Polarstern, 17 gennaio 2005, 21:50. Polarstern, 18 gennaio 2005, 20:05

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1 1 Polarstern, 17 gennaio 2005, 21:50 L aria è fresca ma non fredda. Pochissimo vento, il mare increspato da lunghissime onde, alte qualche metro ma lunghe cinquanta, cento, che arrivano da est con regolarità, enormi rotoli che passano sotto alla nave, la sollevano lentamente, la fanno ricadere. Su su su, lentamente. Poi giuuuu e di nuovo su. Mi godo l aria sulla faccia, le ultime luci del tramonto, laggiù, lontano. Di nuovo ti ricordi di quanto è bella la natura, di come sono varie le nuvole, scure all orizzonte, blu e rosate. Di nuovo riscopri il piacere delle sensazioni, la presenza del mare, gli albatros che sfrecciano via a pochi centimetri dall acqua, volteggiando rapidi e maestosi attorno alla nave. Oggi ho perso il diario che avevo scritto per questo viaggio. L arrivo a Punta Arenas, salpare nello stretto di Magellano. Tutto in fumo, per uno stupido problema di copia. Meno male che le fotografie sono già tutte duplicate. Ma di fronte a questo smisurato cielo, di fronte agli albatros e alle onde che non ho mai visto, tutto assume un importanza relativa. Finisco la mia birra e torno dentro. Polarstern, 18 gennaio 2005, 20:05 Oggi il mare è grigio, quasi dello stesso colore del cielo, solo un poco più plumbeo. Mi pare chiaro, le nuvole sono un velo uniforme che ricopre tutto sopra le nostre teste e il mare lo riflette. L unica differenza è la stessa che ricorre fra una stampa e una diapositiva, la trasmissione e la riflessione. Il cielo è la dia del mondo e il mare la stampa. Io sono proprio nel mezzo alle due, godendomi il meglio dell una e dell altra. Prima di perdere il diario volevo tenere conto dei fatti. Quello che succede a bordo. Cosa faccio ogni giorno. Anche gli eventi più insignificanti. Tanto a bordo tutto prende un senso, anche le piccole cose, la vita si riduce talmente all essenziale che parlare del tempo diventa un attività capitale. Il mare. Potrei passare ore a guardare il mare, ad apprezzarne la mutevolezza. Un giorno è arrabbiato, un giorno è calmo. Oggi è color ferro, l altro giorno era nero. Arrivando a Punta Arenas un blu profondissimo, così intenso da spazzarti via. Questo è un motivo per cui amo il mare, perché pur essendo sempre se stesso esiste in mille forme, sempre diverse. Mi pare un altra ottima metafora della vita e nel variare della forma delle onde vedo il riflesso degli alti e bassi del mio umore. Questo è il bello del mare, che è sempre nuovo. Ma cosa farai in nave per un mese? Guardo il mare. La gente ti guarda strano, pensa che un mese di nave sia orribile. Forse non sanno che puoi guardare il mare tutto il tempo e non stancarti mai. È come avere un amante diversa tutti i giorni, vi sembra poco? Altro che routine, finalmente potete cambiare donna ogni giorno che passa, a volte anche dopo poche ore, finalmente potete realizzare il vostro sogno di Casanova e don Giovanni, possederle tutte quante.

2 2 Mai più essere limitato ad una cosa, un lavoro, una moglie, una vita, ma con uno sguardo abbracciare il mondo intero, l esistenza tutta, tutte le città che ancora non hai visto, le storie che non ti hanno raccontato, tutte le donne del mondo. Per questo osservare il mare e descrivere che tempo fa non è un attività noiosa e ripetitiva, ma è invece un atto d amore. La donna di oggi è grigia scura, solo un po più scura del cielo. Non c è un filo di vento fra i suoi capelli, la superficie della pelle è quindi quasi perfettamente liscia. Non è piatta però, lunghissime onde che avanzano lente e metodiche la riempono di morbide e liscie curve. Il meteorologo ci ha appena spiegato che siamo al centro di un sistema di bassa pressione e che quindi l aria è immobile. Le onde che notiamo sono originate del sistema di venti di un fronte che si trova molto più a ovest e si sta spostando verso di noi. In pratica vediamo i resti di una tempesta lontana. A dir la verità non sono onde, ma ciò che i francesi a ragione distinguono e chiamano houle. Ci ho messo anni a capire cosa fosse e me ne sto rendendo conto per davvero solo adesso, in questi mari. Non mi stupisce che in italiano non esista una parola simile, il Mediterraneo che circonda tutte le nostre coste è troppo piccolo per avere dei sistemi di risonanza che generano delle strutture così lunghe. I francesi, che hanno si un pezzettino di Costa Azzurra ma il cui vero mare comincia a Finisterre invece lo conoscono bene. Ci vuole uno spazio sconfinato e una burrasca lontana, ma soprattutto tanto tanto spazio per far propagare le sollecitazioni e trasformarle in queste lunghissime montagne d acqua. Non sono onde, è tutto il bacino che oscilla. Il risultato è che la nave, così stabile nei forti venti degli altri giorni, nei bei cavalloni neri spumeggianti, le punte spazzate via dal vento forte, adesso oscilla di diversi metri, lentamente lentamente, per diversi secondi, prima di ripartire in senso opposto, senza fine. Il movimento peggiore se soffri di mal di mare, sostiene il mio zione. Le navi grosse e le onde lunghe. Bleah, è lì che vomiti. Però per ora non mi da fastidio, e non sembra causar problemi nemmeno ai miei compagni di viaggio, anche se vedo molti cerotti incollati dietro le orecchie e molti ingoiano la loro pastiglia tutte le sere. Morbida donna, lenta e liscia, grigio scuro. Cosa diventerai domani? Quando ti stancherai di cullare questo granello galleggiante e ci mostrerai quello che sei nei tuoi momenti d ira? Quando ti mostrerai burrasca, livida e paurosa, soffiando maestosa la tua forza? Sarà un peccato non poterti dare il benvenuto ritto sul ponte, là fuori, fra gli schizzi, ma non ti preoccupare, anche se dietro un vetro starò a guardarti per dirti benvenuta con un sorriso. Polarstern, 19 gennaio 2005, 17:35 Il vento ha rinforzato e continua ad aumentare. Le onde sono serrate e spumeggianti, di un blu spento e scuro. Il cielo grigio chiaro, con striature nere. Gli albatros sembrano approfittarne, planano più vicini alla nave, quasi

