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1 Uno Un articolo. Un articolo di carattere scientifico. Ora ricordo. Era proprio durante un trasferimento in treno da Milano a Piacenza. Un breve viaggio, poco più di un ora. Quando non si ha voglia di dialogare lo schermo di un foglio patinato è un ottimo riparo. Avevo trascorso parte della mattinata e del primo pomeriggio, entrambi caldissimi e terribilmente afosi, nel monumentale palazzo di giustizia di Milano. Ero sgattaiolato fuori dall aula che puzzava di legno umido e appiccicoso appena il presidente del tribunale aveva sentenziato la colpevolezza e la relativa pena detentiva dell imputato. Balzato sul primo taxi avevo atteso qualche minuto la partenza del regionale Milano-Bologna. Giusto il tempo per acquistare la rivista scudo e una mezza minerale gelata. Oltrepassata la stazione di Rogoredo quando moderni palazzi, traffico, sirene, cartelloni pubblicitari e clacson non distraggono più il viaggiatore, cominciai a sfogliare il periodico. Nella mia distratta lettura fui attratto dalle fantasiose conclusioni di uno scienziato riguardo ai nostri sogni e allucinazioni. Il prestigioso studioso si soffermava sull ipotesi, a mio avviso non provata, che qualche attimo prima della nostra morte il cervello ci proietta le immagini delle esperienze e le sensazioni più importanti che abbiamo vissuto nel corso della vita. Una sorta di brevi flasback che in poche frazioni di secondo, sempre secondo la teoria dello scienziato, ci aiutano a scavare 9

2 nella mente alla ricerca della giusta soluzione per risolvere il gravoso problema che in quell istante ci attanaglia e cioè l imminente nostra fine. L istinto di conservazione elabora a folle velocità tutte le esperienze vissute e ci aiuta a trovare il giusto rimedio. Il nostro cervello, che in quell istante funziona come un computer impazzito che analizza ed elabora dati, visualizza i ricordi cercando di trarre dalle nostre esperienze passate una logica via d uscita. Non trovando rimedio all imminente disgrazia ha come irrimediabile conseguenza il blocco totale da cui ne consegue la nostra morte. Sono trascorsi alcuni interminabili mesi da quel caldo pomeriggio e da quel breve viaggio. Ora alla luce di ciò che ebbi occasione di dedurre in quella originale teoria, sono giunto alla stravagante soluzione dei problemi che dal giorno seguente quel trasferimento dalla capitale lombarda, mi stanno letteralmente facendo impazzire. Adesso sono qui sull alto ed imponente muro di cemento armato che costituisce la massiccia parete della diga del Molato nell alta Val Tidone, rigogliosa vallata nell estremo ovest della provincia di Piacenza. Da una parte un precipizio di circa sessanta metri verso la stretta gola solcata dal torrente Tidone appunto e contornata da alti alberi di robinie. Dall altra un salto di circa dieci metri verso l acqua blu come la notte ed immobile come la lastra di marmo che riveste un sepolcro. E' quasi la fine di Ottobre. Un mese stupendo. Forse perché è il mese in cui sono nato o forse per il più semplice motivo che è il periodo dell'anno in cui in queste valli la natura si diverte a colorare con un'infinità di sfumature tutto il paesaggio. La vendemmia è finita e le vigne ringraziano i loro custodi tappezzando i campi con un arcobaleno fantastico che spazia dal giallo intenso al rosso carminio e sanguigno. Le fronde dei boschi cominciano a truccarsi come fanciulle pronte alla serata di gala che le condurrà verso le lunghe e gelide notti invernali. 10

