A Kiev è quasi accordo, ma la piazza non smobilita A Kiev l Ue, il Presidente Yanukovich e i rappresentanti

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1 CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 1,50 Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, Aut. GIPA/C/RM/23/2013 ANNO XLIV. N. 45. SABATO 22 FEBBRAIO 2014 OGGI CON ALIAS A EURO 2,50 UN (BRUTTO) GOVERNO DEMOCRISTIANO Norma Rangeri U n governo a trazione centrista, dove la giovane età è inversamente proporzionale all esperienza e il fiore all occhiello di una forte presenza femminile si esprime nei ministeri senza portafoglio, o in quelli pesanti con una prevalenza di orientamento confindustriale (Squinzi docet). Chi ancora credeva che la sinistra avrebbe guadagnato qualche chance con il giovane sindaco, ora dovrà riporre altrove le proprie speranze di cambiamento. Magari cominciando a cambiare partito. Il governo appena nato si affranca dalla tutela svolta dal capo dello stato nella stagione dei governi tecnici. Sta qui la vistosa discontinuità della squadra ministeriale che ieri pomeriggio il presidente-segretario è andato a sottoporre al giudizio del presidente Napolitano. Nei nomi dei ministri è palpabile un passaggio del testimone che allenta la responsabilità del Quirinale. Lo ha voluto rimarcare lo stesso Napolitano ai giornalisti, da più di tre ore in attesa del laborioso parto. Nel sottolineare che era stato rispettato l articolo 92 della Costituzione, Napolitano ha evidenziato come «l impronta del presidente Matteo Renzi risulti evidente nei molti volti nuovi», e a giustificazione del tempo impiegato per la composizione della lista ministeriale, ha anche aggiunto che lui, il presidente, sbrigava lavoro di routine mentre Renzi cercava di venire a capo delle ultime faticose trattative. Come si deduce dalla sostituzione della ministro Bonino, una «tecnica» napolitaniana. La seconda evidenza di ordine generale dice quanto sia facile alzare la bandiera della rottamazione quando si tratta del proprio partito e quanto, al contrario, sia difficile praticarla con il governo. Lo dimostra la religiosa osservazione del manuale Cencelli, con la spartizione dei posti secondo il peso delle correnti interne al Pd e secondo le percentuali delle altre componenti di una maggioranza fotocopia di quella del governo Letta. A voler essere pignoli, se si guarda alla provenienza, alle radici politico-culturali dei ministri, se ne contano 7 su 17 di matrice democristiana (a cominciare naturalmente dal presidente del consiglio e dal suo braccio destro Delrio, scelto come sottosegretario). Il nuovo centrodestra di Alfano può essere più che soddisfatto, obiettivamente non poteva andargli meglio. Soprattutto se si tiene conto dell affidamento della scuola (la grande scommessa mancata) a una montiana, convinta privatizzatrice (la segretaria di Scelta Civica), e dello Sviluppo economico a una pasdaran di Confindustria. Oltre naturalmente al mantenimento del ministero della salute a una diversamente berlusconiana come Lorenzin. Su questo impianto si incastra perfettamente la designazione di Padoan nel ruolo-chiave di ministro dell economia attento alle richieste dell establishment europeo. L unica lente per leggere la verità del governo è nella seconda maggioranza, quella vera, tra Renzi e Berlusconi, capace di tenere insieme questo rimpastone finché non saranno mature le elezioni anticipate. Le malintese Finisce la tutela di Napolitano, il rottamatore si affida al manuale Cencelli con un trionfo di ministri democristiani e un posto a tavola per Confindustria. È un rimpastone che durerà fino a quando la vera maggioranza, Renzi- Berlusconi, deciderà le lezioni anticipate PAGINA 2,3 MATTEO RENZI /FOTO TONY GENTILE - REUTERS UCRAINA/UE A Kiev è quasi accordo, ma la piazza non smobilita A Kiev l Ue, il Presidente Yanukovich e i rappresentanti delle opposizioni trovano un accordo, ma la Russia annuncia di non firmare, l Europa è ancora divisa e i gruppi neonazisti in piazza non accettano il compromesso: «via il presidente o proseguiamo la rivoluzione nazionale». In seguito al trattato, il Parlamento ucraino approva le elezioni anticipate entro dicembre, il ritorno alla Costituzione del 2004, la rimozione del ministro dell interno e sancisce la liberazione di Timoshenko, ladra di Stato che potrebbe partecipare alle prossime consultazioni. CHIESA, DINUCCI, MERLO, PIERANNI PAG 8, 9 EUROPA Il nervo scoperto dei trattati Gianni Ferrara H abermas ha riconosciuto che il «capitalismo dei mercati finanziari è una delle cause decisive della crisi attuale» traendo «la conclusione che abbiamo bisogno di una nuova regolamentazione del settore bancario mondiale partendo da un area che abbia come minimo il peso e le dimensioni dell eurozona». Disegna quest area come entità, soggetto gius-politico di una Europa a due velocità, con un nucleo duro (con l euro come connettivo) e una periferia. CONTINUA PAGINA 15 La spesa pubblica va governata, non tagliata SPENDING REVIEW Roberto Romano, Riccardo Sanna pagina 15 I DUBBI A SINISTRA Civati: c è una di noi? Ma a nostra insaputa Civati spiazzato per la scelta a sorpresa della sua ministra Lanzetta: una furbata. Domenica l assemblea per decidere la fiducia. Dubbi nell area Cuperlo. Fassina: niente salto di qualità PREZIOSI PAGINA 4 VIA XX SETTEMBRE Padoan, il tecnico che viene dall Ocse Una più che ventennale carriera da manager e ricercatore nelle maggiori istituzioni della governance economica mondiale, ha l identikit che più somiglia a quello richiesto dal Colle. CICCARELLI PAGINA 2 5 STELLE Dissidenti verso l espulsione Comiciata la resa dei conti nel movimento 5 stelle. Il capogruppo al Senato Santangelo ha annunciato di aver avviato le procedure per decidere la sorte dei senatori che hanno criticato Grillo. LANIA PAGINA 5 BIANI REFERENDUM PAGINA 4 IL VIAGGIO DI NICOLA CALIPARI Il coraggio civile in cerca della verità L ultimatum di Landini FERRARA PALAZZO DEI DIAMANTI 22 FEBBRAIO 15 GIUGNO 2014 GIANFRANCO CAPITTA l PAGINA 12 TRUE DETECTIVE La nuova serie tv che incanta gli Usa GIULIA D AGNOLO VALLAN l PAGINA 13 «Chiediamo una consultazione democratica vera». È la richiesta di Maurizio Landini alla Cgil per il voto sull accordo sulla rappresentanza. Oggi il comitato centrale della Fiom in diretta streaming

2 pagina 2 il manifesto SABATO 22 FEBBRAIO 2014 LE MALINTESE Governo L ultimo braccio di ferro (che il presidente nega) è su giustizia e esteri. Il leader Pd cede su Gratteri, ma la spunta su Mogherini al posto di Bonino Un grande azzardo senza Dopo quasi tre ore di colloquio con Napolitano arriva la nuova squadra: 16 ministri, 8 donne. Renzi salva le apparenze ma sacrifica la sostanza. Alfano tiene il Viminale e i suoi due ministri. Il capo dello stato: «Proposte del presidente incaricato». Il rischio è tutto del premier più giovane Roberto Ciccarelli «M i hanno chiamato a far il ministro» ha detto Pier Carlo Padoan prendendo un aereo da Sydney, dov era impegnato per l Ocse nel G20 come capo della risposta strategica sulla crescita verde, un sinonimo della Green Economy che l Ocse coltiva sin dal Capo-economista e vice segretario generale dell Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico di Parigi, Padoan sarà il prossimo ministro dell economia. Al petto porta anche la medaglia di neo-presidente dell Istat ottenuta dal governo Letta. L Istat si conferma una fucina di ministri tecnici, dopo la nomina di Enrico Giovannini al Lavoro nel precedente governo e resterà ancora senza un presidente che dovrà essere nominato dal governo di cui Padoan farà parte. Il Movimento 5 Stelle considera questa nomina un vulnus parlamentare e denuncia la violazione delle procedure. Qualcosa più che un tecnico è questo docente di economia alla Sapienza di Roma, con una più che ventennale carriera da manager e ricercatore nelle maggiori istituzioni della governance economica mondiale. Il suo curriculum sciorina permanenze al Fondo Monetario Internazionale, dove ha ricoperto il ruolo di direttore esecutivo responsabile per i Piigs Grecia e Portogallo, tra gli altri. Dal 1998 al 2001 Padoan è stato ECONOMIA È stato al Fmi e consulente di D Alema e Amato Pier Carlo Padoan, dall Ocse con un programma in tasca L organizzazione proprio ieri ha diffuso un rapporto su come favorire la crescita in un paese in recessione a partire dal lavoro anche consulente di Massimo D Alema e Giuliano Amato alla Fondazione ItalianiEuropei dove ha ricoperto il ruolo di direttore. Potrebbe essere spiegato anche così il favore con il quale la sua nomina è stata salutata dalla minoranza Pd con Gianni Cuperlo. Padoan torna in Italia con un agenda di governo già pronta e controfirmata dalla sua organizzazione. Poco prima di lasciare Sydney, dopo la mezzanotte di ieri, l Ocse ha diffuso il rapporto Going for Growth: la ricetta su come favorire la crescita in un paese in recessione a partire dal lavoro. Coincidenza forse non voluta, anche se nulla oggi capita a caso nel mondo dove l expertise del sapere economico s intreccia con la ricerca di tecnici formalmente neutrali da parte dei governi degli Stati-nazione in crisi come l Italia. Padoan non fa eccezione. Parla inglese, è noto a livello internazionale, mostra tutti i criteri di affidabilità chiesti da Napolitano al giovane Renzi. In Going for Growth ci sono ingredienti MATTEO RENZI AL QUIRINALE /FOTO REUTERS Andrea Colombo T re ore o quasi chiuso in camera con Giorgio Napolitano. Poi un tweet, «Arrivo». Invece ci vuole ancora una mezz ora buona. Poi Matteo Renzi, felice come un bambino in pasticceria, può presentare il suo governo, che giurerà stamattina e chiederà la fiducia lunedì. Se il premier scioglie la riserva, il capo dello Stato concede la sua benedizione con tutte le riserve del caso. «E il presidente incaricato a proporre i ministri, e questa prerogativa è stata rispettata», sottolinea. Lo fa per parare l accusa di aver messo becco nella formazione del governo. Però lo fa anche per chiarire che questo è tutto e solo il governo di Renzi. Suo il trionfo se andrà bene. Sua la responsabilità se stenterà a marciare. Come squadra, a conti fatti, è abbastanza deludente. Renzi salva le apparenze ma sacrifica la sostanza. Dopo una maratona proseguita per tutta la giornata può vantare una squadra di appena 16 ministri, «solo il terzo governo De Gasperi aveva fatto di meglio, ma non è una gara e non voglio cerco paragonarmi». Metà squadra è al femminile, e il nuovo presidente del consiglio lo rimarca quanto più possibile. E ci sono tanti giovani, età media 47 anni, segno di speranza per la generazione più disperata. La rappresentanza della società civile è esile. Federica Guidi, Confidustria, allo Sviluppo e Giuliano Poletto, Coop, al Lavoro. La rappresentanza del Pd è invece foltissima, con tanto di ministero degli Affari regionali assegnato a sorpresa a una civatiana, Maria Carmela Lanzetta. E lecito sospettare che un pensierino ai potenziali voti in dissenso dei civatiani ci sia entrato qualcosa. Di certo c è entrata parecchio una sorta di Cencelli interno al partito: un ministero ai Giovani turchi (Orlando alla Giustizia), uno ai bersaniani (Poletto al Lavoro), uno a Franceschini e uno ai franceschiniani (Mogherini agli Esteri). Di renziani doc, oltre a Graziano Delrio, ci sono Maria Elena Boschi, Riforme e Rapporti con il parlamento, e Marianna Madia, una sorpresa per tutti, alla Pubblica amministrazione e semplificazione. Sin qui le apparenze, che certo contano parecchio. Nella sostanza il bilancio è meno roseo. L incontro notturno tra Renzi e Alfano si è concluso con una vittoria dei «diversamente berlusconiani». Renzi batte i pugni sul tavolo e impone che Angelino scelga tra la carica di vicepremier e la conservazione del Viminale. Come se fosse possibile avere dubbi. Nel corso della mattinata gli eterni ragazzi dell Ncd strepitano, ma solo per blindare l accordo. E lo stesso Alfano a sedarli: «Mai chiesto il doppio incarico». In realtà gli è andata di lusso: hanno mantenuto tutti e tre i loro pesantissimi ministeri. Resta al suo posto anche Maurizio Lupi, che Renzi sognava di sloggiare per liberare Expo 2015 dall ipoteca di Cl. Nessuno di politiche del lavoro che entrano in risonanza con il coté liberista temperato, sposato dal Pd renziano, e non solo, da tempo. Bisognerà capire cosa ne pensa il prossimo ministro del lavoro, ma rispetto al suo predecessore Saccomanni (ex Bankitalia) Padoan ha in più l esperienza di chi ha intuito che da oggi fino almeno al 2050 la crescita economica sarà bassa e lenta, e non produrrà occupazione fissa. All Ocse questo fenomeno è stato definito jobless recovery. Così lo definisce anche l Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil). «È improbabile - scrive Padoan nell introduzione al rapporto - che la creazione più rapida di posti di lavoro sia sufficiente per riportare i tassi di occupazione ai livelli pre-crisi, men che meno a livelli capaci di compensare l impatto dell invecchiamento della popolazione nei Paesi avanzati». Padoan sa per certo che la disoccupazione «a doppia cifra» in Italia non registrerà segnali di «inversione» nel prossimo futuro. A differenza dei suoi predecessori questo è un elemento di chiarezza. Going for Growth può essere considerato il decalogo delle riforme per l occupazione in Italia. Alcune sue coordinate sono presenti nella simil-bozza del Jobs Act di Renzi. I sindacati drizzeranno le orecchie leggendo che l Ocse chiede di riformare la contrattazione collettiva per rendere la negoziazione salariale più «reattiva» rispetto alle condizioni del mercato del lavoro. Inoltre c è l idea di usare i soldi del taglio del cuneo fiscale per finanziare un sussidio universale per i lavoratori e non il loro posto di lavoro. Questa è la premessa non per introdurre un reddito universale di base, ma per tagliare i diritti fondamentali di chi lavora, eliminando l articolo 18 per i dipendenti o rendendo licenziabile chi ha un contratto precario. Il tutto in cambio di un estensione dell Aspi, un assicurazione che è un contratto tra parti, non il risultato di un diritto universale riconosciuto a un singolo. Si chiede così di continuare con la riforma Fornero che allunga l età pensionabile e penalizza gravemente il lavoro autonomo. Oltre a riformare il sistema delle politiche attive, costituendo un agenzia unica, l Ocse chiede di continuare a privilegiare l apprendistato come forma prevalente di ingresso nel mercato del lavoro. Elementi ritenuti utili per rispondere alle carenze di manodopera qualificata. Una ricetta applicata dal governo Berlusconi, dalle larghe intese di Monti e Letta. Ancora oggi è la chiave delle politiche della formazione. Il rischio, sempre più attuale, è continuare a svalutare il lavoro della conoscenza, e l istruzione universitaria. Tutto ciò, si dice, «che non serve a trovare lavoro». sostituisce Alfano al vicepremierato, così anche quella peraltro lieve ferita viene per metà sanata. Persino sul fronte delle riforme qualche apertura gli ex azzurri la strappano. La legge elettorale rischia il congelamento fino all eliminazione del Senato. Storia lunga. Il premier si è rifatto con gli altri partitini. Sc deve accontentarsi della Pubblica istruzione per Stefania Giannini. I capigruppo Romano e Susta speravano in qualcosa di più ed escono dal Nazareno scuri. L Udc incassa l Ambiente per Gianluca Galletti. I Popolari di Mauro Mauro restano a bocca asciutta. Il leader contava di tenersi il ministero della Difesa, e quando si appalesa che dovrà lasciare il posto a Roberta Pinotti, Pd, a qualcuno dei suoi saltano i nervi e arriva a minacciare la sfiducia. Poi il capogruppo Dellai corre ai ripari e assicura che non ci sarà problema. Del resto ci sono ancora da definire i sottosegretariati. Non è che sia finita benissimo neppure la trattativa con Napolitano, che il presidente naturalmente esclude tassativamente («Non c è stato nessun braccio di ferro» e se il colloquio è durato tanto è perché il presidente sbrigava le sue faccende mentre il premier limava la squadra. Una barzelletta). In realtà due dei nomi previsti dal babypremier non incontravano il gradimento dell anziano presidente. Uno, quello di Nicola Gratteri, troppo rigido, è stato depennato a favore di Orlando. Sull altro, Federica Mogherini agli Esteri, Renzi l ha invece spuntata. Napolitano avrebbe preferito mantenere Emma Bonino, in nome della continuità. Ma il futuro premier non voleva una ministra così autonoma e del tutto incontrollabile da palazzo Chigi. Sarà certamente più disciplinata la giovane Pd che vanta uno stage negli Usa ed è tanto amica della moglie di Kerry. La partita dell Economia si era chiusa prima ancora che Renzi varcasse la soglia della reggia. Padoan era partito in tutta fretta da Sydney, annunciando che correva a fare il ministro dell Economia. Di tutti i candidati sui quali ha puntato in questi giorni Renzi, è quello che più si avvicina all identikit preferito sul Colle. Non è Saccomanni, è vero, ma non è neppure Delrio, tornato nella casella originaria di sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Con questa squadra, Matteo Renzi gioca la partita chiave della sua vita politica. Un bell azzardo.