3 3 sembra di poterli toccare. Quando sono vicini finalmente ti rendi conto delle dimensioni effettive, dell imponenza di questi uccelli. Volteggiano alti, quasi immobili nell aria. Poi scendono giù, rasenti, quasi toccando il mare con la punta delle ali. Sfrecciano via velocissimi sfiorando le onde schiumanti, seguendo perfettamente il rilevo mutevole del mare. Sono a loro agio proprio dove l aria e l acqua si toccano, in quel sottilissimo strato che non è né mare né cielo, fatto di schizzi e di sale, quel confine impercettibile fra i due mondi. Oggi ci hanno seguito in molti, e diventeranno sempre più numerosi avvicinandoci al fronte polare. Albatros ed altri uccelli più piccoli, bianchi e neri, velocissimi. Poi il maestoso damier du cap grigio. Improvvisamente si sono posati sulla superficie del mare. Si sono lasciati galleggiare fra le onde già forti, placidi. Una coppia ha iniziato a darsi teneri colpi di becco, come baci. I re dei cieli australi si è trasformato in un placido anatroccolo. Polarstern, 19 gennaio 2005, 21:25 Salgo sul ponte, stringendomi la giacca addosso, chiudendo i lacci del cappuccio, infilando i guanti e serrando i polsi. Il vento è forte e mi entra comunque nella giacca, la pioggia si trasforma in proiettili dolorosi negli occhi. I pantaloni mi sbattono nel vento. Mi rendo conto di come si potrebbe resistere per poco tempo in tali condizioni, senza essere ben equipaggiati e coperti, senza una capanna in cui ripararsi e scaldarsi. Gli albatros loro non fanno una piega. Sfrecciano via velocissimi nel nuovo vento, i più grossi che abbia visto fino ad ora, sempre più numerosi. Anche loro si godono il tempo, l acqua e il mare. Riscopro l essere primitivo che è in me, il contatto con la forza della natura. Non ci sono più, il vento mi ingoia, mi polverizza, mi trasforma in schizzi che partono via. Mi fondo con il grigio e il nero, divento un albatros che nella sua planata fra mare e cielo si cancella lui pure in un onda schiumante. Faccio un rutto. Il sapore che mi arriva in bocca mi disgusta. Un misto di cetriolo andato a male, cattivo alito, grasso d agnello e cipolla. Questa sera abbiamo mangiato gyros con salsa bianca; I pezzi di carne colavano unto speziato e la crema era spessa e densa come maionese. Lo tsatzichi di cetrioli yogurt trasformato in una bomba di colesterolo. Il cibo a bordo è ottimo, non so come riescano a non farlo sembrare congelato, ma è veramente indigesto. In pura tradizione tedesca, che ho imparato a conoscere. Impressione confermata da Felix si mangia esattamente come vent anni fa in Germania. Incomincio a non poterne più, bisogna che mi contenga. ci vorrà ancora del tempo per tornare alle mie zuppette d verdura, la sera prima di addormentarmi. Verdura bollita e un filo d olio nuovo. Prendiamo la colazione. A dir la verità è un pranzo, ma visto che mi alzo alle undici per il mio stomaco addormentato è una prima colazione. Oggi

4 4 bistecca di maiale affumicata con salsa di birra e knödel di pane e patate. Rollmops, varie insalate con varie creme, di quelle che ti fanno venire mal di testa tutto il pomeriggio. Panna e frutti di bosco. Poi a cena sto gyros abominevole che mi porta in bocca lo stesso sapore che deve esserci nella fossa di depurazione delle acque. Nel cesso c è scritto di non gettare nulla nello scarico, per non danneggiare le piante che assicurano il riciclo della fossa biologica. Se domani cago lo stesso veleno che ho in bocca questa sera stermino tutte le gentili pianticelle mangia cacca. Polarstern, 20 gennaio 2005, 03:25 Il vento ha rinforzato ancora, le onde hanno iniziato a spazzare il ponte. Si intuisce l orizzonte nella notte che non è mai scurissima, ma il mare agitato è livido. Il vento gelido alza lunghe spruzzate che sembrano esalazioni bianche e che vengono subito scaraventate lontano. L acqua spumeggia, si alza, si abbassa. Stai attaccato a solo qualche metro da dove le onde irrompono sul ponte, a tratti, sembra che da un momento all altro ti possano afferrare e portar via. Ti chiedi perché è proprio là, in mezzo alle onde nere, che ti senti in pace. Polarstern, 20 gennaio 2005, 12:20 Sono totalmente al di fuori dal tempo. Non so che giorno è, non so che ora è, da quando sono a bordo. Non saprei dire quello che è successo ieri o l altro giorno, quanto tempo è passato, cosa abbiamo fatto un certo momento. Tutto si mischia nella memoria. Non c è passato, non c è prima o dopo. La retta del tempo in genere è una linea dritta dietro di noi, riusciamo sempre più o meno a mettere in fila il treno dei ricordi, un vagone dopo l altro. Certo spesso la nostra retta del tempo non è così diritta, anzi va un po a strappi, si annoda e poi riparte, fa delle volte e a tratti si cancella, ma fino a qualche giorno fa è pur sempre rimasta un entità discretamente lineare. Adesso c è una pianura sconfinata, i ricordi sono tutti sullo stesso piano. Come una distesa di sabbia infinita, senza il mare da una parte e la terra dall altra, solo sabbia a perdita d occhio e tante conchiglie disseminate sull arena, le piccole azioni che non si sono perse nella routine, che non sono diventate i granelli di sabbia del sostrato generale. Le date che metto a queste note quindi di fatto non servono a niente, e forse sarebbe meglio non indicarle e basta. Quando rimetterò piede a terra tutti i ricordi saranno confusi in un unica grande sensazione, i giorni saranno trasformati in uno solo, i confini fra le ore di luce e di notte saranno spalmati via, la memoria gommata su di un mese di mare. Perdere il senso del tempo... mi chiedo come possa avvenire. Forse il décalage degli orari, un pranzo che è una colazione, un giorno che inizia con la luce e le tenebre che calano nel mezzo della tua giornata, i lunghi turni

