Battesimo, sorgente delle vocazioni ecclesiali Maria Campatelli centro Aletti - Roma

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1 Battesimo, sorgente delle vocazioni ecclesiali Maria Campatelli centro Aletti - Roma 1. Una vita ricevuta Se guardiamo ai riti battesimali, tutti sottolineano con diverse accentuazioni due aspetti: quello della rinascita (Gv 3,5: il colloquio con Nicodemo che chiedeva come si può nascere una seconda volta: Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno di Dio), e quello della configurazione alla morte e risurrezione di Cristo (Rm 6: Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova). Entrambe queste sottolineature presuppongono due cose: che noi la vita non l abbiamo, non siamo noi la fonte della vita, ma la riceviamo. Dio ci ha dato la vita nella creazione, ma questa vita per essere tale deve restare in contatto con lui, sua sorgente: la vita è il rapporto con Dio che ci pone in dialogo con Lui e con questo ci fa partecipi della sua natura: l amore. La vita infatti nella Bibbia non è il formicolare degli esseri sulla terra, la cui esistenza è sempre minacciata, ma implica uno scopo da raggiungere, quel pieno sviluppo che corrisponde al progetto di Dio sull uomo. L esistenza ricevuta nella creazione, che si può chiamare vita nel senso di esistenza naturale, simboleggia (cioè è e non è allo stesso tempo) la vita che Dio vuole concedere all uomo, che è la relazione, la comunione con Lui, la vita che è pienezza di relazione e perciò è sicura, è vita eterna, non muore mai. Ma da quando, secondo il racconto della Genesi, Adamo vuole vivere l affermazione di sé attraverso il rifiuto di Dio, il rifiuto del dialogo con Lui, tagliando il suo legame con Dio, che è la vita, è chiaro che muore e percepisce la sua vita continuamente minacciata. Gregorio di Nissa ha una bella immagine: l uomo nel paradiso eretto che parlava faccia a faccia con Dio, il dialogo che è comunicazione della vita e dell amore di Dio. Poi, dopo il peccato, quando Adamo taglia il suo cordone ombelicale con la vita, con Dio, si ripiega su se stesso, non vede più niente, ma solo la propria ferita (omphaloskopoi), che gli ricorda il male dell esistenza. Da allora, da Gen 3, l uomo ha paura, paura dell altro, che costituisce per lui una minaccia, e paura di morire, perché non ha in sé la vita, per cui deve fagocitare tutto cose, relazioni per colmare questa voragine che sente aprirsi sotto i suoi piedi. Il peccato è penetrato così tanto nell uomo da contaminare la sua mentalità, la sua cultura e tutto il suo orizzonte che l uomo non riesce più a vedere che cosa sia il male. Il peccato interviene sull occhio stesso, in modo da falsare la visione. Noi uomini ci sforziamo di individuare i peccati e ci concentriamo una volta su un atto, un altra volta su un altro. Ma non è facile rendersi conto che il peccato sta più a monte, e che falsa la visione stessa. Se il peccato fosse solo un problema morale, psicologico o sociale, la morale, la psicologia e la sociologia basterebbero a guarirci. Ma non è così. Ecco allora la seconda cosa che presuppone il battesimo: da questa situazione non si esce da soli. C è bisogno di una nuova nascita, di una nascita dall alto. E una rigenerazione vera e propria, dal momento che il bagno nell amore di Dio è così radicale da costituire un nuovo inizio. Non si tratta della riparazione di un pezzo della macchina, rotto dal peccato, ma di un nuovo inizio, di una nuova creazione. Non siamo solo lavati, ma divinizzati. Nella piscina battesimale, il battezzato è immerso in tutto il mistero del triduo pasquale del nostro Signore Gesù Cristo, dove sperimentiamo non solo un perdono gratuito del peccato, ma viviamo una vera e propria risurrezione: scopriamo cioè noi stessi rigenerati, in possesso di una vita che non tramonta più.

