A mia suocera Bianca Catellani che mai si arrese al sopruso, alle prepotenze e amò la giustizia. e alla mia nipote Bianca Gioveni affinché ricordi

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3 A mia suocera Bianca Catellani che mai si arrese al sopruso, alle prepotenze e amò la giustizia. e alla mia nipote Bianca Gioveni affinché ricordi sempre la sua coraggiosa trisavola e quelli che come lei lottarono per la libertà 2

4 Premessa Vanni Orlandini Istoreco Il racconto di Mariotti si legge in un fiato. È un racconto di vita che diventa storia perché accaduto e vissuto in un periodo assai buio del 900 e la particolarità del luogo, il tessuto economico e sociale popolare che lo caratterizza lo rendono parte non secondaria di quella narrazione epica sulla quale si sono formate varie generazioni, tra le quali la mia, negli anni seguiti alla Liberazione dal nazifascismo alla ricostruzione della democrazia e all affermarsi della Repubblica. È uno squarcio di vita che rende bene la realtà di quel periodo: la volontà di vivere e di vivere in pace e liberi. Accadde in via Venturi, alle Case Popolari in modo sofferto e tragico per gli eventi che hanno contrassegnato quel luogo,i suoi abitanti testimoni e protagonisti di fatti tragici e dolorosi e di slanci di grande consapevolezza ed umanità. Mariotti ha poi una storia particolare. A soli 19 anni, l 8 settembre lo colse militare di Leva a Firenze. Eccezionalmente Caporale in Servizio O.P. presso le Officine Galileo quale Vice Furiere telefonista, della IVA Batteria Reclute del 3 Rgt. Art. Contraerea, l 11 settembre con un fucile mitragliatore (caricatore, inserito, pallottola in canna e dito sul grilletto) sdraiato sull asfalto fuori delle Officine Galileo aspettava i camion dei tedeschi che sentiva arrivare all incrocio in fondo alla via provenienti da via Vittorio Emanuele II, ma - Oh nano, e che tu fai?...figlioloo! - fu trascinato via da un gruppo di donne di Rifredi. Di notte si sbandò in seguito al dissolvimento dell intero Corpo d Armata dopo la fuga del Re, l arrivo dei tedeschi a Firenze e raggiunse Roma,dove purtroppo a San Paolo non si combatteva più. In tale situazione di smarrimento e per le forti pressioni esterne, intontito dalle altisonanti parole a difesa del patrio onore, aderì alla RSI, ma la disillusione arrivò presto. Alla fine del conflitto, accolto nella nostra città da sua sorella e dal marito già collaudatore alle Reggiane, venne assunto come impiegato civile al Distretto Militare di Reggio Emilia. Avvicinato da partigiani che sapevano da dove proveniva e compresa la sua situazione, gli spiegarono con fraterna amicizia che se aveva commesso l errore di una scelta sbagliata, a soli 19 anni, non era colpa sua. Lo spronarono ad impegnarsi per conquistare un mondo migliore ove l onore, e il senso patriottico si accompagnassero sempre con la giustizia sociale, la democrazia, la libertà ed il rispetto assoluto della persona umana. Operò bene, ma non fu risparmiato da una ingiusta persecuzione da parte del SIFAR. 3

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6 Finalmente...il mattino del 25 Aprile 1945 usciva, in 2000 copie, REGGIO DEMOCRATICA. Il giornale, organo del CLN provinciale, era stato composto e stampato a mano in una faticosa nottata senza corrente elettrica presso la ex tipografia del Solco Fascista (Ara in profondità terra e anime! Mussolini) che, allora situata nello scantinato della Casa del Mutilato, era stata occupata dai partigiani nel pomeriggio precedente. Intitolato Da un sobborgo della città - FIORI E BENEDIZIONI - l ultimo articolo di retro pagina, vivace ed emozionante raccontò di ciò che era stato vissuto al Gattaglio durante le ultime ore dell occupazione nazifascista, dall arrivo dei Partigiani in fondo al borgo al loro chiassoso e festante sparare in aria, dai festeggiamenti della popolazione esultante che si riversava come un onda irresistibile per la strada, al saccheggio, peraltro disapprovato e condannato dal Comitato di Liberazione, della caserma della brigata nera 1 che già, comunque si era per tempo defilata da Reggio Emilia. Sollecitato da una giovane studentessa di III Media che abita sul mio stesso pianerottolo, al civico 2 di via G. B. Venturi, a raccontarle un fatto significativo accaduto durante la II Guerra Mondiale, ho deciso di dare un seguito a quell articolo del 1945, riprendendone il filo per realizzare una cronaca umana, di persone e non solo di fatti, per raccontare la storia di cosa avvenne in queste Case Popolari durante quei giorni, e della tragica fine di una giovanissima ragazza che fu, forse, l ultima vittima di una terribile guerra. Mi giovo, per raggiungere il mio scopo, del vecchio registro, scritto ancora a mano, recante i nomi degli assegnatari di alloggi a partire dal 1937; gli anziani di oggi, questa è la vita, erano i bambini di allora. LA TAGLIATA Per chi è oggi studente è necessaria però una premessa che illustri quanto diverso fosse, nel 1945, l assetto territoriale di quella zona, tra il Gattaglio e l attuale viale Magenta, che pochi anni prima era ancora denominata Tagliata. La Tagliata aveva avuto origine nel 1551 per volontà del Duca Ercole II d Este che aveva necessità di avere libero il tiro dell artiglieria posta sulle mura di Reggio. Per ottenere il risultato desiderato si era quindi tragicamente provveduto ad abbattere e radere al suolo qualsiasi cosa sorgesse nel raggio di 200 pertiche al di fuori delle mura di cinta della città, sia che si trattasse di costruzioni quali borgate, ville, chiese, conventi, molini, fornaci o case, sia che si trattasse di risorse naturali quali alberi e boschi. L età della Tagliata non deve però trarre in inganno; nel 1945, infatti, il processo di urbanizzazione della zona era appena iniziato ed essa era ancora sostanzialmente formata da campi agricoli. Nel 1934, quindi, partiva da viale Timavo, dove già esisteva la SARSA 2, un viottolo privato denominato delle Concimaie che terminava sulla sponda destra del torrente Crostolo; il Canale Demaniale d Enza, invece, proveniva dalla Botte sotto la cascata del Crostolo (al ponte di San Claudio) e, dopo aver rasentato Cimitero e inizio del Gattaglio, risaliva a cielo aperto attraversando obliquamente i campi della Tagliata verso nord-est fino ad una trentina di metri dalla circonvallazione. Da li, eseguita un ampia esse, raggiungeva il fianco della SARSA dopo essere passato sotto il viottolo delle Concimaie e scendere verso Ovest, correndo parallelamente alla SARSA ed al viottolo stesso, voltando in direzione Nord a 3/4 della distanza tra viale Timavo e il torrente Crostolo. Soltanto nel 1935 (dall inizio e per un certo tratto di tale svolta a nord) il Canale confinava con la costruenda Casa della GIL 3. E importante notare che nel terreno compreso tra viale Timavo e la parte del canale che raggiungeva la via Emilia, venne costruita la caserma per la Milizia Stradale Benito Mussolini. Con la costruzione della casa della GIL, e coperto il canale, il viottolo delle Concimaie si andò trasformando in una vera e propria strada che prese prima il nome di via Magenta (nel 1939), poi quello di ltalo Balbo (nel 1940) a celebrare il quadrumviro fascista abbattuto con il suo aereo nei cieli di Tobruk. Alla fine della guerra, nel 1945, via I. Balbo si trasformò in via Sante Vincenzi 4, salvo tornare successivamente all originario viale Magenta. Il complesso delle Case Popolari fu costruito nel 1936 dal comune di Reggio Emilia allo scopo di ospitare, a partire dall anno successivo, la gente del Popolo Giusto che si era ritrovata senza tetto in seguito al risanamento del quartiere di Santa Croce ed all abbattimento delle vecchie e fatiscenti case di via Bellaria e Francotetto (in diversi alloggi vicini tra loro vennero sistemate famiglie appartenenti a 5