3 SABATO 22 FEBBRAIO 2014 il manifesto pagina 3 LE MALINTESE Democrack Fassina: «Non vedo il salto di qualità che serve al paese. Siamo preoccupati per la scuola e lo sviluppo economico» rete Giustizia Andrea Fabozzi U n ligure che veniva da quella storia lì c è già stato, al ministero di Grazia e giustizia; fece anche l amnistia. Ma si chiamava Palmiro Togliatti e non è il caso di fare paragoni. Andrea Orlando oltretutto è spezino - il Migliore genovese - e chissà se riuscirà a trovare la famosa scrivania usata dal compagno Ercoli che Oliviero Diliberto, l unico altro comunista in via Arenula, ha raccontato di aver fatto nascondere al momento di lasciare l incarico, per evitare che fosse «profanata». Molto a sorpresa anche per il diretto interessato che contava di restare all Ambiente, e non proprio come prima scelta di Renzi, un politico puro torna alla Giustizia, dopo gli anni dei tecnici (Cancellieri, Severino) e quelli bui di Alfano. Ma forse il paragone più giusto è quello con un altro democratico dal profilo severo, Piero Fassino, che però la materia la masticava meno. Di Alfano ministro, Orlando doveva essere il primo avversario, quando Bersani lo impose responsabile della giustizia del partito (prima era stato Veltroni a volerlo portavoce del Pd, aveva all ora l età che oggi ha Renzi). Eppure lui, nel fuoco delle polemiche contro Daniela Preziosi «N on sapevo che dopo Gianni e Enrico ci fosse anche un Matteo Letta. Bis. È il terzo fratello della famiglia. Ha cambiato il posto a qualche ministro, ha promosso qualche sottosegretario, ma alla fine il vero vincitore è Alfano». Pippo Civati, che negli ultimi giorni non ha fatto mistero di una (mezza) intenzione di non votare la fiducia al governo Renzi, è «arrabbiato», «Renzi sta facendo di tutto per farsi votare contro». Perché la nomina agli affari regionali di Maria Carmela Lanzetta, ex sindaca anticosche della cittadina calabrese di Monasterace, schierata con Civati, è arrivata a sorpresa, e anche a sfida. Come già fu per Filippo Taddei alla segreteria Pd. Andrea Orlando, un garantista che piace a Napolitano Malumori a sinistra «È il terzo dei Letta» Civati: Lanzetta ministra? Una provocazione le leggi ad personam, processo breve, legittimo impedimento, se ne uscì con una proposta in cinque punti di riforma della giustizia. Una proposta fatta al governo del «Caimano». Pubblicata addirittura dal Foglio di Giuliano Ferrara, una pagina intera (9 aprile 2010). In giurisprudenza non si è mai laureato, ma Orlando rivendica di essere sempre stato garantista - e per questo racconta di essersi preso anche l accusa di «migliorista» dai compagni - che sia per questo simpatico a Napolitano? Allora scrisse parole sacrosante, attaccando «l ipertrofia delle norme penali» causata dalla «ossessione securitaria» e dalla «sbornia forcaiola». L antiberlusconismo le annegò. Per aver toccato i tabù dell obbligatorietà dell azione penale, del peso delle correnti togate nel Csm e soprattutto dell azione disciplinare «domestica» delle toghe e addirittura della «necessaria distinzione dei ruoli tra i magistrati dell accusa e i giudici» (a un passo dalla separazione delle carriere) si prese un vagone di accuse dai sostanzialisti in servizio permanente. Fu messo all indice nel partito. In parte ritrattò. Dal punto di vista di Berlusconi, Orlando in via Arenula è meglio di molti altri, quasi di tutti gli altri evocati nel totoministri. Ma prima o poi bisognerà smetterla di misurare i propri giudizi su quelli del Cavaliere. Lo aspettiamo all opera, di dossier aperti ne trova molti, dalla riforma della custodia cautelare ai nodi della giustizia civile, suo pallino. Ma prima di tutto c è l emergenza carceri, con il termine concesso dalla Corte di Strasburgo che scade a maggio. Fin qui Orlando è rimasto assai prudente, svicolando le domande su amnistia e indulto dietro i soliti discorsi del Pd sugli interventi strutturali da fare prima. Con la spinta di Napolitano può trovare il coraggio di non far rimpiangere Cancellieri. «Non ne sapevo niente. Del resto è il metodo Renzi. Gli faccio i complimenti per l ampiezza di vedute, visto che ha nominato una donna che ha gli ha votato contro il direzione». Ironia, sarcasmo. La mossa del resto è scoperta: il presidente ha nominato una donna-simbolo del variegato gruppo dei malpancisti civatiani. E per stopparei sei senatori (capofila Casson e Tocci) sbilanciati verso il no, con probabile finale di uscita dal partito. Un uscita convergente, forse persino in un gruppo unitario, con quella dei quattro grillini in procinto di essere espulsi dal M5S. Uno di loro, Francesco Campanella, prende atto: «I civatiani? Più si allontanano dal Pd più si avvicinano a noi». Civati invece ha convocato per domenica un assemblea pubblica a Bologna. Invitati anche i grillini dissidenti. «Io voglio lavorare per rifare il centrosinistra. La maggioranza del Pd invece sta consegnando il paese a Berlusconi». E a chi lo accusa di tentazioni scissionistiche: «Se è vero che nessuna scissione a sinistra ha mai portato bene, ma nemmeno il governo delle larghe intese è un modello che funziona benissimo. E più che una scissione a sinistra, l abbiamo già fatta a destra: questa maggioranza è garantita direttamente da Berlusconi. Ed è una maggioranza politica, per definizione di chi Giulio Marcon L a nuova ministra della difesa è passata in questi anni dalle marce no global di Porto Alegre a quelle militari dei Fori Imperiali, dalla partecipazione al Genoa Social Forum ai vertici della Nato, dal pacifismo all interventismo militare e dalla sinistra dei Ds al nuovo corso renzista. Donna di fiducia dei vertici militari e buona interlocutrice di Finmeccanica, da più di dieci anni al crocevia degli equilibri politici vincenti, Roberta Pinotti è stata in questi anni custode (anche durante la legislatura di centro sinistra) dell operazione F35, schierandosi sempre a tutela di quel programma e più in generale degli interessi della corporazione militare. La speranza che, dal suo nuovo incarico, Roberta Pinotti blocchi il programma degli F35 è dunque quasi nulla, come sono ridotte al lumicino le attese di una riduzione delle spese militari, di cui ci sarebbe bisogno in questo periodo di crisi. Interprete verace di una realpolitik fondata sul ruolo dell establishment militare, per i pacifisti sarà un interlocutrice ostica, che poco concederà. l ha promossa». Ma è difficile che il deputato voti contro il governo, almeno la prima fiducia. L altra parte della minoranza Pd, che non ha dubbi sul voto di fiducia, è ugualmente perplessa sulla squadra di governo. Anche da questa parte Renzi ha lanciato qualche amo. La sinistra cuperliana capitalizza il bersaniano Maurizio Martina all agricoltura. E il giovane turco Andrea Orlando che vince la Giustizia. Un altra mossa furba, in realtà, e non molto amichevole: affidare le riforme che saranno nell occhio del ciclone a un garantista di area di sinistra. Tradotto, una brutta gatta da pelare, nel governo che nasce - di fatto - da un accordo con Berlusconi. La prossima settimana sarà la volta delle nomine di sottosegretari e viceministri, dove la sinistra sarà ben rappresentata, a stare alle voci di questi giorni. Intanto Gianni Cuperlo fa gli auguri: «Adesso servono i risultati perché il tempo delle parole si è consumato». Ma già annuncia un pressing per una rimessa a punto della macchina del partito: «Oggi ci troviamo con un segretario che si trasferisce a palazzo Chigi». Quella contro il segretario-premier è una polemica che va avanti dalle primarie. E che presto tornerà in auge. Ma intanto c è il governo da varare, e il suo programma. Se ne discuterà alla riunione dei gruppi lunedì prossimo. Per la sinistra il pericolo di un tecnico all economia è scampato, almeno a metà. Sfumate le ipotesi più indigeribili (come il bocconiano Guido Tabellini), il prestigioso nome di Pier Carlo Padoan, già vicesegretario generale dell'ocse e presidente dell Istat, con inclinazioni dalemiane (è stato direttore di Italianieuropei), non tranquillizza gli animi di quelli che chiedono «una svolta radicale nelle politiche economiche». Anzi. Sul resto Fassina non nasconde le sue perplessità: «Non vedo un salto di qualità. E resta una fortissima preoccupazione per la scuola e per lo sviluppo economico», dove rispettivamente siederanno la segretaria di Scelta Civica Stefania Giannini e l ex presidente dei giovani confindustriali Federica Guidi. Presto ci sarà anche da fare i conti con Roberta Pinotti, ministra della difesa, fra le più entusiaste estimatrici degli F35. Uno dei nomi che meno piace anche a sinistra del Pd. Dove un Nichi Vendola che in mattinata si augurava di doversi ricredere, in serata è deluso e parla di «topolino partorito dalla montagna. «Non sappiamo qual è agenda di governo, la lettura della crisi e la strategia che si propone. Immaginavamo di essere stupiti da ciò in cui Renzi è maestro: gli effetti speciali. Ma non ci sono». DIFESA Pd, negli ultimi anni custode dell operazione F35 Roberta Pinotti, dalle marce No global alle parate militari Sul tavolo della nuova ministra, ci sono alcuni file di primaria importanza: la continuazione o meno - come si è detto - del programma F35, il rifinanziamento delle missioni militari all estero, l attuazione della riforma della difesa, come prevista dalla legge delega approvata nella scorsa legislatura, la vicenda dei due fucilieri di marina detenuti da due anni in India. Dure e delicate sono le prove che l attendono. La continuità con l uscente Mario Mauro è assicurata, ma a differenza del precedente ministro un po furbescamente doroteo e democristiano, Pinotti sarà probabilmente più rigida e fedele nella difesa del fortino di via XX Settembre. Speriamo di essere smentiti. Si tratta di capire se, poi, il suo partito e la sua maggioranza la porteranno ad accettare posizioni ed iniziative diverse, come sugli F35 per i quali la Camera potrebbe richiedere nelle prossime settimane una riduzione o addirittura una cancellazione. Speriamo che la nuova ministra non ricorra al Consiglio Supremo della Difesa - come e successo alcuni mesi fa - per mettere le briglie al Parlamento. ENRICO LETTA Napolitano: continui a dare il suo contributo Dopo aver letto la lista dei ministri del suo governo, Matteo Renzi gli dedica um «pensiero non formale di gratitudine, al netto delle polemiche», non è dato sapere quanto gradito dall interessato, ma non è difficile immaginarlo. A Enrico Letta si rivolge poi Giorgio Napolitano che al presidente del consiglio uscente vuole rinnovare «il mio sentimento di stima, di fiducia e di gratitudine». Il capo dello Stato si dice «sicuro» che Enrico Letta «nel parlamento e in ogni istanza appropriata continuerà a dare un contributo importante nell interesse del paese e dell Europa». Un invito a restare comunque in campo, insomma, immaginando, chissà, anche un ruolo europeo. Nessun commento da Letta, che dunque al momento resta gelido. Oggi a palazzo Chigi si svolgerà il passaggio di consegne tra il premier uscente e quello entrante, Renzi, con il consueto scambio della campanella. Un rito che questa volta, si prevede, sarà il più rapido della storia. CECILE KYENGE Un governo senza Integrazione Cecile Kyenge esce di scena e con lei pure il ministero dell'integrazione che non compare nell'elenco di dicasteri preparato da Renzi. Piano triennale contro il razzismo, Dichiarazione di Roma, ddl contro le norme discriminatorie, Piano d'azione sulle politiche giovanili, riforma del Servizio civile e del sistema delle adozioni internazionali sono le principali azioni intraprese da Cècile Kyenge e non portate a termine a causa della fine prematura del governo Letta. Ma la ministra verrà ricordata ssoprattutto per gli attacchi di stampo razzista subìti dalla Lega nord, ai quali ha sempre risposto con fermezza. LA STAMPA ESTERA «Premier giovane e governo paritario» Il primo ministro più giovane della storia d'italia e il primo governo con lo stesso numero di uomini e donne. Sono queste le due caratteristiche che sottolineano i media europei nelle prime notizie sulla lista dei ministri presentata da Matteo Renzi. «Il primo governo paritario della storia del Paese» titola lo spagnolo El Pais, mentre lo stesso concetto viene evidenziato dall'articolo di El Mundo. In Francia, sia Le Monde che Le Figaro titolano su Renzi «più giovane primo ministro» della storia d'italia. La Bbc sottolinea entrambi i concetti e ricorda la scelta di Padoan, «senior economist» dell'ocse.

4 pagina 4 il manifesto SABATO 22 FEBBRAIO 2014 POLITICA Via streaming Oggi il comitato centrale della Fiom chiederà alla Cgil di approvare regole per un «referendum democratico» L ultimatum di Landini: voto vero o non ci stiamo I paletti dei metalmeccanici in vista del direttivo Cgil di mercoledì che ufficializzerà le decisioni per la consultazione sulla rappresentanza Antonio Sciotto «B ene che la Cgil abbia deciso di andare a una consultazione, è un passo avanti: ma il voto dovrà essere democratico, vero e certificato». Maurizio Landini si prepara al Direttivo di mercoledì 26, quando Susanna Camusso ufficializzerà la decisione presa durante la segreteria di lunedì scorso, come anticipato dal manifesto, di chiamare gli iscritti Cgil a dire la loro sull accordo sulla rappresentanza. Ma la parte più attesa, e che potrebbe generare nuove divisioni e scontri, è un altra: quella in cui la segretaria proporrà le modalità che regoleranno il referendum. Landini, che oggi presenterà al comitato centrale della Fiom (per la prima vota in diretta streaming) la propria proposta sul tema, ha già fissato i suoi paletti, rigettando subito un idea trapelata dalla segreteria Cgil: ovvero che a votare, seppure in due urne differenti, possano essere non solo i lavoratori interessati all accordo, ma anche quelli che lo potrebbero essere in futuro, perché ne starebbero richiedendo l estensione. Inoltre, il segretario dei metalmeccanici ritiene che i pensionati non debbano votare, e chiede che durante le assemblee possano esprimersi, in modo paritario, le due posizioni contrapposte. Ecco la proposta di Landini: «Nel referendum - dice il leader della Fiom - dovranno essere coinvolti solo i lavoratori di aziende che firmano contratti con Confindustria. Così era accaduto anche per l accordo del 28 giugno, e mi pare giusto che non votino non solo i pensionati - per cui ho rispetto, ma che non sono interessati a quei contenuti - ma anche tutti quei lavoratori che potrebbero applicare quell intesa in futuro. E il motivo è semplice: che «A ssociazione per delinquere finalizzata all'evasione fiscale e all'utilizzo di fatture per operazione inesistenti». È l accusa formulata dal pm di Milano Adriano Scudieri nei confronti di Renato Mannheimer a conclusione delle indagini riguardanti un'evasione da 10 milioni di euro di cui il presidente dell'istituto di sondaggi Ispo si sarebbe macchiato insieme al suo consulente e fiduciario Francesco Merlo ed altre 8 persone tra cui anche Carlo Gerosa (già indagato nell'inchiesta della Procura di Busto Arsizio sul caso Finmeccanica, ossia la presunta tangente pagata a funzionari del governo indiano per la fornitura di 12 elicotteri Agusta-Westland). Mannheimer avrebbe avuto, secondo la procura milanese, il ruolo di «ideatore e beneficiario, nonché gestore di fatto, dell'attività fraudolenta» agita «mediante le società filtro» e le «società "cartiere" tunisine Euromed Consulting, Ardi research, Worldlogic e Mcg». Secondo gli inquirenti, Merlo aveva ideato un giro di false fatturazioni, alcune che chiamavano in causa anche società estere inesistenti, con movimenti su conti correnti in banche di Lussemburgo, Svizzera e Antigua. Un tunisino, invece, Hedi Kamoun, «referente per la Tunisia» del presidente dell Ispo avrebbe ricevuto «sui conti correnti tunisini il provento dell'attività illecita per poi veicolarlo, trattenuta la percentuale del 5%, su conti correnti radicati in Svizzera e in Antigua, riconducibili al medesimo senso ha chiedere la consultazione su un testo, se nel frattempo si presuppone che altri già vogliano applicarlo? A che cosa servirebbe il primo voto? Sicuramente non sarebbe libero». Ancora, secondo Landini «dovranno essere rappresentate nelle assemblee, in modo paritario, entrambe le posizioni: e si dovrà votare solo alla fine, aprendo le urne tutte contemporaneamente, facendo registrare e certificare il voto da commissioni elettorali in cui siano presenti i rappresentanti del sì e del no. Come avviene in tutte le votazioni e i referendum che svolgiamo normalmente da cittadini». Queste notazioni non sono da poco: perché in effetti in Cgil si vota in modi, per così dire, un po anomali. A parte il Congresso - che in effetti è regolato meglio, seppure non esente dal rischio brogli - in molte assemblee si procede per semplice alzata di mano; vige ancora il balzano principio per cui viene rappresentata solo la posizione maggioritaria; non si registrano e certificano i dati. Un caos che ovviamente rischia di favorire il più forte, e rispetto al quale il maggiore sindacato italiano dovrebbe finalmente decidere di evolversi, traghettandosi verso una democrazia compiuta. A sostenere la necessità di un balzo in avanti è anche Nicola Nicolosi, segretario confederale che si è distaccato in questa vertenza dalle posizioni di Camusso, avvicinandosi a quelle di Landini: «La storia cambia e devono cambiare anche le nostre abitudini: alle assemblee bisogna rappresentare tutte le posizioni, che paura abbiamo? E anch io concordo sul fatto che debbano votare solo i lavoratori interessati». Il messaggio del segretario della Fiom è chiaro: «Se qualcuno vuole trasformare un normale referendum su un accordo in un plebiscito con regole non troppo trasparenti sta facendo una cosa sbagliata». Quindi la Cgil è avvisata. Di cosa? Nessuna scissione alle porte, Landini lo ripete in tutte le salse: «Non ci separiamo perché noi stessi siamo la Cgil: non siamo ospiti in casa d altri, la Cgil è casa nostra e vogliamo cambiarla». L alternativa in piedi resta però sempre la stessa: se la Cgil dovesse metter su una consultazione non democratica, la Fiom non la riterrebbe legittima e vincolante. Quindi niente applicazione dell accordo, e si innalzerebbe la conflittualità con le imprese: Camusso vedrebbe decadere l armonia, costruita a fatica, con le altre firmatarie dell intesa, ovvero Confindustria, Cisl e Uil. La prossima mossa, a questo punto, tocca proprio a Susanna Camusso: che fino al 26 è in tempo per modulare e rimodulare la sua proposta al Direttivo. Intanto, per fare il punto, ha fissato per il 25 una riunione che sta già alimentando critiche e contestazioni: insieme agli altri 6 segretari nazionali della Cgil, escluso Nicolosi, ha convocato i cosiddetti «centri regolatori» del sindacato (ovvero la segreteria nazionale, quelle di categoria, e quelle regionali). L invito però è solo per quelli che hanno detto sì all accordo sulla rappresentanza, quindi esclusa la Fiom e lo stesso Nicolosi, che protesta: «È una scelta divisiva: si rischia di arrivare al Direttivo, il nostro parlamento, con un posizione politica già vincolata da altri organismi». FISCO Il pm di Milano chiude le indagini sul presidente dell Ispo e altre 8 persone Evasione, accuse pesanti per Mannheimer L ipotesi di reato è «associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale per 10 milioni di euro» Mannheimer». Lo scopo era di frodare il fisco consentendo al famoso sondaggista, nella sua qualità di «amministratore e legale rappresentante, dal 29/07/2010 al 23/05/2013, della Ispo Ricerche srl» e come responsabile di altre società, di evadere le imposte dovute (Ires ed Iva) nelle dichiarazioni fiscali societarie per gli anni dal 2004 al 2010, con fatture false per 30 milioni di euro, e di far rientrare i soldi dall'estero in Italia. A dicembre, quando venne interrogato dal magistrato milanese, Mannheimer, difeso dall'avvocato Mario Zanchetti, aveva manifestato «vivo dispiacere e sincero pentimento per essersi lasciato coinvolgere in atti di particolare gravità» e si era detto «intenzionato a fare in modo che sia restituito al fisco tutto quanto dovuto». Anche se, aveva spiegato, «già da alcuni anni», sia lui personalmente che le sue società erano «totalmente rispettose della normativa fiscale». Governo/LE RICHIESTE DEL LEADER DELLE TUTE BLU Sì al contratto unico, ma l articolo 18 torni com era ROMA «L a vera emergenza è l occupazione. Bisogna difendere il lavoro che c è e creare le condizioni per nuovi posti»: è questa la priorità da cui il nuovo governo deve partire, secondo il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, che sulla base del documento programmatico già approvato nelle scorse settimane dal comitato centrale ha indicato una serie di «precise richieste e proposte» in vista della nascita dell esecutivo Renzi. Per fare questo, «serve un piano straordinario di investimenti pubblici e privati, rivedere e rinegoziare i vincoli europei» e «una politica industriale che individui e intervenga sui settori strategici per il Paese». Sul fronte del lavoro, Landini chiede di «incentivare la riduzione degli orari e decontribuire i contratti di solidarietà (come nel caso Electrolux); ridurre le tipologie contrattuali» e, a fronte di questo, «introdurre un contratto unico a tempo indeterminato con l allungamento del periodo di prova». E l apertura al cosiddetto contratto unico proposto da Renzi, certo non nuova da parte del segretario Fiom, ma appunto a patto di ridurre drasticamente le attuali oltre 40 tipologie contrattuali. Inoltre, va «estesa la cassa integrazione a tutti i lavoratori e a tutte le imprese tramite la contribuzione, e va introdotto un reddito minimo per combattere povertà e disoccupazione, garantire il diritto allo studio, finanziato con la fiscalità generale». Landini ha anche indicato la necessità di «ripristinare l articolo 18», di «cancellare l articolo 8 voluto da Sacconi per favorire la Fiat», di «tornare alle pensioni di anzianità almeno per alcune categorie di lavoratori, come sta facendo il governo Merkel, che riduce l età da 67 a 63 anni, e tutelare i giovani». La Fiom chiede una legge sulla rappresentanza «coerente con la sentenza della Corte costituzionale»: legge che «renderebbe i contratti nazionali validi erga omnes, e che pertanto istituirebbe di fatto un salario minimo inderogabile, da applicare a qualsiasi lavoratore, qualunque contratto abbia». Per il recupero delle risorse, Landini indica: «Il rientro dei capitali dall estero, la lotta all evasione fiscale e una riforma di Equitalia, la tassazione delle rendite finanziarie, una patrimoniale». Sul taglio del cuneo fiscale alle imprese, la Fiom ritiene che «non può essere generalizzato e dato a pioggia, ma deve essere selettivo e collegato alla difesa dell occupazione e degli investimenti in Italia». an. sci.

5 SABATO 22 FEBBRAIO 2014 il manifesto pagina 5 POLITICA Via blog Caos tra i parlamentari pentastellati, alcuni dei quali difendono i senatori dissidenti. Espulsione discussa dopo il voto di fiducia MAURIZIO LANDINI/FOTO ALEANDRO BIAGIANTI DETRAZIONI FISCALI quindici volte più vantaggiose verso i partiti politici che verso le associazioni, le fondazioni o le onlus. A stabilirlo, secondo la denuncia del mondo non profit, sono alcune norme contenute nella riforma del finanziamento pubblico ai partiti approvata giovedì che prevede una graduale cancellazione del sistema attuale basato sui rimborsi elettorali a favore di un finanziamento diretto e automatico da parte dei cittadini. Ma se dal 2014 gli italiani potranno detrarre dalle imposte sul reddito il 26% del denaro donato ai partiti per importi compresi fra 30 e 30mila euro all anno, nei confronti delle associazioni non profit il tetto massimo stabilito si ferma a 2065,85 euro. Perciò fino a 2mila euro il trattamento fiscale è uguale ma più si sale e più c'è disparità fino ad arrivare all incirca a 15 volte di meno. L associazionismo protesta e c è chi chiede al prossimo governo Renzi di usare lo strumento della delega fiscale per ristabilire l equità tra tutte le organizzazioni non profit, compresi i partiti (che tali dovrebbero essere). 5 STELLE E Beppe Grillo sfuducia il senatore Orellana: «È inaffidabile» M5S alla resa dei conti Valerio Renzi ROMA I guai non sembrano voler finire mai per l ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e per l ex governatrice della regione Lazio Renata Polverini, il primo ora impegnato a rifondare Alleanza Nazionale con gli amici di Fratelli d Italia, la seconda accolta a corte tra i fedelissimi di Silvio Berlusconi. Per entrambi il reato ipotizzato dalla Procura di Roma è quello di finanziamento illecito ai partiti. Nove in tutto le persone iscritte al registro degli indagati, due delle quali finite agli arresti domiciliari. Si tratta di Fabio Ulissi, uomo vicinissimo a Gianni Alemanno, e di Giuseppe Verardi, podologo ed ex dirigente della società di consulenze Accentature. La vicenda ricostruita dagli inquirenti guidati dai pm Paolo Ielo e Mario Palazzi risale al 2010, a ridosso della elezioni che porteranno l ex pasionaria dell Ugl alla Pisana, quando la società Accentature riceve in incarico la realizzazione di un sondaggio sulla qualità dei servizi scolastici nel Lazio. Dietro questa attività in realtà si sarebbe nascosta l attività elettorale per la lista che sosteneva Renata Polverini, e in cui era candidata anche Isabella Rauti, poi eletta, moglie di Alemanno. La Coesis srl per conto di Accenture avrebbe svolto non dei sondaggi, ma telemarketing elettorale. Un operazione che, secondo il gip, «al di là degli eventuali scopi futuri» ha portato «inequivocabilmente un utilità economicamente apprezzabile al gruppo politico di riferimento di Alemanno e Polverini, non solo per il risparmio della somma di denaro che Accenture ha corrisposto a Coesis e di cui non ha ricevuto rimborso da parte dei beneficiari, ma altresì per gli indubbi vantaggi indiretti (assai più rilevanti economicamente) derivanti dall'accresciuto consenso politico». Dunque, il lavoro non solo non sarebbe mai stato pagato ma Verardi avrebbe messo nelle mani dell uomo di Alemanno circa euro. A denunciare il giro di fatture false che provavano il lavoro di consulenza, gli stessi vertici della società dopo verifiche contabili interne. Gli inquirenti sostengono che il regista dell operazione sarebbe stato lo stesso Alemanno. Ma la vicenda non finisce qui. Lo Carlo Lania ROMA L a Finanziamento illecito /UN CONTRIBUTO DA 30MILA EURO Regionali 2010, indagati Polverini e Alemanno Al centro dell inchiesta la campagna elettorale dell ex governatrice del Lazio e un falso sondaggio scolastico scorso aprile la guardia di finanza perquisiva le abitazioni di diversi imputati e la sede di Roma Capitale Investments Foundation, presidente onorario Gianni Alemanno. Sotto la lente delle fiamme gialle il passaggio di soldi tra il faccendiere di Alemanno e Verardi: quei soldi sarebbero serviti a corrompere uomini dell amministrazione di Roma Capitale, per far affidare ad Accenture la manutenzione, il supporto e lo sviluppo applicativo dei sistemi informativi del Comune di Roma. Gara che effettivamente Accenture Spa si è aggiudicata. Alemanno e Polverini si sono dichiarati estranei alla vicenda e di aver appreso dell inchiesta direttamente dalle agenzie. L ex sindaco si è detto fiducioso nel lavoro della magistratura e di non sapere «assolutamente nulla di queste vicende né, tantomeno, mi sono occupato del finanziamento della campagna elettorale per le elezioni regionali del 2010», mentre Renata Polverini ha dichiarato di «non conoscere neanche le persone coinvolte nei fatti». L ultima stagione di governo del centrodestra nel Lazio e a Roma, a un anno dalla sconfitta elettorale dei suoi protagonisti, continua a essere segnata da inchieste e scandali. Renata Polverini, costretta a interrompere la legislatura in anticipo travolta dall inchiesta per i rimborsi ai gruppi parlamentari con protagonista Giuseppe Fiorito, detto «batman»; Gianni Alemanno mette in fila l ennesimo scandalo dopo parentopoli e l avviso di garanzia ricevuto per l accusa di finanziamento illecito nell ambito dell inchiesta sull acquisto di 45 filobus. gogna mediatica serviva solo per scaldare il motore e permettere alla macchina delle espulsioni di ripartire. E così è stato. La procedura per cacciare dal M5S Lorenzo Battista, Francesco Campanella, Luis Alberto Orellana e Fabrizio Bocchino, i quattro senatori dissidenti che hanno criticato Beppe Grillo per come ha condotto il confronto con Matteo Renzi, da ieri è di nuovo in moto. A renderlo noto è stato Maurizio Santangelo, capogruppo M5S al Senato, spiegando di aver ricevuto richieste in tal senso da più di un parlamentare pentastellato. Ora sarà un'assemblea congiunta di deputati e senatori a prendere una decisione che poi verrà votata dalla rete. «Non abbiano ancora deciso il giorno ma ci sarà la prossima settimana, subito dopo il voto di fiducia - ha spiegato Santangelo -. Del resto l'imput è arrivato dal territorio, per cui non si può non prendere in considerazione». Un film già visto in precedenza sia con il senatore Marino Mastrangeli, il primo a essere espulso per aver partecipato a un talk show, che con la senatrice Adele Gambaro, cacciata per aver criticato Grillo e vittima, anche lei, degli insulti della rete. Esattamente come successo nelle ultime ore a Orellana, Bocchino, Battista e Campanella, accusati anche di possibili accordi con i civatiani. E ieri Grillo ha sfiduciato Orellana definendolo «inaffidabile» dopo che i meetup di Pavia, a cui il senatore fa riferimento, ha preso le distanze da lui. Non è detto, però, che stavolta le cose siano così scontate. In difesa dei dissidenti, nel M5S si è infatti levata più di una voce. «Il metodo Boffo usato per mettere alla gogna quattro nostri senatori non mi piace e me e dissocio», ha detto ad esempio il deputato Tancredi Turco, mentre un altro deputato, Alceste Tacconi, ha avvertito: «Giù le mani dai senatori. La vera democrazia richiede uno sforzo di inclusione e accettazione di opinioni e punti di vista differenti». Voci controcorrente, che mostrano un M5S ormai in pieno caos e in cui la resa dei conti potrebbe essere vicina. «Mi pare che il movimento sia arrivato a un bivio pericoloso» ragiona Francesco Campanella, uno dei senatori messi all indice da Grillo. «Già la Gambaro è stata espulsa senza aver contravvenuto a nessuno degli impegni che avevamo assunto all'inizio, soltanto per una critica. Se passa la linea che Grillo e Casaleggio non sono criticabili all esterno, il movimento si autoappiccicata un'etichetta che non mi sembra desiderabile». Senatore, si aspettava di essere messo all'indice? Francamente no, perché ho manifestato la mia opinione come sempre in modo sobrio. Evitando polemiche. Quindi un po' sono rimasto perplesso,anche se sapevo che c'è un'area che mi vede come il fumo negli occhi. Chi dissente viene mal sopportato e poi costretto ad andare via o espulso. Il caso Gambaro è stato eclatante. Se ci fosse una reiterazione nel nostro caso, diciamo che Via all espulsione dei dissidenti. Campanella: «Il movimento ormai è a un bivio» i margini di casualità vengono completamente meno. Grillo e Casaleggio sono sempre più autoritari. Le ripeto che siamo a un bivio. Io non escludo che, interrogati sulla nostra permanenza o meno nel movimento, gli attivisti possano votare a nostro favore e questa sarebbe una prospettiva assolutamente interessante. Da una parte ci sono le espulsioni e le violenze verbali contro la presidente della Camera. Dall'altra però Grillo e Casaleggio vengono smentiti dalla rete, come è successo con il reato di clandestinità e con la decisione di partecipare alle consultazioni di Renzi. Sembra che il M5S sia allo sbando. Mi sembra che laddove la gente viene interpellata dia una dimostrazione di autonomia di giudizio. Si vede anche guardando i post sul blog, dove appaiono valutazioni contrastanti. Se ci sono commenti che per la loro pesantezza risultano più evidenti, esistono però anche considerazioni sostanzialmente concordi con le nostre valutazioni e comunque, anche se non lo sono, affermano la necessità del pluralismo di opinioni. Per questo non mi sento di escludere a priori che una nostra valutazione da parte degli attivisti possa essere positiva. La richiesta di espulsione naturalmente non cambia la decisione di non votare la fiducia al governo Renzi. Assolutamente no. Avete avuto contatti con i civatiani? In questo momento ci sono contatti con tutti i colleghi in parlamento. Che potrebbero portare a cosa? A una maggior comprensione delle dinamiche che si stanno sviluppando.

