DOUGLAS ADAMS L'investigatore olistico Dirk Gently A mia madre, cui è piaciuta la parte del cavallo

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1 DOUGLAS ADAMS L'investigatore olistico Dirk Gently A mia madre, cui è piaciuta la parte del cavallo Nota dell'autore In questo libro le descrizioni fisiche del St Cedd's College, l... dove sono pre cise, si rifanno ai miei ricordi del St John's College di Cambridge, ma ho attin to indiscriminatamente anche ad altri college. Nella realt..., Sir Isaac Newton era al Trinity College e Samuel Taylor Coleridge allo Jesus. Fatto sta che il St Cedd's College è una costruzione completamente fittizia e non c'è alcuna corrispondenza intenzionale fra istituzioni e personaggi di questo libr o e loro equivalenti reali, vivi, morti o vaganti nella notte in preda a spettra li tormenti. Il presente libro è stato scritto e composto con un computer Apple Macintosh Plus e una stampante Laser Writer Plus, con l'aiuto di un elaboratore di testi MacAut hor. Il documento finito è stato stampato con una Linotron 100 da The Graphic Factory, London SW3, così da ottenere un'immagine del testo ad alta risoluzione. I miei rin graziamenti a Mike Glover della Icon Technology per l'aiuto dato in tutto ciò. Infine, desidero rivolgere un ringraziamento tutto particolare a Sue Freestone, per il suo contributo alla nascita di questo libro. Londra, 1987 Douglas Adams Capitolo Uno... Stavolta non ci sarebbero stati testimoni. Stavolta c'era solo la terra morta, un rombo di tuono e l'inizio di quell'interm inabile pioggerellina da nord-est che sembra accompagnare buona parte degli even ti cruciali di questo mondo. I temporali del giorno prima, di quello prima ancora e le alluvioni della settim ana precedente si erano quietati. Il cielo era ancora gonfio di pioggia, ma al c alare dell'oscurit... serale cadeva soltanto qualche malinconica gocciolina. Una folata di vento spazzò la pianura che cominciava a imbrunire, vagò fra le collin ette e si incanalò sibilando in una stretta valle in cui sorgeva una costruzione, una specie di torre in un incubo di fango, solitaria e pendente. Era un moncone annerito di torre. Se ne stava piantato li come un'estrusione mag matica di una delle pi- pestilenziali fosse infernali, inclinata con un angolo p articolare, come oppressa da qualcosa di ben pi- terribile del suo peso consider evole. Sembrava una cosa morta, morta da tempi remoti. L'unico movimento era quello di un fiume di fango che scorreva pigramente in fon do alla valle, dietro la torre. Un paio di chilometri pi- in l..., il fiume si b uttava in una gola e scompariva sotto terra. Ma, col calare della sera, si vide che la torre non era completamente deserta. A ll'interno, da qualche parte, c'era una fioca lucina rossa che brillava. La luce era appena visibile, a parte il fatto che naturalmente, questa volta, no n c'era nessuno a vedere, nessun testimone, ma comunque quella era una luce. Di tanto in tanto, si faceva un po' pi- forte, un po' pi- luminosa poi lentamente t ornava ad affievolirsi fin quasi a scomparire. Contemporaneamente, un suono bass o e penetrante fluttuava nel vento, saliva lamentoso fino a un punto culminante poi, anch'esso, svaniva nel silenzio. Passò del tempo, poi apparve un'altra luce, pi- piccola, mobile. Sbucò a livello del

2 terreno e si spostò attorno alla torre in un unico movimento a scatto, fermandosi di tanto in tanto nel suo cammino circolare. Poi la luce, e la figura immersa n ell'ombra che la portava, quasi indistinguibile, svanì di nuovo all'interno. Passò u n'ora e alla fine l'oscurit... fu totale. Il mondo sembrava morto, la notte un v arco vuoto. Poi, vicino alla cima della torre, riapparve il bagliore, stavolta con forza e d ecisione maggiore. Raggiunse rapidamente il picco di luminosit... cui era arriva ta prima e continuò a crescere, sempre di pi-, di pi-. Il suono penetrante che l'a ccompagnava salì verso un acuto stridente fino a divenire un urlo lamentevole. Urlò e urlò fino a che non diventò un rumore accecante e la luce un rosso assordante. A un certo punto, entrambi cessarono di colpo. Per un millisecondo, tutto fu osc urit... e silenzio. Dal fondo del fango, sotto la torre, una nuova luce straordinariamente pallida s orse e si gonfiò. Il cielo si serrò, una montagna di fango ribollì, cielo e terra inve irono l'uno contro l'altra. Tutto diventò di un orribile color rosa, poi improvvis amente verde, aleggiò un arancio che tinse le nubi, poi la luce precipitò e finalmen te la notte fu fonda, spaventosamente nera. A parte il sommesso gocciolare dell' acqua, non c'era altro suono. Al mattino però il sole sorse con insolito fulgore su un giorno che era, o sembrav a, o almeno sarebbe sembrato se ci fosse stato qualcuno a cui poter sembrare, pi - caldo, pi- terso e pi- luminoso, insomma un giorno pi- smagliante di tutti que lli che si erano visti fino ad allora. Un fiume limpido scorreva fra le misere r ovine della vallata. Poi il tempo cominciò a scorrere veramente. Capitolo Due... In cima a un promontorio roccioso, un Monaco Elettrico se ne stava seduto su un cavallo annoiato. Da sotto il suo cappuccio di lana grezza il Monaco osservava s enza battere ciglio un'altra vallata, che gli dava qualche problema. La giornata era calda, il sole splendeva in un cielo vuoto e caliginoso, picchia ndo sulle pietre grigie e sull'erba rada e secca. Tutto era immobile, compreso i l Monaco. Solo la coda del cavallo si muoveva un po', sventolando leggermente ne l tentativo di agitare l'aria, e nient'altro. Per il resto, tutto era immobile. Il Monaco Elettrico era un marchingegno per risparmiare fatica, non diversamente da una lavastoviglie o un videoregistratore. Le lavastoviglie lavano stupidi pi atti al posto delle persone, evitando loro il fastidio di doverli lavare, i vide oregistratori guardano stupidi programmi al posto delle persone, evitando loro i l fastidio di doverli guardare; i Monaci Elettrici credevano al posto delle pers one, evitando loro quello che era diventato un compito sempre pi- oneroso, crede re a tutto ciò che il mondo si aspettava che credessero. Malauguratamente questo Monaco Elettrico aveva sviluppato un difetto, cominciand o a credere cose di ogni genere, pi- o meno casualmente. Ormai cominciava a cred ere persino cose che avrebbero faticato a credere anche a Salt Lake City. Lui na turalmente non aveva mai sentito parlare di Salt Lake City. Non aveva nemmeno ma i sentito parlare del quingilione, pressappoco il numero di chilometri che separ avano quella valle dal Great Salt Lake dell'utah. Il problema di quella vallata era il seguente. Il Monaco al momento credeva che la valle e tutto ciò che vi stava dentro e attorno, ivi compreso lui stesso e il s uo cavallo, fossero di una uniforme sfumatura rosa pallido. Ciò procurava una disc reta difficolt... nel distinguere gli oggetti gli uni dagli altri e quindi rende va impossibile, o quanto meno malagevole e pericoloso, fare qualsiasi cosa o and are ovunque. Di qui l'immobilit... del Monaco e la noia del cavallo, che in vita sua aveva dovuto sottostare a parecchie stupidaggini, ma fra sé e sé era convinto c he questa fosse una delle pi- stupide. Da quanto tempo il Monaco credeva tutto ciò? Be', per quanto riguarda il Monaco, da sempre. La fede che muove le montagne, o almeno le crede rosa contro ogni possibile evidenza, era di quelle solide e tena

3 ci, una grossa roccia contro cui il mondo poteva scagliare ciò che gli pareva senz a scuoterla. In pratica, il cavallo sapeva che in genere la sua durata media era pi- o meno di ventiquattr'ore. E allora che dire di questo cavallo, che aveva opinioni sue proprie ed era scett ico sulle cose? Comportamento insolito per un cavallo, no? Si trattava forse di un cavallo insolito? No. Sebbene si trattasse di un esemplare della sua specie indubbiamente bello e robusto, era tuttavia un cavallo assolutamente normale, così come le convergenze e volutive ne avevano prodotto nei molti posti in cui si ritrova una forma di vita. I cavalli hanno sempre capito molto pi- di quanto diano a intendere. Difficilm ente si può stare tutto il giorno, tutti i giorni, con qualcuno seduto sopra, un'a ltra creatura, senza farsene un'opinione. È invece possibilissimo starsene seduti tutto il giorno, tutti i giorni, sopra un' altra creatura senza darsene il benché minimo pensiero. Quando vennero costruiti i primi modelli di questi Monaci, si ritenne importante poterli riconoscere all'istante come oggetti artificiali. Non doveva esserci il minimo rischio che assomigliassero in qualche modo a persone vere. Nessuno vorr ebbe che il proprio videoregistratore se ne stesse tutto il giorno sdraiato sul divano a guardare la tv. Nessuno vorrebbe che si mettesse le dita nel naso, beve sse birra e mandasse qualcuno a prendergli una pizza. Così i Monaci vennero costruiti con un occhio all'originalit... della linea, nonché con una pratica capacit... di stare a cavallo. Questo era un aspetto importante. La gente, o comunque le cose, appaiono pi- schiette viste da un cavallo. Si val utò quindi che due gambe fossero pi- indicate e pi- economiche dell'abituale rigog lio di diciassette, diciannove o ventitré; ai Monaci venne data una pelle rosea in vece che viola, soffice e liscia invece che crestata. Ci si limitò anche a una sol a bocca e un naso, ma vennero dotati di un occhio supplementare, portando il tot ale a due. Una creatura dall'aspetto bizzarro, effettivamente. Ma davvero eccell ente nel credere le cose pi- assurde. Questo Monaco era andato fuori di testa per la prima volta semplicemente perché gl i avevano dato troppe cose da credere in un giorno solo. Per sbaglio era stato c ollegato a un videoregistratore che stava guardando undici programmi televisivi contemporaneamente, cosa che gli aveva fatto saltare un gruppo di circuiti logic i. Il videoregistratore ovviamente doveva solo guardarli. Non doveva anche crede rci. Ecco perché i manuali di istruzioni sono così importanti. Dopo una tumultuosa settimana in cui aveva creduto che la guerra fosse pace, che il bene fosse male, che la luna fosse fatta di gorgonzola e che bisognasse mand are a Dio un sacco di soldi presso una certa casella postale, il Monaco cominciò a credere che il trentacinque per cento di tutti i tavoli fosse ermafrodita, dopo di che ebbe un crollo. Il commesso del negozio di Monaci disse che bisognava so stituire tutta la scheda madre, ma poi fece notare che i nuovi modelli migliorat i dei Monaci Plus erano potenti il doppio, avevano un sistema completamente nuov o di Capacit... Negativa multitasking, che consentiva loro di tenere in memoria contemporaneamente fino a sedici idee del tutto differenti e contraddittorie sen za dar luogo a fastidiosi errori di sistema, erano due volte pi- veloci e almeno tre pi- disinvolti e che se ne poteva avere uno nuovo di zecca a meno di quanto sarebbe servito per cambiare la scheda madre del vecchio modello. Ecco qua. Fatto. Il Monaco difettoso venne spedito nel deserto, dove poteva credere quello che gl i pareva, compresa l'idea di essere stato trattato a pesci in faccia. Gli fu con sentito di tenersi il cavallo, visto che fare un cavallo non costava niente. Per un certo numero di giorni e notti, che lui in momenti diversi credette esser e tre, quarantatré e cinquecentonovantottomilasettecentotré, vagò nel deserto, riponen do la sua semplice fede elettrica in pietre, uccelli, nuvole e in un'inesistente forma di asparagi-elefanti, finché alla fine si fermò lass-, su quello spuntone di roccia, a contemplare una valle che, nonostante il profondo fervore della fede d el Monaco, non era rosa. Nemmeno un po'. Il tempo passava.

