Della mia Lucania, del peperone crusco e del desinare dell anima



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Transcript:

Gianni Biondillo

1. Della mia Lucania, del peperone crusco e del desinare dell anima venerdì 10 agosto Raggiunta Eboli verrebbe facile la battuta. Quindi la evito. Stiamo entrando in Basilicata, lascio Cristo alle mie spalle, fermo lì dai tempi di Carlo Levi, scrittore che tanto quanto ha amato queste terre altrettanto inconsapevolmente le ha fissate ad un tempo eterno, quasi incapaci di emanciparsi dalla potenza letteraria delle parole dell esule torinese. Torno in Lucania preferisco chiamarla così, per abitudine infantile, quando da bambino scrutavo una vecchia mappa dell Italia che non conosceva ancora la divisione fra Abruzzo e Molise dopo davvero troppi anni. Per quegli strani e misteriosi intrecci che la vita sa tramare, la Lucania, per me milanese figlio di siciliana e di campano, è una terra che appartiene al mio immaginario domestico. Ci venni per lungo tempo da studente d architettura, ospite di Mimmo, un caro amico di Bernalda, girai in lungo e in largo Matera, i Sassi, all epoca ancora spopolati dalla falsa coscienza di una nazione che s era accorta di avere la miseria in casa (ed ecco ancora Levi, le sue parole potenti, troppo spesso pelosamente male interpretate). Era proprio in quegli anni che quell accrocchio, quell accozzaglia all apparenza indistinta di grotte abitate dalla preistoria sino ai giorni nostri, veniva dichiarato patrimonio dell umanità dall Unesco. Ero passato di là nel nome del mio giovanile amore per Pasolini. Usando Il Vangelo secondo Matteo come mappa, strada strada iniziai ad ammirare il vocabolario di architettura millenaria che mi si poneva di fronte, una sorta di catalogo di infinite soluzioni pratiche, logiche, poetiche: la gronda, il gradino, la porta, il muro, la volta giravo con quella ingordigia tipica dei vent anni, per la murgia, per la gravina, misurando le pietre e le architetture neorealiste già in abbandono, senza la dovuta manutenzione, quelle che avevo studiato sui libri di Storia dell architettura contemporanea all università. Poi negli anni fu un continuo ritorno: fra distese di ulivi, castelli federiciani, viadotti plastici e favolistici, polittici veneti, chiesette bizantine, vette alpine. L ultima volta che girai per la Lucania avevo appresso mia moglie e ancora non sapevamo che fosse incinta della nostra prima figlia. I conti si fanno in fretta: sono 13 anni ormai. Ed eccomi di nuovo, qui, ma in una parte della 1

regione che non ho mai visto. Torno, insomma, in un posto dove non sono mai stato. Fortunatamente non sono solo. Gaetano sarà il mio Virgilio personale, mi farà da cicerone e da confidente, sarà il mio punto di riferimento, mangeremo assieme e assieme berremo il vino aspro di questi posti. E poi lui guida. Non è poco per uno come me che non ha neppure la patente! Gaetano è di Latronico, me la indica dalla macchina in corsa, ancora poco ed entreremo nel territorio del parco. Il Pollino si dipana con un confine irregolare e sfrangiato, frutto di cecità politica piuttosto che di buon senso, su tre province e due regioni. È il parco più esteso che abbiamo in Italia e neppure lo sappiamo, per capirci è grande quanto l intera Valle d Aosta. Questi dati io, ovviamente, neppure li conoscevo prima d oggi. È Gaetano che me li snocciola, senza però sembrare un professorino puntuto: me li enumera con quell amore per la materia che saprebbe rendere interessante ogni argomento trattato. Principali corsi d acqua, altitudini, flora, fauna non sto neppure a prendere appunti, non ho voglia di riportare qui i dati, come se dovessi scrivere una guida noiosa che utilizza materiale di seconda mano. Meglio la fonte originaria, allora. A conti fatti non so bene cosa sia venuto a fare qui. Non so scrivere guide turistiche, non so elaborare elegiache descrizioni che possano servire all escursionista o al curioso di passaggio: c è chi lo sa fare meglio e bene. Molto meglio di me, in ogni caso. Sono qui, starò qui per una settimana circa, ancora una volta in Lucania, forse per togliermi di dosso quei residui di luoghi comuni incrostati nel mio immaginario. Sono una mente semplice, non so parlare di nulla che non abbia visto con i miei occhi. Questo, insomma, è il diario di un viandante che cerca di mettere alla prova le idee preconcette che ha di un territorio a lui sconosciuto. La scrittura in fondo è sostanzialmente questo: un atto di conoscenza che si maschera di finzione. La Basilicata (e non la chiamo casualmente così) a pensarci bene è una specie di buco nero dell immaginario nazionale. Stretta fra regioni ingombranti, caciarone, popolose, sembra non abbia un identità precisa. Persino arrivarci è più complicato di quanto si possa immaginare, si fa prima ad arrivare in Sicilia o in Sardegna. Niente aeroporti, pessimi collegamenti ferroviari (spesso inesistenti) e l eterno cantiere della Salerno Reggio Calabria che la lambisce appena. A ovest non è abbastanza campana, a est non abbastanza pugliese. I dialetti sembrano tutti sbagliati, difformi dalle parlate della commedia dell arte. Ovviamente non è abbastanza campana o pugliese perché non è né campana né pugliese. È lucana! Ma provate a chiedere ad un italiano qualunque dove si trovi 2

