detta lo scoppiamento di M in p nel modo seguente. M è definito come insieme dall unione disgiunta di M \ {p} e CP n. Per dotarlo di struttura olomorfa, si considera un atlante {U α } tale che esista una sola carta, diciamo U 0, che contiene p U 0. Se ϕ 0 : U 0 V C n è una carta locale tale che ϕ 0 (p) = 0, si dota U 0 \ {p} CP n della struttura olomorfa ottenuta imponendo che la biiezione naturale ϕ 0 : U 0 \ {p} CP n π 1 2 (V ) O( 1), definita da ϕ 0 (z) = π2 1 (ϕ 0 (z)) = ([ϕ 0 (z)], ϕ 0 (z)) per z p e ϕ 0 ([v]) = ([v], 0) per [v] CP n, sia un biolomorfismo. Il resto dell atlante di M è formato dalle altre carte {Uα } α 0. Poiché fuori dal divisore eccezionale si ha un biolomorfismo tra π2 1 (V ) \ E e V \ {p}, è chiaro che i cambiamenti di carta dell atlante {U α } sono olomorfi e danno una struttura di varietà complessa a M. Sia U C n un aperto contenente 0. Sia f O C n(u). Sia S = {z C n : f(z) = 0}. Allora S si dice una ipersuperficie (possibilmente singolare). Definiamo la trasformata stretta di S mediante scoppiamento nel punto O, indicata con S, come la chiusura topologica in O( 1) di π2 1 (S \ {O}). Si può dimostrare che se n = 2 e S è una curva con singolarità in O, allora con un numero finito di scoppiamenti si desingolarizza S. Ovvero la trasformata stretta di S dopo un numero
82 82 2. FIBRATI finito di scoppiamenti è una curva non singolare che è biolomorfa alla curva S tranne un numero finito di punti. ESEMPIO A titolo di esempio calcoliamo la trasformata stretta della cuspide S := {(z 1, z 2 ) C 2 : z1 3 z2 2 = 0} tramite lo scoppiamento di C 2 in (0, 0). Per la (12.5), nella carta (π1 1 (U 0 ), ϕ 0 ) la proiezione π 2 : O( 1) C 2 è definita da π 2 (x, λ) = (λ, λx). Sia f(z 1, z 2 ) = z1 3 z2. 2 Poiché p O( 1) π1 1 (U 0 ) appartiene a π2 1 (S) se e solo se f(π 2 (p)) = 0, si ha ϕ 0 (π2 1 (S)) = {(λ, x) C 2 : λ 2 (λ x 2 ) = 0}. Sappiamo che ϕ 0 (E π1 1 (U 0 )) = {(λ, x) C 2 : λ = 0}, dunque, ϕ 0 (p) = (λ, x) ϕ 0 (π2 1 (S \{(0, 0)})) se e solo se λ x 2 = 0. Pertanto, essendo la funzione (λ, x) λ x 2 olomorfa, risulta ϕ 0 ( S π 1 1 (U 0 )) = {(λ, x) C 2 : λ x 2 = 0}. In particolare si noti che tale curva è regolare e ϕ 0 ( S E) = {(0, 0)}. Ragionando in modo simile per l altra carta di O( 1) data da ( ϕ 1, π1 1 (U 1 )) dove la proiezione è definita da π 2 (λ, x) = (λx, λ), si ottiene ϕ 0 ( S π 1 (U 1 )) = {(λ, x) C 2 : λx 1 = 0}. 1 In particolare S E π1 1 (U 1 ) =, e dunque S è non singolare. ESERCIZIO Trovare la trasformata stretta mediante lo scoppiamento di C 2 in O delle curve (1) {(z 1, z 2 ) : z 1 = az 2 2}, a C, (2) {(z 1, z 2 ) : z 2 1 = z 3 2}, (3) {(z 1, z 2 ) : z 2 1 = z 2 2}. 13. Strutture quasi complesse Sia M una varietà complessa di dimensione complessa n. Si può considerare M R come una varietà (analitica) reale di dimensione reale 2n mediante la struttura reale soggiacente ottenuta identificando C n con R 2n. La moltiplicazione per i su ogni spazio tangente T p M definisce un endomorfismo J p : T p M R T p M R tale che J 2 p = id. Tale endomorfismo si dice una struttura quasi-complessa su T p M R. Si verifica facilmente che M p J p Hom p (T M R, T M R ) è una sezione C globale J di Hom(T M R, T M R ) [in effetti basta provare che è una sezione liscia di tale fibrato, si verifica direttamente in coordinate locali, farlo per esercizio]. Si consideri il fibrato banale M C, visto come fibrato reale banale di rango due, e si definisca il prodotto tensoriale di fibrati vettoriali reali T M R C := T M R (M C). Si noti che T M R C è un fibrato vettoriale con fibra reale di dimensione reale 4n, ovvero un fibrato vettoriale con fibra complessa di dimensione complessa 2n. La struttura quasi complessa J p determina un endomorfismo naturale J C p : T M R C T M R C,
83 definito sugli elementi semplici tramite 13. STRUTTURE QUASI COMPLESSE 83 J C p (v α) := J p (v) α. Dunque è determinato una sezione liscia J C Hom(T M R C, T M R C). Poichè per ogni p M si ha (Jp C ) 2 + id = 0, il polinomio minimo di Jp C è x2 + 1, che si spezza in due fattori lineari, (x i)(x + i). Denotiamo E z (i) e E z ( i) gli autospazi di Jp C in T Mz R C e denotiamo con E(i) = z M E z(i) e E( i) = z M E z( i). Il fibrato vettoriale T M R C ammette un automorfismo naturale dato dal coniugio, definito sugli elementi semplici tramite v α := v α. Dunque, se X = v j α j E(i) si ha J(vj ) α j = J C (X) = ix = v j iα j, da cui coniugando J(vj ) α j = J C (X) = ix = v j iα j. Da questo segue che E(i) = E( i). Dunque E(i) e E( i) hanno lo stesso rango (complesso) pari a n. Da cui segue che il rango di Jp C ± iid è costante in p e pertanto E(i) e E( i) sono dei sottofibrati vettoriali di T M R C. Definiamo T M 1,0 := E(i), T M 0,1 := E( i). Dunque T M R C = T M 1,0 T M 0,1, con T M 1,0 = T M 0,1. LEMMA T M è isomorfo come fibrato vettoriale C con fibra complessa a T 1,0 M. DIMOSTRAZIONE. Sia v T M p. Si definisce ϕ : T M T 1,0 M tramite ϕ(p)(v) := v R 1 (Jv R ) i, dove abbiamo denotato con v R l immagine di v in T p M R. Si verifica che ϕ è effettivamente una sezione liscia di Hom(T M, T M 1,0 ) (in particolare è liscia ed è C-lineare sulle fibre). Si ha J C (ϕ(p)(v)) = (Jv R ) 1 J(Jv R ) i = (Jv R ) 1 + v R i = i[v R 1 (Jv R ) i] = iϕ(p)(v). Ora, supponiamo ϕ(p)(v) = 0. Pertanto v R 1 = (Jv R ) i. Ma allora (Jv R ) i = (Jv R ) i = v R 1 = v R 1 = (Jv R ) i che implica Jv R = 0, ed essendo J un isomorfismo, si ha v R = 0, ovvero v = 0. Dunque Kerϕ(p) = 0 per ogni p e ϕ è l isomorfismo cercato. OSSERVAZIONE Per costruzione, T M è un fibrato olomorfo di rango complesso n, mentre T 1,0 M e T M 0,1 sono fibrati complessi (cioé di classe C ) con fibra complessa e di rango complesso n.
84 84 2. FIBRATI DEFINIZIONE Sia N una varietà reale. Se esiste J Hom(T N, T N) tale che J 2 = id, si dice che (N, J) è una varietà quasi complessa. Se N = M R è la struttura di varietà analitica reale soggiacente ad una struttura di varietà complessa e J è la struttura quasi complessa naturale, si dice che J è una struttura quasi complessa integrabile. OSSERVAZIONE Se (N, J) è una varietà quasi complessa, allora dim R N = 2n e N è orientabile (provarlo per esercizio). OSSERVAZIONE Se (N, J) è una varietà quasi complessa si può ripetere la precedente costruzione e scrivere T N C = T 1,0 N T 0,1 N con T 1,0 N = T 0,1 N, essendo T 1,0 N e T 0,1 N i sottofibrati vettoriali di T N C con fibra complessa data dagli autospazi di J C. DEFINIZIONE Sia (N, J) una varietà quasi complessa. Si definiscono i fibrati vettoriali con fibra complessa Risulta ovviamente T N p,q := T } N 1,0. {{.. T N 1,0 } } T N 0,1. {{.. T N 0,1 } p q T N m C = (T N C) m = p+q=m T N p,q. Si possono poi definire i fibrati delle (p, 0)-forme e delle (0, q)-forme nel modo seguente: p,0 p N := (T N 1,0 ), 0,q p N := (T N 0,1 ). Poiché T 1,0 N è un sottofibrato vettoriale di T N C, si ha un naturale morfismo iniettivo di fibrati vettoriali p,0 N p (T N C). Similmente, si ha un naturale morfismo iniettivo 0,q N q (T N C). Pertanto si può definire il fibrato delle forme di bigrado (p, q) (o (p, q)-forme) come il sottofibrato di p+q (T N C) generato da p,0 N 0,q N. In altri termini un elemento τ p,q N è tale che τ(v) = 0 se v T N p,q. Risulta m m (T N ) C = (T N C) = p,q N. p+q=m Espressioni in coordinate locali. Sia M una varietà complessa di dimensione n, U una carta locale con coordinate locali (z 1,..., z n ). Allora M R ha coordinate locali su U date da (x 1,..., x n, y 1,..., y n ), dove abbiamo posto C n = R 2n ponendo z j = x j + iy j. Su U una base locale di T M è data da { z 1,..., z n } mentre una base locale di T M R su U è data da { x 1,..., x n, y 1,..., { x 1 1,..., x n 1, y 1 1,..., y n 1}. y n } e T p M R C su U ha una base locale data da
85 13. STRUTTURE QUASI COMPLESSE 85 Sia p U. Osserviamo che T p M è lo spazio delle derivazioni dei germi di funzioni olomorfe in p, in particolare (per il momento) è ben definito z j f solamente per funzioni olomorfe f O M,p. Mentre T p M R è lo spazio delle derivazioni dei germi di funzioni C a valori reali in p, CM,R,p. Possiamo identificare T p M R C con lo spazio delle derivazioni dei germi di funzioni C a valori complessi in p. Infatti, Se f : U C è una funzione C, scriviamo f = a + ib. Allora per un elemento semplice v α T p M R C si definisce (v α)(f) := α(v(a) + iv(b)). D altra parte se v è una derivazione di germi di funzioni C a valori complessi in p, si ha v = α j 1 + β j 1 x j y j con α j := v(x j ) e β j := v(y j ) numeri complessi. Similmente, T M ha una base locale su U data da {dz 1,..., dz n }, mentre (T M R ) ha una base locale su U data da {dx 1,..., dx n, dy 1,..., dy n } e (T M R ) C ha una base locale su U data da {dx 1 1,..., dx n 1, dy 1 1,..., dy n 1}. Ora, se f O M,p, il suo differenziale df : T M p C, definito tramite df(v) := v(f)(p) per v T p M, è un elemento di T M. La sua immagine (df) R 1 (T M R ) C è data da ((df) R 1)(v) := v(f) per ogni v T M R C (utilizzando il fatto che T M R C è lo spazio delle derivazioni dei germi di funzioni C a valori complessi). Pertanto e che implica Passando al duale, si ha ((dz j ) R 1)( x k 1) = ( x k )(z j ) = z j x k = δ j k ((dz j ) R 1)( y k 1) = ( y k )(z j ) = z j y k = iδ j k, (dz j ) R 1 = (dx j 1) + i(dy j 1). ( z j ) R 1 = 1 2 [( x j 1) i( y j 1)]. In genere, con un leggero abuso di notazione, si omette di scrivere 1, e si scrive z j = 1 2 ( x j i y j ) dz j = dx j + idy j. In tal modo, l operatore z j viene esteso ad una derivazione di funzioni a valori complesse ma non necessariamente olomorfe. Da ora in poi ometteremo di scrivere 1 quando non necessario.
86 86 2. FIBRATI A livello di struttura quasi complessa, con le coordinate scelte, si ha che ( ) O id (13.1) J C =. id O Dunque J C ( z j ) = 1 2 J C ( x j i y j ) = 1 2 ( y j + i x j ) = i = i z j. Pertanto { z 1,..., z n } sono una base di T 1,0 M. Si definisce per j = 1,..., n z j := = 1 z j 2 ( + i ). x j y j Allora si verifica facilmente che { z 1,..., z n, z 1,..., { z 1,..., { 1 2 ( i } ) x j y j z n } è una base di T M 0,1. La base duale è {dz 1,..., dz n, dz 1,..., dz n }, con dz j := dx j idy j. Dunque le sezioni C locali di T M p,q sono espresse su U da aj1...j p+q z j1 z jp z jp+1 z jp+q z n } è una base di T M R C e che dove a j1...j p+q : U C sono funzioni C. Similmente, le sezioni C locali di p,q M sono espresse su U da (13.2) bj1...j p+qdz j1... dz jp dz jp+1... dz jp+q dove b j1...j p+q : U C sono funzioni C. OSSERVAZIONE 13.7 (Equazioni di Cauchy-Riemann). Sia f : U C una funzione C. Si ha che f è olomorfa se e solo se df è C-lineare. Ovvero df p : T p M C è tale che df p (iv) = idf p (v) per ogni v T p M. Vedendo df come elemento di (T M R ) C, questo significa che f è olomorfa se e solo se (13.3) df J C = idf. Scrivendo f = a + ib, nelle coordinate locali scelte, risulta df = da + idb = [ a dx j + a dy j + i( b dx j + b ] dy j ), x j y j x j y j
87 e dalla (13.1) 13. STRUTTURE QUASI COMPLESSE 87 df J C = [ a dx j + a dy j + i( b dx j + b ] dy j ). y j x j y j x j Dunque (13.3) si ha che f è olomorfa se e solo se { b x j b y j = a y j = a x j
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89 CAPITOLO 3 Campi di vettori, foliazioni e forme differenziali 1. Campi di vettori e parentesi di Lie DEFINIZIONE 1.1. Sia M una varietà. Sia U M un aperto. Un sezione v C (U; T M) si dice un campo di vettori su U. OSSERVAZIONE 1.2. Lo spazio vettoriale C (U; T M) è un modulo su CM (U). Ovvero, se f CM (U) e v C (U; T M), allora fv C (U; T M) e soddisfa tutti gli assiomi di modulo su un anello. Se v è un campo di vettori su U e f CM (U), allora si può definire una nuova funzione di classe C data da v(f) := v(x)(f) CM (U). In particolare, se f C M,p e v è un campo di vettori definito in un intorno di p, risulta ben definito il germe v(f) CM,p. Pertanto, se w è un altro campo di vettori definito in un intorno di p, si può definire lo scalare w(p)(v(f)) (ovvero la derivazione in p del germe v(f) tramite il vettore w(p)). Se v, w C (U; T M) si definisce allora un nuovo campo di vettori [v, w] C (U; T M) tramite la formula [v, w](p)(f) := v(p)(w(f)) w(p)(v(f)) f C M,p. DEFINIZIONE 1.3. Se v, w C (U; T M), il campo di vettori [v, w] C (U; T M) si dice la parentesi di Lie di v, w. Dalla definizione segue immediatamente che la parentesi di Lie soddisfa alle seguenti proprietà: (1) [v, w] = [w, v] per ogni v, w C (U; T M), (2) [λv + µv, w] = λ[v, w] + µ[v, w] per ogni v, v, w C (U; T M), λ, µ R, (3) (identità di Jacobi) [u, [v, w]]+[v, [w, u]]+[w, [u, v]] = 0 per ogni u, v, w C (U; T M). DEFINIZIONE 1.4. Uno spazio vettoriale V munito di una forma bilineare antisimmetrica che soddisfa l identità di Jacobi si dice una algebra di Lie. OSSERVAZIONE 1.5. C (U; T M) è dunque un algebra di Lie. Notiamo che se f CM (U) e se v, w sono campi di vettori su U, allora risulta (1.1) [fv, w] = fv(w) w(fv) = fv(w) fw(v) w(f)v = f[v, w] df(w)v. 89
90 90 3. CAMPI DI VETTORI, FOLIAZIONI E FORME DIFFERENZIALI Se U è una carta locale di M con coordinate {x 1,..., x n } allora v(p) = a j (p) x j (p) e w(p) = b j (p) x j (p). Notiamo che (1.2) [, ] = 0 j, k = 1,..., n. x j x k Pertanto dalla (1.1) e dalla (1.2): [v, w] = [ a j, b k ] = [a j, b k ] x j x k x j x k j,k = ( ) b k a j a j b k = [ ( ) ] b j a j a k b k. x j x k x k x j x j,k j k x k x j k OSSERVAZIONE 1.6. Si noti che [v, v] = 0 per ogni campo di vettori v Flusso di un campo di vettori. Sul fibrato tangente T R di R consideriamo come base di sezioni globali la sezione R s (s), data da f(t) (s)f = t t dt t=s per ogni funzione f di classe C vicino a s. TEOREMA 1.7 (flow-box). Sia X un campo di vettori su una varietà M. Per ogni p M esistono ɛ > 0 e U M un aperto contenente p e una funzione di classe C tale che Φ(0, q) = q e, per ogni q U fissato, Φ : ( ɛ, ɛ) U M, (1.3) dφ(, q)) s ( (s)) = X(Φ(s, q)), s ( ɛ, ɛ), t e Φ(s, ) : U Φ(s, U) è un diffeomorfismo per ogni s ( ɛ, ɛ). DIMOSTRAZIONE. Sia P M. Date coordinate locali (V, ϕ) in M, p U e posto ϕ(q) = (x 1 (q),..., x n (q)) per q U, risulta n X(q) = a j (q) x (q), j j=1 j=1 per opportune funzioni a j C (V ). Supponiamo che la funzione Φ esista. In tali coordinate locali, scriviamo Φ(s, q) = (x 1 (s),..., x n (s)) = x(s). Dunque, la (1.3) diventa n x j (t) t=s t x (x(s)) = dφ(, q)) s( n (s)) = X(x(s)) = a j j (x(s)) t x (x(s)), j con x(0) = 0. Questo corrisponde al problema di Cauchy dato da { xj (s) s = a j (x(s)), j = 1,..., n x(0) = ϕ(q). j=1
91 1. CAMPI DI VETTORI E PARENTESI DI LIE 91 Per il teorema di esistenza e unicità della soluzione del problema di Cauchy con dipendenza dai dati iniziali (il cosidetto flow-box theorem ), esistono ɛ > 0, un aperto Ũ in Rn contenente ϕ(p) e una funzione Φ : ( ɛ, ɛ) Ũ Rn di classe C tale che x(s) = Φ(ts, ϕ(q)) è l unica soluzione del precedente problema di Cauchy. Posto U = ϕ 1 (Ũ) e Φ(s, q) = ϕ 1 ( Φ(s, ϕ(q))), il teorema è dimostrato. DEFINIZIONE 1.8. Sia M una varietà. Dato X un campo di vettori su M e p M, la funzione Φ : ( ɛ, ɛ) U M definita dal Teorema 1.7, si dice il flusso locale di X in p. PROPOSIZIONE 1.9. Sia M una varietà. Sia X un campo di vettori su M e p M tale che X(p) 0. Allora esistono coordinate locali (U, (z 1,..., z n )) con p U tali che X(q) = z 1 (q) per ogni q U. DIMOSTRAZIONE. Sia (U, ϕ) una carta locale di M, p U, con coordinate locali ϕ(q) = (x 1 (q),..., x n (q)). Poiché X(p) 0, a meno di restringere U e cambiare l ordine delle coordinate, si può supporre che {X(q), x 2 (q),..., x n (q)} siano linearmente indipendenti su U. Fissiamo p U. A meno di traslazioni possiamo supporre ϕ(p) = (0,..., 0). Sia T := {(q U α : x 1 (q) = x 1 (p) = 0}. Si noti che T è una sottovarietà regolare di U di codimensione 1. Inoltre, per costruzione, p T e, per ogni q T risulta ϕ(q) = (0, x 2 (q),..., x n (q)). A meno di restringere U, possiamo supporre che il flusso locale Φ di X sia definito su ( ɛ, ɛ) U. Poiché Φ(0, ) = id, esistono ɛ > 0 e un aperto U U tali che p U e Φ(t, U ) U per ogni t ( ɛ, ɛ ). Sia T = T U e sia V = ϕ(t U). L insieme V è un aperto in ϕ(u ) {x R n : x 1 = 0}, e quindi può essere pensato come un aperto di R n 1. Definiamo η : ( ɛ, ɛ ) V M tramite Poiché e per j = 1,..., n 1 η(t, y 1,..., y n 1 ) := Φ(t, ϕ 1 (0, y 1,..., y n 1 )). dη 0 ( t ) = dφ(, ϕ 1 (0,..., 0)) 0 ( t ) = X(p) dη 0 ( y j ) = dφ(0, ϕ 1 (0, y 1,..., y n 1 )) 0 ( y j ) = (dϕ 1 ) 0 ( y j ) = x j+1, ne segue che dη 0 è un isomorfismo. Pertanto, a meno di restringere V e prendere ɛ più piccolo, per il teorema della funzione inversa, η è un diffeomorfismo sull immagine. Dunque, W := η(( ɛ, ɛ ) V ) è un aperto di M e (W, η 1 ) è una carta locale di M. Si noti che, per costruzione, se q = η(t, y 1,..., y n ) W e il risultato è provato. z 1 (q) = dη η 1 (q)( t ) = dφ(, ϕ 1 (0, y 1,..., y n 1 )) t ( t ) = X(Φ(t, ϕ 1 (0, y 1,..., y n 1 )) = X(q),
92 92 3. CAMPI DI VETTORI, FOLIAZIONI E FORME DIFFERENZIALI Si noti inoltre che, per l unicità del flusso locale, vale, dove ha senso (1.4) Φ(t + s, q) = Φ(t, Φ(s, q)). PROPOSIZIONE Sia M una varietà e sia X un campo di vettori su M e sia Φ : ( ɛ, ɛ) U M il suo flusso locale in un punto p M. Allora per ogni s ( ɛ, ɛ) e q U risulta dφ(s, ) q (X(q)) = X(Φ(s, q)). DIMOSTRAZIONE. Sia f una funzione C vicino a Φ(t, q). Allora dφ(s, ) q (X(q))f = X(q)(f Φ(s, )) (1.3) = dφ(, q) 0 ( (0))(f Φ(s, )) t = t (f Φ(s, Φ(t, q))) (1.4) t=0 = t (f Φ(s + t, q)) t=0 = t (f Φ(t, q)) t=s = dφ(, q) s ( (s))f = X(Φ(s, q))f, t e la proposizione è dimostrata. 2. Foliazioni e il teorema di Frobenius DEFINIZIONE 2.1. Sia M una varietà di dimensione n. Una foliazione (non singolare) F e dimensione m < n è il dato di un atlante {(U α, ϕ α )} di M tale che le carte locali ϕ α : U α R m R n m verificano la seguente proprietà. Per ogni U α U β, siano (x, y) R m R n m. Il cambiamento di carta ϕ α ϕ 1 β : ϕ β (U α U β ) ϕ α (U α U β ) è del tipo (2.1) ϕ α ϕ 1 β (x, y) = (h αβ(x, y), g αβ (y)), dove (x, y) h αβ (x, y) R m è di classe C e (x, y) g αβ (y) R n m è di classe C e dipende solo dalle variabili y. L atlante {U α, ϕ α } si dice un atlante foliato di F. Cambiando C con C k o olomorfo si ottiene la nozione di foliazione di classe C k o foliazione olomorfa. Nella seguente trattazione considereremo solo foliazioni di classe C. Definiamo adesso le foglie di una foliazione: DEFINIZIONE 2.2. Sia M una varietà di dimensione n. Sia F una foliazione su M di dimensione m, e sia {(U α, ϕ α )} un atlante foliato. Sia y 0 R n m. Sia P α (y 0 ) := ϕ 1 α (R m {y 0 }) e supponiamolo non vuoto. Le componenti connesse per archi {P j α(y 0 )} di P α (y 0 ) si chiamano placche di F. Si osservi che le placche di F sono sottovarietà regolari di M (si veda la Sezione 7 del Capitolo 1).
93 2. FOLIAZIONI E IL TEOREMA DI FROBENIUS 93 Si noti che ogni p U α appartiene ad esattamente una placca P j α(y 0 ). Inoltre, se (U α, ϕ α ) e (U β, ϕ β ) sono carte dell atlante foliato di F tali che p U α U β e p P j α(y 0 ), p P k β (y 0) allora per la (2.1) risulta y 0 = g αβ (y 0) e P j α(y 0 ) U β = P k β (y 0) U α. È dunque ben definita la seguente relazione di equivalenza su M: x y se esistono k placche P 1,..., P k tali che x P 1, y P k e P j P j+1 per j = 1,..., k 1. DEFINIZIONE 2.3. Sia M una varietà e sia F una foliazione su M. Dato x M si definisce la foglia di F per x tramite F x := {y M : y x}. Nonostante le placche di F siano sottovarietà regolari di M, le foglie di F non sono in generale sottovarietà regolari di M (potrebbero infatti essere dense in M). Però sono sempre sottovarietà immerse, infatti vale PROPOSIZIONE 2.4. Sia M una varietà di dimensione n e sia F una foliazione su M di dimensione m. Sia F una foglia di F. Allora esiste una varietà ˆF di dimensione m e una immersione f : ˆF M tale che f( ˆF ) = F. In particolare, ogni foglia di F è una sottovarietà immersa di M. DIMOSTRAZIONE. Poniamo ˆF := F come insieme. Sia {U α, ϕ α } un atlante foliato di F. Sia α tale che F U α. Sia P U α una placca appartenente a F. Scriviamo ϕ α (p) = (x α, y α ) R m R n m. Risulta dunque per definizione che ϕ α (P ) è una componente connessa di {(x α, y β ) : y β = y 0 } per qualche y 0 R n m. Dunque x α : P R m è una biiezione sulla immagine, che è un aperto di R n {y β = y 0 }, quindi identificabile con un aperto di R m. Dotiamo ˆF della topologia meno fine che rende le {x α P } degli omeomorfismi. In particolare, le placche sono degli aperti di ˆF. Si noti che ˆF è Haudorff e a base numerabile. Dotiamo ˆF dell atlante definito da {P γ, η γ }, dove le P γ sono le placche di F e, se P γ U α, denotiamo con η γ la restrizione di x α a P γ. Per le (2.1), i cambi di carta in tale atlante sono di classe C k, e dunque ˆF è una varietà di dimensione m. Sia poi f : ˆF M la funzione che ad ogni punto p ˆF associa il corrispondente punto p F. Tale funzione è chiaramente iniettiva. Sia p ˆF. Siano (P, η) coordinate locali su ˆF come sopra, con p P, e sia α tale che p U α (qua stiamo identificando come insiemi F e ˆF ). Allora, se P è la placca corrispondente ad una componente connessa di {(x α, y α ) : y α = y 0 }, si ha ϕ α (f(η 1 (x))) = (x, y 0 ). Il che prova che f è di classe C e il suo differenziale è iniettivo. Pertanto f è una immersione e F è una sottovarietà immersa in M.
94 94 3. CAMPI DI VETTORI, FOLIAZIONI E FORME DIFFERENZIALI PROPOSIZIONE 2.5. f : M N una sommersione tra due varietà. Sia n la dimensione di M e k la dimensione di N. Allora f determina una foliazione di dimensione n k su M le cui foglie sono date da {f = const}. DIMOSTRAZIONE. Poiché per ogni p M il differenziale df p ha rango costante, utilizzando il Lemma 7.7 del Capitolo 1, si costruisce un atlante {U α, ϕ α } di M e un atlante {V α, η α } di N tale che η α f ϕ 1 α (x 1,..., x n ) = (x 1,..., x k ). Pertanto, risulta che {U α, ϕ α )} soddisfa la (2.1), ponendo x = (x k+1,..., x n ) e y = (x 1,..., x m ). In particolare, ogni fibrato (E, M, π) determina una foliazione su E data dalla sommersione π : E M. DEFINIZIONE 2.6. Sia M una varietà. Una distribuzione V su M di rango r è un sottofibrato di T M di rango r. In altri termini, una distribuzione V su M di rango r è il dato di un ricoprimento aperto {U α } di M e di r campi di vettori v α 1,..., v α r su U α tale che, per ogni p U α, {v α 1 (p),..., v α r (p)} è una base di V p. PROPOSIZIONE 2.7. Sia M una varietà e sia F una foliazione su M di dimensione m. Allora esiste una unica distribuzione V su M di rango m tale che per ogni p M, posto F la foglia di F passante per p, risulta T p F = V p. DIMOSTRAZIONE. Sia {U α, ϕ α } un atlante foliato di F. Dato p U α, si definisce V p come il sottospazio vettoriale di T p M generato da { (p),..., (p)} (ovvero, V x α 1 x α p è lo spazio m tangente alla placca di F in U α contenente p). Per le (2.1), lo spazio V p non dipende da α. Se F è una foliazione su M, l unica distribuzione V data dalla Proposizione 2.7 si denota con T F e si dice il fibrato tangente alla foliazione F. DEFINIZIONE 2.8. Sia M una varietà. Una distribuzione V su M si dice integrabile se esiste una foliazione F su M tale che V = T F. Le distribuzioni integrabili si caratterizzano tramite il teorema di Frobenius. Prima di vedere tale teorema, diamo un altra definizione. DEFINIZIONE 2.9. Sia M una varietà. Una distribuzione V su M si dice involutiva se [V, V ] V. Ovvero, per ogni coppia di sezioni v, w di V, risulta che [v, w] è ancora una sezione di V. In particolare, dall Osservazione 1.6 segue subito che ogni distribuzione di rango 1 è involutiva. TEOREMA 2.10 (Frobenius). Sia V una distribuzione di rango r su una varietà M. Allora V è integrabile se e solo se è involutiva.