4 Capitolo Tre... Il tempo passava. Susan aspettava. Pi- Susan aspettava, meno il campanello suonava. O il telefono. Guardò l'orologio. Pensò che era pressappoco l'ora in cui poteva legittimamente cominciare a innervo sirsi. Naturalmente, nervosa lo era gi..., ma quello era avvenuto, per così dire, con i suoi tempi. Ormai erano ampiamente nei tempi di lui, e anche tenendo conto del traffico, dei contrattempi, di una certa imprecisione e una tendenza al rit ardo, l'orario su cui lui aveva insistito, quello che secondo lui non potevano a ssolutamente permettersi di lasciar passare e quindi era meglio che si facesse t rovare pronta, era trascorso da una mezz'ora buona. Provò a preoccuparsi che gli fosse capitato qualcosa di terribile, ma non ci crede tte nemmeno per un istante. Non gli capitava mai niente di terribile, anche se l ei cominciava a pensare che fosse ora, mannaggia, che gli accadesse qualcosa. Se non gli fosse successo niente di terribile, presto avrebbe provveduto lei stess a. Ecco un'idea. Si buttò nervosamente sulla poltrona e guardò il notiziario alla televisione. Il not iziario la innervosì. Pigiò sul telecomando e per un po' guardò qualcosa su un altro c anale. Non sapeva cos'era, ma anche quello la innervosiva. Magari poteva telefonare. Le venisse un colpo se aveva intenzione di telefonare. Se avesse telefonato, probabilmente lui l'avrebbe chiamata proprio in quel mome nto e avrebbe trovato occupato. Si rifiutava di ammettere di averci anche solo pensato. Mannaggia a lui, dov'era? Ma poi, chi se ne fregava di dov'era? Lei no, questo e ra un fatto. Era la terza volta di fila che gliela faceva. Tre volte di fila potevano bastare. Ancora una volta cambiò canale stizzita. C'era un programma sui computer e alcun i interessanti nuovi sviluppi nell'ambito di quello che si poteva fare con i com puter e la musica. Basta così. Veramente basta così. Sapeva di essersi detta che bas tava così solo pochi secondi prima, ma adesso, definitivamente, veramente bastava così. Balzò in piedi e andò al telefono, afferrando rabbiosa la rubrica telefonica. La sco rse con gesti bruschi e compose un numero. "Pronto, Michael? Sì, sono Susan. Susan Way. Avevi detto di chiamarti se ero liber a stasera e io ti avevo risposto che avrei preferito finire stecchita in un foss o, ti ricordi? Be', tutto a un tratto ho scoperto di essere libera, assolutament e, completamente e totalmente libera e qui intorno non c'è un fosso decente nel ra ggio di chilometri. Il consiglio che ti posso dare è di fare la tua mossa finché ne hai la possibilit... Fra mezz'ora sarò al Tangiers Club." Si infilò scarpe e soprabito, si fermò un momento ricordandosi che era giovedì e quind i doveva mettere un nastro nuovo, extralungo, nella segreteria telefonica e due minuti dopo era fuori della porta di casa. Quando finalmente il telefonò suonò, la s egreteria telefonica disse garbatamente che al momento Susan Way non poteva anda re all'apparecchio, ma che volendo si poteva lasciare un messaggio e lei avrebbe richiamato il pi- presto possibile. Forse. Capitolo Quattro... Era una fredda sera di novembre, di quelle di una volta. La luna aveva un'aria pallida ed esangue, come se in una notte del genere non av esse nessuna voglia di starsene alzata. Si levò controvoglia e restò li come un inqu ieto fantasma. Stagliate contro di essa, confuse e offuscate nella bruma che sal iva dalle paludi malsane, si ergevano le diverse torri e torrette del St Cedd, a Cambridge, spettrale profusione di edifici cresciuti nel corso dei secoli, il m edievale accanto al vittoriano, l'odeon accanto al Tudor. Soltanto sbucando dall a bruma sembravano lontanamente appartenere gli uni agli altri. Fra essi si muovevano veloci alcune figure, affrettandosi da una fioca pozza di

5 luce all'altra, rabbrividendo e lasciandosi alle spalle volute di fiato che si r accoglievano nella notte gelida. Erano le sette. Molte delle figure si dirigevano verso la sala da pranzo del col lege, che divideva il Primo Cortile dal Secondo e da cui fuoriusciva riluttante una luce calda. Due sagome sembravano particolarmente male assortite. Una era qu ella di un giovane, alto, sottile e spigoloso; nonostante fosse imbacuccato in u n pesante cappotto scuro, camminava come un airone offeso. L'altra era piccola, rotondeggiante e si muoveva con goffa agitazione, come tant i scoiattoli che cercassero di fuggire da un sacco. Era di un'et... avanzata, an corché assolutamente indefinibile. Pescando un numero a caso, probabilmente lui er a pi- vecchio di così, ma in sostanza era impossibile dirlo. Indubbiamente aveva u na faccia profondamente segnata dalle rughe e quei pochi capelli che gli uscivan o dal berrettino da sci di lana rossa erano radi, bianchi e dimostravano idee pr ecise sulla propria disponibilit... a lasciarsi pettinare. Anche lui era imbacuc cato in un pesante cappotto, sopra cui però indossava una tunica svolazzante, segn o della sua unica e peculiare carica accademica. Mentre camminavano, il peso della conversazione era sostenuto dall'uomo pi- anzi ano. Strada facendo indicava i punti pi- notevoli, anche se era troppo buio perc hé li si potesse discernere. Il giovane continuava a dire: "Ah, sì?" o: "Davvero? Mo lto interessante..." o: "Bene, bene, bene", o: "Santo cielo", scuotendo la testa con aria seria. Non entrarono dall'ingresso principale del salone, ma da un piccolo passaggio su l lato est del cortile. Si arrivava così alla Sala della Lega Anziani e a un'antic amera buia dove i Membri interni del college sostavano a darsi pacche sulle mani e fare "brrrr" prima di accedere alla Tavola Alta attraverso l'ingresso loro ri servato. Erano in ritardo e si sfilarono in fretta i cappotti. Per l'anziano la cosa era complicata dalla necessit... prima di tutto di togliersi la tunica prof essorale per poi rimettersela una volta levatosi il cappotto, di cacciare il ber retto nella tasca del cappotto, chiedersi dove avesse messo la sciarpa, accorger si di non averla portata, frugare nella tasca del cappotto in cerca del fazzolet to, frugare nell'altra in cerca degli occhiali e infine del tutto inopinatamente trovarli entrambi avvolti nella sciarpa che evidentemente aveva effettivamente preso con sé ma non si era messo addosso nonostante il vento amaro e umido come l' alito di una strega che soffiava dalle paludi. Sospinse il giovane davanti a sé nel salone e i due occuparono gli ultimi posti li beri alla Tavola Alta, sfidando un'ondata di fronti aggrottate e sopracciglia al zate per l'interruzione al ringraziamento in latino. Quella sera il salone era pieno. Durante i mesi pi- freddi, gli studenti lo pref erivano. Insolito era invece che il salone fosse illuminato dalle candele, come ormai accadeva soltanto in pochissime occasioni particolari. Due lunghi tavoli a ffollati si distendevano nella penombra. Alla luce delle candele, le facce delle persone erano pi- vivaci, i sussurri delle voci, il tintinnio delle posate e de i bicchieri sembravano pi- eccitanti e nei recessi oscuri della grande sala pare va di avvertire la presenza contemporanea di tutti i secoli della sua esistenza. In fondo, la Tavola Alta, rialzata di una trentina di centimetri, formava un br accio della croce. Poiché quella sera c'erano ospiti, la tavola era stata apparecc hiata da ambedue i lati in modo da sistemare le persone in pi-, così che molti con vitati davano le spalle al resto del salone. "E allora, giovane MacDuff," disse il professore non appena si fu seduto ed ebbe spiegato il proprio tovagliolo, "che piacere rivederti, mio caro amico. Sono fe lice che tu abbia potuto venire. Non ho idea del motivo di tutto ciò," soggiunse p oi girando per la sala uno sguardo sbigottito. "Candele, argenteria e tutto quan to. In genere significa una cena speciale in onore di qualcuno o qualcosa di cui nessuno ricorda niente, se non che vuole dire cibo migliore per una sera." Si fermò a pensare per un momento, poi disse: "È strano, non trovi, che la qualit... del cibo debba essere inversamente proporzionale alla quantit... di luce. C'è da chiedersi a quali vette culinarie i cuochi potrebbero arrivare se li si confinas se in un'oscurit... perpetua. Credo che potrebbe valere la pena di fare una prov a. Nel college ci sono ottime cantine che si potrebbero usare allo scopo. Credo di avertici fatto fare un giro una volta, no? Bellissime opere in muratura".