Melfi o Maratea, Potenza o Matera e di certo sbaglieranno regione. Qualcosa di simile accade anche con le Marche. Per molti Urbino è in Umbria, Ascoli negli Abruzzi. E similmente alle Marche, la bellezza della Basilicata sta proprio nel suo essere terra di mezzo, terra di confine (oltre che di confino!). Non è tanto la coerenza territoriale che caratterizza queste terre, è proprio la continua diversità. Tutti i panorami sono possibili qui. Tutti i sapori, tutte le lingue, tutti i colori. Una specie di Minitalia, dal mare alle cime innevate, a disposizione di chiunque. Basterebbe saperlo. Nel frattempo siamo arrivati in prossimità del lago di Monte Cotugno, una enorme invaso artificiale che ha le acque color carta da zucchero. Farò tappa qui stanotte e le notti successive, ospite di un agriturismo che ha un eleganza quasi toscana. Dal terrazzamento la vista sul lago impressiona. L enorme diga in terra battuta (la più grande d Europa) in fondo a sinistra sembra non fare sforzo alcuno a contenere l enorme massa idrica. La Basilicata è una regione fortunata in un Sud mediamente a rischio idrico. Colma di fiumi e corsi d acqua dà da bere oltre che a se stessa, anche alle popolazione e alle coltivazioni del nord della Calabria e di buona parte della Puglia (cosa sarebbero le viti o gli ulivi pugliesi senza l acqua lucana? Che cosa sarebbe di quel paesaggio?). Ma prima di prepararci per la cena decidiamo di fare una visita al centro storico di Senise (e, sì!, non faccio altro che pensare all attore americano, quello di CSI NY, Gary Sinise. Dieci a uno che la sua famiglia era originaria di qui e che a Ellis Island avranno confuso il Comune di provenienza col cognome, perdendo, nel Nuovo Mondo, l identità familiare, ma acquistando quella più ampia di un intero territorio). Il paese è in fibrillazione, stanno montando le luminarie per la festa di San Rocco - santo protettore della peste, culto molto seguito da queste parti -, con in contemporanea una sagra del peperone di Senise. Che ovviamente io manco ne conoscevo l esistenza beata ignoranza ma che qui non perdono tempo a raccontarmi che si tratta di un peperone particolare, I.G.P., unico nel suo genere, e come a dimostrarne l importanza persino estetica, folkloristica, mi mostrano la serie infinita di serte (specie di ghirlande di peperoni messe ad essiccare) che fanno bella mostra sui balconi del centro. Interi, a scaglie, in polvere, nei sughi, nei salumi, nella carne: peperone di Senise ovunque! Ma devi mangiare quello crusco, continuano a dirmi. Ormai giro per il paese come un drogato alla ricerca di una dose. Provo a spiegare ai miei ospiti che io il peperone lo amerei anche, ma poi non riesco a digerirlo. Quello arrostito non si digerisce ( arrostuto, si dice al paese di mia moglie, buono come una delizia degli dei e perfettamente indigeribile) ma 3

quello crusco si digerisce, fidati. Ok, va bene. Ma che diavolo vuol dire crusco? Finalmente troviamo un pusher. Mi porge una dose di zafaran crusch. Un peperone crusco. In pratica un peperone svuotato e immerso nell olio bollente. Addentandolo scrocchia, sembra una patatina fritta al gusto di paprica. La retorica culinaria imporrebbe descrizioni minuziose del sapore provato, dell inebriante aroma, del raffinato retrogusto. Non ho mai scritto di cucina, non ne sono capace. So che a me piace. E che non m è rimasto sullo stomaco. Poi ci pensa Enza a ricordarmi che non siamo qui solo per desinare collo stomaco ma anche coll anima. Mi porta a visitare la chiesa di San Francesco. Uno dei tanti, infiniti gioielli sconosciuti dell Italia minore. Anche qui non ho alcuna voglia di riportare le sue parole appassionate, mi sentirei quasi un pornografo. Enza ama davvero quello che racconta, e lo fa con la competenza di una laureata in Beni Culturali. Con lei mi diletto a sfoggiare il mio vocabolario da storico dell architettura in pectore, abortito sul nascere da un università baronale che m aveva espulso dal corpo accademico ben prima che io pensassi solo di entrarci. La chiesa è di fondazione medievale, ma un rifacimento barocco, controriformistico, le ha dato una veste chiara e gaia ben poco francescana. In fondo all unica aula, proprio nell abside, noto dapprima un coro ligneo, credo di noce, tarlato dal tempo e dallo scalpello dell artigiano. Bello. Non raffinato, ma pieno di buona volontà. E poi l enorme polittico di Simone da Firenze, che, mi spiega Enza, da Firenze non ci veniva affatto, anche se così è firmato sulla fascia centrale. Forse non era nativo toscano, ma di certo quell arte l aveva frequentata. Non ostante la doratura bizantina, e un certo gusto tardo gotico nelle decorazioni, l incarnato della madonna in trono, dei putti, dei santi e l intera architettura della composizione è di un rinascimento maturo. Qui. Nel buco nero dell Italia. Che forse non è per nulla nero: nero è solo il nostro sguardo opaco, pieno di pregiudizi. La Basilicata è davvero una regione da scoprire. Lo stanno facendo in questi anni, prima di noi, tedeschi, olandesi, americani. Sarebbe ora di iniziare a farlo anche noi italiani. Ne vale davvero la pena. 4

2. Dei popoli viaggianti, dell abitare una lingua e dell arte contemporanea sabato 11 agosto Franca è una di quelle che è tornata. Per amore. O meglio: è tornata perché il marito amava troppo la sua terra ed ha preferito lasciar perdere la sua specializzazione d ingegneria meccanica e tornare, da Roma, qui in Basilicata; e lei, per amor suo lo ha seguito. L amore per un amore. Una specie di amore al quadrato insomma. Me lo racconta mentre apre per me solo la sede del Museo della Cultura Arbëreshe di San Paolo Albanese. Il museo è piccolo, ha la classica sequela di oggetti tipici di tutti i musei della cultura contadina che si possono incontrare un po dappertutto nel Sud Italia. Un museo a ben vedere noioso, didascalico, senza quella capacità di stupire, di interagire col pubblico che hanno molti dei musei che ho visitato in giro per l Europa. Ma Franca è albanese, arbëreshe, di nascita e per come la vedo non è il museo, è lei quella che mi interessa. Lei porta con sé, sulla sua pelle, quella cultura che vorrebbe mostrarmi nelle teche, negli oggetti quotidiani che, se non usati, divengono lettera morta. Quindi la sottopongo ad un fuoco di fila di domande alle quali, educatamente, non si sottrae. Ha voglia di parlare, di interagire, di mostrare il suo orgoglio d appartenenza senza arroganza, spesso, anzi, con una modestia che commuove. Ho imparato l italiano andando a scuola mi dice. La sua seconda lingua. Perché qui, da quasi cinquecento anni si parla un albanese del sud, in parte cristallizzato a quell epoca, in parte mutato col mutare dei tempi e dei contatti con gli abitanti e i dialetti del vicinato. L albanese moderno è molto diverso dalla nostra lingua mi spiega, ma se mi ci impegno lo capisco, un po come un italiano che intuisce uno spagnolo se gli parla lentamente. Mi racconta della lavorazione della ginestra, di come i suoi nonni riuscissero a trasformarne la fibra in un filato per farne abiti, sacchi, coperte. Mi mostra i costumi tradizionali esposti ma ci tiene a dire che alcuni di questi abiti sono ancora usati quotidianamente dalle ultime vecchiette che girano per il paese. Nulla di folkloristico, insomma, ma vita quotidiana. Dopo di loro, probabilmente più nessuno vestirà così: mi sento nel cuore di un cambiamento epocale, ineluttabile. Come se stessi assistendo alla morte di una stella nel firmamento. In fondo è inevitabile, è inutile vivere di nostalgie per gli usi altrui. La 5

