O quatto e maggio. da -Acqua e maggio- Luciano Galassi



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O quatto e maggio da -Acqua e maggio- Luciano Galassi

Ricordiamo brevemente che, con una prammatica promulgata il 29 marzo del 1611, il Viceré Pedro Fernàndez de Castro Conte de Lemos (più altri titoli) stabilì che traslochi e sfratti si tenessero ai quattro di maggio, giorno dal quale decorreva il pagamento del canone di locazione, detto in napoletano mesata o pesone, un tempo corrisposto in ragione di quattro mensilità anticipate da pagare tre volte all anno (4 gennaio, 4 maggio, 4 settembre), talché ogni quota quadrimestrale finì per essere detta na terza, mentre con e tierze - maschile plurale - si indicava il cumulo annuale delle tre rate quadrimestrali. Il quattro di maggio, quindi, era il giorno nel quale le famiglie partenopee, che conducevano in fitto le case, erano use traslocare quando cambiavano abitazione: si faceva, appunto, o quatto e maggio. Anche allora il trasloco procurava fastidi ed apprensioni: ne abbiamo una gustosa testimonianza nella poesia Truvanno casa, di Ferdinando Russo, in cui una piccola borghese confida ad un altra: A verità, che sconfidenza! Me manca o rispiro! Stu quatto e maggio? È nu peccato niro! A mille cose ve tocca e penza! Io, se sapevo, me restavo là! Luciano Galassi. O quatto e maggio. 2

Per i cambi di casa i facchini giravano per la città dando la voce : Si lavurate, ringraziate: e quatt e maggio se songo apparicchiate dimane; a diciott ore pusate a chiave e iatevenne â malora!. Nicolò Lombardo, nell arragliata decematerza del poema La ciucceide (anno 1724), afferma che maggio era... lo mese che fa mette nzoperbia li vastase, ca lo carrino tuio va nu turnese, quanno le chiamme pe sfratta le case. ( il mese / che fa mettere superbia ai facchini, / perché il carlino tuo vale un tornese / quando li chiami per svuotar le case ): in sostanza era il mese che fa alzare le pretese ai vastase, cioè ai facchini addetti al trasporto delle masserizie nel giorno dei traslochi. Si chiarisce che il carlino (carrino) era una moneta d argento pari a un decimo di ducato, cosí chiamata da Carlo I d Angiò che la fece coniare nel 1278; il tornese era invece una moneta di limitato valore, coniata la prima volta a Tours - onde il nome - introdotta nel Regno di Napoli dagli Angioini e rimasta in circolazione fino al tempo degli ultimi Borboni: quindi il carlino, in quei giorni, valeva molto poco date le pretese esorbitanti dei trasportatori. Come informa Renato Ribaud, qualche carrettiere (carrese) intraprendente assoldava in servizio straordinario gli scaricanti di porto, che per l occasione indossavano il corto càmice grigio dei facchini, con il caratteristico berretto a visiera. Luciano Galassi. O quatto e maggio. 3

La locuzione quatt e maggio divenne ben presto sinonimo di trasloco, ad intendere sia l evento che la stessa materiale operazione del trasporto delle masserizie, come si può vedere nel seguente scorcio di Pasca rusata, di Ernesto Murolo: Passa nu quatto e maggio pe nu casino a Sant Antonio a o Monte, dove il poeta intende dire che nella domenica di Pentecoste (a Napoli detta Pasca rusata ) vede passare un carico di mobilia per un trasloco ad una casa di campagna (casino) sita a Sant Antonio ai Monti, rione a nord della città, cui si accedeva attraverso ripide stradette e scale incassate tra giardini e orti privati. Peraltro l espressione fa o quatto e maggio si è prestata anche ad altre significazioni, quali: - ogni radicale trasferimento di persone o di cose, addirittura anche in un medesimo ambito spaziale (come la ricollocazione di un mobile da una stanza a un altra); Luciano Galassi. O quatto e maggio. 4