3 Amo questa valle, questi boschi e la gente che ci vive. Qui il ritmo della vita è ancora scandito dalle stagioni ed anche coloro che hanno abbandonato le campagne riescono comunque a mantenere la cadenza blanda, pacata ed imperturbabile di queste terre. Butto giù un altro Tavor. Sollevo la benda che mi copre l'occhio e faccio finta di avere la vista normale lasciando volteggiare lo sguardo a trecentosessanta gradi seguendo i rilievi delle colline circostanti. Le manette che mi legano le caviglie sono strette e corro il rischio d'incespicare. Le ho messe di proposito ma voglio scegliere io dove cadere. Sarà la mia ultima domanda ed il destino mi darà l'ultima risposta. Spero che lo scienziato dell'articolo abbia ragione e che tutto finisca in qualche secondo. In questi casi, lucidità e follia vanno a braccetto. Il sonnifero sta facendo effetto. Devo solo decidermi se il tuffo nel lago o il volo nel dirupo. La prima soluzione è più sicura ma anche più dolorosa. Le gelide acque mi riempiranno i polmoni e ci vorrà qualche minuto prima di perdere conoscenza, tutto quel tempo in quelle condizioni mi sembrerà un'eternità. Il volo comunque non mi assicura l'effetto richiesto. Una semplice folata di vento e le alte fronde delle piante potrebbero attutire la caduta e l'agonia causata dalle fratture potrebbe essere molto lunga o peggio, potrei anche salvarmi. Decisamente meglio il tuffo. Sorrido sbadigliando mentre penso che l'unica assurda soluzione ai miei problemi sia la morte. E' da mesi che non riesco a dormire più di dieci minuti per notte, continuamente assillato dallo stesso atroce incubo. Prima che la mia pazzia mi porti a rovinare altre vite è bene che metta fine alla mia. A fatica mi sfilo dalla tasca una lettera ormai consumata dal tempo e dalle troppe letture, l'accartoccio e la getto verso il blu profondo, immobile ed apparentemente impenetrabile del 11

4 lago sottostante. Vedo il piccolo foglio impregnarsi di umidità, svolgersi e lentamente affondare. Presto lo raggiungerò. Mi chiamo Luca Tondi e un freddo lunedì mattina di circa otto mesi fa fu il prologo di questa strana storia. 12

5 Due Il telefono squillò anticipando di quasi un ora la sveglia. «Ispettore sono Caruso. Scusami se ti ho svegliato ma il commissario capo ti vuole immediatamente in ufficio.» «Ciao Caruso. Sì ho capito. Il tempo di vestirmi e arrivo.» Risposi sbadigliando e subito imprecai verso il disturbatore del mio meritato sonno: Che cazzo avrà questa volta il commissario. Quasi tutti i lunedì la stessa storia. Mi buttano giù dal letto alle sette di mattina per interrogare quattro coglioni più addormentati di me che la sera prima hanno fatto a botte per una birra e una prostituta. Mi trascinai lentamente in bagno. Buttai un occhio, l unico che riuscivo a tenere aperto, verso lo specchio e gettai un po d acqua gelida sul viso sperando in un rapido risveglio. Giunsi nel moderno palazzo della Questura verso le sette e mezza. L aria di fine inverno a quell ora era ancora fredda. L agente alla guardiola mi lanciò un saluto sorridendo con l espressione soddisfatta di chi vede un superiore soffrire le stesse pene di una levata che ha interrotto bruscamente la notte e ha fatto cominciare troppo presto il giorno. Entrai nel mio modesto ufficio tristemente arredato con tavoli e sedie di formica marrone e armadi di lamiera. Chiesi al solerte collaboratore nonché disturbatore del mio sonno di portarmi il solito mezzo litro di caffè e cercando di rilassare il volto ancora segnato dalle pieghe del cuscino, entrai nell ufficio del capo. Il commissario capo Colaianni passeggiava nervosamente, contrariato anch egli dall inattesa levataccia e forse dall originale richiesta che aveva da comunicarmi. «Buongiorno Tondi. Prenda Caruso e andate subito a Pianello val Tidone. E stato ritrovato un cadavere e il comandan- 13

