Riccardo Orioles Allonsanfàn. storie di un'altra sinistra mardiponente

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1 Riccardo Orioles Allonsanfàn storie di un'altra sinistra 1999 mardiponente

2 mardiponente

3 Riccardo Orioles ALLONSANFÀN storie da un'altra sinistra mardiponente

4 Riccardo Orioles, Allonsanfàn settembre 1999

5 A L L O N S A N F A N

6 INTRODUZIONE estate 1999 Si è fatto tardi, ed è tempo di cominciare a lasciare qualcosa. Qualcosa a chi? Mah. Forse a Giorgio di Lovere (in provincia di Bergamo: Giorgio era un ragazzo dei Siciliani) che è venuto a trovarmi l'altro giorno, tornando dall'albania (volontario cattolico) e prima di partire per Tijuana, sempre da volontario della pace. Non credo che Giorgio non dorma la notte pensando alla crisi della sinistra perbene (lui "è" la sinistra, quella vera). Ma forse prima o poi avrà bisogno di sapere come sono andate, nel suo Paese, le cose. Così, queste storie successe per lo più in Sicilia, nel corso d'un quindici anni, sono in realtà successe dappertutto: una guerra feroce, senza mezze misure, dei compiti da affrontare, i compagni che crescono, una sinistra che a poco a poco si forma. Una sinistra seria, a differenza di altre, perché fin troppo seria era - nel caso nostro - la situazione. Una sinistra sconfitta, anche, alla fine del ciclo. Come i garibaldini di una volta, come i partigiani. Sconfitta, ma non perdente: le cose di questo genere restano vive molto a lungo, è ad esse che si ricorre quando l'alternativa "realistica" - il Regio Governo dei notabili, la democrazia cristiana o la "sinistra" di mercato d'oggigiorno - termina (di solito, lasciando il Paese in braghe di tela) il ciclo suo e c'è da ricominciare tutto daccapo. Allora le vecchie carte possono servire. Così, vale la pena di lasciare qualcosa a Giorgio e agli altri che stanno crescendo dopo di lui. Verrà il momento in cui per loro sarà fondamentale sapere che nella storia della sinistra non c'era solo quello che dicono i notabili ma anche - per esempio - cose come quelle che sono successe ai Siciliani. Se si riesce a lasciargli queste cose, a quei ragazzi, si può avere tranquillamente fiducia in loro. E ora basta così, perché faccio una fatica del diavolo a scrivere anche queste poche righe d'introduzione. E' molto bello perdere insieme con la propria gente, condividerne la sconfitta senza trucchi e fino in fondo. Ma ti lascia, come dire, un po' spossato. Comunque caro Giorgio e cari gli altri che non conosco ma che sicuramente ci siete, comunque fino a qui ci siamo arrivati. Prima o poi toccherà a voi continuare, anche se ora non lo sapete. R.O.

7 I COMPAGNI Ma uno dopo l'altro, ancora impietriti dall'orrore, Li risvegliava l'affetto e li faceva parlare Sapendo, in quella pena, che c'era molto da fare Perchè non fosse inutile Perchè vivesse ancora Dieci creature sole, senza dei a portar doni Di genio o d'eroismo nella notte feroce: E una dopo l'altra prendono la parola Consigliando i compagni, inghiottendo il dolore, Decidendo con calma ciò che faranno insieme Sapendo che lo faranno, fra dieci anni o domani E che in questo se stessi resta un uomo e il suo dono

