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1 caosfera creativitoria 100% MADE IN ITALY

2 Teresa Fantino IL DIARIO DI MAGDA: ZIA RACHELE E I BAGNI DI LUNA Essenza Teresa Fantino IL DIARIO DI MAGDA: ZIA RACHELE E I BAGNI DI LUNA ISBN copyright 2014 Caosfera Edizioni soluzioni grafiche e realizzazione

3 Grazie! A mia madre e a mio padre, che per primi mi hanno avvolta col loro amore. Ai miei figli Marco Nuvoletta ed Efrem, I migliori Maestri della mia vita. A mio marito Lino, il cui amore paziente mi svela sempre più nuovi orizzonti di consapevolezza e di pace. A mio fratello Dario, che mi ricorda di tenere i piedi per terra. Al gruppo Shabbat Shalom. Alle Donne del Gruppo del giovedì. Agli Antenati, che dalle loro dimore di Luce parlano al mio silenzio interiore e continuano ad amarmi, ad ispirarmi, a sorreggermi. A tutte le persone che mi hanno reso la vita dura perché, grazie a loro, ho potuto sperimentare l alchimia che può trasformare il dolore in perdono, in compassione, tolleranza e amore incondizionato. A tutti quanti dedico questo libro nella consapevolezza che, come ha detto Gustave Rol: Ogni anima è una nota e tutte concorrono a formare un armonia nelle quale ciascuna vibrazione dona colore e rilievo alla sinfonia umana. Ogni anima è una goccia, le gocce d acqua che formano il fiume vanno verso l oceano dell infinito ove ogni singola volontà si fonde in una aspirazione collettiva. Tutto fa parte di un disegno superiore, di un piano Divino e, nell armonia della vita, c è una corrispondenza perfetta fra tutte le cose 5

4 Magda guardò di sbieco l immagine che lo specchio le rimandava, impietoso. Dopo l ennesima cura dimagrante tutto di lei si poteva definire cascante, ciondolante, tremolante, come quei budini tiepidi appena rivoltati in cui aveva messo troppo latte Ma chi se ne frega, disse mentalmente schiacciando il naso contro lo specchio con determinazione. Si fissò attentamente le zampe di gallina intorno agli occhi, le palpebre cascanti; le piccole e grandi rughe intorno alla bocca sembravano fiumi e affluenti di una carta geografica un po ingiallita ora velocemente invasa dalle nebbie del suo respiro e sorrise. Un bel sorriso contratto che le permise di osservare bene quanto la piorrea stesse inesorabilmente avanzando rosicchiando quelle sue gengive sempre doloranti. Cavolo, due peli bianchi e lunghi sul mento erano sfuggiti alla sua attenzione «Apparenza», disse a voce alta, «tutto, solo apparenza». Vanità delle vanità, nell autunno della sua vita in fondo era proprio come si doveva essere: una facciata vera, leggermente scricchiolante, giustamente decadente, perché le bufere furibonde della vita ne avevano modellato la struttura esterna e ancor più quella interna, trasformandone continuamente l essenza. No, non era certo schiava del suo corpo; bella, secondo i canoni comuni, non lo era mai stata, magra tanto meno ma, insomma, una tiratina ogni tanto, tenersi un po in ordine, togliersi regolarmente barba e baffi, essere una donna decorosa, una donna che si teneva un po, che non debordava troppo anche a livello fisico - come diceva sempre lo zio Alcide - è un dovere. Poi, certo, la cosa più importante è come si è dentro: è sviluppare una buona sensibilità, una coscienza chiara, una 6 7

5 morbida femminilità e poi un po di cultura, un po di bon ton, un po di savoir faire Uffa, zio Alcide non la finiva più di elencare come una donna doveva essere E poi buona madre e amante, mistica e sensuale, astuta a livello psicologico, creativa e con grande senso pratico e bla bla bla. Magda iniziava a comprendere perché lo zio era rimasto scapolo Il cucù scandì le sette del mattino. Per fortuna era domenica. Una domenica tutta per lei. Se la prese comoda, fece colazione e in pigiama iniziò a bighellonare per la casa, aprì l ultimo cassetto del comò e, sotto uno vecchio scialle odoroso di naftalina, vide il diario dalla copertina in pelle marrone. Lo fissò per qualche minuto chiedendosi se avesse senso riportare alla luce frammenti del passato, se quei lontani dolori fossero stati davvero superati o soltanto ricoperti da uno spesso strato di polvere. Si chiese se tutte quelle emozioni patite e profondamente vissute fossero per lei rimarginate, o meglio, trasformate in una sorta di alchimia interiore, da carboni grezzi a perle di luce, fissate ormai per sempre nella parte centrale del cuore, là dove l accetta del dolore aveva colpito più duro. Ma certo, pensò, se dobbiamo vivere in un continuo infinito presente, se il tempo è soltanto una convenzione, allora tutto si fonde e il presente e il passato possono convivere benissimo nel medesimo istante. Prese il diario con decisione. Voleva mettersi alla prova. Ripeté a se stessa: nulla di quello che leggerò mi farà più soffrire. Si sedette comoda nell angolo del sofà e aprì la prima pagina un po ingiallita. Si stupì un po della sua stessa grafia, allora così rotonda e dolce. Cercò di adottare un atteggiamento distaccato, come se fosse un altra persona, dall altro capo della stanza, ad osservare la scena di una donna che leggeva che leggeva come il suo giovane amore, suo marito Alfio, nel pieno della giovinezza, era improvvisamente morto. 8 9 Ad Alfio Ti dedico queste mie tristi langhe le zolle di terra arida gli arbusti secchi il profondo silenzio della natura assetata A te la mia angoscia di questo cuore malato inaridito di lacrime come una zolla di terra Ti dedico le sconsolate colline della mia ansia notturna quando la luna fa a spicchi la terra e su di essa passano le ombre sinistre dell antica paura Ti dedico le mie notti di dolore e l abbaiare straziante dei cani