2 2. Una vita che progredisce e si sviluppa Ma il battesimo non è un atto che si conclude il giorno in cui lo abbiamo ricevuto. Questa vita, che noi abbiamo ricevuto da Dio una volta per tutte, ha bisogno che noi la assimiliamo mediante il nostro sforzo personale. C è una bella parola cristiana, che nella Chiesa dei Padri era tanto usata: sinergia. Alla lettera significa co-azione, un azione frutto delle energie congiunte di Dio e dell uomo in Cristo: Dio dà, ma ci vuole anche che l uomo accolga per ricevere questo dono. Il dono di Dio è assimilato liberamente e in misura diversa, oppure anche non assimilato affatto perché Dio lascia liberi, da chi lo riceve. Più questa sinergia è forte, più sperimentiamo il dono di quanto abbiamo ricevuto. Se non ci fosse questa libera assimilazione del dono, il sacramento sarebbe qualcosa di magico. I doni che il sacramento comunica sono dati simultaneamente, al momento della celebrazione del sacramento, perché Dio dà tutto subito, ma la ricezione e l assimilazione di questa azione avvengono in genere in tempi lunghi e indeterminati. Questo vale non solo per il battesimo, ma anche per l ordine, per il matrimonio... Il matrimonio, il sacerdozio, è, sì, il giorno della loro celebrazione: lì Dio ha dato tutto, ma poi a noi serve tutta la vita per allargare questa grazia e includere in essa tutta la vita. Per questo la Chiesa, fin dall inizio, battezza i bambini, perché noi da questo punto di vista non siamo in una condizione diversa da quella dei bambini: bisogna dire di sì e crescere nel dono, un dono che diventa sperimentato nella vita nella misura in cui lo accogliamo, ma che diventerà realtà piena solo alla fine dei tempi, alla risurrezione. Ai tempi in cui il battesimo era celebrato insieme alla cresima e all eucarestia nella notte di pasqua, una volta amministrati il battesimo e la cresima c era una processione che portava il neobattezzato dal battistero alla chiesa, dove lo aspettava il resto della comunità per cominciare la liturgia eucaristica. Questa processione aveva il senso di far vedere che la nuova vita ricevuta nel battesimo non è una cosa statica, ma un cammino dinamico, la pasqua cioè il passaggio da questo mondo al regno di Dio, l entrata solenne nella chiesa, la loro gloriosa venuta al banchetto del regno. Di quale cammino si tratta? Se, come dice Efrem, con il battesimo tu sei entrato in paradiso prima della risurrezione, 1[1] questa entrata nel paradiso pian piano deve far vedere l esperienza della vita nuova nella vita ordinaria, in questo mondo. E questo il lento cammino: far vedere la vita nuova nella vita normale, compresa a questo punto come un passaggio, il pellegrinaggio e l ascensione verso il giorno senza tramonto inaugurato dalla risurrezione e in cui noi siamo stati trasportati con il battesimo. Sì, siamo stati trasportati con il battesimo nel regno di Dio, tanto che siamo 3. Nascosti con Cristo in Dio Dice san Paolo: Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria (Col 3,1-4). Nel battesimo ci troviamo innestati in Cristo, ci scopriamo corpo di Cristo glorioso e risorto. Un corpo che adesso vive, potremmo dire, su due registri: un primo registro presso il Padre, dove Cristo è tornato con l ascensione e dove celebra la liturgia eterna della sua pasqua, e un secondo registro nella storia, dove noi ancora viviamo. Ma siccome in entrambi questi registri, in entrambe queste dimensioni, si tratta dell unico suo corpo, anche noi nella storia partecipiamo al Cristo della gloria, dove la nostra vita è nascosta con Lui. 1[1] Efrem, Inni su Giuliano Saba 21,14: CSCO (Syr ), 78 (tr. 81).