6 te di stazione della caserma del paese vi aspetta.» «Ma se ci sono già i Carabinieri noi cosa andiamo a fare lassù?» Chiesi scocciato. «La vittima è uno dell Arma non so altro. Vada e ci faccia fare bella figura, sa come sono i nostri cugini.» Concluse serioso il commissario. Ingurgitai la tazzona di caffè bollente in pochi secondi. La caffeina entrò in circolo dopo qualche istante ustionandomi l esofago, sbuffai al subalterno di prendere l auto ed in religioso silenzio m infilai nell Alfa facendomi trasportare a destinazione. La zona di Pianello la conosco molto bene. Un operosa e rigogliosa vallata ai confini con la provincia di Pavia, limite estremo della regione Emilia Romagna e sfortunatamente ancora nell area di mia competenza. I miei nonni paterni erano originari di lì e precisamente di Gabbiano, una graziosa frazione di poche case proprio sotto alle mura possenti del millenario castello di Rocca d Olgisio. Mio padre si era trasferito da giovane a Piacenza, si era sposato con mia madre anche lei originaria della Val Tidone. Era nata a Nibbiano un paesino di circa quattrocento anime a pochi chilometri ancor più all interno della valle. Io ho vissuto quasi sempre in città. Alternavo le vacanze estive dai nonni materni e paterni scorrazzando fra paesini, frazioni e piccole case coloniche in compagnia di occasionali amici coetanei. Dopo il diploma mi ero arruolato in Polizia. Firenze, Verona, Milano e infine proprio Piacenza furono le città che mi accolsero durante il periodo di studio e lavoro che mi portò alla sezione omicidi. La tranquilla città della provincia emiliana non era mai stata teatro di particolari o efferati delitti, tanto meno i territori e le valli circostanti ed il mio lavoro spesso si coordinava con i colleghi della vicina provincia di Milano, area sfortunatamente più interessata da eventi delittuosi. Da quel mattino però le cose cambiarono repentinamente. 14

7 Giungemmo alla piccola caserma del paese nel cuore della valle ed uno zelante graduato ci accolse descrivendoci sommariamente l'evento. Un pescatore che all'alba percorreva il greto del torrente aveva notato qualcosa di assai strano. Accanto alla riva e dove l'acqua scorreva più gorgogliante c'era un uomo completamente nudo rannicchiato. Il pescatore suppose che si trattava di un extracomunitario che si era lavato e pregava in ginocchio ma una volta avvicinatosi aveva notato che il poverino era contornato da un lago di sangue e la schiena era piena di tagli. «Siamo stati avvisati subito dal signor Ferri, il pescatore. Ora è di là in sala d'attesa. Siamo accorsi e abbiamo visto la scena. Pochi metri a fianco del corpo c'erano i vestiti con tanto di documenti. Indumenti, documenti ed effetti personali sono stati riposti in buste di plastica e depositati nell'ufficio qui a fianco. Quando ho scoperto che la vittima era un collega ho chiamato la Questura.» Proseguì il maresciallo. «Se il signor Ferri abita in zona io direi che possiamo lasciare che troni a casa. Lo andrò a trovare dopo e poi visionerò i vostri reperti. Ora gradirei fare un sopralluogo.» «Benissimo le chiamo l'appuntato che la guiderà sul posto.» Seguimmo l'auto dei colleghi che percorreva la strada che parallelamente al fiume conduceva ad una centrale elettrica automatica. Là il torrente era molto basso ed miei ricordi andarono alla gioventù quando con gli amici percorrevamo quel sentiero in sella alla mia bici priva di parafango imitando il rumore delle moto da fuoristrada che frequentemente vi transitavano. In prossimità di un piccolo bacino artificiale l'auto dell'appuntato si fermò indicandoci la via da seguire a piedi. Dopo qualche decina di metri tra pietraie e rami trasportati dalla corrente durante le piene primaverili raggiungemmo la scena del delitto. Le aree del ritrovamento del cadavere e dei vestiti 15