7 Nel 1500 il torrente Crostolo circondava le mura di Reggio Emilia, mentre il canale Enza passava dove ora scorre il Crostolo 6

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10 medesimi gruppi parentali). Determinante era stata anche la promessa del podestà in camicia nera che le abitazioni sarebbero divenute di proprietà degli assegnatari. Era stata questa una promessa molto importante in quanto le case, che nel 1938 furono poi cedute allo IFACP 5, erano le migliori che fossero state costruite a quel tempo 6, nonostante lo stile romano-fascista simile a quello della Casa della GIL. Anche se unificate dallo stesso stile, le Case Popolari venivano distinte dalla tinteggiatura che vedeva le Case Bianche in via Magenta e piazzale, la Casa Gialla, nel cortile interno, e le Case Verdi in quel lungo Crostolo, che veniva impropriamente chiamato via Magenta e via I. Balbo ma che, nel febbraio 1943, ebbe il nome di via G.B. Venturi. L altro tratto del lungo Crostolo, quello che andava da oltre il piazzale fino alla via Emilia, nel 1945 era per buona parte ancora a prato; solo nel marzo 1951, assieme al ponte in muratura che aveva preso il posto della demolita passerella in legno, divenne via G. Verdi. La vecchia passerella era costruita con travi di legno che le conferivano un aspetto originale, molto simile a quello che si vedeva nei film western, ed era stata costruita nel 1939 in modo da attraversare il Crostolo a livello stradale ma spostata di 7 o 8 metri sulla sinistra di quello che, evidentemente, era già stato ipotizzato come il sito del futuro ponte regolare. Al Gattaglio, invece, la passerella provvisoria si sviluppava fra le due rive ancora a metà costa. Già nel 1300 esisteva, al di fuori di Porta Brennone e all interno dell omonimo borgo, la strada San Claudio, la chiesa con annesso il palazzo che divenne nel secolo successivo sede Vescovile per essere poi raso al suolo nel Fu su una porzione di quel territorio che venne costruito, nel 1806, il cimitero urbano. Tornando all allora borgo di Porta Brennone, la strada di San Claudio proseguiva per via Passia (poi via de Passo), che andava fin sulla riva del corso d acqua al di là del quale c era il molino di San Claudio. Quello che veniva attraversato, però, non era ancora il torrente Crostolo, nel cui attuale letto scorreva allora il Canale d Enza. Il Crostolo che invece fluiva nel fossato scavato tutt attorno alle mura di Reggio e, scendendo dalla montagna, sfociava in tale fossato a Porta Brennone scorreva sotto gli spalti lungo il fianco ovest della cinta cittadina fino a Porta Santo Stefano, e da li, abbandonandolo, proseguiva per la campagna verso nord. A fine 800 sorse poi la strada Comunale al Cimitero che diventò strada Vicinale del Gattaglio prima (1936), via del Cimitero poi e, solo nel 1969, via Sergio Beretti 7 nella sua prima parte e via del Gattaglio nella seconda. Spostandoci sulla riva sinistra del Crostolo, poi, vediamo che nel 1800 già vi giungeva via della Roncina, ribattezzata via Gorizia nel maggio Era stato quindi in via della Roncina che, nel 1940, si iniziò, di fronte alla Roncina stessa, la costruzione del villaggio Arnaldo Mussolini divenuto, nel 1945, villaggio Foscato, quale è ancora oggi. Il vero e proprio lungo Crostolo di quella riva di sinistra si chiamava anticamente via per Coviolo, ma nel 1919, a seguito dei primi insediamenti a ridosso della via Emilia, prese il nome di via Dalmazia per tutta la sua lunghezza fino all incrocio con l allora via della Roncina per rimanere anonimo di lì sino al mulino di San Claudio. Solo in un secondo tempo anche quel tratto divenne via Dalmazia per diventare, dopo il 1945, via Dante Zanichelli APRILE 1945 Era martedì; dopo tante sofferenze, quella mattinata era trascorsa con gli inquilini barricati in casa, ossessionati da un secco calpestio di passi ferrati che aveva martellato il lungo Crostolo tra piazzale Italo Balbo e metà delle Case Verdi. Insopportabile era l incubo di quell avanti e indietro istericamente germanico che arrivava fino al limite della casa della GIL dove quel reparto della Wehrmact era alloggiato, trasformata in foresteria per chi andava e veniva dal fronte (soldati al primo piano e ufficiali al secondo) e nel retro, la palestra per la GIL con al piano terra aule per le scuole elementari e le cucine con il refettorio. Infine, di fianco allo stabile, nell ala che si affaccia sul torrente Crostolo, fino a due giorni prima c erano le Brigate nere e un reparto di Ausiliarie. 9 La notizia sulla scomparsa dei fascisti e della GNR 10 della caserma B. Mussolini in viale Timavo erano state riportate già la mattina precedente da alcune donne che, per sbarcare il lunario, facevano le pulizie nella caserma e facevano il bucato ai tedeschi. A quel punto era pure iniziato il saccheggio, tra l altro di breve durata, compiuto dalla gente delle Case Popolari e del Gattaglio e, almeno inizialmente, tollerato dai tedeschi disgustati dal comportamento dei propri alleati fascisti. Mia moglie (che con la famiglia 9

