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1 FUNERALI Non ricordo quale sia stato il primo funerale a cui abbia partecipato. Come spettatore s intende. È una battuta trita ma non così ovvia: c è la possibilità infatti che io abbia partecipato al mio primo funerale non già come semplice spettatore ma come chierichetto, dato che divenni chierichetto a sei anni. Il primo funerale a cui avrei dovuto partecipare, a rigor di logica, è quello di mio zio Valentino che morì il 3 gennaio 1973, giorno di santa Genoveffa. Cosa curiosa è che mia zia, sua moglie, si chiamava proprio Genoveffa. Io avevo quattro anni e mezzo. La sera che fu portato morto a casa dai campi, dov era andato a segare legna, colpito da infarto, mia madre ci chiuse in casa perché non assistessimo alle tristi operazioni di lavatura e di composizione delle esequie che si svolgevano al piano di sotto. Nessuno di noi fratelli vide il corpo morto di mio zio. E nemmeno partecipò al funerale, perché mia madre ci spedì il giorno dopo dai nonni materni, in Marteglia; non tutti e quattro, in verità, perché il più piccolo aveva allora solo sedici mesi, troppo pochi perché si rendesse conto non dico della morte ma perfin della vita e quindi fu tenuto a casa. Quando nei giorni successivi noi tre più grandi tornammo a casa uno dopo l altro, a distanza di

2 tempo inversamente proporzionale alla nostra età, e quindi io, più giovane, ultimo dei tre dopo più di una settimana, i funerali s erano già bel che svolti e per diversi giorni ancora non fui messo al corrente dell accaduto. Poi, coll andar dei giorni, arrivai a capire che mio zio non girava più per il cortile di casa, e nemmeno per casa sua quando andavo a trovare zia Genoveffa perché era morto: non ricordo chi me lo disse, e non ricordo nemmeno quanto e se rimasi male; immagino di sì perché ero più che affezionato a mio zio e di lui, nonostante la mia giovane età, conservavo già decine e decine di bei ricordi che potrei anche elencare adesso; ma ricordo che rimasi male soprattutto alla constatazione che ero stato privato per tanti giorni della verità, privato della possibilità di aver contatto diretto con la morte attraverso la visione di mio zio morto, privato della possibilità di assistere ai funerali di mio zio e di rendergli il dovuto omaggio. Sapevo che esisteva una cerimonia funebre chiamata funerale perché si parlava tranquillamente di funerali anche ai bambini dell asilo e il pensiero della morte prendeva posto tra gli altri in perfetta naturalezza. Non credo che a quell età avessi il gusto del macabro, anzi, posso garantire che non ce l avevo affatto, ma assistere alla sepoltura, cosa che non è macabra ma fin troppo ovvia, mi avrebbe permesso di rendermi conto in prima persona di come avviene il trapasso, almeno quello burocratico, all altra vita. Ero un bambino sensibile e affamato di conoscenza, non un bambino impressionabile. La vista di un morto non mi ha mai fatto schifo o impressione o paura. La morte è naturale, anzi, è la cosa più certa e più naturale del mondo. Ma mia

3 madre pensò diversamente. Forse il vero motivo per cui ci mandò dai nonni era che le tante incombenze di quei giorni non le avrebbero permesso di prestarci le attenzioni dovute. Fatto sta che solo il maggiore tornò a casa in tempo per assistere ai funerali. Mia madre, certo, non poteva sapere quanto ci tenessi ad essere presente in quel momento cruciale della storia di famiglia, il secondo vero momento cruciale dopo la nascita del mio fratellino, e non avrebbe potuto immaginare che la mia reazione alla scoperta della morte di mio zio sarebbe stata di dispetto: dico la verità, gliene volsi per parecchio tempo perché mi privò di un evento importante e soprattutto perché lo fece giudicandomi incapace di comprenderlo e di reggerlo. Heidegger dice (l ho letto in seguito, ovviamente,: molto in seguito) che l uomo è un essere per la morte. Ma non ci voleva Heidegger perché io ne avessi la certezza: la sensazione della caducità della vita umana è sempre stata così forte e così viva in me (mi si passi il gioco) che ho dedicato molti più pensieri a come potrebbe essere la mia morte e la conseguente vita dall altra parte che a capire come si svolge questa. Il fatto è che gli intralci di questa vita hanno sempre l aria di seccature, inevitabili oltretutto, data la pochezza delle capacità umane: e il Signore avrà certamente così voluto che sulla terra così accada per far risplendere, per contrasto, l armonia e la bellezza della sua dimora eterna e io non mi permetto di sindacare la sua decisione; anzi, sono certo che è la decisione migliore, dato che l ha presa Lui, e non vale pertanto la pena