8 UN UOMO I Siciliani, gennaio 1984 Pippo Fava ha scritto un sacco di libri, e cose di teatro anche. Però Pippo Fava non è mica uno importante. Per esempio, arriva una centoventiquattro scassata, dalla centoventiquattro esce uno con la faccia da saraceno e un'esportazione che gli pende da un angolo della bocca e ride e quello è Pippo Fava. Bene, un giorno a Pippo Fava gli dicono di fare un giornale, è una faccenda strana affidare un giornale a Fava che, dice la gente perbene, è uno che non si sa mai che scherzi ti combina: comunque il giornale c'è, si chiama il Giornale del Sud e subito Pippo Fava lo riempie di ragazzi senza molta carriera ma in compenso mezzi matti come lui. "Tu, come ti chiami?". "Così e cosà". "E cosa vorresti fare?". "Mah, politica estera...". "Ok, cronaca nera". La cronaca, al Giornale del Sud, la si fa all'avventura. Non si conosce nessuno, si parte proprio da zero. Ci sono storie divertenti, tipo quella del povero emarginato napoletano che arriva in redazione e tutti fanno i pezzi commoventi sul povero emarginato e poi arriva Lizzio dalla questura per un paio di stupri... Si chiude alle tre di notte; non si "buca" una notizia. Con grande stupore, i catanesi apprendono che a Catania c'è una cosa che si chiama mafia. E che Catania è divenuta un centro del traffico di droga. Dopo qualche mese, un attentato: un chilo di tritolo. Ma si va avanti. La faccenda dura un anno. Poi succedono tre cose. La prima è che gli americani decidono che la Sicilia va bene per coltivarci missili. E questo a Fava non va bene, e lo scrive. La seconda che a Milano acchiappano un grosso mafioso, Ferlito, parente di un assessore e uomo di molto rispetto; e anche qua, Fava si comporta piuttosto - come dire - maleducatamente. La terza è che nella proprietà del giornale arrivano amici nuovi, uno dei quali è - ok, avvocato, niente nomi - un importante imprenditore catanese coinvolto nel caso Sindona e un altro un importante politico catanese coinvolto nell'assessorato all'agricoltura. Telegramma all'illustrissimo dottor Fava: "Comunichiamo con rincrescimento a vossignoria illustrissima che il giornale ora ha un altro direttore". I matti, i ragazzi della redazione vogliamo dire, occupano il giornale. L'occupazione dura una settimana, durante la quale gli occupanti ricevono la solidarietà di alcuni tipografi, di una telefonista, di un guardiano notturno e di un ragazzino dell'ansa (a pensarci, anche un giornalista ha telefonato, allora). Poi arriva il sindacato e, molto ragionevolmente, l'occupazione finisce. Senza Fava finisce anche, e alla svelta, il Giornale del Sud (perché nonleggere le stesse notizie su un giornale nuovo, se puoi già non-leggerle su

9 quello vecchio?). Ma Fava nel frattempo non s'è stato con le mani in mano. Ha raccolto una decina dei "suoi" matti: "Si fa un giornale". Come, quando e se si farà non lo sa nessuno. Ma intanto si mette su una bella redazione, con le sue brave "lettera ventidue" scassate. Chi è disposto a investire qualche centinaio di milioni su due "lettera ventidue" scassate, dieci matti fra i venti e i venticinque anni e uno di sessanta? Ovviamente, nessuno. D'altra parte dopo l'esperienza del GdS Fava e i suoi, a sentir parlare di padroni, si mettono a bestemmiare. Allora si mette su una bella cooperativa - "Radar!". "E che vuol dire?". "Suona bene!" - si disegna un bellissimo stemmino per la cooperativa e si firmano alcune tonnellate di cambiali. Due mesi dopo arrivano due bellissime Roland di seconda mano, offset bicolori settanta/cento, e Fava se le cova con lo sguardo che se invece di essere due offset fossero due turiste svedesi lo denuncerebbero per stupro. A fine novembre, Pippo Fava arriva in redazione, schiaccia l'esportazione nel portacenere e fa: "Ragazzi, si fa il giornale". "Quando?" "Con quali soldi?" "Io faccio il pezzo sulla Procura!" "Come lo chiamiamo?" "Io ho un'idea per il pezzo di colore" "Ma i soldi...". La vigilia di Natale, le Roland sputano una cosa rettangolare con scritto su "I Siciliani". Anno uno, numero uno, i cavalieri di Catania e la mafia, la donna e l'amore nel sud. Un tipografo porta il pupo in redazione. "Be', potrebbe anche andare" fa uno dei redattori con nonchalanche, e subito dopo si mette a ballare. Il giornale arriva in edicola alle nove di mattina. A mezzogiorno non ce n'è più (a piazza della Guardia, dicono, due fanno a cazzotti per l'ultima copia: ma onestamente non ne abbiamo le prove). Si brinda nei bicchieri di plastica, e si prepara il numero due; nel cassetto i mazzi di cambiali sembrano meno minacciosi. Ed è passato un anno. La mafia, a Catania, c'è o non c'è? "Ma no... al massimo un po' di delinquenza..." (il signor Prefetto). "Cristo se c'è! E sbrigatevi a fare qualcosa che qui finisce peggio di Napoli" (I Siciliani). E quel signore, come si chiama quel signore là? "Noto pregiudicato..." (la stampa per bene). "Santapaola Benedetto, detto Nitto, MAFIOSO!" (I Siciliani). E i missili, dite un po', vi dispiace se lascio un paio di missili nel sottoscala? "Ma prego, si figuri, come fosse a casa sua!". "Ahò! Ca quali méssili e méssili! I cutiddati a' casa vostra, si vvi l'aviti a ddàri!" E i cavalieri, vediamo un po'; anzi, i Cavalieri? "Ecco dunque cioè nella misura in cui ma però... AIUTO diffamano Catania!" "I cavalieri catanesi alla conquista di Palermo con la tolleranza della mafia. Firmato Dalla Chiesa. Noi stiamo con Dalla Chiesa". Ed è passato un anno. C'è un ragazzino, a Montepò, che ancora non sa bene se andrà a fare il suo