11 abitava sin dal 1937 nelle Case Verdi al primo piano del civico 2 di via G.B. Venturi) aveva partecipato, allora ragazzina, al saccheggio assieme ad alcune amichette ma era anche stata prontamente fermata, sgridata e costretta a restituire il bottino (una gavetta) dalla madre. Purtroppo una volta raggiunto il limite del cortile retrostante il caseggiato della GIL furono bloccate da un tedesco che, machinenpistole in mano non volle sentire ragione e costrinse lei e la madre a ritornare precipitosamente sui propri passi attraverso le trincea difensiva scavata sull argine del Crostolo ed oramai deserta. L attesa dell inevitabile si prolungava inquietantemente; era oramai tarda mattinata e l interrogativo che silenziosamente attraversava la mente di tutti, anche di chi pregava e delle vecchiette che sgranavano speranzose il rosario, riguardava chi sarebbe arrivato, se partigiano o americano, e il modo in cui sarebbero arrivati, se combattendo o in gioiosa parata. Nel dubbio nessuno era più uscito di casa sin dal pomeriggio precedente, da quando cioè era stata fatta l ultima frettolosa spesa a credito, segnando come al solito (con grande preoccupazione del bottegaio), dopo che si era passati dal fornaio. Erano oramai mesi che si dormiva in cantina per paura dei bombardamenti, ma ora centinaia di occhi spiavano le mosse dei tedeschi da dietro portoni sbarrati e serrande abbassate, senza neanche poter utilizzare la corrente elettrica. I tedeschi, da parte loro, continuavano imperterriti la loro scarpinata dandosi il ritmo cantando le note di una marcia militare che sembrava incoraggiare maggiormente l ufficiale in comando che la truppa. L ossessiva marcia tedesca era pure sorvegliata dalla canna di una mitragliatrice che, spuntando da una fessura praticata nello spigolo di recinzione dell area cortilizia della Casa della GIL tra il Piazzale e via I. Balbo, teneva sotto tiro la riva del Crostolo oltre la passerella. Se tutti sapevano che non c era da scherzare in questa situazione, nessuno però sapeva se Reggio sarebbe stata assediata e quale svolta avrebbe avuto la tribolazione iniziata 15 mesi e mezzo prima dal fatidico 9 settembre 1943 quando le truppe corazzate tedesche da due mesi in agguato 11 erano piombate su Reggio Emilia, occupando i principali punti strategici della città, facendo morti e feriti fra i soldati italiani alla caserma di artiglieria, in prefettura e all aeroporto. Tornando, però, a quella mattina del 24 aprile, la casa del fascio rionale 11 Novembre 12, dislocata nei due appartamenti al piano rialzato del numero civico 20 del piazzale, era deserta già da qualche giorno, così come erano vuoti gli appartamenti occupati precedentemente da tre famiglie di fascisti che avevano lasciato per tempo la città. Erano queste le famiglie del capitano della GNR Enzo Ferretti, di anni 45, abitante nella scala C della Casa Gialla e padre di numerosi figli repubblichini tra cui il tristemente noto Alberardo, di anni 23, membro dell UPI 13 ; del fattorino della federazione fascista Aldo Melegari, di anni 34, residente alle Case Bianche scala D; del gerarca del fascio Armando Gherardi, di anni 38, impiegato bancario e pure lui residente alle Case Bianche scala A. Ma non erano tutti membri del Partito Fascista i residenti alle Case Popolari: sullo stesso pianerottolo di Gherardi abitava infatti la famiglia Menozzi che aveva perso il figlio Gino, ventiduenne meccanico alle Reggiane, ucciso in seguito alla ligia esecuzione delle criminali disposizioni del generale Roatta 14 contro gli assembramenti il 28 Luglio 1943, e che avevano causato la morte di altri otto compagni di lavoro. Erano, più esattamente, le 10 del mattino di quel 28 luglio, quando tutti gli operai delle Reggiane si avviarono verso il cancello delle Officine brandendo una bandiera tricolore con tanto di stemma Sabaudo, un ritratto del Re e urlando Pace!. Erano in corteo e si stavano avviando verso il cancello per andare a manifestare lungo le strade della città quando trovarono la via sbarrata dai bersaglieri, il cui ufficiale in comando intimò loro di fermarsi pena l apertura del fuoco. Non si sa esattamente cosa successe, se il suo ordine non fu udito o se non fu dato peso a tale assurdità, ma alla sua mancata esecuzione fece seguito l apertura del fuoco: i moschetti e l unica mitragliatrice iniziarono a far fuoco, ma lo fecero in aria, al di sopra delle teste dei manifestanti. Fu l ufficiale in comando che, in preda ad una follia animale, abbassò improvvisamente la canna della mitragliatrice con il piede fulminando 9 operai e ferendone 37. Altri aderenti al fascio repubblicano erano fuggiti abbandonando la famiglia ed erano sia Gaetano Storchi, di anni 44, reporter del Solco Fascista e abitante nella scala B delle Case Bianche, che il giovane Prospero Bedeschi, di anni 22, detto anche Nino, abitante al n. 20. La storia di Prospero Bedeschi fu particolarmente triste e investì tragicamente il padre Bruno, un bravo uomo di 44 anni, che mai aveva condiviso i malsani comportamenti del figlio nella Brigata Nera e che fu udito in seguito sfogarsi nell osteria di Camparini 15, un locale allora ubicato nel complesso della SARSA lungo via S. Vincenzo 10