8 erano già state circoscritte dai Carabinieri ed un giovane brigadiere era stato lasciato là a sorvegliare la zona in attesa dei paramedici. Caruso estrasse dalla valigetta la macchina fotografica e cominciò a scattare. Lentamente mi avvicinai al cadavere. Quell'uomo aveva il fisico di un quarantenne, corporatura media e robusto. Era appoggiato sulle ginocchia e sui gomiti con il volto nascosto tra gli avambracci. La pozza di sangue che lo circondava sembrava partire dal ventre e la schiena era piena di tagli tutti orientati verso due direzioni distinte che formavano un angolo retto, una sorta di L maiuscola. Le sirene in lontananza ci avvisarono che il medico legale e la sua squadra erano in arrivo. Dopo cinque minuti potei vedere il resto del corpo. Caruso si appartò dietro ad un cespuglio per dare di stomaco e io non so ancora come feci a trattenermi. Alla vittima erano stati tagliati i genitali e dalla bocca spuntava una specie di tappo di legno come quelli che si usano per chiudere le botti. Lo strano oggetto usciva dalla bocca di circa tre centimetri ed una sottile pellicola trasparente annodata all'esterno lo avvolgeva. Il medico fu chiaro: «Qui non posso fare nulla se non costatare il decesso e sulla base delle tracce ematiche ipotizzare un'ora del decesso. Da mezzanotte alle due. Di più non posso dirti. Ragazzi mettetelo nel sacco così com'è. Poi ti farò sapere.» Concluse rassicurandomi. I solerti collaboratori del medico non avevano ancora richiuso il contenitore quando dalla strada si udì una voce: «Per cortesia aspettate. Un attimo vi prego.» «E quello, chi è?» Chiesi all'appuntato. «E' il curato della parrocchia. Lo vorrà benedire.» Dedusse il carabiniere. Feci cenno ai becchini di aspettare e il prelato ci raggiunse. Era un omone di quasi due metri sui quaranta con una folta barba nera. Vestiva jeans, scarponcini e giaccone ed in quat- 16

9 tro balzi raggiunse il gruppo attorno alla vittima. Si sfilò dalla tasche la stola, un breviario e un cilindro di metallo dal quale estrasse una sorta di pennello. Poche parole un segno di croce e la breve cerimonia si concluse. «Chi era il poveretto? Cosa gli è capitato?» Domandò il curato rivolgendosi agli inquirenti. «Era un collega e» Intervenne il brigadiere. «E siamo in attesa di accertamenti.» Interruppi io cercando di non trapelare informazioni che avrebbero potuto scatenare chissà quale pandemonio nella tranquilla comunità del piccolo paese. Il prete si congedò e noi seguimmo le operazioni dei paramedici. Dopo una buona mezz'ora ritornai nella caserma. Entrai nella stanza dov'era stato depositato il sacco degli indumenti. Indossai due guanti in lattice e cominciai la meticolosa perquisizione. Dai documenti già visionati dai colleghi si evinceva che l'uomo aveva quarantacinque anni, scapolo e residente presso la caserma dei Carabinieri di un piccolo comune del Pavese. Vice brigadiere Angelo Salvi, nato a Milano, eccetera, eccetera. Il portafoglio conteneva carta di credito, patente, qualche biglietto da visita, un po' di soldi e il tesserino di riconoscimento dell'arma. Gli abiti borghesi erano umidi e profumavano di pulito, da una tasca del pesante giubbotto estrassi anche il telefono cellulare. Era spento e per non rovinare il lavoro al reparto della scientifica lo infilai in una busta sigillata. Disposi ordinatamente tutti gli effetti personali, abiti compresi su di un tavolo e cominciai ad osservarli. Qualcosa non mi quadrava. Giubbotto, maglione, camicia, pantaloni, mutande, calze. Mancavano le scarpe. «Caruso.» Vociai: «Hai perlustrato bene l'area? Mancano le scarpe.» L'agente corse nella stanza e mi garantì che tutta la zona era stata meticolosamente setacciata da lui e dai Carabinieri ma 17