- dismissione di un comportamento o di un applicazione, eventualmente per perseguirne altri diversi o simili: un simpatico esempio si rinviene nella arragliata decemaseconda del ricordato poema La ciucceide (anno 1724), di Nicolò Lombardo, dove il re degli asini si è recato da Giove: s assettaieno pe vede iocare le pàpare; ca caccia de li tore nun se po n cielo manco nummenare: pocca, da che ncappaie Giove a n arrore, dette a sta caccia li quatto de maggio, sotta coperta ca facea dammaggio ( si sedettero per veder giocare / il gioco dell anatra; ché la caccia dei tori / non si può in cielo nemmeno nominare: / perché, da quando Giove incappò in un errore, / diede a questa caccia lo sfratto / col pretesto che procurava danno ). Si chiarisce che quello delle pàpare non era affatto un gioco perché i partecipanti, muniti di coltello, dovevano, correndo, spiccare la testa a un anatra parzialmente interrata. Quanto alla caccia dei tori, sembra chiara l allusione al mito del rapimento di Europa da parte di Giove tramutato in toro; in proposito c è chi ha ipotizzato un riferimento alla corrida, ma, d accordo con Aniello Fratta, riteniamo che si trattasse degli spregevoli combattimenti fra cani e tori, che si svolgevano di solito, in occasione delle feste civili, davanti al Palazzo vicereale: tanto si evince dai seguenti versi tratti dal Canto Terzo de Lo Tasso napoletano zoè La Gierosalemme Libberata votata a lengua nosta (anno 1689), di Gabriele Fasano: Cossí li corze cà nnante Palazzo fanno a lo toro, pecché si lo corno le mosta, danno arreto, e lo bravazzo ognuno fa, se fuie, baianno attorno ( Così i molossi davanti al Palazzo / fanno col toro, perché se le corna / mostra loro, indietreggiano, e il bravaccio / ognun fa, se fugge, abbaiandogli intorno ); Luciano Galassi. O quatto e maggio. 5

- qualsiasi azione che comporti eccesso di confusione e/o chiasso, come spesso si verificava durante i traslochi, con rumoroso e caotico spostamento di mobili e masserizie; - addirittura l estremo viaggio, come nell intensa poesia «E gocce p o suonno», di Giuseppe Cicala: E uno e doie e tre e bonsuaré e si me tremma a mano? a distrazione?! e pe fatalità so vintitré? È na semmana e suonno! è n occasione! Fesso! è veleno!. A distrazione aspetta! Facimmo allora na cumbinazione ca piglia e liscio o cuollo d a buccetta e addore è già trasuto int e pulmone. Io sto distratto sulo pe metà e songo trenta ( e palle d o tenente) quaranta e doie e tre m avvio âbbucca quarantasette ( o muorto!) scasualmente l urdemo quatto e maggio e basta e punto. Comme a mettimmo nomme? un incidento. A uno a tre l aggi a fa buono o cunto mentre m accide stu presentimento. Va aggiunto che non pochi napoletani, in questa giornata, giocavano al Banco Lotto l ambo 52 e 66: il primo numero si riferisce al trasloco ed il secondo alla casa nuova. C era anche chi tentava il terno secco aggiungendovi un 4, che era il giorno in cui avveniva il trasferimento al nuovo alloggio. Luciano Galassi. O quatto e maggio. 6

Vediamo adesso qualche altra testimonianza sul quatto e maggio: - Armando Gill. (all anagrafe Michele Testa, 1878-1944) nel 1918 compose parole e musica della nota canzone Ê quatto e maggio di cui riportiamo uno stralcio: E tenevo na bella casarella cu stanza e lietto e càmmera e mangia Na cucina, nu muorzo e luggetella nc êvo fatto o grillaggio 1 pe l està Vene o padrone e casa, dice: A mesata è poca! Mettìmmoce a «si loca» 2 e un ne parlammo chiù E aggio lassato chella casarella speranno e ne truva n ata chiù bella! Core, fatte curaggio, sta vita è nu passaggio; facìmmoce o sicondo quatt e maggio, che nce penzammo a fa si o munno accussí va!?. 1 grillaggio = pergola fronzuta di piante rampicanti (es. edera americana o simili) o pendule (es. glicine) distesa su di una rete metallica sorretta da più pali lignei verticali e/o orizzontali; tale pergola più o meno ampia è atta a fornire, durante i mesi estivi, una fresca ombra che ripari dai raggi del sole; il termine grillaggio è pervenuto al napoletano dal francese grillage (rete metallica). 2 si loca = è l appiggiónasi, il cartello esposto per indicare un appartamento libero. Luciano Galassi. O quatto e maggio. 7

b) - Edoardo Nicolardi, del quale riportiamo uno stralcio tratto dall intensa ed intimistica poesia Quatto e maggio : O facette pur io nu quatto e maggio; e, guaglione, chiagnette ca lassavo o ciardino c o grillaggio e na glicìnia attuorno a na fenesta addo stu core mio ce rummanette. Tenevo sìdice anne... Ienno appriesso e carrette, m avutavo ogne tanto a guarda arreto - Chisà! chisà si ce vedimmo chiù - Ce simmo viste, n ata vota quanno nun c era chiù ragione e ce vede Era passato no sultanto n anno ma paricchie e paricchie n cuollo a me. Chisà dint o ciardino c o grillaggio comm è sagliuta chella rampicante! Quant ata quatt e maggio hanno purtato sempe gente nova E va trova, va trova quant ata core amante se so attaccate a sta fenesta e a te. Luciano Galassi. O quatto e maggio. 8