6 pagina 6 il manifesto SABATO 22 FEBBRAIO 2014 Accolto il ricorso contro l assoluzione in appello degli estremisti di destra. Dopo inchieste e processi senza colpevoli, a quarant anni dalla bomba di piazza della Loggia, i giudici riaccendono una speranza SOCIETÀ IMMAGINI DI PIAZZA DELLA LOGGIA DOPO LO SCOPPIO DELLA BOMBA IL 28 MAGGIO 1974 LA CASSAZIONE Nuovo processo d appello per Maggi e Tramonte. Ma non per Zorzi Strage di Brescia, squarci di verità 2010 E 2012 Le sentenze senza colpevoli Dopo 38 anni e tre inchieste diverse, il 14 aprile 2012, la Corte d assise d appello di Brescia pronunciò le assoluzioni nei confronti degli imputati Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Delfo Zorzi e Francesco Delfino, confermando la sentenza del processo di primo grado che si era concluso il 16 novembre 2010 con l assoluzione dei cinque imputati (oltre ai quattro citati anche Pino Rauti). I giudici d appello allora condannarono anche tutte le parti civili al pagamento delle spese processuali, come previsto dalla legge. Giorgio Salvetti S ono passati quarant anni dalla strage di Piazza della Loggia, ma la lunghissima vicenda processuale non è ancora chiusa. Ieri la quinta sezione penale della Corte di Cassazione, dopo poche ore di camera di consiglio, ha accolto il ricorso della procura generale di Brescia contro le assoluzioni di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Esce invece definitivamente dal processo Delfo Zorzi, oggi imprenditore in Giappone. I tre neofascisti di Ordine Nuovo, coinvolti anche nei processi sulla strage di piazza Fontana, erano stati assolti il 14 aprile del 2012 insieme al generale dei carabinieri Francesco Delfino. Adesso per Maggi e Tramonte si dovrà nuovamente celebrare il processo d appello. La Cassazione inoltre ha annullato quella parte del verdetto di secondo grado che condannava le parti civili al pagamento delle spese processuali. Il 28 maggio 1974 alle 10 e 12 in piazza Della Loggia a Brescia durante una manifestazione antifascista dei sindacati una bomba uccise 8 persone e ne ferì 108. Da allora la verità giudiziaria non è mai stata accertata nonostante il susseguirsi di tre inchieste e un numero enorme di udienze che hanno prodotto pagine di documentazione. La sentenza della Cassazione riapre uno spiraglio per la terza inchiesta giunta a un verdetto di assoluzione in primo grado nel 2010 per Zorzi, Maggi, Tramonte, Delfino e Pino Rauti per insufficienza di prove, confermato in appello due anni dopo. Maggi, medico, era il capo in Veneto di Ordine Nuovo e secondo l accusa sarebbe stato il mandante della strage in cui sarebbe coinvolto anche Tramonte in quanto noto informatore dei servizi segreti (la cosiddetta fonte Tritone). Zorzi invece era accusato di aver confezionato e procurato l ordigno. Mentre Francesco Delfino era il comandante dei carabinieri, poi divenuto generale, accusato di aver depistato le indagini. «Verrebbe meno la mia coscienza di cittadino se non chiedessi alla Corte di colmare con gli strumenti che ha a disposizione le lacune di una sentenza che non può essere accettata», ha detto l altro giorno il procuratore generale della Cassazione Vito D Ambrosio che aveva chiesto di riaprire il processo. «È stato Maggi l ideatore del mandante della strage di Piazza Della Loggia», ha sostenuto D Ambrosio per il quale dagli atti emerge «la sua volontà di compiere attentati e stragi». Il procuratore generale aveva anche ritenuto «necessaria la revisione della posizione di Tramonte» e aveva invece definito «defilata» la posizione di Zorzi. Infine aveva chiesto di rinviare al giudice civile gli atti riguardanti il generale Delfino. Impossibile fare di più visto che la procura di Brescia non aveva presentato ricorso contro la sua assoluzione, ma quanto meno per D Ambrosio andava tutelato in sede civile l interesse delle parti civili. Richiesta, questa, che però la Cassazione non ha accolto. «La posizione di Delfino riassume e condensa la pagina più amara - ha detto D Ambrosio - perché rimarca il ruolo irrevocabilmente negativo di un uomo dell apparato dello stato che è il motivo per cui ci troviamo ancora in questa aula». Maggi, 79 anni, oggi risiede a Villanova di Ghebbio (Rovigo) e ha già annunciato che non si farà vedere al nuovo processo d appello: «Io vado dalla poltrona al letto. Andranno i miei legali all appello. Sono venti anni che la giustizia mi perseguita. Mi è costata un po di soldi, ma per fortuna non tantissimi. Tanto, penso che non ci sia niente da fare. Faranno l appello tra loro». Il pronunciamento della sentenza è stato invece ascoltato fra le lacrime dai superstiti e dai parenti delle vittime. «Meglio di così non poteva andare», ha commentato Redento Peroni, uno dei 103 feriti dalla bomba. «Ritrovo il senso di una giustizia che ha dato risposta alla storia - ha detto Manlio Milani, presidente dell associazione delle vittime - ritrovo qui i compagni che non ci sono più. Dalla sentenza della Cassazione abbiamo la conferma della responsabilità della destra e dei depistaggi». Soddisfazione è stata espressa anche da Roberto Di Martino, attuale procuratore a Cremona e pm dei due primi gradi di giudizio celebrati a Brescia: «Una luce dopo tanto buio per i parenti delle vittime di cui ricordo la sofferenza lacerante, i volti rigati di lacrime dopo i primi due verdetti». Samir Hassan U n video di quasi tre minuti, diffuso in esclusiva dalla Bbc mondiale, ha tenuto banco nel primo pomeriggio di ieri: è la testimonianza che l Eta, l organizzazione armata separatista basca, ha iniziato un «processo di inventario e di parziale messa fuori d uso dell arsenale di cui dispone». Il filmato è dello scorso gennaio: alcuni militanti dell organizzazione basca si mostrano col volto coperto vicino un tavolo ricoperto da ingenti quantità di armi ed esplosivi. Al loro fianco, due membri della Commissione Internazionale di Verifica (Civ), Ram Manikkalingam e Ronnie Kasrils. La Civ era stata istituita nel settembre 2011, già prima della storica dichiarazione dell Eta del 20 ottobre di quell anno in cui sancì l abbandono definitivo della lotta armata. Suo compito è di certificare l effettiva volontà di cooperazione e dialogo da parte dell Eta. Un ruolo di mediazione importante e delicato, ma non riconosciuto ufficialmente dal governo spagnolo. Il momento vissuto ieri rappresenta un iniezione di fiducia per tutti i settori della società basca che credono nel nuovo scenario UN IMMAGINE DAL VIDEO DIFFUSO DALLA BBC BILBAO Con l ok dei verificatori internazionali Inizia il disarmo dell Eta, il filmato inviato alla Bbc senza violenza e che si battono per dare corpo al processo di pacificazione, nonostante l irriducibile ostruzionismo dell esecutivo guidato dal premier conservatore Mariano Rajoy. Per quanto si tratti della dimostrazione pubblica di un atto simbolico, la parziale consegna delle armi riporta alla mente un iter di pacificazione già istruito in Sud Africa e in Irlanda del Nord. Quello di ieri è un passo che, nelle intenzioni dell Eta, dovrebbe costringere il governo di Madrid a mettere in moto un veritiero e credibile meccanismo di dialogo non solo con l organizzazione armata, ma con l intero movimento indipendentista basco. Dalle stesse fonti che avevano anticipato la decisione dell Eta e della Commissione internazionale di rendere pubblico questo video si apprende che il Collettivo dei prigionieri baschi (Ekkp nella sigla in euskera) ha intenzione di assumere alcune iniziative nelle prossime settimane. Prima fra tutte, il tentativo di essere trasferiti tutti in uno stesso carcere (attraverso singole richieste individuali alle amministrazioni carcerarie), per provare ad alleviare le dure condizioni di prigionia cui sono sottoposti. Spagna /QUINDICI I MIGRANTI RIMASTI UCCISI A CEUTA, I GIUDICI ACQUISISCONO I VIDEO La Guardia Civil sparò proiettili di gomma. Il governo la difende Giuseppe Grosso MADRID N el grottesco polverone di accuse, smentite e giustificazioni seguito alla tragedia di Ceuta dello scorso 6 febbraio, restano, ben visibili due punti fermi: i quindici migranti morti nel tentativo di aggirare il confine spinato che separa il Marocco dell enclave spagnola e il fatto che la Guardia Civil non ha rispettato la legge sull immigrazione, che prevede che chiunque arrivi a toccare il suolo spagnolo debba essere assistito e identificato. Una violazione a cui, secondo il ministro dell Interno Jorge Fernández Díaz, bisogna rimediare. Non, però, sanzionando la condotta della Guardia Civil, come sarebbe logico e come chiede a gran voce l opposizione al governo, ma cambiando la legge «per avere più controllo sulle frontiere e creare una normativa che dia alle forze dell ordine uno strumento adatto ad affrontare queste situazioni». In altri termini l intenzione sarebbe quella di disegnare una legge ad hoc per sigillare il confine marocchino consentendo espulsioni indiscriminate e dando alla Guardia Civil la possibilità di rispedire legalmente e immediatamente al mittente i migranti che tentano di oltrepassare la barriera spinata. Magari sparando pure proiettili di gomma, com è avvenuto lo scorso 6 febbraio. Sarebbero stati proprio questi spari, insieme al lancio di fumogeni, ad aver seminato - secondo le ricostruzioni - il panico tra i migranti, causando l affogamento di quindici di loro a poche bracciate dalla spiaggia ceutí di El Tarajal e sotto lo sguardo della Guardia Civil, che - secondo le testimonianze di varie Ong - avrebbe poi prelevato ed espulso i ventitré superstiti. Un episodio gravissimo che ha scatenato un acceso dibattito parlamentare, durante il quale tutta l opposizione ha chiesto la testa del ministro degli Interni, che ha però difeso la condotta delle forze dell ordine. Lo stesso ha fatto il premier Rajoy, che ha affrontato per la prima volta l argomento dopo undici giorni di sconcertante silenzio. Secondo il presidente del governo, «i proiettili non furono esplosi sulle persone (ma i video lo smentiscono) e i fatti non sarebbero avvenuti in territorio spagnolo (secondo il governo non si è in Spagna finché non si superano i posti e i controlli di frontiera)». Una penosa giustificazione che scarica la responsabilità sul Marocco e riduce la vita di quindici perone a una questione di centimetri. Fernández Díaz ha rivolto un appello alla Ue: «L Europa - ha dichiarato il titolare degli Interni - oltre che elargire consigli, deve dare finanziamenti. La Spagna ha speso 60 milioni negli ultimi 5 anni e non può affrontare il problema da sola. I paesi che hanno confini extraeuropei, hanno diritto di chiedere aiuto alla Ue per far fronte a un fenomeno di questa portata». Una richiesta d aiuto che è anche una frecciata al commissario europeo per gli affari Interni Cecilia Malmström, che ha duramente criticato l uso dei proiettili di gomma: «Come garante dei trattati, la Ue si riserva il diritto di intraprendere le azioni dovute qualora si dimostrasse che un paese dell Unione ha violato le norme». Alcune risposte potrebbero arrivare già nelle prossime settimane: i filmati registrati dalle telecamere disseminate lungo il perimetro della recinzione sono stati consegnati ieri ai giudici spagnoli, che potranno così far luce su alcuni punti controversi dell operato della Guardia Civil. A questo punto anche il ministero dell interno li ha resi pubblici sul suo sito web sbandierando una tardiva operazione «trasparenza». I video della tragedia, nove in tutto senza audio e con scarsa risoluzione, sono preceduti da una spiegazione assolutoria del comandante della Guardia Civil Fernando Cubillo. Intanto, nonostante la tragedia, le pressioni migratorie su Ceuta e Melilla - con i centri di accoglienza al collasso - non accennano a diminuire: lunedì scorso più di 200 migranti subsahariani (il 6 febbraio furono 250) hanno tentato un assalto alla frontiera di Melilla - il quinto dall inizio dell anno - e circa un centinaio di essi sono riusciti a raggiungere la città spagnola. I dati del ministero degli Interni dicono che nel 2013 circa persone sarebbero entrate in Spagna attraverso le due enclave in territorio marocchino, facendo segnare un aumento del 48% rispetto al Secondo un rapporto governativo, una colonia di circa persone (molte meno secondo le Ong) vive accampata a ridosso delle due enclave in attesa di un occasione per oltrepassare la frontiera. Coloro che riusciranno a entrare in Spagna hanno circa una possibilità su due di essere respinti: dei immigrati «irregolari» transitati dai centri di immigrazione di tutto il paese nel 2012, sono stati infatti espulsi.