5 5 di notte con le nere onde ribollenti. Forse il fatto che i giorni si ripetono uguali gli uni agli altri, la regolarità aritmetica dei turni. Non hai impegni, non hai scadenze, con i piedi non hai altro che i 118 metri della nave da percorrere, con lo sguardo l oceano intero. In questo ripetersi incessante, in questo spazio tanto minuscolo quanto smisurato, le piccole cose riassumono la loro importanza, recuperi il piacere delle sensazioni elementari. Tutte le sovrastrutture umane si perdono e ritorni puro come un bimbo, stupefatto di ogni emozione che ti tocca. Ridiventi un uomo antico, regolato dai venti, gli spruzzi, il volo degli albatros e nient altro. Che importanza ha allora sapere cos è il tempo? Perdere totalmente la cognizione del tempo. La sensazione è strana, ma non spiacevole. In passato avevo letto da qualche parte che è proprio così che i bambini percepiscono il tempo, prima di crearsi le strutture del prima e del dopo. Un piano invece che una retta, tutti i ricodi allo stesso livello. Non deve essere nemmeno troppo lontano dalla percezione degli animali. Mi pare meglio così, ogni ricordo è lì, basta allungare la mano per prenderlo dalla libreria, aprirlo e assaporarlo di nuovo. Le conchiglie lontane piano piano si consumano e diventano esse stesse sabbia, la sensazione diffusa che pervade il tutto. Senza tristezza, cancellare il filo d Arianna che ci ha guidato tutta la vita equivale a non avere più rimorsi, a concentrarsi sul presente, l adesso, l attimo che sfugge, lui si, come sabbia fra le dita. Vuol dire recuperare il presente e assaporarlo appieno. Vuol dire diventare il volo degli albatros fra il mare e il cielo. Polarstern, 21 gennaio 2005, 13:37 Questa mattina, alle quattro, subito prima di andare a dormire era già l alba. Una luce grigia sul mare, il giorno già quasi fatto. Stare svegli nella notte e accorgersi che all ora di andare a letto il giorno incomincia, mi riporta all atmosfera di una festa, quando gli ultimi ritardatari salutano e vanno via, qualcuno si attarda ancora, fra le sedie vuote, i tavoli con le bottiglie finite, l alba inizia ad illuminare i festoni con i primi chiarori. La luce tenue che lascia stupiti, com è possibile che all ora di andare a dormire inizi un nuovo giorno? Mi sembra di essere in quei giorni strani alla fine delle vacanze estive, quel attimo un po malinconico, la sensazione che qualcosa è finito e bisogna andare via, la stanchezza negli occhi, la testa pesante. Oggi giornata di sole brillante e mare turchese. Il vento è comunque freddo e morde le mani e le orecchie. Lassù, sul ponte più alto, al riparo dal vento, sdraiato sulla vernice gommosa antiscivolo, gli occhi ti si riempono di luce, il sole ti scalda la pelle, ti sbottoni la giacca, resti fermo come un insetto. Con un minimo di astrazione elimini il borbottare di sottofondo dei motori, riesci a concentrarti solo sul rumore delle onde. Lo scafo che esce dall acqua, il canto lento delle onde. Con un po di fantasia sei su di un veliero, un giorno

6 6 di tempo straordinario per queste la latitudini, un giorno di sole come capita una volta ogni chissà quanto. Il mare è calmo, quasi piatto. Per la prima volta non un onda increspa la superficie dell acqua. Anche gli albatros e gli altri uccelli si sono calmati, e si lasciano galleggiare placidamente, come gruppetti di anatroccoli. Quasi nemmeno una nuvola in cielo, tantissima luce, che fa strizzare gli occhi. Il bianco della nave è di una purezza accecante, il blu dei container e l arancione delle gru feriscono gli occhi. Polarstern, 22 gennaio 2005, 12:45 Oggi belle onde formate. Giorno di sole, cielo di una purezza siderale. L aria è gelida, quando respiri ti si forma una nuvoletta di vapore davanti alla bocca. Gli iceberg non dovrebbero essere lontani, abbiamo già passato il fronte polare sotto al quale restano intrappolate le isole di ghiaccio; dovrei guardare qualche immagine satellitare per vedere dove sono, quando sarà il primo incontro. Questa notte è previsto gran vento. Le tre del mattino. Già da un paio d ore a l est si intravede il chiarore dell alba. Le ore di buio si riducono ogni giorno che passa, i tramonti sono lunghissimi, il sole pare immobile fra il mare e il cielo, riluttante a lasciare l uno per l altro, indeciso nel prolungarsi di quell attimo di voluttà. Poi la notte chiara, l orizzonte appena distinguibile, il mare nero su di un cielo blu profondo. La luna e qualche stella sconosciuta. Il chiarore che si fa più intenso, si tinge di colori delicati, di rosa e di giallo, il cielo che resta notturno, il mare che è liquido metallo blu. Le tre del mattino. Sto guardando semiaddormentato i valori che scorrono sul monitor. Sveglia, sei il pilota di un aeroplano e devi tenere sotto controllo i tuoi strumenti. Incrocia le verifiche. Profondità della sonda. Il profilo continua a disegnarsi correttamente. Un colpo d occhio alle spie di acquisizione. Profondità. Verifica a che livello fare la prossima bottiglia. Non ti addormentare. Fissa gli occhi sulla profondità, non fartela scappare. Controlla il fondo, soprattutto non devi toccare il fondo. Non ti addormentare. Controlli incrociati. Occhio al fondo. All improviso il profilo di risalita della salinità fa un salto, perde qualche psu, si stabilizza parallelamente a quello di risalita. Duemila metri di profondità, tocca aspettare ancora un bel po prima di vedere cosa è successo. Quando la ctd esce dall acqua gli strumenti sotto la rosetta sono ricoperti di filamenti giallastri. La pompa ha aspirato qualcosa ed è piena di materia organica. Mi metto un guanto, temendo che sia urticante. Sono dei fili giallastri con dei riflessi rossicci, gommosi ed estremamente elastici ed appiccicosi. Non riesco a capire se sono tentacoli o secrezioni, assomigliano a delle colate di cera su di una bottiglia con una candela, ma la materia è elastica. Ne metto

7 7 un paio in una bottiglia con l acqua di mare e si appallottono tutti come delle matasse collose. Vanno a fondo, ma probabilmente a duemila metri hanno una galleggiabilità neutra. Abbiamo messo a bordo un alien. Questa notte mi uscirà dalla pancia e si mangerà tutti i membri dell equipaggio, uno ad uno. Saremo tutti ricoperti di tentacoli collosi giallo rossicci. Forse no, troppo cinematografico. Però potrei avere un allergia devastante, avere le braccia ricoperte da bolle... sono eccitato come un bimbo. Continuo a guardare il mio alien e a mostrarlo alle persone. Nessuno dei biologi sa dirmi che cosa sia. Magari abbiamo pescato qualcosa che non è mai stato osservato, potremmo pubblicare un articolo sul tentaculus busdraghis. Mi pare un peccato che prima o poi dovrò svuotare la bottiglia in mare e riaffidare i resti di questo essere all oceano e ai segreti degli abissi. Polarstern, 25 gennaio 2005, 12:55 Maledizione devo lavorare al computer per il mio dottorato e non riesco a godermi la missione, mettere la testa fuori almeno una volta al giorno, scoprire le persone, scattare le infinite foto possibili e nemmeno scrivere questo diario. Per fortuna ci sono dei momenti di felicità primordiale, di emozione intensa, di fronte allo spettacolo del mare. Degli istanti di bellezza purissima, acquavite di emozione. Questa mattina ho finito il quarto con un po di ritardo, visto che abbiamo cambiato il cavo dell adcp che non voleva più funzionare. Ormai lo so, cominca ad albeggiare alle due del mattino, anzi, non c è più una vera e propria notte, un chiarore diffuso a sud, tingendo il cielo basso di giallo e di rosa e lasciando il blu immutato pieno di stelle sopra le nostre teste. Quando sono uscito alle quattro passate e ho potuto finalmente gettare uno sguardo fuori dalla nave. Il sole era giusto giusto all orizzonte, punto infuocato striato di nubi, in quello spazio sottilissimo giusto fra le nuvole e il mare. Una linea di luce rosso gialla finissima e lunghissima, attaccata all orizzonte, fre il grigio delle nuvole che si tinge appena di rosa e il mare, ovunque blu azzurro, nerissimo in una striscia all orizzonte. Un dipinto di luce perfetto, a bande, azzurro, nero, rosso, giallo, rosa e grigio. Un dipinto che è rimasto là per moltissimo tempo, mutando lievemente e lentamente, nel canto lieve delle onde del mare calmo e nell aria pura, fino a che il freddo e la stanchezza mi hanno riportato alla mia cabina. L altra notte invece quanto tempo è passato? non ne ho idea l aria ha preso un aspetto lievemente lattigginoso, biancastro. Praticamente di colpo si è levata la nebbia, rendendo indistinti i contorni della nave, nuovo olandese fantasma. Il mare fumava. Col passare delle ore la luce ha cominciato a penetrare, diffusa, illuminando la nebbia di un lucore biancastro, che assorbe le onde formate e nere, le mischia dentro di se, le nasconde allo sguardo. Un senso di connubio fra mare e bruma, di dolce accordo, di femminilità. L aria è gelida e quando respiri senti quasi male sotto la fronte. le orecchie e la punta delle dita bruciano. Si sente un sapore di pioggia e freddo che mi ricorda certi