storia di quegli abiti, di quegli attrezzi di lavoro, è anche la storia - per quanto gloriosa, per quanto leggendaria - di miserie, di fame, di fatica. Immaginiamo, dagli studi di Ernesto De Martino in poi, la Basilicata come una terra immobile, relegata da noi in un eterno medioevo. Ma ciò che aveva affascinato l antropologo oggi, prendiamone atto, non esiste più. Ed è giusto che sia così. Trovo snob il modo di vedere questa regione, questo insistere sull idea che sia un popolo di vecchi, con usi e costumi sepolti nella notte dei tempi, questa idea mortuaria, funebre, fatta di riti contadini e tradizioni fossilizzate, che piacciono tanto ai cittadini frenetici del nord, lettori estatici di scrittori meridionalisti, così autentici, così esotici. C è chi ci marcia su tutto ciò. C è chi ha fatto la sua fortuna artistica, in un eterno, infinito neorealismo fatto di piccoli Rocco Scotellaro, di verghismi degli stenterelli, di Franceschi Jovine in pectore, di buon selvaggi, di briganti televisivi, di salsicce lucaniche e sagre popolari del fagiolo o della porchetta. Ma questo non lo dico a Franca perché lei non fa parte di questa risma di persone. Lei, semplicemente, parla, canta, ama, sogna in arbëreshe. Neppure una settimana fa ero in un enclave ligure della Sardegna. Da Pegli negli stessi anni della fuga dall Albania di questa gente, una comunità di pescatori di corallo s era trasferita in Tunisia, a Tabarka. Due secoli dopo furono cacciati ( fuori di qui, stranieri che ci rubate il lavoro! ) e perciò il re sabaudo donò loro due isole in Sardegna: Sant Antioco e San Pietro. Girare per quelle strade dal piano regolare, piemontese, e sentire parlare in un ligure stretto, o mangiare la focaccia proprio come potrei farlo a Genova, mi aveva straniato. Qui è ancora più affascinante. La resilienza di una cultura supera le più incredibili avversità. In fondo noi, prima ancora di un luogo, di un paese, tutti noi abitiamo una lingua. È quella, su ogni cosa, che ci forma, che ci identifica. Ogni volta che muore una lingua muore un mondo. Ogni volta che una lingua resiste, resiste la diversità, la molteplicità, la ricchezza dell umano. Ovviamente nulla resta immobile e uguale a se stesso, sarebbe contrario alla vita stessa. La comunità arbëreshe subì persecuzioni, su tutto religiose. Furono cattolicizzati a forza. Ma residui di resistenza culturale restarono intrisi nei gesti e nelle abitudini di questa gente. Si mischiarono col nuovo per diventare altro (che è in fondo il modo migliore per conservare le cose). Nella chiesa principale mi viene fatto osservare un affresco scoperto da poco: mostra un ostia quadrata e una scritta in greco. Nulla di che dal punto di vista artistico, ma dimostra come ancora nell Ottocento il legame col rito bizantino fosse forte. E lo dimostra il fatto che agli inizi del Novecento la chiesa cattolica, dopo tanto inutile sottomettere, 6

trovò una sorta di compromesso, inventando da zero la Chiesa Cattolica italo-greca di rito bizantino. Come a dire: se non riusciamo a piegarvi del tutto, vi inglobiamo. Mantenete le vostre abitudini orientali, basta che vi dichiarate cattolici. Don Francesco, l attuale presbitero, ha preso con fin troppo zelo il compito conferitogli. Sta, negli anni, riempiendo la chiesa, che ha tutto l aspetto di una tipica chiesa cattolica, di icone bizantine. Lui stesso è un pittore e studioso raffinato e molte delle immagini sacre poste sull iconostasi (che non c era mai stata prima) le ha dipinte lui stesso. Dietro, nella parte riservata al clero, s è fatto aiutare dalla figlia, mi viene detto. Figlia? Ah, già me l ero dimenticato: i preti di rito bizantino possono avere una moglie, possono avere figli. Ed essere cattolici. Giusto per far capire che la chiesa di Roma è molto più pratica e malleabile di quanto immaginiamo! Don Francesco vive con un po di fastidio la presenza di statue sacre all interno della chiesa, vorrebbe ci fossero solo icone. Vorrebbe, insomma, ripristinare un passato perfetto, inamovibile. Illogico: ormai, dopo secoli di culto, la comunità arbëreshe ama le sue statue così cattoliche, così italiane, che senso ha imporre così tanto integralismo di ritorno? Mi avvicino alla statua di San Rocco, santo veneratissimo in questa parte del sud Italia. Mi mostra la ferita sulla coscia, e piuttosto che ad un bubbone della peste lo associo ai turgori delle punture di zanzare e di tafani che mi stanno mangiando vivo in questi giorni. Ad ognuno la sua pena, insomma. I quotidiani fanno a gara a spaventarci con i nomi poco vezzosi dati alle roventi vampate di questa estate: Nerone, Caligola, Lucifero ma fortunatamente pare che la temperatura si stia abbassando, il caldo sembra più sopportabile. Me ne sono accorto questa mattina, prima di salire a San Paolo, quando Gaetano mi ha accompagnato a vedere il cantiere di un opera d arte contemporanea. Sarà un teatro vegetale mi spiega, ideato da Giuseppe Penone. Scopro così che esiste da qualche anno un associazione che cerca di portare i linguaggi della modernità nel cuore del Pollino. Arte Pollino, si chiama l iniziativa. Il progetto di Penone è ancora in fieri, ma le polemiche non sono mancate. D altronde se c è una cosa che sappiamo fare bene, noi italiani, è polemizzare su tutto: a che serve quella cosa? Rovina il parco, lo deturpa! Inutile dire che di quei due capannoni al di là del greto del Sarmento, orribili e impattanti, nessuno ha mai avuto da ridire. Siamo così, ciò che è meschino, anonimo, senza qualità, non ci disturba. Ci dà fastidio il nuovo quando è davvero nuovo, quando è visione, sogno, speranza. Siamo un popolo di lagnosi conservatori che fingono di amare l arte nel nome del nostra antica, gloriosa, 7