7 SABATO 22 FEBBRAIO 2014 il manifesto pagina 7 INTERNAZIONALE VENEZUELA Ancora scontri e devastazioni nella capitale e in alcuni stati del paese. Paracadutisti alla frontiera colombiana Oggi la Mud di nuovo in piazza Henrique Capriles accusa il presidente dell Assemblea, Diosdado Cabello di aver provocato i morti di piazza per far fuori dal governo Nicolas Maduro, che ribatte: «Ha il cervello fulminato» Geraldina Colotti «S e vogliono continuare a battere sulle pentole, gli consiglio di comprarne una di acciaio perché la rivoluzione durerà ancora molti anni». Così il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha commentato il persistere dei «cacerolazos» da parte dell opposizione. Nei quartieri bene all est della capitale Caracas, le battiture di pentole fanno da colonna sonora alle devastazioni messe in atto dai settori oltranzisti della protesta, iniziata lo scorso 12 febbraio: cassonetti e pneumatici bruciati, autobus e metropolitane devastate, blocchi stradali, scontri notturni con la polizia, che risponde con lacrimogeni. Bilancio: 8 morti, 137 feriti e 80 fermi. «Ma la gente tranquilla comincia ad averne abbastanza della puzza di fumo, delle moto potenti che scorrazzano e magari sparano - dice al manifesto Rodrigo, un abitante di Los Cortijos, quartiere prevalentemente di opposizione l altra sera, un gruppo che organizzava una veglia di preghiera sotto le finestre non ha gradito l arrivo di una trentina di giovani con spranghe come quelli che hanno assediato la Tv nazionale qui vicina». Di giorno, gruppi di studenti sempre meno numerosi manifestano vestiti di bianco mostrando fiori dello stesso colore e cartelli contro «la dittatura cubano-venezuelana» e la «repressione». Di notte, le bande provocano incendi e devastazioni. La situazione sembra più caotica in alcune grandi città di provincia come Maracaibo, San Cristobal o Valencia. Nel Tachira, ai confini della Colombia, il governo ha inviato gruppi di paracadutisti denunciando l entrata di paramilitari. Nel Zulia, ieri sono state sequestrate 60 tonnellate di alimenti e articoli per l igine personale e 40 veicoli destinati al mercato nero. L ennesimo capitolo della «guerra economica», secondo il governo, che ha anche mostrato centinaia di moto di grossa cilindrata, sequestrate durante le proteste e ora messe all asta. Maduro ha nuovamente fatto appello al «popolo cosciente e organizzato», annunciando l istituzione di «commando popolari antigolbe in ogni fabbrica, in ogni centro di lavoro, in ogni quartiere, in ogni università». «È in corso un tentativo di destabilizzazione violenta del paese - ha dichiarato Ignacio Ramonet, direttore del Diplo spagnolo - Una piccola minoranza, in base a una protesta studentesta senza vere rivendicazioni e appoggiata dai grandi media ha scatenato una serie di violenze che hanno provocato morti, feriti e danni. Il Venezuela - ha continuato - non è nuovo a queste crisi, provocate dall opposizione interna con appoggi esterni». Una crisi che fa leva su problemi reali - insicurezza e alta inflazione - ma che mostra anche due visioni opposte per affrontarla, due progetti di paese. L uno, quello del socialismo bolivariano, basato sulla redistribuzione della rendita petrolifera a favore delle classi non abbienti e sulla sovranità del paese rispetto al grande capitale multinazionale. L altro, quello della Mesa de la unidad democratica (Mud), che vorrebbe un ritorno al neoliberismo e alle privatizzazioni e al modello di gestione della IV Repubblica. Certa stampa parla di «primavere latinoamericane» contro presunte dittature dei governi progressisti: dimenticando che, pur con tutti i suoi problemi, il Venezuela non è il Cile di Pinera, in cui gli studenti hanno dovuto protestare per l istruzione gratuita e contro le privatizzazioni. Contro Maduro, le parti s invertono: a scendere in piazza sono prevalentemente studenti delle scuole private, il cui basso livello - hanno fatto notare alcuni professori - è evidente dal loro modo di scrivere i messaggi contro «la dittatura venecubana». Il Venezuela non è neanche il Brasile, dove gli studenti hanno protestato contro il caro trasporti e contro la repressione nelle favelas. Quanto alla «dittatura», basta andare in una qualunque edicola del paese per vedere a quale colore appartenga la maggioranza della stampa, oppure soffermarsi sui risultati delle urne delle ultime 18 elezioni. Quella che si sta giocando in Venezuela è una partita per la rappresentanza e per i ruoli all interno della litigiosissima Mud, che vorrebbe pensionare Henrique Capriles, ma non è del tutto convinta da Leopoldo Lopez, il «duro» di Voluntad popular, ora agli arresti con l accusa di aver diretto le violenze di piazza. A sostenerlo da vicino, Maria Corina Machado e Antonio Ledezma, animatori della campagna per la «salida» (l uscita) di Maduro dal governo con ogni mezzo, che oggi saranno di nuovo in piazza. Molti, però, si sono dissociati dalla via violenta: a partire da Capriles, che ha invece rilanciato la vecchia tattica del «dividi et impera» all interno del chavismo accusando Diosdado Cabello (presidente dell assemblea) di essere dietro ai cecchini che hanno ucciso dei manifestanti in piazza: per far le scarpe a Maduro. «Gli si è fulminato il cervello», ha ribattuto quest ultimo a Capriles. E un gruppo di associazioni e parlamentari ha chiesto per la terza volta al parlamento di togliere l immunità a Machado, accusata di prendere ordini da Washington. USA-CINA Pechino - come al solito - irritata: «Danni seri alla relazione con Washington» Obama incontra il Dalai Lama C i risiamo: Obama incontra il Dalai Lama, la Cina ringhia, si assiste ad uno scambio di battute intercontinentale e tutto a breve tornerà come prima. È ormai una consuetudine internazionale, il triangolo Usa, Cina e Dalai Lama. Da questi incontri, infatti, ne giovano tutte le parti, in modo naturalmente diverso. Gli Stati uniti, attraverso l audizione del leader spirituale di una delle regioni più sensibili per Pechino, si sentono di rispondere alle esigenze internazionali, di sottolineare la questione dei diritti umani e l autonomia linguistica e culturale tibetana. L incontro di Obama con il Dalai Lama, permette a Washington di apparire uno Stato in grado di sottolineare una distanza netta e precisa rispetto al proprio rivale, ma stretto alleato economico. Le astiose prese di posizione cinesi, a loro volta, hanno una funzione per lo più interna. Pechino soddisfa così un opinione nazionale che sul Tibet ha una posizione irremovibile e che va quindi curata, specie in questa fase di trasformazioni economiche e sociali. Insieme a questo c è il Nuovo Sogno cinese, lo slogan di Xi Jinping, che richiede una Cina vigile e in grado di comunicare a pari livello con gli Stati Uniti. Naturalmente un tornaconto c è anche per il leader spirituale tibetano: questo genere di incontri gli permette di mantenere alta, almeno per qualche giorno, l attenzione internazionale sulla regione tibetana, sottolineando la necessità di vigilare su quanto accade in una zona, spesso chiusa ermeticamente dalle autorità cinesi. Un teatrino che conviene a tutti e che si consuma ogni qual volta il Dalai Lama trova udienza presso qualche leader straniero. Primi ministri o Presidenti, CARACAS, MANIFESTAZIONI DELL OPPOSIZIONE. A SINISTRA, IL PRESIDENTE NICOLAS MADURO/REUTERS Scontro tra Pcc e Casa Bianca, ma l incontro tra il Presidente americano e il leader spirituale, permette a tutti gli attori in campo di ottenere un risultato politico CILE All ergastolo per omicidio noto leader mapuche Condanna all ergastolo «qualificato» (senza possibilità di benefici prima di 40 anni di carcere). Questa la richiesta dell accusa, in Cile, al processo contro il leader degli indigeni mapuche Celestino Cordova Transito. La sentenza verrà resa nota il 28 febbraio. Cordova è accusato di aver provocato l incendio di una fattoria nel corso del quale morì una coppia di anziani proprietari, il 4 gennaio del Il fatto è accaduto a nella zona di Temuco, a 700 km a sud di Santiago, dove è forte la presenza mapuche. Cordova era stato trovato, ferito, e arrestato. Per il tribunale, risulta provata in modo «inequivocabile» la sua partecipazione all incendio, che però non è stato di natura «terrorista» come ha sostenuto il governo cileno attraverso il ministero degli Interni durante il processo. Il leader mapuche è stato assolto dalla stessa corte dall accusa di aver preso parte a un altro incendio, nel dicembre del 2012, sempre nel comune di Vilcun per il quale rischiava 36 anni. I mapuche, che si battono per il recupero delle loro terre ancestrali contro grandi imprese agricole e forestali, subiscono pesanti condanne in base alla legge antiterrorismo, rimasta in vigore dai tempi di Augusto Pinochet ( ). è bene ricordare, che una volta giunti a Pechino dimenticano le istanze tibetane, mettendo sul tavolo tutto quanto può essere appetibile per i dollari dei forzieri cinesi, cercando di evitare ogni parola sospetta alle orecchie dei cinesi. Quanto all incontro di ieri, la portavoce del Consiglio nazionale di Sicurezza, Caitlin Hayden, ha sottolineato che gli Stati Uniti considerano il Tibet come parte della Cina, aggiungendo però che sono «preoccupati per le continue tensioni e il deteriorarsi della situazione dei diritti umani nelle regioni tibetane della Cina». Da Pechino era arrivata la richiesta di annullamento dell incontro, perché avrebbe fiito per provocare «danni seri» alle relazioni tra i due Paesi, costituendo un'interferenza negli affari interni cinesi. L'occasione, ha specificato Pechino, «danneggerà seriamente le relazioni sinoamericane. Esortiamo gli Stati Uniti a prendere sul serio le preoccupazioni della Cina, annullare immediatamente i piani per il leader degli Stati Uniti di incontrare il Dalai, non facilitare e fornire una piattaforma per le attività separatiste anti-cina del Dalai negli Stati Uniti». L'incontro è arrivato in un momento delicato per le relazioni sino-americane. Gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per il comportamento cinese nel Mar Cinese Orientale e Mar Cinese Meridionale, anche perché Pechino teme che la strategia pivot to Asia di Obama possa procurare danni ai suoi interessi nella regione. E ieri un ufficiale della Marina americana avrebbe sostenuto che la Cina starebbe preparando una guerra lampo di occupazione delle isole contese in funzione anti giapponese, ipotesi ammorbidita da altri ufficiali e quindi catalogabile nella risma di dicerie che ultimamente i due eserciti sembrano foraggiare. Allo stesso tempo, però, come sottolinea Reuters, «i due paesi sono sempre più interdipendenti e devono cooperare su questioni internazionali come l'iran e la Corea del Nord. La Cina è anche il maggior creditore estero degli Stati Uniti. Fino al 31 luglio, la Cina deteneva miliardi di dollari in titoli del Tesoro Usa, secondo i dati del Dipartimento del Tesoro». (s. pie.) DATAGATE ASSANGE: WIKILEAKS E I LETTORI SPIATI L'Agenzia per la sicurezza Usa (Nsa) e i servizi segreti britannici Gchq «hanno spiato WikiLeaks e i suoi lettori», ha affermato il sito di Julian Assange, citando documenti ottenuti da Edward Snowden, la fonte del Datagate attualmente in Russia. Assange, ancora bloccato nell ambasciata ecuadoriana a Londra, ha richiesto la nomina di un «procuratore speciale» che si occupi di questa violazione alla privacy. Secondo uno di questi documenti, dal 2010, la Nsa ha iscritto Assange su «una lista di persone che devono essere bersaglio di una caccia all uomo e che comprende sospetti membri di al Qaeda», ha sostenuto il sito in un comunicato e ha condannato «il comportamento senza fede né legge della Nsa» che ha spiato anche i lettori di Wikileaks. Il sito ha detto di aver chiesto al giudice spagnolo Baltazar Garzon, che cura la difesa di Assange e di Wikileaks di «preparare una risposta appropriata». LIBIA IL VOTO PER L ASSEMBLEA COSTITUENTE Fra domani e lunedì si conosceranno probabilmente i risultati delle elezioni per l Assemblea costituente in Libia, a cui ha partecipato il 45% degli iscritti, secondo quanto ha comunicato la Commissione elettorale. Un voto sotto tensione, soprattutto a Derna, nell est del paese, bastione delle milizie e dei gruppi armati che si contendono il controllo del paese. Alcuni seggi elettorali sono stati attaccati da uomini armati e una persona è morta. Secondo i comunicati ufficiali del governo, però, il voto ha potuto svolgersi nel 95% dei seggi. In un paese che, dopo l uccisione di Gheddafi è sempre più preda di violenze incontrollabili, la partecipazione dei cittadini alle vicende politiche ed elettorali è sempre più scarsa. Gli iscritti a votare sono stati appena superiori al milione, meno della metà di quelli del 2012 e meno di un terzo del totale degli aventi diritto. L Assemblea dovrebbe essere composta da 60 membri eletti e divisi equamente tra le tre regioni: Tripolitania, Fezzan e Cirenaica e avrà il compito di redigere la nuova Costituzione. SOMALIA SHEBAB ATTACCANO PALAZZO PRESIDENZIALE Uno spettacolare attentato (nella foto Reuters), rivendicato dagli islamisti Shebab, legati ad al Qaeda, ha preso di mira il palazzo presidenziale di Mogadiscio. Un kamikaze si è fatto esplodere in una macchina che ha aperto una breccia nel complesso presidenziale Villa Somalia, pur altamente presidiato. Un commando composto da una decina di uomini armati ha poi fatto irruzione nel palazzo presidenziale, tentando di uccidere il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, che però è rimasto illeso. Oltre agli assalitori, hanno invece perso la vita almeno cinque persone. «Nessun luogo è sicuro per il governo apostata», ha dichiarato il portavoce degli islamisti, Aziz Abu Musab, rivendicando l azione. Il presidente ha invece ribattuto che gli shebab «sono gruppi marginali in via di estinzione che non riescono ad avere un impatto significativo sul lavoro di ricostruzione del paese», che non riesce venir fuori da due decenni di guerra civile. HAITI L EX DITTATORE DUVALIER VERSO IL PROCESSO La giustizia haitiana ha ordinato una nuova inchiesta sui crimini contro l umanità «non prescrivibili» di cui è accusato l ex dittatore Jean-Claude Duvalier, detto Baby Doc, tornato a Port-au-Prince dal suo esilio francese nel Dopo il suo ritorno, diverse denunce erano state presentate contro l uomo forte di Haiti, che ha governato dal 1971 all 86 ed è accusato di arresti illegali e torture agli oppositori.

8 pagina 8 il manifesto SABATO 22 FEBBRAIO 2014 MACERIE D EUROPA Ucraina La Russia non firma il documento anti crisi, mentre il parlamento indice nuove elezioni presidenziali e il ritorno alla Costituzione del 2004 A Kiev tregua troppo fragile I gruppi neonazisti in piazza non accettano mediazioni : «Via il Presidente o proseguiamo la rivoluzione nazionale» Simone Pieranni A lla fine è arrivato l accordo, ma la soluzione della crisi ucraina appare distante, ricca di incognite e di scontri ancora da consumarsi. Lo hanno testimoniato alcuni elementi: intanto la Russia non ha firmato il trattato, lasciando molti dubbi sul futuro dei rapporti con l Ucraina (ha anche annunciato il blocco della tranche di 2 miliardi di dollari del prestito di 15 previsto), in secondo luogo gli elementi più duri dei manifestanti in piazza: non tutti hanno accettato l accordo mediato dall Unione europea, perché ormai è chiaro che la richiesta di chi gestisce le piazze, gruppi minoritari politicamente, ma in grado di determinare gli equilibri nelle strade, chiede come unica condizione le dimissioni di Yanukovich. Così, mentre la Ue celebrava il proprio successo diplomatico, benché con molte riserve, da Kiev arrivano le notizie dell inzio di nuovi scontri. Inaspettati, proprio perché tutti attendevano una giornata di tregua. Yanukovich, dunque non ha mollato la presa, ma ha finito per accettare condizioni piuttosto negative per quanto riguarda la sua gestione del potere. Il Parlamento ucraino a maggioranza, ha infatti deciso alcuni provvedimenti, che sono dirette, conseguenze degli accordi presi tra leadership ucraina e Unione europea. Se non costituiscono una sconfitta politica per il Presidente, poco ci manca. Intanto sono state indette elezioni presidenziali anticipate, anche se ancora non è stata specificata una data, ma dovranno in ogni caso svolgersi prima di dicembre. Ancora più importante la votazione che ha riportato il paese alla costituzione del 2004, facendo fuori quei provvedimenti del 2010 che avevano finito per elargire eccessivi poteri a Yanukovich e che costituiscono la base di molte delle proteste anti governative. A questo riguardo lo smacco per Yanukovich è stato doppio: la sua sconfitta parlamentare, infatti, è stata decisa proprio dai voti dei suoi. E ancora più rilevanti sono stati i 54 voti del proprio Partito che hanno permesso al Parlamento ucraino di approvare delle modifiche al codice penale, tra cui la depenalizzazione del abuso di ufficio. Significa che Julija Timoshenko, simbolo dell opposizione a Yanukovich, potrà essere liberata, con tutto quanto ne consegue da un punto di vista politico. Infine, nella giornata del compromesso al ribasso per Yanukovich, anche l esautoramento del ministro dell interno, Vitali Zakharcenko, uno dei principali nemici dell opposizione, accusato di essere il mandante della violenza della polizia in piazza. L accordo raggiunto ieri a Kiev prevede - oltre alle elezioni presidenziali - alcuni passaggi: entro 10 giorni deve formarsi un governo di unità nazionale, deve essere avviata una riforma costituzionale, è stata sottolineata la necessità di avviare indagini sulle violenze, il ritiro dell ordine circa lo stato di emergenza. «Ambedue le parti - è scritto nel documento - avvieranno seri sforzi per la normalizzazione della vita nelle città e nei villaggi ritirandosi dai palazzi amministrativi e pubblici, sbloccando le strade, i parchi cittadini e le piazze. Le armi illegali dovranno essere consegnate alle forze controllate dal ministero dell'interno. L'accordo ha in calce le firme del presidente ucraino Yanukovich, dei leader dell'opposizione Vitaly Klitschko, Oleh Tiahnybok e Arseniy Yatsenyuk, in quanto firmatari, dei ministri degli esteri polacco, tedesco e francese. La realtà delle cose però racconta un altra storia. La mancata firma russa, la liberazione di Tymoshenko e le voci che danno l ovest del paese completamente in mano alle forze di opposizione più violente e neo naziste, pongono l attenzione sul lato opposto, quello orientale del paese, in particolare verso la Crimea, con ipotesi di secessione tutt altro che campate in aria. Infine perché i militanti di «Settore destro», fra i protagonisti più organizzati e aggressivi della protesta di Maidan, hanno respinto come «inaccettabile» l'accordo che, denunciano, «non include un impegno chiaro a dimissionare il pseudo presidente, a sciogliere il parlamento, a punire i vertici delle agenzie di sicurezza e coloro che hanno attuato gli ordini criminali che hanno causato centinaia di vittime in questi giorni di proteste a Kiev». In una dichiarazione, il gruppo anticipa «il proseguimento della rivoluzione nazionale». RIFORME Depenalizzato l abuso d ufficio, la «pasionaria» sarà scarcerata Julija Tymoshenko, ladra di Stato I l presidente Yanukovich, eletto nel 2010 con elezioni giudicate democratiche da Ue, Consiglio d'europa e l'osce, si è piegato e ha indetto nuove elezioni straordinarie per porre fine alla minaccia di guerra civile. Ora è quasi scontata la prossima liberazione di Julija Tymoshenko, l'ex primo ministro e «pasionaria» della Rivoluzione arancione, condannata nel 2011 a sette anni di carcere per abuso di potere e d'ufficio, con l'accusa di aver rovinato il suo Paese sottoscrivendo un contratto capestro con la Federazione Russa di Putin per la fornitura di gas naturale. Il parlamento ucraino ha approvato infatti la depenalizzazione dei reati per i quali è stata incarcerata, e Julija potrebbe essere protagonista delle imminenti consultazioni. La parabola di Julija Tymoshenko inizia nella devastata Ucraina postsovietica degli anni Novanta, quando da giovane ragazza bruna di origini armene, piccola imprenditrice della perestrojka, opera su di sé un'incredibile metamorfosi trasformandosi nella bionda rappresentante dell'iconografia nazionale che conosciamo oggi. Grazie a un appassionato sodalizio con l'allora premier Pavel Lazarenko, accumula fortune in gran parte illecite, nascoste in paradisi fiscali, attraverso l'attività di intermediazione sul gas d'importazione russa. Entra in politica cercando e trovando l'appoggio - lei che aveva un nonno ebreo di nome Abram Kapitel'man - dei nazionalisti di estrema destra di Leopoli e dell'ucraina occidentale. È il bacino elettorale che sostiene partiti xenofobi, antisemiti e ultranazionalisti come Pravy Sektor (settore destra), i quali in queste ore dichiarano all emittente radio Eco di Mosca da piazza Maidan che rifiutano il compromesso accettato da Janukovich, il quale sarebbe a capo di un regime «giudaico-comunista»: continueranno a imbracciare le armi e sparare finché non rassegnerà le dimissioni. Chi cerca una chiave di lettura degli eventi di questi giorni in Ucraina, fuori dal soffocante mainstream a cui siamo sottoposti, può trovarlo in libreria nel volume «Julija Tymoshenko. La conquista dell'ucraina» (148 pp., 12 euro, Sandro Teti Editore, ritratto lucido dell'ascesa e caduta dell'ex premier e affresco dell'ucraina postsovietica. Il lettore può farsi una visione d'insieme della realtà ucraina, divisa in tre, forse quattro anime diverse. Il libro, scritto dallo stesso editore Sandro Teti, con lo pseudonimo di Ulderico Rinaldini, prefato dall'analista militare e geopolitico Alessandro Politi, direttore della Nato Defence College Foundation di Roma, è rigorosamente documentato su fonti ufficiali e articoli della stampa internazionale, ucraina e in lingua russa. ester nemo Crisi ucraina/ IL RUOLO DELLA YALTA EUROPEAN STRATEGY La Clinton-Pinchuk Connection, una oligarchia ucraino-americana Manlio Dinucci A l tavolo di Kiev in cui è stato negoziato l accordo formale tra governo, opposizione, Ue e Russia non sedeva ufficialmente alcun rappresentante della potente oligarchia interna che, legata più a Washington e alla Nato che a Bruxelles e alla Ue, spinge l Ucraina verso l Occidente. Emblematico il caso di Victor Pinchuk, 54nne magnate dell acciaio, classificato dalla rivista Forbes tra gli uomini più ricchi del mondo. La fortuna di Pinchuk inizia quando nel 2002 sposa Olena, figlia di Leonid Kuchma, secondo presidente dell Ucraina ( ). Nel 2004 l illustre suocero privatizza il maggiore complesso siderurgico ucraino, quello di Kryvorizhstal, vendendolo alla società Interpipe, di cui il genero è comproprietario, per 800 milioni di dollari, circa un sesto del valore reale. La Interpipe monopolizza in tal modo la fabbricazione di tubazioni in acciaio. Nel 2007 Pinchuk costituisce l EastOne Group, società di consulenza per investimenti internazionali, che fornisce alle multinazionali tutti gli strumenti per penetrare nelle economie dell Est. Diviene allo stesso tempo proprietario di quattro canali televisivi e di un popolare tabloid (Fatti e commenti) con una circolazione di oltre un milione di copie. Non trascura però le opere di bene: crea la Victor Pinchuk Foundation, considerata la maggiore «fondazione filantropica» ucraina. È attraverso questa fondazione che Pinchuk si collega ai Clinton, sostenendo la Clinton Global Initiative stabilita da Bill e Hillary nel 2005, la cui missione è «riunire i leader globali per creare soluzioni innovative alle sfide mondiali più pressanti». Dietro questo altisonante slogan c è lo scopo reale: creare una rete internazionale di potenti appoggi a Hillary Clinton, la già first lady che, dopo essere stata senatrice di New York nel e segretaria di stato nel , tenta di nuovo la scalata alla presidenza. La fruttuosa collaborazione inizia nel 2007 quando Bill Clinton ringrazia «Victor e Olena Pinchuk per la loro vigorosa attività sociale e l appoggio fornito al nostro programma internazionale». Appoggio che Pinchuk concretizza con un primo contributo di 5 milioni di dollari, cui ne seguono altri, alla Clinton Global Initiative. Ciò apre a Pinchuk le porte di Washington: assume per 40mila dollari al mese il lobbista Schoen, che gli organizza una Victor Pinchuk, magnate dell acciaio, è per «Forbes» tra gli uomini più ricchi del mondo serie di contatti con influenti personaggi, compresa una dozzina di incontri in un anno, tra il 2011 e il 2012, con alti funzionari del Dipartimento di stato. Ciò favorisce anche gli affari, permettendo a Pinchuk di aumentare le esportazioni negli Stati uniti, anche se ora i metallurgici della Pennsylvania e dell Ohio lo accusano di vendere sottocosto tubi di acciaio negli Usa. Per rafforzare ulteriormente i legami con gli Stati uniti e l Occidente, Pinchuk vara la Yalta European Strategy (Yes), «la più grande istituzione sociale di diplomazia pubblica nell Europa orientale», il cui scopo ufficiale è «aiutare l Ucraina a svilupparsi in un paese moderno, democratico ed economicamente potente». Grazie alla grossa disponbilità finanziaria di Pinchuk (che solo per festeggiare il suo 50 compleanno in una località sciistica francese ha speso oltre 6 milioni di dollari), la Yes è in grado di tessere una vasta rete di contatti internazionali, che diventa visibile nel meeting annuale organizzato a Yalta. Vi partecipano «oltre 200 politici, diplomatici, statisti, giornalisti, analisti e dirigenti del mondo degli affari provenienti da oltre 20 paesi». Tra questi emergono i nomi di Hillary e Bill Clinton, Condoleezza Rice, Tony Blair, George Soros, Jose Manuel Barroso, Mario Monti (che ha partecipato al meeting dello scorso settembre), ai quali si affiancano personaggi meno noti, ma non per questo meno influenti, tra cui dirigenti del Fondo monetario internazionale. Come ha spiegato Condoleezza Rice al meeting Yes 2012, «le trasformazioni democratiche richiedono tempo e pazienza, richiedono appoggio dall esterno così come dall interno». Un ottima sintesi della strategia che l Occidente adotta sotto il manto dell «appoggio dall esterno» per favorire le «trasformazioni democratiche». Una strategia ormai consolidata, dalla ex Jugoslavia alla Libia, dalla Siria all Ucraina: infilare cunei nelle crepe che ogni stato ha, per scardinarne le basi sostenendo o fomentando ribellioni antigovernative (tipo quelle a Kiev, troppo puntuali e organizzate per essere considerate semplicemente spontanee), mentre si scatena una martellante campagna mediatica contro il governo che si vuole abbattere. Per ciò che riguarda l Ucraina, l obiettivo è di far crollare lo stato o spaccarlo in due: una parte che entrerebbe nella Nato e nella Ue, un altra che resterebbe maggiormente collegata alla Russia. In tale quadro si inserisce la Yalta European Strategy dell oligarca, amico dei Clinton.

