Pietro Citati LA LUCE DELLA NOTTE

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2 Pietro Citati LA LUCE DELLA NOTTE

3 Dello stesso autore Nella collezione I saggi di letteratura Manzoni Il tè del cappellaio matto Nella collezione Varia di letteratura Cinque teste tagliate Nella collezione Scrittori italiani La colomba pugnalata Nella collezione Gli Oscar saggi Alessandro ISBN Arnoldo Mondadori Editore S.p.A, Milano l edizione settembre 1996

4 INDICE Parte prima. I re di Micene Gli Sciti 11 I re di Micene 24 Apollo, Ermes, la poesia 30 Ulisse e il romanzo 39 Amore filosofo 45 Saturno e la melanconia 57 II sogno di Nerone 65 Plutarco e il mito 74 La luce della notte (I) 80 Parte seconda. Da san Paolo al Paradiso Un pagano legge san Paolo 97 Il libro bianco e scarlatto 107 L'abisso e il silenzio 118 Il canto della perla 127 Le Confessioni di sant'agostino 132 Il Paradiso 143

5 Parte terza. I giochi del Tao I giochi del Tao 159 La politica assoluta 167 La Cina e il cristianesimo 172 La città dell'imperatore 177 II sogno della catnera rossa 187 Parte quarta. In Islam Allah, il misericordioso 201 La Bibbia vista dall'islam 207 Le mille e una notte 217 Il verbo degli uccelli 228 Due libri di NezàmI 236 Lo specchio dei colori e dei profumi 245 Parte quinta. La morte degli dèi La caduta di Messico 257 La morte degli dèi 277 Ritratto di Montaigne 304 La musa del passato 318 Le favole di Basile 322 La malinconia delle fate 332 Il salotto delle fate 337 L'esilio della Schechinà 341 Il Messia che tradì 350 La luce della notte (II) 364 L'infinito secondo Leopardi 382 Epilogo La fine del mondo 393

6 LA LUCE DELLA NOTTE

7 GLI SCITI Quando i viaggiatori del diciassettesimo e diciottesimo secolo attraversavano in primavera l'immensa steppa che dall'ucraina conduceva fino alla Siberia, scorgevano presso la strada dei tumuli, ora solitari ora a gruppi, ora piccoli ora alti più di venti metri. Il viaggio si arrestava: per qualche minuto o qualche ora. Intorno si estendeva un tappeto di fiori: tulipani selvaggi, iris gialli e violetti, papaveri, ranuncoli, giacinti color porpora, annegati in un'erba bianca e piumosa come un mare d'argento; mentre, in fondo, nell'aria trasparente e celeste, passavano le figure veloci dei cervi, dei lupi grigi e azzurri, delle aquile e delle otarde. I viaggiatori non sapevano che in quei tumuli giacevano i corpi dei principi sciti, di cui avevano appassionatamente letto in Erodoto i costumi e le imprese. Quale fu la sorpresa quando i primi esploratori varcarono le porte dei grandi tumuli! Là in fondo, in camere funerarie spesso costruite con enormi blocchi di pietra e foderate di feltro, giacevano gli Sciti di cui avevano tanto fantasticato sui libri. C'erano i principi, le spose, i cuochi, i palafrenieri, i servi, i messaggeri: dieci o dodici cavalli, coi musi coperti da maschere: vasi d'oro, orecchini e anelli d'oro, braccialetti d'oro e di perle, cinture decorate con placche d'oro, anfore, collane di bronzo, turcassi pieni di punte di frecce, specchi 11