8 8 inverni a Parigi, con la purezza dell aria rarefatta di alta montagna. Sarà l evaporazione, sarà la temperatura bassa, sarà che quest aria circola intorno all Antartide senza essere respirata o inquinata da nessuno, ma sembra di nascere di nuovo, nella gelida purezza di questo abbraccio di nebbia. Polarstern, 26 gennaio 2005, 23:41 Metto la sveglia alle nove, dopo sole quattro ore di sonno. Mi tiro su di forza di volontà, notando che Nicolas è ancora nella cabina. Abbiamo finito la sezione e per un paio di giorni i quarti saranno più tranquilli. Mi butto sotto la doccia, lavando bene la barba che inizia ad essere davvero lunga. Mi metto per la prima volta le calzamaglie da montagna, i pantaloni pesanti, allaccio con accortezza gli scarponi da trekking, mi infilo i pantaloni impermeabili e la giacca col cappuccio, guanti di pile e papalina. Verifico che l attrezzatura fotografica è a posto e sono fuori. Verso le dieci passeremo proprio accanto a Elephant Island, non voglio perdermi un solo attimo di Antartide, voglio essere lassù quando lo avvistiamo, voglio fotografarlo a più non posso. Nebbia. Nebbia fitta e visibilità a 100 metri. Scoraggiato torno in sala computer e mi rimetto al mio modello. Che sfiga, dopo certe giornate di sole incredibile e dieci chilometri di visibilità, il giorno che saremo ad un passo dalla meta la natura si nasconde dietro un fitto velo di bruma. Lavoro un ora, poi mi sembra che la nebbia sia meno fitta e esco a prendere una boccata d aria. Eccola, proprio davanti a me, un picco di roccia nera con le vette che si perdono nelle nuvole grigie e nella spessa e gelida bruma antartica. Rocce nerissime e biancore di ghiacciai abbarbicati sui picchi appuntiti. Eccola Cornwallis Island, con i suoi scogli scuri, non una traccia di vita, roccia nera e ghiacci eterni, qualche iceberg che deriva intorno. E poi subito dietro Elephant Island, più piatta, con i ghiacciai che entrano nell acqua e si staccano in grandi pezzi di ghiaccio galleggiante, le spiaggie grigie e rocciose. Lo spettacolo è magnifico. Totalmente diverso da come me lo immaginavo, credevo che l Antartide in estate vivesse una breve primavera, qualche pianta, gli animali. Mi aspettavo isole morbide e marroni come quelle delle stretto di Magellano invece quello che mi si stampa per tutta la vita negli occhi sono i picchi neri e appuntiti, terrificanti, di questa terra totalmente selvaggia e ostile, incontaminata, tetra, spavalda. Corro sul ponte più alto, sperando che non passi in fretta. A tribordo la nebbia è più fitta, ma un iceberg enorme emerge dalla brume, un gigante tubulare giovane, con la sua struttura a strati ancora perfettamente visibile, bianco e grigio. E poi accanto uno, due, tre, decine d altri, di tutte le forme e dimensioni, gli iceberg antichi che pure nella nebbia brillano di blu intenso, perché si sono arricchiti d acqua e sono tutti appuntiti e frastagliati, i giganti squadrati, enormi piattaforme galleggianti, la graniglia piccola, i pezzi di

9 9 iceberg che si sono staccati e che seguono le scie dei grandi, un galleggiante monte innevato su cui centinaia di pinguini si arrampicano e fanno lo scivolo. Il mare liscio come una tavola, grigio scurissimo. Nuvole e nebbia, la distesa di mare e ghiacci a tribordo e le scogliere nere e i ghiacciai eterni a babordo. Un freddo che nemmeno senti più, delle immagini che già lo sai non ti faranno dormire per giorni, che ti vengono selvaggiamente stampate a fuoco nella retina. Le balene spruzzano lunghi getti d acqua, emergono con il dorso e schizzano onde con un colpo di coda. I pinguini saltellano dentro e fuori l acqua, ogni tanto qualcuno ucciso dai predatori galleggia alla deriva, gli uccelli continuano a volteggiarci intorno, senza posa. Gli iceberg vanno lenti alla deriva, in combinazioni sempre nuove, svanendo nella nebbia. Le rocce nere fanno da sentinelle, ammantate dai ghiacci accecanti. Il mondo di là mi sembra lontanissimo. Le piccole preoccupazione, le meschinità di ogni giorno, quanto sono insignificanti. La verità qui è più vera, ti ferisce di emozione. In queste isole deserte e ostili, battute dal mare e dai venti, mi pare di trovare qualcosa che ho sempre cercato. Mi sembra di non esser mai stato così vivo. Polarstern, 30 gennaio 2005, 20:53 Tante, troppe cose sono successe in questi ultimi tre o quattro giorni. Uno di quei momenti decisivi, che si fa fatica a credere che esistano fuori da cinematografi e dalla carta stampata. Vedere certe cose, le sensazioni vissute che ti stravolgono completamente e non sarai mai più quello di prima, non puoi più tornare indietro, vivi su di un altro pianeta, un pianeta fatto di ghiacci e di vento, di mare gelido, di sole accecante, di nebbia e solitudine. Un mondo di infinita bellezza. Talmente tante cose sono successe che è illusorio cercare di tenerne conto cronologicamente. Le sensazioni sono così forti che non sarà mai possibile renderle in nessun scritto, foto o racconto. Per capire bisogna esser stati là, alle sei del mattino, sul ponte spazzato dal vento fortissimo, le migliaia di iceberg che brillano al sole e la nave che avanza maestosa verso il continente antartico, ammantato di ghiacci, di neve e di nubi. Bisogna aver sentito le sensazioni sulla pelle, il morso del gelo, il suono del ghiaccio che si rompe, l odore dei pinguini, il contatto con le cose. Riuscirò a tenerne traccia? Riuscirò a scrivere di questo mondo nuovo? Per il momento mi guardo intorno ma vedo solo montagne desolate e ghiacci, parlo con le persone, ma è come se mi avessero infilato una diapositiva davanti agli occhi, ho due immagini sovrapposte, il mondo reale che ha perso il senso del reale e il mondo dei ghiacci che mi ha preso e non mi abbandona più. Quando mi dico che mi si è rotto qualcosa dentro non sto mistificando, a volte mi pare di essere impazzito.