6 il grido incompreso della civetta il tossire catarroso di un vagabondo. A te la mia disperata stanchezza la tortura dell insonnia la voglia sicura di sparire dal mondo e la crudele consapevolezza di non poterlo fare Ti dedico il candido sonno del tuo bambino le sue manine congiunte sotto una guancia come un angelo Ti dedico il suo tenero corpo che nel sonno va a cercare il mio grembo e si rannicchia per trovar protezione per sognar di galleggiarmi nel ventre ovattato dai suoni la mia voglia che ritorni nel ventre per proteggerlo meglio per pensar che sei morto soltanto per rinascer da me per entrarmi ancor più nel profondo esser parte di me Ti dedico la follia dei miei pensieri la mia mente confusa di fuggire la smania e di tutto, veramente di tutto, l angoscia. Magda chiuse gli occhi e si ricordò perfettamente di quel tempo, quel tempo non tempo che intercorre fra lo shock della morte e la pesante consapevolezza dell accaduto. Aveva fede, certo, l aveva sempre avuta, ma quando la morte ti tocca a vent anni è ancora più dura. Alfio se n era andato. Erano rimasti soli, lei e il suo piccolo Non aveva più voluto cambiare le lenzuola per poter così ancora sentire quel suo buon odore, quell odore che andava annusando nella camicia ripiegata sulla sedia per l ultima volta. Dio, era successo tutto così in fretta, d improvviso, fissava incredula, quasi inebetita, quel giovane corpo immobile su quel tavolo freddo di marmo all obitorio. Sapeva benissimo che la sua anima era altrove ma quella separazione improvvisa era stata una lacerazione troppo cruenta per poterla accettare subito e ragionarci sopra. Non c era stato neppure il tempo di dirsi addio. Un dolore così forte non l aveva mai provato. Aveva chiesto aiuto al Cielo per non morire. Magda continuò a leggere: Chitarre Per te, amore mio queste chitarre urlano la rabbia che sei morto Per te amore stride il clarino e la batteria evoca il tuo cuore impazzito 10 11

7 Un ritmo frenetico trivella i timpani e le cellule esplodono di musica Freme la pelle e rompe la carne l aria bruciante Stanchi, i suoi passi calpestavano quella terra assassina nella quale marciva quel giovane corpo e, con lui, la sua speranza e la sua fede e tutto ciò che le dava il coraggio di vivere. Guardava quei giovani scaltri che a volte la urtavano in strada e pensava che loro non sapevano che la morte li stava guardando. Polvere nel vento erano quei giorni d angoscia, e i mesi come secoli. Magda voltò la pagina. Ribelli gli atomi lottano la chimica sfrecciando prigionieri l antico percorso e tutto, tutto urla il tuo nome. Già, la musica, quanto piaceva ad Alfio. Ma quella sera in cui scrisse questi pensieri fu l ultima in cui volle ascoltare i suoi dischi preferiti. Faceva troppo male. Portò in soffitta il giradischi e non volle più ascoltare musica. Strati grigi di depressione l avvolgevano adagio ma inesorabilmente e si sentiva sempre più scivolare in una voragine infinita. Sapeva che doveva reagire, innanzitutto per quella piccola creatura,frutto del loro amore; e poi per se stessa, perché credeva fermamente che comunque, nella vita, ogni sfida andava affrontata con coraggio nell abbandono fiducioso in una Sapienza Divina che permette prove durissime, ma che rientrano nella Perfetta dinamica dell evoluzione dell anima. Belle parole, certo, ma chi le avrebbe tolto di dosso il freddo della morte, il buio della morte, l angoscia della morte, la voglia della morte? 12 13

8 Sabato sera Prego con tutto il cuore che lui sia felice, da qualunque parte si trovi. Prego che, se può, ci aiuti ancora. Buon sabato sera Alfio! Al sabato sera torniamo a casa più presto del solito. Forse per evitare il suono gaio delle risate dei giovani che si tengono sottobraccio per le strade e che vanno a divertirsi. Chiudiamo la porta alle nostre spalle e ci dedichiamo ai lavori più svariati: realizzazione di fragilissimi castelli con le carte di Alfio da scala quaranta, pittura, lettura di fiabe; un dopo-scuola famigliare insomma. Poi, il momento più duro è quando il mio piccolo si addormenta sul tappeto con Goldrake stretto in un pugno e l astronave ( un pennarello) fra le dita dell altra mano. Lo porto nel lettone e me lo stropiccio con calma: un bacio sul naso, tre sulle orecchie, cento sugli occhi. Lo guardo sospirando e quando, con un grugnito, lui si gira bruscamente sull altro fianco capisco che adesso vuole dormire e basta. Allora giro un po per casa, rievoco e poi sono stufa di rievocare, leggo qualche pagina di un libro ma c è sempre una frase che mi riaccende il pianto. Gli occhi mi bruciano. Alfio aiutami! Vado in cucina e guardo le stelle dalla finestra. Quante, mio Dio! E se Alfio fosse diventato una stella? Mangio una mela, una noce, un cioccolatino. Guardo il telefono e immagino che adesso squillerà, alzerò la cornetta e sentirò la sua voce amorevole e calda. Piango ancora ma piano, per non svegliare nessuno, mi lavo i denti e vado a dormire. Sotto il cuscino ho ancora la camicia di Alfio. La annuso, ma sta svanendo l odore buono del mio amore. Le venne in mente chiarissima quella sera in cui stava rimescolando in una pentola la cena. Era una sera d autunno e le ombre lunghe del tramonto allungavano i loro veli dorati nella cucina silenziosa. Magda aveva avuto uno strano sentore, sussultò ed un brivido freddo le attraversò la spina dorsale. Sapeva che se si fosse voltata, avrebbe visto Alfio lì, dietro di lei, che la guardava. Sentiva fortissima la sua presenza e non si sarebbe stupita di sentire le sue grandi mani posarsi dolcemente sui suoi fianchi. Trattenne il respiro ma non si voltò perché la sacralità di quel momento glielo impediva. Alfio era lì di sicuro, lo sentiva con una certezza assoluta. Era venuto per salutarla, per confortarla, per dirle di farsi coraggio, che lui non l avrebbe mai abbandonata e avrebbe vegliato sempre sul suo bambino Dopo un tempo indefinibile Magda riprese a mescolare nella pentola. Una strana quiete le avvolse il cuore. Strinse in un abbraccio colmo di tenerezza il suo piccolo e poi cenarono. Quella stessa notte, non seppe mai se fu in un sogno lucido o in un dormiveglia, Alfio arrivò in un alone di luce calda. Era radioso, bello e ridente. La abbracciò forte e lei si sentì avvolgere da una corrente di purissimo amore, Lui la fissò ancora e, con il più dolce dei sorrisi, svanì. Magda capì immediatamente che Alfio doveva passare oltre ma che aveva voluto rassicurarla ancora una volta, nel caso non l avesse capito la sera prima. Magda si alzò dal letto serena