8 di bronzo, spade, tappeti persiani, coppe greche, sete cinesi, carri da guerra, pellicce; e i giocattoli dei bambini. Qualcuno aveva distribuito sul fondo mucchi di terra nera, umida e nutriente, trasportata da lontano: perché ogni tomba era un simbolico pascolo celeste, dove il morto conduceva le sue greggi, insieme ai cavalli e alle persone che amava. Quale fu la sorpresa, soprattutto, quando un esploratore trovò una tomba piena di ghiaccio! Per qualche minuto egli fissò i principi e i cavalli come erano stati in vita, custoditi dal ghiaccio: tutto sembrava vivo, immobile, fissato per sempre: i tappeti persiani, le sete cinesi, i cigni di feltro erano miracolosamente conservati; poi il ghiaccio si sciolse, le cose si dissolsero, e quel breve sogno di immortalità scomparve. Non sappiamo con precisione da dove discendesse quel popolo dormiente nel ghiaccio. Certo avevano abitato nella grande steppa euroasiatica, forse presso il Caspio, o le montagne dell'aitai. Erano di stirpe iranica, e parlavano una lingua iranica. Dopo il mille avanti Cristo, seguendo i loro fratelli persiani, si spostarono verso Occidente e verso Sud. Abbandonarono per sempre il paese dei terribili inverni, dove per otto mesi dell'anno il mare gela, il freddo fa congelare la saliva in bocca e le lacrime nell'occhio, l'acqua appena versata al suolo diventa ghiaccio, e l'orizzonte è nascosto da una nube incessante, che vortica nell'aria come una tempesta di piume. Erodoto parla di una migrazione in massa, sulle tracce dei Cimmerii in fuga. Più probabilmente scendevano a gruppi, infiltrandosi lentamente attraverso le montagne del Caucaso, se già nell'ottavo o nel nono secolo le tombe dell'asia Minore e dell'iran nord-occidentale rivelano gli animali accovacciati, le teste di cervo, i denti di cinghiale, - il segno del loro passaggio nella storia. Nel settimo secolo, avvenne la grande migrazione. I guerrieri sciti montavano cavalli dal petto largo e dalle gambe resistentissime, capaci di sopportare ogni disagio: «cavalli più leggeri della pantera, più feroci dei lupi della sera», come dice il profeta Abacuc. Per loro, erano tutto: arma da guerra, strumento di viaggio e di vagabondaggio, nutrimento, simbolo fu- 12

9 nerario, cavalcatura celeste. Ne bevevano il latte, e dal latte traevano il kumys. Li bardavano con decorazioni di feltro e di corteccia di betulla intagliata: ne abbellivano la fronte con placche, incise di forme animali: appendevano alle briglie gli scalpi umani: ornavano i pettorali con disegni di cervi e di uccelli; e infilavano sui loro musi maschere di uccelli e di draghi, che avrebbero dovuto assicurare ai cavalli la velocità delle creature dell'aria. Dietro i guerrieri, giungevano le città ambulanti. Centinaia di carri imbottiti di feltro venivano trainati da due o tre coppie di buoi; e là sopra stavano le donne, con i figli, le armi e i tesori della famiglia. A tratti il viaggio sostava. Le truppe cimmerie, o urartee, o assire, o mède cercavano di arrestare l'invasione. Allora i cavalieri sciti impugnavano gli archi: quegli strani archi dalla doppia curvatura; e le loro mani esperte e rapidissime davano alla freccia una forza tremenda, che terrorizzava i guerrieri del Sud. Niente li arrestò. Discesero fino in Siria, saccheggiando il santuario di Astarte ad Ascalona: in Giudea e in Egitto, dove li fermò soltanto il faraone Psammetico, con donativi. Le testimonianze dei contemporanei rivelano un terrore simile a quello che diciotto secoli dopo risvegliarono i Mongoli. «Ecco s'avanzano ondate del Nord» dice Geremia. «Diventano un torrente che straripa, inondano la terra e ciò che essa contiene, le città e i loro abitanti. Gridano gli uomini, urlano tutti gli abitanti della terra, allo scalpitante rumore degli zoccoli dei destrieri, al fragore dei carri, al fracasso delle ruote.» Intanto, con quella flessibile accortezza e diplomazia, che accompagnò spesso la violenza dei nomadi, gli Sciti presero parte alle mutevoli alleanze e guerre del Medio Oriente. Aggredirono gli Assiri: poi si allearono con loro, che forse diedero una principessa assira in moglie al principe degli Sciti. Quando Ninive venne assediata dai Mèdi, li sconfissero; e, per «ventotto anni», dominarono la Media, dove «tutto», dice Erodoto, «venne distrutto per la loro prepotenza e incuria». Poi furono, a loro volta, sconfitti dai Mèdi alleatisi coi Babilonesi. Allora i guerrieri col berretto a punta e i cavalli, «più leggeri delle pantere, più feroci dei lupi della sera», e i carri 13