10 10 Polarstern, 31 gennaio 2005, 15:50 Ha nevicato tutta la notte, a grossi fiocchi turbinanti nell oscurità. Anche durante il giorno la neve ha continuato a cadere sul mare grigio, ma senza restare attaccata alla nave. Poca onda, poco vento. Cielo cenerino. Le immagini cominciano ad essere meno brucianti, la mente meno eccitata, i ricordi si stratificano e prendono il loro posto. Posso iniziare a scrivere, i resti dopo una festa durata diversi giorni, le cartacce trasportate dal vento. King George Island. I ghiacciai sono là di fronte, a poche centinaia di metri. A ridosso delle spiagge di Admirality Bay le casupole della base Polacca, colline brulle, appena spruzzate di verde, giallo e bruno dei licheni e muschi che d estate combattono contro il clima implacabile. Rocce nere, montagne vulcaniche, ricoperte di ghiaccio che a tratti arriva fino in mare. Qualche piccolo iceberg costella lo specchio calmo della baia. I pinguini saltano fuori dall acqua, con un rapido spruzzo. Per certi versi mi ricorda l Islanda, ma la sensazione è amplificata all infinito. Quest atmosfera primordiale, il mondo prima che l uomo lo percorra con i propri passi e lasci la sua traccia ovunque sia passato. La sensazione di solitudine, di natura allo stato puro, incontaminata, in tutto il suo splendore. La natura selvaggia e indomita, fatta di roccia nera e ghiaccio brillante. Un senso di vuoto e di tutto allo stesso tempo, nessun punto di riferimento particolare, non una casa, non una strada, non un palo o una recinzione. Solo le insignificanti capanne costruite fra i ghiacci e il mare, in quella sottile striscia di terra abitabile fra l inferno gelido dell entroterra e il mare agitato. Un senso di spazi enormi e vuoti, di colline pietrose, distese di ghiaccio disseminate di crepacci, picchi neri ammantati dalle nuvole. I biologi tedeschi stanno installando delle trappole per catturare dei pesci da usare per degli studi di acclimatazione. Gli ornitologi hanno avvistato elefanti di mare, foche, orche e balene. Io me li sono persi tutti, salvo i pinguini ormai familiari e i damier du cap sempre più numerosi, che volano in stormi attorno alla nave. Costeggiamo l isola per qualche ora e le nuvole e la nebbia si diradano, regalando un sole che fa strizzare gli occhi e bruciare la pelle. Per la prima volta mi metto gli occhiali da sole, e ringrazio il mio babbo per avermeli fatti portare. L ora dello sbarco si avvicina, piano piano la gente comincia a raggrupparsi sul ponte, vicino ai gommoni, per godersi il sole e la vista magnifica, ma anche per essere fra i primi a metter piede sull isola. Ci sarà da tenere un coltello fra i denti, la nave è lontana dalla costa e i posti sui gommoni che fanno la spola saranno pochi. Saturnino, il marinaio gallego con cui scambio quattro chiacchiere quando sta alla gru durante i lunghi quarti notturni di CTD, viene come al solito a lamentarsi che deve lavorare. Ma in realtà gli fa piacere parlare un po spagnolo in una rompighiaccio tedesca. No me gusta este viento. Ahora no

11 11 hay holas, pero esta tarde... esta tarde si. Mucho viento. No me gusta nada. Mi dice che è inutile aspettare sul ponte, che i gommoni verranno calati in acqua con la gru e che noi ci caleremo dalla scala del pilota, che è giusto accanto alla stanza della CTD. Gran cosa parlare tante lingue. Mi avvicino a Felix, visto che dovremo andare in giro in gruppi di almeno due e tre persone è con lui che mi sono messo d accordo, perché ha un buon occhio fotografico e seppur armato di compatta è deciso ad andare in caccia di immagini. E poi perché è talmente emozionato che sembra un bambino a cui stanno per regalare un lecca-lecca più grande di lui, e io non devo avere un espressione troppo diversa. Ci perdiamo gli ultimi dieci minuti di sole, ma quando gli altoparlanti annunciano le istruzioni di sbarco siamo i primi della fila, con già i giubbotti di salvataggio allacciati e l ora di sbarco segnata nel registro. Aspettiamo con impazienza i marinai che si infilano le loro tute stagne, quasi degli scafandri. Stivali termosaldati ai pantaloni, maniche strette ai polsi e cappuccio chiuso attorno al viso. Gomma arancione e nera spessa e imbottita. Un primo gommone parte per preparare una passerella di sbarco sulla spiaggia ma sul secondo, quando quasi non riesco più a contenere l impazienza, saremo io, Felix e Nicolas a salire sotto lo sguardo invidioso degli altri. La base è ad una mezzora di gommone, e gli ultimi dovranno aspettare un paio d ore. Il marinaio finalmente mi fa cenno, e sono io il primo a calarsi per la lunga scala fatta di corda e di legno, sul fianco della nave. Già questa è una piccola avventura ed una grande emozione, calarsi qualche metro su di una scala a pioli agganciata alla fiancata di una nave, reso goffo dalle scarpe da trekking, dallo zaino pieno di macchine e obiettivi, dai diversi strati di vestiti, cercando con il piede il gommone che si muove di quà e di là, sapendo che sei ad un passo dalle acque assassine, se caschi in acqua sei praticamente spacciato. Sullo zodiac non scatto foto perché l acqua irrompe a bordo e gli schizzi volano in tutte le direzioni. È un peccato, perché riflesso sul viso degli stessi marinai e dei miei compagni vedo la stessa emozione che mi pervade, la luce che gli brilla negli occhi deve essere la stessa che illumina i miei. La nave che si allontana, con tutto l equipaggio che ci guarda con i visi lunghi, il gommone che salta ad ogni onda, gli schizzi come se fosse estate, l aria gelida che ti si infila nelle maniche della giacca. La terra sempre più vicina, gli scogli neri e appuntiti, un piccolo faro, le spiagge grigie con pezzi di ghiaccio arenati, un iceberg che sembrava piccolo dal Polarstern e che si rivela un immensa montagna di ghiaccio, le casupole arancioni della base di Jubany, gli argentini che ci salutano con la mano alzata. Salto sulla pedana di legno costruita dai marinai per non farci entrare con le gambe in acque e sono subito sulla spiaggia. Mi butto in ginocchio e afferro qualche ciottolo nero, giusto per rendermi conto che è vero, che sono davvero in Antartide. Poi risalgo la spiaggia facendo scricchiolare la ghiaia sotto gli scarponi. Mi viene incontro un uomo sorridente sotto la barba brizzolata, una giacca arancione sgargiante con scritto Tenente Coronel Perez, Ejercito