10 primo scippo o no. C'è una vecchia, in via della Concordia, che è rimasta fuori dall'ospedale perché non c'era posto. C'è una tizia, a viale Regione Siciliana, che costa ventimila lire ed ha quattordici anni. C'è un manovale, alla zona industriale, che ci ha rimesso una mano e dicono che la colpa è sua. C'è uno sbirro, in viale Giafaar, che ha una bambina a casa ma va di pattuglia lo stesso. C'è una bambina, da qualche parte allo Zen, che forse diventerà una puttana e forse una donna felice. E c'è un'altra bambina, in un cortile pieno di sole, e ora Pippo Fava prende in braccio la bambina e la bambina ride. "Nonno, nonno, ora faccio l'attrice". "Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l'altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa... Beh, te lo prendi un caffé? E l'occhiello, vedi che dieci righe per un occhiello a una colonna sono troppe". Forse mezzo milione, forse di più: il tizio, con l'altro tizio e quello che doveva dare il segnale, era là ad aspettare e ha alzato la 7,65 e ha sparato. Professionale. Certo, in una villa di Catania, s'è brindato, quella notte. Forse ha avuto il tempo di guardarlo negli occhi. Non pensiamo spaventato. Forse, impietosito. Sapendo benissimo che il tizio pagato - uscito forse da un miserabile quartiere, uno di quelli che lui non era riuscito a salvare - sparava anche contro se stesso, contro la propria eventuale speranza. Forse ha pensato che un giorno o l'altro quelli che venivano dopo di lui ci sarebbero riusciti a farli smettere di sparare, a... Ma forse non gliene hanno dato il tempo. * * * E questo è tutto. Ok, ringraziamo tutti quanti, grazie di cuore a tutti. Adesso dobbiamo ricominciare a lavorare, c'è ancora un sacco di lavoro da fare per i prossimi dieci anni. Mica possiamo tirarci indietro con la scusa che è morto uno di noi. Se qualcuno vuole dare una mano ok, è il benvenuto, altrimenti facciamo da soli, tanto per cambiare. Va bene così, direttore? Elena Brancati, Cettina Centamore, Santo Cultrera, Claudio Fava, Agrippino Gagliano, Miki Gambino, Giovanni Iozzia, Rosario Lanza, Nanni Maione, Riccardo Orioles, Nello Pappalardo, Tiziana Pizzo, Giovanna Quasimodo, Antonio Roccuzzo, Fabio Tracuzzi, Lillo Venezia Ancora una volta la mafia ha colpito un uomo che lottava per il bene di