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13 (forse già nuovamente viale Magenta). Alle Case Popolari abitavano anche parecchi antifascisti, che non facevano niente per nascondere il loro pensiero se solo qualcuno aveva intenzione di capirlo. Per quanto sono riuscito ad appurare, ben in sette abitavano alle Case Verdi ed erano: la vedova Melioli, di anni 60, Otello Rovacchi, di anni 38, e (Bianca Catellani 16, di anni 34, alla scala 2 e che diventerà qualche anno dopo mia suocera), il padre socialista perseguitato dai fascisti, da ragazzetta aderì al partito comunista. Proprietaria del chiosco in legno davanti alla SARSA., vendeva bibite e acqua d orzo, tortellini con la marmellata, erbazzone, chizze e castagnaccio fatti in casa. Ernesto Mazzali, calzolaio di 45 anni delle parti di San Pietro, abitava nell appartamento lasciato dalla suocera sfollata alla scala 4 e aveva come vicina Ida Bertani (detta Galeina), di anni 35, saltimbanca si diceva di facili costumi ma anche di animo nobile verso il prossimo e fida patriota 17 ; alla scala 8 si trovava infine Fortunato Sartor, di anni 50,un anarchico che spesso aveva subito perquisizioni in casa e raramente aveva scampato la galera in occasione del 28 Ottobre 18. In occasione di tale ricorrenza, ma non ricordo di quale anno, Sartor fu fermato da un gruppo di fascisti che, appostato nel piazzale, controllava che tutti gli uomini transitanti sulla passerella, o con direzione da e per via G.B. Venturi, portassero camicia e cravatta nera. Sartor, che non indossava alcunché di nero, tentò prima di negare di essere a conoscenza della ricorrenza ma poi, incalzato dai militi della Milizia sulla vera ragione della disobbedienza, non riuscì più a mascherare il proprio pensiero e sbottò in un... e che sono un fascista io?, che gli avrebbe procurato problemi molto seri se non fosse intervenuto Marino Onesti, quarantenne fascista del luogo ed abitante nella scala A delle Case Bianche, che, intercedendo a suo favore, si fece garante di Sartor intimando alle camicie nere di lasciarlo andare, asserendo che si trattava di una brava persona. La verità era, però, che lo conosceva solamente di vista. Erano altrettanto antifascisti Secondo Casoli, falegname di 52 anni, e tutta la sua famiglia, Carla Catellani, parrucchiera ventottenne residente nella scala 20 del Piazzale e Antonio Ortaggio, di anni 28, Cancelliere in Tribunale e abitante nella scala C delle Case Gialle. Le Case Popolari... che strano ambiente erano le Case Popolari a quel tempo. E lo erano soprattutto di notte quando si andava ad ascoltare Radio Londra 19 nell appartamento della vedova Melioli, quando i giovani della SAP 20 si trovavano a casa dell Ida prima di entrare in azione, quando alla scala 8 Gino Viani (nome di battaglia Falco), di anni 18, e Leo Casoli (nome di battaglia Narciso), di anni 21, entrambi studenti, uscivano di casa per andare anche loro da Ida. Entrambi si trasferirono nel 1944 in collina da dove la 76 Brigata SAP comandata da Paride Allegri (nome di battaglia Sirio) attaccava le colonne Tedesche transitanti sulla Statale 63. Partigiano era pure Luciano Pecorari, di anni 20, residente nella Scala E delle Case Bianche e sfollato con la famiglia a Campogalliano (MO). Luciano era in forza alla 1 Zona SAP dall ottobre 1944 e, dal marzo 1945, alla 2 Divisione Modena Pianura - Brigata Ivano. Ettore Salami, ventenne disertore di un reparto dell Aeronautica Repubblichina di Pordenone, viveva invece sia al 1 piano della scala 6 di via G.B. Venturi che a Villa Seta, paese ove era sfollata la famiglia. Ma le Case Popolari non erano solo impegno cospirativo; durante il coprifuoco, infatti, c era pure chi si permetteva di andare a ballare in un appartamento proprio di fronte alla Casa della GIL dove si trovavano i tedeschi. Era l appartamento all ultimo piano della scala B delle Case Bianche, l appartamento ove vivevano Teresa Bulgarelli, di anni 42, infermiera all ospedale Santa Maria Nuova e suo figlio, nonché possessore del grammofono, organizzatore delle feste e di nome Remo, ventiduenne meccanico alle OMI Reggiane, soprannominato anche Nino. Una volta, nell inverno del 44, accadde che un gruppo di giovani della scala 8 delle Case Verdi, composto dalle sorelle di Leo Casoli Alba e Vera, di 19 e 15 anni, Giacomo Gironi, Laura Sonnini (detta Latla) e EIsa Sartor, tutti quindicenni, fosse atteso, al di fuori dell ultimo portone di via G.B. Venturi, da Alfredo, uno svizzero che faceva l interprete presso il Comando Tedesco e da Lucio Ferretti, allora diciassettenne. Era, Lucio, uno dei figli del Capitano della GNR delle Case Gialle ed era solito pavoneggiarsi con la divisa della X MAS 21 e del proprio parabellum russo. Una volta riunitosi, il gruppo aveva appena iniziato a muoversi in allegria lungo il buio marciapiede quando Lucio, vedendo strani movimenti nel piazzale, si fermò allarmato; punto sul vivo dagli amici che gli ricordarono il formidabile parabellum che portava con se, il ragazzo decise di proseguire e la compagnia si rimise in cammino iniziando a cantare la famosa canzone di Emesto Bonino Vieni c è una strada nel bosco.... Se fosse solo un modo per darsi coraggio e fugare ogni timore o se fosse, più verosimilmente, un segnale in codice non è dato sapere; fatto sta che, appena voltato l angolo della piazza, i giovani si trovarono di fronte a tre individui con il volto 12

14 Manifestazione nazi-fascista presso la ex casa della GIL, in viale Magenta 13

15 coperto e le pistole in pugno i quali, dopo averli fermati, disarmarono Lucio, prendendosi non solo il suo amato mitra russo, ma anche una bomba balilla che teneva nascosta nella capace tasca esterna dei lunghi pantaloni serrati alla caviglia. Una volta portata a termine l operazione, i tre sappisti si dileguarono di corsa nella notte attraversando il Crostolo ghiacciato. Chi erano? Erano Euber Soncini (nome di battaglia Leo), di anni 23, sottotenente d artiglieria sbandato dopo 1 8 settembre e residente al villaggio A. Mussolini, Evaristo Fornaciari (nome di battaglia Tiziano), di anni 16 detto Puricelli, operaio alla SARSA e abitante in via Milazzo e, infine, il già nominato Gino Viani che viveva, tra l altro, sulla stessa scala delle ballerine. La reazione del gruppo assalito fu, a seguito delle insistenze dell interprete Alfredo, di proseguire oltre ed andare a ballare. Lucio, alquanto sconsolato ed arrabbiato, voleva invece andare al comando tedesco e far circondare l intera zona, e soprattutto le Case Popolari, dalla GNR. Recedette dal suo proposito solamente al pensiero della ridicola figura che avrebbe fatto agli occhi dei camerati venuti a conoscenza dell accaduto. Ma il giovane Lucio non fu l unico ad essere disarmato; ad un altro milite, un meridionale che si era arruolato nella GNR per pura necessità, toccò la stessa sorte. Si trovava per sua disgrazia nel vicino portone numero 20, assorto a chiacchierare con Dolores Casali, di anni 27, che diventerà poi, una volta finita la guerra, sua moglie. Gli amori alle Case Popolari... anche questo succedeva. Succedeva che Serena Fornaciari, ventiquattrenne residente al numero 4 delle Case Verdi e sorella di Iolanda, di anni 28 e con l abitudine di intrattenersi con i tedeschi, fosse fidanzata con un soldato della Wehrmacht, un certo Franz in servizio presso il comando tedesco che occupava la villetta all inizio di via Volturno. Quel certo Franz, però, ad un certo momento scomparve e, con l aiuto dei partigiani, andò in montagna; forse passò il fronte della Garfagnana. Mai si venne a conoscenza del ruolo che ebbero su tale diserzione le ragazze del n. 8 di via Venturi, le quali concordarono la fuga con dei partigiani con i quali si erano incontrate ai giardini pubblici di Reggio. Tornando però al ballo, vale la pena di raccontare quanto capitò alla giovane ballerina Odette Bedogni in arte Delia Scala 22, la quale nel 1944 venne a Reggio per danzare nell allora Teatro Municipale e fu tutto un dire fra le ragazzine delle Case Popolari che frequentavano la scuola Elementare con il refettorio nel seminterrato della casa della GIL, con ingresso nel cortile esterno al complesso. Delia sarebbe venuta a danzare alla GIL. Purtroppo, Delia nel ballare e nel dopo si era messa a civettare con un bel giovanotto della GNR, al quale faceva il filo Lalla Simonini delle Case Popolari. Ne nacque una baruffa fra le due ben presto risolta, si dice da due sonori ceffoni ai danni della ballerina elargitigli da Elsa Sartor (anch essa delle Case Popolari), intervenuta in difesa della sua amica inseparabile. Pure l Arma dei Carabinieri era rappresentata in quell originale microcosmo che popolava le Case Popolari. Abitavano infatti in via Venturi sia Giovanni Boazzo, quarantenne residente nella scala 2, che l Appuntato Luigi Lanotte, di anni 41, che risiedeva nella scala 6. Entrambi restarono in servizio nella Repubblica Sociale dopo l 8 settembre, ma entrambi mantennero un comportamento assolutamente ineccepibile nonostante fossero sicuramente venuti a conoscenza, nell arco dei 20 mesi che portarono alla Liberazione, di fatti e dicerie di ogni genere. Neppure sul Brigadiere di P.S. Beniamino Rocco, quarantunenne residente nella scala C delle Case Gialle, emersero addebiti di alcun genere nonostante l adesione alla Repubblica Sociale. A quei due carabinieri, se lo vennero a sapere, sicuramente non convinse l intrusione attribuita ai fascisti nell appartamento della famiglia Sturloni al terzo piano del n. 4 delle Case Verdi. Infatti, gli individui mascherati entrati con prepotenza in quell appartamento, ma senza usare violenza e arrecare danni alla quindicenne Giovanna Sturloni, portarono via soltanto un giradischi e una corposa collezione di dischi di Natalino Otto, Carboni ed Ernesto Bonino. Insomma, se fosse stata una spedizione punitiva fascista sarebbe stato distrutto sul posto quanto invece sequestrato, e come minimo sarebbe stato trascinato via qualcuno degli Sturloni. Molto più numerosi erano gli operai delle OMI Reggiane che risiedevano alle Case Popolari, talmente numerosi che quasi una famiglia ogni due ne annoverava almeno uno. Purtroppo molti persero il lavoro dopo i bombardamenti del Gennaio 44, ma fortunatamente moltissimi di essi trovarono lavoro sia grazie alle abbondanti nevicate degli inverni che seguirono e che portarono molta neve da spalare in città, sia grazie all arruolamento nella Todt 23, che comportava la non deportazione in Germania e un salario che aiutava la sopravvivenza e, magari, a collaborare nella Resistenza. Erano trascorsi solo pochi mesi dalla sera dell agguato ai danni di Lucio Ferretti quando, attorno all ora di pranzo del 23 febbraio 1945, accadde che Leo Casoli vedesse alcuni militi dell Upi (Ufficio politico 14