10 di feltro con le donne e gli ori razziati ripassarono il Caucaso, e tornarono nel Nord, presso il Caspio o nella Russia meridionale. Qualche principe scita rimase nella Media, a sud del lago di Urmya. In quei secoli trascorsi nel Medio Oriente, nel grembo di tutte le civiltà antiche, gli Sciti appresero qualcosa che non dimenticarono più. Quando arrivarono nel Sud, la loro arte conosceva soltanto materie povere o modeste, come l'osso, il corno e il legno. Ora vennero folgorati da un sogno di potenza, di ricchezza e di splendore: quella sovranità imperiale e teocratica li irradiò; e cominciarono a venerare l'oro, in cui videro il simbolo del potere e dell'arte. Le loro tombe in Medio Oriente lasciano vedere una combinazione singolarissima di arte assira, urartea, babilonese, mèda, protoiranica e scitica. Non sappiamo di chi fosse la mano che plasmò i metalli preziosi: se un artigiano scita, che imparò a usare l'oro e le superbe immagini orientali; o più probabilmente un artigiano assiro o urarteo, che si piegò ai gusti dei nuovi padroni. A noi basta contemplare gli stambecchi assiro-babilonesi attorno all'albero della Vita: le teste di gazzella, con gli occhi incrostati di avorio, e le corna a forma di lira: le protomi di grifone e di leone: la caccia col carro; i tori androcefali con i Genii protettori dell'oriente. Lì accanto ecco l'ardore e il profumo della Scizia: le linci affrontate o coricate, gli uccelli rapaci, i cervi accucciati; come se l'oriente e la Siberia, i palazzi e i carri, due mondi completamente opposti, si fondessero in una immagine radiosa. Quando raggiunsero la Russia meridionale, l'oro diventò il simbolo centrale della religione e dell'arte degli Sciti. Tutto tendeva a quell'oro, si concentrava nell'oro e si irradiava dall'oro. Secondo una leggenda raccolta da Erodoto, un dio - forse la dea Tahiti, la dea «riscaldante» del fuoco e del focolare regale - lasciò cadere dal cielo tre oggetti d'oro incandescente: un aratro col giogo, una scure da guerra e una coppa, segni delle tre funzioni sociali. Come nelle favole, i tre 14