95 2. FOLIAZIONI E IL TEOREMA DI FROBENIUS 95 DIMOSTRAZIONE. Se V è integrabile, esiste una unica foliazione F tale che V = T F. In particolare, utilizzando un atlante foliato {U α, ϕ α } per F, risulta che V è generato su U α dai vettori { (p),..., (p)}. Dunque ogni coppia di sezioni v, w di V su U x α 1 x α α è una combinazione lineare di,..., con coefficienti funzioni C. Dalla (1.2) segue subito che m x α 1 x α m [v, w] C (U α, V ) e dunque V è involutiva. Viceversa, supponiamo che V sia involutiva. Proviamo il teorema per induzione sul rango di V. V di rango 1. Supponiamo V abbia rango 1. Per ogni punto p M esiste un intorno aperto U di p e un campo di vettori v su U tale che V p è generato da v(p) per ogni p U. Per la Proposizione 1.9, possiamo dunque definire un atlante {W γ, (zγ, 1..., zγ n )} di M tale che, se q W γ, V q è generato da (q). zγ 1 In particolare, le sottovarietà regolari di dimensione 1 formate dai q W γ tali che zγ(q) j = costante per j = 2,..., n, se non vuote, hanno spazio tangente dato da V q. Sia W γ W β. Se p W γ W β, lo spazio tangente a {q W γ : zγ(q) j = zγ(p), j j = 2,..., n} in p è dato da n j=2 ker(dz j γ) p, e coincide con V p. Pertanto, poiché z 1 β (p) V p, ne segue che (dz j γ) p ( z 1 β (p)) = 0 per j = 2,..., n, ovvero, zj γ zβ 1 p = 0 per j = 2,..., n. Dunque, zγ j = zγ(z j β 2,..., zn β ) per j = 2,..., n (ovvero le ultime n 1 coordinate non dipendono dalla prima). Ne segue che {W γ, z γ } è un atlante foliato che determina una foliazione F le cui foglie sono tangenti a V. Pertanto il teorema è vero per distribuzioni di rango 1. V di rango r 1. Supponiamo adesso V abbia rango r e, per induzione, il teorema sia vero per distribuzioni di rango r 1. Sia p M. Allora esistono un intorno U di p e r campi di vettori v 1,..., v r che generano V su U. Per la Proposizione 1.9, a meno di restringere U, possiamo scegliere coordinate locali (U, ϕ) con ϕ(q) = (y 1 (q),..., y n (q)) tali che ϕ(p) = 0 e che v 1 = y 1. Definiamo f j = v j (y 1 ) per j = 2,..., r e poniamo Y 1 = y 1 = v 1 e Y j = v j f j v 1 per j = 2,..., r. I campi di vettori {Y 1,..., Y r } sono linearmente indipendenti in ogni punto e generano V su U. Inoltre, per costruzione, su U, (2.2) Y j (y 1 ) = v j (y 1 ) f j v 1 (y 1 ) = f j f j y 1 (y 1 ) = f j f j 0, j = 2,..., r. Sia W = {q U : y 1 (q) = 0}. Si noti che W è una sottovarietà regolare di U di codimensione 1. Inoltre, T q W = {v T q M : (dy 1 ) q (v) = v(y 1 ) q = 0}. Pertanto, dalla (2.2) segue che Y 2 (q),..., Y r (q) T q W per ogni q W. Poiché T q W è generato da { y 2 (q),..., y n (q)}, ne segue che esistono a 2,..., a n funzioni C in un intorno di q tali che Y j = n l=2 aj l intorno di q, j = 2,..., r. y l in un Siano Z j := Y j W, j = 2,..., n. Calcoliamo [Z i, Z j ], i, j = 2,..., r. Osserviamo preliminarmente che, poiché W è data da y 1 = 0, se A = n l=2 q l e B = n l=2 p l y l, con le q l, p l y l
96 96 3. CAMPI DI VETTORI, FOLIAZIONI E FORME DIFFERENZIALI funzioni C in un intorno di q, allora [A W, B W ] = [A, B] W. Pertanto, [Z i, Z j ] = [Y i, Y j ] W. Poiché [Y i, Y j ] V per ipotesi, e [Y i, Y j ] appartiene allo spazio generato da { y 2,..., y n }, ne segue che [Y i, Y j ] appartiene allo spazio generato da {Y 2,..., Y r } per ogni i, j = 2,..., r. Dunque, [Z i, Z j ] appartiene allo spazio generato da {Z 2,..., Z r } per ogni i, j = 2,..., r. In altri termini, la distribuzione V generata da {Z 2,..., Z r } su W è involutiva. Per induzione, V = T F per una foliazione F di W. Ovvero, esistono coordinate locali {w 2,..., w n } su W in un intorno di p, che possiamo supporre essere U stesso, tali che F sia data da {w r+1 =... = w n = costante} e V sia dunque generato da { w 2,..., w r }. Definiamo adesso una mappa χ : U R n nel modo seguente. Se q U, sia q := ϕ 1 (0, y 2 (q),..., y n (q)). Tale q è ben definito in un intorno di p, che supponiamo nuovamente essere U stesso. Poniamo allora Poiché χ(q) = (x 1 (q),..., x n (q)) := (y 1 (q), w 2 (q ),..., w n (q )). χ ϕ 1 (y 1,..., y n ) = (y 1, w 2 (ϕ 1 (0, y 2,..., y n )),..., w n (ϕ 1 (0, y 2,..., y n ))), e sia {y 2,..., y n } che {w 2,..., w n } sono coordinate locali di W, ne segue subito che dχ p è invertibile e χ un diffeomorfismo vicino a p, e possiamo nuovamente supporre che sia un diffeomorfismo su tutto U. Pertanto, (U, χ) è una carta locale di M. Per costruzione, x 1 y 1 Inoltre, Y 1 x r+j = = 1 e x j y 1 0 per j = 2,..., n, e pertanto Y 1 = y 1 = x 1. y 1 w r+j (y 2,..., y n ) 0 per j = 1,..., n r. Dunque, per i = 2,..., r e j = 1,..., n r, posto [Y 1, Y i ] = r l=1 Cl 1iY l (usando l ipotesi di involutività di V ), si ha (Y i x r+j ) = Y 1 (Y i x r+j ) 0 = Y 1 (Y i x r+j ) Y i (Y 1 x r+j ) x 1 r r = [Y 1, Y i ](x r+j ) = C1i(Y l l x r+j ) = C1i(Y l l x r+j ). l=1 Sia g i := Y i x r+j, i = 2,..., r. Allora, le g i sono funzioni C che risolvono il seguente sistema di equazioni differenziali ordinarie nella variabile x 1 (tenendo fisse le altre variabili): g i x 1 = r C1ig l l. l=2 Per x 1 = 0, Y i x r+j = Z i w r+j 0, ovvero g i (0) = 0. Per l unicità delle soluzioni del problema di Cauchy, ne segue che g i 0 per i = 2,..., r. Ovvero, l=2 Y i x r+j 0, i = 2,..., r, j = 1,..., n r.
97 3. L OPERATORE DIFFERENZIALE ESTERNO 97 Questo significa che Y i non ha componenti lungo x r+j per i = 2,..., r, j = 1,..., n r. Ovvero, { x 1,..., x r } generano V su U. Pertanto V è tangente alla foliazione definita da {x r+1 =... = x n = costante}. Si può cosi definire un atlante {U α, χ α } tale che, su ciascun U α, poste {x α 1,..., x α n} le coordinate locali definite da χ α, risulta che V U è tangente a {x α r+1 =... = x α n = costante} ed è generato da {,..., }. Pertanto, ragionando come nel caso V di rango 1, se U x α 1 x α α U β, r si verifica che xβ r+j x α i 0 per j = 1,..., n r e i = 1,..., r, e dunque x β r+j, per j = 1,..., n r, non dipende da {x α 1,..., x α r }. Ne segue che {U α, χ α } è un atlante foliato per una foliazione F tale che T F = V. 3. L operatore differenziale esterno Denotiamo con p M := p (T M ) il fibrato delle p-forme differenziali su M. Le sezioni globali di tale fibrato le denotiamo con Ω p M, ovvero Ωp M := C (M; p M). In una carta locale U di M con coordinate {x 1,..., x n } si ha che T M U ha una base locale data da { x 1,..., x 1 }. La base di T M U è allora data da dx 1,..., dx n dove dx j ( x k ) = δ jk. In particolare, si noti che se v T p M con p U, allora dx j (v) = v(x j ). Ricordiamo infine che, per definizione di prodotto esterno di un fibrato vettoriale, una base locale di Ω p M su U è data da {dx j 1... dx jp } 1 j1 <...<j p n. TEOREMA 3.1. Sia M una varietà. Esiste uno ed un solo operatore R-lineare d : Ω p M Ωp+1 M tale che (1) per ogni f C (M) = Ω 0 M si ha df(v) = v(f) per ogni v C (M; T M), (2) per ogni ω Ω p M e ω Ω q M si ha d(ω ω ) = dω ω + ( 1) p ω dω (3) d 2 := d d = 0. DIMOSTRAZIONE. Per prima cosa proviamo che d se esiste è un operatore locale, ovvero, se ω, ω Ω p M e se U è un aperto in M tale che ω U = ω U allora (dω) U = (dω ) U. Sia V un aperto relativamente compatto in U. Sia η una funzione C, η : M R tale che η 0, η(x) = 1 per ogni x V e supp(ϕ) U data dal Lemma 4.1 del Capitolo 1. Allora η(ω ω ) 0 su M. Dunque 0 = d(η(ω ω )) = dη (ω ω ) + ηd(ω ω ). Su V risulta dη 0 e dunque (dω) V = (dω ) V come si voleva. Per l arbitrarietà di V risulta (dω) U = (dω ) U, che prova che d, se esiste, è un operatore locale.
98 98 3. CAMPI DI VETTORI, FOLIAZIONI E FORME DIFFERENZIALI Sia ora U una carta locale con coordinate x 1,..., x n. Se ω Ω p M risulta ω U = a j1...j p dx j1... dx jp. Sostituendo ω con ηω (con η come sopra) e utilizzando il fatto che d è un operatore locale, si può supporre che ω = 0 fuori da U. Dunque, se d esiste, dalla (1), (2) e (3) risulta (3.1) dω = da j1...j p dx j1... dx jp. Poiché l espressione a destra di (3.1) non dipende dalla definizione di d, risulta che se d esiste, è univocamente determinato. Possiamo adesso utilizzare (3.1) per definire d. Sia ω Ω p M. Sia {U α} un atlante di M con coordinate locali {x α 1,..., x α n}. Allora ω Uα = a α j 1...j p dx α j 1... dx α j p. definiamo dω Uα utilizzando (3.1). Occorre allora provare che {dω Uα } si incollano bene per formare una sezione globale di p M. Poiché ω Uα = ω Uβ su U α U β risulta ω Uα = a α j 1...j p dx α j 1... dx α j p = a α j 1...j p x α j 1 x β l 1 xα j p x β l p dx β l 1... dx β l p e dunque su U α U β si ha = a β l 1...l p dx β l 1... dx β l p (3.2) a β l 1...l p = a α j 1...j p x α j 1 x β l 1 Pertanto xα j p x β l p. dω Uβ = da β l 1...l p dx β l 1... dx β l p (3.2) = ( ) x α d a α j 1 j 1...j p xα j p dx β x β l 1 x β l 1... dx β l p l p = ( ) x α j 1 xα j p da α x β l 1 x β j 1...j p dx β l 1... dx β l p l p + a α j 1...j p d ( x α j1 x β l 1 xα j p x β l p ) = da α j 1...j p dx α j 1... dx α j p + a α j 1...j p ( x α j1 x β l 1 2 x α j k x β l k x β h dx β l 1... dx β l p xα j p x β l p = da α j 1...j p dx α j 1... dx α j p = dω Uα, ) dx β h dxβ l 1... dx β l p
99 3. L OPERATORE DIFFERENZIALE ESTERNO 99 2 x α j k dove si è utilizzato il fatto che xα j 1 xα jp è simmetrico in l x β l x β 1 l x β k h x β k, h mentre dx β h dxβ l k è lp antisimmetrico in l k, h, pertanto sommando su tutti gli indici si ottiene zero. Dunque d è ben definito. Resta da provare che l operatore soddisfa (1), (2), (3). La proprietà (1) è ovvia per costruzione. Proviamo che d soddisfa la (2). Siano ω Ω p M e ω Ω q M. Per la definizione di d, occorre e basta provare la proprietà (2) su una carta locale U con coordinate (x 1,..., x n ). Siano ω U = a j1...j p dx j1... dx jp e ω U = b l1...l q dx l1... dx lq. Allora d(ω ω ) U = d(a j1...j p dx j1... dx jp b l1...l q dx l1... dx lq ) = b l1...l q da j1...j p dx j1... dx jp dx l1... dx lq + a j1...j p db l1...l q dx j1... dx jp dx l1... dx lq = b l1...l q da j1...j p dx j1... dx jp dx l1... dx lq + ( 1) p a j1...j p dx j1... dx jp db l1...l q dx l1... dx lq = dω U ( 1) p dω U. Per provare (3), con le notazioni precedenti, abbiamo d(dω U ) = d da j1...j p dx j1... dx jp = d a j1...j p dx l dx j1... dx jp x l = 2 a j1...j p x l x k dx k dx l dx j1... dx jp = 0, poiché 2 a j1...jp x l x k è simmetrico in l, k mentre dx k dx l è antisimmetrico in l, k, pertanto sommando su tutti gli indici si ottiene zero. PROPOSIZIONE 3.2. Sia M una varietà. Sia ω Ω p M e siano v 1,..., v p+1 campi di vettori su M. Allora p+1 (p + 1)!(dω)(v 1,..., v p+1 ) = ( 1) l+1 v l ω(v 1,..., ˆv l,..., v p+1 ) + l=1 p+1 j<k=2 ( 1) j+k+1 ω([v j, v k ], v 1,..., ˆv j,..., ˆv k,..., v p+1 ). DIMOSTRAZIONE PER p = 1. Dobbiamo provare che dω(v 1, v 2 ) = v 1 ω(v 2 ) v 2 ω(v 1 ) ω([v 1, v 2 ]). Poiché d è R-lineare e locale, si può supporre ω = fdg per qualche funzione f, g.
100 CAMPI DI VETTORI, FOLIAZIONI E FORME DIFFERENZIALI Dunque dω(v 1, v 2 ) = df dg(v 1, v 2 ) = A(df dg)(v 1, v 2 ) = 1 2 [df(v 1)dg(v 2 ) df(v 2 )dg(v 1 )] = 1 2 [v 1(f)v 2 (g) v 2 (f)v 1 (g)] = 1 2 [v 1(f)v 2 (g) v 2 (f)v 1 (g) + fv 1 (v 2 (g)) fv 1 (v 2 (g)) + fv 2 (v 1 (g)) fv 2 (v 1 (g))] = 1 2 [v 1(fdg(v 2 )) v 2 (fdg(v 1 )) fdg([v 1, v 2 ])]. DEFINIZIONE 3.3. Siano M, N varietà e sia f : M N una funzione C. Si definisce un operatore R-lineare dato da f : Ω p N Ωp M, f (ω)(x)(v 1,..., v p ) := ω(f(x))(df x (v 1 ),..., df x (v p )), per ogni ω Ω p N, x M e v 1,..., v p T x M, LEMMA 3.4. Sia f : M N C. Allora (1) f (ω ω ) = f (ω) f (ω ) per ogni ω Ω p N e ω Ω q N. (2) f (dω) = d(f ω) per ogni ω Ω p N. DIMOSTRAZIONE. (1) segue subito dalla definizione. (2) Si osserva che per ω Ω p N, ω Ω q N si ha f (d(ω ω )) = f (dω) f (ω ) + ( 1) p f (ω) f (dω ). Dunque, essendo d un operatore locale e le forme localmente definite da prodotti wedge di 1-forme, basta provare che f d(hdg) = d(f hdg) per h, g funzioni lisce. Osserviamo preliminarmente che (3.3) f (hdg) = (h f)d(g f). Infatti, se v è un campo vettoriale su M, si ha f (hdg) x (v) := (h(f(x))dg f(x) (df x (v)) = (h f)d(g f) x (v). Pertanto f (d(hdg)) = f (dh dg) = f (dh) f (dg) = d(h f) d(g f) = d((h f)d(g f)) = d(f (hdg)).
101 4. INTEGRAZIONE SU VARIETÀ Integrazione su varietà Denotiamo con dx 1... dx n la misura di Lebesgue su R n nelle coordinate x = (x 1,..., x n ). Supponiamo Q un aperto in R n e Φ = (Φ 1,..., Φ n ) : Q Φ(Q) un diffeomorfismo. Sia y = (y 1,..., y n ) := (Φ 1 (x),..., Φ n (x)). Allora per ogni funzione f : Φ(Q) R liscia e sommabile si ha ( ) (4.1) f(y) dy 1... dy n = (f Φ)(x) det Φj dx 1... dx n. x k Φ(Q) Q OSSERVAZIONE 4.1. Sia ω Ω n R n. Siano (x 1,..., x n ) coordinate locali su R n. Poiché n R n ha dimensione 1 e dx 1... dx n è una base di Ω n R n, allora esiste f : Rn R liscia tale che ω = f(x)dx 1... dx n. DEFINIZIONE 4.2. Sia ω Ω n R n. Se ω = f(x 1,..., x n )dx 1... dx n ha supporto relativamente compatto in R n, si pone ω := R n f(x) dx 1... dx n. R n OSSERVAZIONE 4.3. In R 2 con coordinate (x 1, x 2 ) sia Φ(x 1, x 2 ) = (x 2, x 1 ). Sia f : R 2 R una funzione liscia e sia ω = f(x)dx 1 dx 2. Per (4.1) si ha ω = f(y) dy 1 dy 2 = f(φ(x)) dx 1 dx 2 = Φ ω. R 2 R 2 R 2 R 2 Pertanto la definizione di integrazione di forme dipende dalle coordinate scelte. Più correttamente, l integrale è ben definito se si consentono solo cambiamenti di coordinate che preservano l orientazione, ovvero si ammettono solo diffeomorfismi Φ : R n R n tali che la matrice jacobiana ha determinante positivo. LEMMA 4.4. Sia ω Ω n R tale che supp(ω) n Rn. Sia ω = f(x)dx 1... dx n. Sia Φ : R n R n un diffeomorfismo che preserva l orientazione. Allora ω = Φ ω. R n R n DIMOSTRAZIONE. Infatti, posto y = Φ(x), si ha ( Φ Φj (ω) = (f Φ) det x k ( ) Φj e dunque essendo det x k = ) dy 1... dy n, ( ) Φj det x k per ipotesi, si ha ω = R Φ ω per la (4.1). n R n Per definire l integrazione di una n-forma su una varietà M dobbiamo richiedere che M sia orientabile e scegliere un atlante orientato (ovvero con cambiamenti di carta con determinante dello jacobiano positivo).
102 CAMPI DI VETTORI, FOLIAZIONI E FORME DIFFERENZIALI DEFINIZIONE 4.5. Sia M una varietà reale di dimensione n, orientata, e sia {U α, ϕ α } un atlante orientato per cui {U α } sia localmente finito e ciascun U α sia relativamente compatto in M. Sia {η α } una partizione dell unità subordinata a {U α }. Sia ω Ω n M tale che supp(ω) M. Si definisce ω := (ϕ 1 α ) (η α ω). M α ϕ α(u α) Osserviamo che per il Lemma 4.4 l integrale è ben definito, essendo l atlante orientato. Utilizzando la (4.1) si vede facilmente che ω non dipende dall atlante orientato scelto né M dalla partizione dell unità scelta. Denotiamo con Ω n M,c lo spazio delle n-forme su M a supporto compatto. OSSERVAZIONE 4.6. L operatore : M Ωn M,c R è un operatore R-lineare. Sia ora M una varietà con bordo. Sia i : M M l immersione. Se M è orientata, allora M ha una orientazione naturale indotta da M. TEOREMA 4.7 (Teorema di Stokes). Sia M una varietà orientata di dimensione n con bordo M orientato in modo naturale. Sia ω Ω n 1 M,c. Allora i ω = dω. M DIMOSTRAZIONE. usando le carte locali e la linearità dell integrale ci si riconduce al classico teorema di Stokes in R n (che segue dal teorema fondamentale del calcolo e dal teorema di Fubini-Tonelli). COROLLARIO 4.8. Sia M una varietà compatta orientata di dimensione n senza bordo. Allora per ogni ω Ω n M risulta dω = 0. M ESERCIZIO 4.9. Sia M una varietà di dimensione n. Provare che M è orientabile se e solo se esiste ω Ω n M tale che ω(x) 0 per ogni x M. Una tale forma si dice una forma volume su M. OSSERVAZIONE Sia M una varietà reale di dimensione n. Allora esiste una sezione globale mai nulla di n M se e solo se n M M R. Dunque per l Esercizio 4.9, M è orientabile se e solo se n M è banale. M 5.1. Richiami di algebra (co)omologica. 5. Coomologia di de Rham
103 5. COOMOLOGIA DI DE RHAM 103 DEFINIZIONE 5.1. Sia {V j } j N una famiglia di gruppi abeliani (più in generale le considerazioni che seguono valgono per moduli su un anello commutativo). Supponiamo che per ogni j esista un morfismo α j : V j V j+1 di gruppi. La successione α 0 V 1 α 1 2 α V2 3 V3... si dice un complesso coomologico se α j+1 α j = 0 per ogni j N. Un complesso coomologico si dice esatto (la successione corrispondente si dice una successione esatta) se Kerα j+1 = Imα j per ogni j. Una successione esatta tale che V j = {0} per ogni j 4, ovvero 0 V 1 V 2 V 3 0, si dice una successione esatta corta. OSSERVAZIONE 5.2. Se 0 V 1 α 1 V2 α 2 V3 α 3... è una successione esatta α1 è iniettiva. Se esiste un j 0 tale che V j = 0 per ogni j > j 0 allora l esattezza della successione implica α j0 1 suriettiva. ESERCIZIO 5.3. Sia {V j } j N una successione esatta di gruppi abeliani. Se V j 1 = {0} e V j+2 = {0} allora V j V j+1. DEFINIZIONE 5.4. Sia {V, α } il complesso coomologico α V 1 α 1 2 α V2 3 V3... Allora si definisce la coomologia di {V, α }, e si indica H ({V, α }) nel modo seguente: H 0 ({V, α }) := Ker(α 1 ) H p ({V, α }) := Kerα p+1 /Imα p, p > 0. Si noti che poiché per definizione di complesso coomologico α p α p 1 = 0, risulta Imα p 1 Kerα p e dunque la coomologia è ben definita. ESERCIZIO 5.5. Un complesso di coomologia è esatto se e solo se la sua coomologia è zero per ogni p > 0. DEFINIZIONE 5.6. Siano {A, α }, {B, β } due complessi coomologici. Un morfismo di complessi coomologici è una famiglia {ϕ } di morfismi di gruppi tali che per ogni j il diagramma ϕ j A j Bj α j β j sia commutativo. ϕ j+1 A j+1 Bj+1 OSSERVAZIONE 5.7. Sia {ϕ } un morfismo tra due complessi coomologici {A, α }, {B, β }. Poiché ϕ j+1 α j = β j ϕ j risulta che {ϕ } induce per ogni p 0 un morfismo in coomologia ϕ p : H p ({A, α }) H p ({B, α }).
104 CAMPI DI VETTORI, FOLIAZIONI E FORME DIFFERENZIALI DEFINIZIONE 5.8. Una successione 0 {A, α } ϕ {B, β } ψ {C, γ } 0 di complessi coomologici si dice esatta se per ogni j la successione è esatta. ϕ j 0 A j Bj TEOREMA 5.9 (Lemma del Serpente). Sia ψ j Cj 0 0 {A, α } ϕ {B, β } ψ {C, γ } 0 una successione esatta di complessi coomologici. Allora esiste una successione esatta lunga in coomologia... H p ({A, α }) ϕp H p ({B, β }) ψp H p ({C, γ }) δp H p+1 ({A, α })... DIMOSTRAZIONE. Per esercizio provare che la successione H p ({A, α }) ϕp H p ({B, β }) ψp H p ({C, γ }) è esatta. Dobbiamo poi definire δ p. Per ipotesi abbiamo il seguente diagramma commutativo con righe esatte.. ϕ p 1 0 A p 1 Bp 1. ψ p 1 Cp 1 0 α p 1 β p 1 γ p 1 ϕ p ψ p 0 A p Bp Cp 0 α p β p γ p ϕ p+1 ψ p+1 0 A p+1 Bp+1 Cp Sia c p C p tale che γ p (c p ) = 0 (cosi che [c p ] H p ({C, γ })). Poiché ψ p è suriettiva esiste b p B p tale che ψ p (b p ) = c p. Sia b p+1 := β p (b p ). Poiché ψ p+1 (b p+1 ) = ψ p+1 (β p (b p )) = γ p (ψ p (b p )) = γ p (c p ) = 0, per esattezza delle righe del diagramma, esiste a cp p+1 tale che ϕ p+1 (a cp p+1) = b p+1. Si definisce allora δ p ([c p ]) := [a cp p+1].
105 5. COOMOLOGIA DI DE RHAM 105 Occorre provare che δ p è ben definito, ovvero non dipende dal rappresentante scelto per rappresentare [c p ]. Siano c p, c p tali che [c p ] = [c p]. Allora esiste c p 1 C p 1 tale che γ p 1 (c p 1 ) = c p c p. Per esattezza delle righe, esiste allora b p 1 B p 1 tale che ψ p 1 (b p 1 ) = c p 1. Sia b p := β p 1 (b p 1 ). Nuovamente si verifica usando la commutatività del diagramma che ψ p (b p ) = 0. Dunque esiste a p A p tale che ϕ p (a p ) = b p. Sia a p+1 := α p (a p ). Si verifica allora facilmente che a cp p+1 a c p p+1 = a p+1. Continuando la caccia sul diagramma si dimostra che δ p rende la successione esatta (farlo per esercizio) Coomologia di de Rham. Sia M una varietà reale di dimensione n. Poiché d 2 = 0 la successione di spazi vettoriali 0 Ω 0 M d Ω 1 M d Ω 2 M d... è un complesso coomologico che si chiama il complesso di de Rham di M. La sua coomologia si indica con H dr (M). Più esplicitamente Z p (M) := {ω Ω p M : dω = 0}, B p (M) := {ω Ω p M : ω Ω p 1 M, dω = ω}. Un elemento di Z p (M) is dice una p-forma chiusa mentre un elemento di B p (M) si dice una p-forma esatta. E abbiamo H p dr (M) := Zp (M)/B p (M). Lo spazio vettoriale quoziente H p dr (M) si dice p-mo gruppo di coomologia di de Rham di M. OSSERVAZIONE HdR 0 (M) = Z0 (M) sono le 0-forme f (funzioni C ) tali che df 0, ovvero sono funzioni reali costanti sulle componenti connesse di M. Dunque H 0 dr(m) = m R dove m è il numero di componenti connesse di M. Inoltre, poiché p M = M {0} per p > n, risulta H p dr (M) = 0, p > n. OSSERVAZIONE Definiamo HdR (M) := n p=0 Hp dr (M). Allora H dr (M) ha una naturale struttura di algebra in cui il prodotto tra due classi è definito da [ω] [ω ] := [ω ω ]. Si osservi che se ω := ω + dθ, essendo dω = 0, allora ω ω = ω ω + dθ ω = ω ω + d(θ ω ), e dunque [ω ω ] = [ ω ω ] e il prodotto è ben definito.
106 CAMPI DI VETTORI, FOLIAZIONI E FORME DIFFERENZIALI Sia f : M N una mappa C. Poiché per il Lemma 3.4 si ha d f = f d, risulta f (B p (N)) B p (M) e f (Z p (N)) Z p (M), pertanto passando al quoziente f induce una mappa (ancora indicata f ) f : H p dr (N) Hp dr (M). La mappa f è funtoriale nel senso che se f è un diffeomorfismo allora f è un isomorfismo di gruppi. H p dr LEMMA 5.12 (Poincaré). Sia U R n un aperto stellato rispetto ad un punto. Allora (U) = {0} per ogni p > 0. DIMOSTRAZIONE. Definiremo un operatore κ : q U q 1 U tale che d κ+κ d = id. Supponiamo di aver definito tale operatore. Se ω Z q (U), q > 0, allora ω = d(κω) + κdω = d(κω) + 0 = d(κω), il che prova che ω è esatta e pertanto Z q (U) = B q (U) e H q dr (U) = {0}. Per definire κ utilizziamo il fatto che U è stellato rispetto ad un punto che possiamo supporre O. Per ω = f(x)dx 1... dx q q U si pone q κ(f(x)dx 1... dx q ) := F (x) ( 1) j 1 x j dx 1... dx j... dx q, j=1 con F (x) := 1 0 tq 1 f(tx)dt. Si osserva che F (x) è ben definito poiché U è stellato rispetto a O e d κ + κ d = id per costruzione (verificarlo per esercizio). ESERCIZIO Sia M una varietà e supponiamo che M = A B con A, B aperti. Provare che {Ω A Ω B, d d} definito da (ω, ω ) (dω, dω ) per ω Ω p A, ω Ω p B, è un complesso coomologico. TEOREMA 5.14 (Meyer-Vietoris). Sia M una varietà e supponiamo che M = A B con A, B aperti. La successione 0 Ω p M α p Ω p A Ωp B β p Ω p A B 0, dove α(ω) := (ω A, ω B ), β(ω, ω ) := (ω ω ) A B è esatta per ogni p e determina un morfismo esatto di complessi coomologici. DIMOSTRAZIONE. L unica cosa non ovvia è che β sia suriettiva. Siano {µ A, µ B } una coppia di funzioni C tali che µ A + µ B 1, che µ A abbia supporto (non compatto in genere) contenuto in A e µ B abbia supporto contenuto in B. Data ω Ω p A B poniamo ω A := µ B ω e ω B := µ A ω. allora ω A Ω p A, ω B Ω p B e (ω A ω B ) A B = ω. ESERCIZIO Provare che per ogni p H p ({Ω p A Ωp B, d d}) Hp dr (A) Hp dr (B).
107 5. COOMOLOGIA DI DE RHAM 107 COROLLARIO 5.16 (Meyer-Vietoris in coomologia di de Rham). Sia M una varietà tale che M = A B con A, B aperti. Allora esiste una successione esatta lunga in coomologia data da... H q dr (A B) Hq+1 dr (M) Hq+1 dr (A) Hq+1 dr (B) Hq+1 dr (A B)... DIMOSTRAZIONE. Segue subito dal Teorema 5.14, dal Lemma del Serpente 5.9 e dall Esercizio ESERCIZIO Sia M una varietà e sia N M una sottovarietà immersa. Sia ι : N M l immersione data da ι(p) = p. Si dice che N è un retratto di deformazione C di M se esiste una mappa f : M N di classe C tale che f ι = id N e f, i siano C -omotope. Provare che se N è un retratto diffeomorfo di deformazione di M allora H p dr (M) Hp dr (N) per ogni p. ESEMPIO 5.18 (Coomologia di de Rham delle sfere). Sia S m = {x R m+1 : x = 1} la sfera m-dimensionale. Allora H p dr (Sm ) = R per p = 0, m e H p dr (Sm ) = {0} per 0 < p < m. Infatti, per S 0 è vero. Ragioniamo per induzione su m. Siano N il polo nord e S il polo sud di S m. Siano U = S m \{N} e V = S m \{S}. Per il Teorema di Meyer-Vietoris 5.16 la successione H p dr (U) Hp dr (V ) Hp dr (U V ) Hp+1 dr (Sm ) H p+1 dr (U) Hp+1 dr (V ) è esatta. Tramite la proiezione stereografica risulta U R m e V R m. Dunque per p > 0, H p dr (U) = Hp dr (V ) = {0} per il Lemma di Poincaré Pertanto Hp dr (U V ) Hp+1 dr (Sm ) per p 1. Ora per m = 1, U V è unione disgiunta di due aperti A, B diffeomorfi a R pertanto 0 H 0 dr(s 1 ) H 0 dr(u) H 0 dr(v ) H 0 dr(u V ) H 1 dr(s 1 ) 0. Si ha HdR 0 (S1 ) R, HdR 0 (U) R, H0 dr (V ) R e dalla definizione del morfismo β nella successione esatta di Meyer-Vietoris, risulta che l immagine di HdR 0 (U) H0 dr (V ) H0 dr (U V ) ha dimensione uno. Pertanto, essendo HdR 0 (U V ) R R risulta H1 dr (S1 ) R. Per m > 1, il lettore può verificare che U V si retrae per deformazione C sull equatore di S m che si identifica in modo naturale con S m 1. Pertanto H p dr (U V ) Hp dr (Sm 1 ) e dunque H p+1 dr (Sm ) H p dr (Sm 1 ) m > 1, p > 0, e il risultato segue per induzione. Resta da provare il caso m > 1, p = 0. Per questa dalla successione esatta in coomologia di Meyer-Vietoris si ha 0 H 0 dr(s m ) = R H 0 dr(u) H 0 dr(v ) = R R H 0 dr(s m 1 ) = R H 1 dr(s m ) 0, da cui segue che H 1 dr (Sm ) = {0} per m > 1. PROPOSIZIONE Sia M una varietà compatta connessa. Allora H p dr (M) è uno spazio vettoriale finito dimensionale per ogni 0 p n.