6 Tutto ciò procurò al suo ospite un certo sollievo. Era il primo accenno che l'anzian o cattedratico avesse un vago ricordo di chi egli fosse. Il professor Urban Chro notis, Regio Docente di Cronologia, o "Reg", come insisteva a farsi chiamare, av eva una memoria che una volta lui stesso aveva paragonato alla farfalla Regina A lexandra Birdwing che, ricca di colore, volteggiava graziosamente qua e l... ed era ormai purtroppo quasi completamente estinta. Pochi giorni prima, quando gli aveva telefonato per invitarlo, era sembrato estr emamente ansioso di incontrare il suo ex allievo, eppure quella sera, all'arrivo di Richard (un po' in ritardo, è vero) il professore aveva spalancato la porta ap parentemente adirato, si era bloccato stupito nel vederlo, si era informato se n on avesse problemi emotivi, reagendo con fastidio nel sentirsi ricordare gentilm ente che erano ormai trascorsi dieci anni da quando era stato l'insegnante di co llege di Richard e infine aveva riconosciuto che Richard era lì per la cena; dopo di che il professore aveva cominciato a parlare rapidamente e con profusione sul la storia architettonica del college, segno sicuro che la sua mente era completa mente distratta. In realt..., "Reg" non era mai stato insegnante di Richard, ma solo il suo tutor al college, il che in poche parole significava che era responsabile della sua s ituazione in generale, gli ricordava la data degli esami, lo ammoniva di non pre ndere droghe e così via. Per la verit..., non era del tutto chiaro se Reg avesse m ai insegnato a qualcuno e, nel caso, cosa avesse insegnato. La sua docenza era p iuttosto oscura e dato che limitava le lezioni cui era tenuto alla semplice e ve nerabile tecnica di presentare ai suoi potenziali studenti una lista esaustiva d i libri che sapeva per certo non essere pi- in stampa da trent'anni, salvo poi s ollevare un pandemonio quando loro non li trovavano, nessuno aveva mai scoperto la natura precisa della sua disciplina accademica. Molto tempo prima naturalment e aveva preso la precauzione di rimuovere dalle biblioteche dell'universit... e del college le sole copie esistenti dei libri indicati nelle sue bibliografie, p er cui aveva tutto il tempo per fare ciò che faceva, qualunque cosa fosse. Poiché Richard era sempre riuscito ad andare ragionevolmente d'accordo con quel ve cchio suonato, un giorno aveva preso il coraggio a due mani e gli aveva chiesto che cosa fosse, di preciso, la Regia Docenza di Cronologia. Era una di quelle li evi giornate estive in cui il mondo sembra scoppiare di piacere per il semplice fatto di esistere e mentre camminavano sul ponte dove il fiume Cam divideva le p arti vecchie del college da quelle pi- recenti Reg era di umore insolitamente af fabile. "Una sinecura, mio caro amico, una sinecura bella e buona," aveva risposto raggi ante. "Una piccola quantit... di denaro per una piccolissima, diciamo pure inesi stente, quantit... di lavoro. Ciò mi consente di avere sempre i piedi al caldo, ch e è una condizione confortevole ancorché frugale per passare la vita. Te la raccoman do." Si sporse dal parapetto del ponte e cominciò a indicare un certo mattone che trovava interessante. "Ma che genere di studio dovrebbe essere?" aveva insistito Richard. "Storia? Fis ica? Filosofia? Che cos'è?" "Be'," disse Reg lentamente, "se proprio ti interessa, la cattedra originariamen te fu istituita dal re Giorgio III che, come saprai, nutriva un buon numero di i dee divertenti, fra cui la convinzione che uno degli alberi del Grande Parco di Windsor fosse in realt... Federico il Grande. Fu una sua istituzione, da cui il nome 'Regius'. Anche l'idea era sua, il che è as sai pi- insolito." I raggi del sole giocavano sul fiume Cam. Nei barchini, le persone si urlavano a llegramente a vicenda di andare a fare in culo. Emaciati studiosi di scienze nat urali che avevano passato mesi segregati nelle loro stanze diventando pallidi e simili a pesci, riemergevano battendo gli occhi alla luce. Le coppie che passegg iavano sulla riva erano talmente eccitate dalla generale bellezza che le circond ava da essere costrette a rifugiarsi in casa per un'oretta. "Quel povero ragazzo tormentato," proseguì Reg, "Giorgio III, dico, era, come tu s ai, ossessionato dal tempo. Riempì il palazzo di orologi. Li caricava continuament e. A volte si svegliava nel cuore della notte e se ne andava in giro per il pala zzo in camicia da notte a caricare orologi. Voleva essere sicuro che il tempo an

7 dasse avanti, capisci. In vita sua gli erano successe così tante cose tremende da avere il terrore che gliene ricapitasse qualcuna, se il tempo avesse potuto torn are indietro anche solo per un momento. Timore comprensibilissimo, soprattutto s e si è matti furiosi come, mi duole doverlo dire, con tutta la simpatia per quel p overetto, lui indubbiamente era. Fu lui a nominarmi, o meglio, dovrei dire, a no minare la mia carica, questa docenza, mi capisci, il posto che oggi mi onoro di occupare... dov'ero rimasto? Ah, gi... Lui istituì questa, ehm, cattedra di Crono logia per capire se ci fosse qualche ragione particolare per cui le cose succedo no una dopo l'altra e se c'era modo di fermare questa progressione. Dato che le risposte alle tre domande, come io capii immediatamente, erano sì, no e forse, mi resi conto di poter anche lasciar perdere il resto della mia carriera." "E i suoi predecessori?" "Ehm, erano pressappoco dello stesso avviso." "Ma chi erano?" "Chi erano? Be', persone splendide naturalmente, splendide dalla prima all'ultim a. Un giorno o l'altro ricordami di parlartene. Vedi quel mattone? Una volta Wor dsworth si sentì male su quel mattone. Grand'uomo." Tutto ciò era avvenuto circa dieci anni prima. Richard lanciò uno sguardo attorno alla grande sala da pranzo per vedere cos'era c ambiato nel frattempo e la risposta naturalmente fu: assolutamente nulla. In alt o, immersi nel buio, appena visibili alla luce tremolante delle candele, c'erano gli spettrali ritratti di primi ministri, arcivescovi, riformatori politici e p oeti, ognuno dei quali, a suo tempo, probabilmente si era sentito male su quello stesso mattone. "Bene," disse Reg con un forte sussurro confidenziale, come se stesse per metter si a parlare di piercing ai capezzoli in un convento di monache, "ho sentito dir e che da un certo punto in poi te la sei passata bene, no?" "Ehm, gi..., bene, infatti," rispose Richard, sorpreso della cosa quanto gli alt ri, "sì, è così." Parecchi sguardi attorno al tavolo si appuntarono su di lui. "Computer," sentì poc o pi- in l... che qualcuno mormorava in tono sprezzante a un vicino. Gli sguardi attenti tornarono a rilassarsi e si volsero altrove. "Ottimo," disse Reg. "Sono proprio contento per te, proprio contento." "Dimmi," continuò poi, giusto un attimo prima che Richard si rendesse conto che il professore non stava pi- parlando con lui, ma si era girato verso destra e si r ivolgeva al suo vicino dalla parte opposta, "che significa tutta questa, questa" fece un vago gesto con la mano in direzione dei candelieri e dell'argenteria de l college, "...roba?" Il suo vicino, un personaggio anziano e avvizzito, si voltò molto lentamente e lo guardò come se fosse piuttosto seccato di essere richiamato nel mondo dei vivi in quel modo. "Coleridge," disse con una vocina rauca, "è la cena per Coleridge, vecchio pazzo." Poi tornò a girarsi molto lentamente, fino a riacquistare la sua posizione. Si ch iamava Cawley, insegnava Archeologia e Antropologia, e spesso si diceva di lui, alle sue spalle, che non lo considerasse tanto un serio impegno accademico, quan to una possibilit... di rivivere la propria infanzia. "Ah, è così," mormorò Reg. "È così?" e tornò a voltarsi verso Richard. "È la cena per Coler e," disse con aria sagace. "Coleridge è stato un alunno del college, sai," aggiuns e dopo un mo mento. "Coleridge. Samuel Taylor. Poeta. Spero che tu ne abbia sent ito parlare. Questa è la sua cena. Be', non in senso letterale, naturalmente. A qu est'ora sarebbe fredda." Silenzio. "Dai, prendi un po' di sale." "Ehm, la ringrazio. Credo che aspetterò," disse Richard sorpreso. In tavola non c' era ancora nessuna pietanza. "Andiamo, prendilo," insistette il professore, porgendogli la pesante saliera d' argento. Richard sbatté le palpebre confuso, ma alzando le spalle dentro di sé allungò la mano per prenderla. Nell'istante però in cui aveva battuto le palpebre, la saliera era svanita nel nulla. Si ritrasse stupito. "Buona questa, eh?" disse Reg recuperando la boccetta scomparsa da dietro l'orec