9 Lacrime di commozione scendevano copiose sulle guance accaldate. Si soffiò ripetutamente il naso ed entrò nella camera del figlio che dormiva beato, si accucciò vicino al suo lettino, passò leggera le dita della mano in quella testolina di riccioli e gli sussurrò scandendo chiaramente ogni parola: «Adesso dobbiamo lasciarlo andare». Alfredo Una nebbia fittissima. Potevo piangere liberamente, nessuno mi avrebbe notata mentre tornavo in macchina dal camposanto. E in quella curva un camion rimorchio mi strombazza. Mi fermo. Si ferma. E scendi tu, Alfredo, e avanzi nella nebbia d autunno, mi porgi la mano e il tuo sguardo è imperscrutabile. Hai perso un figlio, ti ho conosciuto al suo funerale e tu hai conosciuto me al funerale del mio amore. Ci incontrammo tramite ICQ e le nostre discussioni furono profonde e piacevoli. Ed ora eravamo lì, con le lacrime agli occhi e il naso che colava, le mani intirizzite e gli occhi di nebbia, straziati da un dolore simile. Mi hai parlato di tuo figlio, delle sue abitudini, della sua caparbietà, della sua giovinezza. Ti ho parlato del mio amore, di nostro figlio, della mia voglia di morire. Lì, in una curva, in un pomeriggio freddo di novembre, si discuteva sul fine e sul principio di tutte le cose. «Fatti coraggio» «Anche tu». Una stretta di mani gelide e il calore di una pietà reciproca. E poi sei salito sul tuo autocarro ed io sulla mia macchina e siamo partiti in senso opposto. Ma i nostri cuori percorrevano la stessa strada, caro Alfredo, quella strada misteriosa che si chiama morte, che il tuo Beppino e il mio Alfio hanno percorso, forse per mano, una strada per noi di dolore e d angoscia che li ha portati troppo lontano, oltre 16 17

10 le tue e le mie lacrime, oltre qualsiasi immaginazione, oltre la luce, Alfredo, che cosa c è? Certamente stava andando un po meglio, di segni Alfio gliene aveva dati,eccome! E gli scivoloni erano più che giustificati. Poi c erano tutte quelle ricorrenze e le feste comandate, i compleanni, tutte quelle date in cui per la prima volta Alfio rappresentò il grande assente. Ci voleva tempo, il tempo è il miglior medico, le dicevano. E lei pensava: Che passino, che passino veloci questi anni, che passino in un soffio. Ma sapeva benissimo che era sbagliato pensare in quel modo, e che anche il dolore va digerito adagio. E poi il tempo deve trascorrere col suo giusto passo, come il Buon Dio decide per noi. Fatto senza tempo È una sensazione d angoscia continua, che può diminuire e poi improvvisamente aumentare, ma che ha un minimo costante denominatore che non muta e corrode tutto ciò che è pensiero, cuore, anima, sentimento. È un taglio netto della vita: prima del fatto è passato, il fatto non ha tempo perché ha fermato il tempo, il presente è troppo legato al fatto senza tempo per essere coscienti di viverlo, e perciò si chiama il dopo, ovvero il doloroso adesso. Un adesso che si alimenta del prima, che vive del passato, che rifiuta il presente, che vuole ignorare il futuro. L adesso del dopo è quel tempo in cui la mente fluttua per conto suo nel labirinto dei ricordi. E la mente sembra voler fuggire da questo involucro di carne misera il cui retaggio è la morte. L anima vorrebbe liberarsi presto da quest ammasso ben visibile di miliardi di cellule. Cerca affannosamente una via d uscita, un piccolo buco per scivolare via, per galoppare in praterie sconfinate nella ricerca più probabile del vero, o per andare a morire per sempre, se vero non c è, e finire nel nulla. Ma questo corpo è una realtà che non si lascia dimenticare, è un impostore con terribili esigenze. Lo si vorrebbe zittire per sempre, ma è colpa della speranza innata in noi se non lo facciamo. La speranza più assurda, più incerta, più arcana che ci fa ancora vibrare, anche se non ne abbiamo più voglia, perché è sempre la voglia di amare e il bisogno d amore che, nonostante tutto, ci tiene in vita e ci fa sperare, anche nella morte

11 Buon compleanno Il primo dentino Buon compleanno amore per il tuo primo compleanno di silenzio per i tuoi ventisei anni incompiuti Buon compleanno marito mio per il tuo mondo di pace dove non esiste dolore Ti regalo ancora la mia angoscia e la tristezza per la tua assenza le note gelate delle canzoni d amore che la notte mi canta per farmi dormire. Ti regalo il calore dell estate che non riesce a scaldarmi e la voglia delle tue braccia che vado cercando invano. Ti regalo i campi di grano e i colori della terra la pioggia che ripete il tuo nome e piangendo mi fa compagnia. Ti regalo di tuo figlio il sorriso e il suo sguardo pensoso i suoi nuovi dentini un po storti le sue corse nel vento Amor mio buon compleanno per i tuoi giovani anni che saranno sempre e solo 25 in Dio e nell eternità. Tuo figlio ha le pupille dilatate al massimo ed il suo musetto esprime un misto di stupore, smarrimento, meraviglia, paura. Mi fissa trasognato e con voce soffocata, col suo nasino appiccicato al mio mi sussurra: «Il dentino, mamma, il dentino si muove» Il suo indice, sporco di pennarello verde su quel dentino tentennante, colora all improvviso la mia mente con quella musica dolcissime che si chiama tenerezza. Dio mio, Dio mio Alfio, guardalo! Guarda il tuo bambino! Il suo primo dentino tentenna, guarda Alfio quegli occhi spalancati in attesa di una risposta al suo stupore! Amore, l avresti abbracciato di gioia, saresti stato così orgoglioso di quel momento, di essere tu a spiegargli il perché. Avresti parlato con lui con quel particolare tono di voce che caratterizzava i vostri discorsi e che usavi a volte anche con me, forse perché ti faceva piacere considerarmi ancora un po bambina L avresti confortato, avresti riso con lui e lui avrebbe riso con te e vi sareste ispezionati la bocca, contato i denti, morsicati la dita. Un momento normale di vita famigliare che, condiviso con te, sarebbe stato meraviglioso. Accovacciati per terra abbiamo staccato il dente, l abbiamo messo in un sacchettino. Il tuo cucciolo ha voluto portarlo sulla tua tomba. Per te, amore mio, il suo primo dentino. Com ero giovane! Si disse Magda

