Manualetto di metrica on il nome di metrica (dal greco métron, misura ) indichiamo tutto l assetto misu rato che la poesia presenta come sua specifica caratteristica rispetto alla prosa: questo assetto è dominato dal ritmo, il quale è determinato dalla lunghezza sillabica del verso, dalla posizione degli accenti principali e da altri effetti sonori (rime, assonanze, consonanze). Nel corso dei secoli la tecnica compositiva della poesia ha subito molte trasforma zioni. Diversa, soprattutto, era la tecnica della poesia latina e greca rispetto a quella medievale e moderna. La metrica classica era fondata sulla quantità o lunghezza delle sillabe, lunghe o brevi, mentre dal medioevo in poi è stata data importanza al numero delle sillabe, alla posizione degli accenti e ai già nominati effetti sonori. Le nozioni che seguono riguarda no la metrica della poesia italiana tradizionale, cioè quella praticata soprattutto dal Duecento alla fine dell Ottocento. Nel nostro secolo la tecnica poetica ha subito altri profondi mutamenti, che hanno portato spesso all abbandono degli schemi fissi e a un indifferenza per la rima. 1. La misura sillabica dei versi La misura del verso è data dal numero delle sillabe che esso contiene. d esempio, il primo verso della Divina ommedia contiene 11 sillabe (è un endecasillabo), facil mente individuabili sulla base dei criteri di riconoscimento delle sillabe. Nel/ mez/ zo/ del/ cam/ min/ di/ no/ stra/ vì /ta Quando, come in questo caso, l ultima parola del verso è piana (parossìtona), il numero delle sillabe del verso coincide con quello effettivo delle sillabe delle parole. In altri casi, invece, il conteggio delle sillabe si fa in modo diverso. E cioè:. se l ultima parola del verso è tronca (ossitona), si calcola una sillaba in più. Deh/ per/ ché/ fug/ gi/ ra/ pi/ do/ co/ sì? 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 (+1 = 11) (G. arducci). se l ultima parola del verso è sdrucciola (proparossitona), si calcola una sillaba in meno. O/ ra/ cen/ por/ ta/ l un/ de / du/ ri/ màr/ gi/ ni (Dante) 12 (- 1= 11)
2 Per il conteggio delle sillabe occorre poi tener conto di queste altre regole.. Di norma la vocale atona finale di una parola e la vocale iniziale della parola seguente si leggono strettamente legate e quindi contano per una sola sillaba. Questo procedimento si chiama sinalèfe. E/ ra il/ tra/ mon/ to: ai/ gar/ ru/ li/ tra/ stul/ li (G. Pascoli). Lo stesso fenomeno può verificarsi all interno di una stessa parola e in tal caso prende nome di sinèresi. sì/ che/ pa/ rea/ che/ l ae/ re/ ne/ te/ mes/ se (Dante). Si possono invece lasciare staccate le due vocali: sia tra due parole contigue (specialmente se una delle due è tonica), e si ha in tal caso la dialèfe. In/ co/ min/ ciò/ a/ far/ si/ più/ vi/ va/ ce (Dante) sia all interno di una parola, staccando in un dittongo la semiconsonante dalla vocale. In questo caso il fenomeno si chiama dièresi e viene di solito segnalato con due puntini sulla semiconsonante che diventa vocale. For/ se/ per/ ché/ del/ la/ fa/ tal/ quï/ e/ te (U. Foscolo) 2. Gli accenti, le rime, le assonanze, le consonanze e le loro disposizione nei versi ll interno del verso gli accenti sono quelli propri delle parole. Ma l armonia del verso è tanto maggiore quanto più si avverte il cadere di taluni accenti più marcati (di parole importanti per il significato o seguite da pausa) in posizioni ricorrenti. Nei versi con numero dispari di sillabe, versi imparisillabi, questa ricorrenza di posizione degli accenti non è molto regolare (nell endecasillabo, comunque, prevalgono gli accenti sulla 3 a o 4 a sillaba e sulla 6 a o 7 a, oltre che sulla 10 a ). Nei versi parisillabi, invece, la ricorrenza fissa è molto più rispettata (vedi gli esempi nel prossimo paragrafo). Unità 42, 43 L andamento ritmico della poesia è rinforzato dalle rime, dalle assonanze e dalle consonanze, fenomeni che segnaliamo come rilevanti ai fini della coesione testuale. Ne diamo qui una definizione più precisa. La rima. È la coincidenza di tutti i suoni tra due parole, a partire dalla vo cale tonica fino alla fine: c è rima, tra amore e rumore, vedesse e sapesse, torrente e gente, gèmito e frèmito; non c è invece, ad esempio, tra pólvere e vedére, pòlline e collìne.