8 chio del suo cadaverico vicino di destra e suscitando una risatina stranamente f anciullesca e femminile da qualche parte del tavolo. Reg rise sbarazzino. "Un'ab itudine molto irritante, lo so. È fra le prime che voglio perdere, subito dopo le sigarette e le sanguisughe." Bene, ecco un'altra cosa che non era cambiata. C'è chi si mette le dita nel naso, altri che d'abitudine picchiano le vecchiette per strada. Il vizio di Reg era di quelli innocui, per quanto singolare: una tendenza ai giochetti di prestigio da bambini. Richard ricordava la prima volta che era andato a trovare Reg con un p roblema; si trattava soltanto della normale Angst che periodicamente afferra nel le sue grinfie gli studenti, soprattutto quando devono scrivere una tesi, ma al momento sembrava un peso oscuro e disumano. Reg era rimasto seduto ad ascoltare il suo sfogo con un'espressione di intensa concentrazione e quando finalmente Ri chard ebbe terminato, dopo aver riflettuto seriamente, si era strofinato a lungo il mento e infine si era chinato in avanti guardandolo negli occhi. "Sospetto che il tuo problema," disse, "sia che hai troppe graffette dentro al n aso." Richard lo fissò. "Lascia che te lo dimostri," disse Reg e protendendosi dall'altra parte del tavo lo estrasse dal naso di Richard una catena di undici graffette e un piccolo cign o di gomma. "Ah, ecco qui il vero colpevole," disse sollevando il cigno. "Arrivano nelle sca tole di cereali e provocano guai a non finire. Bene, sono contento della nostra piccola chiacchierata, mio caro amico. Ti prego di non farti problemi a disturba rmi nuovamente se dovessi avere altri fastidi del genere." Inutile a dirsi, Richard non ne ebbe pi-. Richard passò lo sguardo attorno alla tavola per vedere se riconosceva qualche alt ro membro del college dei suoi tempi. Due posti pi- in l... a sinistra c'era il professore che era stato il Direttore degli Studi Inglesi di Richard, il quale n on dette alcun segno di riconoscerlo. La cosa non era affatto strana, visto che Richard aveva passato i suoi tre anni lì a cercare assiduamente di evitarlo, spess o arrivando al punto di farsi crescere la barba e fingere di essere un altro. Di fianco a lui c'era un tale che Richard non era mai riuscito a inquadrare. Com e d'altra parte non c'era riuscito nessun altro. Era magro e simile a un criceto e aveva un naso straordinariamente lungo e ossuto; anzi, lunghissimo e ossutiss imo. In realt..., somigliava alla discussa chiglia che nel 1983 aveva consentito agli australiani di vincere la Coppa America, somiglianza su cui all'epoca si e ra molto insistito, anche se naturalmente non davanti a lui. Nessuno aveva mai d etto niente davanti a lui. Nessuno. Mai. Tutti quelli che lo incontravano per la prima volta erano troppo sorpresi e imba razzati dal suo naso per parlare; la seconda volta poi era peggio per via della prima, e così via. Gli anni ormai erano passati, diciassette complessivamente. In tutto quel tempo, lui se n'era rimasto imbozzolato nel silenzio. I camerieri del college avevano preso da un pezzo l'abitudine di mettergli due diverse saliere, con pepe e senape, a destra e a sinistra, perché nessuno gli avrebbe mai chiesto di passargli qualcosa. Chiedere poi a qualcuno di sedersi di fronte a lui sarebb e stato non solo poco gentile, ma anche assolutamente impossibile con quel naso di mezzo. L'altra cosa bizzarra in lui era una serie di gesti che faceva e ripeteva regola rmente per tutta la sera. Consistevano nel picchiettare ognuna delle dita della mano sinistra in ordine e quindi una delle dita della mano destra. A volte poi, di tanto in tanto, picchiettava anche qualche altra parte del corpo, una nocca, un gomito o un ginocchio. Quando doveva smettere per mangiare, attaccava in comp enso a sbattere gli occhi e talvolta annuiva. Ovviamente, nessuno gli aveva mai chiesto perché lo facesse, anche se tutti si rodevano dalla curiosit... Richard non riusciva a vedere chi c'era seduto dopo di lui. Dall'altra parte, do po il cadaverico vicino di Reg, c'era Watkin, il professore di materie classiche, un uomo di una magrezza e di una stranezza terrificanti. Gli spessi occhiali s enza montatura erano quasi cubi solidi di vetro, al cui interno sembrava che i s

9 uoi occhi conducessero un'esistenza indipendente, come due ciprini. Il naso era abbastanza dritto e normale, ma al di sotto spuntava una barba identica a quella di Clint Eastwood. Gli occhi vagavano come nuotando intorno alla tavola, mentre lui sceglieva la persona a cui avrebbe parlato quella sera. Aveva creduto che l a sua preda potesse essere uno degli ospiti, il capo di Radio Tre nominato di re cente, che gli sedeva di fronte, ma purtroppo era gi... finito fra le spire del direttore di musica del college e di un professore di filosofia. I due si stavan o affannando a spiegare al pover'uomo esausto che la frase "troppo Mozart", data ogni ragionevole definizione di quelle due parole, era un'espressione assolutam ente contraddittoria in sé, e che qualunque discorso contenente una frase simile n e veniva inficiato e di conseguenza non poteva proporsi come parte di un'argomen tazione a sostegno di qualsivoglia strategia di programmazione. L'infelice aveva gi... cominciato a stringere con troppa forza le posate. I suoi occhi saettavan o qua e l... disperatamente in cerca di soccorso e fece l'errore di posarli su W atkin. "Buonasera," disse Watkin con un sorriso affascinante, muovendo il capo nel piamichevole dei modi, dopo di che lasciò che il proprio sguardo vitreo si posasse s ulla scodella di minestra appena arrivata, posizione dalla quale non l'avrebbe m osso per nulla al mondo. Non ancora. Lasciamolo soffrire un po', quel gaglioffo. Voleva che il salvataggio gli fruttasse almeno una buona mezza dozzina di tribu ti in discorsi alla radio. Oltre Watkin, Richard scoprì improvvisamente la fonte del chiocciare da ragazzina che aveva salutato il giochetto di prestigio di Reg. Cosa piuttosto sorprendente, era una ragazzina. Aveva circa otto anni, i capelli biondi e un'aria triste. S e ne stava seduta e di tanto in tanto tirava calci stizzosi alla gamba del tavol o. "Chi è quella?" chiese Richard stupito a Reg. "Chi è cosa?" chiese Reg stupito a Richard. Richard tese un dito di nascosto dalla sua parte. "La ragazza," sussurrò, "quella ragazzina piccola piccola. È qualche nuova professoressa di matematica?" Reg si allungò a guardarla. "Sai," disse sbalordito, "non ne ho la minima idea. Ma i saputo niente di simile. Straordinario." In quel momento a risolvere il problema intervenne l'uomo della Bbc, che improvv isamente si svincolò dal placcaggio dialettico in cui lo avevano stretto i suoi vi cini e disse alla ragazzina di piantarla di tirare calci al tavolo. Lei smise di dare calci al tavolo e cominciò invece a dare calci all'aria con rinnovato vigore. Lui le disse di fare uno sforzo per divertirsi e lei allora gli allungò un calci o. Ciò introdusse un fugace barlume di piacere nella sua triste serata, ma non durò a lungo. Il padre fece partecipe la tavolata in generale di ciò che pensava delle baby-sitter che piantano in asso la gente, ma nessuno si sentì in grado di affront are l'argomento. "È chiarissimo," riprese il direttore di musica, "che stiamo aspettando da troppo tempo un'importante stagione di Buxtehude. Sono certo che lei non vede l'ora di porre rimedio a questa situazione alla prima opportunit..." "Oh, be', sì," rispose il padre della ragazzina rovesciando la propria minestra. " Ehm, cioè... non è lo stesso che Gluck, no?" La ragazzina tirò un altro calcio alla ga mba del tavolo. Quando il padre la fissò con severit..., lei piegò la testa di lato e gli chiese qualcosa a fior di labbra. "Non ora," la redarguì lui pi- sommessamente che poté. "E quando allora?" "Dopo. Forse. Dopo vedremo." Lei si inarcò stizzita contro lo schienale della sedia. "Tu dici sempre dopo," gli sillabò senza parlare. "Povera ragazzina," disse Reg. "In tutta la tavola non c'è un solo insegnante che dentro di sé non si stia comportando esattamente così. Ah, grazie." Era arrivata la minestra, distraendo la sua attenzione e quella di Richard. "E dimmi un po'," fece Reg, dopo che entrambi avevano assaggiato un paio di cucc hiaiate, arrivando ognuno per conto proprio alla medesima conclusione, e cioè che non era un'esplosione di gusto, "di che cosa ti stai occupando, mio caro ragazzo? Qualcosa che ha a che fare con i computer, mi dicono, e anche con la musica. C redevo che qui avessi studiato inglese, anche se, me ne rendo conto, solo nel te

10 mpo libero." Scoccò un'occhiata significativa a Richard da sopra il bordo del cucc hiaio di minestra. "Aspetta un momento," lo interruppe prima che Richard avesse anche solo una possibilit... di cominciare, "mi sembra vagamente di ricordare ch e quando eri qui avessi una specie di computer. Quand'era? Nel 1977?" "Be', quello che nel 1977 chiamavamo computer in realt... era una specie di abac o elettrico, ma..." "Be', be', non sottovalutare l'abaco," disse Reg. "In mani esperte è uno strumento di calcolo molto sofisticato. Inoltre, non ha bisogno di elettricit..., può esser e fatto di qualsiasi materiale si abbia sotto mano e non va mai in tilt nel bel mezzo di una parte importante di lavoro." "Dunque un abaco elettrico sarebbe particolarmente inutile," disse Richard. "Ammettiamolo," concesse Reg. "In effetti, quella macchina non faceva molto di pi- di quello che si poteva far e da soli in met... del tempo e con molti meno problemi," disse Richard, "ma d'a ltra parte svolgeva in maniera eccellente il ruolo di allievo tardo e poco dotat o." Reg lo guardò perplesso. "Non avevo mai pensato che li si ritenesse troppo pochi," disse. "Potrei colpirn e una dozzina con un panino da dove sono seduto. " "Non ne dubito. Ma provi a pensarla così. Qual è lo scopo vero nel cercare di insegn are qualcosa a qualcuno?" Sembrò che la domanda suscitasse un mormorio d'approvazione da un capo all'altro d ella tavola. "Quello che voglio dire," continuò Richard, "è che quando si vuole capire per davver o qualcosa, il metodo migliore è quello di provare a spiegarla a qualcun altro. Ci si costringe così a chiarirsela nella propria mente. Ma pi- l'allievo è tardo e poc o dotato, pi- bisogna frammentare le cose in idee via via pi- semplici. È questa l a vera essenza del lavoro di programmazione. Una volta che si sia arrivati a dis tricare un'idea complicata in passi così piccoli da permettere anche a una stupida macchina di affrontarla, si è sicuramente imparato qualcosa su di sé. In genere, l' insegnante impara pi- dell'allievo. Non è forse vero?" "Sarebbe difficile imparare molto meno dei miei allievi," si sentì brontolare da q ualche parte del tavolo, "senza prima sottoporsi a una lobotomia anterofrontale. " "Così, per scrivere testi che avrei potuto terminare in un paio d'ore con una macc hina per scrivere passavo giornate intere a lottare con quella macchina da 16K, ma quello che trovavo affascinante era il lavoro di tentare di spiegare alla mac china cosa volevo che facesse. In pratica mi feci un mio elaboratore di testi in BASIC. Una semplice procedura di ricerca e sostituzione richiedeva circa tre or e." "Non me lo ricordo pi-, ma sei mai riuscito a portare a termine uno scritto?" "Be', non esattamente. Non veri saggi, ma le ragioni per cui non lo feci erano a ssolutamente interessanti. Per esempio, scoprii che..." Si interruppe di colpo, ridendo di se medesimo. "Fra l'altro, naturalmente suonavo le tastiere in un gruppo rock," aggiunse. "Il che non era certo d'aiuto." "Toh, questa non la sapevo," disse Reg. "Il tuo passato ha zone pi- oscure di qu anto non mi sarei mai sognato. Caratteristica, direi, che lo accomuna a questa m inestra." Si pulì con grande cu ra la bocca nel tovagliolo. "Un giorno di questi d evo andare a fare due chiacchiere con il personale di cucina. Vorrei essere sicu ro che usino i pezzi giusti e buttino via quelli che vanno buttati via. Dunque. Un gruppo rock, dicevi. Bene, bene, bene. Santo cielo." "Gi...," disse Richard. "Ci chiamavamo Il Complesso Ragionevolmente Buono, ma in realt... non lo eravamo affatto. Nelle nostre intenzioni, dovevamo essere i Beatles dei primi anni otta nta, ma avevamo consiglieri economici e legali molto migliori di quelli che ebbe ro i Beatles, che in poche parole ci dicevano: 'Inutile che facciate tanta fatic a' e noi rinunciammo. Lasciai Cambridge e feci la fame per tre anni." "Ma non fu in quel periodo," disse Reg, "che ci capitò di incontrarci e tu mi dice sti che te la passavi bene?" "Come spazzino, sì. C'era una quantit... terrificante di rifiuti per le strade. Pi