108 CAMPI DI VETTORI, FOLIAZIONI E FORME DIFFERENZIALI IDEA DELLA DIMOSTRAZIONE. Si può provare che esiste un ricoprimento finito di M fatto da carte locali {U j } j J tali che per ogni insieme di indici {j 0,..., j k } J si ha che U j0... U jk è diffeomorfo ad R n. Si prova allora il risultato per induzione sul numero degli aperti utilizzando Meyer-Vietoris. ESEMPIO Sia M = R 2 \(N {0}). M è una varietà reale connessa di dimensione due non compatta. Proviamo che H 1 dr (M) è infinito dimensionale. Per ogni m N siano {ρ m, θ m } coordinate polari centrate in (m, 0). L angolo θ m è una funzione C in M \ (, m], la forma dθ m invece si prolunga come forma C chiusa ma non esatta su M. Proviamo che {[dθ 1 ],..., [dθ m ],..., } sono linearmente indipendenti in H 1 dr (M). Infatti, se C m è il cerchio di raggio 1/2 e centro (m, 0), i : C m M l immersione, risulta C m i dθ l = 2πδ lm, da cui segue subito la lineare indipendenza Dualità di Poincaré per varietà compatte. Sia M una varietà compatta orientabile (senza bordo) di dimensione reale n. Allora definisce un operatore lineare M : HdR(M) n R dato da M M [ω] := M ω, [ω] H n dr(m). OSSERVAZIONE Poiché ω [ω] se e solo se esiste θ Ω 1 M (M) tale che ω ω = dθ, risulta per il Teorema di Stokes ω = ω + dθ = ω + θ = ω, M e dunque è ben definito. M M Più in generale, per 0 q n, si definisce : H q dr (M) Hn q dr (M) R tramite M M M M ([ω], [ω ]) := M M ω ω. OSSERVAZIONE Siano [ω] H q dr (M), [ω ] H n q dr (M). Se η = ω + dθ, ricordando che dω = 0, si ha d(θ ω ) = dθ ω + ( 1) q 1 θ dω = dθ ω, da cui per il Teorema di M
109 Stokes, M η ω = = 6. STRUTTURE QUASI COMPLESSE INTEGRABILI 109 M M ω ω + ω ω + M M dθ ω = θ ω = M M ω ω + ω ω. M d(θ ω ) Un argomento simile mostra che ([ω], M [ω ]) non dipende dal rappresentante di ω scelto per definirlo, e dunque l operatore è ben definito. M Per una dimostrazione del seguente teorema si veda ad esempio [1, p.44]. TEOREMA 5.23 (Dualità di Poincaré). Sia M una varietà compatta orientabile di dimensione n. Sia 0 q n. Allora : M Hq dr (M) Hn q dr (M) R è una forma bilineare non-degenere, in particolare H q dr (M) (Hn q dr (M)). ESERCIZIO Provare che se M è una varietà compatta, orientabile e connessa di dimensione n allora HdR n (M) R Classe duale di Poincaré di una sottovarietà orientata. Sia S una sottovarietà regolare compatta orientata di dimensione k di una varietà M compatta orientata di dimensione n. Sia i : S M l immersione. Allora HdR(M) k [ω] i ω è ben definito grazie al teorema di Stokes e definisce un funzionale lineare su HdR k (M). In altri termini definisce un elemento di (HdR k (M)). Per la Dualità di Poincaré, esiste [η S ] H n k dr (M) tale che i ω = ω η S [ω] HdR(M). k La classe [η S ] si chiama la classe duale di Poincaré di S. S M 6. Strutture quasi complesse integrabili Sia M una varietà complessa. Ricordiamo che m M C = p,q m=p+q M. Definiamo allora p,q m π p,q : M C M, la proiezione naturale. Si può estendere in modo ovvio l operatore d alle sezioni di m M C definendolo sugli elementi semplici tramite d(ω α) := (dω) α. Dalla espressione in coordinate locali (13.2) e dalla definizione di d, risulta che d : Ω m M C Ω m+1 M C si può decomporre come d = +, S
110 CAMPI DI VETTORI, FOLIAZIONI E FORME DIFFERENZIALI dove : C (M, p,q M) C (M, p+1,q M) e : C (M, p,q M) C (M, p,q+1 M) sono definiti tramite := π p+1,q d e := π p,q+1 d per p + q = m. In particolare dalla d d = 0 si ha ( + ) ( + ) = 0, ovvero ( ) + ( + ) + ( ) = 0. Poichè forme di bigrado diverso sono linearmente indipendenti, da questo segue che = 0 = = 0. OSSERVAZIONE 6.1. Se (N, J) è una varietà quasi complessa, l operatore d si decompone come d = + se e solo se la struttura quasi complessa J è integrabile [la dimostrazione della sufficienza di tale condizione non è banale]. Il complesso di Dolbeault è definito dal complesso coomologico di gruppi abeliani 0,1 0,2 C (M, C) C (M, M) C (M, M)... dove abbiamo denotato con C (M, C) il gruppo delle funzioni C su M a valori complessi e con C (M, 0,q M) il gruppo delle (0, q)-forme su M. La coomologia di tale complesso si chiama la coomologia di Dolbeault di M e si denota con H q (M). Poichè le funzioni f di classe C a valori complessi tali che f = 0 sono esattamente le funzioni olomorfe, si ha H 0 (M) = O M(M), le funzioni olomorfe su M. Vale il seguente lemma di Poincaré la cui dimostrazione omettiamo H q LEMMA 6.2 (Grothendieck). Sia U C n un aperto stellato rispetto ad un punto. Allora (M) = {0} per ogni q > 0.
111 CAPITOLO 4 Fasci e coomologia 1. Piccolo compendio di algebra commutativa In questa sezione richiamiamo quelle nozioni di algebra commutativa che utilizzeremo nel seguito. Per dettagli e maggiori informazioni il lettore può consolare ad esempio [3]. In questa sezione R indica un anello commutativo con unità. Ricordiamo che un anello R si dice Noetheriano se ogni suo ideale è finitamente generato come R-modulo (o equivalentemente se ogni catena ascendente di ideali si stabilizza) Moduli su un anello commutativo. DEFINIZIONE 1.1. Un modulo A su R (o un R-modulo) è un gruppo abeliano rispetto alla somma munito di una operazione R A A che soddisfa (1) r(sm) = (rs)m per ogni s, r R e m A, (2) r(m + n) = rm + rn per ogni r R e m, n A, (3) (r + s)m = rm + sm per ogni r, s R, m A (4) 1m = m per ogni m A. ESEMPIO 1.2. Un gruppo abeliano è uno Z-modulo. Uno spazio vettoriale è un modulo su un campo. Un anello R è un R-modulo su se stesso. Se R è un anello e I è un ideale, allora I è un R-modulo. Se A, B sono R-moduli, si può definire la loro somma diretta A B := {(m, n) A B} che è un R-modulo tramite la moltiplicazione r(m, n) = (rm, rn). Più in generale se {A j } è una famiglia di R-moduli si può definire il prodotto diretto j A j := {(a j ) : a j A j } e dotarlo di una struttura di R-modulo tramite r(a j ) := (ra j ). Un morfismo di R-moduli è un omomorfismo di gruppi f : A B che soddisfa f(rm) = rf(m) per ogni r R e m A. Un R-modulo A si dice libero di rango k se è isomorfo come R-modulo al modulo R k, ovvero il modulo formato dalla somma diretta di k copie di R. ESEMPIO 1.3. Sia M è una varietà complessa e E un fibrato vettoriale olomorfo su M di rango k. Se U è un aperto, allora O M (U) è un anello commutativo con unità e O M (U; E) le sezioni olomorfe di E su U formano un O M (U)-modulo. Se U è un aperto trivializzante per E allora O M (U; E) è un O M (U)-modulo di rango k. Simili considerazioni valgono per i fibrati vettoriali reali. 111
112 FASCI E COOMOLOGIA Un R-sottomodulo di un modulo A è un sottogruppo di A che è chiuso rispetto alla moltiplicazione per R. Se {A j } j J è una famiglia di R-moduli si definisce la somma diretta A j come il sottomodulo di j A j formato dagli elementi (a j ) tali che a j = 0 tranne per un numero finito di j J. Il nucleo e l immagine di un morfismo f : A B di R-moduli sono R-sottomoduli di A e di B rispettivamente. Se B è un R-sottomodulo di un R-modulo A, il gruppo quoziente A/B ha una naturale struttura di R-modulo definita tramite r[m] := [rm] per r R, m A (dove [m] indica la classe in A/B). Se A, B, C sono R-moduli e α : A B, β : B C sono morfismi di R-moduli, si dice che la successione A α B β C è esatta se ker β = Im α. Una successione esatta corta di R-moduli (1.1) 0 A α B β C 0. è una successione esatta di moduli in cui α è iniettivo e β è suriettivo. Si dice che la successione esatta corta di R-moduli (1.1) spezza se esiste un morfismo di R-moduli f : B A tale che f α = id A. LEMMA 1.4. Sono equivalenti: (1) La successione (1.1) spezza. (2) Esiste un morfismo di R-moduli g : C B tale che β g = id C. (3) Esiste un isomorfismo di R-moduli ϕ : B A C e il seguente diagramma è commutativo: 0 A id α B ϕ β C 0 id ι π 0 A A C C 0 dove ι : A A C è l inclusione naturale e π : A C C è la proiezione naturale. DIMOSTRAZIONE. (3) implica (1) e (2) ovviamente. (1) implica (2). Poniamo f := id B α f : B B. Allora f α = α α (f α) = α α = 0. Questo implica Im(α) Ker(f ). D altra parte se v Ker(f ) allora f (v) = 0, ovvero v = α(f(v)) e dunque v Im(α). Pertanto Im(α) = Ker(f ). Per l esattezza della successione risulta Ker(f ) = Im(α) = Ker(β). Inoltre, β f = β (β α) f = β, da cui segue che β è iniettiva su Im(f ) (provarlo per esercizio). Inoltre l equazione precedente prova che β Im(f ) è suriettiva. Pertanto β : Im(f ) C è un isomorfismo. Posto g := (β Im(f )) 1, la (2) risulta verificata.
113 1. PICCOLO COMPENDIO DI ALGEBRA COMMUTATIVA 113 Con un ragionamento analogo si prova che (2) implica (1) (esercizio). Per concludere, se valgono (1) e (2), ponendo ϕ := f β si ha (3). PROPOSIZIONE 1.5. Siano A, B, C degli R-moduli. Supponiamo che la successione di R-moduli (1.1) sia esatta. Se C è R-libero allora la successione spezza. DIMOSTRAZIONE. Se C è R-libero e v 1,..., v k sono dei suoi generatori liberi, poiché β è suriettiva esistono a 1,..., a k B tali che β(a j ) = v j per ogni j. Pertanto definendo g : C B tramite g(v j ) = a j ed estendendo per R-linearità ad ogni elemento di C si ottiene un R-morfismo tale che β g = id C e per il Lemma 1.4 la successione spezza. OSSERVAZIONE 1.6. Sia R un anello locale (ovvero con un unico ideale massimale) Noetheriano. Se la successione (1.1) di R-moduli è esatta, spezza e B è R-libero si può provare che anche A e C sono R-liberi [infatti B essendo libero è un modulo proiettivo e poiché B A C ne segue che A, C sono moduli proiettivi. Ma i moduli proiettivi su anelli locali Noetheriani sono liberi]. Dunque dalla proposizione precedente segue che se B, C sono R-liberi e la successione (1.1) spezza, allora anche A è R-libero. Un R-modulo A si dice finitamente generato se esiste un morfismo suriettivo di R-moduli R k ϕ A 0. In altri termini, un R-modulo è finitamente generato se esistono k elementi m 1,..., m k tali che ogni m A si può scrivere come combinazione lineare m = k j=1 r jm j per qualche r j R. Il nucleo di tale morfismo ϕ è un R-sottomodulo di R k, detto il modulo delle relazioni. Se il modulo delle relazioni è finitamente generato, si dice che A è R-coerente. Se R è un anello Noetheriano, allora ogni R-modulo finitamente generato è R-coerente (di fatto ogni R-sottomodulo di un R-modulo finitamente generato è finitamente generato) Morfismi di moduli. Se A, B sono due R-moduli, il gruppo abeliano dei morfismi di R-moduli tra A e B, denotato con Hom R (A, B) è un R-modulo tramite l operazione (rϕ)(m) := r(ϕ(m)) per r R, m A, ϕ Hom R (A, B). Se α : A B è un morfismo di R-moduli e C è un altro R-modulo, allora si ha un naturale morfismo di R-moduli Hom R (C, A) f α f Hom R (C, B) e Hom R (B, C) f f α Hom R (A, C). Valgono le seguenti proprietà (qua A, B, C, D sono R-moduli): (1) Hom R (R, A) A tramite la mappa ϕ ϕ(1), (2) Hom R (A B, C) Hom R (A, C) Hom R (B, C), (3) Hom R (A, B C) Hom R (A, B) Hom R (A, C), (4) se 0 A B C è una successione esatta, allora 0 Hom R (D, A) Hom R (D, B) Hom R (D, C) è una successione esatta di R-moduli,
114 FASCI E COOMOLOGIA (5) se A B C 0 è una successione esatta, allora 0 Hom R (C, D) Hom R (B, D) Hom R (A, D) è una successione esatta di R-moduli. Le proprietà (4) e (5) si condensano nella frase Hom R è un funtore esatto a sinistra. ESERCIZIO 1.7. Se D è un R-modulo libero allora Hom R (D, ) è un funtore esatto, ovvero trasforma successioni esatte corte in successioni esatte corte. PROPOSIZIONE 1.8. Sia 0 A B C 0 una successione esatta di R-moduli, e supponiamo C sia R-libero. Allora per ogni R-modulo D la successione è esatta. 0 Hom R (C, D) Hom R (B, D) Hom R (A, D) 0 DIMOSTRAZIONE. Per la Proposizione 1.5 la successione esatta spezza, e quindi possiamo supporre che sia 0 A A C C 0 la successione esatta con il morfismo α : A A C dato da a (a, 0). Applicando Hom R (, D) a tale successione esatta si ottiene la successione esatta 0 Hom R (C, D) Hom R (A C, D) Hom R (A, D), dove l ultimo morfismo è definito tramite Hom R (A C, D) f f α Hom R (A, D). Verifichiamo che esso è suriettivo, provando che la successione è esatta. Se g Hom R (A, D) allora si definisce f Hom R (A C, D) tramite f(a, c) := g(a). Si verifica subito che f α = g. OSSERVAZIONE 1.9. Di fatto la dimostrazione della proposizione precedente mostra che Hom R (, D) trasforma successioni esatte che spezzano in successioni esatte. In generale però Hom non trasforma successioni esatte di R-moduli in successioni esatte di R-moduli. ESEMPIO Sia R = C[z] l anello dei polinomi, e si consideri la successione esatta di R-moduli (1.2) 0 C[z] z π C[z] C[z]/(C[z] z) 0, dove z indica la moltiplicazione per z e π è il morfismo naturale sul quoziente (e C[z] è visto come modulo su se stesso). Applichiamo Hom C[z] (, C[z]) a tale successione. Poiché Hom C[z] (C[z], C[z]) C[z] si ottiene la successione esatta 0 Hom C[z] (C[z]/(C[z] z), C[z]) a b C[z] C[z]. Il morfismo b non è suriettivo. Infatti, se h(z) C[z] allora b(h(z)) = zh(z) e pertanto 1 Im b. Si osservi anche che b è iniettivo, e pertanto, essendo a iniettivo, si ha Hom C[z] (C[z]/(C[z] z), C[z]) = 0.
115 1. PICCOLO COMPENDIO DI ALGEBRA COMMUTATIVA Prodotto tensore. Siano A, B due R-moduli. Sia C un altro R-modulo. Una mappa f : A B C si dice R-bilineare se è un omomorfismo di gruppi abeliani tale che è R-lineare in ciascun fattore. Il gruppo delle applicazioni R-bilineari da A B a C è un R-modulo che si denota con Bil R (A B, C). PROPOSIZIONE Siano A, B due R-moduli. Allora esiste una coppia (A R B, θ) formata da un R-modulo A R B (detto prodotto tensoriale di A, B su R) e da un morfismo R-bilineare θ : A B A B tale che (1) Per ogni R-modulo C e ogni applicazione R-bilineare f : A B C esiste un unico morfismo di R-moduli f : A R B C tale che f = f θ. In particolare Bil R (A B, C) Hom R (A B, C). (2) La coppia (A R B, θ) è unica a meno di isomorfismi, nel senso che se (D, θ) è un altra coppia che verifica la proprietà sopra, allora esiste un isomorfismo di R-moduli i : A R B D tale che i θ = θ. DIMOSTRAZIONE. (1) Si consideri l R-modulo libero T generato dagli elementi della forma (a, b) con a A e b B. Ovvero, gli elementi di T sono della forma k j=1 r j(a j, b j ) con r j R e (a j, b j ) A B. Sia Z il sottomodulo di T generato dagli elementi della forma (a + a, b) (a, b) (a, b) a, a A, b B (a, b + b ) (a, b) (a, b ) a A, b, b B (ra, sb) rs(a, b) r, s R, a A, b B. Si pone A B := T/Z e si denota con a b la classe di (a, b). Il morfismo θ : A B A B è definito allora tramite (a, b) a b ed è R-bilineare. Se f : A B C è una qualsiasi applicazione, si estende f per linearità ad un morfismo di R-moduli da T a C. Se in particolare f è R-bilineare, allora l estensione di f si annulla su Z e dunque passa al quoziente e definisce il morfismo f cercato. (2) segue dalla (1), provarlo per esercizio. OSSERVAZIONE Se R è un campo e A, B sono spazi vettoriali finito dimensionali su R il prodotto tensore A R B coincide con l usuale prodotto tensoriale di A, B come spazi vettoriali, ovvero A R B Bil R (A B, R). Valgono le seguenti proprietà (qua A, B, C, D sono R-moduli): (1) A R R A tramite la mappa a r ra, (2) A R B B R A tramite la mappa a b b a, (3) (A R B) R C A R (B R C) A R B R C, (4) (A B) R C A R C B R C, Differentemente dal caso di spazi vettoriali finito dimensionali su un campo, gli isomorfismi sopra devono essere ottenuti tramite la proprietà universale della Proposizione A titolo di esempio vediamo come, dato α : A B un morfismo di R-moduli, sia possibile ottenere il
116 FASCI E COOMOLOGIA morfismo di R-moduli α id : A R C B R C. Si considera il morfismo R-bilineare f : A C B R C definito da f(a, c) = α(a) c. Per la proprietà universale del prodotto tensore, esiste un morfismo R-lineare α id : A R C B R C che fattorizza f. Sia f Bil R (A B, C). Sia b B. Allora A a f(a, ) : B C è un morfismo di R-moduli, ovvero un elemento di Hom R (B, C). Abbiamo dunque una corrispondenza A f f(a, ) Hom R (B, C), e, poiché f(a, ) è R-lineare in a, tale corrispondenza è un morfismo di R-moduli, ovvero f determina un elemento di Hom R (A, Hom R (B, C)). Viceversa ogni elemento f Hom R (A, Hom R (B, C)) determina una applicazione R-bilineare da A B C, tramite (a, b) f(a)(b). Dunque c è un isomorfismo tra l R-modulo Bil R (A B, C) delle applicazioni R-bilineari da A B a C e Hom R (A, Hom R (B, C)). Poiché Bil R (A B, C) Hom R (A B, C) come R-moduli per la proprietà universale del prodotto tensoriale, si ha (1.3) Hom R (A B, C) Hom R (A, Hom R (B, C)). Se A B C 0 è una successione esatta, allora A R D B R D C R D 0 è una successione esatta di R-moduli. Questa proprietà si condensa nella frase R D è un funtore esatto a destra. In generale, R non è un funtore esatto a sinistra: ESEMPIO Si consideri la successione esatta di C[z]-moduli definita da (1.2). Tensorizzando con C[z]/(z C[z]) si ottiene la successione esatta C[z] C[z] C[z]/(z C[z]) C[z] C[z] C[z]/(z C[z]) C[z]/(C[z] z) C[z] C[z]/(z C[z]) 0, in cui il primo morfismo è (p(z) [q]) (zp(z) [q]) = (p(z) [zq]) = 0. ESERCIZIO Sia D un R-modulo libero. Provare che R D è un funtore esatto, ovvero trasforma successioni esatte corte in successioni esatte corte. Se f : R R è un morfismo di anelli si può riguardare R come un R modulo tramite r r := f(r ) r. Se A è un R -modulo si può definire dunque A R R. Quest ultimo ha allora una naturale struttura di R-modulo definita tramite s(a r) := a (rs) per a A, r, s R Limiti diretti. Un insieme parzialmente ordinato di indici (I, ) è un insieme I dotato di una relazione che soddisfa le seguenti proprietà: (1) i i per ogni i I, (2) se i j e j i allora i = j per i, j I, (3) se i j e j k allora i k per i, j, k I. Un insieme parzialmente ordinato (I, ) si dice filtrante se per ogni i, j I esiste k I tale che i k, j k.
117 1. PICCOLO COMPENDIO DI ALGEBRA COMMUTATIVA 117 Un sistema diretto (o induttivo) di R-moduli è una famiglia di R-moduli {A j } indicizzata da un insieme filtrante I tale che per ogni coppia i, j I con i j esista un morfismo di R-moduli f ij : A i A j che verifichi le seguenti proprietà: (1) f ii = id, (2) se i j k allora f ik = f jk f ij. PROPOSIZIONE Sia {A j } j I un sistema diretto di R-moduli. Allora esistono un R- modulo, denotato con lima j, e una famiglia di morfismi di R-moduli f j : A j lima j tali che f i = f j f ij e tali che per ogni R-modulo B e ogni famiglia di morfismi di R-moduli g i : A i B che soddisfi g i = g j f ij per ogni i j esiste un morfismo di R-moduli g : lima j B tale che g i = g f i per ogni i I. La coppia (lima j, {f j }) si dice il limite diretto (o induttivo). Esso è unico a meno di isomorfismi. DIMOSTRAZIONE. L unicità segue subito dalla proprietà di universalità del limite diretto. Per l esistenza, sia T := j A j, la somma diretta. Riguardiamo A j come un sottomodulo di T. Sia Z il sottomodulo di T generato dagli elementi (z j ) j I tali che per i j fissati si ha z j = f ij (z i ) e z k = 0 per k i, j. Si definisce allora lim A j := T/Z. Se π : T T/Z è la naturale proiezione, si definisce f i := π Ai per ogni i I. Si verifica subito che f j f ij = f i se i j. Sia ora (B, {g i }) come nell enunciato. Allora si definisce g : lima j B estendendo per linearità la seguente applicazione: g(π(a j )) = g j (a j ). Si verifica facilmente che g è ben definita e che g i = g f i. OSSERVAZIONE Sia {A j } j J un sistema diretto di R-moduli. Con le notazioni della dimostrazione della Proposizione 1.15, sia π : T lima j la naturale proiezione. Allora per ogni a lima j esiste j J e a j A j tale che f j (a j ) = π(a j ) = a. Infatti a = π(a j1,..., a jm ) per qualche a jl A jl. Poiché l insieme di indici è filtrante, esiste k J tale che j 1 k e j 2 k. Dunque f j1 k(a j1 ), f j2 k(a j2 ) A k e per costruzione π(a j1,..., a jk ) = π(f j1 k(a j1 ) + f j2 k(a j2 ), a j3,..., a jm ). L asserzione segue allora per induzione su m. Similmente si può provare che dati un numero finito di elementi α 1,..., α m di lim A j esistono j J e a 1,..., a m A j tali che f j (a k ) = α k per k = 1,..., m. La precedente osservazione è di cruciale importanza per costruire limiti diretti di moduli su sistemi diretti di anelli (come nel caso dei fasci). Osserviamo preliminarmente che se A è un R-modulo, poiché R è un anello commutativo con unità, allora A ha una naturale struttura di
118 FASCI E COOMOLOGIA Z-modulo indotta dal morfismo iniettivo di Z-moduli Z A definito da m m 1 (dove 1 indica l unità di R). Cominciamo con la seguente: PROPOSIZIONE Sia {R j, ρ ij } un sistema diretto di anelli commutativi con unità (visti come Z-moduli) tali che i morfismi ρ ij : R i R j siano morfismi di anelli con unità. Allora il limite diretto di Z-moduli R := limr j ha una naturale struttura di anello commutativo con unità per cui i morfismi ρ i : R i R sono morfismi di anelli commutativi con unità. DIMOSTRAZIONE. Siano r, s R. Per l Osservazione 1.16 esistono j J, r j, s j R j tali che ρ j (r j ) = r, ρ j (s j ) = s. Si definisce allora rs := ρ j (r j s j ). Utilizzando le proprietà del limite diretto è facile verificare che tale prodotto è ben definito indipendentemente da j e dai rappresentanti r j, s j scelti. DEFINIZIONE Sia {R i, ρ ij } un sistema diretto di Z-moduli tali che ciascun R i è un anello commutativo con unità e i morfismi ρ ij : R i R j, i j sono morfismi di anelli con unità. Un sistema diretto di {R i }-moduli è un sistema diretto di Z-moduli {A i, f ij } tali che (1) M i è un R i -modulo per ogni i I, e la sua struttura di Z-modulo è indotta da questa, (2) il morfismo f ij : M i M j è tale che f ij (r i a i ) = ρ ij (r i )f ij (a i ) per ogni i j e per ogni r i R i e a i A i. La dimostrazione della seguente proposizione è simile a quella della Proposizione 1.17 e la omettiamo: PROPOSIZIONE Sia {A i, f ij } un sistema diretto di {R i }-moduli. Sia R := lim R j e sia A := lim A j (limiti diretti come Z-moduli). Allora A è un R-modulo. DEFINIZIONE Siano {A i, f ij } e {B i, g ij } due sistemi diretti di {R i }-moduli. Un morfismo di {R i }-moduli è una famiglia {ϕ i } tale che (1) ϕ i : A i B i è un morfismo di R i -moduli per ogni i, (2) g ij ϕ i = ϕ j f ij per ogni i j. Il funtore limite diretto è esatto, ovvero: PROPOSIZIONE Sia {ϕ i } un morfismo di {R i }-moduli tra due sistemi diretti di {R i }- moduli {A i, f ij } e {B i, g ij }. Sia R := limr j, A := lima j e B := limb j. Allora esiste un morfismo di R-moduli ϕ : A B tale che ϕ f i = g i ϕ i per ogni i. Inoltre, se ϕ i : A i B i è iniettivo (rispettivamente suriettivo) per ogni i allora ϕ : A B è iniettivo (rispettivamente suriettivo). DIMOSTRAZIONE. Sia a A, allora esistono i I e a i A i tale che f i (a i ) = a. Si definisce ϕ(a) := g i (ϕ i (a i )). Utilizzando le proprietà di compatibilità tra i morfismi si verifica facilmente che ϕ è ben definito e soddisfa alla proprietà richiesta.
119 1. PICCOLO COMPENDIO DI ALGEBRA COMMUTATIVA 119 Supponiamo adesso che per ogni i sia ϕ i iniettivo. Sia a A tale che ϕ(a) = 0. Allora esistono i I e a i A i tale che f i (a i ) = a e g i (ϕ i (a i )) = 0. Questo significa che esiste i j tale che g ij (ϕ i (a i )) = 0 in B j. Ma g ij (ϕ i (a i )) = v j (f ij (a i )) ed essendo ϕ j iniettiva, si ha f ij (a i ) = 0 in A j, e dunque a = f j (f ij (a i )) = 0 in A, provando che ϕ è iniettiva. Se invece ϕ i sono suriettivi per ogni i I, dato b B, esiste b i B i tale che g i (b i ) = b. Dunque esiste a i A i tale che ϕ i (a i ) = b i e per costruzione, a := f i (a i ) ha la proprietà che ϕ(a) = b, provando che ϕ è suriettiva. OSSERVAZIONE Dalla dimostrazione della proposizione precedente si verifica facilmente che se {A i }, {B i } sono anelli e ϕ i : A i B i sono morfismi di anelli, allora ϕ : A B è un morfismo di anelli Limiti diretti e operazioni interne. Vediamo adesso come si comporta il limite diretto rispetto alle operazioni di somma diretta, prodotto tensore e Hom. Se {A i, f ij } è un sistema diretto di R-moduli e A è un R-modulo, allora si verifica facilmente che {Hom R (A, A j )} (con i morfismi indotti) è un sistema diretto di R-moduli. OSSERVAZIONE Se {A i, f ij } e {B i, g ij } sono due sistemi diretti di {R i }-moduli, la famiglia {Hom Ri (A i, B i )} non è in genere un sistema diretto di {R i }-moduli perchè non esistono in genere dei morfismi naturali Hom Ri (A i, B i ) Hom Rj (A j, B j ). D altra parte, se {A i, f ij } è un sistema diretto di R-moduli e A è un R-modulo, allora {Hom R (A j, A)} non è un sistema diretto di R-moduli (poiché i morfismi naturali sono invertiti). È quello che si chiama un sistema inverso di R-moduli (una teoria duale a quella dei sistemi diretti può essere sviluppata analogamente a quanto fatto per i sistemi diretti). Il limite induttivo non commuta con il funtore Hom R in generale: ESEMPIO Sia Pol n C f ij = id se i j. Allora Pertanto il C-modulo formato dai polinomi di grado n e definiamo lim Pol n C = C[z]. Hom C (C[z], C[z]) = Hom C (C[z], lim perché id C[z] lim Hom C (C[z], Pol n C ). Pol n C ) lim Hom C(C[z], Pol n Se {A i, f ij } e {B i, g ij } sono due sistemi diretti di {R i }-moduli allora {A i Ri B i, f ij g ij }, e {A i Ri B i, f ij g ij } sono sistemi diretti di R-moduli (con i morfismi naturali indotti). ESERCIZIO Siano {A i, f ij } e {B i, g ij } due sistemi diretti di {R i }-moduli. Siano R := limr i, A := lima i e B := limb i. Si provi che lim(a i Ri B i ) A R B. C )
120 FASCI E COOMOLOGIA PROPOSIZIONE Siano {A i, f ij } e {B i, g ij } due sistemi diretti di {R i }-moduli. Siano R := limr i, A := lima i e B := limb i. Allora lim(a i Ri B i ) A R B. DIMOSTRAZIONE. Sia H := lim (A i Ri B i ). Per ogni i i morfismi f i g i : A i Ri B i A R B hanno la proprietà che (f i g i ) (f ij g ij ) = f j g j e pertanto per la proprietà universale del prodotto tensoriale esiste un morfismo di R-moduli h : H A R B. Costruiamo la sua inversa. Sia θ i : A i Ri B i A i Ri B i il morfismo naturale R-bilineare. Allora {θ i } è un morfismo R-bilineare di sistemi diretti di {R i }-moduli. Ragionando come nella Proposizione 1.21 si vede che esiste un morfismo R-bilineare Es θ : lim(a i Ri B i ) = A R B H. Dunque dalla proprietà universale del prodotto tensoriale si fattorizza attraverso un morfismo R-lineare k : A R B H. Utilizzando le definizioni dei vari morfismi si provi che h k = k h = id. 2. Prefasci e Fasci Se X è uno spazio topologico, denotiamo con τ(x) la sua topologia, ovvero τ(x) è l insieme formato dagli aperti di X. DEFINIZIONE 2.1. Sia X uno spazio topologico. Un prefascio F di Z-moduli è una applicazione che ad ogni aperto di X associa uno Z-modulo per cui per ogni coppia di aperti V U esiste un morfismo di Z-moduli, detto restrizione, r UV : F(U) F(V ) tale che (1) r UU = id, (2) r UW = r V W r UV per ogni tripla di aperti W V U. OSSERVAZIONE 2.2. Similmente si può definire un prefascio di insiemi, di anelli, di R- moduli su un dato anello R, di spazi vettoriali richiedendo che le restrizioni siano morfismi nella categoria appropriata. Per quello che ci serve nel seguito la nozione di prefasci di Z- moduli è sufficiente e quando non esplicitamente detto la parola prefascio indicherà sempre un prefascio di Z-moduli. ESEMPIO 2.3. (1) Sia X = C, sia HC il prefascio che ad ogni aperto associa le funzioni olomorfe limitate definite su tale aperto e come restrizioni le restrizioni di funzioni. Si noti che per il teorema di Liouville, HC (C) = C. (2) Sia X uno spazio topologico e denotiamo con C C il prefascio costante che ad ogni aperto di X associa l anello C (similmente si definisce C R, C Q, etc..), ovvero C C (U) = C per ogni aperto U X.