11 tutti. Noi non sappiamo ancora quali specifici settori di essa e quali specifici interessi si siano sentiti più direttamente minacciati dal lavoro che Giuseppe Fava portava avanti alla testa di questo giornale. Sappiamo però quali argomenti non sono mai mancati dalle pagine de "I Siciliani": la crescente e troppo a lungo sottovalutata potenza delle famiglie mafiose catanesi; il flusso di denaro pubblico dalle casse delle istituzioni siciliane a quelle dei soggetti equivoci o addirittura mafiosi; il pericolo, non solo di guerra ma anche di rafforzamento della presenza mafiosa, portato dall'introduzione delle basi nucleari; la necessità, segnalata a suo tempo dal genrale Dalla Chiesa, di far luce sulle fortune dei principali imprenditori catanesi; le connessioni, ormai ben più che occasionali, fra mafia e politica. Su tutti questi argomenti, a nostro avviso, non mancheranno d'investigare i responsabili delle indagini su questo delitto; quanto a noi, continueremo a porli al centro del nostro lavoro, che proseguirà regolarmente. Ringraziamo tutti coloro che hanno voluto esprimere la loro solidarietà in questo momento; e soprattutto coloro la cui solidarietà vorrà tradursi, nel tempo a venire, in concreta mobilitazione e lotta contro la mafia. La Sicilia non attenderà il duemila per abbattere la mafia. La Sicilia dei lavoratori, dei giovani, delle donne, delle persone oneste combatte già da ora la sua battaglia. Il nostro direttore non ha avuto paura di esserne la voce, di raccogliere e dare espressione a ciò che ogni siciliano sa e troppo spesso non può dire. E' una ben esigua minoranza, nel mondo del giornalismo siciliano, quella che realmente e senza compromessi tiene testa alla mafia: esigua, ma capace tuttavia di esprimenre i Mauro De Mauro, i Mario Francese, i Peppino Impastato, i Giuseppe Fava. Su questa minoranza il popolo siciliano potrà sempre contare, in qualunque circostanza e a qualunque prezzo. I redattori de "I Siciliani"

12 APPUNTI promemoria interno, gennaio ) La cosa più difficile è di renderci veramente conto che nulla potrà essere più come prima, soprattutto non noi. Questo non è più un giornale (solo un giornale), e noi non siamo più giornalisti (solo giornalisti). Abbiamo una responsabilità che prima non avevamo; verso altri esseri umani, non verso un'idea. E siamo cambiati. Ci pare tutto assurdo ed irreale. Ma è così. (La tentazione più grande sarà quella di illuderci, di "essere come prima"). Dobbiamo fare scelte molto più grandi di noi; anche non farle sarebbe una scelta. Affrontare problemi molto più grandi di noi; nessuno può farlo al nostro posto; e risolverli, altrimenti sarebbe tutto inutile. 2) Soprattutto, imparare a contare sugli altri. Contare "istintivamente" su Pertini come sullo Spedalieri. Da soli, non ce la faremo mai. Capire di volta in volta perché e come essi possono - o "debbono"- aiutarci. Essere molto "superbi", capire fino in fondo che abbiamo il diritto (e il dovere: perché solo così potremo funzionare) di chiedere; e contemporaneamente non montarsi la testa, capire che è toccata a noi per caso (non migliori degli altri, né peggiori). Abbiamo moltissimo da imparare per essere all'altezza di quello che dobbiamo fare, e dobbiamo imparare ad analizzare spietatamente i nostri punti deboli, l'uno con l'altro e ognuno di noi da solo. Ed anche essere freddi, oggettivi in qualunque circostanza (e ci possono essere ancora circostanze molto dure) il nostro gruppo deve sempre "ragionare". E poi decidere speditamente, senza rinviare le decisioni. Ci saranno cose molto difficili, per ciascuno di noi: per esempio, accettare che un altro debba rischiare - per ora - più di te. Ma occorrerà accettare anche questo, se ce ne sarà bisogno: perché non sarà facile arrivare fino in fondo (ma ci arriveremo). 3) Non dobbiamo molto mischiarci con la "vecchia" politica, e contemporaneamente dobbiamo saperla sfruttare per quanto si può. Ma dev'essere chiaro a tutti, e soprattutto a noi, che quello che vogliamo è una cosa diversa e molto più profonda; e chiamarla politica è inadeguato. Dobbiamo essere, molto semplicemente e profondamente, l'immagine della "Sicilia onesta". E poi, "molti fatti e poche parole". Questo, possono capirlo tutti. 4) Rivista più linea editoriale più settimanale: tre cose non separabili, da articolare. La rivista deve continuare sulla stessa linea di prima: questo significa, fra l'altro, tornare già ora su argomenti "duri". Tenere alto il livello di qualità (due "firme" esterne al mese, molti collaboratori, ecc.); puntare molto sulla rete degli abbonati, scatanesizzarci; aprire tutto un versante