3 L assonanza. È la coincidenza delle sole vocali, ma non delle consonanti, a partire dalla vocale tonica: c è assonanza tra monte e corre, cena e pera, viva e dica. La consonanza. È la coincidenza delle sole consonanti, ma non delle vocali, sempre a partire dalla vocale tonica: c è consonanza tra vento e tanto, lungo e piango, limite e fremito. L enjambement. È un ponte creato dal legame di senso a cavallo di due versi. Esempi famosi sono nella lirica L infinito di Giacomo Leopardi (1798-1837), tra i versi 2-3, 8-9-10. Sempre caro mi fu quest ermo colle, 1 e questa siepe, che da tanta parte dell ultimo orizzonte il guardo esclude. [...] E come il vento 5 odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando,... Rime, assonanze e consonanze ricorrono alla fine dei versi e quindi servono a legare i versi mediante richiami sonori. Ma le rime possono legare anche la fine di un verso con una parola all interno del verso seguente: si ha così la rima interna (o rimalmezzo), come in questi due versi di Giacomo Leopardi. ornare ella si appresta dimani, al dì di festa, il petto e il crine. La disposizione delle rime riguarda, però, anche la struttura della strofa (vedi Paragrafo 4), perché i versi di cui questa si compone possono essere legati da un parti colare concatenamento di rime. Tra i vari concatenamenti di rime, sono questi i più importanti:. le rime baciate, quelle che legano due versi consecutivi, secondo lo schema,,... O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; lo so, lo so, che tu l amavi forte! on lui c eri tu sola e la sua morte. (G. Pascoli). le rime alternate, quelle che si legano secondo lo schema,,. Dolce paese, onde portai conforme l abito fiero e lo sdegnoso canto e il petto ov odio e amor mai non s addorme, pur ti riveggo, e il cuor mi balza intanto. (G. arducci)
4. le rime incrociate, quelle che si legano secondo lo schema : Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand ella altrui saluta ch ogne lingua deven tremando muta e li occhi no l ardiscon di guardare. (Dante). le rime incatenate, o terza rima, quelle che legano strofe di tre versi (terzine) secondo lo schema,, D (è lo schema della Divina ommedia). Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita. hi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! (Dante) Gli schemi precedenti possono essere variamente modificati: si hanno le rime ri petute (,...), le rime invertite (, ), le rime caudate (,...). Quando le rime vengono accuratamente evitate, ma i versi conservano una stessa misura, si hanno i versi sciolti. partire dal inquecento sono molto comuni soprat tutto gli endecasillabi sciolti, usati tra l altro per le famose traduzioni dell Eneide vir giliana (a opera di nnibal aro) e dei poemi omerici (a opera di Vincenzo Monti e Ippolito Pindemonte), e in poemetti di Giuseppe Parini (1729-99), Ugo Foscolo (1778-1827), Giacomo Leopardi. antami, o diva, del Pelìde chille l ira funesta, che infiniti addusse lutti agli chei, molte anzi tempo all Orco generose travolse alme d eroi, e di cani e d augelli orrido pasto lor salme abbandonò (V. Monti, traduzione dell Iliade) La poesia più moderna, dalla fine dell Ottocento, ha addirittura creato il verso libero, privo sia di misura prestabilita, sia di ricorrenza fissa di rime. Unità 46, 2 Un modo particolare di sfruttare i richiami sonori tra le parole è quello, tipico della poesia moderna, di scegliere e disporre accuratamente nel testo parole che han no in comune solo alcune sequenze di suoni identici o simili. d esempio, nella lirica L anguilla di Eugenio Montale (1896-1981) anguilla e brillare, cigli, figli e assottigliati.