3 Ma qui capiamo subito qual è il grande compito della vita cristiana: noi siamo in Cristo, siamo lassù, la nostra vita è lì, ma non ragioniamo come si ragiona lì. La nostra mentalità è ancora legata alla logica della carne, per ammazzare la quale Cristo doveva morire. Se io non comincio un ascesi della mia intelligenza secondo la vita nuova che ho ricevuto, io continuerò ad essere battezzato ma a pensare secondo l uomo vecchio. Ma siccome sono battezzato e cattolico, credo di pensare cristianamente con un cervello corroso dal peccato, e penserò da uomo vecchio la vita nuova. Dopo il battesimo si apre tutto un processo per sanare l uomo totalmente: nella carne, nell intelligenza (mente rinnovata in Cristo), i sentimenti (abbiate i sentimenti di Cristo), nei sensi (quei sensi che nel battesimo sono unti)... tutto viene restaurato e diventa nuovo. Ecco la dialettica di morte e vita che secondo la sequenza pasquale si sono affrontate in un prodigioso duello nella vita di Cristo, un duello che si ripete anche nella vita di ciascun cristiano. Bisogna lottare per diventare quello che siamo. Cabasilas dice che tutta la stoltezza del peccato consiste nel non accogliere la vita nuova ma nel difendere ad ogni costo quella che è già morta; noi difendiamo continuamente il nostro cadavere, la vita morta legata alla nostra fragilità. Con il battesimo a noi si apre la possibilità di aderire a questa resurrezione, perciò si tratta di accogliere. E perciò ci sono i due sacramenti successivi: se nel battesimo ti viene dato il germoglio di questa vita nuova, con cui sei inserito nella vita trinitaria, la cresima è il sigillo dello Spirito, cioè lo Spirito si lega a te in modo tale che hai a disposizione tutte le energie per realizzare questa vita nuova. Cresima attivazione delle energie ricevute nel battesimo. E perciò si unge per lottare contro il male, come si ungevano i lottatori greco-romani che combattevano seminudi e venivano unti con l olio per scivolare alla presa dell avversario. Dopo la cresima che noi abbiamo ridotto a puro moralismo di azione nel mondo il cristiano è lottatore. Si tratta di essere immuni, pronti alla lotta e con la cresima il cristiano ha tutte le energie del battesimo attivate per sviluppare questa vita nuova. E nell eucarestia viene realizzata in pienezza questa consustanzialità di corpo con corpo, sangue con sangue, volontà con volontà, intelligenza con intelligenza. Lì si nutre la vita di Cristo in me e lì contemplo quello che sarà nell escathon e lì si contempla il paradigma trasformante dello Spirito unito all energia di accoglienza dell uomo: come il pane e il vino, così la nostra vita. 4. La vocazione Che cos è allora la vocazione? La persona è un essere chiamato. Abbiamo visto all inizio, al momento della creazione, questo dialogo con Dio. Vocazione, vox, c è una voce che chiama. I Padri dicevano che l uomo è creato perché Dio gli ha rivolto la parola. L uomo è un essere cui è rivolta la parola. Questa è la prima chiamata dell uomo, quella dal nulla all esistenza. Ma dopo il peccato la nostra chiamata avviene nella morte, quando l uomo è morto. Adamo, dove sei?, chiede Dio ad Adamo che dopo il peccato si nasconde. Questo Adamo si nasconde fin nella tomba, per non farsi scoprire da Dio. Tanto che Dio deve scendere, morire, e andare lui negli inferi per tirar fuori Adamo. Ignazio di Loyola, negli esercizi della seconda settimana, che sono quelli del discernimento proprio della vocazione, colloca la prima meditazione proprio nell inferno. L inferno di Ignazio e il nulla prima della creazione sono lo sfondo su cui cade la parola con cui Dio ci chiama. Una volta ci ha chiamato dalla non esistenza all esistenza e una volta dalla morte, dal peccato alla vita piena con Lui. Se la prima chiamata è dal nulla all esistenza, la seconda è dalla morte, dal peccato. E quanto succede nel battesimo: immersi nella morte e risurrezione di Cristo, sperimentiamo che Cristo ci strappa dagli inferi e ci porta su. Da ora in poi tutta la nostra vita è assecondare quella parte di noi redenta, risorta, perché includa nel suo dinamismo quella parte che ancora di noi è uomo vecchio e sta nella tomba.