4 di lamentarsi di questo mondo, dato che, come dice Leibniz, essendo stato così voluto da Dio, dev essere senza dubbio il migliore dei mondi possibili. Credo che già prima del funerale di mio zio io avessi dedicato al tema della morte numerosi pensieri, tanto più che già sapevo che mio nonno Luigi era morto, addirittura sei anni prima che io nascessi. Centinaia di volte mi ero chiesto dove fosse finito: mio nonno da qualche parte doveva essere finito visto che era stato, non avendo alcun senso che chi è vissuto e ha messo al mondo dei figli poi possa semplicemente, da un momento all altro, non essere più. Nei mie pensieri mio nonno era stato, quindi era, quindi era da qualche parte, in un aldilà che non doveva nemmeno essere tanto distante se una delle sue porte era nel cimitero del paese. Però, nonostante questa familiarità col pensiero della morte, in virtù del fatto che essa era ignota a mia madre, mancai il primo funerale di famiglia da quando ero nato per un atto di responsabilità di mia madre, che col senno di poi mi parve avere le caratteristiche della leggerezza, ossia della stupidità cui le madri, con atteggiamento superficialmente protettivo, condannerebbero volentieri i figli se non intervenisse per fortuna la complessità della vita a rimediare. Ma per un funerale che saltai centinaia ne presi in seguito, da chierichetto. Il primo in terza elementare. Non ricordo chi fosse il defunto.. Servivo già da tempo alla messa delle sette del giovedì mattina, in asilo, alla quale partecipavano regolarmente mia nonna Virginia e mia zia Genoveffa, devote e orgogliose di vedermi a lato dell altare; inoltre avevo il tur-

5 no della messa domenicale delle nove; e un giorno il parroco mi chiese se potevo servire messa anche il pomeriggio, che c era un funerale e aveva bisogno di chierichetti. A me, dico la verità, non faceva troppa gola partecipare a una messa in più, mi sembrava già d essere un bambino fin troppo perbene, leggevo le vite di Domenico Savio, Giovanni Bosco e Bernardette Soubirou ma proprio per tali ragioni non sapevo dire di no al parroco. All epoca non sapevo dire di no a nessun adulto che non fossero i miei genitori. Così vi andai e il sacrestano mi diede il compito di tenere la navicella: dentro vi erano dei grani gialli di non so cosa.. Durante la cerimonia venne il momento in cui il parroco fece segno al chierichetto che reggeva il turibolo di alzarlo verso di lui e a me di porgere la navicella: sollevatone il mezzo coperchio mobile, raccolse col cucchiaino alcuni dei grani gialli che versò nel turibolo, intorno e sopra il disco d incenso mezzo incandescente, aumentando la quantità e l intensità del profumo. Fattosi consegnare quindi il turibolo, asperse abbondantemente di fumo bianco la cassa, quindi lo restituì al reggitore di prima, il quale ora si divertiva sicuramente a dondolarlo dato che ne usciva un vistoso fumo bianco. Alla fine della messa, nella processione al cimitero, camminai a fianco del parroco, portando il cestello dell acqua santa, mentre in testa alla processione camminavano gli altri tre chierichetti, il più anziano al centro con la croce. Davanti alla tomba scoperchiata venne il momento in cui il prete mi fece segno di porgergli il cestello dell acqua santa, con l aspersorio benedisse la cassa, la tomba, i fedeli e il cimitero tutto;

6 pronunciate le formule finali e calata la cassa nella tomba, capii che tutto era finito perché vidi i miei colleghi più esperti allontanarsi rapidamente verso l uscita del cimitero. «Non aspettate il parroco?» chiesi. «No, lui torna in macchina, con l autista del carro funebre». Per strada imitai gli altri che già si sbottonavano per intero la tunica nera sotto la cotta, così in sacrestia fu un attimo levare l una e l altra. Mentre mi accingevo ad andarmene, fui trattenuto dai miei colleghi più anziani che aspettavano la paghetta dal prete. Fu così che scoprii che i funerali venivano pagati, come pure i battesimi e i matrimoni. La paga quella volta fu di cinquecento lire, mentre, scoprii in seguito, ai battesimi e ai matrimoni si poteva guadagnare anche di più, dipendeva dalla generosità dei familiari o dei protagonisti.. Capii di aver trovato il primo lavoro retribuito della mia vita. Da allora partecipai a centinaia di funerali e a decine e decine di battesimi e matrimoni. Non ci fu morto in quegli anni che non ebbe me a servire al suo funerale. Data l inflazione a due cifre di quegli anni, quasi subito il compenso dei funerali venne portato a mille lire ed io cominciai a mettere da parte i miei primi quattrini. Come qualcuno avrà già compreso, uno dei compiti più ambiti durante le cerimonie funebri era quello di reggere il turibolo. A me piaceva l odore dell incenso e mi piaceva l idea di farlo dondolare energicamente aumentando la quantità di profumo che ne sarebbe uscito; ma io ero l ultimo arrivato e tutti mi precedevano nella gerarchia dei chierichetti: le prime volte dovetti accontentarmi di continuare a tenere la navicella