16 investigativo della GNR) prelevare l amico partigiano Evaristo Fomaciari davanti alla vecchia palestra di via Guasco. Fu lo stesso Fornaciari che, gridando all amico di riferire alla madre che lo avrebbe rivisto per ora di cena, suggerì a Leo Casoli di correre di filato al Villaggio A. Mussolini per mettere in guardia chi di dovere. Contrariamente alla sua affermazione, Fornaciari venne rinchiuso ai Servi 24 per essere trasferito ogni giorno a villa Cucchi 25 dove veniva torturato con la corrente elettrica. Lo strazio di quella prigionia durò per cinque giorni, fino a che, il 28 febbraio, Fornaciari riuscì ad evadere attraverso un finestrino della cantina in cui era rinchiuso; dal finestrino sbucò in via Monte Pasubio e, una volta raggiunta Porta Santo Stefano, prese in prestito una bicicletta da un meccanico alla posta dei cavalli e volò alla Gazzata da un amico. La sua strada era, a questo punto, tracciata: il giorno seguente raggiunse quindi i partigiani in montagna. Fu l inizio di un vero e proprio esodo: Leo Casoli seguì l amico a distanza di pochi giorni, non sentendosi più sicuro in città, e si recò in collina per entrare a fare parte della SAP Montagna mentre Euber Soncini, che era pure stato membro del CLN cittadino, si allontanò da Reggio per diventare, nel Marzo 1945, comandante partigiano. Si era così arrivati al mezzogiorno del 24 aprile, e la maggioranza degli abitanti delle Case Popolari aveva già finito il pranzo, se così possiamo permetterci di chiamare quel poco di cibo che permettevano le ristrettezze del tempo. Non si sa il perché, se fosse una premonizione o un caso, ma tutti avevano pranzato con una inusuale fretta e così nessuno era ancora a tavola quando, improvvisa, si propagò la notizia che in un alloggio alla Casa della GIL non si vedevano più i soldati tedeschi. La voce volò di casa in casa come quando qualcuno, dalla finestra della Scala 2 che dava sul retro, si mise ad urlare per chiedere conferma a quelli della Casa Gialla : dal balconcino al primo piano, rispose Liana Camparini di anni 16 figlia dell oste sii... è vero!! fu l entusiastica risposta che altro non faceva che confermare quella che era la verità: i tedeschi, compresi quelli della villetta di via Volturno, se ne erano andati. L inquietudine però, mista a sorpresa, assaliva coloro che vedevano un certo numero di soldati tedeschi assiepati nelle vecchie case di via Gorizia che, da oltre la passerella, si affacciavano sul Crostolo: il perché fossero lì, fermi, era la domanda che girava nella mente di tutti i cittadini che li vedevano o che venivano a conoscenza del fatto. Nel frattempo, i portoni delle case andavano progressivamente aprendosi per permettere agli abitanti di sincerarsi della situazione che appariva assolutamente tranquilla. I tedeschi, sull altra sponda, sembravano non prestare attenzione ad alcunché, neppure al frettoloso passaggio di isolati gruppetti di loro connazionali in fuga disordinata su biciclette stracolme di roba. La tranquillità della situazione invitò Vera Casoli, Laura Sonnino detta Lalla ed Elsa Sartor ad uscire di casa ed andare dove la via ceca finiva per giocare a pallavolo. Altri, persino i più piccoli, sarebbero andati a scavallarsi dietro la casa, nel prato, dentro la buca dove era stata spenta la calce viva durante la costruzione delle Case Popolari e a farvi l altalena su di una trave lasciata in bilico dai muratori. La maggiore soddisfazione, però, era quella di pestare l erba incolta e non falciata e pensare a come dovesse essere contento Alberto Coccolini, di anni 32, popolarissimo pugile reggiano e a quei tempi custode severo delle Case Popolari. Ai ragazzini delle Case Verdi era proibito sconfinare nel cortile interno delle Case Bianche (dove lui viveva nella scala A) messo a giardino; ma soprattutto non si poteva pestare l erba e toccare i fiori. Ma nessun altro ebbe il coraggio, o l incoscienza, di uscire per strada e così i bambini delle famiglie che non erano sfollate si divertivano come potevano, giocando a fare i salti su quei letti che oramai da mesi erano sistemati nelle cantine per paura dei bombardamenti. Ma non c erano solo bambini: c erano anche ragazzini più grandi delle scale 2 e 4 che stavano ad ascoltare, sognanti ed incantati, le storie che Roberto Barani, di anni 45, raccontava loro con impareggiabile maestria, in tutte le Case Verdi c erano uomini e donne adulti che, seduti sulle panche collocate nelle lavanderie che ancor oggi mettono in comunicazione le scale 2 e 4 e le scale 6 e 8, giocavano a carte e si lasciavano andare, di tanto in tanto, a qualche accenno di canto popolare. Quello che mai accadeva era che si parlasse di chi mancava, sia che fosse semplicemente scomparso, sia che fosse ufficialmente non tornato dopo l 8 Settembre Questi erano argomenti di cui erano a conoscenza solamente coloro che dovevano sapere, ed erano custoditi tanto gelosamente che neppure i fascisti delle Case Popolari avevano il minimo sospetto di ciò che accadeva di nascosto intorno a loro. Il gioco delle carte, dicevamo... Il gioco delle carte era un passatempo che aveva contagiato molte persone, che aiutava a dimenticare per un po le atrocità, le miserie ed i danni che quotidianamente venivano vissuti dagli abitanti di queste case. Ma era, anche 15