11 - che a sufficienza, pensavo io, per una carriera intera. Comunque, mi siluraron o perché scopavo i rifiuti nella zona di un altro spazzino." Reg scosse la testa. "Una carriera che non faceva per te, ne sono certo. Ci sono tantissimi mestieri in cui un atteggiamento simile assicurerebbe un rapido avan zamento." "Ne provai qualcuno, anche se mai molto pi- importanti. E non ne conservai nessu no a lungo, perché ero sempre troppo stanco per farli come si deve. Mi facevo trov are addormentato disteso sulle gabbie dei polli o sui cassonetti della spazzatur a, a seconda del lavoro. Stavo su tutta la notte al computer, capisce, a insegna rgli a giocare a Tre gattini ciechi, Per me era un obiettivo importante." "Ne sono certo," convenne Reg. "Grazie," disse poi rivolto al cameriere del coll ege che gli portava via il piatto di minestra mezzo pieno, "grazie mille. Tre ga ttini ciechi, eh? Bene. Bene. Così, senza dubbio alla fine ci sei riuscito, il che spiega la tua onorevole condizione attuale. È così?" "Be', c'è qualcos'altro oltre a questo." "Me lo sentivo che doveva esserci. Peccato però che non te lo sia portato dietro. Avrebbe potuto allietare la povera signorina che al momento si vede imporre la n ostra tediosa e poco garbata compagnia. Una rapida apparizione dei Tre gattini c iechi probabilmente farebbe miracoli sul suo umore." Si chinò in avanti per sbirci are, al di l... dei suoi due vicini di destra, la ragazzina, che continuava a di menarsi sulla sedia. "Ciao," le disse. Lei alzò lo sguardo stupita, poi abbassò gli occhi timidamente, riprendendo a far do ndolare le gambe. "Cosa ti sembra peggio," si informò Reg, "la minestra o la compagnia?" Lei fece una risatina controvoglia e si strinse nelle spalle, continuando a guar dare in basso. "Credo che tu sia saggia a non comprometterti in questa fase," continuò Reg. "Per quanto mi riguarda, aspetto di vedere le carote prima di emettere un verdetto. L e stanno facendo bollire dal fine settimana, ma temo che non sia abbastanza. L'u nica cosa che potrebbe rivelarsi peggiore delle carote è Watkin. È quel tipo con que gli stupidi occhiali seduto fra noi due. Il mio nome è Reg, fra l'altro. Vieni pur e a darmi un calcio, quando hai un momento di tempo." La ragazzina ridacchiò e sbirciò di sotto in su Watkin, che si irrigidì e fece un tent ativo terribilmente mal riuscito di ridere allegramente. "Bene, ragazzina," le disse goffamente e lei dovette disperatamente respingere u no scoppio di risa alla vista dei suoi occhiali. Non ne nacque una grande conver sazione, ma la piccola aveva trovato un alleato e cominciava a divertirsi un poc hino. Il padre le scoccò un sorriso di sollievo. Reg tornò a girarsi verso Richard, che gli chiese bruscamente: "Lei ha famiglia?" "Ehm... no," rispose Reg sottovoce. "Ma dimmi. Dopo I tre gattini ciechi, cos'è su ccesso?" "Insomma, per far breve una storia lunga, Reg, sono finito a lavorare per la Way Forward Technologies..." "Ah, sì, il famoso signor Way. Di' un po', com'è lui?" Richard era sempre leggerment e infastidito da questa domanda, probabilmente perché gliela facevano troppo spess o. "Meglio e peggio di come lo rappresenta la stampa. A me veramente piace parec chio. Come tutte le persone ispirate, a volte può essere piuttosto difficile, ma i o lo conosco fin dai primissimi tempi della ditta, quando sia il suo che il mio nome non valevano una cicca. È in gamba. L'unica cosa è che è meglio non dargli il pro prio numero di telefono finché non si è in possesso di una segreteria telefonica di tipo industriale." "Cosa? Come mai?" "Be', è una di quelle persone che riescono a pensare solo mentre parlano. Quando h a un'idea, deve esporla a chiunque sia disposto ad ascoltarlo. Oppure, quando le persone non sono di sponibili, cosa che succede sempre pi- spesso, va benissimo anche la loro segreteria telefonica. Lui semplicemente telefona e parla. Ha una segretaria il cui unico compito è quello di andare in giro a prendere le cassette dalla gente a cui probabilmente ha telefonato, trascriverle, ordinarle e fornir gli il giorno dopo il testo sistemato in una cartelletta blu."

12 "Blu, eh?" "Non mi chieda perché non si limita a usare un registratore," disse Richard con un 'alzata di spalle. Reg rifletté sulla cosa. "Immagino che non usi un registratore perché non gli piace parlare a se stesso," disse. "C'è una logica in questo. A suo modo." Mangiò un boccone del porc au poivre appena arrivato e lo ruminò per un po' prima di posare delicatamente per un istante coltello e forchetta. "E quindi," disse alla fine, "qual è il ruolo del giovane MacDuff in tutto ciò?" "Be', Gordon mi incaricò di elaborare una grossa parte di programma per la Apple M acintosh. Prospetti economici, contabilit..., cose del genere, potente, facile d a usare, parecchia grafica. Gli chiesi che cosa voleva esattamente che ci mettes si, ma lui mi rispose soltanto: 'Tutto. Per quella macchina voglio il massimo de l software commerciale, che canti e che balli'. E avendo una testa leggermente b izzarra, io lo presi alla lettera. Vede, un modello numerico può rappresentare qualsiasi cosa si voglia, può essere uti lizzato per tracciare la mappa di una superficie o per regolare un qualunque pro cesso dinamico, e così via. E qualsiasi gruppo di conti aziendali è, in ultima anali si, un modello numerico. Così io mi misi a sedere e feci un programma che prendess e quei numeri e ne facesse ciò che si desiderava. Se si vuole soltanto un istogram ma, li riduce a istogramma, se li si vuole vedere sotto forma di tabella a torta o di diagramma di dispersione ne fa una tabella a torta o un diagramma di dispe rsione. Se si vuole che dalla tabella a torta saltino fuori delle ragazze che ba llano, per distrarre l'attenzione dai dati effettivamente rappresentati, il prog ramma può fare anche quello. Oppure, per esempio, si possono trasformare i dati in uno stormo di gabbiani, in cui la formazione di volo e il modo in cui battono l e ali di ciascun gabbiano sono determinati dalla resa dei vari settori della dit ta. Ottimo per produrre logos aziendali animati, che però significano qualcosa. Ma la caratteristica pi- stupida di tutte era che, se lo si voleva, si poteva fa re in modo che i conti della ditta venissero rappresentati da un brano musicale. Almeno, io pensavo che fosse stupida. Il mondo aziendale ci andava pazzo." Reg lo guardò solennemente da sopra un pezzo di carota in precario equilibrio sull a forchetta alzata davanti a sé, ma non lo interruppe. "Vede, ogni aspetto di un brano musicale può essere espresso come una sequenza o u n modello numerico," si accalorò Richard. "I numeri possono esprimere l'altezza de lle note, la lunghezza delle note, modelli di altezza e di lunghezza..." "Vuoi dire il motivo," fece Reg. La carota non si era ancora mossa. Richard sorrise. "Motivo sarebbe un ottimo termine in questo caso. Devo ricordarmelo." "Ti aiuter... a esprimerti con maggiore facilit..." Reg rimise la carota nel pi atto, senza averla assaggiata. "E alla fine, questo software andò bene?" chiese. "Qui da noi non molto. I rendiconti annuali di quasi tutte le aziende britannich e producevano suoni che sembravano la Marcia Funebre del Saul, ma in Giappone ci si buttarono sopra come un branco di topi. Ne venne fuori una serie di allegri inni aziendali che partivano bene ma, dovendo fare una critica, probabilmente si sarebbe dovuto dire che nel finale tendevano a diventare un po' forti e stridul i. Da un punto di vista commerciale, negli Stati Uniti, che era la cosa principa le, fu un affare spettacolare. Ma ciò che mi interessa di pi- al momento è cosa succ ede se si lascia perdere la contabilit... Trasformare i numeri che rappresentan o il battito d'ala di una rondine direttamente in musica. Che cosa si sentirebbe? Secondo Gordon, certamente non il suono dei registratori di cassa." "Affascinante," disse Reg, "davvero affascinante," e finalmente introdusse la ca rota in bocca. Poi si girò e si sporse in avanti per parlare alla sua nuova amiche tta. "Watkin ha perso," annunciò. "Le carote hanno raggiunto un nuovo minimo storico. M i spiace, Watkin, ma per quanto tu sia terribile, temo che le carote siano a liv elli mondiali." La ragazzina rise pi- liberamente della volta prima e gli fece un sorriso. Watki n stava provando a prendere tutto ciò con spirito, ma mentre i suoi occhi fluttuav ano fino a Reg era evidente che era abituato a spiazzare pi- che a essere spiazz ato.