tradizione, la stessa che quando era nuova veniva denigrata e derisa. Gaetano mi vede interessato alla questione. Decide perciò di farmi fare un mini tour di arte contemporanea nel Pollino. Mi porta a Latronico, e scopro così dell esistenza di quella che forse è la più grande installazione di Anish Kapoor in Italia. Un taglio in una collina di riporto, una ferita di cemento armato, che mostra al suo interno il ventre della terra. Poche cose, come è tipico di questo artista, che devono essere riempite dalle nostre sensazioni emotive. Qui, nella terra dei briganti e dei riti agricoli, nelle lande dove Cristo manco c è pure arrivato, qui nei paesi che eternamente muoiono, nel nostro immaginario rovinistico e romantico, qui, si dà uno schiaffo a pregiudizi, si guarda verso il mondo, verso Londra, verso NYC. Inutile dire che il progetto, quando fu presentato, venne osteggiato dai buon pensati locali. Ma chi diavolo è sto Kapoor, perché non hanno chiamato un artista locale? (forse perché l arte quando è locale, non è arte ma ornamento? Forse perché un artista e solo lui, sa vedere quello che noi, a casa nostra, non abbiamo mai saputo vedere?). Ma non ci sono stati solo i propugnatori dei monumenti a Padre Pio versione king size, ben inteso. Ed è questa la cosa bella di questa storia. Ci sono stati ragazzi, e non solo loro, che hanno amato e difeso il progetto. L arte, poi, sa sempre pescare dove meno ci si immagina. Lo capisco incontrando Romeo, l imprenditore edile che aveva ottenuto l appalto dei lavori. Un uomo sulla sessantina, dalla parlata dialettale facile. Lui, che Kapoor ovviamente neppure lo conosceva. E che quando ha visto il progetto s era messo le mani nei capelli: ma che cavolo è questa cosa? (non riporto le parole esatte, per buona educazione, ma le si possono immaginare). Poi però, con quella praticità che hanno le persone abituate a tirarsi su le maniche, s era messo di buzzo buono. E s è entusiasmato. Non è per i soldi mi dice, mentre beviamo un bicchiere d acqua sulfurea (Latronico è città di terme), che in fondo per me è stata una perdita. Ma era per la sfida. Faccio strade, ponti, case, quando mi ricapitava una cosa così? All inaugurazione dell opera Kapoor, prima ancora di salutare il sindaco o le autorità locali, andò ad abbracciare questo artigiano del cemento dagli occhi azzurri, questa faccia da contadino dalla parlata greve. Lo ringraziò per il lavoro fatto. E una brava persona mi dice Romeo. Uno semplice rido alle sue parole. Poi mi racconta di quando Kapoor lo invitò a Londra per la sua retrospettiva alla Royal Accademy. La storia è talmente esilarante che non vale davvero la pena leggerla. Occorre sentirla dalla sua voce. 8

È quasi sera Gaetano corre contro il tempo per portarmi a San Severino Lucano prima del tramonto. C è un ultima cosa che vuole farmi vedere in questo minitour d arte contemporanea. Superiamo il paese e dopo l ennesimo tornante ho come una visione onirica: sulla cima di una collina, nel cuore del parco, di fronte ad una vista che toglie in fiato, una giostra meccanica fa bella mostra di sé. È un installazione di Carsten Höllen, mi viene spiegato da Giovanni, un attempato dipendente comunale. Cosa può fare l arte, mi dico. Giovanni di Höllen non sapeva nulla. Gli fu chiesto di organizzare la logistica per il trasporto di questo ammasso di ferraglia, di questo vecchiume più adatto alle discariche che alla installazione. E lui lo fece, con zelo. Poi comprese. Capì l ironia del gesto, intuì che una vecchia giostra spagnola degli anni Cinquanta, messa lì, spiazzante, fosse a modo suo un gesto poetico. Se ne innamorò. Ad ogni turista, passante, studioso d arte che voleva visitarla subito si dava da fare per accompagnarlo, farlo salire nei carrelli sospesi, mettere in moto il marchingegno. Dare vita al sogno infantile e visionario. Una volta ci feci salire una studentessa dell Accademia, col suo ragazzo. Era il suo compleanno. In piena notte, sotto le stelle. Non se lo dimenticherà mai per tutta la vita. Guardo questo disco volante, questa astronave aliena nel tramonto che arrossa le cime del Pollino. Sento la magia del posto. Ma non ci posso salire sopra. Giovanni non ha più le chiavi, lui che faceva tutto per pura passione ha dovuto cedere alla protezione civile la gestione dell opera. Non mi metto neppure a cercare un addetto, probabilmente sarà alla sagra del paese. La burocrazia, come sempre, quando arriva distrugge ogni cosa. Sogni compresi. 9

3. Di fiumi che non si vedono o cambiano nome e della mia esperienza acquatica. domenica 12 agosto Gaetano mi mostra dove nasce il fiume Mercure. Che non si vede. C è e non c è. Dapprima non capisco, quello che vedo è un pianoro fra vette dai nomi curiosi (fra tutti il Monte Grattaculo), come fa a nascere un fiume qui? Gaetano allora mi mostra delle strane fenditure nell erba, poi gruppi di pietre come a segnalare pozze, cavità. Capisco così che sono nel bel mezzo di un avvallamento di racconta delle acque. Neve in inverno, piogge, rivoli sottotraccia: il Mercure nasce carsico intride la terra permeabile, scava nella pancia della montagna, cerca uno sfogo, nel suo viaggio tortuoso, sale verso nord, per poi finalmente apparire dalle parti di Viggianello, infine curva verso sud ovest, alla ricerca del mare. Mercure mi sembra un nome dalla etimologia interessante. Gaetano mi racconta di eremiti, di grotte, di Laure del Mercurion, mentre passeggiamo in una faggeta. Mi distraggo. Amo i boschi di faggio. Sono folti e rigogliosi senza essere oppressivi. La luce del sole attraversa le frasche, crea giochi di chiaroscuro riposanti. Il microclima qui sotto, all ombra di alberi alti anche quindici, venti metri, è perfetto per una passeggiata. Ogni tanto appaiono gruppi di viandanti, ma non sembrano tipici trekkinisti. Non lo sono, infatti. Sono escursionisti della domenica, di quelli che se potessero arriverebbero in macchina pure sulla cima del Pollino; vestiti in modo inadeguato, quasi fossero a passeggio per le vie del centro cittadino, o sulla spiaggia di Riccione. Una coppia davanti a noi porta, una maniglia a testa, una pesante borsa frigo, lui è più alto di lei e più ci avviciniamo e più sentiamo il loro scambio acceso su come tenere la borsa, su chi deve alzare il braccio e chi abbassarlo per mantenere la borsa perfettamente orizzontale. Manca solo che appoggino una bolla metrica per valutarne il grado d inclinazione. Ci avviciniamo e non osiamo salutare, come invece è d uopo fra escursionisti sconosciuti. I due sono ai ferri corti, ancora pochi minuti e probabilmente si rinfacceranno difetti, alito cattivo, tradimenti passati. Sono qui perché d estate, di domenica è obbligatorio essere qui, per mangiare come lupi famelici le cose comprate al supermercato, ma è chiaro che se potessero evitare questo rito collettivo se ne starebbero volentieri davanti al televisore. La natura, per loro, è una cosa indifferente, inutile, neppure alzano lo sguardo per 10