12 Per fortuna, come sempre succede nella vita, da lassù arrivano anche le provviste per l anima, una sorta di nutrimento, vitamine e antibiotici spirituali donati dalle sapienti energie cosmiche attraverso incontri benedetti di anime buone, semplici e generose. Zia Rachele, per esempio. Zia Rachele. Sono andata di nuovo da Zia Rachele. È una donna stupenda. Mi fa bene andare da lei che abita sola in quella casa di campagna, in quella piccola frazione di gente semplice che coltiva la terra e vive, come la zia, ancora tanto legata alla terra e ai suoi cicli. Tutti ruotano intorno alla zia. Chi va per farsi fare un iniezione, chi per far segnare i vermi ai bambini, o il fuoco di Sant Antonio, chi per sfogarsi un po, chi per chiedere un consiglio. Insomma, prima del medico c è sempre la zia Rachele che, novanta su cento, ha sempre la soluzione per ogni problema e una parola di conforto e di speranza per tutti. E il tutto condito con una buona dose di umorismo e la raccomandazione di fare il possibile per vivere meglio e poi di affidarsi sempre alla Divina Provvidenza, detentrice di infinita sapienza e dispensatrice di ogni bene. Così la sua casa è diventata punto di riferimento, una sorta di cuscino dell anima dove poter sostare ogni tanto, quando le fatiche del vivere diventano troppo opprimenti. A lei si può confidare un segreto, a lei si possono aprire tutte le porte del cuore, a lei si possono esprimere i pensieri più intricati e tenebrosi della mente sicuri che in qualsiasi labirinto Rachele sa trovare una via d uscita e una chiara soluzione. Oggi, appunto, sono andata a trovarla. «Zia Rachele! Zia Rachele!» L ho chiamata più volte, ma di Zia Rachele nemmeno l ombra. Ho passeggiato un po sotto le nocciole e, quando ho deciso di andarmene, eccola: l ho vista sbucare dal sentiero che va alla casa del Fosco

13 Aveva i capelli arruffati, le guance arrossate, lo sguardo vivace, attento, ed io ho pensato che il concetto di bellezza è proprio soggettivo perché non l avevo mai vista così bella e radiosa. È scesa dalla sua bicicletta un po arrugginita, e pensavo che sarebbe stata perfetta per un ritratto in bianco e nero anni 60. «Entriamo, presto, ti devo raccontare». Ha comandato. Entrate in cucina, Zia si è seduta di fronte a me e ha iniziato la sua storia: «Stamattina, all alba è arrivata Ester, la vicina di casa di Fosco. Preoccupatissima mi ha detto che non vede il Fosco da due giorni, che le imposte sono chiuse e non sente neppure le oche starnazzare. Vieni per favore Rachele, mi ha implorato, vieni tu perché io non ho il coraggio. Siamo letteralmente volate sul posto, le imposte erano chiuse dall interno ma Ester si è ricordata di un portoncino sul retro, un po nascosto sotto la legnaia, che il Fosco a volte non chiudeva a chiave. Infatti il portoncino era solo accostato. Siamo entrate per un corridoio stretto, abbiamo raggiunto la cucina in un tanfo veramente indicibile. E Fosco era lì, seduto al tavolo, la schiena appoggiata alla sedia, la testa reclinata in avanti, le braccia penzolanti. Il cane ci ha trotterellato incontro scodinzolando la coda felice, le due oche un po altezzose girovagavano, noncuranti, nella stanza. Fosco era indubbiamente morto, forse stroncato da un infarto improvviso, mentre stava per mangiare cena, precisamente pane e formaggio, ha decretato Ester, per via delle briciole sparse sul marmo e della carta oleata ancora sporca di gorgonzola. Ma dopo quella deduzione, l urlo di orrore: Guarda Rachele, guarda! Sì, l avevo vista, l avevo vista la gamba destra di Fosco, tutta mangiucchiata, anzi, spolpata e rosicchiata fino all osso Che schifo che schifo, che cosa orribile! Ester con le mani sulla bocca fermava il primo conato di vomito. Vai a chiamare il messo. Le ho ingiunto prima che mi vomitasse addosso. Lei è corsa via come una lepre ed io ho spalancato porte e finestre perché ero in apnea già da troppo tempo» La scena, Zia Rachele, me la stava descrivendo così bene che anch io mi sentivo la pelle d oca (giusto per essere in tema ) e dovevo essere ben impallidita. «Forza Magda», mi ha incoraggiata Zia, «tutte queste cose sono soltanto sottigliezze, sottigliezze che umanamente possono far rabbrividire, ma il guscio che rimane dopo la morte ha svolto il suo compito e poco importa se se lo mangiano le oche o i vermi o se viene gettato nel compost. La sua anima è diretta altrove. Fosco aveva sempre vissuto da solo, o meglio, solo con i suoi animali: un cane, due oche, galline e conigli. Aveva una sua personale concezione del tempo. Mangiava quando aveva fame, si alzava quando ne aveva voglia, andava a dormire quand era stanco. Lo potevi vedere girare per le strade di campagna sulla sua vespa un po scassata a mezzanotte, quando nevicava o nello scoppio del calore in estate. Parlava poco con tutti, faceva la sua vita, si lavava forse una volta al mese, faccia rotonda, basco in testa, quasi sempre vestito con pantaloni scuri da lavoro, camicia sgualcita e un paio di stivali di gomma. Lui era così e basta. Nella frazione, come in tutti i paesi del mondo vive sempre un Fosco solitario, incompreso dalla gente e magari anche da se stesso». Dopo questa descrizione zia Rachele ha acceso un lumino davanti all immagine di un bel Gesù sorridente, ha recitato una breve preghiera per l anima di Fosco, mi è venuta vicina, mi ha preso il viso tra le sue mani calde e rugose, mi ha fissata amorevolmente negli occhi e fermamente mi ha detto: «Magda, bambina mia, adesso basta lacrime, è ora di accettare completamente la trasformazione di Alfio, convinciti che la sua morte è stata certamente il passaggio necessario per l evoluzione della sua anima e di tutte le vostre anime e basta, basta con queste concezioni di lutto, di orrore e di paura che avvolgono la morte e che sono non solo molto dannose, ma perfettamente inutili! Magda, ascoltami, hai avuto già molti segni che Alfio prosegue la sua vita in altre dimensioni, su dei 24 25