11 figli del primo uomo cercarono di raccoglierli: i due primi fratelli furono respinti dalla violenza del fuoco; solo quando giunse il fratello minore, il fuoco si placò, e il giovane potè portare a casa gli oggetti. Raccogliendo l'aratro, la coppa e la scure, egli diventò il re-sacerdote della Scizia: i suoi eredi custodirono il tesoro sacro; e nel corso dei secoli, l'oro, venerato e pregato e supplicato come un dio, diventò il legame degli Sciti col cielo, la fondazione della società e la materia privilegiata dell'arte. Esso discendeva dal cielo. Ma stava anche molto lontano, nell'estremo Settentrione, dove i Grifoni alati lo custodivano. Forse stava cosi lontano che nessun essere umano, tranne gli sciamani nella loro trance, poteva raggiungerlo: nell'aldilà mitico, sulla montagna dove vive il Padre del Cielo. Ora quegli oggetti d'oro, che gli artigiani sciti foggiarono instancabilmente, stanno racchiusi nell'ermitage, a Pietroburgo, insieme agli oggetti siberiani. Quasi tre secoli fa, Pietro il Grande cominciò la collezione; e, nel corso di questi anni, molti tumuli scavati dagli archeologi russi aggiunsero i loro tesori a quelli antichi. Alcune fortunate esposizioni, in Europa e in America, li hanno fatti conoscere al pubblico: eppure nessuna esposizione può venire nemmeno lontanamente paragonata alla visione dell'ipogeo nell'ermitage, gelosamente difeso da custodi-grifoni, dove splende il genio animalistico degli Sciti e dei Greco-Sciti. A chi non è stato a Pietroburgo, consiglio un bellissimo libro di Véronique Schiltz: Les Scythes e les nomades des steppes. Le riproduzioni sono meravigliose: opportunamente ingranditi, gli ori non celano nemmeno uno dei loro intrichi, intarsi e scintillìi; e il testo è il più intelligente che abbia mai letto sull'arte e la civiltà dei nomadi delle steppe. In quest'ipogeo, non troverete palazzi, né statue, né quadri, né affreschi: l'arte nomade ignora le immense regge del Medio Oriente e i templi greci. Tutto è minimo: non più di qualche centimetro: il minimo viene esaltato e glorificato; una immaginazione creatrice, che in altre terre produrrà Donatello o Durer, qui lavora senza fine il pettorale di un caval- 15

12 lo, il pettine di una principessa, una spilla, la placca di una cintura, una borchia sul portaspade, una coppa, la decorazione di un vestito, in modo che tutte le occasioni e i momenti della vita nomade vengono ornati e decorati. Non restano nomi. Non sappiamo chi fossero gli artisti. Non sappiamo nemmeno se esistesse una classe specializzata di artigiani: o se, invece, le mani degli infallibili arcieri si adattassero a scolpire nelle ore d'ozio cervi, grifoni e lepri in corsa. Questi oscuri e grandissimi artigiani dimenticarono presto ciò che avevano appreso nel Medio Oriente: la dea degli animali, i Genii protettori. Scolpivano cervi, perché i cervi trasportavano le anime dei morti nell'oltretomba: scolpivano il loro totem; e leoni, leonesse, pantere, grifoni, per appropriarsi dei loro poteri sovrumani. Non troviamo mai, o quasi mai, figure umane: l'uomo non osa penetrare in questo mondo severo, come non osa dare il proprio volto agli dèi. Con le teste e i corpi degli animali reali e fantastici, gli artigiani sciti compongono un alfabeto simbolico, dove il ferino, il barbarico, il chimerico, il misterioso - tutto ciò che è inferiore e superiore all'uomo - si intrecciano in sempre nuove forme. Ecco, in primo luogo, l'animale in riposo, colle zampe posteriori accosciate. Di colpo, si anima: le sue membra si distendono e prendono velocità, come quelle dei cervi inseguiti nella steppa; e talvolta sembra sia in movimento sia in riposo, colto contemporaneamente in due pose opposte. Siamo appena agli inizi. La fantasia degli artigiani nomadi ama i gruppi, le combinazioni, le folte e inestricabili composizioni di massa. Gli animali si assalgono ferocemente. Un uccello rapace aggredisce una capra di montagna: un'aquila affonda i suoi artigli nel corpo di un cervo: una tigre, un grifone e un lupo assalgono una preda sconosciuta: una tigre morde un cammello che morde la tigre: una tigre, uno yack e un grifone si combattono: una pantera alata abbatte uno stambecco: un grifone balza alla gola di un cervo; finché si raggiunge l'estremo della ferocia - un cavallo col muso a becco e la coda di leone è preda di tre aggressori: una tigre che lo morde alla gola, un lupo che gli morde il fianco, un grifone che lo 16