13 nuovo di ecologia, vita moderna, ecc.; essere l'organo della cultura militante siciliana; ma anche mantenere un tono non intellettualistico, "popolare". Stile concreto, senza grandi parole; al limite "piemontese". 5) Siciliani Editori può diventare anche più "importante" della rivista; l'einaudi del Sud. Cominciare dai titoli già previsti (già a loro volta articolati in sezioni...); ma affiancare al più presto una collana "politecnica" a buon livello, una collana di stampa d'arte ed una, infine di pamphlets molto scarni ed a bassissimo prezzo (uno strumento tecnico che fa capolino qua e là nella storia del giornalismo; e mai casualmente...). 6) Il settimanale - il foglio dei Siciliani - dev'essere, probabilmente, "povero"; comunque, militante (il "partito" della Sicilia onesta: contro la mafia, i missili, l'incultura; ma anche "per" un modo diverso di vivere, riscoprire se stessi individualmente e collettivamente, ragionare...). Uno stile "giovane" (non giovanilistico!), coinvolgente; un giornale di massa, non solo per lettori "evoluti e coscienti"; battere la stampa dei mafiosi, non semplicemente ritagliarsi uno spazio! Ed è possibile. Possiamo, e quindi dobbiamo, mettere in piedi entro l'autunno una rete articolatissima di collaboratori, corrispondenti, anche redattori locali; e partire in autunno con una sottoscrizione popolare da mantenere come caratteristica politica del giornale. E spiegare sempre tutto ai lettori: dire quali sono i problemi, come affrontarli, contare - e dirlo - su di loro. Forse nessun altro, come noi, può farlo. 7) Intanto, cominciare subito (metà febbraio) con i fogli volanti (giustizia, banche; ma anche sport, satira) monografici, i tabloid. dei quali, il primo - ma non paternalistico, né celebrativo: sarà difficilissimo trovare il tono! - per gli studenti. E dire proprio qui cosa vogliamo fare, e fare esempi concreti e chiedere (intanto, agli studenti) una serie di interventi specifici. Se ogni scuola siciliana fosse una sezione del partito-che-non-è-unpartito, e contemporaneamente un ufficio di corrispondenza dei Siciliani; se ogni scuola ricevesse le sue copie, e le diffondesse, e curasse la sottoscrizione, e contattasse il corrispondente da noi designato per aiutarlo nella scelta delle notizie; e se poi cominciasse magari a lavorare (senza fretta, coi tempi necessari) su un argomento specifico della propria zona - se tutto questo avvenisse, sarebbe indubbiamente poco "professionale", ma sarebbe bellissimo. E perché non provarci? 8) E poi, non restare ma più isolati. L'associazione degli amici dei Siciliani (convegni, organizzazione, finanziamento d'emergenza) ma anche tante piccole e grandi iniziative "spontanee", "risorgimentali", negli ambienti più diversi, nelle forme più disparate; tutti insieme, probabilmente, non siamo in grado di immaginarne la decima parte, ma grazie al cielo non

14 abbiamo bisogno d'immaginarne solo noi. Essere al centro di mille idee, di mille iniziative che, magari slegate fra di loro e "occasionali", concorrano però a formare una trama molto netta e molto forte. E anche questo è possibile. 9) Contare sulle nostre forze non esclude (anzi richiede) contare anche su molte altre. Sapere che non siamo all'altezza non esclude (anzi rafforza) la possibilità di riuscire. E noi siamo determinati e compatti, e molta gente s'è mossa; molta di più ha cominciato a muoversi, e il nemico è diviso. Se restiamo uniti - ma basta uno a dividere - e pensiamo in termini di dieci anni, niente è impossibile; bisogna solo trovare - di volta in volta - come utilizzare tutte le forze potenziali, e ragionando ci si può certamente riuscire. Ci sarà da stare molto attenti e da fare "politica" anche; ma dovremo sempre ricordare, in ultima analisi, che gli amici sono solo ed esclusivamente quelli di quella notte. Ed anche i nemici. E non dimenticarlo mai.