14 piani superiori che noi neppure possiamo immaginare! Quindi adesso, ragazza mia», e Zia fece un allegra piroetta su se stessa, «adesso trasmuta i tuoi pensieri bui in forme luminose e positive, e continua a crescere il tuo bambino con tutto l amore che puoi, spalanca le finestre del tuo cuore! Troppa umidità si è raccolta il quegli anfratti, aria, aria!!!» Gli occhi di Rachele brillavano come due diamanti e sembravano scorgere avvenimenti futuri che mi riguardavano. Erano carichi di ottimismo. Erano splendenti, furbi, magnetici, carichi di enigmatiche promesse... Sono tornata a casa serena, immaginando Alfio che correva felice su un sentiero cesellato di fulgidi cristalli dorati, verso un meraviglioso orizzonte, atteso festosamente da tutti i nostri cari antenati e da tutti gli Esseri di Luce. Corri amore mio, vivi la tua nuova avventura in quei territori dello Spirito che tutti noi un giorno dovremo percorrere. Ci siamo coricati, io e il mio bambino, nel grande lettone e, cullata dal battito veloce di quel suo piccolo cuore, sono scivolata in un sonno tranquillo. E cullarti per ore e godere del tepore della tua carne pura Per proteggerti e difenderti dal male del mondo Per insegnarti l amore Per morire contenta di aver dato qualcosa Per lasciarti il ricordo della mia tenerezza perché poi tu continui a trasmetterla al mondo. Cucciolo Come ti amo cucciolo mio mi strapperei il cuore per un tuo sorriso Vorrei regalarti tutte le farfalle del mondo per vederti contento. Vorrei rubare l arcobaleno per non vederti così pallido e inventare le fiabe più fantastiche per spalancarti alla meraviglia Zia Rachele le aveva dato il via per una lenta rinascita, considerò Magda, anche se nel percorso di risalita ogni tanto si finiva per indietreggiare. Che lo spirito è forte ma la carne debole, lo comprendeva benissimo perché con questa massima doveva fare i conti ogni momento. Al mattino i propositi positivi sembravano facili da realizzare, ma prima ancora di mezzogiorno l umore poteva cambiare repentinamente per una parola improvvisa, un gesto inaspettato, un pensiero non dominato ma anzi ancora alimentato da grovigli di ricordi dolorosi, che si moltiplicavano come certe piante infestanti che più le strappi dalla terra e più loro la invadono 26 27

15 Primo giorno di scuola Il mio bambino è già un ometto. Certo ne godi anche tu laggiù dove ti trovi, amore mio, certo gli eri vicino in qualche modo. Mi si è squarciato il cuore per questo figlio destinato alla vita e alla morte. Vorrei saperlo amare così tanto da non farlo morire mai. Ma che può fare una povera mamma sola? C erano molti padri, stamattina, mani grandi che proteggevano piccole mani. Lui guardava in silenzio e mi veniva un po più vicino. I miei occhi bruciavano ma dovevo sorridere a quel piccolo ometto con quella buffa cartella. Ha varcato la soglia dell aula dove, vent anni fa, anch io sono entrata smarrita. E mi ritrovo di nuovo smarrita, come allora, e sento la smania di tornare bambina per non aver la tua morte sul cuore, per aver l entusiasmo negli occhi e quell anima pura e creder sempre che tutto sia bello. Eccomi, piccolo mio, a ripercorrere con te il doloroso cammino della vita. Voglio riuscire a farmi piccina per crescere e sperare con te, cucciolo mio. Alfio, vedi, tu te ne sei andato e noi qui a soffrire la fatica di vivere che sarebbe una gioia se tu fossi con noi, come questa mattina; preparar la cartella a tuo figlio e portarlo alla scuola, la tua mano grandissima a scaldare la manina e scherzare un po insieme e vederlo nel banco e pensare che è cresciuto. E tornare verso casa a braccetto orgogliosi di aver fatto quel figlio, il tuo braccio mi circonda le spalle, siamo proprio una bella coppietta, sono già sette anni e sono sempre più bella, e tu sembri ancora un ragazzo con quei riccioli bruni e giocare a farci la corte e scherzando immaginare di avere un bambino Quando esco da scuola il mondo mi appare tra le lacrime. L aria è fredda e cattiva perché tu non ci sei. Corro in fretta al lavoro, prendo foglio e matita e ti scrivo, amor mio, e voglio piangere un po. Dammi forza mio Dio. Magda si fermò. Alcuni momenti di quel passato proprio non se li ricordava, o meglio, la sua mente li aveva volutamente cancellati. Una forma di astigmatismo mentale, sempre per difesa, si capisce, anche per guardare avanti, perché le ferite per quel tremendo distacco potessero rimarginarsi più in fretta. Ora però tutto tornava nitido, vibrante di particolari dimenticati. Ricordava se stessa in quella ricerca disperata del senso di tutte le cose, della malinconica consapevolezza di essere troppo fragile, di essere piena di limiti, di lasciarsi prendere troppo spesso dallo sconforto, della sua paura che la morte la sorprendesse all improvviso, senza darle il tempo di prepararsi all incontro. Come mi troverà la morte? Si chiedeva poco più che ventenne, avrò vissuto coscienziosamente? Avrò amato nel modo migliore? Avrò sofferto con dignità? No, non era assolutamente pronta per morire perché doveva ancora imparare a vivere