5 3. Versi di varia misura Nella poesia italiana tradizionale sono usati versi di misure che vanno dalle 3 sillabe alle 16 sillabe. Eccone la lista con i relativi esempi, sui quali segniamo anche gli accenti. nome del verso numero di sillabe esempio trisillabo 3 sillabe Si tàce, non gétta più núlla (. Palazzeschi) quadrisillabo 4 sillabe Nélle lúci túe divíne pàce alfíne góde il cór (Metastasio) quinario 5 sillabe Víva la hiócciola, víva una béstia che unísce il mérito álla modéstia (G. Giusti) senario 6 sillabe Son sólo: ho la tésta confúsa di tétri pensiéri. Mi désta quel múrmure ai vétri (G. Pascoli) settenario 7 sillabe L álbero a cui tendévi la pargolétta máno (G. arducci) ottonario 8 sillabe Io non só più gran dolóre ch ésser prívo di quel béne (U. Saba) novenario 9 sillabe Nell ángolo il giórno tu résti, pensósa del cánto del gállo (G. Pascoli) decasillabo 10 sillabe L han giuráto. Li ho vísti in Pontída convenúti dal mónte e dal piáno (G. erchet) endecasillabo 11 sillabe Ritornái con la guérra fantaccino. Fui cattívo poéta e buon soldáto (U. Saba) i sono poi i versi composti o doppi, formati cioè da due versi uniti in uno solo: quinario doppio 10 sillabe il súon dell óre viene col vénto (G. Pascoli) senario doppio (o dodecasillabo) 12 sillabe Dagli átri muscósi dai fóri cadénti (. Manzoni)
6 settenario doppio 14 sillabe Pássan le glórie come fiamme di cimitéri (G. arducci) ottonario doppio 16 sillabe Mónta in sélla Enríco Quinto íl delfín da ca-pei grígi (G. arducci) Giosue arducci (1835-1907) si deve il tentativo più riuscito di imitare con i versi italiani la metrica latina e greca. Nacque così la cosiddetta metrica barbara; un esempio ne è il verso di 16 sillabe (un settenario + un novenario) con il quale si riproduceva l esàmetro classico. Frá le battáglie, Oméro, nel cárme tuo sémpre sonánti. 4. La strofa e i componimenti La strofa (o strofe) è un raggruppamento di versi, secondo uno schema che può essere fisso (per quanto riguarda misura e numero dei versi e posizione delle rime: così specialmente nella poesia tradizionale) o anche variabile. Un insieme di strofe in misura fissa in alcuni casi, in altri no costituisce un componimento. Ecco un elenco con le principali strofe a schema fisso della nostra poesia. Il distico. onsiste in una strofa di due versi, in genere endecasillabi, a rima baciata. Un esempio è nei versi di Giovanni Pascoli (1855-1912) citati nel precedente Paragrafo 2; La terzina (o ternario concatenato). onsiste in una strofa di tre versi, in genere endecasillabi, a rima incatenata. L ha usata Dante per la ommedia. La quartina. onsiste in una strofa di quattro versi, legati da rime variamente disposte. I versi possono essere di vario tipo: endecasillabi, decasillabi, novenari, ecc. Diamo due esempi: una quartina di endecasillabi (G. arducci) e una di novenari (G. Gozzano). prite il Vaticano. Io piglio a braccio quel di se stesso antico prigionier. Vieni: alla libertà brindisi io faccio: ittadino Mastai, bevi un bicchier! L azzurro infinito del giorno è come una seta ben tesa; ma sulla serena distesa la luna già pensa al ritorno. La sestina. onsiste in una strofa di sei versi, in genere endecasillabi, i primi quattro a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata. Ne diamo un esempio ottocentesco, da una poesia di Giuseppe Giusti (1809-50).