17 La stazione prima dei bombardamenti 16

18 questo, un palliativo di breve durata perché c era sempre chi tornava, con la mente e con i discorsi, agli spaventosi bombar damenti aerei, soprattutto quelli che erano avvenuti tra il 7 e l 8 gennaio dell anno prima 26, e che avevano visto centinaia di aerei alleati sganciare un inferno di bombe sulle Reggiane, sulla stazione ferroviaria e su San Maurizio. Il bilancio di quei due giorni fu quanto di più tragico Reggio Emilia potesse vedere: centinaia di vittime e di feriti (compresi quelli che erano sfortunatamente degenti in manicomio o nascosti nei rifugi antiaerei centrati dalle bombe tra cui quello nei pressi della stazione ferroviaria), distruzioni e devastazioni inimmaginabili ovunque. In città i racconti che seguirono furono angosciosi: persone che vagavano come fantasmi alla ricerca di ciò che non c era più, anime che, in preda alla disperazione ed all angoscia più nere, correvano a perdifiato seguendo chissà quale percorso, mosse da chissà quale istinto. Anche alcuni simboli della comunità reggiana erano andati distrutti, come il bel mosaico sul Tricolore che era la facciata della distrutta stazione ferroviaria. E comunque queste due giornate, per quanto devastanti, non erano state occasioni isolate nel periodo bellico vissuto dalla città: non si poteva infatti ignorare il bombardamento che aveva colpito le case del Sin Sin 27 ne l onnipresente Pippo 28 che aveva persino mitragliato, e non per errore, il camion della nettezza urbana con i suoi carrelli stipati di sacchi delle immondizie. Talmente tante erano le imprese di Pippo che il discorso si spostò inevitabilmente sui rifugi antiaerei. Due erano tali rifugi interrati in trincea nei dintorni delle Case Popolari: uno era in via Gorizia, giusto al di là del Crostolo, nel campo dopo la casa di Bizzochi, mentre l altro si trovava negli orti che precedevano il cimitero al Gattaglio. Gli abitanti delle Case Popolari preferivano il rifugio del Gattaglio, che permetteva loro di evitare la corsa allo scoperto sulla passerella del Crostolo e le mamme avevano il loro bel da fare nel trattenere i bambini che, in parte ignari di cosa significasse tutto questo, sfuggivano loro di mano per correre all esterno del rifugio e vedere gli aeroplani volare sui cieli della città. Ma, per passare tanto tempo nelle lavanderie, occorreva anche avere argomenti di cui discutere; e gli argomenti erano molteplici a quei tempi, dalla borsa nera al prezzo della farina bianca che era volato alle stelle, per finire ai commenti sempre più frequenti e meno nascosti su guerra, tedeschi e repubblichini. Proprio tedeschi e repubblichini erano i soggetti che più intrigavano le persone e che riservavano la maggiore angoscia nel portare alla luce gli innumerevoli crimini fino ad allora perpetrati. Il primo a venir fuori fu quello delle tre persone fucilate davanti al Duomo durante l estate precedente, seguito dall episodio riguardante tre giovani fucilati a Villa Coviolo e, per ultima, la criminale rappresaglia portata a compimento nel periodo prenatalizio a Villa Sesso dove, per alcuni giorni, i militari avevano rastrellato e massacrato un imprecisato numero di abitanti. Era la prima volta che tali avvenimenti venivano svelati in modo tanto chiaro, ma l impressione era che molti, se non proprio tutti, fossero al corrente di cosa fosse accaduto in quei mesi bui a Reggio Emilia, tant è che nessuno si esimeva dall esprimere la propria opinione. Ma quanto elencato prima non esauriva la lista delle atrocità compiute in città; non è infatti possibile non ricordare né le decine di giovani fucilati nel febbraio precedente tra Villa Cadé e Calerno, né le esecuzioni che il mese successivo avevano macchiato di sangue Villa Bagno 29. Oramai si era levato il coperchio su indicibili atrocità, ed era quindi impossibile tenere ancora celata la terribile verità riguardante la rappresaglia nazista che aveva avuto luogo nell albergo della Bettola nell estate del 1944, e che aveva portato al massacro di numerosi persone di ogni età. Messaggeri di tale sventura furono gli autisti della SARSA che viaggiavano sulla tratta della montagna 30. Ma fu la Bianca, in quanto testimone oculare, a svelare uno dei fatti in assoluto più atroci che la città avesse avuto modo di vedere. Era il mattino di sabato 3 febbraio 1945 e la neve copriva la città. Bianca era uscita presto di casa, con due borse della spesa in mano, per recarsi al suo magazzino di via Blasmatorti (la traversa tra via di Porta Brennone e via Panciroli) a rifornirsi per il chiosco. Quel giorno la neve, ancora alta in molte strade, le aveva tragicamente suggerito di seguire una via inusuale, quella che la portava a destinazione passando per via Guasco e corso Garibaldi che erano state ripulite il giorno prima. Aveva, Bianca, appena imboccato via Porta Brennone quando la neve le aveva svelato uno spettacolo agghiacciante: quel rosso che la imbrattava e che formava delle pozzanghere fra i cumuli bianchi era infatti sangue, il sangue versato dai quattro corpi inanimati che giacevano scomposti, con i piedi nudi e le mani legate, e che mostravano, innegabili, gli innumerevoli e crivellanti marchi tondi della spietatezza fascista 31. Alcune vecchiette, di ritorno dalla Messa, si fermarono un attimo, pietose, a recitare una preghiera, mentre Bianca, che a distanza di due mesi sentiva ancora il sangue ribollirle 17