16 Nell alba chiara so che ci sei e di questo giorno sereno io ti ringrazio Tu vivi nel tormento della mia ricerca di pace e se riesco a gioire è perché ti porto ovunque io vada Oh finalmente una piccola risalita! Magda uscì un attimo sul balcone, inspirò profondamente l aria fresca del mattino consapevole che, nella lettura del diario, il peggio era passato, il peggio nel senso di quel dolore sordo, troppo opprimente, insostenibile. Rientrò e aprì il diario su quella pagina che raccontava ancora di Zia Rachele. Sentì subito i muscoli rilassarsi e le sue labbra sorridere Nessun legame terreno potrebbe essere più forte del nostro perché la mia mano di carne stringe la tua mano d eternità Io continuo la vita e l amore ho il dovere di dare e tu vegli perfetto il mio esistere e il mio dramma di donna Ogni mia decisione non è più personale perché tu mi consigli con la tua stessa morte e c è Dio che m ispira Sono fragile in mezzo alla gente sono agnello tra i lupi Ma per questo sono anche più forte guardo in faccia la morte È un amore che spazia i confini e abolisce il possesso Siamo puri pensieri di pace nella mente di Dio. Zia Rachele è sempre così serena, spesso addirittura gioiosa. Niente lamentazioni, niente sospiri, niente pettegolezzi, niente pensieri negativi. Quando oltrepasso il cancello della sua casa, è come se varcassi un portale magico verso una terra più sottile, verso dei territori dove l impossibile diventa possibile, dove la mente viene frenata e l intuizione amplificata. Quel posto è diventato per me un spazio sacro, una regione le cui vibrazioni mi sono famigliari, dove mi trovo semplicemente a casa, accolta, ascoltata, compresa, amata, consigliata, incoraggiata. Zia ha una grande intuizione, questo tutti lo sanno, come tutti sanno che ha qualcosa in più rispetto a tutte le persone comuni. Lei vede e sente cose del mondo invisibile e, anche se di queste faccende non parla mai, tutti lo danno per scontato e la rispettano perché la sua magia è una magia buona, è una magia che non ostenta, che non racconta, è una magia dolce ed equilibrata che mira solo ad aiutare le persone in semplicità, nella consapevolezza che questi doni che il Cielo le ha donato sono grandi responsabilità e che lei è soltanto il canale, il semplice strumento della potente energia Divina. Le sue mani sono calde e vibranti, sono mani intelligenti che sanno sempre dirigersi e posarsi nelle zone del corpo bisognose d aiuto

17 Nel silenzio benedetto della sua cucina, a volte non parliamo per lunghissimi minuti. Lei chiude gli occhi e mi mette le mani sulla testa per calmarmi i pensieri. Non mi tocca, ma già a distanza io sento il suo calore benefico, come onde di luminosa energia che mi ripuliscono da tutta la ruggine cerebrale depositata in quei sentieri tortuosi che la mente sa così ben costruire. Poi, quando il timer della sua intuizione le dice di togliere le mani, riapre gli occhi e le sue pupille dilatate sono così splendenti e profonde che sembrano aver visto qualcosa di sublime, un mondo parallelo indescrivibile. Poi prende le mie mani e le mette sul suo menisco un po malandato per via di una caduta dalla bicicletta. Io non capisco, io non ho la sua energia buona nelle mani. Lei mi guarda e sorride con tenerezza e richiude gli occhi. Cosa faccio adesso? Mi chiedo, e allora seguo la mia intuizione, chiedo aiuto agli esseri di luce, visualizzo spirali azzurre che avvolgono con immenso amore il suo menisco, lo immagino rigenerarsi velocemente grazie a queste vivide correnti energetiche che arrivano, attraverso le mie mani, dai cieli cosmici e dalla loro perfetta armonia. Il tempo rallenta, quasi si ferma, come il battito del mio cuore. È una sensazione di pace profonda. Zia Rachele riapre gli occhi e con voce ferma e carezzevole mi dice: «Adesso va meglio. Grazie cara». Quella notte ho fatto un sogno strano: ero vestita da sposa a metà della navata della mia parrocchia. Gli invitati riempivano i banchi della chiesa. Si è aperta all improvviso la porta d ingresso e in una nebbia evanescente è entrato lo sposo; era avvolto da un mantello scuro e aveva gli zoccoli nei piedi, folti capelli neri ne coprivano completamente il volto. Mi sforzavo di intravederne i lineamenti ma non è stato possibile. Lo sposo senza volto mi ha presa per mano e insieme ci siamo avviati verso l altare. Mi sono svegliata di soprassalto. Completamente sudata. Sei tu, Alfio, che nel sogno torni a sposarmi? Ma di chi era quel volto misterioso? Quale senso aveva questo sogno? Quale messaggio mi portava? L avrei chiesto a Rachele. Forse era la sola che poteva darmi una risposta. Magda si ricordò quei giorni di risalite e ricadute continue, si ricordò di come certe amicizie all improvviso sbiadissero o come un grande dolore cambia il valore di certi rapporti. Certe delusioni la liberarono. Considerò come certe amicizie, a volte, diventano vere e proprie schiavitù: si è costretti a ricambiare regali durante le ricorrenze che ti vengono sempre ricordate prima, a sopportare spesso discorsi noiosi, futili, retorici, alimentati da sottili invidie camuffate da logica e buonsenso amici di baldoria che nei momenti dolorosi si erano completamente volatilizzati. No, non aveva più voglia di questo pesantume, aveva voglia di amici veri, genuini, semplici. Le avevano dato della povera imbecille. Così, senza tanti preamboli. Avevano ferito il suo ego, di sicuro. Benissimo, un altra lezione di umiltà. E lei pensò che c era modo e modo di dare dell imbecille a qualcuno. Di sicuro preferiva la maniera sfumata ed elegante, se proprio bisognava farlo, ed era una grande soddisfazione riuscirci senza offendere nessuno, senza abbassarsi a frequenze troppo basse. Tuttavia nacquero conflitti morali tra il suo desiderio di troncare i rapporti sterili e la sua educazione religiosa che le ricordava, come un coro di voci bianche nella sua mente: Amate i vostri nemici. Allora si chiedeva quale fosse il compromesso a cui doveva giungere senza prescindere dai suoi principi e senza soffrire per la perdita di quelle che erano state compagne d infanzia e di gioventù