12 12 Argentino. Hola, que tal? Español? No, italiano... Ahhh, italiano! Si illumina tutto alla mia risposta e dopo un gran sorriso mi abbraccia stretto dandomi qualche pacca sulle spalle. Mi fa strada su di una rampa di cemento fino alla casupola dei sommozzatori, dove un altro militare mi accoglie e mi fa cenno di entrare. Una bellissima faccia vissuta, gli occhi chiari e trasparenti come l immensità di questi luoghi, la pella scura, bruciata dal sole che passa attraverso il buco nell ozono, una tuta verde militare e un bellissimo cappello blu che assomiglia a quelli degli aviatori. Hola soy Mencho, tu de donde eres, de Napoli? Maradona.... Mi sa che vivere qui ti rende profeta. Al tavolo sono seduti altri due militari, bevendo mate. Appena mi vedono lo riempono di acqua calda e me lo porgono. Lo sapevo, era una settimana che ci pensavo. Da quando mi hanno detto che saremmo sbarcati in una base argentina ho sognato di bermi un mate in Antartide. Assaporo il profumo dell erba, il liquido caldo che mi scalda la bocca, l amaro che ho così atteso. Mi raccontano un po della base, in estate sono numerosi, un centinaio di persone, ed ogni due settimane circa arriva una nave con qualche visitatore, qualcuno parte per un altra base, qualcuno arriva per restare. L inverno è lungo e solitario. Mi mostrano le tute da sommozzatore, le cose che pescano durante le immersioni nelle acque gelide, la camera iperbarica. Mi mettono alle strette parlando di calcio, ma mi riprendo con un altra sorsata di mate. Potrei stare ore a parlare con questi uomini, sulle facce hanno dipinto qualcosa che non si vede nelle persone del mondo di là, tutto questo splendore e questa solitudine, la luce che ti abbaglia, gli spazi immensi, gli hanno stampato qualcosa negli occhi che non puoi ignorare e che cerco di assorbire. Cerco di capire, di immaginare. Cosa vuol dire vivere in Antartide? Passare un inverno in una base battuta dal vento e dal ghiaccio? Quanto vorrei avere anche io quello sguardo in cui si mischiano i venti con i ghiacci, quell espressione attonita, la pella abbronzata, la meraviglia di un vissuto fuori dal comune. Quanto vorrei restare in questa base e non ripartire più. Polarstern, 1 febbraio 2005, 02:03 Jubany è in una baia abbastanza chiusa e protetta, un fiordo stretto e lungo, un ghiacciaio che occupa due terzi dello spazio e una distesa ampia e spoglia di ciottoli neri, con alle spalle un alto picco basaltico. In questa parte sgombra sorge la base. Tornando verso il mare c è una sottile striscia di terreno in cui qualche lichene e erba faticosamente cerca di tingere il nero con colori pastello. A partire dal faro la zona è protetta e sotto controllo per lo studio delle piante e è proibito l accesso, anche se naturalmente nessuna recinzione lo impedirebbe. Cerco di fare qualche foto di squa, mi avvicino lentamente, in ginocchio, per non spaventarli. Spiccano il volo e mi dico che dovevo essere più lento, è importante non disturbare i poveri uccelli, qui sono a casa loro e io vengo a

13 13 disturbare la loro pace. Volteggiano sopra la mia testa e mi vengono addosso in picchiata, fermandosi ad un metro dal viso. Istintivamente mi proteggo la faccia con il braccio e mi cago sotto, perché venirsi venire addosso un bolide di un metro e mezzo di apertura alare, elegante come un rapace, incazzato nero contro di te, non lascia presagire niente di buono. Due, tre, quattro volte. Fortunatamente si fermano prima di toccarti, ma non li conosco e non so fino a che punto possano arrivare. Dopo quattro o cinque attacchi sempre più ravvicinati faccio marcia indietro e batto ritirata. Avete vinto voi. Avvicinatevi al nido di uno squa e capirete cosa significa uccello altamente territoriale. Dirà qualche giorno dopo Olivier. Una volta con un colpo di zampe in pieno viso sono rimasto dieci minuti a terra vedendo le stelle. Continuiamo sulla spiaggia, scavalcando qualche tellus, marciando attentamente sulla neve per evitare buchi e crepacci, arrampicandoci sugli scogli e arrancando sui ciottoli irregolari. Mi stupisce come sia lenta la marcia, un paio di militari mi hanno detto che a sette chilometri c è una colonia di pinguini. Mi dico che in un ora e mezza ci posso essere ma in realtà in un ora facciamo poche centinaia di metri. Mi immaginavo che non ci sarebbero state strade e sentieri, ma non avrei pensato a tanta fatica per pochi metri. Finalmente vediamo un pinguino sulla spiaggia, sdraiato tranquillo. Ci mettiamo a quattro zampe, poi direttamente sui gomiti, i sassi appuntiti che fanno male sotto tutto il corpo. Appena ci nota, proprio come mi aveva messo in guardia Doris, spara un bel fiotto di merda gialla. Meno male che sono troppo lontano per potermela beccare addosso. Ci avviciniamo lentamente, anche se ogni tanto si alza allarmato riusciamo ad andargli abbastanza vicino. Si sposta un po e mi tocca strisciare sulla sua cacca, ancora una volta esattamente come pronosticato da Doris: Vedrai, per fare le tue foto starai sempre sdraiato nella merda. L accesso alla spiaggia dove ci sono gli elefanti di mare è troppo difficoltoso, passando per le morbide colline subito alle spalle della spiaggia sarebbe un attimo, ma è la zona protetta. Torniamo indietro passando dietro la base. Sotto la chiesa e a due passi dal cinema mas austral del mundo un enorme scheletro di balena, solo le mandibole devono fare un paio di metri. Le ossa sono comunque ovunque, perfettamente spolpate. Qui tutti mangiano tutti, la catena della vita gira implacabile, a folle intensità. Un pinguino sfugge appena ad una foca, scivolando su per un iceberg. Gli uccelli si attaccano l uno con l altro. I leoni di mare vicini si riposano dopo il bottino. Verso il ghiacciaio il paesaggio si fa totalmente lunare. Né un lichene, né un erba. Niente ghiaccio, solo una distesa enorme, un pietraio grigio scuro dove solo gli squa e le petrelle volteggiano senza sosta. Il mare è colmo di piccoli e grandi pezzi di ghiaccio, che si arenano sulla spiaggia. Lascio stare la macchina fotografica, non ha senso. Mi godo il ghiacciaio a due passi, la baia quieta con una nave della marina argentina in rada. Mi riviene alla mente Tabard, che sosteneva che un fotografo non è un uomo che ama i tramonti, ma le stampe. Sono contento perché non ho voglia di far fotografie, ma solo di guardarmi