121 2. PREFASCI E FASCI 121 (3) Siano p 1,..., p n X dei punti di uno spazio topologico. Definiamo G C il prefascio grattacielo tale che G C (U) = se p j U per ogni j = 1,..., n; G C (U) = C l se U contiene esattamente l dei n punti {p 1,..., p n }. DEFINIZIONE 2.4. Siano F, G due prefasci su uno spazio topologico X. Un morfismo di prefasci h : F G è una collezione di mappe {h U } U τ(x) tali che per ogni U τ(x) h U : F(U) G(U) è un morfismo di Z-moduli e il seguente diagramma commuta per ogni coppia di aperti V U: F(U) r UV h U G(U) r UV F(V ) h V G(V ) Se per ogni aperto U il morfismo h U è iniettivo, F si dice un sotto-prefascio di G. DEFINIZIONE 2.5. Sia F un prefascio su uno spazio topologico X. Sia U X un aperto. Una sezione di F su U è un elemento di F(U). Un morfismo di prefasci h : F G è un isomorfismo di prefasci se esiste un morfismo di prefasci g : G F tale che g h = id F e h g = id G. DEFINIZIONE 2.6. Sia F un prefascio su uno spazio topologico X. F si dice un fascio se per ogni collezione {U j } di aperti in X, posto U = U j, risultano soddisfatti i due assiomi seguenti: S1: se f, g F(U) e r UUj (f) = r UUj (g) per ogni j, allora f = g, S2: se per ogni i esistono f j F(U j ) tali che per ogni i, j con U i U j risulta r Ui U j (f i ) = r Ui U j (f j ), allora esiste f F(U) tale che r UUj (f) = f j. OSSERVAZIONE 2.7. Se F è un prefascio di Z-moduli, per la linearità delle mappe di restrizione, la S1 si può sostituire con la richiesta che se f F(U) e r UUj (f) = 0 per ogni j, allora f = 0. DEFINIZIONE 2.8. Se F, G sono fasci su X, un morfismo di fasci è semplicemente un morfismo di prefasci h : F G. Un sotto-fascio di un fascio è semplicemente un sottoprefascio che sia anche un fascio. (1) Il fascio di struttura di una varietà è un fascio. (2) Sia K = N, Q, R, C,... con la topologia discreta. Il fascio delle funzioni localmente costanti K X, è definito tramite ESEMPIO 2.9. K X (U) := {f : U K Si osserva che se U è connesso allora K X (U) = K. continua}.
122 FASCI E COOMOLOGIA (3) Il prefascio H C non è un fascio. Infatti siano U j := {z C : z < j}. Sia f j (z) = z H C (U j). Si ha C = j U j, ma non esiste f H C (C) = C tale che f U j (z) = z. Dunque S2 non è soddisfatto. (4) Se X, Y sono spazi topologici, sia C X,Y definito da C X,Y (U) := {f : U Y continua}. Si verifica facilmente che C X,Y è un fascio. (5) Sia X = {a, b} con la topologia discreta. Sia A definito tramite A(a) = Z, A(b) = Z e A(X) = Z, con restrizioni date da r X,a = r X,b = 0. Allora A è un prefascio che non verifica S1. DEFINIZIONE Sia X uno spazio topologico. Sia R un (pre)fascio di anelli commutativi con unità su X. Sia F un (pre)fascio di gruppi abeliani su X. F si dice un (pre)fascio di R-moduli (o semplicemente un R-modulo) se (1) F(U) è un R(U)-modulo per ogni aperto U X, (2) per ogni V U coppia di aperti, e per ogni α R(U) e v F(U), risulta ESEMPIO r F UV (αv) = r R UV (α)r F UV (v). (1) Sia M una varietà complessa, O M il fascio delle funzioni olomorfe su M e CM,C il fascio delle funzioni C a valori complessi. Allora CM,C è un O M -modulo. (2) Sia M una varietà complessa. O M è un fascio di domini di integrità. Si definisce allora un prefascio di campi M M assegnando a U il campo M M (U) delle frazioni di O M ; ovvero, se U è connesso, M M (U) è dato dalle classi di equivalenza di O M(U) O M (U) \ {0} rispetto alla relazione di equivalenza (f, g) (f, g ) se fg gf = 0. Allora M M è un prefascio di O M-moduli (che non è in genere un fascio perchè non soddisfa S2). DEFINIZIONE Sia F un (pre)fascio su X spazio topologico. Sia U X un aperto. Allora si denota F U il (pre)fascio restrizione di F a U definito da F U (V ) := F(V ) per ogni aperto V U. DEFINIZIONE Sia M una varietà e sia R un fascio di anelli commutativo con unità su M. Sia m N. Il fascio τ(m) U R m (U) := R(U)... R(U) } {{ } m è un fascio di R-moduli. Se F è un fascio su M che è isomorfo come fascio di R-moduli a R m, si dice che F è un fascio R-libero di rango m. Un fascio di R-moduli F si dice localmente libero di rango m se per ogni z M esiste un aperto U z tale che F U è R U -libero di rango m.
123 I fasci localmente liberi sono essenzialmente fibrati vettoriali: 2. PREFASCI E FASCI 123 PROPOSIZIONE Sia M una varietà reale. Sia E un fibrato vettoriale reale di rango r su M. Allora si definisce il fascio E delle sezioni C associando ad un aperto U le sezioni liscie di E su tale aperto. Il fascio E è un fascio di CM -moduli localmente libero di rango r. Viceversa ad ogni fascio E di CM moduli localmente libero di rango r si associa un fibrato vettoriale reale di rango r su M di cui E è il fascio delle sezioni. La corrispondenza sopra costruita è univoca a meno di isomorfismi, ovvero, se i fibrati vettoriali reali E, E sono isomorfi, allora i fasci delle loro sezioni sono isomorfi e viceversa. DIMOSTRAZIONE. Chiaramente E è un fascio. Per verificare che è localmente libero, scegliamo un atlante {U α, ϕ α } di M che trivializza E. Poniamo vj α (x) := ϕ 1 α (x, e j ) con {e 1,..., e r } la base canonica di R r. Abbiamo che E Uα (CM )r Uα grazie alla mappa che ad s E(V ), con V U α, con s(x) = a j (x)v j (x) associa (a 1 (x),..., a r (x)) CM (V )r. Viceversa, se E è un fascio di CM -moduli localmente libero, esiste un ricoprimento {U α} di M tale che E Uα è libero. Ovvero, esiste un isomorfismo ϕ α di fasci di (CM ) U α -moduli ϕ α : E Uα (C M ) r Uα. Sia e j : M R r la funzione definita tramite e j (x) := (0,..., 1, 0,... 0) con 1 nella j-ma posizione, j = 1,..., r. Si noti che {e 1,..., e r } è un sistema di generatori liberi di (CM )r (V ) su CM (V ) per ogni aperto V M. Pertanto, ponendo vα j := ϕ 1 α (e j ), risulta che per ogni aperto V U α le restrizioni di v1 α,..., vr α a V generano E(V ) su CM (V ). Dunque, se U α U β, esistono delle funzioni liscie M αβ : U α U β GL(r, R) tali che r vj α = M jk αβ vβ k. k=1 Si verifica facilmente che {M αβ } verificano le identità di cociclo (poiché {v1 α,..., vr α } sono generatori liberi) e dunque definiscono (a meno di isomorfimi) un fibrato vettoriale F su M. Proviamo adesso che il fascio E è isomorfo come fascio di CM -moduli al fascio delle sezioni del fibrato E := F. Sia s E(U), U M un aperto. Allora, per ogni U α U si può scrivere s = r j=1 sα j vj α, con s α j CM (U α U), j = 1,..., r. Su U α U β U risulta allora r r r s α j M jk αβ vβ k = s α j vj α = s = s β k vβ k, j,k=1 j=1 da cui, segue che, posto s α = (s α 1,..., s α r ) t, si ha s β = ( t M βα ) 1 s α. Poiché {( t M βα ) 1 } sono le funzioni di transizione di E = F, ne segue che {s α } sono i dati locali di una sezione C di E su V. Si verifica immediatamente che l applicazione che ad s E(V ) associa la sezione definita da {s α } è un isomorfismo di CM -moduli. L univocità della corrispondenza è lasciata come esercizio. k=1
124 FASCI E COOMOLOGIA Una analoga corrispondenza vale tra fibrati vettoriali olomorfi su una varietà complessa M e fasci di O M -moduli localmente liberi. OSSERVAZIONE Si presti attenzione che, per quanto visto nella dimostrazione precedente, se E è un fibrato vettoriale di rango k con funzioni di transizione {g ij αβ } i,j=1,...,k e le {e α 1,..., e α k } sono basi locali di E su U α che determinano tali funzioni di transizione, risulta e β j = g ij αβ eα i. DEFINIZIONE Sia F un prefascio su uno spazio topologico X. Sia x X. L insieme τ x (X) degli aperti U di X che contengono x è un insieme di indici parzialmente ordinato filtrante quando si ponga U V se V U per U, V τ x (X). Allora {F(U)} U τx(x) è un sistema diretto di Z-moduli e si può definire il limite diretto F x := lim F(U). In altri termini, gli elementi di F x sono classi di equivalenza [a] dove a F(U) per qualche aperto U x e b [a] se esiste V aperto tale che x V, b F(V ) e r U,W (a) = r U,W (b) qualche aperto W τ x (X) tale che W U V. La classe [a] si denota con a x. F x si dice la fibra (o la spiga) di F su x. Per quanto visto sui limiti diretti, se F è un (pre)fascio di moduli su un (pre)fascio di anelli R fissato (rispettivamente un prefascio di anelli), allora F x è un R x -modulo. OSSERVAZIONE Sia h : F G un morfismo di prefasci. Allora, passando al limite diretto, per ogni x X si definisce un morfismo di Z-moduli (o di anelli se i prefasci sono prefasci di anelli) h x : F x G x. Dalla definizione segue che h x è dato tramite h x (a x ) := (h U (a)) x, se a x ha un rappresentante a F(U). TEOREMA Sia X uno spazio topologico e siano F, G due fasci su X. Sia h : F G un morfismo di fasci. (1) h è iniettivo se e solo se h x : F x G x è iniettivo per ogni x X. (2) h è un isomorfismo se e solo se h x : F x G x è un isomorfismo per ogni x X. ESEMPIO Per le proprietà dei limiti diretti, se per ogni U X aperto, h U : F(U) G(U) è suriettivo allora h x : F x G x è suriettivo, ma il viceversa non è vero. Si consideri infatti X = C, e il morfismo di fasci : O z C O C. È ben noto che per ogni insieme semplicemente connesso U C ogni funzione olomorfa f O C (U) ammette una primitiva, ovvero z U : O C (U) O C (U) è suriettivo. Di conseguenza, poiché ogni punto ha un sistema fondamentale di intorni semplicemente connessi, per ogni x C risulta z x : O C,x O C,x suriettivo. Però z C\{0} :
125 2. PREFASCI E FASCI 125 O C (C \ {0}) O C (C \ {0}) non è suriettivo, dato che f(z) = 1/z O C (C \ {0}) non ha una primitiva in C \ {0} (essendo f(z)dz = 2πi). z =1 DIMOSTRAZIONE TEOREMA (1) Per le proprietà dei limiti diretti, se h U è iniettiva per ogni aperto U, allora h x è iniettiva. Viceversa, supponiamo che h x sia iniettiva per ogni x X. Supponiamo U X un aperto e a, b F(U) tali che h U (a) = h U (b). Allora per ogni x X risulta h x (a x ) = h x (b x ). Essendo h x iniettiva, risulta a x = b x per ogni x X. Dunque esiste un ricoprimento {U j } di U tale che r UUj (a) = r UUj (b). Essendo F un fascio, per S1 si ha a = b e dunque h U è iniettiva, ovvero h è iniettiva. (2) Per le proprietà dei limiti diretti, se h U è un isomorfismo per ogni aperto U, allora h x è un isomorfismo per ogni x X. Viceversa, supponiamo h x : F x G x isomorfismo per ogni x X. Per (1) per ogni aperto U X risulta h U : F(U) G(U) iniettivo. Dobbiamo provare che h U è suriettiva per ogni aperto U X. Sia b G(U). Per ipotesi per ogni x X esiste a x F x tale che h x (a x ) = b x. Dunque esiste un ricoprimento {U j } di U e a j F(U j ) tali che h Uj (a j ) = r UUj (b). Essendo h iniettiva, risulta r Uj,U j U i (a j ) = r Ui,U j U i (a i ) per ogni U j U i. Pertanto essendo F un fascio, per S2, esiste a F(U) tale che r UUj (a) = a j. Poichè r UUj (h U (a)) = h Uj (a j ) = r UUj (b), essendo G un fascio, per S1 risulta h U (a) = b. TEOREMA Sia F un prefascio su X. Allora esiste un fascio F + e un morfismo di prefasci θ : F F + tale che per ogni morfismo ϕ : F G con G fascio su X esiste ϕ + : F + G morfismo di fasci tale che ϕ = ϕ + θ. Inoltre (F +, θ) è unico a meno di isomorfismi e, per ogni x X, θ x : F x F x + è l identità. DIMOSTRAZIONE. Per U τ(x) definiamo F + (U) := {f : U x U F x : f(x) F x, x U, V x, g F(V ) : g y = f(y) y V }. Proviamo che F + è un fascio su X con restrizione definita da r UV (f) = f V f F + (U). Chiaramente F + è un prefascio. Resta da verficare che gode delle proprietà S1 e S2. Ma sono entrambe ovvie (esercizio). Il morfismo θ : F F + lo si definisce tramite dove θ : F(U) f f + F + (U), f + (x) := f x F x. Dalla definizione segue subito che θ x = id. Sia ora ϕ : F G un morfismo, con G un fascio su X. Definiamo ϕ + : F + G nel modo seguente: se f F + (U), esiste un ricoprimento {V j } j U di U e sezioni a j F(V j ) tali che
126 FASCI E COOMOLOGIA f(y) = a j,y per ogni y V j. Poiché r Vj,V j V k (ϕ Vj (a j )) = r Vk,V j V k (ϕ Vk (a k )) j, k ed essendo G un fascio, esiste una sezione di G(U), che chiamiamo ϕ + U (f) tale che r UV j (ϕ + U (f)) = ϕ Vj (a j ) per ogni j. Inoltre ϕ + U θ U(f) = ϕ U (f) f F(U) infatti θ U (f) = f + e ϕ + U (f + ) è dato dal rincollamento delle sezioni {ϕ Vj (a j )} dove possiamo prendere a j := f per ogni j. Pertanto ϕ + U (f + ) = ϕ U (f). Infine, per l unicità, se ( F +, θ) è un altro fascio con le stesse proprietà, sono definite θ + : F + F + e θ + : F + F + tali che θ + θ = θ e θ + θ = θ, dunque θ + θ + θ = θ, ora, poiché θ x = id x, risulta che θ + è un isomorfismo sulle fibre e dunque e un isomorfismo di fasci per il Teorema DEFINIZIONE Se F è un prefascio il fascio F + si dice il fascio associato ad F. OSSERVAZIONE Se F è un fascio, allora F + è isomorfo a F tramite θ (poiché θ è un isomorfismo sulle fibre). (1) Il fascio HC,loc è il fascio le cui sezioni sono funzioni olomorfe localmente limitate. È il fascio associato al prefascio HC. (2) Se M è una varietà complessa, il fascio delle funzioni meromorfe M M è il fascio associato al prefascio M M definito in precedenza. Si noti che una sezione globale di M M (M) (quella che si dice una funzione meromorfa ) è il dato di un ricoprimento {U j } di M e di sezioni f j /g j M M (U j). (3) Il prefascio L 1 R definito associando ad un aperto U le funzioni sommabili secondo Lebesgue su U, ha come fascio associato il fascio delle funzioni L 1 R,loc, ovvero funzioni localmente sommabili. ESEMPIO DEFINIZIONE Sia X uno spazio topologico e sia G un fascio su X. Se F è un sottofascio di G, se definisce il fascio quoziente G/F come il fascio associato al prefascio H definito su un aperto U tramite H (U) := G(U)/F(U). OSSERVAZIONE Poiché il limite diretto è un funtore esatto, passando al limite diretto per U τ x (X) nella successione esatta di Z-moduli si ha che (G/F) x = G x /F x. 0 F(U) G(U) G(U)/F(U) 0,
127 3. SUCCESSIONI ESATTE DI FASCI Successioni esatte di fasci Siano F e G due fasci (di Z-moduli o di anelli o di spazi vettoriali) su uno spazio topologico X. Sia ϕ : F G un morfismo di fasci. DEFINIZIONE 3.1. Il nucleo Ker(ϕ) è il prefascio su X definito da Ker(ϕ)(U) := Ker(ϕ U ) L immagine Im (ϕ) è il prefascio su X definito da Im (ϕ)(u) := Im(ϕ U ) U τ(x). U τ(x). OSSERVAZIONE 3.2. Poiché Ker(ϕ) è un sottoprefascio di F e Im (ϕ) è un sottoprefascio di G, per entrambi vale la proprietà S1. ESEMPIO 3.3. Sia : O z C O C il morfismo di fasci definito nell Esempio Allora 1 Im( z z U) con U = C \ {0}. Sia log z il logaritmo definito su U 1 = C \ (, 0]. Allora log z = 1/z. Se log z, è il logaritmo definito in U z 2 = C \ [0, + ) si ha log z = 1/z. Pertanto z risulta 1/z Im( z U 1 ) e 1/z Im( z U 2 ), ma non esiste una sezione di Im ( ) su U la cui z restrizione ad U 1 e ad U 2 sia 1/z. Dunque Im ( ) non soddisfa S2. z PROPOSIZIONE 3.4. Ker(ϕ) è un fascio e (Ker(ϕ)) x = Ker(ϕ x ) per ogni x X. DIMOSTRAZIONE. Occorre solo verificare S2. Sia {U j } un ricoprimento di U, aperto in M, e siano f j Ker(ϕ)(U j ) sezioni tali che r Uj,U j U i (f j ) = r Ui,U j U i (f i ) per ogni i, j. Poichè F è un fascio, esiste f F(U) tale che r UUj (f) = f j. D altra parte per ogni j si ha r UUj (ϕ U (f)) = ϕ Uj (r UUj (f)) = ϕ Uj (f j ) = 0, poichè G è un fascio risulta ϕ U (f) = 0 come volevasi, ovvero, f Ker(ϕ)(U). La seconda asserzione segue subito dalla definizione. DEFINIZIONE 3.5. Siano F e G due fasci su uno spazio topologico X. Sia ϕ : F G un morfismo di fasci. Il fascio immagine Im(ϕ) è il fascio associato al prefascio Im (ϕ), ovvero, Im(ϕ) = (Im (ϕ)) +. OSSERVAZIONE 3.6. Si osservi che (Im(ϕ)) x = (Im (ϕ)) x = Im(ϕ x ). OSSERVAZIONE 3.7. Sia ϕ : F G un morfismo di fasci. Si osservi che l immersione i : Im (ϕ) G rende Im (ϕ) un sotto-prefascio di G e dunque determina una immersione i + : Im(ϕ) G che rende Im(ϕ) un sotto-fascio di G. Per definizione di i +, segue che g G(U) sta in Im(ϕ)(U) se e solo se esiste un ricoprimento {U j } di U e sezioni f j F(U j ) tali che ϕ Uj (f j ) = r UUj (g) per ogni j. DEFINIZIONE 3.8. Siano F e G due fasci su uno spazio topologico X. Sia ϕ : F G un morfismo di fasci. ϕ è suriettivo se Im(ϕ) = G.
128 FASCI E COOMOLOGIA OSSERVAZIONE 3.9. Se ϕ è suriettivo non vuol dire che ϕ U : F(U) G(U) è suriettivo per ogni aperto U. Significa che per ogni aperto U e per ogni g G(U), esiste un ricoprimento {U j } di U e f j F(U j ) tali che ϕ Uj (f j ) = r UUj (g) per ogni j. DEFINIZIONE Siano F, G, H tre fasci su uno spazio topologico X. Siano ϕ : F G e φ : G H due morfimi di fasci. La successione è esatta se Im(ϕ) = Ker(φ). F ϕ G φ H OSSERVAZIONE In particolare, se ϕ : F G è un morfismo di fasci, posto i : Ker(ϕ) F il morfismo immersione, la successione è esatta. Ker(ϕ) i F ϕ G PROPOSIZIONE Siano F, G, H tre fasci su uno spazio topologico X. Siano ϕ : F G e φ : G H due morfimi di fasci. Allora F ϕ G φ H è esatta se e solo se per ogni x X ϕ x φ x la successione F x Gx Hx è esatta. DIMOSTRAZIONE. Una direzione segue dal fatto che il limite diretto trasforma successioni esatte in successioni esatte. Viceversa, sia U un aperto di X e sia g Im(ϕ)(U). Allora esiste un ricoprimento {U j } di U e f j F(U j ) tali che ϕ Uj (f j ) = r UUj (g). Per ipotesi dunque φ x (g x ) = 0 e dunque, a meno di restringere U j, abbiamo φ Uj (r UUj (g)) = 0. Pertanto r UUj (φ U (g)) = 0 e dunque, essendo H un fascio, risulta φ U (g) = 0. Questo prova che Im(ϕ) Ker(φ). Sia ora g Ker(φ). Allora per ogni x U risulta φ x (g x ) = 0 e dunque per ipotesi esiste f x F x tale che ϕ x (f x ) = g x. Dunque esiste un ricoprimento {U j } di U e sezioni f j F(U j ) tali che ϕ Uj (f j ) = r UUj (g). Ovvero g Im(ϕ), questo prova che Ker(φ) Im(ϕ). OSSERVAZIONE Se poniamo H = 0 nella proposizione precedente, risulta che ϕ : F G è suriettivo come morfismo di fasci se e solo se ϕ x : F x G x è suriettivo per ogni x X. La successione 0 F ϕ G φ H 0 si dice un successione esatta corta di fasci se ϕ è iniettivo, φ è suriettivo (come morfismi di fasci) e Im(ϕ) = Ker(φ). OSSERVAZIONE Se F è un sottofascio di un fascio di gruppi abeliani G, si ha una successione esatta corta di fasci 0 F G F/G 0. Infatti, poiché (F/G) x = F x /G x e la successione è esatta a livello di fibre, la successione è esatta a livello di fasci per la Proposizione 3.12.
129 3. SUCCESSIONI ESATTE DI FASCI 129 PROPOSIZIONE Sia 0 F ϕ G φ H una successione esatta di fasci di Z-moduli su X. Allora per ogni aperto U X la successione di Z-moduli è esatta. 0 F(U) ϕ U G(U) φ U H(U) DIMOSTRAZIONE. Sappiamo già che F(U) ϕ U G(U) è iniettiva. È chiaro che Im ϕ U ker φ U. Sia ora v ker φ U. Poiché Im ϕ = ker φ, esiste un ricoprimento aperto {U α } di U e w α F(U α ) tali che ϕ Uα (w α ) = r UUα (v) per ogni α. Per U α U β si ha ϕ Uα U β (r UαU α U β (w α )) = r UαU α U β (ϕ Uα (w α )) = r UαU α U β (r UUα (v)) = r UUα U β (v) = r Uβ U α U β (r UUβ (v)) = r Uβ U α U β (ϕ Uβ (w β )) = ϕ Uα U β (r Uβ U α U β (w β )). Poiché ϕ Uα U β è iniettiva, risulta r UαU α U β (w α ) = r Uβ U α U β (w β ), ed essendo F un fascio, esiste w F(U) tale che r UUα (w) = w α per ogni α. Asseriamo che ϕ U (w) = v. Infatti per ogni α si ha r UUα (ϕ U (w)) = ϕ Uα (r UUα (w)) = ϕ Uα (w α ) = r UUα (v), ed essendo G un fascio, risulta ϕ U (w) = v, provando che ker φ U Im ϕ U La successione esponenziale. Sia M una varietà complessa. Sia Z M il fascio delle funzioni continue su M a valori interi (dunque localmente costanti), visto come fascio di gruppi abeliani rispetto alla somma di funzioni. Sia O M il fascio di struttura di M, visto come fascio di gruppi abeliani rispetto alla somma di funzioni. Sia poi OM il fascio definito da O M(U) = {f : U C olomorfa} visto come fascio di gruppi abeliani rispetto alla moltiplicazione di funzioni. Il morfismo di immersione ι : Z M O M definito sull aperto U M tramite ι U : Z M (U) O M (U), ι(c) := c, è un morfismo iniettivo di fasci di gruppi abeliani rispetto alla somma. Definiamo poi exp : O M OM sull aperto U M tramite exp U (f) := exp(2πif) f O M (U). Si osserva che exp è un morfismo di fasci (O M ha la struttura di fascio di gruppi abeliani rispetto alla somma e OM ha la struttura di fascio di gruppi abeliani rispetto al prodotto). PROPOSIZIONE Sia M una varietà complessa. La successione di fasci di gruppi abeliani, detta successione esponenziale, è esatta. 0 Z M ι O M exp O M 0
130 FASCI E COOMOLOGIA DIMOSTRAZIONE. Per quanto visto in precedenza basta provare che per ogni x M la successione ι 0 Z x exp M,x x OM,x O M,x 0 è esatta. Ora, è ovvio che ι è iniettivo. Inoltre, Im(ι) x = {(z c)} per c Z. Poiché exp(2πic) = 1 (e 1 è l elemento neutro in OM,x ) si ha Imι x Ker exp x. Viceversa, se exp x (f x ) = 1, esiste un intorno U di x, che possiamo supporre connesso, e f O M (U) tale che f rappresenta il germe f x e exp U (f) 1. Dunque f c Z e quindi Ker exp x = Imι x per ogni x M. Proviamo che exp x : O M,x OM,x è suriettiva per ogni x M. Sia f x OM,x. Allora esiste un intorno U di x che possiamo prendere semplicemente connesso e f OM (U) tale che f x è il germe in x di f. Poiché f(y) 0 per ogni y U ed U è semplicemente connesso, esiste log f(z) log f O M (U). Poniamo g(z) = e si ha exp 2πi x g x = f x, dunque exp x è suriettiva. OSSERVAZIONE La stessa costruzione precedente vale per il fascio delle funzioni C M a valori complessi, ovvero si ha la successione esatta 0 Z M ι C M exp (C M ) Fasci di ideali e sottovarietà (singolari). Sia M una varietà complessa con fascio di struttura O M. Sia I un sottofascio di ideali di O M. Ovvero, per ogni U, I(U) O M (U) è un ideale. Supponiamo che I sia localmente finitamente generato 1, ovvero, per ogni x M esiste un aperto U contenente x e q N tale che la successione di O M -moduli O q M U I U 0 è esatta. Al variare di x M si definisce V (I) := {p M : f(p) = 0 f I x }. Poiché I è localmente di tipo finito, per ogni x M esistono {f 1,..., f q } funzioni olomorfe definite in un intorno U di x tali che V (I) U = {p U : f 1 (p) =... = f q (p) = 0}. L insieme V (I) si dice il supporto di I ed è una sottovarietà analitica (singolare) di M, ovvero un sottoinsieme di M localmente definito come luogo di zeri di un numero finito di funzioni olomorfe. Ad esempio, se S è una sottovarietà regolare di M, si può definire I S (U) := {f O M (U) : f S 0} e risulta V (I S ) = S (lo si vede facilmente passando a coordinate locali adattate ad S). Si ha allora la successione esatta di O M -moduli 0 I O M O V (I) 0, dove O V (I) := O M /I S. Il fascio O V (I) ha una naturale struttura di anello ed è il fascio di struttura di V (I), ovvero è il fascio delle funzioni olomorfe definite su V (I). 1 questa ipotesi è superflua poiché per il Teorema di Oka ogni fascio di ideali di O M è coerente, quindi in particolare finitamente generato
131 3. SUCCESSIONI ESATTE DI FASCI 131 Nel caso in cui S sia una sottovarietà regolare, il fascio di ideali I S è un fascio di ideali primi. In generale però I può non essere un fascio di ideali primi anche se V (I) è una sottovarietà regolare. Ad esempio, in C 2 con coordinate (z, w) si può considerare il fascio I generato da z 2. Allora V (I) = {(z, w) : z = 0} ma I non è primo fascio dei divisori. Sia M una varietà complessa e sia M M il fascio dei gruppi moltiplicativi del fascio di campi M M (fascio delle funzioni meromorfe) ovvero M M = M M \{0}. Dunque si ha una immersione di fasci di gruppi moltiplicativi OM M M. Il quoziente D M := M M /O M si dice il fascio dei divisori su M. La successione 0 O M M M D M 0 è esatta. Una sezione globale di D M si dice un divisore di Cartier di M. Sia D D M (M). Allora per definizione esiste un ricoprimento {U α } di M e funzioni meromorfe fα g α M M (U α) (ovvero tali che f α 0 in U α ) tali che D(y) = [ fα g α ] y per ogni y U α, dove [ fα g α ] M M (U α)/om (U α). Pertanto, su U α U β esistono f αβ OM (U α U β ) tali che f α g α = f αβ f β g β. Le funzioni {f αβ } soddisfano le identità di cociclo e determinano pertanto un fibrato lineare olomorfo O(D) come nella Sezione 8.2 del Capitolo 2. Sia ora dato un divisore D definito da {[ fα g α ]}, con f α, g α coprimi, sia V + = {z M : z U α, f α (z) = 0}, e sia V = {z M : z U α, g α (z) = 0}. Queste sono ben definite perchè su U α U β le funzioni che definiscono D sono uguali a meno di una funzione olomorfa mai nulla. Allora V + è una ipersuperficie (con singolarità) unione di componenti irriducibili che chiamiamo V + j (finite se M è compatta) e similmente per V. Sia I V + l ideale delle funzioni j +. Allora se z V j U α e f α (z) = 0, si ha j,z per qualche m j 1. Il numero m j non dipende da z V + j. Similmente per V j (dove prendiamo m j con m j 1 al posto di m j ). Pertanto si scrive la somma formale (se è infinita) D = m j V j, dove m j > 0 su V + e m j < 0 su V. Essendo D M (M) un gruppo abeliano rispetto alla somma, se M è compatto, risultano V j D M (M) e D = N j=1 m jv j in D(M). olomorfe che si annullano identicamente su V + j (f α ) z I m j ma (f V α) + j,z z I m j+1 V + Un divisore di Cartier definito da {[ fα g α ]} si dice effettivo se g α (x) 0 per ogni x U α e per ogni α, ovvero se D è definito (localmente) come il luogo di zeri di funzioni olomorfe su M, ovvero anche se D = m j V j con m j > 0 e V j ipersuperfici irriducibili. Se M è una superficie di Riemann, ovvero una varietà complessa di dimensione uno, un divisore di Cartier è determinato da una serie formale j=1 a jp j, dove {p j } è una successione discreta di punti in M e a j Z (in particolare se M è compatta, risulta a j = 0 tranne un numero finito di valori). Infatti, se {[ fα g α ]} determina il divisore D, si determinano i punti p 2j come gli
132 FASCI E COOMOLOGIA zeri di f α e a 2j la loro molteplicità, e i punti p 2j+1 come gli zeri di g α e a 2j+1 come la loro molteplicità Il complesso di de Rham. Sia M una varietà reale di dimensione n. Il fascio delle sezioni del fibrato p M := p (T M ) lo denotiamo C,p M. Le sezioni globali di tale fascio le abbiamo denotate con Ω p M, ovvero Ωp M := C,p (M). Sia x M. Se U è un intorno stellato contenente x, per il Lemma di Poincaré la successione di gruppi 0 R M (U) CM (U) d C,1 M (U) d... C,n M (U) 0 è esatta. Poiché gli intorni stellati di un punto formano un sistema fondamentale di intorni, risulta che per ogni x la successione di gruppi 0 R M,x C M,x d C,1 d M,x... C,n M,x 0 è esatta. Dunque la successione di fasci di gruppi abeliani 0 R M C M d C,1 d M... C,n M 0 è esatta. Tale successione di chiama il complesso di fasci di de Rham. 4. Morfismi di fibrati vettoriali e di fasci localmente liberi Sia M una varietà complessa (tutte le considerazioni qui fatte valgono anche per varietà reali, ove si sostituisca C M a O M). Siano E, F due fibrati vettoriali e siano E, F i fasci delle loro sezioni olomorfe. Sia ϕ : E F un morfismo di fibrati vettoriali. Si definisce allora un morfismo di fasci di O M -moduli ϕ : E F nel modo seguente: se f E(U) allora f : U E è una sezione e ϕ f è una sezione di F su U, ovvero ϕ U (f) := ϕ f F(U). LEMMA 4.1. Se ϕ : E F è iniettivo, allora ϕ : E F è iniettivo. Se ϕ : E F è suriettivo, allora ϕ : E F è suriettivo. DIMOSTRAZIONE. Basta provare il corrispondente risultato per ogni x M. Supponiamo prima ϕ iniettivo. Dunque se ϕ x : E x F x è tale che ϕ x (f x ) = 0, allora esiste un intorno U x e f E(U) tale che ϕ(f) = 0, ovvero, per definizione, ϕ(f) = ϕ f : U F è la sezione nulla. Dunque per ogni y U si ha ϕ(y)f(y) = 0, essendo ϕ(y) iniettiva, si ha f(y) = 0 per ogni y U, ovvero f x = 0. Sia ora ϕ suriettiva. Sia g x F x. Sia U una carta trivializzante per E e F che contiene x. A meno di restringere U, si può supporre che esista g F(U) tale che g x sia il germe di g in x. Passando a coordinate locali, si può scrivere su U, ϕ : (y, v) (y, A(y)v) dove v è un vettore e A una matrice con coefficienti olomorfi, suriettiva per ipotesi. Se in tali carte, g(y) = (y, w(y)) U C k, si ha che (per il teorema della funzione implicita) l equazione A(y)v = w(y) ha una soluzione olomorfa y v(y) in un intorno di x. Dunque esiste un intorno V di x e una sezione f E(V ) tale che ϕ V (f) = g V e pertanto ϕ x (f x ) = g x e ϕ è suriettiva.