9 SABATO 22 FEBBRAIO 2014 il manifesto pagina 9 MACERIE D EUROPA Bruxelles I ministri degli esteri europei sono divisi e ammettono: «La fase è delicata, impossibile un compromesso soddisfacente al 100%» KIEV, YANUKOVICH E KLITSCHKO, A DESTRA MANIFESTANTI, SOTTO POLIZIA AL PARLAMENTO /REUTERS SI APRE IL FRONTE DELLA CRIMEA, in caso di dissoluzione dell'ucraina, perché la Russia sarebbe pronta ad entrare in guerra per la penisola che si affaccia sul mar Nero, a maggioranza etnica russa, legata storicamente all'impero degli zar e dove Mosca possiede tuttora una base navale. è quanto sostenuto da una fonte ufficiale di alto livello del governo russo al Financial Times: «Se l'ucraina si spacca - ha detto la fonte - si scatenerà una guerra. In quel caso gli ucraini perderanno subito la Crimea perché interverremo per proteggerla, esattamente come abbiamo fatto in Georgia», quando nell'agosto 2008 le truppe russe invasero il paese dopo un attacco lampo (fallito) delle forze georgiane in Ossezia del sud. E ieri, a fronte degli accordi firmati dagli emissari europei con il governo di Kiev, «la Russia ha deciso di sospendere la seconda tranche di aiuti finanziari all'ucraina, nel timore che la somma non possa essere restituita». Lo ha detto a Bloomberg Hong Kong il ministro delle finanze russo Anton Siluanov precisando che Mosca intende «aspettare che la situazione si stabilizzi», in quanto «sono emersi interrogativi su come queste risorse saranno impiegate». La somma è di 2 miliardi di dollari. UE L accordo c è ma è al ribasso, troppa violenza e le sanzioni rischiano di cadere nel vuoto E l Unione resta prudente L «infermiera» è viva. Ed è nazista Ieri i media di tutto il mondo - specie gli italiani - hanno servito un «simbolo» degli scontri di Kiev: l infermiera Olesya Zhukovska che, ferita nella battaglia, twittando «Muoio» è diventata «martire di Maidan». In realtà è ancora viva e il suo viso angelico ha finito per rappresentare l Ucraina che «vuole l Europa, contro il regime filo russo». Ieri però su Vkontakte, il facebook russo, lei ha raccontato la sua storia e la sua militanza. Proviene dalle regioni occidentali, le più anti russe, serbatoio delle forze in piazza a Kiev. E non solo. Perché Olesya ha sottolineato di fare parte di Praviy Sektor (Settore Destro), gruppo non solo di destra, ma propriamente neonazista e tra i più antisemiti e violenti nella piazza di Kiev. Sì, è il simbolo della «rivolta» ucraina. Simone Pieranni Anna Maria Merlo PARIGI L accordo tra il presidente Yanukovich e l opposizione è stato firmato ieri nel primo pomeriggio di fronte alla delegazione dei mediatori europei ridotta da tre a due ministri degli esteri, il tedesco Frank-Walter Steinmeier e il polacco Radoslaw Sikorski, perché il francese Laurent Fabius aveva lasciato Kiev per Pechino, dopo una notte di negoziato. Ma gli europei restano estremamente prudenti, la situazione in Ucraina resta molto confusa e in continuo cambiamento. L appoggio russo si è fatto Per i ministri europei l obiettivo era «fermare il bagno di sangue». La Nato: «Dialogo unica soluzione» aspettare, le manifestazioni continuano e il fronte dell opposizione è disunito. «È un buon compromesso per l Ucraina ha commentato Sikorski dà una possibilità alla pace, apre la porta delle riforme in questo paese e verso l Europa». Steinmeier, uscendo dal palazzo presidenziale, ha sottolineato che la fase resta «delicata», per Sikorski «tutte le parti devono avere in testa che un compromesso non può essere soddisfacente al 100%». Per il Quai d Orsay, «la situazione resta molto complicata» e l accordo serve prima di tutto per cercare di «evitare un bagno di sangue» ulteriore. Fabius parla di «un buon accordo, il meglio che ci si poteva aspettare», per David Cameron «dovrebbe favorire una soluzione politica durevole». François Hollande, come il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, chiede «la messa in opera nella sua integralità e nel più breve tempo possibile dell accordo». Per il primo ministro polacco, Donald Tusk, «la strada verso un accordo è stata lunga». La vigilia, la Ue aveva deciso delle sanzioni contro il regime di Kiev, per fare pressione. Ma anche su questo fronte, la prudenza è d obbligo, anche perché le divisioni tra europei permangono, molti paesi restano scettici sull efficacia di quest arma e addirittura alcuni temono che sia controproducente (anche a est, la Bulgaria per esempio). «Il principio delle sanzioni è stato votato a Bruxelles ha commentato un portavoce del ministero degli esteri francese ma per il momento la Ue auspica che venga trovato un accordo politico e che le violenze cessino per ridare prospettive politiche al popolo ucraino». Nei fatti, le sanzioni sono simboliche. Non si sa ancora chi saranno le personalità politiche ucraine a cui non verrà concesso il visto per la Ue (gli Usa hanno vietato il visto a una ventina di personalità), ma già sembra che questa misura non riguarderà i principali dirigenti. La minaccia di congelamento degli averi di alcuni di loro conservati nella Ue prenderà tempo per venire tradotta in opera: sono le banche di Cipro ad avere nelle casseforti la maggior parte dei soldi dei dirigenti ucraini. Per quanto riguarda l embargo sulla vendita di armi e materiale di repressione, è probabile che nessun paese sarà troppo zelante nel rivelare eventuali commerci di questo tipo. Ieri, il segretario della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha condannato lo «scandaloso bagno di sangue» a Kiev e inviato al «dialogo», come «sola strada» per trovare una soluzione. La Nato è uno degli elementi di tensione tra Russia e occidente: Bush avrebbe voluto l adesione dell Ucraina. L Ue non ha molto da offrire all Ucraina: né finanziamenti, né una prospettiva di adesione, al di là del trattato di associazione (non firmato a novembre e divenuto la scintilla che ha scatenato l incendio). La Ue avrebbe potuto assicurare alla Russia che la questione dell adesione dell Ucraina alla Nato era stata sotterrata per sempre, ma malgrado l attenzione che la Germania, che ha in mano la diplomazia Ue sul fronte ucraino, dedica alle relazioni con la Russia, non c è stata nessuna iniziativa per chiarire la questione, potenziale punto di partenza per un chiarimento geopolitico. «L assistente del segretario di Stato Victoria Nuland ha detto al National Press Club di Washington, lo scorso dicembre, che gli Stati Uniti hanno investito 5 miliardi di dollari ( ) al fine di dare all Ucraina il futuro che merita», così scrive Paul Craig Roberts sul suo blog. Lui è ex assistente al Tesoro degli Usa e dice cose documentate. E ho letto che la Nuland ha già scelto i membri del futuro governo ucraino per quando Yanukovic sarà stato spodestato (o fatto fuori). L Ucraina potrà avere così «il futuro che merita». Ma quale futuro merita l Ucraina, gli ucraini? Per come stanno andando le cose nessuno: non ci sarà l Ucraina. Nell indescrivibile clangore delle menzogne che gronda dai media mainstream la cosa principale che manca in assoluto è la banale constatazione che Yanukovic, l ennesimo «dittatore sanguinario» della serie, è stato eletto a larga maggioranza dagli ucraini. Nessuno ne contestò l elezione quando sconfisse Viktor Yushenko, anche se fu un boccone amaro per chi di Yushenko aveva finanziato l ascesa. E gli aveva perfino procurato la moglie. Pochi sanno che la seconda moglie di Yushenko si chiama Katerina Chumacenko, che veniva direttamente dal Dipartimento di Stato Usa (incaricata dei «diritti umani»). Ancora meno sanno che Katerina, prima di fare carriera a Washington, era stata uno dei membri più attivi e influenti dell organizzazione neo-nazista OUN-B della sua città natale, Chicago. OUN-B sta per Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini di Stepan Bandera. L OUN-B, tutt altro che defunta, ha dato vita al Partito Svoboda, il cui slogan di battaglie è «l Ucraina agli ucraini», lo stesso che Bandera innalzava collaborando con Hitler durante la seconda guerra mondiale. Del resto Katerina era stata leader del Comitato del Congresso ucraino, il cui ispiratore era Jaroslav Stetsko, braccio destro di Stepan Bandera. Che è come dire che il governo americano si era sposato con i nazisti ucraini emigrati negli Usa, prima di mettere Katerina nel letto di Yushenko. Anche di questo il mainstream non parla. Ma ho fatto questa digressione per dire che, certo, gli ucraini hanno tutto il diritto di essere scontenti, molto scontenti di Yanukovic. E di avere cambiato idea. Anche noi abbiamo tutto il diritto di essere scontenti di Napolitano o del governo, ma questo non significa che pensiamo sia giusto assaltare il Quirinale a colpi di bombe molotov prima e poi di fucili mitragliatori. Essenziale sarebbe stato tenere conto di questi dati di fatto. Ma il piano, di lunga data, degli Stati Uniti era quello di assorbire l Ucraina nell Occidente. Se possibile tutta intera. Sentite cosa scriveva nel 1997 Zbignew Brzezinski, polacco: «Se Mosca ricupera il controllo sull Ucraina, con i suoi 52 milioni di persone e le grandi risorse, riprendendo il controllo sul Mar Nero, la Russia tornerà automaticamente in possesso dei mezzi necessari per ridiventare uno stato imperiale». Ecco dunque il perché dei 5 miliardi di cui parla la Nuland. Caduto Yushenko, in questi anni decine di Ong, fondazioni, istituti di ricerca, università europee e americane, e canadesi, hanno invaso la vita UCRAINA SENZA FUTURO L Occidente apre il vaso di Pandora Giulietto Chiesa politica dell Ucraina. Qualche nome? Freedom House, National Democratic Institute, International Foundation for Electoral Systems, International Research and Exanges Board. E, mentre si «faceva cultura», e si compravano tutte le più importanti catene televisive e radio del paese, una parte dei fondi servivano per finanziare le squadre paramilitari che vediamo in azione in piazza Maidan. Che, grazie a questi aiuti, si sono moltiplicate. Adesso emerge il Pravij Sector («Settore di destra» e «Spilna Prava»), ma il giornale polacco Gazeta Wiborcza ha parlato di squadre paramilitari polacche che agiscono a Maidan. E la piazza pullula di agenti dei servizi segreti occidentali: lo fanno in Siria, perché mai non dovrebbero farlo a Kiev? È perfino più facile: Yanukovic, dittatore sanguinario, appare più molle di Milosevic, altro strano dittatore sanguinario che si fece sconfiggere elettoralmente da Otpor (fondato e ampiamente finanziato dagli Usa). Tutto già visto. C è solo un problema: Putin non è un pellegrino sprovveduto. È questo il popolo ucraino? Certo sono migliaia, anzi decine di migliaia, a mostrare il livello della rabbia popolare contro un regime inetto (non più inetto di quelli dei precedenti amici dell Occidente, Kravchuk, Kuchma, Yushenko, Timoshenko), ma chi guida è chiaro perfino dalle immagini televisive. E questa è la ex Galizia, ex polacca, e la Transcarpazia. Se crolla Yanukovic e prendono il potere costoro, sarà una diaspora sanguinosa. I primi ad andarsene saranno i russofoni dell est e del nord, del Donbass dei minatori, che già stanno alzando le difese. E subito sarà la Crimea, che ha già detto quasi unanime che intende restare dalla parte della Russia, anche per tentare di salvarsi dalla furia antirussa di coloro che prenderanno il potere. È l inizio delle secessioni, oggi perfino difficili da prevedere, dai contorni indefiniti, che produrranno non fronti militari ma selvagge rappresaglie all interno di comunità che non saranno più solidali. L Europa, fedele esecutrice dei piani di Washington ha aperto il vaso di Pandora. Che adesso le esploderà tra le mani. I nuovi inquilini saranno di certo concordati (sempre che Putin abbia la garanzia che non sarà valicato il Rubicone dell ingresso nella Nato), ma coloro che sono scesi in piazza armati hanno in testa un idea di Europa molti diversa da quella che si figura Bruxelles. E quelli in buona fede che sono andati dietro i neonazisti e sono sicuramente tanti si aspettano di entrare in Europa domani. E saranno tremendamente delusi quando dovranno cominciare a pagare, e non potranno comunque entrare, perché nei documenti di Vilnius questo non è previsto. L unico tra i commentatori italiani che ha scritto alcune cose sensate è stato Romano Prodi, ma le ha scritte sull International New York Times. Rivolto agli europei li ha invitati a non mettere nel mirino solo Yanukovic, bensì condannare anche i rivoltosi. E ha aggiunto: «Coinvolgere Putin», visto che tutte le parti hanno «molto da perdere e nulla da guadagnare da ulteriori violenze». Giusto ma ottimista. Chi ha preparato la cena adesso vuole mangiare e non si fermerà. E l isteria antirussa è il miglior condimento per altre avventure.

10 pagina 10 il manifesto SABATO 22 FEBBRAIO 2014 CULTURE STORIA SOCIALE Michele Nani L e trasformazioni del presente, quando hanno carattere strutturale e non semplicemente congiunturale, impongono di riconsiderare le letture del passato. Non solo in quanto, secondo l abusato adagio crociano, «ogni storia è storia contemporanea» e dunque l interpretazione del passato è anche una posta in gioco delle lotte politiche del presente. Piuttosto perché, con Koselleck e Hartog, siamo ancora nel regime di storicità instaurato dalle rotture europee del tardo Settecento: per cui la nostra percezione della storia contemporanea è frutto di una contrapposizione radicale fra passato e presente. Siamo dunque portati a pensare il mondo attraverso una serie di coppie concettuali, che un radicalizzano le distinzioni fra le società «tradizionali» di Antico regime e le nuove società «moderne». Anche quando parliamo di postmoderno o di fine della modernità siamo di fronte a un aggiornamento di quella logica. Fa parte di queste rappresentazioni oppositive anche l idea che la lunga transizione a formazioni sociali a dominante capitalistica abbia determinato una trasformazione qualitativa e irreversibile delle relazioni di lavoro. Dal pieno e assoluto dominio dei signori sui corpi al lavoro dei loro servi e sui loro prodotti si sarebbe passati a un mercato del lavoro «libero», ove la prestazione si scambia con un salario stabilito da un contratto. Certamente anche il contratto, come vide lucidamente lo stesso Max Weber, sancisce i rapporti di forza fra parti tutt altro che «eguali», dato che gli uni sono proprietari che cercano di valorizzare il proprio capitale e gli altri nullatenenti che cercano un salario per non morire di fame. Tuttavia un contratto scritto è meglio del patto orale (o dell assenza di patto) che caratterizza la dipendenza personale: perché postula l equivalenza dello scambio, presuppone l accordo fra i contraenti e pone qualche limite all arbitrio e alla discrezionalità del comando. Patti oscuri Per chi non l avesse già ripensato guardando alle periferie del capitale o agli imperi coloniali, le vicende degli ultimi decenni hanno dissipato come illusione ottica la pretesa irreversibilità non solo delle forme contrattuali più avanzate e delle garanzie conquistate dai lavoratori, ma anche la stessa idea di un passaggio storico epocale dalla coazione servile al libero contratto. Il lavoro salariato continua a diffondersi, ma l idea «evolutiva» e il suo segno «progressivo» sono state ridimensionate. È dunque ora più agevole ricostruire storicamente le cangianti e plurali costellazioni delle relazioni di lavoro: per farsi un idea basti scaricare le Outlines di storia del lavoro che Jan Lucassen ha compendiato in un saggio qualche mese fa (http://socialhistory.org/en/publications/outlines-history-labour). Fra lavoro «libero» (salariato-contrattuale) e lavoro «non libero» (servileschiavile) non si dà alternativa secca, né nei singoli contesti, né storicamente, bensì cicli di prevalenza relativa e, soprattutto, intrecci e gradazioni intermedie. Allo stesso modo non è agevole distinguere le forme di coazione al lavoro e di potere sul lavoro o porle su una scala evolutiva: alle matrici economico-sociali si intrecciano costantemente elementi extra-economici, in particolare giuridici e istituzionali. A questo cantiere di storia sociale delle pratiche lavorative si è affiancata, con la stessa diffidenza verso tipologie e schemi evolutivi e con la medesima attenzione alle insospettate continuità, una storia delle rappresentazioni del lavoro, che ha tracciato una genealogia critica dei paradigmi del lavoro ancora imperanti. Uno stimolante contributo in quest ultima direzione viene dalla recente ricerca di Maria Luisa Pesante, una «storia intellettuale» delle «figure del lavoro salariato» nella Un contratto che ruba la vita cultura europea, la cui tesi è limpidamente sintetizzata dal titolo (Come servi, Milano, Angeli 2013) e dall immagine di copertina: un disegno cinquecentesco che riproduce la scena dell ingresso in miniera di alcuni operai, sorvegliati da arcigni personaggi muniti di robusti bastoni. Antropologia al negativo Il punto di partenza della ricerca è la diffusa convinzione che la teorizzazione del mercato del lavoro, e dunque del lavoro come merce il cui prezzo (il salario) è determinato dalle «leggi» della domanda e dell offerta, risalga al sapere dell «economia politica», giunto a maturità nel Settecento, come descrizione e interpretazione del nuovo modo capitalistico di produrre. Attraverso un serrato confronto con i testi, una raffinatissima filologia che non si esaurisce nell esegesi interna, ma colloca i testi nel contesto intellettuale e sociale più largo, Pesante mostra come dietro la considerazione del lavoro come merce vi sia FERNAND LÉGER, «COMPOSIZIONE CON DUE PERSONAGGI», 1920 invece un altra storia. Non è l osservazione e formalizzazione teorica delle moderne relazioni capitalistiche di produzione ad ispirare l analisi del lavoro in quanto merce, ma l incorporazione nell economia politica di teorizzazioni precedenti sui lavoratori. La matrice dell idea del lavoro-come-merce risale ai teorici seicenteschi del diritto naturale (Grozio, Pufendorf ed altri), che nel tentativo di inquadrare in termini contrattuali tutte le relazioni sociali leggevano il salariato come variante temporanea della servitù perpetua. L uno e l altra rappresentavano ai loro occhi sottomissioni volontarie al potere altrui, dovute all indigenza. Seguendo le fonti del diritto romano, il salariato si doveva inquadrare nel contratto di «locazione», si pensava cioè come un affitto di lavoro. Però l erogazione di lavoro è difficilmente scindibile dalla persona-al-lavoro e dunque il salariato restava in una posizione ambigua, fra equivalenza dello scambio (che apre, per altro, a nuove ambiguità: a cosa dev essere equivalente il salario, al tempo di lavoro, alla quantità di prodotto o ad altro?) e ricaduta nella condizione servile (dominio sulla persona, senza limiti di compito, prodotto o tempo). A questa rappresentazione giuridica si affiancava un antropologia negativa del lavoratore salariato, che ricalcava quella del servo e dello schiavo: incapace politicamente e civilmente, la sua soggettività si riduceva a una costante pulsione verso l ozio e la frode. Questa lettura del salariato aveva due corollari: primo, l idea che i salari non possano crescere oltre un certo, ristretto limite dettato dalla sussistenza del lavoratore - e se crescono troppo è necessario l intervento dello Stato ad abbassarli per legge, ripristinando l ordine naturale; secondo, l impensabilità di un conflitto «verticale» fra persone e gruppi dallo statuto diverso, se Nel libro «Come servi» edito da Angeli, Maria Luisa Pesante disegna una cartografia delle «persone salariate». Il lavoro si sviluppa come sottomissione volontaria al potere altrui a causa di indigenza fino alla ricaduta in una sorta di schiavismo, dovuto all esistenza precaria e alla negoziazione delle proprie esigenze non nei termini patologici della violazione o rottura del contratto, che rappresenta un reato e come tale va represso. Buona parte di questo bagaglio è alle origini dalla nuova «economia politica», che si vuole scientifica e oggettiva: è invece attraverso le lenti della giurisprudenza naturale e dunque del lavoratore come schiavo o servo che si teorizza il lavoro come merce fra le altre e quindi il mercato del lavoro. L approccio di Pesante non è semplicistico: non si tratta di errori o di distorsioni ideologiche, quanto di vere e proprie aporie, di difficoltà reali. Gli interpreti passati in rassegna, dai giusnaturalisti ai filosofi politici, dagli economisti «pratici» ai teorici illuministi di un nuovo sapere, fino al caso emblematico di David Hume, faticano a leggere una realtà nuova e mutevole, perché si servono di vecchi strumenti e anche quando ne costruiscono di nuovi devono appoggiarsi, anche solo parzialmente, su presupposti precedenti. Nonostante i successivi tentativi di chiuderle dell economia politica classica (Smith, Ricardo) e poi del neoclassicismo (da Jevons ai suoi eredi dell ultimo quarantennio «neoliberista»), quelle aporie sono sopravvissute e sono tuttora vive. La libertà espropriata L autrice riconosce che queste aporie non impedirono all epoca approcci alternativi e meno rigidi al salariato, come ad esempio quelli degli economisti francesi (ad esempio Turgot), destinati tuttavia a rimanere minoritari nel farsi della nuova disciplina economica. Nemmeno in seguito sono mancate prese di posizione e teorizzazioni alternative, ma anch esse sono rimaste subalterne: come la Dichiarazione di Filadelfia dell Organizzazione internazionale del lavoro, che si apriva nel 1944 negando che il lavoro fosse una merce; come, negli stessi anni, la Grande trasformazione di Karl Polanyi, nella quale si sosteneva che la mercificazione di lavoro, moneta e terra era alle origini degli squilibri delle società capitalistiche; o, ancora, come l economia delle convenzioni e la sociologia economica, che hanno criticato il riduzionismo mercantile e i suoi formalismi. Invece Pesante non dà troppo credito alla declinazione marxiana della critica all economia politica. È vero che Marx teorizzò il passaggio al lavoro «libero» nel capitalismo maturo, ma questo non significava una liberazione dei lavoratori, bensì un esproprio: l «accumulazione originaria» è la storia del passaggio della proprietà dei mezzi di produzione dai contadini e dagli artigiani ai mercanti-imprenditori e della conseguente trasformazione dei produttori indipendenti in «proletari» che vivono di lavoro salariato. Inoltre se la forza-lavoro (non il «lavoro», né il lavoratore) viene acquistata come una merce, per Marx non era una merce come le altre. In primo luogo, la capacità lavorativa viene comprata con un salario, che esprime il costo della sua riproduzione: ma non si tratta di un equivalenza astratta, quanto di una rapporto di forza storicamente variabile, per cui quel costo può essere abbassato dalla pressione dell offerta sovrabbondante delle braccia dell «esercito industriale» dei disoccupati, ma può essere anche alzato dal conflitto organizzato, dal «movimento operaio». In seguito, una volta negoziato il prezzo, si passa dal mercato del lavoro ai luoghi della produzione, ove la forza-lavoro socializzata e cooperante rivela di essere una merce unica, per la sua peculiare capacità di aggiungere valore e dunque di produrre non solo merci, ma soprattutto profitto. Il dominio simbolico Oggi il dibattito su classe e lavoro è e non mancano visioni critiche su Marx anche in coloro che al suo arsenale teorico si ispirano (occorrerà tornare, ad esempio, su Beyond Marx, appena uscito per le cure di Marcel Van der Linden e Karl- Heinz Roth), ma la posizione dell autore del Capitale resta imprescindibile e fertile. Altri, ad esempio, hanno esteso la valenza dell «accumulazione primitiva» per espropriazione al di là del momento «originario», come processo che si ripropone continuamente (accanto ad Harvey sono da ricordare Mezzadra, Sacchetto e Tomba). Ispirata dall esperienza concreta delle relazioni capitalistiche, ma talvolta anche da Marx, la reazione soggettiva dei portatori della merce-lavoro ha inciso sulla società contemporanea ben più di quanto non abbiano potuto fare le pur ricorrenti e radicali rivolte di schiavi e di servi dei secoli precedenti. Sindacati e scioperi, partiti politici e rivoluzioni hanno segnato l Otto e il Novecento e dimostrato praticamente che il lavoro non è solo una merce. Eppure oggi tanti continuano a pensarlo in quel modo e il dominio materiale del capitale è così raddoppiato in un dominio simbolico, che ci porta a interiorizzare la riduzione a merce, concorrenza e impresa di qualsiasi aspetto della vita sociale, dal sapere alle risorse, dalla formazione alla salute. Con il risultato, evidenziato con discrezione ma non senza amarezza anche dall autrice di questo prezioso volume, che l odierna precarizzazione ripropone lavori salariati contrattati al di sotto del livello di sussistenza. A questi nuovi servi, come i loro predecessori pienamente disponibili e senza diritti né tutele, nuovi economisti e nuovi filosofi spiegano quotidianamente che quelle tristi condizioni si devono alla pigrizia: solo lavorando più a lungo e più intensamente (o, variante post-moderna, facendosi «imprenditori di se stessi») i lavoratori possono godere di qualche miglioramento. Non certo ricorrendo collettivamente al conflitto, che questi buoni eredi degli autori sei-settecenteschi studiati in Come servi esorcizzano come inutile o dannoso proprio perché, in fondo, fa saltare la mercificazione del lavoro e con essa le teorie che ne celebrano la naturalità.