4 C è allora una perfetta coincidenza tra la chiamata e la redenzione, tra la salvezza e la vocazione. La vocazione è alla redenzione, la vita strappata dalla morte. Le vie dove questo si realizza sono infinite. Ma se non comprendiamo la teologia che sta a monte della vocazione, noi produciamo vocazioni che non sono la via della salvezza e alla fine della vita si trova tanta gente stanca e stufa, invece di essere redenta e gioiosa. Il Signore chiama dalla morte alla redenzione: Adamo esce dallo Sheol, esce dalla tomba. La vocazione è pertanto per ciascuno di noi la via alla resurrezione, alla vita risorta. nota: il bisogno di essere redenti, l esperienza della salvezza Ma qui c è già un primo elemento, una prima premessa, a qualsiasi discorso sulla vocazione vogliamo fare: per sentirsi chiamati, bisogna sperimentare di essere peccatori e di essere redenti. Bisogna sentirsi nel buio dello Sheol, dell inferno di Ignazio di Loyola, e sentire la voce che ci chiama fuori. Quanti guai nella Chiesa ci sono sempre stati perché le persone si sono sentite chiamate, ma mai avuto il bisogno di essere redente, non hanno mai sperimentato come attraverso questa vita che loro vivevano nella vocazione erano strappate dalla morte alla vita. Se il nostro Signore ci strappa dalla morte, e io sperimento questo essere trascinato via dal buio, dall isolamento, nasce in noi un adesione a Lui. Pensiamo a Lazzaro, che sente Cristo che lo chiama fuori dalla tomba, o Maria Maddalena, dalla quale dice il vangelo che aveva cacciato sette demoni: nasce un adesione. Come Pietro dice: dove vuoi che andiamo? Tu hai parole di vita eterna. Proprio perché tu sei la resurrezione e la vita, io aderisco a te, perché tu sei la porta alla vita. Mi offro a te. Ti chiedo solo di essere con te, il resto non mi interessa, perché la tua presenza è garanzia della vita. La volontà di Dio su di noi, la vocazione, non si può allora conoscere come una specie di idea o un pensiero sulla nostra vita. Nel battesimo, o nella riconciliazione per mezzo della quale mi è concesso di attingere alla vita nuova del battesimo, io sperimento questa salvezza. Lì realmente la vita divina, il suo amore, mi raggiunge nel mio male. Allora conoscere Dio non è più solo un idea o un pensiero, uno sforzo intellettuale, ma un esperienza. E anche questa esperienza non è qualcosa di isolato o di esoterico, ma è un incontro nell amore. Ma pensare e progettare la nostra vita senza essere mossi da questa forza creatrice dell amore, non è rispondere alla vocazione. Programmare la vita è una cosa. Fare della nostra esistenza un bel progetto è una cosa. Orientare la nostra vita sui grandi valori altruistici della solidarietà, della pace, del bene, può essere una bella cosa, ma non è la vocazione. E, appunto, un altra cosa. Come si può pensare di essere utili alla salvezza del mondo, se non si conosce questa salvezza, se non si è sperimentata? Chi non ha mangiato il miele non è molto convincente quando cerca di spiegare il sapore che ha, e prima o poi si stufa di fare queste spiegazioni. 5. La realizzazione della vocazione Se sono riuscita a farmi a stare dietro, la vocazione vuol dire sentire questa voce che ci chiama fuori dalla tomba e seguire questo risveglio dell amore, acconsentire a questa voce che di nuovo riusciamo a percepire fino a mettere la nostra vita integralmente a disposizione di una volontà d amore. La vocazione significa cioè pensare la nostra vita in coesione con l amore e secondo un intelligenza capace di amare. La vocazione si può dire allora che è questa voce che chiama dalla tomba e a cui io rispondo aderendo nel modo in cui più globalmente, più integralmente aderisco a questa voce. La vocazione è la strada dove più velocemente, più globalmente, più integralmente io aderisco alla Maria, Giovanni, Francesca nuova che in me è stata rigenerata nel battesimo. Non c è una sola vocazione, perché i modi di rispondere a questo amore sono tanti. L amore di Dio è unico, ma viene