133 4. MORFISMI DI FIBRATI VETTORIALI E DI FASCI LOCALMENTE LIBERI 133 ESERCIZIO 4.2. Provare che, se 0 E F G 0 è una successione esatta di fibrati vettoriali, allora 0 E F G 0 è una successione esatta di fasci di O M -moduli localmente liberi. Vediamo ora cosa accade se ϕ : E F è un morfismo di fasci di O M -moduli localmente liberi, ovvero fasci di sezioni olomorfe dei fibrati olomorfi E ed F rispettivamente. Sia M x l ideale massimale in O M,x dato dai germi f x tali che la valutazione f x (x) = 0. Allora E x /M x E x è uno spazio vettoriale finito dimensionale su C = O M,x /M x. Se f E(U), allora la sua valutazione f x (x) E x, dunque E x = E x /M x E x. Si definisce pertanto ϕ : E F nel modo seguente. Sia a E x. Dunque esiste un intorno U di x e f E(U) tali che a = [f x ], dove [f x ] rappresenta la classe di f x in E x /M x E x. Pertanto si definisce (4.1) ϕ(x)a := [ ϕ x (f x )] F x /M x F x = F x. Si osservi che ϕ(x) è ben definita per la O M,x -linearità di ϕ x. Si vede facilmente che ϕ è un morfismo di fibrati vettoriali complessi. ESEMPIO 4.3. Se ϕ : E F è un morfismo di fasci di O M -moduli iniettivo, ϕ : E F non è in genere iniettivo. Sia ϕ : O C O C definito da ϕ U (f) := zf per ogni f O C (U), U C aperto. Allora 0 O C z O C è iniettivo come morfismo di fasci. Il fibrato banale C C è il fibrato le cui sezioni sono O C (perché è globalmente libero di rango 1). Il morfismo associato ϕ : C C C C è definito da ϕ(z, v) := (z, zv), dunque ϕ(0, v) = (0, 0), ovvero ϕ non è iniettivo in z = 0. Si noti che, posto Q := O C /zo C il fascio (di O C -moduli) quoziente, la successione di fasci 0 O C z O C Q 0 è esatta, ma Q non è localmente libero. Infatti Q z = 0 per z 0 e Q 0 = C. PROPOSIZIONE 4.4. Sia ϕ : E F un morfismo iniettivo di fasci di O M -moduli localmente liberi. Sia Q := F/ ϕ(e). Sia x M. Allora ϕ(x) : E x F x è iniettivo come morfismo di fibrati vettoriali se e solo se Q x è un O M,x -modulo libero. DIMOSTRAZIONE. Se Q x è libero, allora per la Proposizione 1.5 la successione esatta di O M,x -moduli 0 E x F x Q x 0
134 FASCI E COOMOLOGIA spezza. Per il Lemma 1.4 esiste un morfismo di O M,x -moduli h : F x E x tale che h ϕ x = id. Il morfismo h definisce una applicazione lineare h : F x = F x /M x F x E x /M x E x = E x che verifica h ϕ(x) = id. Da cui segue che ϕ(x) è iniettiva. Viceversa, se ϕ è iniettiva in x, lo è in un intorno U di x. Pertanto Im(ϕ U ) è un sottofibrato di F U e dunque F U /Im(ϕ U ) è un fibrato vettoriale su U il cui fascio delle sezioni è Q U, che è dunque localmente libero su U e in particolare Q x è libero. OSSERVAZIONE 4.5. Dalla (4.1) segue subito che se ϕ : E F è un morfismo di fasci di O M -moduli liberi suriettivo, allora ϕ : E F è suriettivo come morfismo di fibrati vettoriali Spezzamento. Sia M una varietà (reale o complessa). Sia R un fascio di anelli commutativi con unità su M. Siano F, E, G tre fasci di R-moduli su M. DEFINIZIONE 4.6. La successione esatta corta di fasci di R-moduli (4.2) 0 F α E β G 0 spezza se esiste un morfismo di fasci di R-moduli f : E F tale che f α = id F. Poiché il limite diretto è un funtore esatto e l esattezza di una successione di R-moduli è equivalente all esattezza su ciascuna fibra (Proposizione 3.12), per il Lemma 1.4 si ha: LEMMA 4.7. Sono equivalenti: (1) La successione (4.2) spezza. (2) Esiste un morfismo di fasci di R-moduli g : G E tale che β g = id G. (3) Esiste un isomorfismo di fasci di R-moduli ϕ : E F G e il seguente diagramma è commutativo: 0 F id α ϕ E β G 0 id ι π 0 F F G G 0 dove ι : F F G è l inclusione naturale e π : F G G è la proiezione naturale. ESERCIZIO 4.8. Se G è localmente R-libero allora la successione esatta corta (4.2) spezza localmente, ovvero esiste un ricoprimento {U α } di M tale che la restrizione della successione ad ogni U α spezza. Le stesse definizioni si possono dare ovviamente nel caso di fibrati vettoriali. COROLLARIO 4.9. Siano F, E, G dei fibrati vettoriali su M. Se 0 F E G 0 è una successione esatta corta di fibrati vettoriali allora spezza localmente, ovvero, esiste un ricoprimento {U j } di M tale che 0 F Uj E Uj G Uj 0
135 spezza per ogni j. 5. OPERAZIONI SUI FASCI 135 DIMOSTRAZIONE. La successione esatta corta di fibrati vettoriali determina una successione esatta corta di fasci (delle sezioni dei fibrati) di R-moduli localmente liberi (con R = CM, O M a secondo della categoria). Per l esercizio precedente la successione di fasci spezza localmente e dunque spezza localmente la successione di fibrati. ESEMPIO In generale, anche se G è R-libero la successione esatta corta (4.2) non spezza (questo è conseguenza della nozione di suriettività tra fasciche non implica suriettività a livello di sezioni globali). Infatti, si assuma che 0 F E G 0 sia una successione esatta corta di fibrati vettoriali olomorfi con G di rango uno, che non spezza (come vedremo questo è possibile solo nella categoria olomorfa). Tensoriziamo con G. Allora si ottiene una successione esatta corta 0 F G E G G G 0 in cui l ultimo fibrato è banale, ovvero globalmente O M -libero. Se tale successione spezza, tensorizzando di nuovo con G si ottiene che anche la successione iniziale spezza, contro l ipotesi. 5. Operazioni sui fasci In questa sezione R è un fascio di anelli commutativi con unità Somma diretta. Siano F, G due fasci di R-moduli su uno spazio topologico X. Allora si definisce il fascio somma diretta F R G tramite τ(x) U F(U) R(U) G(U). Si verifica facilmente che F R G è un fascio di R-moduli. Poiché il limite diretto commuta con la somma diretta, si ha inoltre che per ogni x X, (F R G) x = F x Rx G x. Pertanto, se 0 F G H 0 è una successione esatta di R-moduli, allora per ogni R-modulo D la successione di R-moduli è esatta. 0 F R D G R D H R D Hom. Siano F e G due fasci di R-moduli su uno spazio topologico X. Si definisce un prefascio di R-moduli Hom R (F, G) tramite con mappe di restrizione date da τ(x) U Hom R (F, G)(U) := Hom R U (F U, G U ), Hom R U (F U, G U ) {ϕ W } W τ(u) {ϕ W } W τ(v ) Hom R V (F V, G V ), V U. Si noti bene che non si può definire un prefascio di morfismi tra due fasci F e G di R- moduli associando ad ogni aperto U gli R(U)-morfismi da F(U) a G(U) perchè non sarebbero ben definite le mappe di restrizione.
136 FASCI E COOMOLOGIA PROPOSIZIONE 5.1. Siano F, G due R-moduli. Allora Hom R (F, G) è un fascio di R- moduli. DIMOSTRAZIONE. Proviamo che Hom R (F, G) soddisfa alla proprietà S1. Sia U τ(x) e sia {U j } un ricoprimento aperto di U. Sia ϕ Hom R (F, G)(U) e supponiamo che r UUj (ϕ) = 0 per ogni j. Sia s F(V ) per qualche V U. Allora ϕ V (s) ha la proprietà che r V V Uj (ϕ V (s)) = 0 per ogni j. Essendo G un fascio, questo implica che ϕ V (s) = 0. Per l arbitrarietà della sezione questo implica che ϕ = 0. Proviamo adesso che Hom R (F, G) soddisfa alla proprietà S2. Sia U τ(x) e sia {U j } un ricoprimento aperto di U. Sia {ϕ j } una famiglia tale che ϕ j Hom R (F, G)(U j ) e r Uj U j U i (ϕ j ) = r Ui U j U i (ϕ i ) per ogni U i U j. Definiamo ϕ Hom R (F, G)(U) nel modo seguente: se V è un aperto in U e s F(V ), allora posto s j := r V V Uj (s), si ha che {ϕ j (s j )} è una famiglia di sezioni di G su V U j che coincidono nelle intersezioni V U j U i. Pertanto essendo G un fascio, si incollano ad una sezione su V che denotiamo ϕ V (s). Sia x X. Per la proprietà universale del limite diretto il morfismo Hom R U (F U, G U ) ϕ ϕ x Hom Rx (F x, G x ) definito per U τ x (X), determina un morfismo di R x -moduli (Hom R (F, G)) x Hom Rx (F x, G x ). Tale morfismo non è in genere né iniettivo né suriettivo. Siano F, F, F, F dei R-moduli. Allora (1) Hom R (R, F) F (2) Hom R (F R F, F) Hom R (F, F) R Hom R (F, F), (3) Hom R (F, F R F ) Hom R (F, F ) R Hom R (F, F ), (4) Se 0 F F F è una successione esatta di R-moduli, allora 0 Hom R (G, F ) Hom R (G, F ) Hom R (G, F ) è una successione esatta di R-moduli. (5) Se F F F 0 è una successione esatta di R-moduli, allora 0 Hom R (F, G) Hom R (F, G) Hom R (F, G) è una successione esatta di R-moduli. (6) Se F è un R-modulo localmente libero allora Hom R (F, ) trasforma successioni esatte corte di R-moduli in successioni esatte corte di R-moduli.
137 (7) Se 5. OPERAZIONI SUI FASCI F F F 0 è una successione esatta di R-moduli e F è localmente R-libero allora per ogni R-modulo F la successione 0 Hom R (F, F ) Hom R (F, F ) Hom R (F, F ) 0 è esatta. Le proprietà (4) e (5) si condensano nella frase Hom R è un funtore esatto a sinistra. Le precedenti proprietà sono conseguenza diretta delle analoghe proprietà per moduli su anelli e delle definizioni di fascio e la loro dimostrazione è lasciata come esercizio. A titolo di esempio vediamo come provare la suriettività del morfismo Hom R (F, F ) Hom R (F, F ) nella proprietà (7). Sia U un aperto in X e sia ϕ Hom R (F, F )(U). Occorre trovare un ricoprimento aperto {U j } di U e sezioni φ j Hom R (F, F ) tali che φ j r UUj (ϕ) per ogni j. Dall Esercizio 4.8 la successione esatta spezza localmente e dunque possiamo prendere {U j } un ricoprimento aperto di U su cui la restrizione della successione esatta spezza. Su ciascun U j ragionando come in Proposizione 1.8 si ottiene allora la sezione φ j cercata Prodotto tensore. Siano F, G due fasci di R-moduli su uno spazio topologico X. Siano ruv F i morfismi di restrizione del fascio F e rg UV quelli del fascio G. Il fascio associato al prefascio τ(x) U F(U) R(U) G(U), con le mappe di restrizione r F UV rg UV, si denota con F R G e si dice il fascio prodotto tensore. Poiché il limite diretto di moduli commuta con il prodotto tensoriale (Proposizione 1.26) e le fibre di un prefascio sono le stesse del fascio associato, si ha (5.1) (F R G) x = F x Rx G x, per ogni x X. Se F, G, H sono R-moduli, si ha (1) F R G G R F, (2) (F R G) R H F R (G R H), (3) F R (G R H) (F R G) R (F R H), (4) R R F F, (5) Hom R (F R G, H) Hom R (F, Hom R (G, H)), (6) se F F F 0 è una successione esatta di R-moduli, allora F R F F R F F R F 0 è esatta, (7) se 0 F F F 0 è una successione esatta di R-moduli e F è localmente R-libero allora 0 F R F F R F F R F 0
138 FASCI E COOMOLOGIA è esatta. Per dimostrare le proprietà precedenti, dati i morfismi naturali, per la (5.1) occorre e basta provare l esattezza sulle fibre. Ma questa segue dalle analoghe proprietà per i moduli. ESEMPIO 5.2. Sia S una sottovarietà regolare complessa di una varietà complessa M e sia I S il fascio di ideali di S. Sia O S := O M /I S. Se F è un O M -modulo, allora F OM O S è un O S -modulo. In particolare se F è il fascio delle sezioni olomorfe di un fibrato vettoriale olomorfo F su M, allora F OM O S è il fascio delle sezioni olomorfe (su S) della restrizione F S di F a S Immagine diretta. Sia f : X Y una funzione continua tra due spazi topologici. Sia F un fascio su X. Allora si definisce un prefascio f (F) su Y tramite f (F)(U) := F(f 1 (U)). Si vede facilmente che f (F) soddisfa S1 e S2 ed è dunque un fascio, che si chiama il fascio immagine diretta. Se X è un chiuso in Y e ι : X Y è l immersione naturale, allora (ι (F)) x = F x se x X e (ι (F)) x = 0 altrimenti. Se F è un fascio di R-moduli su X, allora f (F) è un fascio di f (R)-moduli su Y Immagine inversa. Sia f : X Y una funzione continua tra due spazi topologici. Sia G un fascio su Y. Si definisce un prefascio su X tramite τ(x) U lim G(V ), dove il limite diretto è fatto su tutti gli aperti V tali che f(u) V (e questo è in modo naturale un insieme di indici filtrante dove si ponga V V se f(u) V V ). Il fascio associato a tale prefascio si chiama il fascio immagine inversa e si indica con f 1 (G). ESEMPIO 5.3. Sia p X e sia t : X {p} data da t(x) p. Allora il fascio delle funzioni localmente costanti K N è dato da t 1 (N), dove N è il fascio su {p} definito da N({p}) = N. Se F è un fascio di R-moduli su Y, allora f 1 (F) è un fascio di f 1 (R)-moduli su X. Se X è un sottospazio topologico di Y, e ι : X Y è la naturale immersione ι(p) = p, dato un fascio F su Y si definisce il fascio restrizione F X := ι 1 (F). 6. Fasci di moduli coerenti 1-fibre di Hom 2-coerenza dei tre 3-cenni su fasci analitici coerenti (teoremi A e B di Cartan)
139 7. COOMOLOGIA DI ČECH DI FASCI SU SPAZI PARACOMPATTI Coomologia di Čech di fasci su spazi paracompatti Sia F un fascio di gruppi abeliani (rispetto alla operazione di somma) su uno spazio topologico paracompatto, di Hausdorff X e sia U := {U α } un ricoprimento di X localmente finito. Si definisce C 0 (U, F) := F(U α ), α C 1 (U, F) := C p (U, F) :=. α 0,α 1 F(U α0 U α1 ), α 0,α 1,...,α p F(U α0... U αp ) Un elemento di C p (U, F) è il dato di una famiglia {f α0...α p } di sezioni di F su U α0... U αp al variare di tutti gli indici. I C p (U, F) sono dei gruppi abeliani rispetto alla somma delle componenti. Si osservi che, per definizione, non si esclude che qualche indice in F(U α0... U αp ) sia uguale all altro. Per comodità di notazione, invece di denotare con r UV (f) la restrizione di un elemento f F(U) a V U, scriveremo semplicemente f V. Un elemento di C p (U, F) è detto una p-cocatena di F. Si definisce un operatore di cobordo δ p+1 : C p (U, F) C p+1 (U, F) tramite p+1 δ p+1 ({f α0...α p }) := { ( 1) j f α0...ˆα j...α p+1 Uα0... U αp+1 }, dove abbiamo usato la notazione f V := r UV (f) se f F(U) e V U. In particolare, se {f α } C 0 (U, F), si ha mentre, se {f αβ } C 1 (U, F), si ha j=0 δ 1 ({f α }) αβ = {f β Uα U β f α Uα U β }, δ 2 ({f αβ }) αβγ = {f αβ Uα U β U γ f αγ Uα U β U γ + f βγ Uα U β U γ }. Si osservi che, avendo scelto di considerare anche indici uguali nella definizione delle cocatene, risulta che se δ 2 ({f αβ }) = 0 allora f αα = 0 (l elemento identità), f αβ = f βα (ovvero f αβ è l elemento inverso di f βα ). LEMMA 7.1. Sia ha δ p+1 δ p = 0 per ogni p N. DIMOSTRAZIONE. È un calcolo diretto, lasciato per esercizio. DEFINIZIONE 7.2. Gli elementi di ker δ p+1 si dicono p-cocicli mentre gli elementi di Im δ p si dicono p-cobordi.
140 FASCI E COOMOLOGIA DEFINIZIONE 7.3. La coomologia del complesso coomologico {C, δ } si denota Ȟ (U, F) e si chiama coomologia di Čech di F relativa al ricoprimento U. Si osservi che Ȟ0 (U, F) = F(X), ovvero sono le sezioni globali di F su X. Infatti se {f α } C 0 (U, F) e se δ 1 ({f α }) = 0, significa che f α Uα U β = f β Uα U β per ogni α, β e pertanto, essendo F un fascio, esiste f F(X) tale che f Uα = f α. Pertanto, Ȟ 0 (U, F) = F(M) Ȟ p (U, F) = Kerδ p+1 /Imδ p, p 1. Nel seguito, quando non sia necessario, scriveremo solo δ invece di δ p. Se U = {U β } β I è un raffinamento di U = {U α} α I, scriviamo U U. Sia ϕ : I I tale che U β U ϕ(β). Allora è ben definito un morfismo di gruppi abeliani dato da ρ p ϕ : C p (U, F) C p (U, F) ρ p ϕ({f α0...α p }) β0...β p = {f ϕ(β0 )...ϕ(β p) U β0... U βp }. Per definizione, risulta che δ ρ ϕ = ρ ϕ δ e dunque ρ ϕ è un morfismo di complessi coomologici e pertanto induce un morfismo in coomologia ρ : Ȟp (U, F) Ȟp (U, F), p 0, si può provare che tale morfismo non dipende dalla mappa ϕ scelta. DEFINIZIONE 7.4. La coomologia (di Čech) su X del fascio F è data dal limite diretto rispetto al raffinamento di ricoprimenti, H p (X, F) := lim Ȟ p (U, F), p 0. Dunque per ogni ricoprimento U esiste un morfismo di gruppi Φ U : Ȟp (U, F) H p (X, F). In particolare, se σ H p (X, F) esiste un ricoprimento U = {U j } di X e {g α0...α p } C p (U, F) tale che [{g α0...α p }] Ȟp (U, F) viene mandato in σ dal morfismo Φ U. TEOREMA 7.5. Sia M una varietà complessa. Allora il gruppo abeliano (H 1 (M, OM ), ) e il gruppo abeliano di Picard di M (Pic(M), ) sono isomorfi. DIMOSTRAZIONE. Se σ H 1 (M, OM ) allora esiste un ricoprimento {U α} di M e g αβ OM (U α U β ) tali che σ è rappresentato da {g αβ } in C 1 (U, OM ) e δ({g αβ}) = 0. Il fascio di gruppi abeliani OM è fascio di gruppi rispetto alla operazione di prodotto e la condizione δ({g αβ }) = 0 significa che g αβ g βγ g γα = id su U α U β U γ, ovvero {g αβ } soddisfa le identità di cociclo e dunque dà luogo ad un fibrato lineare L. Se {g αβ } è un altro rappresentate di σ che determina il fibrato lineare L, si può supporre a meno di passare ad un raffinamento comune che sia definito in C 1 (U, OM ). Dunque esiste f α OM (U α) per ogni α tale che δ({f α }) = {g αβ }({g αβ}) 1.
141 Questa relazione significa 7. COOMOLOGIA DI ČECH DI FASCI SU SPAZI PARACOMPATTI 141 f β f α Uα U β = g αβ, g αβ e dunque le {f α } determinano un isomorfismo di fibrati lineari tra L e L per la (2.1) del Capitolo 2. Viceversa, se {L} è un fibrato su M, le sue funzioni di transizione determinano un elemento H 1 (M, OM ) e, come sopra, se L è isomorfo a L, risulta σ 1 L = σ 1 L. Essendo le funzioni di transizione di L L il prodotto delle funzioni di transizione di L con quelle di L, la corrispondenza risulta un isomorfismo di gruppi con le rispettive operazioni. σ 1 L ATTENZIONE: Si osservi che abbiamo scelto di far corrispondere al fibrato L con funzioni di transizione {g αβ } l elemento σ L rappresentato dagli uno-cocicli {g βα }. In altri termini, in tal modo è come se considerassimo Pic(M) il gruppo dei fibrati lineari e (H 1 (M, OM ), ) il gruppo dei fasci delle loro sezioni. OSSERVAZIONE 7.6. Con una prova analoga alla prova del Teorema 10.1 si dimostra che (H 1 (M, (C M ) ), ) è isomorfo al gruppo dei fibrati vettoriali complessi con fibra di rango complesso uno a meno di equivalenze di classe C. Siano F, G due fasci di gruppi abeliani su uno spazio topologico X. Sia ϕ : F G un morfismo di fasci. Sia U := {U α } un ricoprimento aperto di X. Poiché r G UV ϕ U = ϕ V r F UV per ogni U, V τ(x), si verifica facilmente che il morfismo ϕ p : C p (U, F) C p (U, G), definito tramite ϕ p ({f α0...α p }} := {ϕ Uα0... U αp (f α0...α p )} C p (U, G) per {f α0...α p } C p (U, F), è tale che ϕ p+1 δ p = δ p+1 ϕ p. Pertanto ϕ definisce un morfismo di gruppi abeliani ϕ p U : Ȟp (U, F) Ȟp (U, G). Inoltre, se U è un raffinamento di U e ρ : Ȟ p (U, F) Ȟp (U, F) è il morfismo indotto, si vede facilmente che ϕ p U ρ = ρ ϕ p U e dunque è determinato un morfismo di gruppi abeliani ϕ p : H p (X, F) H p (X, G). Si noti che, per costruzione: (1) ϕ 0 = ϕ X : F(X) G(X), (2) se ϕ = id allora ϕ p = id per ogni p 0, (3) se ψ : G H è un altro morfismo di fasci, allora ψ p ϕ p = (ψ ϕ) p per ogni p 0. TEOREMA 7.7. Sia X uno spazio topologico paracompatto e di Hausdorff. Sia 0 E F G 0 una successione esatta di fasci di gruppi abeliani su X. Allora esiste una successione esatta lunga di gruppi abeliani... H p (X, E) H p (X, F) H p (X, G) H p+1 (X, E)...
142 FASCI E COOMOLOGIA DIMOSTRAZIONE. Per la Proposizione 3.15, per ogni ricoprimento U di X e per ogni p N, la successione di gruppi abeliani 0 C p (U, E) C p (U, F) C p (U, G) è esatta. Se l ultimo omomorfismo fosse suriettivo, utilizzando il Lemma del Serpente 5.9 del Capitolo 3 si otterrebbe il risultato voluto. In generale però l ultimo omomorfismo non è suriettivo. Per ovviare a questo, utilizzando la paracompattezza, si prova che dato σ H p (X, G) esistono un ricoprimento U di X e {g α0...α p } C p (U, G) tale che σ = Φ U [{g α0...α p }] ed esiste {f α0...α p } C p (U, F) tale che f α0...α p g α0...α p per ogni α 0,..., α p. Una volta che questo è provato, ragionando come nel Lemma del Serpente 5.9 del Capitolo 3 si ottiene l asserto. Per ottenere il ricoprimento U e il cociclo {g α0...α p } C p (U, G) come sopra, si parte da un ricoprimento localmente finito U = {U α} α I di X e da un cociclo {g α 0...α p } C p (U, G) che rappresenta σ. Per la paracompattezza, per ogni x X esiste un intorno aperto U x tale che U x è contenuto in un numero finito di U α. Poiché solo un numero finito di U α contengono x, a patto di cambiare U x con U x α:x U U α α possiamo scegliere U x in modo che se x U α allora U x U α. A meno di restringere U x possiamo anche assumere che g α 0...α p Ux U α 0...U αp abbia una preimmagine in F(U x ) per ogni x X ogni qual volta U x U α 0... U α p (poiché tale condizione è soddisfatta solo da un numero finito di indici). Scegliamo una funzione ϕ : X I tale che x U ϕ(x) per ogni x X. Allora U := {U x} è un raffinamento di U. L immagine di {g α 0...α p } in C p (U, G) è il cociclo {g x0...x p } cercato. OSSERVAZIONE 7.8. Con le notazioni della proposizione precedente, si osservi che se U è un ricoprimento aperto di X tale che 0 C p (U, E) C p (U, F) C p (U, G) 0 è esatta per ogni p 0, allora si ha una successione esatta lunga... Ȟp (U, E) Ȟp (U, F) Ȟp (U, G) Ȟp+1 (U, E)... DEFINIZIONE 7.9. Se E è un fibrato vettoriale su una varietà M si definisce per j 0 dove E indica il fascio delle sezioni di E. H j (M, E) := H j (M, E) 8. Il teorema di de Rham astratto Sia F un fascio di gruppi abeliani su uno spazio topologico paracompatto e di Hausdorff X. DEFINIZIONE 8.1. Una risoluzione di F è il dato di una famiglia di fasci di gruppi abeliani {F j } j N su X per cui esistano dei morfismi di fasci ϕ : F F 0 e ϕ j : F j F j+1 per ogni j 0, tali che la successione (8.1) 0 F ϕ F 0 ϕ 0 F 1 ϕ 1 F 2...
143 8. IL TEOREMA DI DE RHAM ASTRATTO 143 sia esatta. Se H k (X, F j ) = 0 per ogni j 0 e k 1 si dice che la risoluzione (8.1) è una risoluzione aciclica di F. Data una risoluzione di F come in (8.1), si ha un complesso di coomologia (non esatto in genere) dato da (8.2) 0 F(X) ϕ X F 0 (X) ϕ0 X F 1 (X) ϕ1 X F 2 (X)... ϕ Si osservi che per la Proposizione 3.15, il morfismo ϕ X : F(X) X F 0 (X) è iniettivo e Im ϕ X = ker ϕ 0 X, ma in generale la successione (8.2) non è esatta. Indichiamo con H k (F ) la coomologia del complesso coomologico Si noti che F 0 (X) ϕ0 X F 1 (X) ϕ1 X F 2 (X)... H 0 (F ) = Kerϕ 0 X = F(X) = H 0 (X, F). ESEMPIO 8.2. Il complesso di de Rham è un esempio di risoluzione aciclica per il fascio R M (o anche C M considerando forme a coefficienti complessi). TEOREMA 8.3 (de Rham astratto). Sia F un fascio di gruppi abeliani su X, spazio topologico paracompatto. Sia 0 F ϕ F 0 ϕ 0 F 1 ϕ 1 F 2... una risoluzione aciclica di F. Allora per ogni k 0 risulta H k (F ) H k (X, F). DIMOSTRAZIONE. Il teorema vale per k = 0 come già visto. Sia K i := Ker(ϕ i ), per i = 0, 1,.... Allora la successione corta (8.3) 0 K i 1 j i 1 ϕi 1 F K i 0, è esatta per i 1 (essendo j : K i 1 F i 1 l immersione canonica). Per definizione Inoltre da cui H i (F ) = Ker(ϕi X ) Im(ϕ i 1 X ) = Ki (X) Im(ϕ i 1 X ) = H0 (X, Ki ) Im(ϕ i 1 X ). Im(ϕ i 1 X ) = Im(F i 1 (X) K i (X)) = Im(H 0 (X, F i 1 ) H 0 (X, K i )), (8.4) H i (F ) = H 0 (X, K i ) Im(H 0 (X, F i 1 ) H 0 (X, K i ))
144 FASCI E COOMOLOGIA Per il Teorema 7.7 la (8.3) induce una successione esatta lunga in coomologia: 0 H 0 (X, K i 1 ) H 0 (X, F i 1 ) H 0 (X, K i ) 1 H 1 (X, K i 1 ) 0, essendo H 1 (X, F i 1 ) = 0 poiché la risoluzione è aciclica. Pertanto dalla (8.4) si ottiene che la mappa γ i 1 indotta da 1 è un isomorfismo: H i (F ) = H 0 (X, K i ) Im(H 0 (X, F i 1 ) H 0 (X, K i )) Adesso per 2 r i si consideri la successione esatta corta 0 K i r j i r ϕi r F K i r+1 0. γ i 1 H 1 (X, K i 1 ). Questa induce una successione esatta lunga in coomologia (tenendo conto che la risoluzione è aciclica) 0 = H r 1 (X, F i r ) H r 1 (X, K i r+1 ) γi r H r (X, K i r ) H r (X, F i r ) = 0, dunque γr i : H r 1 (X, K i r+1 ) H r (X, K i r ) è un isomorfismo. Pertanto la composizione γ i := γi i γi 1 i... γ1 i è un isomorfismo H i (F ) γi 1 H 1 (X, K i 1 ) γi 2 H 2 (X, K i 2 γi )... i H i (X, K 0 ). Ora, K 0 = Ker(ϕ 0 ) = F, da cui è un isomorfismo. γ i : H i (F ) H i (X, F), OSSERVAZIONE 8.4. Dalla dimostrazione del Teorema di de Rham astratto segue che se la risoluzione non è aciclica, esiste un morfismo γ i : H i (F ) H i (M, F) che in generale non è però un isomorfismo. 9. Risoluzione canonica soft, teorema di Leray e successione di Meyer-Vietoris DEFINIZIONE 9.1. Sia X uno spazio topologico paracompatto e sia F un fascio di gruppi abeliani su M. Il fascio F [0] delle sezioni discontinue di F è definito su un aperto U X tramite F [0] (U) := {f : U x U F x : f(x) F x }. Si noti che F [0] è un fascio di gruppi abeliani e che F è un sottofascio di F [0]. PROPOSIZIONE 9.2. Sia F un fascio di gruppi abeliani su uno spazio topologico paracompatto di Hausdorff X. Allora per ogni ricoprimento aperto localmente finito U di X e per ogni p 1 vale Ȟ p (U, F [0] ) = 0.