ammirare il bosco. Fra un paio di giorni sarà ferragosto, e terre così belle e fragili saranno invase da orde barbariche che useranno questi posti come un semplice fondale da usare per reiterare gli stessi gesti quotidiani fatti in cucina o nel giardino di casa. Sembro uno snob? Come faccio ad essere così sicuro di quello che scrivo? È che non c è volta che, in posti come questi, non abbia vissuto la ferita di pianori sommersi di lattine vuote, bottiglie di plastica abbandonate, sacchi di spazzatura gettati dietro le siepi. Portare queste cibarie, all andata, pesa. Ma al ritorno, mangiato come cinghiali, sembra che la spazzatura pesi ancora di più: occorre liberarsene in fretta, quasi fosse una colpa, una vergogna. Ormai i due litigiosi viandanti staranno già divorziando, li abbiamo lasciati da molto tempo alle nostre spalle. Siamo sul Piano Ruggio, sull ossimorico Belvedere del Malvento. Oltre è la Calabria. Che è, evidentemente, solo una distinzione amministrativa, il Parco è un corpo unico, coerente, la natura non conosce delimitazioni burocratiche. Sulle rocce alla mia sinistra vedo i miei primi pini loricati. Sono alberi dal fusto tormentato, di una bellezza differente rispetto ai faggi di prima. Più sofferta, faticosa. Crescono su pendii vertiginosi, spaccano la pietra cercano il sole. Ne vedremo altri, più da vicino mi assicura Gaetano. Al ritorno ci fermiamo al rifugio Fasanelli. Qui tutto è lindo quasi fossimo in Austria. Viene voglia di stendersi, godersi il sole, dormicchiare sull erba. Invece proseguiamo per Rotonda, alla ricerca del fiume Mercure. Che d improvviso smette di esistere. Carsismo? No. Cambio di Regione. In Calabria lo stesso corso d acqua prende il nome di Fiume Lao. Lao River. Roba da film sulla guerra in Indocina. Il tempo a disposizione è quello che è, il tanto decantato panificio di Rotonda dove trovare squisitezze uniche, data l ora, è chiuso. Oggi è domenica e ce lo siamo dimenticati, lungo la strada troviamo solo negozi chiusi. Poi a Laino Borgo, sotto un sole meridiano, incontriamo un bar con le insegne aperte. Ci fondiamo dentro e chiediamo un panino. Il gestore sgrana gli occhi: Io ve lo posso fare ci dice dispiaciuto ma con il pane, però. Per tre secondi non capisco di cosa stiamo parlando: e con cosa si fa un panino se non con il pane? Mi sembra un dialogo degno di Ionesco. Poi capisco: filologico fino allo stremo, nel suo regime tassonomico il panino è il bocconcino di pane dicasi modenese, rosetta, all olio, etc. mentre il pane, è il Pane, con la P maiuscola. La forma di pane, quella dei contadini, da tagliare a fette. Ovvio che per noi la distinzione, sarà la fame, è degna della discussione scolastica sul sesso degli angeli. Va bene tutto, basta che sia 11

commestibile. Ci sediamo fuori ad osservare il panorama, birretta alla mano. Finché arriva il panino. Porchetta e melanzane sottolio. Avessi un dietologo personale ne sentirei sicuramente fin da qui le urla e gli strali. Menomale che non ce l ho, così non mi sento in colpa mentre addento tale prelibatezza. E chi se ne frega del colesterolo. Mi auguro solo che non ci sia uno specchio, penso, entrando nello spogliatoio. Non saprei reggere la vista di tale scempio. Gli specchi sono opere del demonio, non dimentichiamocelo. Noi siamo fatti per non guardarci, dobbiamo riconoscerci nello sguardo degli altri. Specchiarsi significa cadere nella tentazione di noi stessi, morire di narcisismo. Insomma non voglio vedermi, penso, ormai in mutande. Poi la smetto con questi pensieri da filosofo della domenica. Sto infilandomi la prima muta della mia vita, nera, extralarge. Faccio una fatica boia, tiro indietro la pancia, infilo le braccia. Ora, inguainato di tutto punto, nero come un corvo, manca solo un mantello rosso e sembro un supereroe bolso, che ormai veleggia sulla cinquantina: uno spettacolo deprimente. Niente specchi, però, quindi esco dal camerino sollevato. Il mantello non me lo danno, ma mi forniscono di casco, giacca impermeabile e giubbotto salvagente. Sono pronto per la mia prima esperienza di rafting. Sperando anche che non diventi l ultima! In realtà i ragazzi del Lao Canyon Rafting sono bravi, professionali e sanno metterti subito a tuo agio. La nostra guida parla italiano con uno spiccato accento sudamericano. La cosa mi incuriosisce. Vengo così a scoprire che Ariel è uruguaiano ed ha conosciuto dalle sue parti Luca, Andrea e Raffaele (detto Raffo), amanti della disciplina che avevano girato per mesi nel Sud America, un po per perfezionare le tecniche, un po per imparare la lingua. E così altrettanto hanno fatto Ariel, Pedro e Sebastiano Garcia, venuti qui per le stesse ragioni. Una sorta di Programma Erasmus del rafting, autoprodotto, che, grazie anche all aiuto di Antonio, ha permesso loro di aprire questa attività. Una storia così lontana dagli stereotipi del sud indolente, vecchio, moribondo. Riceviamo le minime istruzioni di base ed entriamo in acqua col gommone. Sul nostro, oltre a me, Gaetano ed Ariel, piazzato a poppa, c è una giovane coppia. Lui è posto sulla destra della prua, lei gli sta dietro. Partiamo. Sono anni che ragiono sul tema del paesaggio. Sul distinguerlo dal territorio, dal panorama, dagli scenari. Il paesaggio resta comunque qualcosa che ha a che fare con lo sguardo, col punto di vista. Sta negli occhi di chi guarda, quasi di più che nella sua realtà oggettiva. Sta nella capacità di leggerne la complessità, la ricchezza, le costanti e le varianti. Sta, su tutto, nella curiosità: quella che il nostro compagno dallo spiccato accento pugliese 12