14 14 attorno, e vivere il posto. L Antartide riesce pure a farti dimenticare la tua più grande passione. Torno a malincuore verso il punto di sbarco, sono stato il primo ad arrivare e mi hanno fatto capire che cortesemente dovrò essere fra i primi a partire. Fortunatamente l equipaggio è in ritardo, perché uno dei gommoni sta portando i due coreani alla vicina base della madrepatria. Ne approfitto per chiacchierare con dei ragazzi che stanno facendo delle misure della marea. Sulla spiaggia, uno con l acqua fino alla vita, dentro una tutona rossa, che lo trasforma in una specie di cartone animato, le mani dalle lunghe dita impacciate sembrano enormi zamponi. Non fanno parte della base, ma sono l equipaggio della nave all ancora ed è facile fare conoscenza. Ancora una volta sono barbuti, come la maggior parte delle persone, che bello, mi sento a casa. Non riescono a credere che a bordo del Polarstern la metà delle persone siano di sesso femminile: Sono tre mesi che non vediamo una ragazza, e abbiamo ancora due mesi di mare. Mi fanno chiamare un paio di studentesse che francamente non sono niente di che, per non dire la verità che è poco gentile, ed è incredibile come siano contenti di parlargli, come gli sbavino dietro. Dopo tre mesi di mare anche la più bruttona ti pare una principessa. Chiamano alla radio, qualcuno dalla nave si lamenta che non stanno lavorando. Bastardi, ci stanno guardando col cannocchiale. Una delle ragazze dice hola nella radio e il militare della nave al sentire una voce femminile risponde con un hola così carico di piacere che non lo dimenticherò mai. Un misto di sorpresa, di cavalleria, di desiderio, di invito. Un saluto che racconta una storia intera. Nel frattempo qualcuno è andato a cercare un mate, che ci beviamo in piedi, nella sera che cade gelida e attacca il viso, con lo spettacolo immenso del ghiacciaio di fronte, intrecciando per un attimo la mia vita con quella di questi ragazzi, ed è chiaro, lo sappiamo tutti che è un mate eccezionale. Già sul gommone, i saluti dalla spiaggia con le braccia agitate forte, Mencho che mi grida di scrivergli e subito le capanne si fanno lontane, il ghiacciaio, il pinguino, gli squa così aggressivi, fino a scomparire dietro la punta di terra dove ho strisciato nella merda di pinguino. Sulla bocca del fiordo il mare è grosso e il gommone salta sulle onde. L acqua è gelida e mi inzuppa i guanti di pile in pochi secondi. Addosso sono asciutto, ma il gelo penetra ovunque. Stiamo zitti e attaccati gli uni agli altri, gli schizzi negli occhi, le spalle incassate contro il vento, quasi tremando, ma non sono l unico a ridere ad ogni ondata che ci riempe i piedi. Giusto il tempo per qualche patata e una sogliola e già salpiamo, nella notte, verso nuove, fantastiche mete. Vedo attorno a me che anche qualcun altro è cambiato per sempre, che non sono il solo a cui è scattato qualcosa nella testa. Con Felix la nostra conoscenza superficiale si è saldata in qualcosa che ricorderemo tutta la vita, e andiamo avanti tutta sera con il riso negli occhi a darci pacche sulle spalle e parlare parlare parlare, troppo pieni di sensazioni per poter stare zitti.

15 15 Polarstern, 2 febbraio 2005, 12:30 Oggi nebbia. Sono giorni grigi, dormo qualche ora appena, mi sveglio e mangio, passo il pomeriggio a lavorare al computer, ceno, una siesta di un ora e lavoro tutta sera fino al quarto notturno, gli occhi che bruciano davanti allo schermo, il cervello in pappa. Nemmeno esco, nemmeno vedo il mare. L unico svago dal dormire-mangiare-computer sono le bottiglie che riempo ad ogni stazione di prelevamento. Non vado al bar a scoprire le persone, non scatto foto, mi perdo l incontro serale sul ponte e trovo appena il tempo per scrivere qualche riga. Nemmeno vedo il mare. L unica cosa che mi ricorda che sono sull oceano è il rollio della nave, il movimento incessante della sedia su cui sono seduto, i corridoi che si arrotolano su se stessi quando torno alla cabina. Oggi il rollio è particolarmente intenso. con gli occhi gonfi del troppo poco sonno ho messo il naso fuori per cinque minuti. Una nebbia fitta e luminosa, di un bianco abbagliante, che mi fa strizzare gli occhi. Nella bruma delle impressionanti colline d acqua, forse le più grosse che abbiamo trovato per il momento, se il meteorologo ci ha azzeccato ancora una volta dovrebbero fare circa sei metri, ricordo di una tempesta non troppo lontana. Quando la nave prende il ritmo giusto spancia esattamente su di una nuova onda e spara una cascata di schizzi enorme. Penso subito ad una foto, ma torno a testa bassa ai miei lavori forzati. Polarstern, 3 febbraio 2005, 12:45 Quanti giorni sono passati? Nel ripetersi dei giorni tornati tutti uguali, le giornate passate a rovinarsi davanti al computer ho di nuovo perso il senso del tempo. Quegli attimi saturi, incredibili, quei giorni di pieno risveglio, già sembrano appartenere ad un epoca remota. Ma mi basta distogliere un attimo la mente che ritrovo le immagini con tutta la loro forza, le sensazioni e i suoni, lo stupore. Mi basta pensarci che di nuovo sono di un altro pianeta. Sto dormendo del sonno buio e senza sogni in cui precipito appena tocco il letto, come uno svenimento. Sento la voce di Claude che penetra gli strati oscuri in cui sono avvolto e mi raggiunge fino al punto lontano in cui è parcheggiata la mia mente. Corri Fabiano, corri, il y a des images à faire... Con estrema fatica mi tiro su dalla cuccetta. Sento Nicolas che mi chiede con voce impastata che ore sono. Le sei. Grugnisce qualcosa, si rigira dall altra parte e ricomincia subito a russare. Le sei. Fortunatamente la sera precedente mi sono addormentato più presto del solito ma alle sei del mattino normalmente sono a letto da un ora e mezza e il sonno arretrato non aiuta minimamente a sconvolgere il ritmo faticosamente acquisito. Mi vesto con estrema lentezza, cercando di essere il più veloce possibile. Non so bene cosa mi aspetta, dalla mia cuccetta vedo solo una gran luce che non posso guardare perché mi ferisce gli occhi addormentati. Magari c è qualche balena veramente vicino alla nave, o un capidoglio, o la costa già