7 o il cestello dell acqua santa. Vi era anche l onore di reggere la croce in testa alla processione in cimitero. La prassi consolidata tra i chierichetti era che i due più anziani si dividessero il turibolo e la croce; ai più giovani o ai vecchi con meno personalità durante la cerimonia toccava di reggere la navicella e l acqua santa. Io non vedevo l ora di portare il turibolo. Se essere chierichetto comportava la frequenza di un numero di messe superiore all usuale, ma in chiave escatologica Dio avrebbe dovuto tenerne conto, era anche vero che la messa era meno noiosa se si aveva qualcosa da fare, e soprattutto se si era pagati alla fine di ogni funerale. Io fui chierichetto dalla seconda elementare alla prima media e in quegli anni morirono quasi esclusivamente dei vecchi. Solo una bambina morì, quand ero in quinta elementare: era la cugina del mio compagno di banco ed era stata investita sul suo triciclo dal camion delle verdure in retromarcia lungo la stradina di casa sua. Allora la gente occupò anche il piazzale fuori della chiesa perché non ci stava tutta dentro. Partecipare ai funerali mi permetteva di conoscere i nomi e le facce dei morti e di apprendere qualcosa sulle loro vite, sui loro ultimi istanti, sui loro difetti, tutte notizie che circolavano sottovoce in occasione del funerale; e sentii che ero uno del paese perché conoscevo i morti. Conoscere i morti voleva dire anche conoscere i vivi, cioè tutti i parenti che partecipavano al funerale. Grazie ai funerali si andò componendo nella mia mente la tessitura delle parentele del paese. L atmosfera del funerale mi piaceva: la gente rimaneva seria, assumendo un espressione più intelligente della faccia

8 sorridente e beota che assumeva durante i matrimoni e ancor più ai battesimi. La morte era un fatto da prendere seriamente, e difatti la gente rimaneva seria. Non mi commuovevo per la morte di qualcuno ma rimanevo pensoso e concentrato. Immaginavo come sarebbe stato il mio, di funerale. E spesso immaginavo di organizzare uno scherzo memorabile: di farmi cioè seppellire vivo per poi alzare il coperchio della bara a metà della cerimonia e vedere l effetto della sorpresa suscitata; oppure di posizionarmi in fondo alla chiesa, in ultimo banco, con barba e capelli finti, e ascoltare i commenti degli intervenuti. Ma questo pensiero provocava sulla mia espressione un sorriso amaro che ben si accordava all atmosfera generale e poteva facilmente essere interpretato come dispiacere. Presto mi toccò di portare la croce in testa alla processione e la sensazione di essere qualcuno in paese era grande perché l andatura della processione dipendeva da me, e tutto il paese, prete compreso, dovevano adeguarsi alla mia andatura. Le prime volte avevo l abitudine di andare troppo in fretta e più di qualche anziano, con la faccia torva, mi fece segno di rallentare. Quando imparai a controllare l andatura, a volte mi divertivo a rallentare impercettibilmente per vedere se la processione si raggrumava, oppure ad accelerare, sempre impercettibilmente, per vedere l effetto su coloro che mi seguivano più da vicino e che senza accorgersene si ritrovavano distanziati. Quando mi toccò di portare il turibolo cominciai a sentirmi il capo dei chierichetti. Allora rimanevo in cimitero, mentre il prete pronunciava le formule di rito e aspergeva la cassa e la tomba col fumo

9 d incenso, con la consapevolezza di avere un ruolo, e mentre la cassa veniva calata con le corde nella tomba-fossa oppure collocata nel loculo assegnato in piccionaia, pregavo Dio di aver pietà dell anima che di lì a poco avrebbe bussato alle porte del Paradiso; e mentre il muratore cominciava a tirar su con malta e mattoni il muro che avrebbe chiuso la cassa nella sua tomba fino al giorno del giudizio, o meglio, fino al giorno in cui, consumate le carni, le ossa sarebbero state estratte e collocate in una cassettina, sentivo soddisfatto che la mia preghiera di reggitore di turibolo, più profumata e importante delle altre, viaggiava alla testa delle preghiere del gruppo accanto a quella ufficiale del prete che aveva accesso diretto agli orecchi di Dio. Carlo Dariol giugno 2008 proprietà letteraria riservata

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