18 Docile e remissiva per natura, a forza di martellate sul cuore stava imparando a razionalizzare la sua istintività e, se da un lato desiderava essere in pace con tutti, dall altro capiva l impossibilità di tale utopia, perché la sua realizzazione avrebbe annullato la sua personalità e le sue convinzioni. Risoluta nelle sue decisioni, godette questo abbandono come una vittoria, una liberazione, un segno di maturità. Da un po di tempo stava compiendo piccole scelte che l aiutavano a vivere meglio: c erano voluti tanti dolori e la morte di Alfio per entrare un po più in se stessa e comprendere ciò che la poteva rendere soddisfatta e lieta di essere al mondo, utile a qualcosa e a qualcuno, convinta di percorrere in quel momento il giusto binario. Capì che il dolore era necessario, travaglio insostituibile per una rinascita spirituale. Sì: Magda, la giovane vedova, voleva comprendere il mondo e se stessa. Spesso, si ricordò, andava in crisi per il lavoro, avrebbe voluto cambiarlo e cercare da qualche parte qualcosa che la appagasse veramente. Allora si metteva a leggere vite di Santi, di eroiche missionarie morte tragicamente nell adempimento della propria vocazione. Andava in crisi e si sentiva un verme, un piccolo verme inutile. Si metteva allora a pregare cercando la solitudine, anelando a una vita di clausura in un monastero isolato, tetro e severo. Oppure sognava di partire per l Africa, lei e il suo bambino, ad aiutare i fratelli più bisognosi, a condividere la loro vita povera e difficile. Erano crisi che arrivavano, la schiacciavano e se ne andavano solo dopo uno sforzo non indifferente che le permetteva di rimanere nella realtà, sentendosi magari missionaria nel suo lavoro, missionaria dovunque. Ma per quale missione? La sua missione era semplicemente quella di ritrovare la dimensione della gioia, di crescere bene quel figlio che adorava, di continuare con tanto entusiasmo le sue ricerche spirituali e piantarla lì con tutti quei guazzabugli mentali. Zia Rachele mi ha fissata in modo insolito e ha decretato: «Tu hai proprio bisogno di un bagno di luna». Ha consultato il calendario e ha stabilito: «Giovedì è luna piena. Ti aspetto dopo cena». Non sono rimasta sorpresa più di tanto perché mi stavo abituando all originalità dei suoi inviti. Era una bella sera d agosto con una luna langarola alla Pavese. Ci siamo adagiate sulle sedie a sdraio sistemate vicino agli arbusti cespugliosi di lavanda. E in quell odore dolce ed inebriante abbiamo iniziato a contemplare la luna. Zia Rachele ha recitato una specie di mantra alla luna, con le dita della mano destra ha disegnato strani geroglifici nell aria e poi si è felicemente rilassata sulla sdraio. «Ascolta Magda», mi ha detto sorridendo, «il nostro ritmo femminile è lunare, quindi immergerci nelle energie della luna vuol dire lasciarci caricare dalle sue influenze benefiche». Sapevo di ripetere quella sera, con Rachele, gesti di rituali antichissimi, compiuti sin dalla notte dei tempi, in ere nelle quali si viveva più in sintonia con tutto il creato. Rachele, ad un certo punto, si è messa a cantare una nenia dolcissima e ipnotica di incomprensibili parole. Io la guardavo, meravigliata, perché quella donna era una cascata di gioia e ti contagiava col suo amore per la luna, per il sole, per le stelle e tutti i pianeti. Eppure non cadeva mai nel fanatismo ma sapeva mettere in pratica tutto quello in cui credeva. «Magda cara», mi ha detto con allegria, «dobbiamo credere nella forza della luna piena, nella magia di questa energia e di tutte le energie che i pianeti mettono a nostra disposizione. Non dobbiamo mai perdere il contatto con i ritmi cosmici, perché 34 35