13 "Pap..., per favore, ora posso?" Con la sicurezza, sia pur tenue, appena acquisi ta, la piccola aveva trovato anche la voce. "Dopo," insistette il padre. "Ma ora è gi... dopo. Ho guardato l'orologio." "Be'..." Ebbe un'esitazione e fu perduto. "Siamo stati in Grecia," annunciò la ragazzina con voce esile ma reverenziale. "Ah, sì?" disse Watkin con un lieve cenno del capo. "Bene, bene. In qualche posto in particolare o in Grecia in generale?" "Patmos," disse lei con decisione. "Era bella. Secondo me, Patmos è il posto pi- b ello di tutto il mondo. A parte il fatto che il traghetto non arrivava mai quand o doveva. Mai, mai. Io guardavo l'orologio. Abbiamo perso l'aereo, ma a me non i mportava." "Ah, Patmos, sì, sì," disse Watkin, chiaramente interessato dalla notizia. "Bene, qu ello che tu devi capire, signorina, è che i greci, non contenti di aver dominato l a cultura del mondo classico, sono anche gli ispiratori della pi- grande, porrem mo dire l'unica, opera di autentica immaginazione creativa prodotta in questo se colo. Mi riferisco naturalmente agli orari dei traghetti greci. Un'opera di fant asia delle pi- sublimi. Chiunque abbia viaggiato nell'egeo te lo confermer... M mmm, gi... Credo di sì." Lei si accigliò. "Ho trovato un vaso," fece. "Probabilmente una sciocchezza," la interruppe frettolosamente il padre. "Sapete com'è. Tutti quelli che vanno in Grecia per la prima volta credono di aver trovat o un vaso, no? Ah, ah." Vi furono unanimi segni d'assenso. Era vero. Seccante, ma vero. "Io l'ho trovato nel porto," disse lei, "nell'acqua. Mentre aspettavamo quell'ac cidente di traghetto." "Sarah! Ti ho detto..." "Eri tu che lo chiamavi così. E anche peggio. Lo chiamavi con parole che non crede vo nemmeno che conoscessi. Comunque, pensavo che visto che qui tutti sono così int elligenti, dovrebb/e esserci qualcuno capace di dirmi se è una cosa autentica dell a Grecia antica o no. Secondo me è molto vecchio. Non glielo faresti vedere, pap...?" Il padre si strinse nelle spalle rassegnato e cominciò a frugare sotto la sedia. "Lo sapevi, signorina," le disse Watkin, "che il libro dell'apocalisse è stato scr itto a Patmos? È così. Da san Giovanni l'evangelista, come sai. A me sembra che most ri chiarissimi segni del fatto che è stato scritto aspettando un traghetto. Eh gi.... Io la penso così. Comincia, no, con quell'atmosfera sognante che si ha quando si deve far passare del tempo, annoiandosi, fantasticando, per poi pian piano cr escere fino a una specie di picco di disperazione allucinatoria. Lo trovo molto suggestivo. Forse dovresti scriverci qualcosa in proposito." Le fece un cenno co n la testa. Lei lo guardò come se fosse matto. "Bene, eccolo qua," disse il padre, poggiando pesantemente l'oggetto sulla tavol a. "Un semplice vaso, come vedete. Lei ha solo sei anni," soggiunse con un sorri so sgradevole, "vero, tesoro?" "Sette," disse Sarah. Il vaso era piuttosto piccolo, alto una dozzina di centimetri e largo, nel punto massimo, circa dieci. Il corpo era quasi sferico, con un collo strettissimo che si elevava di un paio di centimetri. Il collo e una met... circa della superfic ie avevano decorazioni di terracotta, ma le parti del vaso che si riusciva a ved ere erano di un ruvido materiale rossiccio. Sarah lo prese e lo cacciò nelle mani del professore seduto alla sua destra. "Tu hai l'aria sveglia," gli disse. "Dimmi cosa ne pensi." Il professore lo prese e lo rigirò con una faccia leggermente sdegnosa. "Sono sicu ro che se gratti il fango dal fondo," scandì spiritosamente, "probabilmente ci tro vi scritto 'Made in Birmingham'." "Vecchio, eh?" disse il padre di Sarah con una risatina forzata. "È passato molto tempo da quando qui da noi si faceva qualcosa. "Comunque," disse il professore, "non è il mio campo, io sono un biologo molecolar e. Qualcun altro vuole dargli un'occhiata?" La domanda non venne accolta da grida di entusiasmo, ma nondimeno il vaso passò di

14 mano in mano fino all'estremit... della tavolata seguendo un percorso irregolar e. Venne scrutato con occhi strabici attraverso lenti al quarzo, sbirciato attra verso occhiali cerchiati di corno, osservato sopra lenti a mezzaluna e intravist o strizzando gli occhi da qualcuno che aveva dimenticato gli occhiali nell'altro vestito che, temeva fortemente, ormai si trovava in tintoria. Apparentemente, n essuno sapeva quanto fosse vecchio né se ne curava pi- di tanto. La faccia della r agazzina assunse nuovamente un'espressione sconsolata. "Compagnia di citrulli," disse Reg a Richard. Prese ancora una volta una saliera d'argento e la sollevò in alto. "Signorina," disse sporgendosi in avanti per parlarle. "Oh, adesso basta, vecchio scemo," borbottò l'anziano archeologo Cawley, appoggian dosi allo schienale e mettendosi le mani sulle orecchie. "Signorina," ripeté Reg, "guarda questa semplice saliera d'argento. Guarda questo semplice cappello." "Quello non è un cappello," disse la piccola imbronciata. "Oh," fece Reg, "un mome nto, per favore" e andò a prendere il suo berretto di lana rossa. "Guarda," disse di nuovo, "questa semplice saliera d'argento. Guarda questo semp lice berretto di lana. Metto la saliera nel berretto, così, e ti passo il berretto. La parte successiva del gioco, mia cara signorina... sta a te." Le porse il berretto dietro le spalle dei due vicini che li separavano, Cawley e Watkin. Lei prese il berretto e vi guardò dentro. "Dov'è finito?" chiese con gli occhi fissi nel berretto. "È dove l'hai messo tu," ri spose Reg. "Oh," disse Sarah, "capisco. Be'... questo non era tanto bello." Reg si strinse nelle spalle. "Un giochetto umile, che però mi procura piacere," disse e tornò a gir arsi verso Richard. "Allora, di cosa stavamo parlando?" Richard lo guardò con una leggera sensazione di sbigottimento. Sapeva che il profe ssore era sempre stato incline a improvvisi e stravaganti sbalzi d'umore, ma ora sembrava che tutta la sua cordialit... si fosse prosciugata d'un colpo. Adesso esibiva quella stessa espressione distratta che Richard gli aveva visto in facci a quella sera appena arrivato davanti alla porta, apparentemente del tutto inasp ettato. Reg sembrò percepire lo sconcerto di Richard e rapidamente risfoderò un sorr iso. "Mio caro ragazzo!" disse. "Mio caro ragazzo! Mio caro, caro ragazzo! Cosa stavo dicendo?" "Ehm, stava dicendo 'Mio caro ragazzo'." "Gi..., ma sono sicuro che preludeva a qualcosa. Una specie di breve toccata sul tema di che ragazzo splendido tu sia, prima di introdurre l'argomento principal e del mio discorso, la cui natura al momento mi sfugge. Tu non hai idea di cosa stavo per dire?" "No." "Ah. Be', suppongo che dovrei esserne compiaciuto. Se tutti sapessero esattament e quello che sto per dire, allora sarebbe inutile che lo dicessi, no? Ordunque, come se la sta cavando il vaso della nostra giovane ospite?" L'oggetto era arrivato a Watkin, il quale si proclamò privo di competenza su ciò che facevano gli antichi per berci dentro, ed esperto solo di quanto ne avevano scr itto come risultato. Disse che tutti loro dovevano invece inchinarsi di fronte a l sapere e all'esperienza di Cawley e cercò di rifilargli il vaso. "Ho detto," ripeté, "che tutti noi dobbiamo inchinarci al suo sapere e alla sua es perienza. Oh, per tutti i santi, si tolga le mani dalle orecchie e dia un'occhia ta a questo affare." Gentilmente, ma con fermezza, allontanò la mano destra dì Cawley dall'orecchio, gli spiegò la faccenda ancora una volta e gli porse il vaso. Cawley eseguì un esame rapi do ma chiaramente esperto. "Sì," disse, "direi che ha circa duecento anni. Molto rozzo. Un esemplare del suo genere molto grezzo. Completamente privo di valore, naturalmente." Lo depose con mossa perentoria e il suo sguardo vagò fino alla vecchia galleria di poeti, i cui personaggi per qualche ragione sembravano irritarlo. L'effetto su Sarah fu immediato. Gi... scoraggiata, la cosa la depresse del tutt o. Si morse le labbra e si adagiò contro la sedia, sentendosi ancora una volta com

15 pletamente fuori posto e puerile. Il padre le scoccò un'occhiata ammonitrice contro i cattivi comportamenti, poi di nuovo si scusò per lei. "Allora, Buxtehude," si affrettò a riprendere, "gi..., il buon vecchio Buxtehude. Vedremo cosa possiamo fare. Mi dica..." "Signorina," si intromise una voce, arro chita dallo stupore, "tu sei chiaramente una maga e un'incantatrice dai poteri p rodigìosi! " Tutti gli occhi si appuntarono su Reg, vecchio esibizionista. Aveva afferrato il vaso e lo stava fissando con fanatica attenzione. Girò lentamente gli occhi sulla ragazzina, come soppesando per la prima volta la forza di un temibile avversari o. "Mi inchino a te," sussurrò. "Per quanto indegno di parlare al cospetto di poteri quali i tuoi, ti prego di lasciare che mi congratuli con te per una delle pi- se nsazionali manifestazioni dell'arte magica cui abbia avuto il privilegio di assi stere!" Sarah lo fissava spalancando gli occhi sempre di pi-. "Posso mostrare a queste persone il tuo operato?" chiese tutto serio. Lei annuì impercettibilmente e lui batté il vaso poco prima prezioso, ma ora tristem ente screditato, sul tavolo con un colpo secco. Si spaccò in due parti irregolari, facendo cadere la creta cotta di cui era circon dato in frammenti appuntiti sulla tavola. Una met... del vaso cadde, l'altra rim ase in piedi. Sarah strabuzzò gli occhi davanti alla saliera d'argento del college, macchiata e annerita ma chiaramente riconoscibile, imprigionata fra i resti del vaso. "Vecchio scemo rimbambito," mormorò Cawlev. Non appena si spense la generale deplorazione e condanna di quello sciocco gioch etto di societ..., che non poté minimamente smorzare l'ammirazione negli occhi di Sarah, Reg si voltò verso Richard e gli disse con aria da niente: "Chi era quel tuo amico di qui, l'hai pi- rivisto? Un tipo con uno strano nome e st europeo. Svlad qualche cosa. Svlad Cjelli. Te lo ricordi?" Per un momento Richard lo guardò senza capire. "Svlad?" disse. "Oh, vuol dire Dirk. Dirk Cjelli. No. Non siamo rimasti in conta tto. Ci siamo incontrati un paio di volte per strada, ma nient'altro. Credo che di tanto in tanto cambi nome. Come mai me lo domanda?" Capitolo Cinque... In cima al suo promontorio roccioso, il Monaco Elettrico continuava a starsene s eduto su un cavallo che, silenziosamente e senza lamentarsi, dimagriva. Da sotto il suo cappuccio di lana grezza il Monaco osservava senza battere ciglio la val lata che gli dava problemi, ma c'era un problema nuovo e terribile per il Monaco, e cioè: il Dubbio. Non ne aveva da molto tempo, ma ora che l'aveva lo rodeva alle radici del suo st esso essere. La giornata era calda; il sole splendeva in un cielo vuoto e caliginoso, picchia ndo sulle pietre grigie e sull'erba rada e secca. Tutto era immobile, compreso i l Monaco. Ma nella sua testa strane cose cominciavano ad agitarsi, come succedev a di tanto in tanto quando qualche dato, passando dal gestore di input, prendeva un indirizzo sbagliato. Poi però il Monaco cominciò a credere, all'inizio incertamente e nervosamente, quind i con una Fede temprata alla fiamma ossidrica che sovvertiva tutte le precedenti convinzioni (compresa quell'idiozia secondo cui la valle era rosa) che gi- nell a valle, da qualche parte, pi- o meno a un paio di chilometri da dove se ne stav a seduto, di li a poco si sarebbe aperto un varco misterioso che dava accesso a un mondo distante e strano, un varco attraverso il quale lui avrebbe potuto pass are. Un'idea sbalorditiva. Per quanto sbalorditiva, tuttavia, questa volta aveva assolutamente ragione. Il cavallo percepì che qualcosa bolliva in pentola.