15 "MILITARMENTE OCCUPATA" febbraio 1984 Care compagne e compagni, per noi è molto importante che in una giornata come questa, al di là di tutte le divisioni che ci possono essere e che noi speriamo vengano superate al più presto, la Sicilia onesta sappia ritrovarsi insieme, unita e compatta, per lottare contro la mafia. La mafia non è fatta solo da quelli che sparano, dai killers mafiosi, ma anche e soprattutto dai boss mafiosi, dai politici mafiosi e dagli imprenditori mafiosi. Anche qui a Catania, anche se certa stampa, qui, non ha il coraggio di parlarne. Il nostro direttore questo coraggio ce l'ha avuto. Per questo l'hanno ucciso. Ma il nostro giornale, I Siciliani, vive e continuerà a vivere e continuerà a lottare, senza fermarsi, contro tutti costoro. Noi non ci tireremo indietro! E noi non chiederemo certo aiuto, come non lo abbiamo fatto in passato, ai vari cavalieri, ai pezzi grossi, ai potenti. Noi fideremo solo ed esclusivamente nell'aiuto e nella solidarietà concreta dei siciliani onesti, e dei lavoratori in primo luogo. E questo aiuto e questa solidarietà verremo fiduciosamente a chiedervi di qui a qualche settimana. Al Nord alcuni giornali, quelli stessi che gridano al lupo appena vedono operai, quelli stessi che non esitano a mettersi d'accordo coi Ciancio e coi Rendo, dicono, in sostanza, che noi siciliani siamo tutti mafiosi. Certo, qualcuno di più, qualcuno di meno; ma secondo loro, alla fine, è tutta la Sicilia che è mafiosa. Questo non è vero, questa è una menzogna. La Sicilia non è mafiosa. La Sicilia è una terra militarmente occupata dalla mafia; come una volta c'erano i tedeschi, ora ci sono i mafiosi. Ma la grandissima maggioranza dei siciliani è nemica della mafia, è nemica dei politici mafiosi, e nemica degli imprenditori mafiosi e di tutti i loro collaborazionisti e servitori. Anche qui a Catania, la Sicilia antimafiosa si va organizzando. In questi ultimi mesi ci sono state molte iniziative spontanee di studenti, di operai, di intellettuali, di donne. Tanta gente ha preso coscienza della situazione; e alcuni hanno già cominciato a muoversi; ma ognuno nel suo settore, ognuno per conto suo, separatamente. Noi, redazione dei Siciliani, pensiamo che è il momento di cominciare a muoverci tutti insieme, di organizzarci. Una buona idea sarebbe quella di formare un movimento popolare che abbia come punto di riferimento il nostro giornale, e che potremmo chiamare, per esempio, Associazione Amici dei Siciliani. Un'organizzazione aperta, senza etichette e bandiere;

16 un'organizzazione di cui possano far parte veramente tutti coloro, da qualunque parte provengano, che vogliono fare qualche cosa, nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri; e, in primo luogo, i lavoratori e i loro rappresentanti. Un'organizzazione viva, forte e combattiva, che possa cominciare ad essere, oggi a Catania quello che in altri tempi e in altri luoghi, ma sempre contro una barbarie come questa, erano i Comitati di liberazione. Non contro i tedeschi, questa volta, ma contro l'occupante mafioso, contro i boss mafiosi, contro i politici mafiosi, contro gli imprenditori mafiosi, contro tutti coloro che stanno ammazzando Catania e la Sicilia. Oggi come allora, resistenza: per cacciare la mafia, per liberare la città.