145 9. RISOLUZIONE CANONICA SOFT, TEOREMA DI LERAY E SUCCESSIONE DI MEYER-VIETORIS 145 In particolare il fascio delle sezioni discontinue F [0] è aciclico (ovvero H j (X, F [0] ) = 0 per ogni j > 0). DIMOSTRAZIONE. Sia U = {U α } un ricoprimento aperto localmente finito di X. Sia {T α } una famiglia di insiemi (non aperti) tale che per ogni α si abbia T α U α, che T α T β = per α β e che X = T α. Sia ρ α : X N la funzione caratteristica di T α. Sia {g α0...α p } C p (U, F [0] ) tale che δ({g α0...α p }) = 0. Possiamo estendere g α0...α p ad una sezione di F [0] (X) ponendo g α0...α p (x) = 0 per x U α0... U αp. Poniamo allora f α0...α p 1 := β ρ β g βα0...α p 1. Poichè il ricoprimento è localmente finito, la somma sopra è finita per ogni x X e dunque {f α0...α p 1 } C p 1 (U, F [0] ). Si verifica direttamente che δ({f α0...α p 1 }) = {g α0...α p }. Vediamolo per p = 1; omettendo di scrivere le restrizioni, δ({f α0 }) α0 α 1 = f α1 f α0 = ρ β (g βα1 g βα0 ) = g α0 α 1 ρ β = g α0 α 1, β β come volevasi. Sia Q 0 := F [0] /F e sia F [1] il fascio delle sezioni discontinue di Q 0. Sia poi Q 1 = F [1] /Q 0 e sia F [2] il fascio delle sezioni discontinue di Q 1 e cosi via. Dalle successioni esatte di fasci di gruppi abeliani Si ottiene una successione esatta 0 F F [0] Q 0 0, 0 Q 0 F [1] Q Q p 1 F [p] Q p 0 (9.1) 0 F F [0] F [1] F [2]... che, per la Proposizione 9.2 è una risoluzione aciclica di F (detta la risoluzione canonica soft). Per il Teorema di de Rham astratto 8.3 si ha (9.2) H p (X, F) = H p (F [ ] ). DEFINIZIONE 9.3. Sia X uno spazio topologico paracompatto e sia F un fascio di gruppi abeliani su X. Sia U := {U α } un ricoprimento aperto localmente finito di X. Diciamo che U è di Leray per F (o F-aciclico) se per ogni m 0, per tutti gli indici α 0,..., α m e per ogni p 1 si ha H p (U α0... U αm, F) = 0. Ricordiamo che, per definizione di coomologia di Čech, per ogni fascio di gruppi abeliani G su X esiste un omomorfismo di gruppi Φ q U : Ȟq (U, G) H q (X, G).
146 FASCI E COOMOLOGIA TEOREMA 9.4 (Leray). Sia X uno spazio topologico paracompatto, sia F un fascio di gruppi abeliani su X. Sia U un ricoprimento aperto localmente finito di X che è di Leray per F. Allora per ogni p 0, Φ p U : Ȟp (U, F) H p (X, F), è un isomorfismo. DIMOSTRAZIONE. Si consideri la successione esatta di fasci di gruppi abeliani 0 F F [0] Q 0 0, dove F [0] è il fascio delle sezioni discontinue di F. Proviamo che U è di Leray per Q 0. Infatti, restringendo la successione esatta all aperto V := U α0... U αm si ottiene una nuova successione esatta di fasci di gruppi abeliani e, passando alla successione esatta lunga in coomologia, si ha la successione esatta di gruppi abeliani per p 1 0 Prop. 9.2 = H p (V, F [0] ) H p (V, Q 0 ) H p+1 (V, F) H p+1 (V, F [0] Prop. 9.2 ) = 0, da cui H p (U α0... U αm, Q 0 ) H p+1 (U α0... U αm, F) = 0 per ipotesi e dunque U è di Leray per Q 0. Guardiamo adesso la successione esatta lunga in coomologia al livello p = 0, poiché U è di Leray per F, si ha che 0 F(U 0... U αm ) F [0] (U 0... U αm ) Q 0 (U 0... U αm ) 0 è esatta per ogni m 0 e indici α 0,..., α m. Pertanto per ogni p 0 la successione 0 C p (U, F) C p (U, F [0] ) C p (U, Q 0 ) 0 è esatta. Per l Osservazione 7.8 si ha dunque una successione esatta lunga (9.3)... Ȟp (U, F) Ȟp (U, F [0] ) Ȟp (U, Q 0 ) Ȟp+1 (U, F)... Per p = 0, come già visto, si ha Ȟ 0 (U, G) G(X) H 0 (X, G), per ogni fascio G su X, e Φ 0 U è chiaramente un isomorfismo. Per p = 1, per la (9.3) e utilizzando la Proposizione 9.2, si ha il seguente diagramma commutativo con righe esatte (9.4) Ȟ 0 (U, F [0] ) Ȟ0 (U, Q 0 ) Ȟ1 (U, F) 0 Φ 0 U Φ 0 U Φ 1 U H 0 (X, F [0] ) H 0 (X, Q 0 ) H 1 (X, F) 0 da cui segue che Φ 1 U : Ȟ1 (U, F) H 1 (X, F) è un isomorfismo.
147 9. RISOLUZIONE CANONICA SOFT, TEOREMA DI LERAY E SUCCESSIONE DI MEYER-VIETORIS 147 Per p 2, ragioniamo per induzione: supponiamo che per p 2 e per ogni fascio di gruppi abeliani per cui U sia di Leray il teorema valga. Dal seguente diagramma commutativo con righe esatte: 0 Ȟp (U, Q 0 ) Ȟp+1 (U, F) 0 Φ p U Φ p+1 0 H p (X, Q 0 ) H p+1 (X, F) 0 segue che Φ p+1 U : Ȟp+1 (U, F) H p+1 (X, F) è un isomorfismo. OSSERVAZIONE 9.5. Sia X uno spazio topologico paracompatto e sia F un fascio di gruppi abeliani su X. Per ogni ricoprimento aperto localmente finito U di X il morfismo Φ 1 U : Ȟ1 (U, F) H 1 (X, F) è iniettivo. Infatti, con le notazioni del Teorema di Leray, a partire dalla successione esatta di complessi coomologici 0 C p (U, F) C p (U, F [0] ) C p (U, Q 0 ) si ottiene la successione esatta di complessi coomologici 0 C p (U, F) C p (U, F [0] ) C p L (U, Q0 ) 0, dove C p L (U, Q0 ) C p (U, Q 0 ) è il sottogruppo delle p-cocatene che sono immagini di p-cocatene di C p (U, F [0] ). Allora, ponendo Ȟ L (U, Q0 ) la coomologia del complesso {C L (U, Q0 ), δ }, si ottiene una successione esatta lunga in coomologia, da cui, guardando i primi termini si ha il diagramma commutativo con righe esatte Ȟ 0 (U, F [0] ) Ȟ0 L (U, Q0 ) Ȟ1 (U, F) 0 Φ 0 U ι Φ 1 U H 0 (X, F [0] ) H 0 (X, Q 0 ) H 1 (X, F) 0 dove ι : Ȟ 0 L (U, Q0 ) H 0 (X, Q 0 ) è l immersione naturale. Da questo segue facilmente che Φ 1 U è iniettiva. TEOREMA 9.6 (Meyer-Vietoris). Sia X uno spazio topologico paracompatto. Siano U, V due aperti di X tali che X = U V. Sia F un fascio di gruppi abeliani su X. Allora la successione seguente è esatta:... H p (X, F) H p (U, F U ) H p (V, F V ) H p (U V, F U V ) H p+1 (X, F)... DIMOSTRAZIONE. Sia 0 F F [0] F [1]... la risoluzione canonica soft di F. Si considerino i complessi coomologici {F [ ] (X)}, {F [ ] (U) F [ ] (V )}, {F [ ] (U V )} definiti in precedenza. Per ogni p 0 la successione di gruppi abeliani 0 F [p] (X) θp F [p] (U) F [p] (V ) ηp F [p] (U V ) 0 U
148 FASCI E COOMOLOGIA definita tramite θ p (s) = (s U, s V ) e η p (a, b) = a U V b U V è esatta. Infatti, è chiaro che θ p è iniettiva e che Im θ p = ker η p poiché F [p] è un fascio. La suriettività di η p segue dal fatto che ogni sezione di F [p] (U V ) si estende (ponendo 0 fuori da U V ) ad una sezione di F [p] (U). Pertanto le θ, η determinano una successione esatta di complessi coomologici e per il Lemma del Serpente 5.9 del Capitolo 3 e per il Teorema di de Rham astratto 8.3 si ottiene il risultato Aciclicità dei fasci di C -moduli. 10. Applicazioni TEOREMA Sia M una varietà (reale o complessa) e sia F un fascio di CM -moduli su M. Allora H p (M, F) = 0, per p > 0. DIMOSTRAZIONE. Sia U = {U α } un ricoprimento localmente finito di M tale che ciascun U α sia relativamente compatto in M e sia {ρ α } una partizione dell unità associata. Sia {g α0...α p } C p (U, F) tale che δ({g α0...α p }) = 0. Estendendo ρ β g βα0...α p 1 a 0 fuori dal supporto di ρ β in U α0... U αp 1, si può pensare a ρ β g βα0...α p 1 come una sezione C di F su U α0... U αp 1. Poniamo allora f α0...α p 1 := β ρ β g βα0...α p 1. Poichè il ricoprimento è localmente finito, la somma sopra è finita per ogni x M e dunque {f α0...α p 1 } C p 1 (U, F). Si verifica direttamente che δ({f α0...α p 1 }) = {g α0...α p }. Vediamolo per p = 1; omettendo di scrivere le restrizioni, δ({f α0 }) α0 α 1 = f α1 f α0 = ρ β (g βα1 g βα0 ) = g α0 α 1 ρ β = g α0 α 1, β come volevasi Coomologia del fascio localmente costante. Sia M una varietà. Se K = Z, Q, R, C allora H p (M, K M ) H p (M, K) (dove H p (M, K) rappresenta il p-simo gruppo di coomologia simpliciale di M). In particolare, H p (M, K M ) è un invariante topologico di M Successione esponenziale. Se M è una varietà, la successione esponenziale nella categoria C dà luogo ad una successione esatta lunga, di cui esaminiamo la parte: H p (M, C M ) H p (M, (C M ) ) H p+1 (M, Z M ) H p+1 (M, C M ), qui CM è il fascio delle funzioni C a valori complessi. Per il Teorema 10.1, per p 1 si ha H p (M, CM ) = 0. Dunque H p (M, (C M ) ) H p+1 (M, Z M ) H p+1 (M, Z). β
149 Per p = 1 risulta allora (10.1) H 1 (M, (C M ) ) H 2 (M, Z). 10. APPLICAZIONI 149 Poiché H 1 (M, (C M ) ) rappresenta a meno di isomorfismi di classe C i fibrati vettoriali con fibra complessa e rango 1 (si veda l Osservazione 7.6), si ha che PROPOSIZIONE Sia M una varietà tale che H 2 (M, Z) = 0 (in particolare ciò è vero se M è contrattile). Allora ogni fibrato vettoriale con fibra complessa di rango uno è banale in modo C La prima classe di Chern di un fibrato lineare. Sia M una varietà complessa. Dalla successione esponenziale, si ha un morfismo c 1 : Pic(M) H 2 (M, R) dato dalla composizione c 1 : Pic(M) H 1 (M, O M) H 2 (M, Z M ) H 2 (M, R M ) H 2 (M, R). DEFINIZIONE L immagine c 1 (L) H 2 (M, R) si dice la prima classe di Chern del fibrato lineare L. Si noti che, per definizione, c 1 : Pic(M) H 2 (M, R) è un omomorfismo di gruppi abeliani, ovvero c 1 (L L ) = c 1 (L) + c 1 (L ). PROPOSIZIONE Sia M una varietà complessa e sia U = {U j } un ricoprimento di M tale che U j U k sia semplicemente connesso per ogni j, k. Sia L un fibrato lineare su M con funzioni di transizione {g jk }. Allora c 1 (L) è rappresentato da [{z jkl }] Ȟ2 (U, R M ) con z jkl = i 2π [(log g jk) Uj U k U l (log g jl ) Uj U k U l + (log g kl ) Uj U k U l ], dove log indica una qualunque determinazione olomorfa del logaritmo. DIMOSTRAZIONE. Poiché U j U k è semplicemente connesso, allora g jk ammette un logaritmo (e questo è unico modulo 2πiZ). Per la convenzione fatta nella scelta dell isomorfismo tra Pic(M) e H 1 (M, O M ), il fibrato L corrisponde alla classe σ L := [{g 1 jk }] Ȟ1 (U, OM ). Abbiamo c 1 (L) = δ(σ L ), dove δ : Ȟ 1 (U, OM ) Ȟ2 (U, Z) è l operatore costruito tramite la caccia nel diagramma come nel Lemma del Serpente 5.9 del Capitolo 3. Per costruzione: C 1 (U, O M ) 1 log g 2πi jk 0 C 2 (U, Z M ) C 2 (U, O M ) {z jkl } da cui segue il risultato. exp(2πi ) {g 1 jk } C1 (U, O M ) 0 OSSERVAZIONE Se M è una varietà è sempre possibile trovare un ricoprimento U tale che U j U k sia semplicemente connesso per ogni j, k.
150 FASCI E COOMOLOGIA Fibrati lineari, sezioni meromorfe e divisori di Cartier. Sia M una varietà complessa. Dalla successione esatta che definisce il fascio dei divisori, si ha il morfismo essendo χ un isomorfismo. H 0 (M, D M ) H 1 (M, OM) χ Pic(M), DEFINIZIONE Se D D M (M) è un divisore di Cartier, si definisce O(D) := χ( (D)), e si dice il fibrato lineare associato al divisore D. Se D è un divisore di Cartier allora per definizione esiste un ricoprimento U = {U α } di M e m α M M (U α) tali che m α /m β OM (U α U β ) per ogni U α U β. Per la definizione di, si verifica subito che (D) è rappresentato dalla classe { m β m α } in Ȟ1 (U, OM ), e per la definizione di χ, si ottiene che O(D) è il fibrato lineare su M che ha funzioni di transizione locali rispetto a U date da { mα m β }. ESERCIZIO Si verifichi che la precedente definizione coincide con la costruzione fatta nella Sezione 8.2 del Capitolo 2 per i divisori di Cartier effettivi. Si osserva inoltre che due divisori D, D danno luogo allo stesso fibrato lineare se e solo se esiste una sezione f su M di M M tale che D D = (f), dove (f) indica il divisore su M determinato da f nel morfismo H 0 (M, M M ) H0 (M, D M ). Due divisori che danno luogo allo stesso fibrato lineare si dicono linearmente equivalenti. DEFINIZIONE Sia L un fibrato lineare su una varietà complessa M e sia L il fascio delle sezioni olomorfe di L. Una sezione meromorfa globale di L è un elemento m H 0 (M, M M OM L)). PROPOSIZIONE Sia L un fibrato lineare su M con funzioni di transizione {g αβ } relative ad un dato ricoprimento {U α } di M trivializzante per L. Se {m α } è una famiglia tale che m α M M (U α ) e m α = g αβ m β per ogni U α U β allora {m α } determina una sezione meromorfa globale m({m α }) di L. Viceversa, se m è una sezione meromorfa globale di L, allora esistono un ricoprimento {U α } di M trivializzante per L e su cui L abbia funzioni di transizione {g αβ }, e m α M M (U α ) tali che m α = g αβ m β per ogni U α U β e si abbia m({m α }) = m. DIMOSTRAZIONE. Sia {U α } un ricoprimento di M trivializzante per L con funzioni di transizione {g αβ } e sia {m α } una famiglia tale che m α M M (U α ) e m α = g αβ m β per ogni U α U β. Sia L il fascio delle sezioni olomorfe di L. Per ogni α siano e α L(U α ) le sezione (mai nulle) di L Uα tali che (cfr. Osservazione 2.15) e α = g βα e β su U α U β. Per ogni α si ha che m α e α M M (U α ) OM (U α) L(U α ). Inoltre, poiché su U α U β si ha m α e α = m α (g βα e β ) = (g βα m α ) e β = m β e β,
151 10. APPLICAZIONI 151 le {m α e α } definiscono un elemento di (M M OM L)(M) = H 0 (M, M M OM L) che denotiamo m({m α }). Viceversa, se m H 0 (M, M M OM L) = (M M OM L)(M), per definizione esistono un ricoprimento aperto {U α } di M e delle sezioni v α M M (U α ) OM (U α) L(U α ) tali che v α Uα Uβ = v β Uα Uβ per ogni U α U β e v α = m Uα. Si può supporre che {U α } sia un aperto trivializzante per L con funzioni di transizione {g αβ }. Siano e α L(U α ) le sezioni mai nulle tali che e α = g βα e β. Allora possiamo scrivere v α = m α e α per qualche m α M M (U α ). Poiché e α = g βα e β e m α e α Uα Uβ = m β e β Uα Uβ su U α U β, risulta (m α g αβ m β ) e α = 0 su U α U β e pertanto m α = g αβ m β. È infine chiaro dalla costruzione che m = m({m α }) perché le loro restrizioni a U α coincidono per ogni α. PROPOSIZIONE Sia L un fibrato lineare su una varietà complessa M. Allora esiste un divisore di Cartier D D M (M) tale che L = O(D) se e solo se L ammette una sezione meromorfa globale m non identicamente nulla. Inoltre, D è effettivo se e solo se m è olomorfa. DIMOSTRAZIONE. Posto ι : H 1 (M, OM ) H1 (M, M M ) il morfismo naturale, dalla successione esatta lunga associata alla successione esatta corta che definisce il fascio dei divisori si ha la successione esatta H 0 (M, D M ) χ Pic(M) ι χ 1 H 1 (M, M M). Per l esattezza della successione abbiamo che dato L Pic(M), ι(χ 1 (L)) = 0 se e solo se esiste D H 0 (M, D M ) tale che χ( (D)) = L e dunque, per definizione O(D) = L. Esplicitiamo la condizione ι(χ 1 (L)) = 0 in H 1 (M, M M ). Se L è determinato dai cocicli {g αβ }, allora χ 1 (L) è determinato da [{g βα }] Ȟ1 (U, OM ) (essendo U = {U α} un ricoprimento di M trivializzante L). Dire che ι([{g βα }]) = 0 Ȟ1 (U, M M ) significa che esistono m α M M (U α) tali che δ({m α }) αβ := m β m α Uα U β = g βα. Pertanto il divisore D H 0 (M, D M ) tale che O(D) = L è definito dalle {m α } e per la Proposizione 10.9 le {m α } determinano una sezione globale meromorfa m di L non identicamente nulla. Si noti che m è olomorfa se e solo se D è effettivo. Viceversa, se m è una sezione meromorfa di L, allora per la Proposizione 10.9 esistono un ricoprimento {U α } di M trivializzante per L e su cui L abbia funzioni di transizione {g αβ }, e m α M M (U α ) tali che m α = g αβ m β per ogni U α U β. Pertanto se D è il divisore di Cartier definito da {m α } risulta χ( (D)) = L, essendo (D) definito da { m β m α Uα Uβ }. OSSERVAZIONE Con le notazioni della Proposizione 10.9, sia m = m({m α }) una sezione meromorfa globale non identicamente nulla di un fibrato lineare L. Sia q Z. Si definisce allora una sezione meromorfa globale m q di L q (dove L 1 = L ) tramite m(m q ) := {m q α}. Il lettore verifichi che effettivamente tale definizione determina una sezione meromorfa globale di L q.
152 FASCI E COOMOLOGIA ESEMPIO Sia U 0 = {[z 0 :... : z n ] CP n : z 0 0}. Definiamo s 0 : U 0 O( 1) tramite s 0 ([z 0 :... : z n ]) := ([z 0 :... : z n ], (1, z 1,..., z n )). z 0 z 0 Allora s 0 è una sezione olomorfa di O( 1) U0. Si provi che s 0 si estende ad una sezione meromorfa m di O( 1) su CP n con poli di ordine uno sull iperpiano H = {[z 0 :... : z n ] : z 0 = 0}. Dunque m 1 è una sezione olomorfa di O(1) = O( 1) e per quanto visto sopra il divisore associato è [H]. Pertanto otteniamo nuovamente che O([H]) = O(1). ESERCIZIO Sia p(z 0,..., z n ) un polinomio omogeneo di grado m 1. Provare che p definisce un divisore di Cartier effettivo S su CP n supportato su {p = 0}. Provare poi che f := zm 0 è una funzione meromorfa globale di p(z) CPn non identicamente nulla, ovvero un elemento di H 0 (CP n, M CP n). Dedurne che m[h] [S] = (f) in H0 (CP n, D CP n), dove abbiamo indicato con (f) il divisore di Cartier associato ad f e con m[h] il divisore di Cartier definito da [H] [H], ovvero, dato da z0 m. Da qui risulta che O(m) = O(m[H]) = O([S]) Il complesso di de Rham. COROLLARIO Sia M una varietà reale. Allora per ogni i = 0, 1,... risulta H i dr(m) H i (M, R M ) H i (M, R). DIMOSTRAZIONE. Il primo isomorfismo segue dal Teorema di de Rham astratto applicato alla risoluzione aciclica del fascio localmente costante R M data dal complesso di de Rham. Il secondo isomorfismo segue dalla Sezione OSSERVAZIONE Dal Corollario segue che H i (M, R M ) è un invariante topologico di una varietà reale M che può essere calcolato tramite metodi di geometria differenziale. In particolare, se M è un retratto (topologico) di deformazione di N, allora H i (M, R) = H i (N, R). Dunque, se M è contrattile, allora H i (M, R M ) = 0 per ogni i Il complesso di Dolbeault. Sia M una varietà complessa. Il fascio delle sezioni del fibrato p,q M lo denotiamo C,(p,q) M. Essendo fasci di CM -moduli, si ha Hj (M, C,(p,q) M ) = 0 per ogni j > 0 e per ogni p, q. Per il Lemma di Poincaré-Grothendieck 6.2 del Capitolo 3 abbiamo dunque una risoluzione aciclica 0 O M C M = C,(0,0) M C,(0,1) M del fascio O M. Dunque per il Teorema di de Rham astratto si ha... C,(0,2n) M 0 TEOREMA (Dolbeault). Sia M una varietà complessa. Risulta per ogni j 0 H j (M, O M ) = H j (M).
153 10. APPLICAZIONI Fibrati lineari, ipersuperfici e divisori su C n. Dal Lemma di Poincaré-Grothendieck 6.2 del Capitolo 3 e dal Teorema di Dolbeault risulta H j (C n, O C n) = 0, j 1. Dalla successione esponenziale passando alla successione esatta lunga in coomologia si ha Pic(C n ) = H 1 (C n, O C n) = H2 (C n, Z) = 0, ovvero ogni fibrato lineare su C n è olomorficamente triviale. Sia D C n un divisore di Cartier effettivo definito da un ricoprimento {U j } di C n e da f j O C n(u j ). Allora esistono f jk : U j U k C olomorfe tali che f j /f k = f jk su U j U k. Le {f jk } determinano un fibrato lineare O(D) che è banale per quanto appena visto; ovvero (a meno di passare ad un sottoricoprimento) esistono g j OC n(u j) tali che g k /g j = g jk su U j U k. Dunque f j /f k = g k /g j in U j U k. Ponendo f j := f j g j, risulta che il divisore D è definito anche da {U j, f j }. Ma f j = f k su U j U k e dunque esiste f O C n(c n ) tale che f Uj = f j e dunque D è definito da f su C n. In particolare se Z è una sottovarietà regolare di C n di codimensione 1, allora esiste una funzione olomorfa f : C n C tale che Z = {f = 0}. In generale, dalla successione esatta corta che definisce il fascio dei divisori di Cartier D C n passando alla successione esatta lunga in coomologia si ha H 0 (C n, D C n) H 0 (C n, M C n)/h0 (C n, O C n). Ovvero, ogni divisore D su C n è definito da una sezione globale di M C n Alcuni fatti senza dimostrazione sulla coomologia di CP n. (1) { H p (CP n Z p = 2k, 0 k m, Z) = 0 altrimenti (2) H p (CP n, O CP n) = { C p = 0 0 p > 0 (3) dalla successione esponenziale segue dunque Pic(CP n ) Z, l isomorfismo essendo dato dalla prima classe di Chern c 1 (a valori interi). (4) L algebra di coomologia H (CP n, Z) Z[h]/h n+1 dove h = c 1 (O(1)). Dai fatti precedenti segue che tutti e soli i fibrati lineari (a meno di isomorfismi di fibrati olomorfi) su CP n sono i fibrati tautologici O(k). Essendo O(1) = O([H]) il fibrato iperpiano, risulta che O(1) ha una sezione olomorfa globale s (che determina l iperpiano H). Pertanto O(k) ha una sezione olomorfa globale s k per ogni k 0 e O( k) ha una sezione meromorfa globale 1/s k per ogni k < 0.
154 FASCI E COOMOLOGIA In particolare, ogni fibrato lineare su CP n ammette una sezione meromorfa e dunque per la Proposizione è il fibrato associato ad un divisore. In altri termini è suriettiva. H 0 (CP n, D CP n) H 1 (CP n, O CP n) Successioni esatte e spezzamento. Sia 0 F α E β G 0 una successione esatta corta di fibrati vettoriali, che denotiamo con E, su una varietà M. Per la Proposizione 10.3 del Capitolo 2 è determinata una successione esatta corta di fibrati vettoriali (10.2) 0 Hom(G, F ) α Hom(G, E) β Hom(G, G) 0 che determina una successione esatta lunga in coomologia (per i fasci delle rispettive sezioni). In particolare si ha il morfismo DEFINIZIONE Vale allora il seguente teorema δ : H 0 (M, Hom(G, G)) H 1 (M, Hom(G, F )). a(e) := δ(id G ). TEOREMA (Grothendieck). Sia M una varietà e sia E una successione esatta corta di fibrati vettoriali su M. Allora E spezza se e solo se a(e) = 0. DIMOSTRAZIONE. Supponiamo a(e) = 0. Allora per definizione δ(id G ) = 0. Dalla successione esatta lunga in coomologia H 0 (M, Hom(G, E)) H 0 (M, Hom(G, G)) H 1 (M, Hom(G, F )) risulta che esiste g H 0 (M, Hom(G, E)) tale che β g = id G e dunque per il Lemma 4.7 la successione E spezza. Viceversa, se la successione E spezza, allora esiste g H 0 (M, Hom(G, E)) tale che β g = id G, dunque id G appartiene all immagine H 0 (M, Hom(G, E)) H 0 (M, Hom(G, G)) e pertanto δ(id G ) = 0, ovvero a(e) = 0. COROLLARIO Sia M una varietà (reale o complessa). Sia 0 F E G 0 una successione esatta corta di fibrati vettoriali. Se H 1 (M, Hom(G, F )) = 0 allora la successione spezza. COROLLARIO Sia M una varietà e sia 0 F E G 0 una successione di fibrati vettoriali (con fibra reale o complessa). Allora la successione spezza in modo C.
155 10. APPLICAZIONI 155 DIMOSTRAZIONE. Il fascio delle sezioni C di Hom(G, E) è un fascio di CM -moduli, dunque è aciclico. La tesi segue allora dal corollario precedente.
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157 CAPITOLO 5 Connessioni su fibrati 1. Connessioni su fibrati vettoriali Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa (o reale) su una varietà (reale o complessa) M e sia E il fascio delle sezioni C di E. Con il simbolo Ω 1 (E) si denota il fascio delle uno forme a valori in E, ovvero, per definizione, Ω 1 (E) è il fascio delle sezioni C del fibrato Ω 1 (E) := 1 M E. OSSERVAZIONE 1.1. Se M è una varietà complessa e E è un fibrato olomorfo, Ω 1 (E) è un fascio di O M -moduli localmente libero, che può essere considerato anche come un fascio di CM -moduli localmente libero (con C M il fascio delle funzioni C a valori complessi). Nel seguito considereremo, salvo avviso contrario, solo sezioni C dei fibrati con fibra complessa, dunque solo fasci di CM,C -moduli localmente liberi. Pertanto M indicherà, salvo avviso contrario, una varietà reale mentre T M, T M,... indicano i fibrati complessi, ovvero T M (M C), T M (M C),... DEFINIZIONE 1.2. Una connessione per E è un morfismo C-lineare (ovvero anche un morfismo di fasci di C M -moduli) : E Ω 1 (E) tale che per ogni aperto U M, f CM (U) e e E(U) risulta (fe) = df e + f e. OSSERVAZIONE 1.3. Sia una connessione per un fibrato E. Allora se U M è un aperto ed e E(U), per definizione e C (U, T M). In particolare, se v T p M si denota v e := ( e) p (v). Si può pensare a v e come la derivata di e nella direzione v in p. Si noti che, per definizione, av+bw = a v + b w a, b C M (U), v, w C (U, T M). ESEMPIO 1.4. Sia E un fibrato vettoriale su M isomorfo al fibrato banale M C k. Sia {e 1,..., e k } una base di E su M. Allora E C k M e ogni sezione e E(U) si può scrivere in modo unico come combinazione lineare e(x) = k j=1 s j(x)e j (x) per x U, essendo s := 157
158 CONNESSIONI SU FIBRATI (s 1,..., s k ) : U C k una funzione C. Si definisce allora una connessione banale per E rispetto alla base {e 1,..., e k } imponendo Per definizione di connessione risulta allora e j = 0, j = 1,..., k. e = ( s j e j ) = (s j e j ) = ds j e j. Si osservi che tale connessione dipende dalla trivializzazione scelta per E. TEOREMA 1.5. Sia E un fibrato vettoriale su M. Allora E ammette connessioni. DIMOSTRAZIONE. Sia {U α } un ricoprimento localmente finito di M con ciascun U α relativamente compatto in M e tale che E Uα sia banale. Sia {ρ α } una partizione dell unità subordinata a {U α }. Per ogni α sia {e α 1,..., e α k } una base di E U α. Sia α la connessione banale per E Uα rispetto alla base {e α 1,..., e α k }. Si definisca := ρ α α. Si verifica allora immediatamente che è una connessione per E Espressioni in basi locali. Sia una connessione per E. Sia {U α } un ricoprimento trivializzante per E, tali che E Uα U α C k. Sia {e α 1,..., e α k } una base locale di E su U α. Poniamo k (1.1) e α j = θij α e α i per opportune 1-forme θij α su U α. Data s una sezione C di E su U α, si ha s(x) = a α j (x)e α j (x), essendo le a α j funzioni C, e dunque ( ) da α j e α j + a α j e α j i=1 : U α C s = a α j e α j = j j = ( ) k da α j e α j + a α j θij α e α i j i=1 = [ ] k da α j + a α hθjh α e α j. j h=1 a α 1 (x) In altri termini, se indichiamo con s α (x) =. il vettore delle componenti di s, e a α k (x) denotiamo con θ α = (θjh α ) la matrice k k con entrate le 1-forme θα jh, si ha (1.2) s α = ds α + θ α s α.