16 Rizzò le orecchie e scosse dolcemente la testa. A furia di fissare lo stesso grupp o di rocce da così tanto tempo, era caduto in una sorta di trance ed era lì lì per cre dere anche lui che fossero rosa. Scosse la testa con pi- vigore. Un leggero strattone delle redini e una spronatina dei talloni del Monaco ed ecc oli partiti, scegliendo con cura il cammino gi- per il declivio pietroso. La str ada era impervia. In buona parte era composta da scisto irregolare, scisto irreg olare marrone e grigio, con qualche pianta marrone e verde qua e l... che si att accava a una precaria esistenza. Il Monaco ne prese nota senza alcun imbarazzo. Adesso era un Monaco pi- vecchio e pi- saggio, che si era lasciato alle spalle o gni infantilismo. Vallate rosa, tavoli ermafroditi erano tutte fasi naturali att raverso cui bisognava passare per arrivare alla vera conoscenza. Il sole picchiava duro. Il Monaco si deterse il sudore e la polvere dal volto e si fermò, curvo in avanti sul collo del cavallo. Aguzzò la vista gi- in basso, nell' abbacinante foschia da calura, verso un vasto affioramento di pietre che si trov ava in fondo alla valle. L..., dietro l'affioramento, era il luogo dove il Monac o riteneva, o meglio credeva appassionatamente con tutto il suo cuore, che sareb be apparsa la porta. Cercò di metterlo a fuoco pi- chiaramente, ma i particolari d ella visione fluttuavano confusamente nelle correnti di aria calda. Raddrizzatosi sulla sella, stava per spronare di nuovo il cavallo quando notò una cosa piuttosto strana. Su una vicina parete di roccia abbastanza liscia, così vici na in effetti che il Monaco si stupì di non essersene accorto prima, c'era una vas ta pittura. Era di disegno rozzo, anche se non privo di una sua eleganza nel tra tto morbido; sembrava assai vecchio, forse addirittura molto, molto vecchio. Il colore era sbiadito, scrostato e a chiazze, per cui faceva fatica a distinguere chiaramente che cosa vi fosse rappresentato. Il Monaco si avvicinò un po' di pi- a l dipinto. Sembrava una scena di caccia primitiva. Il gruppo di creature violacee, dai molti arti, erano chiaramente antichi caccia tori. Impugnavano rozze lance e inseguivano con accanimento un essere dotato di ampie corna e di corazza, chiaramente ferito nel corso della caccia. I colori er ano ormai così stinti da essere quasi scomparsi. Praticamente, tutto ciò che si rius civa a vedere era il bianco dei denti dei cacciatori, che sembravano rifulgere c on un candore non intaccato nella sua luminosit... dal passare di quelle che pro babilmente erano parecchie migliaia di anni. Facevano addirittura sfigurare i de nti del Monaco stesso, che pure se li era lavati quella mattina. Il Monaco aveva gi... visto dipinti come quello, ma solo in fotografia o alla Tv, mai nella vita reale. In genere, li si poteva trovare nelle grotte, al riparo dagli elementi, altrimenti non si salvavano. Il Monaco osservò con maggiore attenzione le immediate vicinanze della parete di r occia e notò che, per quanto non fosse esattamente una grotta, era comunque ripara ta da una grossa sporgenza e difesa dal vento e dalla pioggia. Strano, tuttavia, che fosse riuscita a durare così nel tempo. Ancora pi- strano che apparentemente nessuno l'avesse mai scoperta. Le pitture rupestri come quella erano tutte immag ini famose e familiari, ma questa non l'aveva mai vista prima di allora. Magari quello che aveva appena fatto era un ritrovamento importantissimo, storic o. Magari se fosse tornato in citt... e avesse annunciato questa scoperta l'avre bbero accolto a braccia aperte, forse gli avrebbero dato una nuova scheda madre e avrebbero lasciato che credesse... credesse... credesse a cosa? Si fermò, batté le palpebre e scosse la testa: chiaramente, era stato un momentaneo errore di sist ema. Si bloccò di colpo. Credeva in una porta. Doveva trovare quella porta. La porta era la via verso... verso... La Porta era La Via. Bene. Le maiuscole erano sempre il modo migliore di cavarsela con tutto ciò per cui non si aveva una buona risposta. Bruscamente, fece girare la testa del cavallo con uno strattone e lo sospinse av anti, in basso. Qualche altro minuto di delicate evoluzioni e raggiunsero il fon do della valle, dove per un istante rimase sconcertato nello scoprire che lo str ato superficiale di polvere fine che ricopriva la terra riarsa era effettivament

17 e di un rosa marroncino pallidissimo, soprattutto sulle rive del lento rigagnolo di fango, quanto restava nella stagione calda del fiume che dopo le piogge scor reva nella valle. Smontò da cavallo e si chinò per toccare la polvere rosa e farsela scorrere fra le dita. Era finissima e morbida e gli dette una sensazione piacev ole quando se la passò sulla pelle. Aveva pressappoco lo stesso colore, forse appe na un poco pi- pallida. Il cavallo lo guardava. Si rese conto, probabilmente con un discreto ritardo, ch e la bestia doveva avere una gran sete. Lui stesso aveva una gran sete, ma aveva cercato di non pensarci. Slacciò la fiaschetta dell'acqua dalla sella. Era pateti camente leggera. Ne svitò il tappo e bevve un'unica sorsata. Poi ne versò un po' nel la mano a coppa e la offrì al cavallo, che la leccò avidamente in un batter d'occhio. Il cavallo lo guardò di nuovo. Il Monaco scosse tristemente la testa, richiuse il contenitore e lo rimise al su o posto. In quella piccola parte della testa in cui teneva le informazioni logic he relative ai fatti, sapeva che non sarebbe durata ancora a lungo e che senza a cqua nemmeno loro sarebbero durati a lungo. A spingerlo avanti era solo la sua F ede, al momento la Fede nella Porta. Spazzolandosi la polvere rosa dal suo grezzo indumento, si raddrizzò a guardare l' affioramento pietroso, distante appena qualche centinaio di metri. Lo guardò non s enza una leggera, minima trepidazione. Benché la gran parte di lui fosse ben salda nella sua eterna e incrollabile Fede che dietro l'affioramento ci fosse una Por ta, e che La Porta fosse La Via, tuttavia quella minuscola parte del suo cervell o che capiva la situazione dell'acqua non poteva fare a meno di ricordare le del usioni passate e fece risuonare una minuscola ma irritante nota di prudenza. Se avesse deciso di non andare a vedere La Porta di persona, avrebbe potuto cont inuare a crederci in eterno. Sarebbe stata il polo magnetico di tutta la sua vit a (di quel poco che ne rimaneva, disse la parte del suo cervello che sapeva dell a fiaschetta dell'acqua). Se invece andava a rendere onore alla Porta e quella non c'era... cosa sarebbe s uccesso, allora? Il cavallo nitrì con impazienza. La risposta, naturalmente, era semplicissima. Aveva un'intera scheda di circuiti per valutare con esattezza il problema, che anzi era precisamente il cuore del suo funzionamento. Avrebbe continuato a crederci quali che si rivelassero i fatt i, perché qual altro era il significato della Fede? La Porta doveva essere lì, anche se non c'era. Si ricompose. La Porta doveva esserci e ora lui doveva andarci, perché La Porta er a La Via, Invece di montare di nuovo a cavallo, lo condusse a mano. La Via era solo a due passi e lui doveva presentarsi al cospetto della Porta con umilt... Ardito ed eretto, camminava con solenne lentezza. Si avvicinò all'affioramento di rocce. Lo raggiunse. Girò l'angolo. Guardò. La Porta era lì. Il cavallo, bisogna dirlo, ne fu davvero sorpreso. Il Monaco cadde in ginocchio, timorato e perplesso. Si era talmente preparato a far fronte alla delusione che in genere lo perseguitava che, per quanto non sare bbe mai stato capace di ammetterlo, si ritrovava completamente sprovveduto davan ti al fatto. Fissò La Porta in un puro e semplice errore di sistema. Era una porta come non ne aveva mai viste in vita sua. Le porte che conosceva erano grossi ag geggi, con rinforzi in acciaio, per via di tutte le lavastoviglie e i videoregis tratori che ci stavano dietro, oltre naturalmente a tutti i costosi Monaci Elett rici necessari a credere in tutto ciò. Quella lì invece era semplice, di legno, picc olina, pressappoco della sua statura. Una porta a dimensione di Monaco, dipinta di bianco, con una sola maniglia di ottone leggermente ammaccata posta di lato, poco pi- in basso della met... Era inserita semplicemente nella parete di rocci a, senza alcuna spiegazione riguardo alle sue origini o al suo scopo. Senza capire come osasse, il povero Monaco sbigottito si trascinò in piedi e, semp re conducendo a mano il suo cavallo, avanzò nervosamente verso di essa. Vi arrivò e la toccò. Fu così sorpreso che non partisse nessun allarme che fece un salto indietr o. La toccò di nuovo, stavolta con pi- sicurezza.