7 Io non son della solita vacchetta, né sono uno stival da contadino. E se paio tagliato con l accetta, chi lavorò non era un ciabattino: mi fece a doppie suola e alla scudiera, e per servir da bosco e da riviera. L ottava. onsiste in una strofa di otto endecasillabi, i primi sei a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata. È il metro dei poemi cavallereschi. Ne diamo un esempio dall Orlando Furioso di Ludovico riosto (1474-1533). Fugge tra selve spaventose e scure, tra boschi inabitati, ermi e selvaggi. Il mover delle frondi e di verzure, che di cerri sentìa, d olmi e di faggi, fatto le avea di subite paure trovar di qua e di là strani viaggi; ch ad ogni ombra veduta in monte o in valle temea Rinaldo aver sempre alle spalle. La stanza. È la strofa delle canzoni (vedi più avanti). La strofa libera. ome il verso libero, è tipica della poesia moderna, nella quale il poeta di volta in volta crea raggruppamenti di versi a suo talento. La strofa libera fu usata spesso già da Gabriele D nnunzio (1863-1938). Descriviamo ora i principali componimenti della poesia italiana. Il sonetto. È formato da 14 versi endecasillabi, divisi in due quartine e due terzine. È uno dei componimenti più antichi (forse ideato da Jacopo da Lentini, caposcuola della poesia siciliana del Duecento) e dei più usati nella nostra poesia. Gli schemi delle rime possono essere vari: D DD; oppure D D (e, per le terzine, anche DE DE, o DE ED ecc.). La forma del sonetto può essere anche variata: la variante più nota è quella del sonetto caudato, nel quale la coda consiste nell aggiunta di tre versi, un settenario in rima con l ultimo verso delle terzine e due endecasillabi a rima baciata. La canzone. È forse il componimento lirico più «illustre», per citare Dante. I poeti della scuola sici liana ne copiarono lo schema dalla cansò provenzale; poi i Toscani del Trecento, e in particolare Petrarca, le diedero la sua struttura definitiva. Nei secoli successivi altri poeti modificarono questo schema di canzone classica in vari modi; infine si giunse con Leopardi alla canzone libera, un canto dalla metrica liberissima e in versi pratica mente sciolti. Qui parliamo solo della canzone classica. È formata da cinque o più strofe, dette stanze, tutte con numero uguale di versi, in genere endecasillabi e settenari. volte a chiusura della canzone c è una strofa più breve, il commiato o congedo. Ogni stanza è composta da due elementi: la fronte e la sìrima. La fronte è divisa in due piedi; la sìrima può esser
8 divisa in due volte. Tra fronte e sìrima c è un verso, la chiave, che lega le due parti ripetendo la rima dell ulti mo verso della fronte (la chiave, detta anche diesi, dà praticamente inizio alla sìrima). ome esempio diamo la prima stanza di una famosissima canzone di Francesco Petrarca (1304-74). fronte hiare, fresche et dolci acque ove le belle membra pose colei che sola a me par donna; gentil ramo ove piacque, (con sospir mi rimembra) a lei di fare al bel fianco colonna; chiave erba e fior che la gonna sirima leggiadra ricoverse co l angelico seno; aere sacro, sereno, ove mor co begli occhi il cor m aperse: date udienza insieme a le dolenti mie parole estreme. D E E D F F La ballata. È detta così perché si cantava ballando; è anch essa di origine provenzale, e comparve in Italia nel Duecento. Fu molto usata nel Trecento e nel Quattrocento, ma se ne sono serviti anche poeti moderni, come Giosue arducci, Giovanni Pascoli, Gabriele D nnunzio. La ballata si apre con una breve strofa introduttiva, la ripresa, che può essere di due, tre, quattro versi (più raramente di cinque, o di uno solo). Seguono una o più stanze, ciascuna divisa in due piedi, e una volta. L esempio proposto è di un poeta quattrocentesco, ngiolo Poliziano (1454-94): la ripresa e la prima stanza della cosiddetta ballata delle rose. ripresa I mi trovai, fanciulle, un bel mattino di mezo maggio in un verde giardino. 1 piede Erano intorno violette e gigli fra l erba verde e vaghi fior novelli stanza 2 piede azzurri gialli candidi e vermigli, ond io porsi la mano a côr di quelli volta per adornar a mie biondi capelli e cinger di grillanda el vago crino. Il ternario concatenato o terza rima. Si dà questo nome al metro usato per la prima volta da Dante nella ommedia: terzine di versi endecasillabi a rima incatenata.
9 L ode. È un componimento che imita quelli di autori greci e latini (Pindaro, lceo, Saffo, Orazio ecc.). omponimenti del genere si ebbero a partire dal inquecento e hanno avuto molta fortuna nei secoli successivi (nel Settecento e Ottocento: con Giuseppe Parini, Ugo Foscolo, lessandro Manzoni), fino a Giosue arducci, Giovanni Pascoli e Gabriele D nnunzio. Quando l ode ha un contenuto prevalentemente patriottico o religioso, viene chiamata inno (sono famosi gli Inni sacri di Manzoni). Unità 8, 1 La poesia è forma: nel senso che essa comunica il significato (profondo, scherzoso, a volte solo pratico ) soprattutto attraverso la forma. I poeti del nostro secolo hanno evitato e anche rifiutato le forme tradizionali, ma hanno dovuto cercare e creare altre forme capaci di esprimere i significati. i hanno dato forme personalissime poeti come Giuseppe Ungaretti (1888-1970) e Eugenio Montale. ltri hanno ritentato la fusione della parola scritta con il disegno, nei cosiddetti calligrammi.