non ha affatto. Ci rendiamo subito conto che a lui di seguire le istruzioni che Ariel ci impartisce non interessa affatto. Neppure alza gli occhi da qui la vista è mozzafiato - cerca l emozione, lui, l adrenalina. Urla come uno scemo, si piega in avanti verso il pelo dell acqua, fa scherzi idioti con la pagaia. Noto che il nervosismo di Ariel, persona che alla partenza sembrava il ritratto della pace interiore, sta salendo. Per lui il rafting è una passione, ma sa anche che non è un gioco. Il nostro compagno pugliese, con il suo temperamento guascone ci mette continuamente in situazioni complicate. Non rema quando gli viene chiesto, lo fa quando gli viene proibito. Si sposta di continuo, almeno un paio di volte, con le sue spacconate, ci fa incagliare nelle rocce. Ariel urla, lo rimbrotta, gli spiega che un gommone non si guida come una macchina, che questa non è una gara, che dobbiamo seguire le leggi dell idrodinamica, lui finge di aver capito, sguardo da cane bastonato, poi ricomincia daccapo con le sue intemperanze. Persino la compagna, rossa di vergogna, cerca di dirgli qualcosa. Mollalo vorrei dirle io. Se te lo tieni ti renderà la vita impossibile. Ma me ne sto zitto. Sulla mia testa passa il viadotto della Salerno Reggio Calabria. La vista da qua sotto è impressionante. Il viadotto Italia l avevo già visto, dall alto, una specie di segno logico nell orografia, un esempio di land art autentico, perfettamente disegnato nel suo essere scarno, essenziale e al contempo monumentale, ma da qui, da sotto, nell orrido calcareo tutto diventa addirittura sublime. Al pugliese non gliene frega niente. Urla ad Ariel se ci sono rapide da superare, se si può andare più veloci: Ariel lo stoppa, ma lui neppure lo ascolta. Ci incagliamo di nuovo. Non conosco lo spagnolo ma ho la certezza di aver distinto delle bestemmie. Le stesse che sto pensando io, nel mio idioma. Dalla roccia cerchiamo di rimuovere il gommone, il pugliese direi barese da certe vocali strascinate, sua sponte, spinge da dentro con la pagaia sulla parete rocciosa, il gommone s allontana repentino, Ariel cerca di immobilizzarlo, acqua fin sopra la cintola. Io e Gaetano restiamo sullo spuntone. Non ci resta che gettarci in acqua per raggiungere l imbarcazione. Per fortuna all andata un anima pia mi aveva legato con degli elastici gli occhiali dietro la nuca. Scivolo dalla roccia convinto che il fondale sia basso. Non lo è, ci entro dentro con tutta la testa, ma gli occhiali non mi scappano. Risaliti pagaiamo, più mogi. Da dietro guardo il mio compagno barese. Sembra continuamente distratto, incapace di concentrarsi sulle cose. Non credo ci sia in lui il desiderio di rovinarci l esperienza. Non credo neppure ci sia cattiveria, arroganza, prepotenza. In lui riconosco un modo d essere di certi italiani, purtroppo molto numerosi. Un modo infantile di vivere le cose. Un continuo desiderio di appagamento 13

immediato, senza visione del futuro, senza comprendere il senso del lavoro collettivo. Uno di quei tipi che da ragazzini, nelle partitelle di calcio, volevano sempre segnare, che non passavano mai la palla, convinti di poter e saper fare tutto da soli. Un individualista puro, che magari può aiutarti, darti una mano, come è capitato, quando si rende conto di un pericolo, e che però è capace di non rendersene conto affatto perché non ne ha neppure la percezione. Tutto diventa un gioco, per questa tipologia nazionale, tutto diventa soddisfazione del basso ventre, senza troppa elaborazione intellettuale, senza alcuna sensibilità. Puro irresponsabile desiderio di felicità personale. Egoismo, insomma. Poi ci tocca scendere dal gommone ancora una volta, per costeggiare una strettoia di rocce a piedi: Ariel, da solo, trascina il gommone come Atlante il globo terracqueo e lo porta al di là del salto. Noi da sopra possiamo solo gettarci in acqua per raggiungerlo. La corrente è forte, mi consigliano di gettarmi verso sinistra. Lo faccio in una posa ridicola, con le dita della destra che puntano gli occhiali al naso, come stessi meditando chissà quale pensiero profondo anche durante il lancio nel vuoto. Scompaio nell acqua, tenendomi fissi gli occhiali quasi fossero il codino del barone di Münchhausen col quale poi tirarmi fuori; riappaio giusto in tempo per sentire le grida: Troppo in là, vado sotto. L acqua è gelida, ma la sensazione in fondo è piacevole, riappaio. Lo stiamo perdendo dice qualcuno, neppure fossimo in una medical fiction americana. Pesco nel mucchio una mano tesa e finalmente tocco il fondo con i piedi. Posso risalire a bordo. Tornando verso casa facciamo una pausa a Viggianello, dove incrociamo Valentina, una ragazza che vive e lavora qui (quanti ragazzi in Basilicata! Inizia ad avere la mancanza dei rassicuranti vecchi moribondi neorealisti!). Diventa inevitabile fermarsi al bar. Raccontiamo le nostre gesta acquatiche con quel tono che dissimula indifferenza ma che è pieno di un orgoglio un po fesso. Ormai ha tramontato, siamo stanchi, ci inerpichiamo verso Senise per alcune strade interne, fra boschi e tornanti. Poi, quasi in mezzo alla carreggiata, vediamo un Gufo che ci osserva. Le luci della macchina fanno scintillare i suoi enormi occhi. Con calma apre le ali e spicca il volo. Un Gufo. Chi l aveva mai visto un gufo?, penso. Neppure dieci minuti dopo un cucciolo di volpe taglia la carreggiata e si ferma sulla destra. Ci guardiamo tutti e due, per un tempo breve ed infinito assieme. Ho in mano la macchina fotografica ma neppure l accendo. Quando me ne rendo conto la sporgo dal finestrino, ma l animale scompare nel buio. La poesia non accetta interruzioni prosaiche. 14