18 Lasciò scivolare la mano verso la maniglia: ancora niente allarmi. Aspettò per esser e sicuro, poi la girò, molto, molto delicatamente. Sentì il meccanismo che scattava. Trattenne il fiato. Niente. Tirò verso di sé la porta, che si aprì docilmente. Guardò d entro ma, in confronto al sole del deserto di fuori, era così buio che non vide ni ente. Alla fine, mezzo morto dalla meraviglia, entrò, tirandosi dietro il cavallo. Pochi minuti dopo, una figura che era rimasta seduta fuori del campo visivo diet ro l'affioramento di rocce adiacente, smise di strofinarsi la polvere sulla facc ia, si alzò in piedi, si stirò gli arti e fece ritorno verso la porta, dandosi grand i manate sugli abiti. Capitolo Sei... In Xanadu ha voluto Kubla Khan Elevata una maestosa casa di piacere Il lettore chiaramente apparteneva a quella scuola di pensiero secondo cui per r endere al meglio il senso della seriet... o della grandezza di una poesia bisogn a leggerla in tono stupido. Si librava e poi calava in picchiata sulle parole, c osì che queste sembravano correre al riparo, piegate in due. Dove scorre Alph, il fiume sacro, Per caverne a dismisura d'uomo Verso un mare che non vede il sole. Richard tornò a rilassarsi sulla sedia. Le parole gli erano molto, molto familiari, come non potevano non esserlo per qualsiasi laureato in inglese del St Cedd's College, e gli si adagiavano con naturalezza nella mente. Il legame del college con Coleridge veniva preso parecchio sul serio, nonostante la ben nota propensione dell'uomo per una qualche inclinazione alle sostanze ch imiche psicotoniche sotto il cui influsso, in sogno, era stata composta anche qu est'opera, la sua pi- grande. Il manoscritto completo veniva conservato al sicuro nella cassaforte della bibli oteca del college e, nella consueta occasione della Cena per Coleridge, la poesi a si leggeva dal manoscritto stesso. Così due volte cinque miglia di fertile terreno Sono state cinte di torri e di muraglie: E l... fiorivano di giardini lucenti di sinuose correnti Dove molti alberi d'incenso erano in fiore; E l... sorgevano foreste antichissime Che cingevano radure verdi piene di sole. Richard si chiese quanto tempo ci sarebbe voluto. Gettò un'occhiata di lato al suo ex Direttore degli Studi e si sentì infastidito dalla sua posa di lettura ferma e risoluta. A tutta prima, la voce cantilenante lo irritò, ma di lì a poco cominciò inv ece a cullarlo; si mise a osservare un rivolo di cera che traboccava dal bordo d i una candela ormai quasi completamente consumata, la cui luce sempre pi- langui da cadeva sui miseri resti della cena. Ma oh! quel baratro romantico profondo, fessura Della collina verde attraverso la copertura di cedri! Luogo selvaggio! sacro ed incantato Quanto mai luogo visitato sotto luna calante Da gemiti di donna per il demone amante! La modesta quantit... di Chiaretto che si era concesso nel corso del pasto gli s correva nelle vene riscaldandogliele e ben presto la sua mente cominciò a vagare;

19 stimolata dalla domanda fattagli poco prima da Reg durante la cena, si chiese ch e cosa ne fosse stato poi del suo ex... "amico" era la parola giusta? Pi- che un a persona, sembrava una serie di eventi straordinari. L'idea che avesse effettiv amente veri e propri amici non era esattamente improbabile; sembrava però che le d ue cose non andassero insieme, un po' come pensare che la crisi di Suez fosse sc oppiata a causa di una focaccina. Svlad Cjelli. Popolarmente noto come Dirk, anche se, pure qui, "popolare" non er a proprio la parola giusta. Famigerato, casomai; ricercato, eternamente chiacchi erato, anche queste cose erano vere. Ma popolare? Solamente nel senso in cui pot eva esserlo un grave incidente in autostrada: tutti rallentano per dare un'occhi ata, ma nessuno vuole avvicinarsi troppo alle fiamme. Ignobile, gli si addiceva di pi-. Svlad Cjelli, ignobilmente noto come Dirk. Rispetto alla media degli studenti, era pi- rotondo e portava pi- cappelli. Per meglio dire, c'era un solo cappello che metteva abitualmente, ma se lo metteva c on una passione rara in una per sona tanto giovane. Era un cappello rosso scuro e rotondo, con una tesa molto piatta e sembrava muoversi su un giunto cardanico, cosa che ne assicurava la perfetta orizzontalit... in qualsiasi momento, indipe ndentemente dai movimenti della testa del suo proprietario. Come cappello, pi- c he un accessorio del tutto convincente, era un oggetto notevole. Avrebbe potuto essere un ornamento elegante, di stile, armonioso e decorativo soltanto sopra un a lampada da comodino, ma non altrove. La gente gli ronzava attorno, attratta dalle storie che lui stesso negava; d'alt ra parte, non si capì mai di preciso quale fosse l'origine di quelle storie, a par te le sue smentite. Le voci parlavano di poteri psichici che si diceva avesse ereditato dal ramo mat erno della famiglia che, sosteneva lui, aveva vissuto nella parte pi- chic della Transilvania. Cioè, lui non aveva mai sostenuto niente del genere e diceva anzi c he quelle erano sciocchezze e assurdit... totali. Negava strenuamente che nella sua famiglia ci fossero mai stati vampiri di sorta e minacciava di perseguire le galmente chiunque diffondesse simili invenzioni tendenziose, ma indossava con os tentazione un ampio soprabito di cuoio svolazzante e nella stanza aveva una di q uelle macchine a cui ci si appende a testa in gi- per farsi passare il mal di sc hiena. Faceva in modo che le persone lo sorprendessero sospeso a questa macchina a tutte le ore pi- strane del giorno e ancor pi- della notte, solo per poter po i smentire vigorosamente che la cosa avesse un qualche significato. Grazie alla divulgazione strategica di un'ingegnosa serie di smentite delle cose pi- eccitanti ed esotiche, era riuscito a creare la leggenda di essere un vampi ro psichico, mistico, telepatico, visionario, chiaroveggente e psicosassico. Cosa voleva dire "psicosassico"? La parola era sua, e lui ne smentiva vigorosamente qualsiasi significato. E da quel baratro ribollendo in continuato tumulto, Come se in ansimi rapidi e frequenti respirasse la terra. Un getto potente erompeva improvviso: E nel suo rapido semi-intermittente scoppio Schegge enormi roteavano... Dirk inoltre era perennemente al verde. Ma le cose dovevano cambiare. A cominciare fu il suo compagno di stanza, un tipo credulone di nome Mander che, a quanto si diceva, probabilmente era stato scelto da Dirk proprio per la sua c redulit... Steve Mander si accorse che ogni qual volta Dirk andava a letto ubriaco parlava nel sonno. Non solo, ma le cose che diceva nel sonno erano di questo genere: "L' apertura delle vie commerciali verso il borbotto borbotto mugugno segnò la svolta nella crescita dell'impero nel ronf-ronf fesserie borbotto. Svolgimento".... come rimbalzi di grandine, O come pula e frumento sotto i colpi del trebbiatore: La prima volta che ciò accadde, Steve Mander balzò a sedere sul letto. Mancava poco

20 agli esami preliminari del secondo anno e quello che Dirk aveva detto, o accorta mente borbottato, suonava stranamente come una domanda quanto mai probabile allo scritto di Storia dell'economia. Mander si alzò silenzìosamente, si avvicinò al letto di Dirk e ascoltò con grande attenz ione ma, a parte alcuni borbottii assolutamente sconnessi sullo Schleswig-Holste in e la guerra franco-prussiana, che Dirk pronunciò praticamente affondato nel cus cino, non venne a sapere nient'altro. La notizia comunque si diffuse, pian piano e con discrezione, anche se in un bat tibaleno. E nella danza alterna eterna di queste rocce Scaturiva improvviso il fiume sacro. Per tutto il mese successivo, Dirk si vide offrire costantemente vino e cena nel la speranza che la notte cadesse in un sonno profondo e sognando rivelasse altre domande d'esame. Stranamente, sembrava che migliorando la qualit... del cibo e del vino che gli veniva offerto, diminuisse la tendenza a dormire con la faccia affondata nel cuscino. Il sistema era dunque quello di sfruttare i suoi presunti doni senza mai veramen te dichiarare di possederne. Anzi, alle voci di suoi supposti poteri reagiva con aperta incredulit..., addirittura ostilit... In un labirintico corso per cinque miglia di meandri Attraverso boschi e valli scorreva il fiume sacro, Poi raggiungeva le caverne a dismisura d'uomo, E sprofondava in tumulto in un mare senza vita: In quel tumulto Kubla sentiva da lontano Voci ancestrali profetiche di guerra! Dirk era poi, anche se lui lo negava, un chiaroudente. A volte nel sonno mugugna va un motivetto che due settimane dopo diventava un successo. Cosa, in realt..., non troppo difficile da organizzare. Infatti, per sostenere queste leggende aveva sempre fatto il minimo indispensabi le di ricerche. Era pigro e in sostanza si limitava a lasciare che l'entusiastic a credulit... della gente lavorasse per lui. La pigrizia era essenziale: se le s ue presunte doti paranormali fossero state circostanziate e precise, qualcuno av rebbe potuto insospettirsi e chiedere ulteriori spiegazioni. D'altra parte, pile sue "predizioni" erano vaghe e ambigue, pi- i desideri altrui avrebbero provv eduto a tappare le falle di credibilit... Dirk non vi dette mai granché peso, o almeno, questo era ciò che dava a intendere. I n realt..., i benefici di ritrovarsi, da studente, continuamente approvvigionato di vino e di cibo a spese del prossimo erano ben pi- notevoli di quanto chiunqu e, senza mettersi a tavolino a fare due conti, potesse supporre. E, naturalmente, lui non affermò mai, anzi, negava vivacemente, che tutto ciò fosse anche solo lontanamente vero. Giunto perciò il tempo degli esami di fine anno, era nella posizione ideale per mandare a compimento un piccolo, simpaticissimo e gu stoso imbroglio. L'ombra della casa di piacere Fluttuava al centro delle onde; Dove si udiva mescolato il ritmo Del getto e delle grotte. Era un miracolo di conio raro, Nella casa di piacere piena di sole grotte di ghiaccio! "Santo cielo...! " Tutto a un tratto Reg sembrò svegliarsi di soprassalto dal legg ero torpore in cui era dolcemente scivolato sotto l'influsso del vino e della le ttura, e si guardò attorno confuso e sorpreso, ma niente era cambiato. Le parole d i Coleridge cantavano nel silenzio caldo e soddisfatto calato sul grande salone. Dopo un'altra rapida smorfia, Reg si accomodò per un secondo pisolino, stavolta r

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