19 nelle vene al ricordo, non poté fare altro che guardarli bene, per lunghi istanti, per essere sicura di non dimenticare mai l orrore che stava vivendo. Se ne andò, Bianca, con gli occhi pieni di lacrime di rabbia, maledicendo i delinquenti che avevano osato tanto, ma facendosi, pietosa, il segno della croce. Dopo tante atrocità narrate, nello scantinato l atmosfera si era fatta talmente pesante da essere opprimente; ma c erano i bambini a cui pensare, quei bambini che già avevano sofferto più degli adulti gli anni di guerra, e che stavano perdendo in essa gli anni più importanti e gioiosi della loro vita. Qualcuno quindi, e non importa chi, attaccò la stessa storia comica dell inquilino che allora abitava con la sua famiglia in quel minialloggio (accorpato dopo la liberazione all appartamento accanto) che sarebbe diventato, solo cinque anni più tardi, la camera da letto matrimoniale di chi sta scrivendo. Sposai infatti Paola Camorani, figlia di Bianca, nel Mi permetto ora, chiedendo scusa al lettore, una piccola digressione su questa vicenda personale poiché, in tanta tristezza, rappresenta quel filo sottile di speranza e di amore che ci guida anche nei momenti più bui. Vidi Paola per la prima volta nel 1944 quando lei, allora bambina, era fuori dal chiosco della madre a godersi, divertita, la scena di me, barcollante, scaricato davanti alla SARSA dal cassone di un camion a carbonella che era ancor più barcollante di me. La degnai, io ragazzo più grande, di uno sguardo mal celatamente noncurante, colpito però dalle sue trecce e dai suoi occhioni azzurri. Proseguii, dopo essermi acceso una sigaretta, con l immagine di quella ragazzina nella mente per dirigermi a piedi verso Porta Castello dove mia sorella abitava 32, esattamente in via F. Cassoli, con i suoi tre figlioletti Angelo, Franco ed Anna ed il marito che prestava servizio nell avvistamento degli aerei sulla torre civica del Bordello. Via Cassoli era una attrattiva particolare al di là degli affetti, vi scorreva il canale scoperto pieno di un acqua da farci il bagno. Ma parlavamo di Paola... la rividi, cresciuta, nel 1948 ad una festa al CIR (Circolo Impiegati Reggiani) che si trovava allora sotto l isolato San Rocco davanti al teatro Municipale... ci fidanzammo. Ma torniamo alla scena comica: questa avvenne per davvero quando l assegnatario Antonio Tedeschi, genovese di 44 anni che faceva il calderaio, tornò il giorno prima a casa e si accorse che il portone di legno dell entrata era chiuso ed il campanello non funzionava mancando la corrente elettrica. Non gli rimaneva altro che bussare energicamente e rumorosamente, ma quando qualcuno dall interno cercò di capire chi fosse ebbe la malaugurata idea di rispondere perentoriamente - Aprite... Tedeschi!. - Col cavolo! - rispose una voce dall interno, facendo seguire un esplicito silenzio a quella colorita espressione. Solo la reiterata insistenza di Tedeschi, che aggiunse pure il proprio nome all ambiguo cognome, fece in modo che l equivoco venisse chiarito e che qualcuno lo facesse entrare. Tra una storia tragica e le risate strappate dall ennesimo racconto di questo fatto comico, il tempo passava. Il problema era che non si sapeva quanto ne sarebbe dovuto passare prima di giungere ad una conclusione. Tutti, in cuor loro, condividevano la medesima speranza riguardo al futuro, ma allo stesso tempo condividevano anche la medesima incertezza sui tempi di questo futuro e sulla sua fattibilità. Avrebbe, questo futuro, riservato gioiose feste e caldi benvenuti ai partigiani che giungevano in città dopo che i tedeschi se ne fossero andati? Ma poi, sarebbero arrivati da soli o in compagnia degli alleati? E se invece i tedeschi fossero tornati in forze e si fosse combattuto casa per casa? Quali danni, quali disastri, quali e quanti ulteriori dolori sarebbero stati riservati ai reggiani? La gente delle Case Popolari si era oramai abituata a convivere con questi timori, così come si era abituata ad una vita che, negli ultimi giorni, si era fatta sempre più difficile e pericolosa, nonostante la presenza di una caserma tedesca sotto casa l avesse preservata dalle prepotenze che la X MAS aveva perpetrato al Gattaglio. Proprio in quella mattina, delle truppe germaniche che battevano in ritirata, per necessità o per vendetta, avevano requisito tutte le biciclette rimaste dalle precedenti razzie della brigata nera e della polizia repubblicana in fuga. Chissà cosa avrebbe dato la gente delle Case Popolari per sapere che verso le tredici di quella stessa mattina alcune avanguardie partigiane erano penetrate in città, affiggendo un manifesto del CLN che così recitava: ALL INSURREZIONE! ALLO SCIOPERO GENERALE INSURREZONALE PER LA CACCIATA DEI TEDESCHI E LA DISTRUZIONE DEL FASCISMO...PARTANO I BATTAGLIO- NI OPERAI. Cosa avrebbero dato queste stesse persone per essere informate che poco dopo, Prefettura, Municipio e Casa del Mutilato (tipografia de Il Solco Fascista ) erano state occupate da membri del CNL? I manifesti 18

20 Partigiano in postazione a porta Castello La vecchia passerella al Gattaglio 19

21 affissi dai tedeschi poco tempo prima ed inneggianti alla normalità ed al lavoro e che intimavano alla popolazione di non avviare azioni di sabotaggio e saccheggio erano oramai acqua passata; talmente passata che, curiosamente, erano stati coperti dai manifesti affissi dalle avanguardie partigiane che li seguivano passo passo. Frattanto le artiglierie tedesche ed alleate avevano iniziato un duello che sarebbe continuato per diverse ore con esplosioni, che gli abitanti delle Case Popolari percepivano così vicine da giudicarle interne alla città. Il cannoneggiamento, che era oramai solamente alleato e che si udiva da Reggio proveniente dalla parte di Modena, finì poco dopo le sedici. La sua sospensione era stata chiesta dal Comando Partigiano per permettere l avanzata della 26 a Brigata d Assalto Garibaldi, ma la fine del rombo dei cannoni sembrò a molti anche un avviso diretto ai tedeschi al di là della passerella, che iniziarono a tenere sotto tiro le Case Popolari, prendendo di mira terrazzini e portoni. Un proiettile che era stato sparato verso quello aperto del civico 4 sfiorò la sedicenne Franca Mazzali senza colpirla per un niente mentre stava salendo le scale; in fondo alla strada Elsa, Vera e Lalla fecero appena in tempo ad abbandonare la palla e precipitarsi in casa. Ma cosa aveva provocato quell improvviso tiro a segno? Era stato per prevenire attacchi partigiani e per imporre la propria presenza? Era stato il risultato della disperazione provocata dall essere stati abbandonati ed in qualche modo tagliati fuori? Insomma, quello che non si capiva era se quei tedeschi fossero una retroguardia (lasciata a protezione delle colonne in ritirata che, provenienti anche dalla pedecollina, attraversavano la via Emilia ad ovest di Reggio per tentare di raggiungere il Po con i partigiani alle costole) oppure se fossero semplicemente, ma anche tragicamente, un gruppo di sbandati terrorizzati che aveva perso la testa quando tutto gli era crollato addosso. Alle Case Popolari, sottoposte a quell incomprensibile fuoco di fucileria, si mescolavano sentimenti di speranza e preoccupazione, mentre a Porta Castello la 26 a Brigata d Assalto Garibaldi si apprestava ad entrare in città dopo averla aggirata ad est verso il campo d aviazione con due suoi reparti aggregati al battaglione Alleato e dopo aver mandato una sua formazione al Gattaglio per proteggersi il fianco sinistro. Di quella formazione faceva parte Gino Melli 33, detto Iado, ventenne abitante in via Marsala 23 che era capo squadra dell intendenza della sua brigata. Iado conosceva perfettamente quei luoghi per averci giocato fin da bambino, ed era infatti sbucato, con dietro la fila dei partigiani, in fondo al Gattaglio al fianco della passerella, passando attraverso la fitta vegetazione della riva destra del Crostolo oltre il ponte di San Claudio e attraversando il cimitero e gli orti. I partigiani erano stati accolti con un entusiasmo incredibile dalla gente del Borgo che, finalmente libera, era uscita festante ed eccitata fuori dalle cantine. Che festa! Si gridava, si cantava, ci si abbracciava ebbri di una felicità che faceva impallidire quella mostrata il 25 luglio di due anni prima alla notizia della caduta del duce e del fascismo. Così incontrollabile era la gioia, che ad alcuni erano persino scappati alcuni colpi di fucile per aria, contrariamente ad ogni regola di buon senso e guerriglia. Tigre lasciò il Gattaglio con due compagni solamente all imbrunire, imboccando via Voltumo per dirigersi verso il muricciolo con la rete di recinzione del prato nel retro delle Case Popolari di via G.B. Venturi. Elsa Sartor, stanca di attendere eventi che parevano non arrivare mai, lasciò le sue due amiche nella lavanderia delle scale 6 e 8 (dove gli assegnatari ancora si interrogavano su quanto stava accadendo) e salì al secondo piano del civico 8 per andare a bussare alla porta di suo fratello Giovanni, di anni 27 ed operaio alla OMI Reggiane; si affacciò al balconcino che dava su via Volturno... voleva vedere, Elsa, voleva soprattutto sentire e capire come stavano esattamente le cose. Fu un attimo: Iado! Si era proprio lui nel prato con i due partigiani armati; era proprio lui davanti ai balconcini del primo piano del retro della scala 4 che si apprestava a scavalcarne uno. Ernestooo! Se ghet? Era Iado che scavalcava con due partigiani il balconcino dell amico. Era atteso? In casa, oltre ad Enesto Mazzali e la moglie Rina, c era pure la figlia Franca. Come stai? chiese ansiosamente Enesto E tu? fu la risposta dell amico. Siete arrivati, finalmente.! ribattè Ernesto con la voce piena di gioia. Già annuì Iado... e mia madre, come sta? Bene, non ti preoccupare Ci sono ancora tedeschi? si preoccupò di chiedere Iado una volta sinceratosi delle condizioni della 20