11 SABATO 22 FEBBRAIO 2014 il manifesto pagina 11 CULTURE oltre tutto NASCE IL CENTRO PER L ARTE PERDUTA Il governo tedesco intende creare un centro unificato per il recupero di opere d arte rubate dai nazisti. Il Centro Tedesco per l Arte Perduta sarà istituito verso la metà di quest anno a Magdeburgo, con un distaccamento a Berlino. Suo compito sarà centralizzare le attività affidate a singole iniziative di musei, archivi e biblioteche, ha spiegato il segretario di Stato per la Cultura, la cristiano democratica Monika Grutters, in un documento inviato ai governi dei 16 land della federazione tedesca. L'iniziativa giunge dopo la scoperta in ottobre di circa 1500 opere di maestri delle avanguardie, trovati a casa di Cornelius Gurlitt, figlio di un mercante d'arte vicino al nazismo. Gli esperti sono ancora al lavoro per capire quali quadri siano stati sottratti a collezionisti ebrei e quali sequestrati a musei come «arte degenerata». NARRATIVA «Lascia che il mare entri» di Barbara Balzerani Un tempo che scorre tutto al femminile Andrea Colombo È possibile raccontare in un centinaio appena di pagine la parabola del Novecento, fissare l istantanea grondante dolore della sua anima, ricapitolare la somma delle sue promesse e dei suoi tradimenti, le illusioni smaglianti e le delusioni cocenti, la speranza e la ferocia? Ed è possibile farlo guardando la storia dal basso, con gli occhi di chi la ha subìta e sofferta e ne ha pagato i prezzi più salati ma ha anche creduto di potersene rendere protagonista, con la pazienza tenace della fede nel progresso o con DeriveApprodi pubblica un romanzo «famigliare», che custodisce storie private e collettive l impazienza furiosa di chi cercava una rivoluzione che restituisse tutto e subito a chi non aveva avuto mai niente? Barbara Balzerani dimostra in questo libro breve e profondissimo che lo si può fare. Però non basta scrivere molto bene: il requisito è necessario, non sufficiente. Bisogna anche sapere per istinto innato e sapienza acquisita che «dipingere è l arte di svuotare un quadro», lezione che in Italia ha contato un solo maestro, Luigi Pintor. Occorre calibrare le parole e le emozioni una per una, mai a cuore leggero, mai inseguendo il vezzo dello stile, caricando ogni frase e ogni riflessione di una sofferenza affrontata a viso aperto e di una ricerca tanto ambiziosa quanto coraggiosa. Si deve considerare la scrittura non come mestiere ma come strumento atto a scandagliare sempre a più fondo la propria anima, per cogliervi i riflessi di un intera epoca. Lascia che il mare entri (Derive- Approdi, 2014, pp. 96, euro 12.00) è il risultato di questa indagine che parte da sé per arrivare a una realtà comune e generale: un dialogo sospeso nel tempo tra l autrice, una bisnonna contadina mai conosciuta ma presente da sempre nel suo immaginario, una madre operaia passata dai campi alla fabbrica, dalla miseria dei braccianti al miraggio di affrancarsi da quelle catene antiche grazie alla modernità della catena di montaggio. Tra una vita e l altra ci passano due guerre, una migrazione, un miracolo economico, una rivoluzione fallita. Lungo questa parabola di donne forti, corre il filo di un sogno franato, rovinato su quelle (e quelli) che gli avevano affidato la missione di cambiare l esistenza loro e quella dei loro figli, e ci avevano investito tutto. Faticando la vita in casa mentre gli uomini se la sudavano nei campi. Restando ad aspettare che tornassero (forse) i mariti, spediti in trincea come carne da macello. Migrando non solo da una regione d Italia a un altra, ma tra un mondo e uno tutto diverso. Lasciando le cucine per i padiglioni del lavoro salariato. Conquistando a prezzo carissimo brandelli di autonomia come persone e come donne. Alla fine tentando una rivoluzione che rovesciasse per intero lo stato delle cose. Quel sogno perduto, quel giuramento disatteso, è anche, ma non solo, la rivoluzione. È molto di più. È il progresso. È la fede salvifica nella tecnica come elemento destinato in un modo o nell altro, col passo lento della sopportazione o con quello accelerato della spallata rivoluzionaria, a redimere la vita di tutti gli anonimi sulla cui testa la storia era abituata a passare senza neppure consultarli. Lascia che il mare entri è anche la storia di un conflitto, e della sua ricomposizione postuma: tra due donne, o forse tra due generazioni di donne, che hanno combattuto per gli stessi obiettivi, cercato il medesimo riscatto con strumenti diversi e per vie opposte, senza riuscire a riconoscersi se non per attimi fuggenti, e poi JEAN FRANÇOIS MILLET, «SPIGOLATRICI», 1857 subìto lo stesso inganno, patito la stessa sconfitta. Arrivati al momento del bilancio, la chimera della rivoluzionaria armata e quella della operaia immigrata si somigliano molto più di quanto non apparisse. L amarezza della disillusione è gemella. In questo fantasmatico confronto tra tre generazioni di donne, quella che più si avvicina a aver compreso l essenza della vita è la più anziana, la contadina che sapeva adeguarsi ai ritmi lenti della natura, senza tentare di violarli né ROMANZI «Nostra Signora del Nilo» di Scholastique Mukasonga, per 66thand2nd Il liceo delle buone cristiane Francesca Giommi O spite del Festival de la Fiction Francais il prossimo 25 febbraio (presso l Institut français, Centre Saint- Louis, largo Toniolo 20/22, Roma, ore 19.00), Scholastique Mukasonga approda in Italia per la prima volta con il suo terzo romanzo, Nostra Signora del Nilo (Gallimard 2012) già vincitore del Prix Renaudot e del Prix Ahmadou Kourouma, appena uscito nel nostro paese per la casa editrice 66thand2nd, in traduzione dal francese di Stefania Ricciardi. A vent anni dall orribile massacro del popolo tutsi avvenuto in Ruanda tra il 6 aprile e il 19 luglio del 1994 perpetrato dagli hutu in 100 giorni di follia sterminatrice durante i quali un milione di individui persero la vita e altrettanti furono messi in fuga l autrice ruandese parlerà del genocidio che colpì pesantemente anche la sua famiglia, uccidendone trentasette membri, ma anche di riconciliazione, di responsabilità e del futuro del suo paese, da cui riuscì a fuggire in giovane età riparando prima in Burundi e poi in Francia, dove vive dal 1992 e dove soprattutto scrive «per dar degna sepoltura ai morti e dignità ai vivi». La vicenda si svolge negli anni Settanta in un liceo femminile a 2500 metri di altezza, nei pressi di una presunta sorgente del Nilo È un dialogo sospeso tra l autrice stessa, la bisnonna contadina mai conosciuta e una madre operaia illudersi di poterli dominare: la matriarca che si era chiusa per sempre nel mutismo quando l angelo sterminatore del Novecento si era presentato alla sua porta per annunciare la guerra che inaugurava il secolo breve. Una di quelle che sapevano accettare tutto, «non per codardia ma per intelligenza della forze che regolavano il mondo».. Possedeva il segreto degli antichi costruttori delle case di Scilla, dove si conclude questo romanzo: costruite in mezzo al mare, con porte pensate non per chiudere fuori il mondo ma per fare entrare le onde e lasciar fluire all interno la marea. Ci sono scrittori che si guardano intorno e creano universi. Ce ne sono altri che guardano al loro interno, lavorano sulla propria esperienza per sgrossarla e raffinarla sino a rintracciarne la valenza universale: la genealogia privata di un sentire comune. Di libro in libro, Barbara Balzerani racconta la realtà intima e universale di una sconfitta che va molto oltre i confini della nostra rivoluzione fallita o di un opulenza bugiarda, rivelatasi poi intrisa di veleno. Quella sconfitta rappresenta il cuore dell esperienza profonda della generazione e dei tempi da cui Barbara proviene. Riguarda tutti, anche chi può illudersi di esserne uscito vincente. Però nessuno, sinora, era riuscito a renderne compiutamente il senso, l intima realtà e insieme, la necessità di redimerla attraverso l unica possibile via di riscatto, che è la ricerca della verità Forse non si può pretendere che chi, nell Italia di oggi, si guadagna da vivere scrivendo di chi scrive, e scopre un Proust o un Simenon dietro ogni chiacchiericcio, sappia mettere da parte la vicenda biografica di Barbara Balzerani per misurarsi senza schermi e pregiudizi con quello che scrive. Quando ne saranno capaci, e prima o poi succederà, scopriranno che è una delle poche scrittrici vere che ci siano oggi in questo Paese. Questo è il suo libro migliore. Per ora. a cui le studentesse vanno in pellegrinaggio ogni anno a maggio, nel mese di Maria, per venerare la Nostra Signora del Nilo, vergine nera dai tratti troppo tutsi e per questo foriera di grandi sventure e odi separatisti. Prescelte per rappresentare l avanguardia del progresso femminile, figlie di ministri, militari d alto rango, uomini d affari e ricchi commercianti, le ragazze vanno fiere del loro valore come merce di scambio per matrimoni politici nei quali dovranno essere buone mogli e buone madri, ma anche buone Le giovani studentesse rappresentano quella nuova élite femminile destinata a diventare un modello per tutte le donne del Ruanda Una mostruosa solitudine Arianna Di Genova N on si vedono, ma neanche si stimano. Anzi, non fanno che insultarsi. Solo sulle macerie morali di uno può dichiararsi vincitore l altro. Ogni frase cattiva (dalla denigrazione fisica a quella che tocca le capacità cognitive fino al tentativo di disintegrare il «compagno» con parole tremende) viene inesorabilmente accompagnata da pietre lanciate con violenza. Rocce che ad ogni tiro diventano più grandi: non passa molto tempo che la montagna - l unica casa dei due esseri litigiosi - viene smontata. Non rimane niente. Eccoli, allora, i Due mostri di David McKee: gli stessi avversari che vivono uno sul lato orientale e l altro su quello occidentale, separati da enormi massi, ora sono costretti a guardarsi in faccia. L aggressività, quasi per magia, scompare. Non c è più la montagna che li riparava - l hanno buttata giù con la loro rabbia. Formava un ostacolo naturale e li rendeva diffidenti e ostili. Finalmente, scoprendosi, fanno amicizia. Sono state fino a quel momento due creature solitarie per necessità, che in realtà covano un esacerbato bisogno dell altro, qualcuno che sia diverso da sé eppure uguale, anche solo per esistere come contrappunto negativo. La casa editrice Lapis riporta sugli scaffali delle librerie Due mostri (pp. 32, euro 12,50), la favola sull intolleranza e la paura raccontata con tutta l ironia che da sempre ci dispensa l autore e illustratore inglese David McKee (la scrisse nel 1985). Per chi non avesse ancora scoperto questo scrittore (classe 1935, nato in Devonshire, vive nel sud della Francia) e fosse fresco di genitorialità, consigliamo un attacco bulimico di letture, una immersione nei personaggi di McKee che possa comprendere non soltanto i monsters votati al conflitto per partito preso, ma anche l intera saga dedicata all elefantino Elmer (così variopinto da soffrire per la sua diversità, salvo poi rendersi conto della risorsa che rappresenta per la comunità della giungla: è lui l allegria e il diversivo in un branco altrimenti noioso e terribilmente, pachidermicamente grigio). O, ancora, la conoscenza diretta, sulle pagine - è diventato anche un cartoon e una serie tv di successo - di King Rollo, reuccio alle prime armi e per questo in grado di stupirsi di fronte alla natura e al fascino delle sue stagioni. Pittore agli esordi dei suoi studi, McKee ha sempre detto di aver amato moltissimo gli anni Sessanta e nei suoi disegni non si è mai persa traccia della creatività di quegli anni. In più, l autore inglese ha guardato con insistenza all arte, finendo per assumere, in forma di collage, «l umorismo di Picasso e quello di Dubuffet», ma anche i colori selvaggi dei Fauves, fino alle linee invisibili di Klee. Insomma, un vero rapsodo visivo, con la penna e la leggerezza giusta. «Non volevo diventare ricco con i miei libri. Per me, sono un modo di vivere, io a farli mi sono sempre divertito». cittadine e buone cristiane: «in dote, le famiglie non avranno solo mucche o boccali di birra tradizionali, ma anche valigie traboccanti di banconote, un cospicuo conto in banca alla Belgolaise di Nairobi o di Bruxelles. Grazie a loro, la famiglia si arricchirà, il clan consoliderà la sua potenza, la dinastia espanderà il suo dominio». Ritratto vivido di un Africa coloniale cristianizzata, le giovani studentesse rappresentano quella nuova élite femminile destinata a diventare un modello per tutte le donne del Ruanda della prima repubblica hutu e a giocare un ruolo importante nell emancipazione del popolo ruandese. Il francese è l unica lingua autorizzata, poiché, soprattutto in un liceo dedicato alla Vergine Maria, bisognava bandire ogni parola di swahili, la lingua deplorevole parlata dai seguaci di Maometto, ma anche i costumi devono essere rigorosamente quelli dei bianchi, ritenuti emblema di civiltà e unica via di accesso allo sviluppo democratico del paese. Eppure, sotto una superficie di apparente candore e stretti codici morali, si annida lo spettro sovversivo della devianza e il retaggio separatista dell antropologia razzista di stampo ottocentesco, che porteranno nefaste conseguenze nel microcosmo del liceo, anticipazione della devastazione nazionale che di lì a vent anni avrebbe sconvolto l intero paese. Su questi stessi fatti, in maniera più direttamente autobiografica, si costruiscono le prime due opere della Mukasonga: La femme aux pieds nus (La donna dai piedi nudi, Gallimard 2012), dedicato alla madre dell autrice stessa, e l autobiografia Inyenzi ou les cafards (Inyenzi o gli scarafaggi come venivano chiamati i tutsi, Gallimard 2006).

12 pagina 12 il manifesto SABATO 22 FEBBRAIO 2014 A teatro VISIONI «Il viaggio di Nicola Calipari» di Fabrizio Coniglio e Alessia Giuliani, scritto con Giuliana Sgrena, cerca di fare luce sull uccisione del funzionario a Baghdad EVENTI Dal sequestro della nostra giornalista al «fuoco amico», la ricerca della verità Un eroe in divisa Gianfranco Capitta ROMA N on solo per la redazione de il manifesto, ma per tutti i lettori e per tutti coloro che ne avevano chiesto e gridato il rilascio dai sequestratori, la gioia per la liberazione di Giuliana Sgrena a Baghdad fu ombrata dal dolore per la morte di Nicola Calipari, il funzionario dei servizi che a un passo dall aeroporto, e quindi dalla libertà per la nostra Giuliana, fu ucciso da una pattuglia americana facendo scudo a lei con il proprio corpo. Già poco tempo dopo quella sera drammatica, due giovani attori decisero di impegnarsi a raccontare quella «storia», sulla scena. Per restituirne l emozione, e per cercare di far luce su un mistero così doloroso, rimasto tale, senza responsabili nonostante inchieste e indagini. Quel discorso teatrale e civile non è rimasto fermo, perché i due attori, Fabrizio Coniglio e Alessia Giuliani, assieme alla stessa Giuliana, hanno continuato un lavoro di informazione e sensibilizzazione, soprattutto tra i ragazzi nelle scuole, che ha permesso di riempire l altra sera il teatro Argentina non solo di pubblico, ma anche di emozioni e riflessioni su un ennesimo buco nero della recente storia italiana, e sulla figura di un servitore dello stato e della comunità. Senza retorica, ma solo con i fatti e le testimonianze che si sono aggiunte al termine dello spettacolo, è uscito fuori un «ritratto» di Calipari che inizia a rendergli giustizia, e meriti. Il racconto dello spettacolo di Coniglio e Giuliani ha un titolo programmatico: Il viaggio di Nicola Calipari. E scorre lineare e nervoso, col ritmo secco delle informazioni che arrivano, ma che QUARTET Il testo di Muller, regia di Malosti La sconfitta oltre l eros Col regista sul palcoscenico si scontra Laura Marinoni, attrice ricca e possente ROMA U n testo che è stato famosissimo e super rappresentato una ventina d anni fa, poi caduto in un limbo della memoria, da cui riemerge ora ad opera di Valter Malosti che ne è riduttore, regista e interprete, a fianco di Laura Marinoni. È Quartet (al Piccolo Eliseo fino all 1 marzo) di Heiner Müller, riscrittura crudele e piuttosto «politica» di un romanzo anch esso famoso, Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos - che negli ultimi decenni ha avuto anche tre, più o meno fedeli, versioni cinematografiche (Stephen Frears, Milos Forman, e primo Roger Vadim). A quel testo quasi sacro del 700 francese, Müller dà un livido carattere di duello all ultimo stadio. La dama e il cavaliere che più non si amano (dopo averne fisicamente verificato le estreme possibilità geometriche), discutono non tanto del passato (ben presente per ricordi e citazioni) ma delle prospettive attuali, e forse future, del loro eros: per far sprizzare a fianco della gelosia, un progetto politico di libertinaggio inteso come rapporto col mondo: un orizzonte dove la caduta della morale è facilmente riconoscibile come quella delle ideologie. Quartet viene scritto nell 82, quando già il comunismo sovietico era imploso, e si avvicinava la caduta del Muro. Esattamente come 200 anni prima de Laclos l aveva scritto alla vigilia della rivoluzione francese che avrebbe spazzato l assolutismo monarchico. La crudeltà di Müller sta proprio nel menare fendenti alla morale costituita, con un feroce humour che dissacra le stesse possibilità eversive dello strumento erotico. Il gusto dello sberleffo colpisce per prime le prestazioni sessuali e il primato atletico di quell attività che dovrebbe terremotare la vita, gli appetiti e lo status sociale di baronesse ed educande. La marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont predicano agli ingenui, perché i moralisti son già rassicurati e barricati, magari oltre la soglia dell oscenità. Lo spettacolo di Malosti chiude l incontro/scontro in una stanza di degenza ospedaliera, con lei allacciata a una flebo di untuosa e rosea densità. Laura Marinoni è una belva, attrice ricca e possente nell alternare sofferenza a alterigia, strafottenza ad antica sapienza; in questo continuo scambio reciproco di accuse e sevizie, Malosti tenta inutilmente di controllarla con tutti gli strumenti del caso (compreso un aureo fallo eretto, uscito magicamente dai pantaloni 700). Ma tanto lo scontro non è destinato a un risultato, entrambi vanno verso la sconfitta, dentro e fuori delle pareti del sesso. g. cap. prendono corpo qui anche nei ricordi, negli episodi, nei lampi e nelle paure che Giuliana rapita ha annotato nel suo diario mentale. Dal sequestro all uscita dall università di Baghdad dopo le interviste, ai giorni lunghi e sospesi della prigionia, ai momenti «irreali» della liberazione, a quel maledetto e breve tragitto verso l aeroporto attraverso una città scura e insidiosa che la guerra ha reso paesaggio da Blade Runner. Poi il posto di blocco inaspettato, la sparatoria, il sangue: un lasso di tempo brevissimo che dà il segno G. Cap. ROMA A venticinque negativo a quella felicità, sia di Giuliana sia di quanti aspettavamo qui la sua liberazione. Ma il viaggio del titolo vuol essere anche quello di Nicola Calipari, da una vita di principi e rettitudine nel lavoro che faceva, alla morte misteriosa e infame, cui nessun tribunale ha poi mai reso giustizia. «Fuoco amico» è la definizione comune per quel tipo di eccesso di zelo militare che tante volte invece di puntare al «nemico», finisce per mietere vittime nel proprio schieramento. L infamità di ogni guerra, rende ancor Lo spettacolo è anche il racconto di una vita, e di scelte non facili, allineate con commuovente emozione più misterioso quanto sia successo alla periferia di Baghdad, con le competizioni (e gli interessi contrastanti) dentro uno stesso schieramento. E proprio per evitare che desolazione e sconcerto finiscano per imprigionare i sentimenti oltre che la verità, lo spettacolo scava nella vita e nella carriera di Calipari. Allineando episodi di commovente umanità a scelte di vita non facili, usando gli strumenti elementari del teatro come luci, buio, la parola, per costruire l emozione dello spettatore. E al termine dello «spettacolo» alcune testimonianze dal palco aggiungono elementi di verità ancor più inquietanti, e sconosciuti ai più. Come il fatto che siano stati la correttezza e l intuito di Calipari, al tempo del sequestro Soffiantini e della sparatoria sulla bretella autostradale romana dove restò ucciso un sottufficiale, a far emergere per questa morte le responsabilità di un «fuoco amico». O ancora il lavoro investigativo sulla Ndrangheta e i suoi rituali, svolto con strumenti quasi etnoantropologici, durante un soggiorno australiano cui era stato spedito per motivi di sua sicurezza personale. Una persona normale, ma con saldi e onesti principi. Tanto da apparire ora un eroe, un eroe in divisa, anche se non la portava. In Scena/ «IL TEATRANTE», BRANCIAROLI RILEGGE BERNHARD Grandezze e miserie del mattatore La società riflessa allo specchio anni dalla morte, la scrittura di Thomas Bernhard resta centrale e solidissima non solo nei libri, ma anche sul palcoscenico, a cui l autore austriaco dedicò tanta parte delle sue energie e del suo humour micidiale. E sono ancora inimitabili i suoi furori e la sua crudeltà verso la cultura e la politica di tutta l area di lingua tedesca, di cui smaschera la consistente e persistente eredità nazista. Riti e miti di quelle borghesie divengono nelle sue parole gran balli macabri, che nascondono il vuoto e il conformismo che dappertutto alligna. Sul teatro poi, cui lo lega la consuetudine e un contrastato amore, Bernhard distilla veleni tanto forti da risultare perfino «affettuosi», rispetto a un mondo che è di per sé messinscena e travestimento, e quindi metafora aurea di una società e di tutto un mondo. Un attore tanto umorale quanto importante del nostro teatro come Franco Branciaroli, mette insieme le forze del teatro pubblico di cui è responsabile artistico (quello di Brescia) e della sua compagnia (gli Incamminati) per regalare al pubblico il delirio irresistibile de Il teatrante (al Quirino ancora stasera e domani) per un excursus nella grandezza e nelle miserie di un grande attore, della sua idea di teatro, della sua apparente «ragionevolezza» in un universo che nel suo teatro si specchia, e che forse si merita, benché disorientato. Il grand attore, dal nome italiano e dall illimitato repertorio, giunge con la sua compagnia strettamente familiare (la moglie, il figlio, la figlia) alla locanda sprofondata nella campagna austriaca, intrisa di odori e polvere, con una sterminata serie di quadri e quadretti alle pareti, in mezzo ai quali (tocco espressionista tra tanto accurato realismo) eccelle una teoria di maiali appesi a mezz aria. Nella ricca scena disegnata da Margherita Palli, diventano visibili i fantasmi orrifici che Bernhard aborriva, così come nelle parole dell attore Branciaroli (la commedia è in pratica un lungo, articolato e ricorrente monologo) suonano illusioni e grandeur di chi del teatro si è fatto (per amore o per necessità) una corazza. Ovvero una divisa di difesa e combattimento rispetto a tutto l orrore che lo circonda, e che lui stesso sublima nella tronfia superiorità che emana, pronta ad andare in crisi se gli viene a mancare l acqua minerale di una certa marca. E in parti semimute, si difendono bene gli attori della compagnia, da Daniele Griggio a Tommaso Cardarelli, da Melania Giglio a Valentina Violo. È uno spettacolo assai divertente questo Teatrante, perché Branciaroli se lo cuce addosso con la stessa cura con cui il personaggio di Bernhard si attaglia i suoi spolverini e i suoi cappelli in tinta. E per noi ascoltare quelle parole, quelle osservazioni e quella prospettiva del «teatro come vita», ci rimanda con qualche sorriso (e qualche brivido) alla D Origlia-Palmi e ai mattatori d ogni genere, da Gassman a Carmelo Bene (con i quali Branciaroli si è già misurato). Ma anche a Strehler, campione assoluto di grandeur, e poi scendendo ad altri mattatorini d accatto, pieni di sé quanto vuoti di materia cerebrale, di cui la scena politica non ci fa mai sentire la mancanza. SCALA Verdi senza Verdi «Il trovatore» Fabio Vittorini D a queste pagine mi è accaduto più volte di rimbrottare i loggionisti del Teatro alla Scala, rei di prendere a piacimento in ostaggio il teatro, più volentieri quando in scena c è un opera di Giuseppe Verdi, usando le prime come vetrine in cui mostrarsi al mondo. Non correrò dunque il rischio di essere accusato di dubbia connivenza, se per una volta mi associo al loro rumoroso dissenso. Alla prima de Il trovatore (1853) c erano tutti: la platea gremita, un allestimento sontuoso, un direttore giovane e talentuoso, dei cantati di grido. Tutti tranne Verdi. Qualcuno ora si aspetterà una tirata sull astrazione cara a critici e melomani circa ciò che dovrebbe o non dovrebbe essere una voce verdiana. Posto che le astrazioni a volte hanno una loro utilità, il problema in questo caso è a monte. Si tratta di ciò che una voce lirica tout court dovrebbe essere: un medium definito, fatto di tratti naturali (il colore, l estensione, il volume) e artificiali (la tecnica, l interpretazione). La somma di quei tratti dovrebbe tradurre nelle forme del canto la «parola scenica» teorizzata da Verdi: la parola che «scolpisce e rende netta la situazione», coniugando in una sintesi superiore il valore musicale e il valore drammatico dell'espressione vocale. Duole dirlo, ma il cast scaligero al completo purtroppo manca di tutto questo. Franco Vassallo (Il Conte di Luna), Maria Agresta (Leonora), Ekaterina Semenchuk (Azucena), Marcelo Álvarez (Manrico), Kwangchul Youn (Ferrando): voci di colore incerto (povere di armonici, difficilmente riconoscibili: primo premio a Youn), estensione insufficiente a coprire la tessitura dei ruoli (primo premio ai gravi di Agresta e agli acuti di Semenchuk), volume scarso (premio al cast completo), tecnica latitante in intonazione (Vassallo è sempre calante, talvolta stonato), emissione (Álvarez non conosce il canto legato) e dinamica di fraseggio (in barba a Verdi, Álvarez e Agresta si rifugiano in piani e pianissimi per compensare le loro mancanze) e nessun tentativo di tradurre nel canto le famigerate parole sceniche verdiane, fondendo valore musicale e valore drammatico dell'espressione. La direzione di Daniele Rustioni sembra ricalcare quella di Riccardo Muti nel 2000, quando Il trovatore aprì le celebrazioni del bicentenario verdiano: gli impulsi guerreschi vengono mitigati facendo affiorare raffinatezze liederistiche, a scapito della tensione drammatica. L'eleganza algida che ne risulta (Rustioni non è Muti) non viene compensata dalle voci di cui sopra, con l unica eccezione di Agresta nelle due arie estatiche di Leonora. L allestimento, di Hugo De Ana del 2000, trascorsi 14 anni regge: il carattere notturno dell opera, reso con austere scenografie scolpite per ricevere e rimandare luci intense, è affidato a tableau vivant ispirati a iconografie pittoriche e fiabesche.