4. Del pastore che si fece artista, di una magia infantile e di quel paese là. lunedì 13 agosto Giovanni Marino era un pastorello cresciuto coi nonni a Teana. A sedici anni aveva raggiunto il padre, emigrato in Argentina, e lì s era messo a fare il muratore. Non gli dispiaceva disporre le cose nello spazio, crearlo, dal nulla. Iniziò a ragionarci sopra, a studiare nei corsi serali del Circulo de Bellas Artes di Buenos Aires la materia. Non gli bastava, fu perciò la volta della Scuola Politecnico. Poi da privatista si laureò Professor Superior. Trasvolò in Spagna e poi a Parigi. Erano gli anni Cinquanta, divenne un artista. Installò le sue realizzazioni in giro per l Europa, una è tutt ora di fronte alla residenza del Presidente della Repubblica francese. Usò come nom de plume Marino da Teana. Perché, non ostante tutto, non volle mai perdere le sue radici. Scopro questa storia qui, a Teana, mentre visito le cinque sculture che in vecchiaia il suo paese d origine ha voluto distribuire in vari punti dell abitato. Un modo di riallacciare un legame flebile, per smentire l antico adagio che nessuno è profeta in patria, per ringraziarlo di tutto quell amore per queste terre che l antico pastorello aveva serbato con sé, come una riserva aurea della sua coscienza. Sculture astratte, geometriche, di marmo, di corten arrugginito. Tutto il contrario del figurativismo becero che ogni giunta comunale italiana che (non) si rispetti propugna nelle sue piazze. Di Marino di Teana, ben inteso, i teanesi nulla sapevano prima di questa tardiva scoperta. E di certo avranno storpiato il naso vedendo installare queste opere. Ma il gusto si educa con l esempio, non c è altro modo. Come si suol dire: nessuno nasce imparato. Il sindaco del comune viene a sapere che sono in giro a fare fotografie e con una gentilezza tipica di queste terre decide di accompagnarmi, assieme ad un paio di amici. Uno di questi, verrò poi a scoprire, gli fu avversario alle elezioni. Ma se vivi in un posto di un migliaio di anime, l avversità politica non è mai così netta e definitiva. Il gruppetto mi marca stretto, già che c è mi porta in chiesa per mostrarmi orgoglioso le ghirlande di spighe di grano intrecciate su impalcature di legno che durante la festa della Madonna vengono portate sul capo dai teanesi. Giusto per farmi capire di cosa si tratta il Sindaco sfodera un IPhone e mi mostra la ripresa video. Riti agricoli 15

osservati da un oggetto tecnologicamente avanzato. Eppure non c è alcuna contraddizione. In una piazzetta appartata, mentre fotografo l opera dal titolo L Alba (ma quella che ho preferito, per inciso, è l Omaggio a Lao Tse) noto un vecchietto seduto sulla panchina. Si gode l ombra di un albero. Attacca bottone. È di Marino di Teana mi conferma. Mi avvicino, inizia così un dialogo vagamente surreale fra uno scrittore milanese che fotografa pezzi di ferro arrugginiti (ché quello è, ai suoi occhi, ciò che abbiamo di fronte) è un vecchio signore che comunica solo in dialetto stretto. Ammette di non capire il mio interesse per quella robaccia. Però vuole farmi sapere che Marino vive in Francia. Viveva gli dico, ormai è morto. Non ci crede. Glielo confermo. È morto a gennaio di quest anno. Sbuffa. Suo fratello vive qui, ma non mi detto niente. (inutile cercare di riportare l idioma aspro di queste terre, non ho abbastanza padronanza filologica). Il mio interlocutore si chiama Vincenzo. Scoprirò poi che viene chiamato Don Vincenzo in paese, ma io, lì, sotto le fresche frasche, intesso subito un rapporto così intimo - di quelli che possono capitare solo in un vagone ferroviario fra due sconosciuti - che non rispetto le buone maniere meridionali che pure conosco. Vincenzo ha quasi novant anni, mi dice. Faccio due conti veloci: è quasi coetaneo di Marino, nato nel 1920. Si saranno pure conosciuti da ragazzetti. Poi uno è rimasto qui, l altro è partito. Vincenzo qui c è rimasto per davvero. Tranne che per il militare non s è mai spostato da Teana. Ha avuto due figli, un maschio e una femmina, ha sgobbato per tutta una vita ed ora, per passare il tempo, intreccia ceste con i vimini. Ne vuoi vedere uno? mi chiede. Si alza, andiamo assieme verso casa sua. Il gruppo che mi seguiva Sindaco, amico/avversario, Gaetano, etc.- e che era rimasto appartato lontano da noi due, ci vede andar via e non capisce. Ai loro occhi forse sembriamo due marziani, due mondi lontanissimi in piena collisione. D istinto offro il braccio a Vincenzo. I suoi cestini sono graziosi, ma per quanto cercasse di vendermeli li lascio lì, non saprei dove metterli in valigia. Però gli prometto che se torno con la famiglia vengo a cercarlo. So dove trovarti gli dico, Sulla panchina di fronte a Marino di Teana. Lui annuisce, sorridendo, poi aggiunge: Non è che i tuoi amici vogliono comprarsi un cestino? Mai cedere alle tentazioni. Anzi, per la precisione: mai accettare un invito a pranzo da un sindaco lucano. Quello che dovrebbe essere un pasto frugale per me, qualcosa che serve a bloccare il languore, per poi rimettersi in marcia, diventa, in queste condizioni, una vera e propria gimcana enogastronomia. 16