22 Lalla, uccisa sulla porta di casa da un cecchino tedesco il 25 aprile

23 madre. Sono dall altra parte del Crostolo - rispose pensieroso Mazzali -... ed ogni tanto sparano. Elsa, nel frattempo, si era lanciata a perdifiato scendendo le scale che solo poco prima aveva salito ed, ebbra di felicità, continuava a gridare che Iado era arrivato, che era lì con loro. Giunta nell interrato attraversò in un attimo lavanderia e porta di comunicazione con lo scantinato contiguo, risalendo poi le scale del civico 6 per giungere all aperto, lungo il marciapiede che portava al portone, questa volta chiuso, del 4. - C è Iado... aprite - urlò battendo i pugni contro la porta. - Vai via- tuonò una voce spaventata e preoccupata dall interno - Vai via che i tedeschi sparano. Ma Elsa, eccitata da quanto stava accadendo, continuava a ripetere quel ritornello ossessivo - C è Iado, aprite... aprite... sono Elsa... Elsa! Un altra ragazza stava però per comparire sulla scena, ignara della tragica sorte che la stava aspettando quel giorno. Era Lalla, l amica che aveva seguito Elsa e che si era fermata davanti al portone aperto del civico 6 in attesa che qualcuno si desse pena di dar retta alle suppliche che la ragazza continuava ad urlare dall esterno dell ingresso chiuso del 4. Quello che si stava svolgendo davanti a quel portone era, però, un drammatico dialogo tra sordi: - Aprite, sono Elsa, Iado è arrivato... Aprite... aprite per favore! - urlava la giovane seguitando a battere con una violenza inaspettata i pugni contro la porta. - Vai via, vai via... svelta che i tedeschi sparano, sparano proprio addosso a noi! - rispondevano dall interno senza aver probabilmente neppure capito che cosa volesse. Ad un certo punto, però, Elsa non ce la fece più e, persa ogni speranza, si volse indietro e, veloce come era venuta, si mise a correre verso il portone del 6 dove Lalla la stava ancora aspettando. Elsa arrivò e continuò la sua corsa buttandosi all interno dell atrio attraverso il battente del portone aperto, e fu proprio in quell attimo che Lalla decise di muoversi verso destra per seguire l amica riuscendo però appena a iniziare a girarsi che, nitido e secco, si udì un colpo di fucile. Un attimo e il colpo diretto a EIsa che delle due era la più alta, incontrò invece lungo la propria maledetta traiettoria Lalla, che si trovava ancora sull androne, trapassandole collo, spalla e torace. - Che succede? gridò allarmato Iado interrompendo repentinamente il discorso con Ernesto Mazzali, raggiungendo il terrazzino scavalcandolo con un balzo, seguito da due partigiani, mentre si udivano le urla degli abitanti del civico 4 che salivano lungo scale e scantinati. - Hanno sparato alla Lalla... - rispose Franca mentre, con circospezione, aveva socchiuso la porta di casa per affacciarsi. - E morta... l hanno uccisa i tedeschi... - furono le ultime parole che Iado si sentì dire mentre rientrava dal terrazzino con le armi alla mano. Il colpo era giunto dall unica finestra del piano rialzato della seconda casa a sinistra, da dove via Gorizia sfociava sul Crostolo, più precisamente dal numero 3 dell attuale via Zanichelli 34. Dopo aver martoriato il corpo di Lalla, il proiettile, che era stato sparato dall alto verso il basso, aveva proseguito la propria folle corsa conficcandosi nel battente destro aperto del portone, a poco più di un metro dal balconcino dietro il quale si nascondeva Ettore Salami, pietrificato dell accaduto e che cercava di capire le intenzioni dei tedeschi: avevano sparato per vendetta verso gli italiani e per il gusto di uccidere, impauriti, avevano fatto fuoco su un movimento sospetto? Lalla fu prontamente soccorsa dal padre di Salami, quarantaquattrenne infermiere all Istituto San Lazzaro, e da Cleonice Bertolini quarantenne madre dei fratelli Casoli e da Giovanna Massoni trentaduenne moglie di Mario Gatti, abitanti in quella scala al 2 piano. La Giovanna che era accorsa quando Lalla era stata distesa sul pianerottolo, pose sotto la testa un cuscino che presto si inzuppò di sangue. Salami e Cleonice tentarono vanamente di rianimare la ragazza tamponando la terribile ferita, ma non vi fu niente da fare. Laura Soncini, detta Lalla, morì ancora quindicenne alle ore 20 del 24 aprile Le tenebre avevano intanto avvolto il quartiere e la riva opposta del Crostolo non era più sufficientemente visibile, almeno non abbastanza, per preparare un attacco che, tenendo conto anche del buio in arrivo, si sarebbe rivelato un disastro per gli attaccanti. La salma fu portata nel suo alloggio e ricomposta tra la disperazione di tutta la famiglia: del padre Riccardo, il giornalaio dell edicola davanti alla SARSA, della sorellina Carla e della madre che, per quanto addolorata, si era aggrappata ad una profonda e radicata fede cristiana che le permetteva di accettare 22

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