159 1. CONNESSIONI SU FIBRATI VETTORIALI 159 DEFINIZIONE 1.6. La k k matrice θ α si dice la matrice di 1-forme di connessione di rispetto alla base {e α 1,..., e α k }. Ricordiamo che se {g αβ } sono le funzioni di transizione di E, le sezioni del fascio associato (come basi di vettori) cambiano tramite { t g 1 αβ } (si veda l Osservazione 2.15 del Capitolo 4). Dunque, cambiando aperto trivializzante si ha e α i = h ghi βα eβ h su U α U β. Dalla (1.1) si ha da un lato k k e α j = θij α e α i = θij α ( k k ) gβαe hi β h = θijg α βα hi e β h, i=1 i=1 h h=1 i=1 e dall altro e α j = = h ( ( h g hj βα eβ h ) = h dg hj βα eβ h + ghj βα da cui si ottiene per h = 1,..., k k i=1 ( ) dg hj βα eβ h + ghj βα eβ h ) k θ β ih eβ i = i=1 θ α ijg hi βα = dg hj βα + k i=1 ( k dg hj βα + h=1 g ij βα θβ hi k i=1 g ij βα θβ hi Moltiplicando ambo i membri per gαβ lh e sommando in h, tenendo presente che h glh αβ ghi βα = δl i, si ottiene ovvero e in forma matriciale k i,h=1 θ α ijg lh αβg hi βα = h θ α lj = h g lh αβdg hj βα + g lh αβdg hj βα + k i,h=1 k i,h=1 g ij βα θβ hi glh αβ (1.3) θ α = g αβ dg βα + g αβ θ β g βα. g ij βα θβ hi glh αβ OSSERVAZIONE 1.7. Se {θ α } è una famiglia di k k matrici di 1-forme definite su un ricoprimento {U α } di M che trivializza E e soddisfa (1.3), allora esiste (ed è unica) una connessione per E con 1-forme di connessioni date da θ α, definita tramite la (1.1). Il lettore verifichi per esercizio. ) e β h
160 CONNESSIONI SU FIBRATI 2. La (prima) classe di Atiyah Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa su una varietà M. Definiamo il fascio J 1 E di spazi vettoriali su C dato da τ(m) U J 1 E(U) := E(U) Ω 1 (E)(U). Si verifichi che è effettivamente un fascio di gruppi abeliani. Dotiamo adesso J 1 E di una struttura di fascio di C M -moduli nel modo seguente. Sia α := e 1 ω J 1 E(U) = E(U) Ω 1 (E)(U) e f C M (U). Si pone fα := fe 1 (fω + df e 1 ). Si verifica (per esercizio) che la successione corta di CM -moduli data da (2.1) 0 Ω 1 (E) a J 1 E b E 0 dove a(ω) := 0 ω e b(e 1 ω) := e 1, è esatta. Poiché E è localmente libero, la successione (2.1) spezza localmente (si veda l Esercizio 4.8 nel Capitolo 4). Dunque esiste un ricoprimento {U α } di M tale che E Uα e Ω 1 (E) Uα sono liberi, ovvero J 1 E Uα Ω 1 (E) Uα E Uα (C M ) nk Uα (C M ) k Uα. Pertanto J 1 E è un fascio di CM -moduli localmente libero. Il fibrato vettoriale ad esso associato si denota J 1 E. DEFINIZIONE 2.1. Sia E un fibrato vettoriale su M. Il fibrato vettoriale J 1 E si chiama il fibrato degli uno getti di E. OSSERVAZIONE 2.2. Si osservi che se M è una varietà complessa e E è un fibrato olomorfo, la stessa costruzione precedente rende J 1 E un fibrato vettoriale olomorfo. PROPOSIZIONE 2.3. Ogni connessione per E determina uno spezzamento della successione esatta corta (2.1). Viceversa, ogni spezzamento della successione esatta corta (2.1) determina una connessione per E. DIMOSTRAZIONE. Se è una connessione per E, si definisce j : E J 1 E tramite j(e) := e e. In effetti j è un CM -morfismo, essendo per f C M (U), e E(U) j(fe) = fe (fe) = fe (df e + f e) = f(e e). Ovviamente b j = id e dunque determina uno spezzamento della successione (2.1). Viceversa, se la successione (2.1) spezza, esiste un C M -morfismo j : E J 1 E tale che b j = id. Sia π : J 1 E Ω 1 (E) definita sugli elementi semplici da Si noti che π è C-lineare ma non C M -lineare. π(e ω) := ω.
161 Si pone allora 2. LA (PRIMA) CLASSE DI ATIYAH 161 := π j. Si ha : E Ω 1 (E). Inoltre è C-lineare. Infine per f CM (U), e E(U) (fe) = π(fj(e)) = π(f(e ω)) = π(fe (fω + df e)) = fω + df e = f e + df e. Dunque è una connessione per E. OSSERVAZIONE 2.4. La Proposizione precedente dà una dimostrazione alternativa dell esistenza di connessioni per fibrati vettoriali. Infatti la successione di CM -moduli (2.1) spezza sempre per il Corollario del Capitolo 4. Se E è un fibrato olomorfo sulla varietà complessa M, si può considerare la successione esatta corta E di O M -moduli data dalle sezioni olomorfe dei fibrati: (2.2) 0 O M (Ω 1 (E)) a O M (J 1 b E) O M (E) 0. Sia a(e) H 1 (M, O M (Hom(E, Ω 1 (E))) la classe definita in Definizione nel Capitolo 4. DEFINIZIONE 2.5. La (prima) classe di Atiyah a(e) di E, è data da a(e) := a(e) H 1 (M, O M (Hom(E, Ω 1 (E))). ESERCIZIO 2.6. Si trovi l espressione dell 1-cociclo che rappresenta a(e) nella coomologia di Čech. DEFINIZIONE 2.7. Sia E un fibrato vettoriale olomorfo su una varietà complessa M. Una connessione olomorfa per E è un morfismo C-lineare : O M (E) O M (Ω 1 (E)) tale che per ogni aperto U M, f O M (U) e e O M (E)(U) risulta (fe) = df e + f e. PROPOSIZIONE 2.8. Sia E un fibrato vettoriale olomorfo su una varietà complessa M. Allora E ammette una connessione olomorfa se e solo se a(e) = 0. DIMOSTRAZIONE. Basta ragionare come in Proposizione 2.3, tenendo presente che a(e) = 0 se e solo se la successione esatta corta (2.2) spezza come successione di O M -moduli localmente liberi. Si osservi che in genere un fibrato olomorfo non ammette connessioni olomorfe (mentre ammette sempre connessioni C ).
162 CONNESSIONI SU FIBRATI 3. Curvatura di una connessione Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa su una varietà M. Sia un connessione per E. Sia Ω p (E) il fascio delle p-forme a valori in E. Ovvero Ω p (E) è il fascio delle sezioni del fibrato vettoriale p M E. Si può estendere la connessione come morfismo C-lineare tramite per ω Ω p (U), e E(U). : Ω p (E) Ω p+1 (E) (ω e) := dω e + ( 1) p ω e, OSSERVAZIONE 3.1. Si noti che se ω e Ω p (E)(U), e f CM (U) si ha (f(ω e)) = ((fω) e) = d(fω) e + ( 1) p fω e = df ω e + f (ω e). DEFINIZIONE 3.2. L operatore R := : E Ω 2 (E) si dice la curvatura di. PROPOSIZIONE 3.3. La curvatura R è un morfismo CM -lineare, ovvero 2 R CM (M, Hom(E, M E)) C M (M, E E (T M T M)). DIMOSTRAZIONE. Sia e E(U) e f CM (U). Allora R(fe) = (f e + df e) = (f e) + (df e) = df e + fr(e) + d 2 f e df e = fr(e), che prova che R è un morfismo di CM -moduli e dunque la tesi segue per quanto visto nella Sezione 4 del Capitolo Espressioni in basi locali. Studiamo l espressione della curvatura di una connessione in termini di una base locale (con le notazioni poc anzi introdotte). Scriviamo k (3.1) R(e α j ) = Khj α e α h, con K α = (K hj ) una k k matrice le cui entrate sono 2-forme su U α. Per definizione k k R(e α j ) = ( e α j ) = ( θij α e α i ) = (θij α e α i ) = = i=1 h=1 i=1 ( k ( ) k dθ α ij e α i θij α e α i = dθij α e α i θij α i=1 ( k dθhj α h=1 i=1 ) k θtj α θht α e α h t=1 ) k θli α e α l l=1
163 da cui si ottiene per h, j = 1,..., k (3.2) K α hj = dθ α hj 3. CURVATURA DI UNA CONNESSIONE 163 k θtj α θht α = dθhj α + t=1 k θht α θtj. α Definendo θ α θ α la matrice k k ottenuta facendo il prodotto esterno riga per colonna di θ α con se stessa (ovvero l entrata di posto h, j è k t=1 θα ht θα tj), la (3.2) si può esprimere in forma matriciale come (3.3) K α = dθ α + θ α θ α. Le (3.2) e (3.3) sono dette equazioni di struttura. OSSERVAZIONE 3.4. Si osservi che t (θ α θ α ) = t θ α t θ α. In particolare ne segue che la traccia della matrice θ α θ α è nulla, ovvero (3.4) tr(θ α θ α ) = 0. Cambiando base locale per E, dalla (3.3) si ha ( ) R(e α j ) = R g hj βα eβ h = g hj βα R(eβ h ) = h h h = g hj βα Kβ lh gαβ tl e α t = ( l,h t t h,l e confrontando con (3.1) si ottiene (3.5) K α tj = h,l In termini matriciali, la (3.5) è equivalente a t=1 g hj βα g hj βα Kβ lh gtl αβ g hj βα Kβ lh gtl αβ t, j = 1,..., k. (3.6) K α = g αβ K β g βα, K β lh eβ l come si poteva desumere anche direttamente dal fatto che R è una sezione del fibrato Hom(E, E) 2 M. OSSERVAZIONE 3.5. Se k = 1, ovvero se E è un fibrato con fibra complessa di rango uno, tenuto presente che θ α, K α sono delle forme e g αβ (x) sono funzioni complesse mai nulle, le formule precedenti diventano (3.7) θ α θ β = dg βα g βα = d log(g βα ), (3.8) K α = dθ α, (3.9) K α = K β, l ) e α t
164 CONNESSIONI SU FIBRATI ovvero, {K α } determina una sezione globale di 2 M (cioè una 2-forma su M). Si osservi che questo segue anche astrattamente dal fatto che Hom(E, E) = E E = M C e dunque R H 0 (M, Hom(E, E) 2 M) = H 0 (M, 2 M). PROPOSIZIONE 3.6 (Identità di Ricci). Sia una connessione per un fibrato vettoriale E con fibra complessa di rango k su M. Sia R la sua curvatura. Siano v, w due germi di campi di vettori su M in un intorno di p e sia s E p. Allora R(v, w)s = v ( w s) w ( v s) [v,w] s. DIMOSTRAZIONE. Per semplicità si prova per k = 1 (tediosi calcoli analoghi valgono per ogni k). Per prima cosa si verifica che se e è una base locale di E U, allora per ogni f C M (U) risulta v ( w fe) w ( v fe) [v,w] fe = f ( v ( w s) w ( v s) [v,w] s ). Dunque basta provare l identità di Ricci prendendo s = e. Dalla (3.8) (omettendo di scrivere α) abbiamo R(v, w)e = dθ(v, w)e. D altra parte e similmente da cui v ( w e) = v (θ(w)e) = d(θ(w))(v)e + θ(w) v e = (vθ(w) + θ(w)θ(v))e, w ( v e) = (wθ(v) + θ(v)θ(w))e, v ( w e) w ( v e) [v,w] e = (vθ(w) wθ(v) θ([v, w]))e. Pertanto l identità di Ricci equivale a dθ(v, w) = vθ(w) wθ(v) θ([v, w]), ma questa formula è il contenuto della Proposizione 3.2 nel Capitolo Estensione di una connessione all algebra tensoriale In questa sezione vedremo come sia possibile estendere una (o più) connessioni ai fibrati vettoriali definiti dalle naturali operazioni tra fibrati vettoriali Somma diretta. Siano E, E due fibrati vettoriali su M. Sia una connessione per E e una connessione per E. Sia F = E E. Si definisce :=. Si verifica facilmente che è effettivamente una connessione su F. Si verifica poi facilmente che, se {θ α } è la matrice di 1-forme di connessione di rispetto alla base locale {e α 1,..., e α k } di E e se { θ α } è la matrice di 1-forme di connessione di rispetto alla base locale {e α 1,..., e α h}
165 4. ESTENSIONE DI UNA CONNESSIONE ALL ALGEBRA TENSORIALE 165 di E, allora la la matrice di 1-forme di connessione di rispetto alla base locale {e α 1 0,..., e α k 0, 0 e α 1,..., 0 e α h} di E E è data da ( ) θ α 0. 0 θα Dalle equazioni di struttura si ha che se K α è la matrice di curvatura di rispetto alla base locale {e α 1,..., e α k } di E e se K α è la matrice di curvatura di rispetto alla base locale {e α 1,..., e α k } di E, allora la matrice di curvatura di rispetto alla base locale {e α 1 0,..., e α k 0, 0 e α 1,..., 0 e α h} di E E è data da (4.1) ( K α 0 0 Kα 4.2. Prodotto tensoriale. Siano E, E due fibrati vettoriali su M. Sia una connessione per E e una connessione per E. Sia F = E E. Si definisce ). := id E + id E. Si verifica he è effettivamente una connessione su F. Infatti, con ovvie notazioni, f(e e ) = (fe) e = (fe) e + fe e = df (e e ) + f( e e + e e ) = df (e e ) + f (e e ). ESEMPIO 4.1. Sia E un fibrato vettoriale di rango k e sia L un fibrato di rango uno. Siano una connessione per E e una connessione per L. Fissiamo un ricoprimento {U α } di M, trivializzante per E, L. Sia {e α 1,..., e α k } una base locale di E su U α e sia {s α } una base locale di L su U α. Siano {θ α } (matrice k k) e {θ α } (matrice 1 1) le matrici di 1-forme di connessione rispetto alle basi scelte. Il fibrato E L ha basi locali naturali data da {e α 1 s α,..., e α k sα }. Rispetto a tale base le 1-forme della connessione = 1 + id sono θ hj α e α h s α = (e α j s α ) = θhj α e α h s α + θ α e α j s α, h da cui h θ α = θ α + θ α id. Dall equazione di struttura si ha K α = dθ α +θ α θ α, e, sostituendo l equazione precedente si ottiene K α = K α + K α id Prodotto esterno. Sia E un fibrato vettoriale su M di rango k. Sia una connessione per E. Si definisce una connessione naturale per il prodotto esterno r E (con r k) estendendo per linearità la seguente: (e 1... e r ) := ( e 1 ) e 2... e r e 1... e r 1 ( e r ).
166 CONNESSIONI SU FIBRATI Nel caso in cui r = k, e dunque k E = det(e) è il fibrato determinante di E, se θ α è la matrice di 1-forme della connessione rispetto alla base locale {e α 1,..., e α k } di E, la 1-forma di connessione θ α di rispetto alla base locale e α 1... e α k di det(e) è ottenuta tramite (e α 1... e α k ) = ( e α 1 ) e α 2... e α r e α 1... e α r 1 ( e α r ) k k = θj1e α α j e α 2... e α r e α 1... e α r 1 ( θjke α α j ) j=1 = θ α 11e α 1 e α 2... e α r e α 1... e α r 1 θ α kke α k = tr(θ α )e α 1... e α k. Da cui θ α = tr(θ α ). Se K α è la matrice di curvatura di rispetto alla base locale {e α 1,..., e α k } di E, la 2-forma di curvatura K α di rispetto alla base locale e α 1... e α k di det(e) si ottiene dalla equazione di struttura tenendo conto della (3.4): K α = d θ α = dtr(θ α ) = tr(dθ α ) (4.2) = tr(dθ α ) + tr(θ α θ α ) = tr(dθ α + θ α θ α ) = tr(k α ) Duale. Sia E un fibrato vettoriale su M e sia una connessione per E. Definiamo adesso una natuarle connessione per E. PROPOSIZIONE 4.2. Sia E un fibrato vettoriale su M e sia una connessione per E. Allora esiste unica una connessione per E con la proprietà che per ogni e E(U) e ϕ E (U) vale d(ϕ(e)) = ( ϕ)(e) + ϕ( e) ϕ, e. DIMOSTRAZIONE. Supponiamo che una tale connessione esista. Sia U un aperto tale che E U sia banale. Sia {e 1,..., e k } una base di E su U e sia {ϕ 1,..., ϕ k } la base duale di E su U. Abbiamo e j = θ ij e i, ϕ j = θij ϕ i. i i j=1 Dunque, per definizione θ lj = i θ ij ϕ i (e l ) = ( ϕ j )(e l ) = dϕ j (e l ) ϕ j ( e l ) = ϕ j ( i θ il e i ) = θ jl. Pertanto (4.3) θ = t θ.
167 5. LE IDENTITÀ DI BIANCHI 167 Sia ora {U α } un atlante di trivializzazione per E, e per ogni α sia fissata una base locale per E Uα. Siano {g αβ } le matrici di transizione di E rispetto a {U α } e siano {θ α } le matrici di 1-forme di connessione di rispetto alle basi locali scelte. Ricordiamo che le matrici di transizione del fibrato E rispetto a {U α } sono date da { t g 1 (si veda la (4.2) del Capitolo 2). Definiamo (θ ) α := t θ α. Se proviamo che le {(θ ) α } verificano la condizione di compatibilità (1.3) (con le g αβ sostituite dalle t g 1 αβ ), allora esiste una unica connessione che ha le {(θ ) α } come matrici di 1-forme nelle basi locali di E su U α duali alle basi locali di E su U α. Dunque queste soddisfano la (4.3) e pertanto il teorema risulta privato. La verifica delle condizioni di compatibilità di {(θ ) α } è lasciata come esercizio (per il calcolo si tenga conto che le {θ α } verificano la (1.3) e che 0 = (dg αβ )g βα + g αβ dg βα ). OSSERVAZIONE 4.3. Sia E è un fibrato vettoriale con connessione. Fissiamo una base di E su un aperto. Sia E il fibrato duale con la connessione. Sia θ la matrice di 1-forme di connessione di rispetto alla base fissata e sia K la matrice delle due forme di curvatura. Sia K la curvatura di nella base duale della base fissata. Tenuto conto che t θ t θ = t (θ θ), dalla (4.3) e dall equazione di struttura K = dθ + θ θ = d t θ t (θ θ), da cui K = t K Pull-back. Sia f : N M una funzione liscia. Sia E un fibrato vettoriale su M con connessione. Se {θ α } sono le matrici di 1-forme di connessione rispetto a qualche insieme di basi locali per E, le {f (θ α )} verificano le equazioni di compatibilità (1.3) per il fibrato f E e dunque definiscono una connessione per f E, detta pull-back di. Con le operazioni ora introdotte, data una connessione per E, questa si può estendere in modo naturale ad una connessione sull algebra tensoriale di E, ovvero su tutti i fibrati del tipo E m E t l E p M T M q. Con un usuale abuso di notazione, data una connessione per un fibrato E, indicheremo con la stessa lettera ogni estensione naturale (come definita in precedenza) di all algebra tensoriale. ESERCIZIO 4.4. Sia h una metrica Hermitiana su un fibrato vettoriale E. Una connessione per E si dice compatibile con la metrica h se h = 0 (intendendo la connessione estesa a E E in modo naturale). Si provi che una connessione è h-compatibile se e solo se per ogni e, e E p, v T p M si ha v(h(e, e )) = h( v e, e ) + h(e, v e ). αβ } 5. Le identità di Bianchi TEOREMA 5.1. Sia E un fibrato vettoriale su M. Sia {U α } un ricoprimento di M trivializzante per E. Sia una connessione per E con matrici di 1-forme di connessione {θ α } rispetto
168 CONNESSIONI SU FIBRATI ad una base {e α 1,..., e α k } di E U α. Sia R la curvatura di con 2-forme di curvatura {K α } rispetto alla stessa base. Allora (5.1) (5.2) dk α = K α θ α θ α K α, R = 0. DIMOSTRAZIONE. Dalla (3.3) si ottiene dk α = d(dθ α ) + d(θ α θ α ) = dθ α θ α θ α dθ α. Sostituendo dθ α = K α θ α θ α si ottiene allora la prima identità di Bianchi. Sia {ϕ α 1,..., ϕ α k } la base di E Uα duale di {e α 1,..., e α k }. Essendo R una sezione globale di 2 M E E, si può scrivere R = ij K α ij e α i ϕ α j. La connessione si estende in modo naturale come spiegato in precedenza ad una connessione su 2 M E E, che denotiamo sempre con la lettera. Dobbiamo provare che, rispetto a questa estensione naturale, R = 0. Dunque R = [ dk α ij e α i ϕ α j + ( 1) 2 Kij α (e α i ϕ α j ) ] ij = ij (4.3) = ij [ = tj = tj [ [ dk α ij e α i ϕ α j + K α ij t dk α tj + i dk α tj i (K α ij θ α ti K α ti θ α ij) (K α ti θ α ij θ α ti K α ij) (θ α ti e α t ) ϕ α j + K α ij e α i t ] ] e α t ϕ α j e α t ϕ α j = 0, ( θ α jt ϕ α t ) ] [ dk α ij e α i ϕ α j + K α ij ( e α i ) ϕ α j + K α ij e α i ( ϕ α j ) ] essendo dk α tj i (Kα ti θ α ij θ α ti K α ij) = 0 per la prima identità di Bianchi. 6. Fibrati lineari e connessioni In questa sezione consideriamo L un fibrato con fibra complessa di rango uno su una varietà M. Sia una connessione per L con curvatura R. Dalle (3.8) e (3.9) risulta che la 2-forma di curvatura {K α } è la restrizione di una due forma globale che denotiamo con K, e che dk = 0. Dunque K rappresenta una classe che denotiamo con [ ] HdR 2 (M) (qui si considera il gruppo di de Rham a coefficienti complessi).
169 6. FIBRATI LINEARI E CONNESSIONI 169 LEMMA 6.1. Sia L un fibrato con fibra complessa di rango uno su M. Siano, due connessioni per L. Allora [ ] = [ ]. DIMOSTRAZIONE. Sia {U α } un ricoprimento trivializzante per L con base e α per L Uα. Siano {θ α } le 1-forme di connessione per rispetto alla base {e α }. Siano{ θ α } le 1-forme di connessione per rispetto alla stessa base {e α }. Dalla (3.7) risulta θ α θ α = θ β θ β, su U α U β. Pertanto {θ α θ β } definiscono una 1-forma globale ω su M. Posto K la 2-forma data dalla curvatura di e K quella data da, dalla (3.8) si ha dunque [ ] = [ ] come volevasi. K K = dω, DEFINIZIONE 6.2. Sia L un fibrato con fibra complessa di rango uno su M. Sia una connessione per L. Mediante l isomorfismo tra H 2 dr (M) e H2 (M, C) la classe [ ] definisce un elemento di H 2 (M, C) che non dipende da e che si indica con [L] H 2 (M, C). TEOREMA 6.3. Sia L un fibrato con fibra complessa di rango uno su M. Allora in H 2 (M, C). c 1 (L) = i 2π [L]. DIMOSTRAZIONE. Per dimostrare l enunciato dobbiamo scrivere esplicitamente l isomorfismo del teorema di de Rham astratto γ 2 : H 2 dr (M) H2 (M, C) nel caso della risoluzione aciclica di C data dal complesso di de Rham: 0 C M C M,C Da questo si ottengono le successioni esatte corte (6.1) 0 C M C M,C d C,1 d M,C... C,n M,C 0. d K 1 0 (6.2) 0 K 1 C,1 d M,C K 2 0 d essendo K 1 = Ker(C,1 M,C C,2 M,C ) e K2 = Ker(C,2 M,C C,3 M,C ). Dalla dimostrazione del Teorema di de Rham astratto (Teorema 8.3 nel Capitolo 4) si ha che γ 2 := γ2 2 γ1. 2 Ora γ 2 1 : H 2 dr(m) H 0 (M, K 2 ) Im(H 0 (M, C,1 M,C ) H0 (M, K 2 )) H1 (M, K 1 ) è definito dall operatore di cobordo 1 della successione esatta lunga in coomologia associata alla (6.2). d
170 CONNESSIONI SU FIBRATI Calcoliamo dunque 1 ([L]). Sia una connessione per L. Sia U := {U α } un ricoprimento trivializzante per L tale che U α U β sia semplicemente connesso per ogni α, β e sia {e α } una base di L Uα. Siano {θ α } le 1-forme di connessione per relative alla base {e α } e siano {K α } le 2-forme di curvatura. La classe [ ] è definita dalla 2-forma K tale che K Uα = K α. Dunque {K α } è lo zero cociclo che rappresenta [ ] nella coomologia di Čech Ȟ0 (U, K 2 ). Ricordiamo che K α = dθ α per la (3.8). L operatore di cobordo 1 : Ȟ 0 (U, K 2 ) Ȟ1 (U, K 1 ) è dunque definito tramite il Lemma del Serpente da C 0 (U, C,1 M,C ) {θα } 0 C 1 (U, K 1 ) C 1 (U, C,1 M,C ) {(θβ θ α ) Uα U β } da cui, essendo (θ α θ β ) Uα U β = dg βα g βα d {K α } C 0 (U, K 2 ) 0 = d log(g βα ) per la (3.7), e g βα = g 1 αβ, risulta (6.3) γ 2 1([ ]) = [{d log(g αβ )}] H 1 (M, K 1 ). Inoltre, γ 2 2 : H 1 (M, K 1 ) H 2 (M, C) è un isomorfismo dato dall operatore di cobordo 2 relativo alla successione esatta lunga in coomologia associata alla successione esatta corta (6.1). Nuovamente, dal Lemma del Serpente abbiamo C 1 (U, CM,C ) {log(g αβ)} 0 C 2 (U, C M ) C 2 (U, C M,C ) {z αβγ} d {d log(g αβ )} C 1 (U, K 1 ) 0 dove z αβγ = log(g βγ ) Uα Uβ U γ log(g αγ ) Uα Uβ U γ + log(g αβ ) Uα Uβ U γ. Pertanto [L] = γ 2 ([ ]) = [{z αβγ }] Ȟ2 (U, C M ). Dalla Proposizione 10.4 del Capitolo 4 segue dunque che c 1 (L) = i 2π γ 2([ ]) Ȟ2 (U, C M ), da cui la tesi. 7. Teoria di Chern-Weil 7.1. Polinomi Invarianti. Indichiamo con Mat(k, C) lo spazio delle matrici k k con entrate complesse. DEFINIZIONE 7.1. Un funzione P : Mat(k, C) C tale che sia polinomiale nelle entrate delle matrici si dice un polinomio invariante se P (C 1 AC) = P (A)
171 7. TEORIA DI CHERN-WEIL 171 per ogni matrice A Mat(k, C) e ogni matrice G GL(k, C). Lo spazio dei polinomi invarianti si indica con Inv(k). ESEMPIO 7.2. Se A è una matrice k k si può definire k det(i + ta) = σ j (A)t j. Le σ j : Mat(k, C) C sono polinomi invarianti, in particolare essi sono le funzioni simmetriche elementari degli autovalori di A. Infatti, se J è la forma di Jordan di A, allora J = CAC 1 per qualche matrice invertibile C. E se λ 0,..., λ k sono gli autovalori di A (e di J) si ha det(i + ta) = det(c 1 (I + tj)c) = det(i + tj) = (1 + tλ j ) j=0 = 1 + t(λ λ k ) + t 2 j<k λ j λ k t k (λ 1 λ k ). da cui si vede che, indicando con M(j) l insieme dei minori principali j j di A, σ j (A) = λ l1 λ lj = det M, in particolare 1 l 1 <...<l j k M M(j) σ 0 (A) = 1, σ 1 (A) = tra,..., σ k (A) = det A Formula di polarizzazione. Una applicazione m-lineare simmetrica P : Mat(k, C)... Mat(k, C) C si dice invariante se per ogni C GL(k, C) si ha P (C 1 A 1 C,..., C 1 A m C) = P (A 1,..., A m ) per ogni A 1,..., A m Mat(k, C). Ad ogni applicazione m-lineare simmetrica invariante P : Mat(k, C)... Mat(k, C) C è associato un unico polinomio invariante omogeneo di grado m dato da P (A) := P (A,..., A). Viceversa, sia P : Mat(k, C) C un polinomio omogeneo invariante di grado m. Allora esiste una unica applicazione m-lineare simmetrica invariante P : Mat(k, C)... Mat(k, C) C tale che P (A) = P (A,..., A) per ogni A Mat(k, C). Tale P è definita dalla formula di polarizzazione nel modo seguente. Per A 1,..., A m Mat(k, C) sia T (A 1,..., A m ) il coefficiente di t 1 t m nell espansione del polinomio P (t 1 A t m A m ). Allora P (A,..., A) := 1 m! T (A 1,..., A m ) L omomorfismo di Weil. In questa sezione supponiamo M sia una varietà (reale o complessa) e E un fibrato con fibra complessa di rango k munito di una connessione. Fissiamo un ricoprimento {U α } di M trivializzante per E e su ciascun aperto scegliamo una base {e α 1,..., e α k } di sezioni di E U α. In tali basi siano {θ α } le matrici di 1-forme di connessione di
172 CONNESSIONI SU FIBRATI e {K α } le matrici di 2-forme di curvatura di. Siano infine {g αβ } le funzioni di transizione di E. Abbiamo visto dalla (3.6) che K α = g αβ K β g βα. Notiamo che se ω, ω sono 2-forme, il prodotto wedge è commutativo, ovvero ω ω = ω ω. Pertanto, se P : Mat(k, C) C è una funzione polinomiale nelle entrate, si può ben definire P (Θ) per ogni matrice k k di 2-forme Θ. ESEMPIO 7.3. Sia P (A) = a 11 a 12 a 13, dove abbiamo posto A = (a ij ) Mat(k, C). Se Θ = (ω ij ) è una k k matrice di 2-forme, risulta P (Θ) = ω 11 ω 12 ω 13. Dato P Inv(k) risulta pertanto P (K α ) = P (K β ) per ogni α, β. Pertanto per ogni P Inv(k) le {P (K α )} definiscono una forma globale su M, denotata P ( ), il cui grado dipende dal grado del polinomio. In particolare se P è un polinomio invariante omogeneo di grado m, allora P ( ) è una forma di grado 2m. PROPOSIZIONE 7.4. Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa di rango k su M. Sia P Inv(k). Allora (1) per ogni connessione per E vale dp ( ) = 0. (2) Se, sono due connessioni per E, esiste una forma differenziale P (, ) su M tale che P ( ) P ( ) = dp (, ). Per dimostrare la Proposizione ci occorrono due lemmi: LEMMA 7.5. Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa di rango k su M. Sia una connessione per E. Fissato x M esiste un intorno U di x e una base {e 1,..., e k } di E U tale che la matrice di uno-forme di connessione θ di rispetto a {e 1,..., e k } ha la proprietà che θ(x) = 0. DIMOSTRAZIONE. Fissiamo un intorno U α di x tale che E Uα sia banale e sia {e α 1,..., e α k } una base di E su U. Sia θ α la matrice di uno-forme per rispetto alla base {e α 1,..., e α k }. Se {e 1,..., e k } è un altra base di E in un intorno U U α di x e θ è la matrice di unoforme rispetto a tale base, per la (1.3) si ha θ = g 1 dg + g 1 θ α g dove g : U GL(k, C) è una funzione C che rappresenta il cambiamento di base. Pertanto, θ(x) = 0 equivale a g 1 (x)dg x + g 1 (x)θ α (x)g(x) = 0, ovvero dg x + θ α (x)g(x) = 0. Questa equazione ha chiaramente soluzione definita su un intorno U di x tale che g sia una matrice k k invertibile con entrate C su U. Ad esempio, possiamo prendere g la soluzione al problema di Cauchy { dg q = θ α (q) g(x) = id Per costruzione, se {e 1,..., e k } è la base ottenuta cambiando base tramite g da {e α 1,..., e α k }, la matrice di uno-forme di connessione in tale base è θ = g 1 dg + g 1 θ α g, e in x risulta θ(x) = 0.