16 16 vicina. Devo correre. Mi sembra di essere invischiato nei meandri di me stesso, ogni azione è uno sforzo contro le forza di gravità che mi attira verso il suolo, il sonno che mi richiude le palpebre. Infilo le calze imbottite da montagna, la maglietta aderente e la calzamaglia termica. Un altra maglietta, i pantaloni di velluto Visconte di Modrone che ho ancora dai tempi del liceo, tutti consumati sul culo. Una felpa, il maglione più pesante che ho, preso nel negozio andino della rue Mouffetard, in un altra vita. Sovrapantaloni taglia vento, scarponi Garmont, la giacca da sci con le maniche ben strette sui polsi. Infilo la papalina, il cappuccio del maglione e quello della giacca, che chiudo stretto sul mento. Guanti di pile e zaino delle macchine in spalla. Sembra la vestizione di un cavaliere e ho l impressione di aver messo ore a prepararmi. Cammino goffo come un astronauta verso la parta. Esco fuori e la luce mi investe con violenza. Strizzo gli occhi nel sole e salgo le scale nel vento fortissimo, tenendomi aggrappato con la mano. Ma già li vedo. Decine, centinaia, migliaia di iceberg tutto intorno alla nave, ovunque tu possa guardare. Non avevo nemmeno mai immaginato qualcosa di simile, una tale quantità di isole galleggianti. Alle sei passate il sole è già alto e forte, ma la luce conserva comunque il tocco caldo e un poco della componente orizzontale classica del mattino. L atmosfera leggermente sognante, una leggera foschia, un lucore nuovo dopo la breve notte. Gli iceberg vicini e lontani, gli enormi tabulari e gli antichi appuntiti e frastagliati, si tingono leggermente di miele. Vedo un enorme arco di ghiaccio sotto il quale la nave potrebbe passare senza problemi, cattedrale di cristallo ritta in mezzo al mare. L oceano è blu, costellato di frammenti di ghiaccio di tutte le forme e dimensioni. Nonostante il vento la superficie del mare è quasi piatta, di un blu splendente. Le nuvole in cielo tessono lunghi fili bianchi e dorati. La luce ti avvolge. Il vento ti spazza via e fai fatica a stare in piedi. Ti soffia addosso senza posa, gelido, riempendoti gli occhi di lacrime che volano via. Quasi impossibile tenere ferma la macchina fotografica o stare dritti, gli occhi fanno male. All orizzonte, perfettamente perpendicolare alla rotta della nave, una catena compatta e infinita di montagne bianche, completamente ammantate di neve e ghiacci. La penisola Antartica. Sembrano i picchi più alti delle Alpi, in pieno inverno, ma con il mare che arriva giusto sotto. Ora capisco le parole di Hervet: Davvero sbarcheremo a O Higgins? Là si che sarà davvero magnifico, le isole sono tutt altra cosa, sul continente vedrai il vero Antartide. Ora capisco. Ora capisco la tua delusione Hervet, perché mi dici: Guarda che non sputo sopra Jubany, ma ti prometto che l Antartide può essere ancora più grandioso, mille volte più impressionante. Sulle isole la sensazione prevalente è la forza devastante della roccia nera, l origine vulcanica, l inospitalità, i terreni brulli e spogli, rocciosi, l equilibrio fra fuoco e ghiaccio delle montagne nere. Invece qui è tutto il contrario, le montagne sono completamente bianche, la sensazione è di purezza e di maestà, di portentoso spettacolo la cui bellezza mozza il fiato. La nave pare avanzare lenta ma potente, puntando decisa direttamente

17 17 sulle montagne e i ghiacci. Per quanto scruti l orizzonte non riesco assolutamente a vedere la base, ho l impressione che non ci sia assolutamente niente di niente, che il ghiaccio e la neve entrino direttamente in acqua, che non ci sia nessuna baia con un pur misero pezzetto di terra su cui attaccare una casupola di lamiera, che di fronte ci sia solo mare e montagne di ghiaccio. Ma la nave avanza dritta e decisa, senza schivare gli iceberg, perfettamente perpendicolare al muro di neve, di picchi gelidi, di ghiacciai senza fine. Nella testa sento una musica, chiarissima. Musica classica, non c è dubbio. Anche se è una musica che non ho sentito in nessun teatro, in nessun concerto, la riconosco subito. Una marcia trionfale, al passo con le onde sollevate dalla prua della nave, l avvicinarsi delle montagne, questo andare incontro a testa alta verso queste vette bianche che sono la cosa che ho visto che più si avvicina al concetto di divino. Mi pare che tutto il resto della mia vita, tutto quello che ho fatto fino ad ora, non è stato che una lunga preparazione a questo giorno. Tutti i desideri insoddisfatti, i sogni di viaggi, le aspettative, gli spazi sempre più aperti, le sensazioni assaporate o immaginate non siano state altro che un preludio a questo momento. Ed è in assoluto questa l immagine più forte che conservo di questo viaggio. Le ore passate sul ponte avvicinandoci alla penisola Antartica. Il vento fortissimo nella luce accecante del mattino, il sole splendente sul cielo striato di lunghe nuvole, il mare fatto di acqua e frammenti infiniti di ghiaccio, la nave che punta dritta sulle montagne totalmente bianche e pure, regali, questa musica trionfale che ti riempe da cima a fondo, la consapevolezza che niente, niente prima è stato tanto grande come questo momento. Polarstern, 6 febbraio 2005, 22:18 Il tempo passa, i giorni scorrono via insieme all acqua sotto lo scafo della nave. Nelle giornate passate al computer la vita viene quasi risucchiata via, restano solo pochi momenti a cui aggrapparsi, per il resto ti trasformi in una nuvola fatta di niente. Dopo cena sono uscito, facendo fatica ad aprire la porta contro il vento. Gli schizzi sollevati dalla prua della nave mi hanno investito in pieno, risvegliando i sensi intorpiditi. La terra di fuoco che si scorge all orizzonte ci accoglie con qualche bel colpo di vento. Forza otto dice puntuale monsieur meteo. L acqua è nera, increspata di bianco. Le onde sono belle e formano maestosi pennacchi di schiuma all incontro della nave. Le petrelles geantes volteggiano attorno al ponte, tanto vicino che sembra di poterle toccare allungando la mano. La luce è ancora una volta magnifica. Riecco il vento gelido che ti strappa le lacrime dagli occhi. Riecco le sensazioni forti, la potenza degli elementi contro il corpo, il contatto degli schizzi sulla pelle, la barba che sa di mare, il vento che mi scompiglia i capelli. Ecco le nuvole nere, la terra lontana, la solitudine che mi avvolge amica, la solitudine che ti fa sentire vivo, che ti conferma che solo questo ti appaga, che solo qui riesci a dimenticare.

18 18 Poche ore fa è stata fatta l ultima ctd. La campagna è finita. In basso, nella sala dove si preparano i mouillage, è gran festa. Mi arrivano le risa e le grida, la musica forte, gli schiocchi dei boccali. Io me ne sto qua, facendo girare i miei programmi, ma non mi importa poi tanto. Tante cose sono cambiate, ma tante restano sempre uguali. Il sorriso ce l ho solo di fronte al mare nero, le feste mi mettono in corpo solo un enorme tristezza.

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