10 delle scarpe nessuna traccia. «Va bene. Mentre tu finisci di redigere il rapporto con il maresciallo io vado a fare una visita al pescatore che ha rinvenuto il corpo.» Raggiunsi a piedi l'abitazione del pensionato. Pianello era ed è ancora un piccolo paese ed in cinque minuti di passo spedito raggiunsi la modesta abitazione del signor Ferri. Il salotto della villetta era affollato di comari e ficcanaso affamati di particolari morbosi sul ritrovamento ed il povero omino era continuamente tartassato di domande. Alla mia vista calò il silenzio rotto dopo un istante dalla curiosità di un arzilla vecchina: «E' vero che era un marocchino in preghiera? Dio lo ha punito. Sono tutti miscredenti quelli.» «Signora. Non era marocchino e non pregava. Spero solo che Dio lo abbia in gloria. Anzi ne approfitti e vada in chiesa con le sue amiche a pregare per lui.» Conclusi invitando tutti i presenti ad uscire dalla stanza. Visibilmente rincorato dalla mia presenza il timido testimone si rilassò. «La ringrazio. Non ne potevo più. Mi sono lasciato scappare due parole di troppo e mia moglie ha telefonato a mezzo paese. Prego si accomodi, le faccio preparare un caffè?» Chiese garbatamente sconsolato il signor Ferri. «La ringrazio, accetto volentieri. Intanto mi presento, sono l'ispettore Luca Tondi. Sono incaricato delle indagini. Ho alcune domande da farle.» «Tondi è un cognome di qui. Dico bene?» Chiese più rassicurato l'uomo. «Mio padre è di Gabbiano e mia madre di Nibbiano. Ma veniamo a noi. Mi spieghi con calma cos'ha fatto e come ha individuato il corpo.» L'anziano omino colse la responsabilità di una corretta testimonianza e si concentrò: «Come tutte le mattine anche ieri ho fatto la mia passeggiata sul lungo Tidone. Visto che l'acqua era limpida ho deciso di fare un salto dove c'è un piccolo la- 18

11 ghetto naturale. Nel pomeriggio sono tornato a pasturare, un po' di pane e qualche vermicello. Questa mattina all'alba mi sono armato di canna da pesca e con la mia bicicletta ho raggiunto la centrale dell'enel. Ho legato la bici ad un albero e mi sono incamminato. Ho pescato per circa una mezz'ora poi mi sono appartato dietro ad una frasca per un bisognino e quando stavo ritornando al laghetto ho notato quell'uomo. Era in ginocchio ed ho pensato anch'io come l'amica di mia moglie ad un extracomunitario musulmano in preghiera. Sull'attimo non ho dato importanza alla cosa se non che dopo più di un quarto d'ora, l'uomo era ancora lì in quella posizione. Ho pensato ad un malore anche perché era nudo e con l'aria ancora fredda... Capisce anche lei.» Annuii e lo invitai a proseguire: «Mi sono avvicinato e ho visto il sangue. Ho provato anche a chiamarlo ma quei tagli sulla schiena mi hanno spaventato. Ho ripreso la mia bici e sono andato dai Carabinieri. Ho fatto bene?» «Benissimo signor Ferri. L'ha forse toccato?» «No. Ho solo provato a chiamarlo.» «Ha notato se c'era qualcun altro nei dintorni?» «No, non c'era nessuno. Prima di andare a fare il mio bisognino ho dato un'occhiata in giro senza però notarlo e anche quando sono uscito dal cespuglio non ho visto nessuno. Solo quell'uomo chino.» «Rumori strani come auto, fuoristrada o motociclette?» «Niente ispettore, silenzio di tomba.» Fa anche del sarcasmo il vecchio. Pensai. La signora Ferri ci servì il caffè nel servizio buono. Non riusciva a trattenere la sua curiosità e mentre mischiava lo zucchero nella tazzina del marito azzardò una domanda: «Se non era un nordafricano chi era? Uno del paese o di qualche posto qui vicino?» «Signora era un italianissimo uomo di circa quarantacinque anni che viveva in provincia di Pavia. Non le dirò nulla di più. Rassicuri le sue amiche.» Poi voltai lo sguardo verso 19