5 sperimentato da ciascuno in un modo totalmente personale. Dio ama tutti dello stesso amore e su tutti ha l unica volontà che tutti siamo salvati, viviamo questa vita della risurrezione, ma che cosa fare nella vita affinché noi possiamo essere penetrati in modo più radicale e integro da questo amore e rispondergli, dipende da ognuno di noi. La volontà di Dio, poiché è l amore, è una sola. Ma tocca a ciascuno in modo personale percepire da solo dove può esporsi più radicalmente a questo amore, facendo che cosa può essere più pienamente al servizio di questo amore. Qui c è tutto il campo che si apre delle vocazioni nella vita della Chiesa. Infatti, un altra cosa è certa, oltre a quella che si risponde alla vocazione perché ci si sente amati e salvati: che siccome nel battesimo ho ricevuto una vita che è comunione lo Spirito Santo ci dà la vita costituendoci corpo di Cristo, siccome riceviamo una vita che è essenzialmente comunionale, ecclesiale, io questa vita la realizzerò secondo la natura con cui l ho ricevuta, al ritmo della comunione e della pasqua e in nessun altro modo. al ritmo della comunione Che cosa vuol dire al ritmo della comunione? Pensare alla volontà di Dio significa tener conto di se stessi, della propria vita, della propria esperienza, e questa unita in Cristo, che è il suo corpo, la sua Chiesa, tutto, perché dice san Paolo, tutto in lui sussiste (Col 1,1ss). La volontà di Dio non è qualcosa di esterno a me a cui io poi cerco di conformarmi come un liquido ad un recipiente, ma è qualcosa scritto nei miei cromosomi. Pensare alla volontà di Dio Padre è pensare a se stessi in Cristo, cioè nella comunione. E questo non è facile per noi del nostro tempo. Secoli della nostra tradizione culturale ci hanno abituati al dettaglio, alla comprensione del dettaglio, all analisi, ma non siamo più capaci di uno sguardo integrale, sintetico. La vocazione significa trovare il proprio posto nell amore. Cercando questo posto, si agisce già in sinergia ecco che ritorna questa parola con le energie unite di Dio e dell uomo in Cristo, che ora sono anche mie, perché io sono il suo corpo. Si impara a guardarsi nell insieme, non un solo nostro aspetto, ma tutto di noi, pensando anche a elementi di noi che mai avremmo considerato, e insieme agli altri. Teofane il Recluso aveva l abitudine di parlare di questo con un esempio plastico, ma che rende l idea. Immaginate di aver smontato una vecchia sveglia fino a quando non vi ritrovate con un mucchio di viti in mano. Poi provate a ricomporre il meccanismo e cercate le viti giuste per rimettere insieme tutto. Le dovete provare, senza forzare niente, semplicemente cercando quella che andrà liscia dentro al buco. Ecco, è così quando uno trova la sua vocazione: avverte questa connaturalità con la vita che conduce, cioè si sente a casa, come la vite nel buco adatto per lei. al ritmo della comunione e della pasqua Ma se lo scopo della vita dell uomo è l amore, dato che qualsiasi altra cosa non gli giova, l amore si realizza nella pasqua. Il luogo che per noi è la massima visibilità dell amore di Dio è infatti la pasqua. Il compimento dell uomo si ha nel mistero del triduo pasquale, quando si muore per risorgere, quando faccio morire l uomo vecchio per far posto al nuovo. Quando c è il sacrificio l uomo non è contento, perché non è schizofrenico, ma può essere felice, perché la felicità è la certezza di chi sa che sta camminando sulla strada giusta. La felicità non è la soddisfazione. La felicità è infatti l assaggio, l anticipo come possiamo oggi di quella vita piena, nascosta con Cristo in Dio, che sperimenteremo solo alla fine dei tempi. Abbiamo detto di questa realizzazione progressiva del battesimo che consiste nel dire di sì all uomo nuovo generato nelle acque battesimali e far morire l uomo vecchio che ancora ci prova. La realizzazione della vocazione sta allora nell arte del morire per poter risuscitare, cioè nel morire per amore. Quando si muore per amore, si risuscita, altrimenti si muore per morire e basta. Allora, si può soffrire, ma essere felici. Questo è solo dello Spirito e la garanzia che si cammina sulla strada giusta. Mentre trovare la soddisfazione nella propria sofferenza è indice di una patologia. Ora, dopo la redenzione che abbiamo accolto nel battesimo e rinnovato nella riconciliazione, tutto ciò diventa per noi possibile, perché non siamo noi a realizzare questo amore pasquale, ma lo ha realizzato Cristo e noi