13 SABATO 22 FEBBRAIO 2014 il manifesto pagina 13 VISIONI VALERIO BINASCO Da martedì prossimo, 25 febbraio, fino al 16 marzo, al Teatro Vascello di Roma con «La Tempesta», messo in scena con la sua compagnia, la PSK, nata con l obiettivo di lavorare ogni anno su un grande classico shakespeariano. Binasco, attore di teatro e di cinema, è nel nuovo film di Mario Martone, «Il giovane favoloso» Giulia D Agnolo Vallan NEW YORK T empi, colori, ambientazione, uso delle voci e dello spazio dentro a un fotogramma, la texture dell immagine di sapore chiaramente surrrealista: nel 1990, Twin Peaks bucava i palinsesti tv con una densità cinematografica e narrativa impensabile per il piccolo schermo. Oggi gli sbordamenti dal cinema nella televisione sono molto frequenti, ma già a partire dalla sigla stilizzatissima, sulle note di Far from any Road, del gruppo The Handsome Family, l ultima serie di HBO, True Detective, arriva con un feeling da «prima volta» che fa pensare molto a quello della mitica soap di Mark Frost e David Lynch. Dai boschi del nordovest a una Louisiana piatta, desolata ed economicamente depressa, Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono Rust Cohle e Martin Hart, due poliziotti ingarbugliati nell inchiesta relativa all omicidio di una ragazza di cui (non si sa ancora perché, siamo solo al quinto episodio) sono chiamati a rispondere quasi vent anni dopo. Giocata in un ipnotico andirivieni tra il 1995 e il 2012, la storia si muove fra il momento delle indagini, che i detective conducono a quattro mani, e il presente in cui - non più detective e non più in contatto tra di loro - i due ricordano quello che è successo, interrogati separatamente dalla polizia. Come in Twin Peaks (e per certi versi The Killing), il cadavere di una ragazza è il punto di partenza della vicenda. Ma, diversamente da Laura Palmer, la Dora Kelly di True Detective (il cui corpo nudo, grottescamente legato ad un albero e decorato con misteriosi disegni e una corona di corna di cervo viene trovato all inizio della prima puntata) è meno il fantasma MATTHEW MCCONAUGHEY E WOODY HARRELSON IN «TRUE DETECTIVE» TV Tra i fan c è anche Obama: la nuova serie di Hbo che incanta l America «True Detective», discesa all inferno senza ritorno SEQUEL «Sex and the city», nuovo episodio al cinema? Lo scrittore e regista Michael Patrick King ha annunciato che insieme a Sara Jessica Parker stanno valutando la possibilità di un ultimo capitolo di «Sex and the City» al cinema. «Sappiamo che c è un passaggio finale in sospeso. Questo non vuol dire che deve essere per forza fatto ma semplicemente che c è una storia possibile da raccontare. Quelle quattro giovani donne sono ancora nella mia testa, e con loro nuove vicende e nuovi personaggi. Il punto è però se questa impressione può produrre qualcosa qualcosa che piaccia ai fans e giustifichi il rischio di riprendere in mano le cose». «Sex and the City», la serie tv, è stato acclamato da critica e pubblico, mentre le due versioni per il grande schermo, dirette dallo stesso King, hanno avuto accoglienza molto più tiepida. della serie che un pretesto narrativo per entrare nelle psicologie di Hart e Cohle. Il primo nasconde dietro al tranquillo pragmatismo professionale e alla serena vita di famiglia, un amante giovane e una confusione profonda. Il secondo, che vive in un appartamento bianchissimo, arredato di un unico materasso apppoggiato per terra, porta dentro di sé le cicatrici lasciate dalla morte della figlia, e da una durissima esperienza undercover per la narcotici dell Alaska. Hart è un tipo superficiale, affidabile, di poche parole. Cohle un verbosissimo filosofo scomodo, con lo sguardo paranoico e un istinto infallibile per il crimine. Harrelson e McConaughey li interpretano come due animali diversissimi tra loro, uniti in una strana danza comune che si articola, guardinga, nella coreografia dell inquadratura e nelle tortuosità dei rispettivi racconti. I movimenti appena più lenti del normale, l accento leggermente più spinto, tutto accade in uno stato di generale iperrealtà. È una suspense delle immagini, non della storia. La loro pista, costeggiata da laboratori di metanfetamina fatta in casa, biker suprematisti bianchi, e grossi cartelli sull autostrada con le foto delle ragazzine rapite (il milieu ricorda gli ultimi due film Friedkin, Killer Joe e Bug, e quello di Ami Mann, Texas Killing Fields) punta vagamente a un serial killer. Ma Reggie Ledoux, l ipotetico assassino di Dora, tatuato di simboli runici e numeri 6, viene ucciso a metà percorso - perché quel colpevole è solo un espediente del labirinto su cui è costruita la serie. Riferimenti sparsi qua e là a un misterioso Yellow King e a Carcosa, ci rimandano alla raccolta di racconti horror di Robert W. Chambers, The King in Yellow (1895), a HP Lovecraft e Ambrose Bierce. Infatti, episodio dopo episodio, il noir di True Detective si colora di horror - i racconti di Hart e Cohle (che nella sua versione 2012 sfogga lunghi baffi spioventi, una coda di capelli grigio topo e lo sguardo di chi ha visto l inesprimibile) comiciano a non combaciare più con le immagini di quello che è veramente successo. Alla fine del quarto episodio, un movimento di macchina ininterotto per 12 minuti - che segue Cohle e un suo ostaggio biker pieno di droga fino al collo, di notte, in un covo di armatissisimi spacciatori afroemaricani è una discesa all inferno, di cui i Due poliziotti, una ragazza morta. Regia di Nic Pizzolatto, con la coppia Harrelson e McConaughey fan della serie (tra cui Barack Obama) parlano da settimane. Le criptiche massime che Cohle/McConaughey, invecchiato, snocciola ai due giovani poliziotti, davanti a una manciata di lattine di birra vuote da cui ricava, metodicamente, strane sculture, rimbalzano online come degli indovinelli. A parte la qualità altissima, a cui d altra parte HBO ci ha ormai abituati, True Detective (di cui Harrelson e McConaughey sono produttori esecutivi) è insolita anche nel contesto autoriale della tv contemporanea, perché un solo sceneggiatore e un solo regista sono responasbili di tutti e otto gli episodi che compongono la prima stagione. Nic Pizzolatto, che l ha scritta, è un insegnante universitario e un romanziere, cresciuto in Louisiana. Per la tv finora aveve solo firmato un paio di episodi di The Killing. Cary Fukunaga, alla regia, è il filmmaker dietro a successi indie come Sin Nombre e Jane Eyre. La loro stretta collaborazione, e il fatto che nella progressione dei diversi episodi non intervengano altre voci, dà a True Detective l omogeneità di un film. Diversamente da House Of Cards, che Netflix ti permette di divorare tutto in un colpo solo (come hanno fatto moltissimi americani il week end scorso, quando sono arrivati online i 14 episodi della seconda stagione), HBO ti fa centellinare un ora di True Detective alla settimana. È quasi una tortura. Perché se c è una serie che si presta al binge viewing è proprio questa. ManiFashion Up to Date vs démodé La moda interroga sè stessa Michele Ciavarella PEGGY GUGGENHEIM CON UN ABITO DI PAUL POIRET NEL 1924 T ra up to date e démodé, cioè tra la capacitroguardia che, anche nella tempo. Ed è una scelta di retà di affrontare le culture sua accezione migliore, appare nuove con le incognite del futuro e il fermarsi a raccontare valori consolidati, la moda si gioca il suo futuro. Con la Settimana della Moda di Milano per l inverno rétro, di ripiego, men- tre il nuovo, in molti casi, è solo presuntuoso e pretestuoso perché immaginato e disegnato da quelli che Gillo Dorfles, già in un arti , entra nel vivo colo del 1991, definiva l interrogativo sulle prospettive «una folla di epigoni o addirittura che la moda dise- gna per gli anni in cui viviamo. Ormai, la questione è più che decennale perché è dalla fine del secolo scorso che, facendo squadra con molte altre espressioni creative, la moda non sa più raccontare il suo presente. Del futuro meglio non parlare. Stupisce, infatti, come un settore che a tutti gli effetti si è fatto leader della comunicazione diffusa delle visioni e delle prospettive, portando al suo attivo una produzione industriale esemplare e dai molti guadagni con l estensione ai mercati globali, si sia in realtà trovata nella quasi totale incapacità a rinnovare il proprio linguaggio e ha preferito riproporre canoni del passato, quasi in una specie di revivalisti e citagna zionisti», anche se molti giovani usano i social network per elaborare le proprie ispirazioni. E questo conferma che è il mondo intero a essere in retroguardia (vedi anche la musica e la politica), nonostante la tecnologia imperante, o forse a causa di essa. Nella storia della moda, questo percorso è inedito. L 800 non ha citato il 700 e non è stato citato dal 900. Infatti, già nel 1905 Paul Poiret, considerato il padre degli stilisti moderni, aveva abolito il bustier, liberando le donne da una tortura. La sua influenza nel settore fu presto paragonata a quella che ebbe il suo quasi coetaneo Pablo Picasso nel mondo dell arte. A Parigi, Poiret di autodifesa istintiva e Picasso condividevano della propria storia recente. Eppure, in passato la moda è stata forse tra le espressioni creative quella che ha sempre preferito anche l ambiente di riferimento, come dopo facevano Coco Chanel e le Avanguardie (Stravinsky e Djagilev) e, negli Anni 60 e 70, mettersi in gioco e correre Yves Saint Laurent e il rischio, sia affiancandosi alle varie culture nascenti, Warhol. Per avere un interlocutore, una molto attenta sia formando proprie culture al contemporaneo come nuove. Sono anni, inve- ce, che di questo processo inventivo non si vedono che episodi isolati e che il démodé ha preso il posto dell up to date. Da troppo tempo, i riferimenti agli anni del passato hanno, per la moda, la funzione di una patente di nobiltà, di una legittimazione Miuccia Prada durante la scorsa Biennale d Arte a Venezia, nella sede della sua Fondazione, ha rieditato la mostra del 1969 When Attitudes Become Form, ritenuta la culla dell arte contemporanea. E questo è un altro segno dei tempi. manifashion.ciavarella sancita gmail.com Buona la prima! Edizione speciale con le migliori copertine del 2013 Dallo scacco matto di Bersani all incoronazione di Napolitano per un inedito secondo mandato, dalla forza nuova dei grillini all autunno eversivo di Berlusconi, dalle dimissioni di Ratzinger e l elezione di papa Francesco allo scandalo dell Ilva, passando per le mille piazze che lottano per una politica e un mondo diversi. Tutte le notizie del 2013 in 128 pagine a colori. Compra il libro su Scarica l App per ipad su Da marzo nelle principali edicole di Roma, Milano, Torino, Firenze, Bologna e Genova

14 pagina 14 il manifesto SABATO 22 FEBBRAIO 2014 le lettere INVIATE I VOSTRI COMMENTI SU: Borgna, visto da destra In queste ore, Gianni Borgna ha avuto quel giusto riconoscimento che gli è stato negato in vita dalla sua area politica. Spesso accade proprio così. Da vivi, ti denigrano, disconoscono, ignorano, da morti ti esaltano come un eroe. Borgna, pur essendo fedele al suo passato di comunista convinto, non ha mai rinunciato alla sua autonomia di pensiero. Ecco perché apprezzava di Pier Paolo Pasolini, soprattutto la tenacia con cui difendeva le sue idee e i suoi principi, rendendosi inviso non solo ai vertici del Pci ma anche ai personaggi del mondo culturale di sinistra, allora organici alle Botteghe Oscure. Una dote, quella di Borgna, che gli ha permesso di dialogare con profitto e concretamente con i suoi avversari politici, sia alla Regione che al Comune. Ricordo che negli anni Novanta, quando ero capogruppo di Alleanza nazionale in Campidoglio, Borgna allora assessore - mi pregò di fare parte anche della commissione cultura, affinché potessi condividere o discutere le sue innumerevoli iniziative. Spesso, su alcune questioni (Teatro di Roma, Santa Cecilia, Estate romana, ad esempio) abbiamo anche furiosamente litigato. Poi con la sua bonomia, aveva la capacità di fare tornare il sereno anche nelle riunioni più tumultuose. L ultimo ricordo che serbo di Borgna è quello del libro che abbiamo scritto assieme sulla vita e le opere di Pasolini. Un saggio che ci ha permesso di girare l Italia e di stare in contatto per circa due anni. Questa circostanza mi ha dato la possibilità di conoscere a fondo Gianni, l uomo. Un uomo integro, onesto, affabile, coerente e innanzitutto libero. Adalberto Baldoni, Roma Poliziotti, via la divisa Il 15 febbraio è stata organizzata dalla Associazione Federico Aldrovandi una manifestazione dal nome indicativo: «Via la divisa». Questa manifestazione è stata organizzata per chiedere l introduzione del reato di tortura in Italia, nonché l obbligo dei numeri identificativi per gli appartenenti delle forze dell ordine. Pochi giorni fa un Carabiniere è stato citato a giudizio dalla procura di Torino per un episodio avvenuto durante gli scontri del 3 luglio 2011 in Val di Susa tra le forze dell ordine e i No Tav. Risponderà di lesioni ai danni di un manifestante. Il Carabiniere è stato identificato grazie al vistoso tatuaggio che ha sul braccio. Ora se questo Carabiniere non aveva quel tatuaggio di cosa stavamo parlando? Spero che l appello dei manifestanti che sono scesi in piazza, nel ricordo di Federico, non cada nel vuoto. Raffaele Lombardo Disabili, l Ue ci bacchetta Il Presidente provinciale dell Anglat, nonché Presidente della IX Commissione Affari Europei presso l U.R.P.S., Giuseppe Regalbuto, esprime la sua soddisfazione per l intervento della Commissione Ue in materia di trasporto dei disabili nel Bel Paese. La Commissione ha avviato nei confronti dell Italia tre procedure d infrazione con l invio di lettere di messa in mora. Ad essere violati, questa volta, sarebbero i diritti dei viaggiatori disabili, garantiti dalle norme comunitarie, per quanto riguarda l assistenza in caso di spostamenti con autobus e via nave. Restano adesso due mesi di tempo per rispondere in merito, pena il deferimento alla Corte Ue. Bruxelles rimprovera all Italia di non rispettare, in particolare, i diritti dei passeggeri disabili che si spostano in autobus, in quanto rischiano di non potersi spostare nell assenza di fermate predefinite in cui possono ricevere assistenza. Chi viaggia via nave corre ugualmente il rischio di non vedere tutelati i propri diritti, in quanto non è ancora operativa l autorità garante che ne verifichi il rispetto e a cui i cittadini possono rivolgersi in caso di contenzioso. Eppure è da oltre un anno che sono in vigore le nuove regole dell Ue (che prevedono, tra l altro, proprio l assegnazione delle competenze all Antitrust e alla nuova Autorità per i trasporti). Per la Commissione europea, quindi, «non è accettabile che l Italia non abbia ancora preso tutte le misure necessarie». Vedremo adesso quale sarà la replica dell Italia. Se il nostro Paese non sarà in grado di difendersi in maniera soddisfacente, si rischia il deferimento alla Corte Ue. Niente sconti alla tutela dei disabili. Giuseppe Regalbuto, presidente provinciale della Fand Un record mondiale I dati sugli errori giudiziari e sull ingiusta detenzione in Italia sono sempre più in aumento, ma quello che lascia sbigottiti è l altissimo numero di persone che pur essendo state detenute ingiustamente non hanno avuto nessun risarcimento. A fronte di persone che hanno avuto i risarcimenti dall entrata in vigore della legge 1989, (dati del Ministero dell economia) ce ne sono all incirca mila che non lo hanno avuto (dati Eurispes e Camere penali). Cinquantamila persone che hanno subito mesi, anni, a volte tanti anni di carcere ingiusto e si vedono rifiutare il risarcimento per il semplice motivo che la legge italiana dà al giudice la possibilità di negare il risarcimento quando il ricorrente pur essendo stato assolto ha avuto frequentazioni non idonee. Quindi, i magistrati preposti esprimono non più un giudizio giuridico, ma morale e con il giudizio morale si valuta se dare o meno il risarcimento. Cinquantamila persone e tra queste ci sono anche io, sei anni di carcere ingiusto poi l assoluzione dal reato di banda armata. In Italia mi hanno rifiutato il risarcimento ora spero nell Europa, nella Corte Europea per i diritti dell uomo alla quale ho presentato ricorso. Dei cinquantamila innocenti non risarciti dal 1989, quasi nessuno ha presentato ricorso a Strasburgo, quindi il mio è COMMUNITY un po un caso pilota. La speranza che venga accolto, diventa a questo punto anche la speranza di tanti come me. Giulio Petrilli Vigili del fuoco canarini? Le prime miniere di carbone non avevano sistemi di ventilazione. I minatori portavano un canarino dentro una gabbietta. I canarini, infatti, sono particolarmente sensibili al metano e al monossido di carbone, il che li rendeva perfetti per rivelare la presenza di gas pericolosi. Fino a che sentivano il canto del canarino, i minatori potevano esser certi che l aria fosse sicura. La morte del canarino segnalava invece il pericolo e l immediata evacuazione. Questo è quello che il ministero dell interno sta predisponendo per ricevere la nave dei veleni nel porto di Gioia Tauro per il corpo nazionale dei Vigili del Fuoco: li manda in avanscoperta senza DPI (dispositivi di protezione individuali) adeguati, senza attrezzature, ad annusare i veleni chimici della nave, il primo che rimarrà stecchito, sarà la prova che gli altri dovranno sgomberare. A parte le facili ironie, i VV.F sono l ente dello stato utilizzato in scenari sia d intervento tradizionali che non convenzionali, per le emergenze attraverso le proprie specializzazioni, nel settore N.B.C.R. (Nucleare, Biologico, Chimico e Radiologico) e garantiscono l incolumità e il soccorso. Il problema sta nel fatto che: dopo la grande enfasi degli attacchi terroristici nei confronti del nostro paese, si sono spesi milioni di euro per la formazione e per l acquisto di materiali in caso di attacchi batteriologico e chimici, ma poi tutto è stato buttato in capannoni a deteriorarsi. Sono anni che il personale non viene più formato in materia NBCR e per i mezzi acquistati per questo scopo, buttati in capannoni oppure impiegati per altri servizi d istituto, non è possibile la manutenzione perché mancano i fondi, grazie alla spending review! I materiali come i filtri e le tute sono scaduti e non idonei nemmeno per una esercitazione. Il settore, quindi, vive in uno stato vegetativo, mentre il comando si sveglia solo oggi perché si parla di armi chimiche. A tale proposito, quante sostanze già sono transitate al porto di Gioia Tauro senza che nessuno si fosse occupato della loro pericolosità? Perché solo oggi esiste un attenzione da parte del Governo sul porto di Gioia Tauro? Forse perché è un operazione internazionale? Oggi l Amministrazione chiede ai VV.F. di impegnarsi e di fare bella figura nei confronti dell opinione pubblica, nelle operazioni di trasbordo sulla nave americana Cape Ray, che dovrà imbarcare gli agenti chimici siriani nel porto di Gioia Tauro. È solo una rappresentazione dello stato per fare bella figura con il mondo politico e con i Paesi internazionali e nulla più!! Il tributo che ci viene richiesto è quello di fare i conti con sostanze pericolose come: il Sarin, Ipride, il Vx; questi, sono gas micidiali che danno la morte in 3 o 4 minuti al massimo: se qualcuno ritorna a casa con veleno in corpo o non vi torna affatto, non sembra essere importante per nessuno, in questo momento. A ciò aggiungiamo che i VV.F non hanno mai lavorato in sinergia con il personale sanitario del posto, condizione, questa indispensabile per la riuscita delle operazioni. Questa superficialità fino ad oggi dimostrata dal governo verso i VV.F., è forse dovuto a una lacuna organizzativa e amministrativa? Prima di morire come i canarini, i Vigili del Fuoco chiedono la riapertura dei portali scanner denominati RTM910T (45 miliardi di lire spesi, per monitorare le sostanze in transito); il personale rivendica i diritti di specializzazione alla pari di altre figure ed il riconoscimento della categoria particolarmente usurante, alla pari o meglio di altri lavoratori in quanto esposti a rischi di contaminazione. I lavoratori chiedono, inoltre il diritto ad una formazione costante e l utilizzo di risorse in uomini, mezzi e materiali, che servono a far sì che tutto quello che fino ad oggi si è creato non svanisca nel nulla. Ma soprattutto la USB Calabria, pretende che i VV.F possano garantire l incolumità pubblica, la tutela del territorio, con gli strumenti adeguati e non siano usati come canarini per annusare dove si trovano i veleni! Meglio direttamente la canna del gas! Antonio Jiritano, USB Vigili del Fuoco Regionale La competenza dei medici in Germania è alta. Ciò non ha impedito a un cittadino tedesco di rischiare la morte dopo una serie di errori diagnostici impressionanti. Soffriva di grande affaticamento ma i vari medici a cui si era rivolto non riuscivano a individuare il suo problema. Al sopraggiungere di un progressivo deterioramento della vista e dell udito, è stato operato di cataratta e gli è stato prescritto un apparecchio acustico. Il quadro clinico ha continuato a peggiorare ma i medici non riuscivano a collegare tra di loro le diverse declinazioni di un malessere fisico oscuro. Quando la pompa cardiaca è arrivata a funzionare solo a un quarto della sua potenza l uomo si è rassegnato all idea di un trapianto. Qui è entrato in scena Jurgen Schäfer, un cardiologo di Marburg appassionato della serie televisiva Dr. House. Schäfer si è reso conto che il caso somigliava in modo impressionante a quello di un paziente di Dr House curato per avvelenamento da cobalto. Gli esami hanno confermato la presenza di altissimi livelli di cobalto nel sangue e nei tessuti dovuti alla rottura di una protesi all anca impiantata anni prima. La storia del paziente tedesco è una metafora efficace della parcellizzazione delle visuali di cui soffriamo. Questa parcellizzazione è il cobalto che VERITÀ NASCOSTE Voyeurismo contro Dr. House Sarantis Thanopulos intossica la nostra esistenza, che impoverisce la nostra comprensione (offuscando la nostra vista e ottundendo il nostro udito e le nostre sensazioni) e fiacca il nostro senso della vita (riducendo drammaticamente la potenza del desiderio dentro di noi). Il tramonto delle teorie/prospettive teleologiche (conseguenza di una giusta critica a modelli astratti che imprigionano in schemi predefiniti la vita reale) ha portato via con sé non solo la finalizzazione predefinita dell esperienza ma anche la possibilità stessa di una finalizzazione. Eppure il gesto dell artista che abita in ognuno di noi se da una parte non può creare nulla di vero quando cerca di riprodurre un oggetto ideale che lo precede, dall altra non approda a nulla se a un certo momento le diverse prospettive che lo animano non prendono la strada di una loro connessione che le fa convergere verso il punto in cui la potenzialità diventa finalità, direzione verso una forma. Il riduzionismo che domina la nostra concezione della realtà è l accostamento di sguardi isolati non comunicanti la cui molteplicità GOVERNO RENZI Oltre le pari opportunità contro il cannibalismo della politica maschile Cristina Biasini, Cecilia D Elia, Giorgia Serughetti P ossono le donne tacere di fronte allo spettacolo del potere che va in scena in questi giorni? Le donne, le femministe che durante la discussione della legge elettorale si sono mobilitate per ottenere regole che garantiscano la democrazia paritaria, possono accontentarsi di reclamare il 50 e 50 nella composizione del nuovo governo? Noi sentiamo il bisogno di andare oltre. La posta in gioco di questi giorni ci sembra riguardare la stessa politica. Abbiamo assistito a una crisi extraparlamentare, provocata da un partito che, in ragione di un nuovo leader, ha dimissionato un premier che viene dalle proprie fila. Abbiamo appreso che il nuovo presidente del consiglio punta al 2018, anno di scadenza della legislatura, governando con la stessa maggioranza che, a causa della mancata vittoria di uno degli schieramenti alle elezioni politiche, aveva dato vita ad un governo di emergenza. Adesso quella maggioranza eterogenea dovrebbe propriamente diventare politica, non in forza di un mandato elettorale, ma della capacità e della giovinezza del nuovo leader. Probabilmente non è stato violato nessun dettato costituzionale e nessuna regola formale è stata infranta, ma a noi resta l amara impressione che le classi dirigenti maschili di questo paese stiano minando la scarsa credibilità che ancora è rimasta alla politica, bistrattata da anni di scandali e di uso proprietario e personalistico del potere. La concitazione con cui tutto questo è avvenuto rende ancora più evidente che è in atto una crisi della politica maschile. Non lo diciamo per chiamarcene fuori: quella scena è anche la nostra scena, le donne ormai ne fanno parte, anche se troppo spesso mancano parole femminili capaci di segnarla in modo differente. Nei giorni scorsi Lucia Annunziata e Ida Dominijanni hanno scritto cose illuminanti in proposito. Dal nostro punto di vista, i modi ben poco ortodossi, le forzature e l aggressività verbale di questi giorni mostrano che la capacità maschile di gestire i conflitti come conferma e rinforzo della propria identità e di quella del proprio avversario ha lasciato il campo ad una distruttiva e fratricida lotta per il potere. Qualcosa che ricorda l orda primordiale, scatenata non contro il padre patriarca ma contro i propri stessi fratelli, cannibalismo intragenerazionale. Non sono buone notizie per le donne. Se salta il patto democratico, se si regredisce allo stato di natura, alla bruta legge del più forte, all indifferenza del merito, anche per le donne va malissimo. Sentiamo il bisogno di parole femminili che si confrontino con questa verticale crisi della rappresentanza, e dunque vadano oltre la richiesta del 50 e 50. Non possiamo assistere in silenzio a tutto questo: per qualche strano paradosso, potremmo anche ottenere questo importante strumento della democrazia paritaria, ma non ci sarebbe più un contesto in cui usarlo; sarebbe come trovarsi tra le mani la chiave di volta ma senza pilastri, senza pietre, senza un arco in cui incardinarla. (scambiata come ricchezza di approcci) dà la falsa impressione di una visuale globale. Dr House rappresenta per il nostro immaginario l amore per le connessioni che stiamo smarrendo: il suo sguardo clinico che predilige la complessità è carico di passione conoscitiva che rinunciando all ottimismo della volontà (la perseveranza nel battere la testa contro il muro) trasforma, a ragion veduta, il pessimismo della ragione in fiducia nella verità. Il suo personaggio ci piace perché rimette in movimento la nostalgia di Sherlock Holmes, il ricordo di un mondo in cui l intelligenza compiaciuta della sua capacità investigativa ma legata al senso di responsabilità amava espandere la comprensione del mondo senza ambizioni di potere. In antitesi al Dr House si aggira nel nostro paese un giornalista abusivo che va in giro a praticare la forma più illegale (e impunita) delle intercettazioni: carpire con l inganno (fingendo un identità che non ha) i pensieri privati altrui. È la personificazione del voyeurismo che ispira la frammentazione del nostro sguardo sulla realtà: il piacere di penetrare, violare lo spazio dell invisibilità che falsificando il legame con la conoscenza rende falsa anche l identità del soggetto investigante.