12 l'uomo e chiesi: «Mi ha detto che aveva fatto un giro da quelle parti anche il giorno prima. Non ha notato nulla allora?» «Sì. Sono andato là in mattinata e nel primo pomeriggio verso le due. No, non c'era nessuno sono sicurissimo.» «Un'ultima domanda e poi tolgo il disturbo. Riesce a ricordare se accanto ai vestiti c'erano anche le scarpe?» «Non saprei. Ho solo visto il mucchio di vestiti ma non ho fatto caso se mancava qualcosa. Mi dispiace.» Rispose sconsolato l'uomo. «Non si preoccupi signor Ferri. E' stato ugualmente molto utile. La ringrazio per la collaborazione e le chiedo una cortesia. Se qualcuno dovesse venirle a fare domande lei si rifiuti di rispondere e non esiti a chiamarmi. Su questo biglietto c'è il mio numero di telefono. Chiami senza indugi non mi disturberà. La saluto.» Uscii dalla casa consapevole del fatto che la signora Ferri avrebbe seguito dalla finestra ogni mio passo e una volta sparito dalla sua visuale sarebbe andata all'attacco cercando di spillare informazioni al povero marito. Mi congedai dalla caserma di Pianello verso le undici e con il fido Caruso tornai in Questura. I colleghi della scientifica erano già lì in attesa dei miei reperti e di una sommaria descrizione dei fatti. Pranzai con loro e partecipai all'analisi del telefono cellulare. La misera rubrica conteneva poche informazioni. I soliti numeri di parenti e colleghi, qualche amica e qualche amico. Le ultime chiamate inviate e ricevute erano proprio verso un uomo un certo Mike. Probabilmente quel Mike era una delle ultime persone che aveva potuto parlare con la vittima e mi adoperai per organizzare un incontro l indomani. Il signor Michele Conti, Mike per la vittima sua amica, abitava a Milano ed era un broker finanziario affermato. Aveva la stessa età di Angelo Salvi e molte altre cose in comune. Dalle scuole elementari fino alle superiori furono compa- 20

13 gni di banco ed amici inseparabili. Da piccoli abitavano nello stesso condominio della periferia sud della metropoli e le loro strade si divisero solo quando Angelo decise di seguire le orme del padre maresciallo dei Carabinieri e Michele iniziò l università. I due rimasero sempre molto legati anche dopo i vari trasferimenti di Angelo Salvi. Vacanze, viaggi e qualche serata a Milano o a Pavia. Il loro patto d amicizia era saldato anche dalla loro comune avversione a rapporti duraturi e al matrimonio. Michele fino a quell istante, ignaro dell orrenda fine del suo amico, apprese con profondo dispiacere l evento. Tentò di assimilare la notizia e per stemperare il suo profondo rammarico chiese all avvenente segretaria un paio di caffè. La bevanda rilassò momentaneamente il mio interlocutore che pacatamente mi descrisse gli eventi che durante quel fine settimana lo coinvolsero con la vittima. I due amici trascorsero quei due giorni di riposo in un piccolo casale sulle colline piacentine di proprietà del Conti in compagnia di due signorine conosciute dal Carabiniere una sera durante un sopralluogo in un locale di lap dance nella provincia pavese. Michele Conti mi descrisse dettagliatamente il fine settimana trascorso con l amico cercando di celare con fatica il profondo dispiacere per il delittuoso evento. «Angelo mi ha raggiunto al casale sabato pomeriggio. Siamo scesi in paese a fare acquisti per la cena e ci siamo fermati per circa un ora in un bar nel centro di Pianello Val Tidone. Tornati a casa abbiamo preparato la grigliata e abbiamo atteso le nostre ospiti. Mangiato, bevuto ballato e poi non le sto a dire il resto. Le ragazze ci hanno lasciato domenica nel primo pomeriggio. Io e Angelo siamo stati in casa tutto il giorno a guardare la TV seguendo il pomeriggio sportivo tra uno sbadiglio ed una pennichella. Per cena ci siamo fatti due spaghetti e verso le nove il mio amico se ne è andato.» «Il signor Salvi l ha raggiunta con la sua auto? E un altra 21