17 CARO LETTORE I Siciliani, febbraio 1984 Caro lettore, probabilmente hai già sentito parlare del nostro giornale e sai che esso è, in questo momento, una delle poche cose che permettono a tutti noi siciliani di andare a testa alta di fronte a chiunque. Sono in tanti, oggi, ad accusare la Sicilia di essere mafiosa: noi, che combattiamo la mafia in prima fila, diciamo invece che essa è una terra ricca di tradizioni, storia, civiltà e cultura, tiranneggiata dalla mafia ma non rassegnata ad essa. Questo, però, bisogna dimostrarlo con i fatti: è un preciso dovere di tutti noi siciliani, prima che di chiunque altro; di fronte ad esso noi non ci siamo tirati indietro. Se sei siciliano, ti chiediamo francamente di aiutarci, non con le parole ma coi fatti. Abbiamo bisogno di lettori, di abbonamenti, di solidarietà. Perciò ti abbiamo mandato questa lettera: tu sai che dietro di essa non ci sono oscure manovre e misteriosi centri di potere, ma semplicemente dei siciliani che lottano per la loro terra. Se non sei siciliano, siamo del tuo stesso Paese: la mafia, che oggi attacca noi, domani travolgerà anche te. Abbiamo bisogno di sostegno, le nostre sole forze non bastano. Perciò chiediamo la solidarietà di tutti i siciliani onesti e di tutti coloro che vogliono lottare insieme a loro. Se non l'avremo, andremo avanti lo stesso: ma sarà tutto più difficile.

18 ALCUNE RISPOSTE DA TROVARE INSIEME I Siciliani, settembre 1984 Sono passati sette mesi. Sette mesi senza alibi, per i siciliani onesti e per i mafiosi. Per i mafiosi, perché adesso non è più questione di "Sicilia diffamata" e di "campagna per difendere Catania" ma semplicemente di dire se si è con la mafia o contro. Per noi antimafiosi, perché adesso non abbiamo più l'alibi della solitudine e del popolo che non ci comprende. Se una cosa s'è vista, in questi mesi, è che la nuova generazione dei siciliani è nella sua grande maggioranza nettamente antimafiosa; e che ce n'è una parte, ancora minoritaria ma già abbastanza numerosa, pronta a tradurre subito in azione concreta questa prima elementare intuizione. "Car Siciliani: sono una ragazza di diciassette anni e vi scrivo per dirvi che anch'io...". "Adesso però vorrei dire un fatto che è successo al mio paese e che secondo me è pure un fatto mafioso...". "Nella nostra scuola si sono vendute settantacinque copie comunque non eravamo un granché organizzati ma la prossima volta...". Ecco: cosa dobbiamo rispondere a lettere come queste e a interventi come questi, a questi messaggi? Perché ce ne sono stati tanti, molti di più di quanto avremmo potuto credere - questo, gli assassini non l'avevano messo nel conto. Noi non possiamo rimandare questi ragazzi con risposte di generica solidarietà. Noi - noi di questo giornale, intendiamo; ma anche tutti coloro che in una qualunque maniera si sono schierati su questo fronte - abbiamo un dovere preciso nei confronti di tutti loro. Ci scrivono fiduciosamente, avendo finalmente trovato una bandiera; e fiduciosamente lavorano, ogni volta che gliene si dà l'occasione, a quel poco che osiamo loro affidare. E questa sarebbe la generazione senza ideali, di quelli che non credono più a niente, dei ragazzi del riflusso... Abbiamo attraversato questi mesi sostanzialmente da soli. Non nei confronti - tutt'altro! - dei ragazzi delle scuole, dei magistrati onesti, della gente "comune", ma rispetto a buona parte delle forze politiche, del mondo giornalistico, delle categorie istituzionali, di tutti coloro insomma che avrebbero potuto materialmente aiutarci, qui ed ora, a continuare il nostro lavoro. Quasi con le nostre sole forze, abbiamo dovuto affrontare difficoltà e ostacoli che sembravano, ragionevolmente, insuperabili; e ce l'abbiamo fatta. Al feroce messaggio della mafia, abbiamo risposto con venti articoli nuovi contro di essa. Tutto quello che hanno potuto ottenere da noi, è stato di fermarci per quattro ore, dalle 22,30 del cinque gennaio alle due e mezza del sei. Un attimo dopo, abbiamo ricominciato. In sette mesi abbiamo prodotto sei nuovi numeri della rivista mensile e tre del tabloid