- Libero Bovio, nell atto unico PULECENELLA (Suonno e na notte d autunno), presenta la maschera napoletana che, dopo tre anni d inspiegabile assenza, è tornata in città: in realtà Pulcinella è morto ed ha ottenuto da San Pietro una breve licenza per poter salutare la moglie Colombina, alla quale racconta del suo triste e definitivo trasloco : i m addurmette ncopp a na seggia, cu l uva nzino e cu o granato n mano Nun fuie maie suonno ca sti doie lanterne, chiù lucente d a stella matutina, nun s arapetteno chiù! Facette o quatt e Maggio, e, contro i meriti miei, tutta una vutata me truvaie mparaviso! Stanno là ncoppa i t aspettavo. Aspetta Aspetta E che buo veni?. - Guido De Martino con la poesia «A si loca»:. Na vota, o quatto e maggio, c era l uso 130 e cagna casa, tanto pe cagna. Chella iurnata nu zeffunno e cose, ncopp e carrette, vedive e carria. Tiempe felice e n epuca chiù bella, e bona gente, ca campava e poco; quanno pe s affittà na casarella s aveva sulo a scegliere a Si Loca. Luciano Galassi. O quatto e maggio. 9

e) - Nicola Vottiero, ne Lo specchio de la cevertà ( Lo specchio della civiltà ), scritto in napoletano e pubblicato nel 1789, parla degli imbroglioni e racconta una storiella gustosa, ambientata nel contesto dei traslochi del 4 maggio, che qui di seguito proponiamo in lingua, con qualche semplificazione da noi apportata al testo. Conosco uno che, quindici giorni prima del 4 maggio, vendette una vetrata a dieci vetrai diversi, dicendo ad ognuno che gli serviva il denaro e che venissero a prenderla la mattina del 4 maggio, perché, se la faceva smontare prima, avrebbe subìto la vergogna di starne senza. E così si accordò con tutti e dieci. Il 4 maggio lasciò la casa di mattina presto e se ne andò. Quando si presentò il primo vetraio e vide la vetrata, pensò: Non avrà traslocato ancora e si mise a passeggiare sotto la finestra. Venne il secondo vetraio e lo apostrofò: Salute, mastro, che fai qui?. E l altro: Sto aspettando per questa vetrata. La replica fu Te ne puoi andare, perché l ho comprata io. Il primo ribatté: Ma io l ho pagata. E, mentre litigavano, ecco comparire il terzo, che chiese: Ma che succede? Siete della stessa arte e litigate?. E, sentendo il fatto, disse: Siete ubriachi entrambi. Come sarebbe a dire? chiesero i primi. Sarebbe a dire che l ho comprata io e non voi rispose il terzo. E mentre si contrastavano tutti e tre, arrivò il quarto, che, sentendo il fatto, esclamò: Siete completamente pazzi, la vetrata è mia e voi litigate!. Presero a rimbeccarsi ognuno contro tutti gli altri e, quando poi sopraggiunsero i rimanenti sei, ci fu una scazzottata generale. Ma il fatto sicuro è che ognuno di loro ci rimise quanto aveva pagato. Luciano Galassi. O quatto e maggio. 10

Concludiamo con un richiamo alla Ecloga I de La Buccòleca de Vergilio (anno 1789), di Michele Rocco, nel passo in cui Melibeo, a differenza di Títiro, è costretto ad abbandonare i suoi averi di campagna: Mmidia nun aggio, rest ammiso sulo, pecché nuie autre, senz aspetta maggio, stammo tutte a revuoto cu cacavesse e n moto, ca chi nun sfratta da le massarie nce so le sbirre cu lo capeato. ( Non ho invidia, sol resto stupefatto, / perché noi altri, senz aspettar maggio, / stiamo tutti in scompiglio / con diarree ed in agitazione, / perché [per] chi non sloggia dai poderi / ci son gli sbirri col mandato di cattura ). Luciano Galassi Luciano Galassi. O quatto e maggio. 11