173 7. TEORIA DI CHERN-WEIL 173 LEMMA 7.6. Sia P una forma m-lineare simmetrica invariante. Siano η, θ delle uno-forme su un aperto U e sia K una due forma su U. Allora (7.1) P (η θ + θ η, K,..., K) = (m 1) P (η, θ K K θ, K,..., K). DIMOSTRAZIONE. Per prima cosa, fissate A 1,..., A m Mat(k, C) si consideri la funzione f : GL(k, C) C definita da f(g) := P (ga 1 g 1,..., ga m g 1 ). Per l invarianza, f(g) = f(id). Scriviamo g = id H per qualche H Mat(k, C). Allora espandendo nelle variabili H si ottiene g 1 = (id H) 1 = id + H + O(2). Da questo segue f(g) = P ((id H)A 1 (id H) 1,..., (id H)A m (id H) 1 ) Da qui segue che = P ((id H)A 1 (id + H),..., (id H)A m (id + H)) + O(2) = P (A 1 + A 1 H HA 1,..., A m + A m H HA m ) + O(2) = P m (A 1,..., A m ) + P (A 1,..., A j 1, A j H HA j, A j+1,..., A m ) + O(2). j=1 (7.2) P (A1 H HA 1, A 2,..., A m ) = m j=2 P (A 1,..., A j 1, A j H HA j, A j+1,..., A m ). Ora, per dimostrare la (7.1), per la m-linearità di P, basta provare (7.3) P (η θ + θ η, K 2,..., K m ) m = P (η, K 2,..., K j 1, θ K j K j θ, K j+1,..., K m ) j=2 per η = ψa 1, θ = ωh e K j = κ j A j, j = 2,..., m con A j, H Mat(k, C), ψ, ω C (M; 1 M) e κ j C (M; 2 M). Tenendo conto che κ j ω = ω κ j e ψ ω = ω ψ, si osservi che η θ + θ η = ψ ωa 1 H + ω ψha 1 = ψ ω(a 1 H HA 1 ) θ K j K j θ = ω κ j HA j κ j ωa j H = κ j ω(a j H HA j ), j = 2,..., m.
174 CONNESSIONI SU FIBRATI Dunque P (η θ + θ η, K 2,..., K m ) = P (ψ ω(a 1 H HA 1 ), κ 2 A 2,..., κ m A m ) = P (A 1 H HA 1, A 2,..., A m )ψ ω κ 2... κ m m (7.3) = P (A 1,..., A j 1, A j H HA j, A j+1,..., A m )ψ ω κ 2... κ m = = m j=2 m j=2 j=2 P (ψa 1, κ 2 A 2,..., κ j 1 A j 1, κ j ω(a j H HA j ), κ j+1 A j+1,..., κ m A m ) P (η, K 2,..., K j 1, θ K j K j θ, K j+1,..., K m ), ovvero vale la (7.3) e dunque il risultato è provato. Possiamo adesso dimostrare la Proposizione 7.4: DIMOSTRAZIONE PROPOSIZIONE 7.4. (1) Per linearità dell operatore d, possiamo supporre P omogeneo di grado m. Sia x M. Proveremo che (dp ( ))(x) = 0. Siano {θ α } le matrici di uno-forme di connessione per E rispetto a qualche base e {K α } le matrici di curvatura rispetto alle stesse basi locali. Sia α l indice tale che x U α. Poiché P (K α ) è invariante per cambiamenti di base locale di E, per il Lemma 7.5, si può supporre che θ α (x) = 0. Sia P la forma m-lineare simmetrica invariante ottenuta polarizzando P. Allora per linearità dp (K α ) = d P (K α,..., K α ) = P (K α,..., dk α,..., K α ). Dalla prima identità di Bianchi (5.1) si ottiene P (K α,..., dk α,..., K α ) = P (K α,..., θ α K α K α θ α,..., K α ). Dunque P (K α (x),..., θ α (x) K α (x) K α (x) θ α (x),..., K α (x)) = 0, che prova l enunciato. (2) Siano, due connessioni per E. Poniamo Ψ :=. Dalla definizione di connessione, per ogni f CM (U) e e E(U), risulta Ψ(fe) = (fe) (fe) = df e + f e df e f e = fψ(e), ovvero Ψ è una sezione globale di T M E E = Ω 1 (E) E. Per t [0, 1] si definisce una connessione t per E nel modo seguente: t = (1 t) + t = + tψ. Fissiamo un aperto U sul quale E sia triviale e una base di E. Siano θ, θ, θ t le matrici di uno-forme di connessione di,, t rispetto alla base fissata. E similmente denotiamo con K, K, K t le matrici di due forme di curvatura rispetto a tale base. Si noti che θ = θ 0, θ = θ 1 e
175 7. TEORIA DI CHERN-WEIL 175 K = K 0, K = K 1. Inoltre, denotiamo con η la k k matrice di uno-forme di Ψ relativa alla base di E fissata. Si noti che cambiando base per una matrice invertibile g, la matrice associata a Ψ è gηg 1, essendo una sezione di T M E E. Per costruzione si ha θ t = θ + tη. Dalla formula di struttura (3.3) si ha K t = dθ t + θ t θ t. Le matrici di uno-forme θ t dipendono in modo C da t e dunque possono essere derivate rispetto a t. Si osservi che t (θt θ t ) = θ t t θt + θ t θt. Inoltre, la derivazione rispetto a t commuta con l operatore d, e dunque t K t t = t (dθt + θ t θ t ) = d θt t + θt t θt + θ t θt t = dη + η θ t + θ t η. Sia ora P un polinomio omogeneo invariante di grado m e sia P la forma simmetrica m-lineare data dalla formula di polarizzazione. Dunque P (K ) P (K) = P (K 1 ) P (K 0 ) = polarizzazione = 1 0 linearità = 1 simmetria = m 1 = m (7.1) = m m(m 1) Bianchi(5.1) = m lin.+simm. = m 1 0 P (K t ) dt t P (K t,..., K t ) dt t P (K t,..., Kt t,..., Kt )dt P ( Kt t, Kt,..., K t )dt P (dη, K t,..., K t )dt + m P (dη, K t,..., K t )dt P (η, θ t K t K t θ t,..., K t )dt 1 P (dη, K t,..., K t )dt + m(m 1) ( 1 d( P (η, K t,..., K t ))dt = d m 0 Si noti che cambiando base di E per una matrice invertibile g risulta P (gηg 1, gk t g 1,..., gk t g 1 ) = P (η, K t,..., K t ) 0 P (η θ t + θ t η, K t,..., K t )dt P (η, dk t,..., K t )dt 0 ) P (η, K t,..., K t )dt.
176 CONNESSIONI SU FIBRATI e dunque P (η, K t,..., K t ) non dipende dalla base di E scelta e definisce una 2m 1 forma su M. Ponendo 1 P (, ) U := m P (η, K t,..., K t )dt 0 si ha la tesi. DEFINIZIONE 7.7. Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa di rango k su M. Sia P Inv(k). Allora si definisce P (E) := [P ( )] H 2 dr(m) dove è una qualsiasi connessione per E. Si osservi che per la Proposizione 7.4 la classe P (E) è ben definita e non dipende dalla connessione scelta per definirla. Se dotiamo Inv(k) della naturale struttura di algebra ottenuta moltiplicando i polinomi invarianti e j H dr (M) della struttura di algebra data nella Osservazione 5.11 del Capitolo 3, il morfismo W E : Inv(k) HdR(M) 2 definito da W E (P ) := [P (E)] è un morfismo di algebre e si chiama l omomorfismo di Weil Classi di Chern. Si consideri il polinomio invariante c Inv(k) definito da c(a) = det(i + i 2π A). DEFINIZIONE 7.8. Sia E un fibrato con fibra complessa di rango k su M. La classe c(e) si dice la classe di Chern totale del fibrato E. Se σ j sono le funzioni simmetriche elementari degli autovalori di una k k matrice definite nell Esempio 7.2, poniamo c j (E) := σ j ( i ( ) j i 2π E) = σ j (E). 2π Si noti che c(e) = 1 + c 1 (E) c k (E). DEFINIZIONE 7.9. La classe c j (E) H 2j dr (M) si dice la j-sima classe di Chern di E. ESEMPIO Sia E il fibrato banale di rango k su M, E M C k. Sia {e 1,..., e k } una base di E su M. Sia la connessione banale su E, ovvero e j = 0 per j = 1,..., k. Si noti che, rispetto alla base scelta, la matrice di uno-forme di connessione è identicamente zero, e cosi dunque la matrice di due-forme di curvatura. In particolare c(e) = 1, ovvero c j (E) = 0 per ogni j > 0. Vediamo come si comportano le classi di Chern rispetto alle operazioni tra fibrati.
177 7. TEORIA DI CHERN-WEIL 177 PROPOSIZIONE Sia M una varietà. (1) Se L è un fibrato vettoriale di rango uno su M, allora c 1 (L) coincide con al classe di Chern definita tramite la coomologia di Čech. (2) (Formula di Whitney) Se E, F sono due fibrati vettoriali su M allora c(e F ) = c(e) c(f ). (3) Se f : N M è liscia e E è un fibrato vettoriale di rango k su M si ha f (c j (E)) = c j (f E) per ogni j. (4) Se E è un fibrato vettoriale complesso di rango k su M e L è un fibrato di rango uno su M, risulta c 1 (E L) = c 1 (E) + kc 1 (L). (5) Se E è un fibrato vettoriale di rango k su M, risulta c j (E ) = ( 1) j c j (E) per j = 0,..., k. (6) Per ogni fibrato vettoriale E risulta c 1 (E) = c 1 (det(e)). DIMOSTRAZIONE. (1) Segue subito dal Teorema 6.3. (2) Se è una connessione per E e è una connessione per F, poniamo su E F la naturale connessione. Se {K α } sono le 2-forme di curvatura di rispetto ad un insieme di basi locali {e α 1,..., e α k } per E e {K α } sono le 2-forme di curvatura di rispetto ad un insieme di basi locali {e 1α,..., e lα } per F, allora nelle basi locali {e α 1 0,..., e α k 0, 0 e 1α,..., 0 e lα } di E F la matrice delle 2-forme di curvatura è data dalla (4.1). Pertanto det(i + K α) = det(i + K α ) det(i + K α), da cui segue subito l enunciato. (3) Se è una connessione per E, dotiamo f della connessione pull-back f ( ). Poiché se {K α } sono le matrici di 2-forme di curvatura di rispetto a qualche base locale di E, per definizione la connessione pull-back ha matrici di 2-forme di curvatura {f (K α )}, la tesi segue subito. (4) Sia una connessione per E e sia una connessione per L. Dotiamo E L della connessione naturale 1+id. Allora, dall Esempio 4.1, la matrice di 2-forme di curvatura rispetto alla base naturale è K α + K α id (essendo K α la matrice di 2-forme di curvatura di e K α la 2-forma di curvatura di rispetto a qualche base). Pertanto c 1 (E L) è determinato dalla classe della 2-forma definita su ciascun U α da i 2π [tr(kα + K α id)] = i 2π [tr(kα ) + kk α ], da cui segue la formula. (5) Sia una connessione per E e dotiamo E della connessione duale. Allora l enunciato segue subito dalla Osservazione 4.3. (6) Data una connessione per E, dotando det(e) della connessione naturale, il risultato segue subito dalla (3.4). OSSERVAZIONE Dalla Formula di Whitney segue che se E è un fibrato vettoriale di rango k e F è un fibrato vettoriale di rango r allora c(e F ) = (1 + c 1 (E) c k (E)) (1 + c 1 (F ) c r (F )) = 1 + (c 1 (E) + c 1 (F )) + (c 1 (E) c 1 (F ) + c 2 (E) + c 2 (F )) +...,
178 CONNESSIONI SU FIBRATI da cui, in particolare, c 1 (E F ) = c 1 (E) + c 1 (F ). ESERCIZIO Sia E un fibrato vettoriale di rango k su M. Si provi che c 1 (End(E, E)) = c 1 (E E ) = 0. DEFINIZIONE Sia M una varietà. Poniamo c j (M) := c j (T M) H 2j dr (M). La classe c j (M) si dice la j-sima classe di Chern di M. ESEMPIO Dalla successione esatta di Eulero (Teorema 12.7 del Capitolo 2), tensoriazzando per O(1) si ottiene la successione esatta di fibrati 0 CP n C (CP n C n+1 ) O(1) T CP n 0. Poiché (CP n C n+1 ) O(1) = O(1) (n+1) (come si può verificare facilmente guardando le funzioni di transizione) e la successione spezza in modo C per il Corollario del Capitolo 4, si ha T CP n (CP n C) = O(1) (n+1). Dunque c(t CP n (CP n C)) = c(o(1) (n+1) ). Per la Proposizione 7.11.(2), risulta E similmente c(o(1) (n+1) ) = c(o(1)) (n+1) = (1 + c 1 (O(1))) (n+1). c(t CP n (CP n C)) = c(t CP n )c((cp n C)) = c(t CP n ). Pertanto c(t CP n ) = (1 + c 1 (O(1))) (n+1). Dalla formula binomiale si ricava poi c(t CP n ) = ( n+1 n + 1 m=0 m i gradi delle forme (7.4) c m (CP n ) := c m (T CP n ) := ( n + 1 m ) c 1 (O(1)) m e confrontando ) c 1 (O(1)) m, m = 0,..., n.
179 CAPITOLO 6 Teoremi di annullamento di classi caratteristiche 1. Classi di Chern come ostruzione all esistenza di sezioni globali In questa sezione si prova che le classi di Chern sono ostruzioni al primo ordine all esistenza di sezioni globali linearmente indipendenti di un fibrato vettoriale. Vale infatti TEOREMA 1.1. Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa di rango k su una varietà M. Se E ammette m k sezioni globali linearmente indipendenti in ogni punto, allora c j (E) = 0 per j = k m + 1,..., k. DIMOSTRAZIONE. Siano e 1,..., e m le sezioni globali di E linearmente indipendenti in ogni punto e sia E il sottofibrato di E generato da esse, ovvero E x è lo spazio vettoriale generato da {e 1 (x),..., e m (x)}. La successione esatta corta 0 E E E/E 0. spezza in modo C, dunque E = E E/E (isomorfismo di fibrati vettoriali C ). Poiché E è globalmente banale, c(e ) = 1. Dalla formula di Whitney, Proposizione 7.11 del Capitolo 5, risulta allora c(e) = c(e ) c(e/e ) = c(e/e ) = 1 + c 1 (E/E ) c k m (E/E ), dunque c j (E) = 0 per j > k m. ESEMPIO 1.2. Non esistono campi di vettori C mai nulli su CP n. Infatti, un tale vettore sarebbe una sezione C di T CP n mai nulla. Per il Teorema 1.1 ciò implicherebbe che c n (T CP n ) = 0, contraddicendo la (7.4) del Capitolo Connessioni Parziali Sia E un fibrato con fibra complessa di rango k su una varietà M di dimensione n. Sia Q T M un sottofibrato di rango m. Indichiamo con Ω 1 Q (E) il fascio delle sezioni C del fibrato Q E. Osserviamo che esiste un naturale morfismo di fibrati vettoriale suriettivo π Q : T M Q, ottenuto dualizzando il morfismo di immersione Q T M. 179
180 TEOREMI DI ANNULLAMENTO DI CLASSI CARATTERISTICHE DEFINIZIONE 2.1. Una connessione parziale per E lungo Q è un morfismo C-lineare : E Ω 1 Q(E) tale che per ogni aperto U M, f CM (U) e e E(U) risulta (fe) = π Q (df) e + f e. Con ovvi cambiamenti, tutta la teoria svolta per le connessioni vale per le connessioni parziali. In particolare ricalcando quanto fatto nella sezione 2 del Capitolo 5, si può definire JQ 1 E, il fibrato degli uno getti di E lungo Q. Questo è ottenuto, come fascio di gruppi abeliani tramite JQ 1 (E) = E Ω1 Q (E) e come fascio di C M -moduli tramite f(e ω) = fe (π Q (df) e + fω), essendo e E(U), ω Ω 1 Q (E)(U), f C M (U). Si ha la successione esatta (2.1) 0 Ω 1 Q(E) J 1 Q(E) E 0, da cui risulta che JQ 1 (E) è localmente libero e il fibrato vettoriale associato è J Q 1 E. Analogamente a quanto fatto nella Proposizione 2.3 del Capitolo 5 si prova che ogni spezzamento della successione esatta corta (2.1) determina una connessione parziale per E lungo Q e viceversa. In particolare, poiché le successione di CM -moduli localmente liberi spezzano, si ha PROPOSIZIONE 2.2. Sia E un fibrato su M e sia Q T M un sottofibrato. Allora esistono connessioni parziali per E lungo Q. La Proposizione 2.2 si può anche dimostrare direttamente utilizzando le partizioni dell unità. DEFINIZIONE 2.3. Sia E un fibrato vettoriale su M. Sia Q T M un sottofibrato. Sia una connessione parziale per E lungo Q e sia una connessione per E. Si dice che estende se per ogni v Q p e per ogni p M, risulta v = v. PROPOSIZIONE 2.4. Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa su M. Siano Q, Q T M due sottofibrati tali che Q x Q x = {0} per ogni x M. Sia una connessione parziale per E lungo Q e sia una connessione parziale per E lungo Q. Allora esiste una unica connessione parziale per E lungo Q Q che estende,, ovvero tale che v = v per ogni v Q x e v = v per ogni v Q x, per ogni x M. DIMOSTRAZIONE. Si ha la successione esatta corta 0 Q T M T M/Q 0. Questa spezza in modo C e dunque possiamo scrivere T M = Q H. Similmente, poiché Q x Q x = {0} per ogni x M, risulta essere esatta la successione 0 Q H H/Q 0.
181 2. CONNESSIONI PARZIALI 181 Dunque, in modo C abbiamo T M = Q Q H per un certo sottofibrato H. Siano ρ Q : T M Q e ρ Q : T M Q le naturali proiezioni definite dalla T M = Q Q H. Allora si definisce v := ρq (v) ρ Q (v) v Q Q. Poiché π Q Q = π Q π Q : T M Q Q, si verifica immediatamente che è la connessione voluta. Notiamo infine che ogni connessione parziale si può estendere ad una connessione: PROPOSIZIONE 2.5. Sia E un fibrato vettoriale su M. Sia Q T M un sottofibrato e sia una connessione parziale per E lungo Q. Allora esiste una connessione per E che estende, ovvero tale che v = v per ogni v Q x. DIMOSTRAZIONE. Si ha la successione esatta corta 0 Q T M T M/Q 0. Questa spezza in modo C e dunque possiamo scrivere T M = Q H. Per la Proposizione 2.2 esiste una connessione parziale per E lungo H. Per la Proposizione 2.4 esiste una unica connessione parziale per E lungo Q H = T M che estende,, cioè una connessione per E che estende, come volevasi. Se è una connessione parziale per E lungo Q T M, si può estendere la connessione come : Ω p Q (E) Ωp+1 Q (E) tramite (ω e) := π Q (dω) e + ( 1) p ω e, per ω Ω p Q (U), e E(U), dove qua π Q denota la proiezione π Q : p M p Q. Si può allora definire la curvatura R := : E Ω 2 Q (E). Si verifica come in Proposizione 3.3 che R è C -lineare, ovvero è una sezione del fibrato E E (Q Q ). Nel caso di sottofibrati involutivi vale la formula di Ricci: PROPOSIZIONE 2.6 (Identità di Ricci per connessioni parziali). Sia Q T M un sottofibrato involutivo, ovvero [Q, Q] Q. Sia una connessione parziale per il fibrato vettoriale E lungo Q. Sia R la sua curvatura. Allora per ogni v, w Q p e s E p risulta R(v, w)s = v ( w s) w ( v s) [v,w] s. DIMOSTRAZIONE. Per la Proposizione 2.5 si può estendere ad una connessione per E. L identità di Ricci (Proposizione 3.6) vale per. Ma, se v, w Q, poichè Q è involutivo, allora [v, w] Q. Essendo v = v, w = w, [v,w] = [v,w] per v, w Q, si ha l enunciato.
182 TEOREMI DI ANNULLAMENTO DI CLASSI CARATTERISTICHE 3. Connessioni su fibrati olomorfi e teorema di annullamento di Bott In questa sezione supponiamo che M sia una varietà complessa di dimensione complessa n ed E sia un fibrato olomorfo di rango k su M. Utilizzando le notazioni complesse, T M T 1,0 M indica il fibrato olomorfo (cioè le derivazioni di germi di funzioni olomorfe) mentre per come definito in precedenza Ω 1 (E) è il fascio delle sezioni C del fibrato ( 1 M R C) E. PROPOSIZIONE 3.1. Sia M una varietà complessa di dimensione complessa n ed E sia un fibrato olomorfo di rango k su M. Allora esiste una naturale connessione parziale per E lungo T 0,1 M, che denotiamo con E, tale che per ogni s O M (U; E) risulta E s = 0. DIMOSTRAZIONE. Dobbiamo definire E : E Ω 1 T 0,1 M (E). Sia {U α} un ricoprimento che trivializza E, e siano {e α 1,..., e α k } delle basi locali olomorfe di E U α, ovvero e α j : U α E Uα è olomorfa per ogni j, α. Si noti che e α i = h ghi βα eβ h su U α U β con gβα hi O M (U α U β ). Definiamo E (fe α j ) := f e α j per ogni α, j e f CM (U α). Proviamo che E è ben definito. Sia e E(U α U β ). Allora e = j aα j e α j = j aβ j eβ j, con aα j, a β j : U α U β C funzioni C. Essendo gβα hi = 0 per ogni i, h, si ha E e = j a α j e α j = j a α j h g hj βα eβ h = h ( j g hj βα aα j ) e β h = h a β h eβ h, che prova che E è ben definito. Le proprietà di E seguono allora immediatamente dalla sua definizione. DEFINIZIONE 3.2. Sia E un fibrato olomorfo su una varietà complessa M. Una connessione per E si dice una connessione di tipo (1, 0) se estende la connessione parziale E per E lungo T 0,1 M. PROPOSIZIONE 3.3. Sia E un fibrato olomorfo su una varietà complessa M. Allora esistono connessioni di tipo (1, 0) per E. DIMOSTRAZIONE. Segue immediatamente dalla Proposizione 3.1 e dalla Proposizione 2.5 del Capitolo 5. PROPOSIZIONE 3.4. Sia E un fibrato olomorfo su una varietà complessa M. Una connessione per E è di tipo (1, 0) se e solo se per ogni sezione olomorfa s O M (E)(U) e per ogni v C (U, T (0,1) M) risulta v s = 0. DIMOSTRAZIONE. Supponiamo che sia di tipo (1, 0). Se s = a j e j per {e 1,..., e k } una base olomorfa locale di E, e a j funzioni olomorfe, per definizione v s = ( E s)v = E (a j e j )(v) = j ( a j )(v) e j = 0.
183 3. CONNESSIONI SU FIBRATI OLOMORFI E TEOREMA DI ANNULLAMENTO DI BOTT 183 Viceversa, se v s = 0 per ogni sezione olomorfa s e vettore v di tipo (0, 1), data f è una funzione C e {e 1,..., e k } una base olomorfa locale di E, risulta per v vettore di tipo (0, 1) v (fe j ) = df(v) e j + f v e j = f(v)e j + f(v)e j = f(v)e j, essendo v e j = 0 per ipotesi e f(v) = 0 per costruzione. Dunque v = ( E ) v per ogni v T (0,1) M p e pertanto è una connessione di tipo (1, 0). Il nome connessione di tipo (1, 0) è giustificato dalla seguente proposizione: PROPOSIZIONE 3.5. Sia E un fibrato olomorfo su una varietà complessa M. Sia {U α } un ricoprimento di M e sia {e α 1,..., e α k } una base locale di sezioni olomorfe di E U α. Sia una connessione per E con uno-forme di connessione {θ α } rispetto alle basi {e α 1,..., e α k }. Allora è una connessione di tipo (1, 0) se e solo se θij α C (U α ; (1,0) M) per ogni α e per ogni i, j = 1,..., k. DIMOSTRAZIONE. Se è una connessione di tipo (1, 0) poiché v e α j = 0 per ogni v T p (0,1) M, p U, per l Osservazione 3.4, risulta che θij α C (U α ; (1,0) M). Viceversa, se le uno-forme di connessione soddisfano la condizione, sia v T (0,1) M e s = a α j e α j sezione olomorfa di E (dunque a α j funzioni olomorfe). Abbiamo θij(v) α = 0 essendo θij α forme di tipo (1, 0) e v vettore di tipo (0, 1). Inoltre da α j = a α j + a α j = a α j e pertanto da α j (v) = a α j (v) = 0. Dunque v s = j v a α j e α j = j da α j (v)e α j + jh che, per la Proposizione 3.4, prova che è di tipo (1, 0). θ α hj(v)e α h = 0, OSSERVAZIONE 3.6. Sia E un fibrato olomorfo su una varietà complessa M. Sia una connessione di tipo (1, 0) per E. Sia K la matrice di due forme di curvatura rispetto ad una base olomorfa di E su un aperto U. Allora K non ha entrate con componenti di tipo (0, 2). Infatti dalla Proposizione 3.5 la matrice di uno forme di connessione θ ha entrate di tipo (1, 0). Dall equazione di struttura K = dθ + θ θ e dunque, dθ = ( + )θ è di tipo (1, 1) e (2, 0) mentre θ θ è di tipo (2, 0). Se il fibrato E è olomorfo, ha senso parlare di connessioni parziali olomorfe per E, la definizione formale è la seguente. Ricordiamo che se M è una varietà complessa e T M indica il fibrato tangente olomorfo (ovvero le derivazioni di germi di funzioni olomorfe), T M è isomorfo (come fibrato C ) in modo naturale a T (1,0) M (si veda il Lemma 13.1 del Capitolo 2). Denotiamo con ι : T M T (1,0) M tale isomorfismo. DEFINIZIONE 3.7. Sia E un fibrato vettoriale olomorfo su una varietà complessa M. Sia F T M un sottofibrato. Una connessione parziale per E lungo ι(f ) T (1,0) M si dice olomorfa se per ogni sezione olomorfa s O(E)(U) su un aperto U si ha che s è una sezione olomorfa del fibrato F E su U.
184 TEOREMI DI ANNULLAMENTO DI CLASSI CARATTERISTICHE Nel seguito, ometteremo sempre di indicare l isomorfismo ι se non indispensabile e quindi denoteremo con F sia il sottofibrato di T M sia la sua immagine in T (1,0) M. Per enunciare il teorema di annullamento di Bott ci occorre un altra definizione: DEFINIZIONE 3.8. Sia E un fibrato vettoriale con fibra complessa su una varietà complessa M di dimensione complessa n. Sia F T M R C un sottofibrato complesso involutivo. Una connessione parziale per E lungo F si dice piatta se K(v, w) = 0 per ogni v, w F p per ogni p M (dove K indica la curvatura della connessione parziale ). TEOREMA 3.9 (Bott). Sia E un fibrato vettoriale olomorfo di rango complesso k su una varietà complessa M di dimensione n. Sia F T M un sottofibrato di rango (complesso) l. Sia una connessione parziale per E lungo F. Allora (1) c h (E) = 0 per ogni h n l + [ l 2 ] + 1. (2) Se inoltre F è involutivo e la connessione è piatta, allora c h (E) = 0 per ogni h n l + 1. DIMOSTRAZIONE. Per la Proposizione 2.4 e la Proposizione 2.5, esiste una connessione di tipo (1, 0) per E che estende. Fissiamo un aperto di U su cui E e T M sono banali e sia {ξ 1,..., ξ l } una base di F su U. Siano v l+1,..., v n sezioni di T (1,0) M su U tali che {ξ 1,..., ξ l, v l+1,..., v n } è una base di T (1,0) M su U. Sia { z 1,..., z n } una base di T (0,1) M su U. Sia {ξ 1,..., ξ l, v l+1,..., v n} la base di T (1,0) M su U duale di {ξ 1,..., ξ l, v l+1,..., v n }. Dunque ξ j(ξ h ) = δ j h, ξ j(v h ) = 0, v j(ξ h ) = 0 e v j(v h ) = δ j h. Sia infine {dz 1,..., dz n } la base canonica di T (0,1) M. Sia {e 1,..., e k } una base olomorfa di E su U. Sia K = (K jh ) la matrice di curvatura di rispetto a tale base. Allora K jh = + t 1,t 2 =1,...,l t 1,=1,...,l,t 2 =1,...,n + t 1,t 2 =1,...,n A jh t 1 t 2 ξ t 1 ξ t 2 + D jh t 1 t 2 ξ t 1 dz t2 + G jh t 1 t 2 dz t1 dz t2, t 1 =1,...,l,t 2 =l+1,...,n t 1 =l+1,...,n,t 2 =1,...,n B jh t 1 t 2 ξ t 1 v t 2 + t 1,t 2 =l,...,n H jh t 1 t 2 v t 1 dz t2 per certe funzioni A jh t 1 t 2, B jh t 1 t 2, C jh t 1 t 2, D jh t 1 t 2, H jh t 1 t 2, G jh t 1 t 2 di classe C su U. Dalla Osservazione 3.6 si ha G jh t 1 t 2 0 per ogni h, j, t 1, t 2. Per costruzione poi, se R è la curvatura di, si ha R(ξ t1, )e h = z t2 j K jh(ξ t1, )e j = z t2 j C jh t 1 t 2 v t 1 v t 2 D jh t 1 t 2 e j, t 1 = 1,..., l, t 2 = 1,..., n.
185 3. CONNESSIONI SU FIBRATI OLOMORFI E TEOREMA DI ANNULLAMENTO DI BOTT 185 Per la formula di Ricci R (ξ t1, )e h = ξ z t1 ( e h ) ( ξ t1 e h ) e [ξ t2 z t2 z t1, ] h. t2 z t2 Ora, essendo una connessione di tipo (1, 0) risulta z t2 e h 0. Inoltre, poichè ξ t1 = ξt1 e è una connessione parziale olomorfa, si che ξt1 e h è una sezione olomorfa di E su U e dunque z t2 ( ξ t1 e h ) = z t2 ( ξt1 e h ) 0. Infine, poichè [T (1,0) M, T (0,1) M] = 0, risulta = 0. Da qui segue che [ξ t1, ] R (ξ t1, z t2 )e h = z t2 0 e dunque D jh t 1 t 2 0 per t 1 = 1,..., l, t 2 = 1,..., n e j, h = 1,..., k. Dunque le entrate di K sono due forme date da combinazioni lineari a coefficienti C di (3.1) ξ t 1 ξ t 2, ξ t 1 v t 2, v t 1 v t 2, v t 1 dz t2. Dunque prendendo prodotti wedge di più di n l + [ l 2 ] di questi elementi si ottiene zero. Pertanto, per definizione di c h (E) si ottiene la (1). Per dimostrare la (2), si osserva che se F è involutivo e la connessione parziale è piatta, dalla lista (3.1) si tolgono le due forme di tipo ξ t 1 ξ t 2 (essendo K(ξ t1, ξ t2 ) = 0 per ogni t 1, t 2 = 1,..., l. Pertanto i prodotti wedge di piú di n l di tali elementi è zero, e dunque vale la (2).
186
187 Bibliografia 1. R. Bott, L. W. Tu, Differential forms in algebraic topology, Graduate Texts in Math., Springer-Verlag, New York, V. Checcucci, A. Tognoli, E. Vesentini, Lezioni di topologia generale, Feltrinelli Ed., Milano D. Eisenbud, Commutative algebra with a view toward algebraic geometry, Springer, S. Helgason, Differential geometry and symmetric spaces, AMS Chelsea Publ., Providence, C. Kosniowski, Introduzione alla topologia algebrica, Zanichelli ed., Bologna B. Scárdua, C. Morales, Geometry, dynamics and topology of foliated manifolds, Publicacoes Matemáticas, 24 o Colóquio Brasileiro de Matematica, IMPA, Rio de Janeiro,
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