In fondo lo sapevo, lo dovevo immaginare. Ma di fronte a tanta gentilezza, di fronte all invito, sventurato risposi. Due ore di tavola imbandita, quanto meno, oltre che a preservarci dal caldo torrido del primo pomeriggio, mi hanno permesso di chiacchierare con chi il territorio lo conosce e amministra tutti i giorni. La discussione passa da un argomento ad un altro, repentinamente. Vengo a scoprire che la Basilicata è come una piattaforma che galleggia sul petrolio. Per quanto le royalties che incamerano siano basse rispetto alle concessioni che mediamente i petrolieri elargiscono persino in Africa, questa attività estrattiva, aggiunta al fatto che questa terra abbevera le regioni limitrofe, fa sì che la Basilicata, in fondo, non sia una realtà povera. I soldi non mancherebbero: manca la capacità di sfruttarli, di metterli in circolo. Manca la cultura. E dove non c è cultura non c è sviluppo. Mentre se ne parla, superato un antipasto pantagruelico, arriva un piatto di mischiglio al pomodoro e basilico. Una pasta povera fatta di mistura di farine di legumi e cereali vari. Scatta una discussione sull origine del mischiglio. Fardella, il paese confinante, ha dichiarato in pompa magna di esserne l inventore, ma quel paese, mi viene detto, neppure esisteva cento anni fa. E il mischiglio è un piatto tipicamente contadino, che esiste dalle notte dei tempi. Li guardo incredulo. Ma davvero credono sia una cosa importante? Parlano tanto di promuovere il territorio e si accapigliano per una cosa così? Sarà colpa del vino, non so, ma non tengo a freno la lingua: Finitela con questa retorica delle tradizioni. Avete sul vostro territorio un tartufo bianco che potrebbe fare invidia ad Alba e non lo sa nessuno, chi se ne frega della primogenitura del mischiglio! A pomeriggio inoltrato, salutato gli ospiti, scendiamo verso San Severino Lucano. Gaetano guida lentamente, il pranzo l ha stremato. Ma ha voglia di parlare. Mi parla delle frustrazioni di chi cerca di portare una ventata nuova in questa terra che ama in modo smisurato. Lo dice con rabbia, ma senza orgoglio. Mi piace. Io amo la rabbia e odio l orgoglio. Il primo è un sentimento autentico, viscerale, il secondo una costruzione retorica, falsa. La tradizione, per chi ha rabbia, è il terreno di un corpo a corpo costruttivo, vivo, pieno di speranza. Per chi ha orgoglio, invece, è solo retorica passatista, conservazione, vigliaccheria. Stiamo tornando a San Severino perché, con rabbia, Gaetano non ha accettato l idea che io non fossi salito sulla giostra di Hollen. Era stufo della retorica meridionalista e lamentosa, una sorta di coperta calda e accogliente dove potersi avvolgere per lamentarsi che tutto, qui, non funzioni. Ha chiamato la protezione civile, ha mosso mari e monti affinché 17

io vivessi questa esperienza. Ed infatti eccomi qui, sul seggiolino che sale, lento, con una lentezza esasperante. Il panorama è semplicemente strepitoso. Rifaccio il giro di giostra una manciata di volte, non vorrei più scendere. Poi a terra il suo sguardo interrogativo chiede di essere sciolto. Com è mi chiede, quasi scusandosi di avermi riportato qui. Meraviglioso. Il suo volto si distende. Non sai quante polemiche mi dice, non sai le cose che hanno detto, che hanno scritto... Sono venuto per dividere, non per unire gli dico parafrasando il Vangelo. Appuntati sul petto ogni polemica, come una conquista sul campo. Questo fa l arte. Altrimenti è ornamento, intrattenimento, decoro. Nulla sull intrattenere o decorare, sono attività necessarie e piacevoli, ma se un opera non divide, se non fa discutere, se non semina dubbi, a che serve? L arte, tutta l arte, ci regala ogni volta uno sguardo nuovo sul mondo, c è chi, di fronte a questa sensazione d inadeguatezza si chiude a riccio, citando con orgoglio la tradizione come scudo protettivo, come braghettone che copre le pudenda, e chi, con gioia e con rabbia, cerca di entrare in risonanza con quello sguardo inatteso, inedito. Nuovo e perciò miracoloso. La digestione del pranzo mi occupa l intero pomeriggio, a sera, prima di risalire in masseria, facciamo una passeggiata sul Lago artificiale di Monte Cotugno. Sembriamo una coppietta che si vuole infrattare, ci ridiamo sopra. Il posto ha un suo fascino inespresso, potrebbe essere rimesso in gioco, riprogettato. Che paese è quello? chiedo, poi, indicando verso una cima. Sorride. È insomma, è quel paese là, ti ricordi che ne avevamo parlato? Quel paese là non si chiama così, ovviamente. Ha un suo nome, ben preciso, da secoli. Ma da secoli non viene mai nominato dagli abitanti della regione. Di questa storia ne ero venuto a conoscenza un quarto di secolo fa, quando, cercando di visitare proprio là una chiesa progettata da una architetto napoletano, Nicola Pagliara, mi accorsi che il nome del comune era tabù per tutti: chiedere una indicazione stradale sembrava la più ardua delle imprese. Quel nome non doveva essere pronunciato. Portava sfortuna. A suffragare tali superstizioni venivo subissato di prove certe, scientifiche, di amici che, appena nominatolo, gli si bucava la gomma, o inciampavano rovinosamente. Gli abitanti di quel paese là, alla fine hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Che in antichità fosse un covo di fattucchiere, di megere atte a produrre filtri malefici (così dice la leggenda) in fondo non è mica colpa loro. Il pregiudizio o lo fai a pezzi a colpi di testate contro il muro, oppure ci 18

giochi, lo aggiri. Così, se un abitante di quel paese là si ritrova a fare la fila in un ufficio regionale, gli basta dire da dove proviene che tutti gli fanno largo, saltando la coda piè pari. E proprio in questi giorni, osservando a Senise un cartello che pubblicizzava gli eventi estivi di quel Comune, con un ironia davvero encomiabile, c era scritto: Sogno di una notte d estate a quel paese. Geniale! (propongo a questo punto di andare oltre; per il prossimo anno consiglio all assessore al tempo libero una mia personale variante: Questa estate andate tutti a quel paese! ). La digestione sta facendo gli straordinari, ormai ho un mal di testa colossale. Basta abbuffate, va bene l ospitalità ma il mio apparato digerente non è più attrezzato per tali prove iniziatiche. Mando Gaetano a casa e chiedo ad Antonella solo un tè caldo per cena. Me lo porta con un piattino di biscotti fatti in casa. Mi piace Antonella. Gestisce lei da quest anno la masseria. Viene da Potenza ed ha un fare pratico, concreto, che spesso cozza con i tempi dilatati della provincia profonda. Da quello che mi ha raccontato vive sola, con suo figlio Nicola, un ragazzino di dodici anni dalla faccia vispa e buona che lo fa sembrare più piccolo. Non le chiedo nulla del padre, se li ha lasciati andare ci ha di certo perso lui e ci hanno guadagnato loro. I biscotti sono buoni. Un bimbo di neppure due anni di un tavolo a fianco mi trotterella vicino, gli faccio ciao con la mano e lui risponde con la sua impegnandosi come se stesse risolvendo una equazione differenziale. Mi rendo conto che sono ormai a metà del mio viaggio nel Pollino, è sera, sono solo, e mi manca la mia famiglia. Sarà meglio andare a letto e dormirci sopra. Domani sarà una giornata lunga e di certo non andremo a quel paese là. Che, detto per inciso, si chiama Colobraro. 19