19 noi siamo fatti di sole e di luna e tutto è dentro di noi. In noi, come ha detto qualcuno che di queste cose se ne intende, c è la velocità di Marte, la lentezza di Saturno, la ragione di Mercurio, l umanità di Venere e le qualità specifiche di ogni pianeta. Magda, non è meraviglioso tutto ciò? Il Buon Dio ci ha elargito di doni straordinari e noi siamo così poco consapevoli di tante meraviglie!» Non mi sarei stupita di vederla a mettersi a ballare sotto la luna ed ero più che convinta che quei raggi argentei ci stavano ricaricando, rinnovando. Non sapevo spiegarlo a parole ma avevo la netta percezione che quelle onde lunari ci avvolgessero con estrema dolcezza e penetrassero nei pori della nostra pelle andando a ripulire ogni cellula, portandosi via tutte le impurità, esaltando la nostra femminilità. Quella notte mi fermai a dormire da lei. Sognai tutte le antenate della mia famiglia strette in cerchio intorno a me. Ero seduta su una sedia di cristallo e loro mi pettinavano i lunghissimi capelli con dei pettini di quarzo, di ametista, di giada. Mi sorridevano con grande affetto; una di loro, la più anziana, cullava tra le braccia il mio bambino che sorrideva felice. «Se avessi raccontato a qualcuno del mio bagno di luna, mi avrebbero presa per matta». Ridacchiò Magda voltando nuovamente la pagina del diario. Trent anni fa certe cose non si potevano proprio dire. Non che adesso si possa parlare con tutti di tutto, ma la gente è più aperta, è più informata, si interessa di tutto, va su internet. Certi tabù sono superati. Ci si confronta con gli altri, ci si aiuta. E le venne in mente la storia di Isotta. L aveva sentita raccontare una sera di novembre dalla nonna, mentre sulla stufa cuocevano le castagne. Era una storia che le era rimasta impressa. Isotta non aveva figli. Questo era il suo grande cruccio. Colpa sua? Di suo marito? Nessuno lo seppe mai. Non erano certo tipi da consultare i dottori. Vivevano una vita un po isolata: lui sempre nella vigna o a lavorar la campagna; lei, di salute un po cagionevole, seguiva una dozzina di galline e badava alla casa. All improvviso iniziò ad andare sempre in chiesa. Quando il parroco, al mattino presto, apriva il pesante portone d ingresso, lei era già lì, pronta per entrare, sia che nevicasse, sia che piovesse, sia che la strada fosse gelata o nella calura estiva. Teneva il foulard annodato stretto al collo, quasi a nascondere quel suo viso triste dallo sguardo malinconico e sfuggente, come se dovesse sempre difendersi da qualcosa o da qualcuno. Aveva il corpo magro e asciutto, le spalle contratte e incurvate sul petto come per nascondere quei due piccoli seni che considerava inutili e vergognosi. Sì, Isotta avrebbe voluto essere invisibile perciò camminava veloce con la testa bassa per non dare a nessuno l opportunità di fermarla, di parlarle. Voleva solo nascondersi, sparire per sempre, non angosciarsi più per la sua sterilità. Ma in chiesa ci voleva andare, si inginocchiava nell ultimo banco e non seguiva né le preghiere della messa, né ascoltava la predica, né faceva la comunione. La sua testa viaggiava altrove. Pensava che si sentiva secca, sì, si sentiva secca e bruciata come quell albero di catalpa colpito dal fulmine che vedeva dalla finestra della sua camera da letto. Già, la sua camera da letto dove dormiva col suo uomo. Il suo uomo? Da quando lo aveva sposato tutto era cambiato. Chissà poi perché lo aveva sposato forse per far piacere alla madre e lasciarla morire in pace, contenta di averla sistemata

20 Ricordava quando, sposi freschi, tra le lenzuola di pizzo che lei aveva ricamato, lui la invitava a lasciarsi andare, a collaborare un po, a ricambiare il calore che le veniva offerto. Ma Isotta stava dura come un baccalà e le sembrava di vedere, sul soffitto della loro stanza, la faccia scura di sua madre che dall al di là la guardava inorridita, severa, austera. Isotta non avrebbe mai voluto che arrivasse la sera, e con essa quell obbligo di subire le carezze e i tentativi inutili del marito di scaldarla. Un meccanismo cattivo la raggelava tutta, il loro rapporto col tempo divenne uno sfogo di lui e poi neppure più quello. Nessun piacere, nessun figlio, niente di niente. Usciva di casa solo per andare a messa, a tutte le sepolture, a tutte le benedizioni e ai matrimoni. Ma ai battesimi mai. Le faceva troppo male. Pensò che qualcuno le avesse fatto un sortilegio, forse la masca Brunilde le aveva mandato il malocchio, l aveva resa fredda come il marmo e a suo marito aveva fatto una magia nera congelandogli gli spermatozoi. Per questo era sempre in chiesa, per combattere il malocchio. Il parroco cercava di avvicinarla ma lei, prima che finisse la funzione, era già sgattaiolata via perché non aveva voglia di parlare con la gente, non avrebbe mai confidato i suoi guai a nessuno, tanto meno al parroco. Nessuno era in grado di capirla e tantomeno di aiutarla. Diventò ancora più secca, arida, taciturna. Andare in chiesa non era servito a niente. Nessun miracolo aveva cambiato la sua vita. Dio aveva altro da fare piuttosto che preoccuparsi di una donna insignificante come lei. Si sentiva le membra nodose, anchilosate, come quelle di certi alberi minacciosi che, nel bosco, nelle notti invernali, sembravano animarsi e le mettevano paura. Da lei non era fiorito nulla, non era riuscita neppure a sciogliersi negli abbracci avvolgenti dell amore. Riempì tutti gli angoli della casa di sale per allontanare gli spiriti maligni, diventò sempre più diffidente verso tutto e tutti, covando nell anima insensati e acidi rancori per la sorte malvagia che le aveva negato la gioia di una sessualità feconda. Si rinchiuse nei suoi blocchi, cementata in una solitudine distruttiva, Suo marito rientrava per mangiare e per dormire e anche la domenica e le feste comandate lavorava in campagna, almeno così diceva. Tra loro s infiltrò un ruvido mutismo, crepe profonde avevano già irrimediabilmente intaccato il loro già fragilissimo rapporto. Isotta incominciò a dimenticare di preparare regolarmente i pranzi e le cene, di dar da mangiare alle galline, ma si ostinava a fare ancora marmellate e conserve che ammucchiava nella cantina e che venivano coperte nel tempo da ragnatele e caccole di ratti. Quel giorno iniziò all alba a pelar pomodori, li mise in una grande pentola sul gas della cucina e mentre la conserva si consumava nella pentola Isotta si sentì come svuotata, come se il suo cervello stesse bollendo troppo velocemente e consumando insieme ai pomodori. Perdette il senso del tempo, perdette il buon senso di tutto, povera anima, la sua mente deragliò di brutto. Si tolse il golfino di cotone, ne tagliò una manica, ne annodò l estremità, la riempì di conserva e incominciò con enfasi a benedire tutta la cucina, biascicando, in un improbabile latino, una benedizione funebre che aveva imparato in chiesa. Gli spruzzi di conserva benedissero piastrelle, frigorifero, mobili, lampadario, vetri e tendine mentre la voce di Isotta diventava sempre più isterica continuando a salmodiare e a farfugliare canti sacri e profani. Così la trovò il marito, quando tornò dal lavoro, la trovò con la conserva che le colava dai capelli appiccicati al viso, lo sguardo perso verso un punto indefinito

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