19 sperimentale; neanche una pagina, crediamo, ne è andata sprecata. Ma tutto questo non basta. Ci sono cose che non siamo riusciti a fare, ed altre che non abbiamo nemmeno provato a fare: bisogna ragionare anche su questo, avere il coraggio di criticarci. Non siamo riusciti, nella maggior parte dei casi, a contattare adeguatamente le centinaia di luoghi in cui il nostro giornale non era mai stato ma aveva già, per sola forza d'immagine, i suoi amici e i suoi lettori; non siamo riusciti a far partire prima dell'estate tutto il piano editoriale che avevamo previsto; non siamo riusciti a dare a tutti i nostri amici nel mondo politico e nel sindacato un'immagine del nostro lavoro che li aiutasse a superare la miopia con cui, non per sua colpa, la democrazia "settentrionale" tradizionalmente percepisce le lotte del Sud. Queste cose non siamo riusciti a farle - non era cosa facile, d'altronde - finora, e cercheremo dunque di riuscirci nei mesi che verranno. Per altre cose, il discorso è più complesso. Per esempio: abbiamo prodotto e diffuso un foglio speciale per le scuole, e non l'abbiamo fatto da soli ma con l'aiuto di decine di ragazzi che col giornale, in teoria, non c'entrano per niente. Questo è ancora "soltanto" un fatto giornalistico, o è già, nel suo piccolo, qualcosa di più? E se un caso come questo indicasse (e ce ne sono altri più minuti) che esiste una richiesta crescente, fra i giovani siciliani, non solo di informazione ma anche, in modo del tutto nuovo, di organizzazione? Ma: cosa significa parlare di organizzazione nel 1984? E soprattutto: chi deve parlarne, che deve fare le proposte concrete per dare un senso a questa parola? Noi, i ragazzi che hanno lavorato con noi, i nostri "lettori", tutti quanti insieme? E ancora: organizzarsi per fare cosa? Solo per diffondere un giornale, o per qualcosa di più? E "come" organizzarsi? Ha ancora un senso pensare a un centro che spieghi le cose e una periferia che le esegua, o è già possibile lavorare insieme in maniera più collettiva? E, in fondo a tutte queste domande: è davvero possibile sapere già ora cosa vogliamo costruire e dove arriveremo, o è meglio partire con pochi e concreti obbiettivi per scoprire insieme, strada facendo, tutti gli altri? Tutto ciò non ha niente a che vedere, evidentemente, con la "politica" dei candidati e dei partiti; forse, con quella più profonda e civile - ed anche più solida e reale - che, nei momenti di crisi, emerge direttamente dal crescere delle esperienze individuali e collettive. Noi attraversiamo, riteniamo, uno di questi momenti e non possiamo venir meno a nessuno dei nostri compiti rispetto ad esso, nemmeno a quelli talmente nuovi da richiederci uno sforzo di fantasia già solo per percepirli. Solo in questo quadro, fra l'altro, è possibile dare un senso reale alla nostra stessa funzione "tecnica" e professionale, che rischia diversamente di diventare una umanissima ma

20 isolata testimonianza e non uno strumento di effettivo cambiamento della realtà esistente. Proposte concrete? Non ancora: piuttosto, due campi di ricerca su cui bisognerà ragionare, tutti insieme, nei prossimi mesi. Primo: come può essere un giornale popolare siciliano, chi può mettersi insieme per farlo, che iniziative concrete possono aggregarsi attorno ad esso? Secondo: come utilizzare fino in fondo, in questa prospettiva, un luogo d'incontro come l'associazione dei Siciliani di cui s'è parlato nei mesi scorsi; come far sì che a raccogliersi in essa non siano solo gl'intellettuali già impegnati ma un'intera generazione di siciliani onesti? Su questi due punti sarebbe utile aprire subito -- e questo vuol esserne semplicemente un inizio - un dibattito ampio e concreto, non solo fra noi "addetti ai lavori" ma con tutti i nostri amici e lettori. Di questi tempi, la cosa più importante per chi vuole davvero cambiare le cose, è sapere imparare: le cose che non sappiamo ancora sono davvero tante, e non è detto che debbano sempre essere le "persone importanti" a spiegarcele.

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