14 cosa. Considerando il fatto che le vostre due ospiti deduco siano state prostitute non avete notato se per caso erano seguite?» «Alla prima domanda le rispondo sì. Angelo aveva una Golf grigio metallizzato e per l altra domanda le dico di no. Ho atteso le ragazze in un punto prestabilito a qualche chilometro dal casale. Mi hanno seguito con la loro macchina e non ho notato nessun altra auto al seguito. Era la prima volta che venivano, non ho mai avuto occasione d incontrarle da altre parti. Non so se lo stesso vale per il povero Angelo.» L amico profondamente addolorato a stento tratteneva le lacrime ricordando l inseparabile compagno di avventure ma il mio sporco lavoro e l esperienza impedivano di lasciarmi influenzare dalle scene di dolore e proseguii l intervista. «Chi sapeva del vostro festino a casa sua?» «Del festino nessuno ma della mia presenza là alcune persone. La mia segretaria, il mio capo, qualche altro amico e mio fratello.» «Gli amici erano comuni con lei e il signor Salvi?» Un breve attimo di pausa. «Alcuni sì altri no.» Rispose telegrafico. «Ho forse toccato un tasto dolente ricordandole gli amici?» Chiesi curioso. «No. Ho solo scandagliato con la mente chi sapeva della mia presenza a Pianello e tra loro non trovo nessuno che avesse avuto screzi o dissapori con Angelo. Sono spiacente ispettore. Vorrei avere la possibilità di aiutarla ma non so da che parte cominciare. Ammetto che questo fatto mi ha profondamente sconvolto e ora come ora non riesco ad elaborare un ipotesi degna di essere considerata.» «Se valutassi la possibilità di uno scambio di persona. Lei potrebbe aiutarmi?» «Non penso. Ma mi ha visto. Dal punto di vista del fisico io sono totalmente diverso da Angelo. Lo stesso discorso vale dal punto di vista professionale. Con il mio lavoro finora sono 22

15 stato fortunato. Non ho ancora avuto un reclamo da parte dei miei clienti. Non sono uno di quei broker d assalto e truffaldino che promette mari e monti. Studio attentamente i miei clienti e le loro possibilità proponendo sempre investimenti adeguati. Angelo è quello che aveva i contatti più rischiosi. Per forza di cose un Carabiniere prima o poi incappa nel criminale vendicativo. Dico bene?» «Considerando ciò il suo amico non le manifestò mai il timore di una vendetta da parte di qualche personaggio della malavita?» «No. Non parlavamo mai di lavoro. Io capivo poco del suo e lui praticamente nulla del mio. Sono mortificato.» «Non si preoccupi signor Conti. Penso che ci siamo detti tutto. La ringrazio per la collaborazione. Se le dovesse venire in mente qualcosa questo è il mio biglietto.» Mi alzai dalla comoda poltroncina del lussuoso ufficio e uscendo mi chiusi la porta dietro le spalle. Avvertii i singhiozzi di un pianto liberatore che fino a quell istante Michele Conti riuscì faticosamente a trattenere. Allungai la strada di ritorno verso Piacenza passando per il piccolo centro dove era stanziato il povero Angelo Salvi. Corteolona era un paese aggrappato alla sponda sud del Po. Sul pennone della piccola caserma sventolava il tricolore a mezz asta. Il comandante di stazione fu molto gentile e pazientemente rispose a tutte le mie domande. Riuscii a scoprire anche qual era il locale dove lavoravano le due ragazze ospiti nel casale di Michele, presi qualche appunto, andai a rovistare fra i suoi oggetti nella stanza da letto e ripresi la strada di casa. Il viaggiare in auto mi ha sempre stimolato a pensare e l autostrada mi da lo stesso effetto di una massaggio alle tempie. Il ronzio delle ruote sull asfalto solletica i miei neuroni e lentamente i pensieri si elaborano e si delineano le soluzioni. Riguardo al misterioso ed efferato omicidio di Angelo Salvi però nessuna congettura o flebile ipotesi mi fu suggerita da quel forse troppo breve trasferimento in auto. 23

16 Senza i referti del medico legale le soluzioni dovevano attendere. Mi limitai a depennare mentalmente alcune ipotesi. 24

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L OSTE SI ACCOSTÒ A RENZO PER CONVINCERLO AD ANDARE A DORMIRE. IL GIOVANE PROVÒ AD ALZARSI E DOPO SORRETTO DALL UOMO CHE LO PORTÒ CAPITOLO XV L OSTE SI ACCOSTÒ A RENZO PER CONVINCERLO AD ANDARE A DORMIRE. IL GIOVANE PROVÒ AD ALZARSI E DOPO IL TERZO TENTATIVO SI SOLLEVÒ, SORRETTO DALL UOMO CHE LO PORTÒ NELLA CAMERA. VEDENDO IL LETTO,

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