15 SABATO 22 FEBBRAIO 2014 il manifesto pagina 15 COMMUNITY La spesa pubblica si governa, non si taglia La concezione della «spending review» all italiana contempla solo la riduzione delle uscite non invece, come sarebbe più corretto, una vera politica economica del complesso delle attività statali a cominciare dalle entrate e dalla programmazione del bilancio. È un modello rozzo e fallimentare, incapace di arginare la crisi Roberto Romano, Riccardo Sanna L a crisi europea e italiana, in particolare, è legata alla fine di un certo paradigma economico e all architettura della moneta unica europea. La pubblicistica associa la crisi all eccesso di spesa pubblica, diversamente declinata, ma il vincolo strutturale europeo risiede negli squilibri della bilancia dei pagamenti. Restando all Italia, è il caso di ricordare che la spesa pubblica italiana, al netto della spesa per il servizio del debito, rimane tra le più contenute dei paesi europei, mentre l avanzo primario (vedi De Cecco su il manifesto del 15 gennaio), genera una contrazione della domanda, trasferendo l onere dell aggiustamento fiscale alle nuove generazioni. In questo contesto qualsiasi revisione, razionalizzazione, riorganizzazione, ricomposizione, riqualificazione della spesa pubblica, dovrebbe concentrarsi sulla coerenza di bilancio, dei servizi e delle attività svolte dal settore pubblico, con i mutamenti della domanda e dei bisogni della collettività. La finanza pubblica è, quindi, qualcosa di più del pareggio di bilancio. Infatti, nei paesi europei la spending review si configura come un moderno «strumento di programmazione delle finanze pubbliche», volto a fornire una metodologia sistematica per migliorare sia il processo di decisione delle priorità e di allocazione delle risorse, sia la performance delle amministrazioni pubbliche in termini di qualità ed efficacia dei servizi offerti. Si tratta di rimettere al centro della discussione il governo della finanza pubblica come strumento di politica economica. Un metodo trascurato prima da Tremonti, poi da Monti e ora da Letta. Infatti, il governo della spesa pubblica presuppone il controllo e la verifica dell efficacia della spesa pubblica. Se analizziamo il programma spending review del governo Monti, prevalgono le misure di contenimento (non di governo) della spesa pubblica, come se la revisione delle entrate statali fosse meno importante. L ultima Legge di Stabilità (2014) contabilizza non meno di 23 miliardi di euro di risparmi tra il 2015 e il 2017, direttamente proporzionali all eliminazione delle sovrapposizioni di attività all interno della pubblica amministrazione; alla razionalizzazione dell attività d acquisto di beni e servizi; all uso efficiente degli immobili pubblici; alla riduzione dei salari dei dipendenti pubblici; al blocco parziale del turn-over; alla contrazione della spesa in conto capitale. Da un lato abbiamo il controllo della spesa pubblica, dall altro il taglio della spesa pubblica. Né l una e né l altra sono parenti del governo della formazione della spesa pubblica. Il recente programma di lavoro del Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, ricalca il lavoro del precedente governo. Solo alla fine del programma troviamo qualcosa che interessa il governo della formazione della spesa pubblica: «L istituzionalizzazione della revisione della spesa» al fine di integrare la preparazione del bilancio dello Stato. Il Commissario non ha l intenzione di procedere alla revisione della spesa pre-determinata da obiettivi quantitativi, i così detti 32 miliardi di euro annunciati. Sottolinea la necessità di un aggiornamento del programma presso il Comitato interministeriale; di coinvolgere il parlamento e le commissioni competenti, assieme alle parti sociali. La cornice istituzionale non è irrilevante, ma la forza programmatica del bilancio pubblico necessità di ulteriori e raffinati strumenti, tra cui la capacità di valutare i moltiplicatori delle singole poste in entrata e in uscita. Si tratta di osservare l inciso e il presupposto dell imposta, valutando l efficacia in termini di distribuzione del reddito, di organizzazione della macchina pubblica e dell impatto sul sistema economico in termini di capacità di produrre reddito. Quindi, l efficacia o meno della spesa pubblica non dipende solo dalla sua dimensione, aspetto comunque non trascurabile, ma anche dalla composizione delle entrate e delle spese. Non dobbiamo mai dimenticare che la spesa pubblica immette sul mercato un flusso di moneta capace di condizionare la domanda, la produzione di beni e servizi, così come il livello generale dei prezzi. Questa spesa trova origine nelle entrate pubbliche, che figurativamente sottraggono liquidità al settore privato e riducono la capacità di spesa delle famiglie e delle imprese attraverso le tasse, ma l insieme delle entrate e delle spese genera una distribuzione del reddito molto più efficace di quella realizzata dal mercato, in ragione dei fallimenti del mercato. Ecco perché occorre intervenire anche sulla gestione dell attività, della produzione e dell organizzazione della spesa pubblica. I metodi della programmazione del bilancio hanno visto lo sviluppo di diverse metodologie («costi-benefici», «bilancio a base zero», ecc.), ma sempre con la finalità di governare la formazione spesa pubblica, superando la logica del risparmio più o meno necessario. Solo in questo modo la scelta della composizione e della formazione della spesa diventa politica economica pubblica. EUROPA Il neoliberismo che fonda i trattati DALLA PRIMA Gianni Ferrara La configura trasformando i caratteri attuali dell architettura europea in quelli opposti. Al modello intergovernativo e alle relative istituzioni sarebbero riservati solo i compromessi tra gli «inamovibili interessi nazionali». L adozione definitiva del metodo della comunità coprirebbe tutti gli altri ambiti di azione. L attuale sistema elitario della politica europea sarebbe sostituito con la costruzione di un sistema di partiti europei. Da questi partiti dovrebbe poi scaturire la formazione della volontà politica in un parlamento europeo per «controbilanciare gli interessi nazionali con comunità di interessi oltre le frontiere». Con tutto il rispetto per Habermas non credo che la questione dell Europa sia risolvibile solo bilanciando interessi. Né che bastino alcuni innesti di democrazia per legittimare il sistema istituzionale complessivo dell Ue. Le proposte di Habermas si collocano all interno del quadro definito dai Trattati, e perciò non ne convertono la ragion d essere e non ne modificano i compiti istituzionali. Soprattutto non riconoscono nei contenuti normativi di tali e costitutivi atti dell Ue i fattori determinanti della crisi. La cui origine non è dovuta soltanto al diverso grado o tipo di sviluppo delle economie nazionali. Non deriva solo dalla omologazione coatta di ogni economia nazionale a quella tedesca. Sono altre e più profonde le cause della crisi. Habermas è partito però da una constatazione ineccepibile. È indubbio che sia il «capitalismo dei mercati finanziari una delle cause decisive della crisi attuale». Ha poi esitato. Se quel capitalismo è una delle cause decisive, e lo è, diventa indispensabile accertare su quale base, qui in Europa ad esempio, il capitalismo dei mercati poggia questo suo enorme potere, chi e come lo legittima. Non occorre grande sforzo per accertarlo. Basta leggere un po per convincersi che a legittimare il potere del capitalismo dei mercati finanziari in Europa è il Trattato sul Funzionamento dell Unione. È in questo trattato la verità di questa Europa. Ed è esplicitata dalla seguente proposizione normativa: «Ai fini enunciati all articolo 3 del Trattato sull Unione (quello che enuncia con esaltanti parole i fini inebrianti dell Ue, nda) l azione degli Stati membri e dell Unione comprende. l adozione di una politica economica. condotta conformemente al principio di un economia di mercato aperta ed in libera concorrenza». È scritta nel primo comma dell art. 119 ed è ripetuta nel successivo articolo 120 dello stesso trattato. Ad una lettura appena attenta si comprende chiaramente che questa proposizione normativa implica l autoregolazione dei mercati e non è soltanto prescrittiva di una strumentazione della dinamica istituzionale complessiva dell Ue. Ne è, insieme, il compito ed il fine. Esclusivo l uno, assoluto l altro, tutti e due, comunque, prevalenti su ogni altro. Permea qualsiasi altra disposizione, qualsiasi altro enunciato. Deve improntare qualsiasi attività delle istituzioni dell Ue, ispirandola e condizionandola. Deve condizionare l intera comunità di donne e uomini, il vissuto di ognuno e di tutti. Opera inoltre, questo principio, come dispositivo per la mutazione genetica delle origini e delle identità delle istituzioni trasformandole tutte in esecutivi di se stesso per essere il fondamento del funzionamento dell Ue. A cominciare dai due Consigli, ambedue di derivazione dei governi nazionali, immunizzati, mediante la collegialità delle deliberazioni, dalla responsabilità politica nei confronti dei rispettivi parlamenti. Proseguendo con la Commissione, esecutiva per eccellenza dei trattati. Finendo col Parlamento, privato del potere di iniziativa degli atti normativi attribuito alla sola Commissione e, comunque, vincolato dalla norma fondamentale del Trattato. Parlamento che da produttore di atti da eseguire diventa l esecutivo della «politica economica conforme al principio dell economia di mercato aperta ed in libera concorrenza». Il trionfo degli esecutivi coincide quindi con il neoliberismo, con la fase attuale del capitalismo, quello finanziario. Il fattore della crisi sappiamo quale è e dove è. Sappiamo pure da dove cominciare per rifondare la democrazia in Europa. il manifesto DIR. RESPONSABILE Norma Rangeri CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Benedetto Vecchi (presidente), Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri, Luana Sanguigni il nuovo manifesto società coop editrice REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE, Roma via A. Bargoni 8 FAX , TEL REDAZIONE AMMINISTRAZIONE SITO WEB: TELEFONI INTERNI SEGRETERIA 576, ECONOMIA 580 AMMINISTRAZIONE ARCHIVIO POLITICA MONDO CULTURE 540 TALPALIBRI VISIONI SOCIETÀ 590 LE MONDE DIPLOM LETTERE 578 iscritto al n del registro stampa del tribunale di Roma autorizzazione a giornale murale registro tribunale di Roma n ilmanifesto fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge n.250 ABBONAMENTI POSTALI PER L ITALIA annuo 320 semestrale 180 versamento con bonifico bancario presso Banca Etica intestato a il nuovo manifesto società coop editrice via A. Bargoni 8, Roma IBAN: IT 30 P COPIE ARRETRATE 06/ STAMPA litosud Srl via Carlo Pesenti 130, Roma - litosud Srl via Aldo Moro 4, Pessano con Bornago (MI) CONCESSIONARIA ESCLUSIVA PUBBLICITÀ poster pubblicità srl SEDE LEGALE, DIR. GEN. via A. 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16 pagina 16 il manifesto SABATO 22 FEBBRAIO 2014 L ULTIMA Michele Giorgio HEBRON F idaa Abu Hamdiyyeh era nella Tomba dei Patriarchi quel 25 febbraio. «Avevo 12 anni, con le mie La rovina reportage DI HEBRON LA PROTESTA CONTRO LA CHIUSURA DELLA STORICA SHUHADA STREET E GLI SCAVI DI TEL RUMEIDA /REUTERS tre sorelle e mio padre andammo a pregare prima dell alba», racconta con voce rotta dall emozione. «Ricordo che nell aria c era qualcosa di strano prosegue Fidaa -, i soldati israeliani all ingresso della moschea avevano assegnato a noi donne uno spazio diverso da quello abituale. Papà ci salutò e andò a pregare con gli uomini». Poi scoppia l inferno nel luogo dove, secondo la tradizione, riposano i patriarchi e le matriache delle tre fedi monoteistiche. «All improvviso aggiunge Fidaa ci fu un boato, poi le raffiche di un arma, seguite da urla e dalla fuga degli uomini che scappavano in preda al panico. Tornammo di corsa a casa ignare dell accaduto, nostro padre rientrò dopo due ore». Fidaa e le sue sorelle appresero dalla madre che un colono, Baruch Goldstein, un medico del vicino insediamento ebraico di Kiryat Arba, era entrato nella moschea e aveva aperto il fuoco sui palestinesi in preghiera, uccidendone 29. Fu poi sopraffatto e linciato dagli altri fedeli inferociti. Oscuri i motivi della strage. A Kiryat Arba Goldstein fu sepolto come un eroe, in una tomba divenuta con il tempo una sorta di mausoleo dove i coloni più militanti e gli ultranazionalisti ancora oggi vanno a rendergli omaggio. Hebron ricorda quei morti 20 anni dopo e chiede che sia rimarginata la ferita della sua divisione in due parti, H1 e H2, sfociata nella chiusura di strade e centinaia di negozi arabi nella zona (H2) dove molte migliaia di palestinesi vivono di fatto in balia di rigidissime misure restrittive applicate dall esercito israeliano a protezione di 600 coloni ebrei insediati a ridosso della Tomba dei Patriarchi. Coloni giunti negli anni passati diverse parti del mondo, dagli Usa all Europa orientale, che affermano di avere diritti «biblici» sulla città, prevalenti su quelli di famiglie arabe che da secoli vivono qui stabilmente. Migliaia di palestinesi ieri hanno manifestato affinché la zona H2 non sia più una città fantasma, che la casbah torni a ripopolarsi e, soprattutto, che torni alla vita Shuhada Street, fino al 2000 principale via commerciale della Hebron antica. Guidati da Issa Amro di «Giovani contro gli insediamenti» (Gci), dal deputato Mustafa Barghouti e dai leader dei comitati popolari, sostenuti da dozzine di attivisti internazionali e israeliani, i manifestanti palestinesi hanno raggiunto gli ingressi della zona H2 dove i soldati li hanno respinti con granate assordanti, lacrimogeni e proiettili di gomma. Alcuni manifestanti sono stati arrestati e feriti. Ci sono due momenti centrali per capire le ragioni della tragedia quotidiana di Hebron. Il primo risale all aprile 1968, quando il rabbino ultrasionista Moshe Levinger assieme a un manipolo di suoi studenti chiese all esercito - che aveva occupato i Territori palestinesi meno di un anno prima - di poter trascorrere la Pasqua ebraica a Hebron. Non sono mai più andati via e hanno dato luce verde alla colonizzazione della città. Il secondo è la strage compiuta da Baruch Goldstein. Quella carneficina non mise fine alle pretese e alle imposizioni dei coloni, al contrario ha aperto la strada alla divisione «termporanea» di Hebron in H1 e H2 (sotto controllo israeliano), sancita dall accordo Israele-Olp del gennaio Le conseguenze di quell intesa Feryal Abu Haikal, 68enne ex direttrice di un istituto scolastico, le vive sulla sua pelle ogni ora della sua vita. «Viviamo a Tel Rumeida e i coloni di La città divisa in due ricorda i 29 palestinesi uccisi dal colono Baruch Goldstein venti anni fa. La gente chiede che la zona H2, controllata da esercito ed estremisti israeliani, torni a vivere. Ma a Tel Rumeida partono «scavi archeologici» che servono a sdoganare gli abusi recente hanno iniziato lo scavo archeologico su dei nostri appezzamenti di terra dove, affermano, ci sarebbero delle tombe antiche (di Yishai e di Ruth la Moabita, ndr). Su quelle terre però ci sono le quattro case della mia famiglia», racconta Feryal preoccupata. «A inizio gennaio i coloni hanno tagliato una cinquantina di mandorli e altri alberi. Ogni giorno ne capita una nuova, vogliono renderci la vita impossibile e costringerci ad andare via», aggiunge l anziana direttrice. Gli scavi, in corso accanto alle case palestinesi, sono finanziati con oltre un milione di euro dal ministero israeliano della Cultura ed eseguiti dall Autorità Israeliana per le Antichità e dall Università di Ariel (una colonia). Il fine è quello di dare vita a un «parco archeologico» simile a quello che i coloni di Gerusalemme hanno creato tra le case palestinesi a Silwan. Secondo l associazione israeliana Breaking the Silence l archeologia serve a sdoganare le colonie di Hebron, a renderle attraverso il turismo "ufficiali" agli occhi degli israeliani. «Era già un tormento continuo avere i coloni accanto spiega Feryal - siamo costretti dal 2002 ad attraversare posti di blocco tutte le volte usciamo o rientriamo in casa. I controlli avvengono proprio davanti alla nostra porta», aggiunge Feryal. Se il progetto del parco archeologico andrà avanti per gli Abu Haikal si farà ancora più complicato. «Nei giorni scorsi riferisce Feryal - un gruppo di coloni ha attaccato le nostre case e quelle dei vicini lanciando sassi e hanno distrutto otto finestre. Mio nipote è stato arrestato solo per essere passato per l area degli scavi». «Il problema non è solo la vicinanza dei coloni, i posti di blocco, lo stretto passaggio per entrare in casa. Siamo oppressi anche dal modo in cui pensano e ci vedono questi estremisti», sottolinea l anziana palestinese ricordando che tra i suoi scomodi vicini c è anche Baruch Marzel, l ex portavoce del gruppo razzista Kach, incluso nell elenco delle organizzazioni terroristiche di Usa, Ue, Canada e dello stesso Israele. L anziana direttrice di scuola in ogni caso non ha alcuna intenzione di arrendersi. «Non riusciranno a mandarci via, abbiamo resistito tanto e resisteremo ancora, nelle nostre case». I sindacati dei pensionati Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uil-Uilp chiedono unitariamente al nuovo governo, alle forze politiche ed al parlamento italiano una svolta nella politica economica e sociale del Paese. Dicono basta con i tagli alle pensioni. I pensionati italiani hanno già contribuito pesantemente al risanamento dei conti pubblici del paese con 12 miliardi di euro attraverso il blocco della rivalutazione previdenziale. Chiedono il diritto alla salute per tutti, di tagliare gli sprechi e le inefficienze nella sanità. Chiedono una legge nazionale sulla non autosufficienza che garantisca i livelli essenziali. Spi-Fnp-Uilp chiedono più lavoro per i giovani e una società più giusta e solidale, un paese unito tra giovani ed anziani, un paese dove chi ha di più contribuisce di più per il superamento di questa grave crisi.

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