6 semplicemente lo viviamo in Lui. Facciamo un esempio, per capirci meglio. Supponiamo che due, per la volontà di Dio, si sposino e vivano una vita nella quale si aiuteranno ad esporsi pienamente all amore di Dio. Devono allora entrare nel mistero del morire a loro stessi. E non sarà sempre facile essere capaci di morire a loro stessi per amore del marito o della moglie. E facile prevedere che ci saranno momenti così duri da non farcela, da ribellarsi e rimanere fuori dell amore. Ma ciò che questi due sono chiamati a vivere è già realizzato in Cristo. Nel battesimo Lui li ha visti con la loro umanità conformata al suo amore, perché la loro umanità è quella di Cristo. Lui l ha assunta, e in Cristo la troveremo non solo martirizzata sulla croce, ma anche risorta e già nella piena gloria del Padre. Così per il sacerdozio, così per la vita religiosa... le tappe della vocazione Un aspetto di questa dinamica di morte e risurrezione della vocazione, ma che ha bisogno di un attenzione particolare è il fatto che esistono delle tappe nella vocazione. Anche qui c è un cammino di progressione, ma soprattutto c è un momento molto importante, una sorta di seconda chiamata. Dio, per farsi capire da noi, ci chiama dentro le nostre categorie, entra all interno delle nostre coordinate. E la logica dell incarnazione. La chiamata di Dio ci raggiunge all interno del nostro orizzonte culturale, all interno dei valori che noi conosciamo e riteniamo tali. Il Signore chiama all interno del nostro mondo culturale, operando all interno dei nostri valori, delle cose che per noi sono importanti, e lo fa per una logica dell incarnazione, cioè per assumere la nostra realtà, per entrare nel nostro mondo e così potersi spiegare, farsi comprendere. Pietro ad esempio ha cominciato a seguire Gesù perché ha sentito che Lui lo avrebbe fatto pescatore di uomini, un linguaggio che capiva molto bene. Gesù infatti non lo ha chiamato dicendo sarai mio discepolo, per questo ti porteranno a Roma, dove morirai, perché Pietro non avrebbe accettato (cf Mt 1)6. Allora Dio ci chiama con le nostre categorie. Uno si fa sacerdote, religioso, perché vuole essere utile, uno si sposa perché ha voglia di protezione, ecc. Ma poi l opera di Dio consiste nel farci uscire dal nostro territorio. Pensiamo a quanto è importante il paradigma dell esodo nella Bibbia. C è un esodo che dobbiamo vivere anche nella nostra vocazione, che è uscire dai nostri orizzonti, da come ci eravamo immaginati noi le cose, dalle cose che noi consideriamo come valori, dalle nostre categorie, verso le categorie che sono di Cristo. Così, pian piano, anche nella nostra vocazione comincia a trasparire sempre di più il volto di Colui che ci chiama, il suo modo di pensare, di sentire, di volere e di agire. E noi iniziamo ad avvertire un forte conflitto: conflitto delle mentalità, delle volontà e anche delle azioni, cioè dei modi di agire. Uno si fa salesiano perché vuole lavorare con i giovani e poi lo mettono a fare l economo... O noi accettiamo questo morire alle nostre idee, alle nostre visioni, alle nostre aspettative, o compromettiamo la nostra vocazione e quindi anche la nostra vita. Ci sono tanti motivi per cui scegliamo la nostra vocazione, ma poi deve venire l esodo, e solo dopo la terra promessa. La vocazione consiste nel saper morire, perché i morti risorgeranno incorrotti. La grande sapienza spirituale della Chiesa è come far maturare un cristiano per la sua risurrezione, è iniziarlo alla sapienza di saper morire. Non esiste nessun maestro, nessun vescovo, nessuna madre generale, nessuna etica, nessun imperativo morale che possano convincere l uomo a sacrificare se stesso se non la forza dell amore versato nei nostri cuori direttamente dallo Spirito Santo. Allora, l arte spirituale sta proprio nell aiutare le persone ad aprirsi docilmente a questa sapienza, per poi maturare, passo per passo, sul cammino che questa stessa sapienza ci suggerirà.

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