13 prende alla criniera - ma la tigre viene assalita dal grifone, mentre il cavallo strazia con un ultimo colpo di becco il lupo che lo divora. Qualche volta non riusciamo a distinguere «queste mescolanze mostruose, questi combattimenti inestricabili, questi turbini di schiene piegate, di becchi, di artigli e di zanne da cui sorge - lontano o vicino - un occhio rotondo». Dove finisce la tigre? e dove comincia il grifone? e il cervo? e il lupo? Ecco che il pesce porta in sé un leone, un cervo, un avvoltoio: o il leone è anche toro, pesce e scorpione, e i quattro animali tendono insieme l'arco. L'arte scitica cerca di mescolare tutte le forme ferine in una paurosa confusione di membra: in una specie di sovra-animale, dove il predatore e la preda, il carnefice e la vittima, il gesto di aggredire e quello di lasciarsi immolare disegnano una figura unica. Chi guarda ha l'impressione che l'artigiano scitico sia sempre dalla parte dei predatori: ogni volta che un grifone assale un toro, una tigre morde un cavallo, un leone divora una capra. Tutto sembra celebrare la violenza, che assorbe all'infinito le forme del mondo. La Schiltz preferisce riconoscervi una grandiosa filosofia della metamorfosi, dove la morte feconda e riproduce incessantemente la vita. La violenza, la ferocia e la crudeltà, che agitano questo mondo di animali reali e fantastici, diventano una furibonda energia di stile. Il morso, il balzo, l'aggressione, la morte sono un guizzo infuocato e bruciante, che divora qualsiasi materia, persino la più preziosa. L'oro non è più che linea. Il volume arde, come gli oggetti incandescenti caduti dal cielo. Nessuna arte animalistica, nemmeno quella ionica o protoiranica, possiede questa tensione. Non vi è sosta o indugio decorativo. Anche i gioielli, le turchesi, i coralli, che guarniscono gli spazi vuoti, come per allontanare ogni quiete, partecipano a questa elegantissima furia barbarica, che distrugge e fa rinascere il mondo. 17

14 Nel 520 avanti Cristo, Dario di Persia cominciò la costruzione di Persepoli - questa città simbolica, dove non si commerciava né si governava lo stato, né si innalzavano preghiere agli dèi, ma si contemplava un'allegoria dell'impero persiano. La costruzione di Persepoli commemorava due eventi: la vittoria del sole sulla luna, la quale cancellava l'eclissi di sole, che l'anno prima aveva avvolto di tenebre la Persia; e la vittoria del re sull'usurpatore, che due anni prima aveva adombrato la regalità iranica. Il 21 giugno, il giorno del solstizio d'estate, Dario celebrò il proprio trionfo. Alle sei e dieci, i raggi del sole toccarono il suo palazzo, insinuandosi nella sala centrale: per sette minuti, tutte le altre parti della costruzione rimasero avvolte dalle ultime ombre della notte. Dario era solo, chiuso nel suo palazzo, illuminato dai raggi: stava seduto sul trono, con in mano il bastone e il fiore di loto, con i piedi appoggiati allo sgabello, come ancora oggi lo contempliamo scolpito nel calcare. Tutti i signori e gli inviati dell'impero, raccolti nell'ombra del cortile, contemplavano da lontano la sua irradiazione, e si inchinavano a lui in silenzio. In quei sette minuti di tempo, in quei minuti fuori dal tempo, mentre i raggi del sole colpivano in volto il re, - aveva inizio l'anno Nuovo, e con esso il Tempo. Gli Sciti avevano abbandonato da un secolo il Medio Oriente, e nessuno dei loro inviati era presente a quella cerimonia, che fondò il nuovo impero iranico. Ma non credo che gli orgogliosi nomadi l'avrebbero compresa. Se ogni 21 giugno Dario, fuori dal tempo, dava inizio al tempo, essi abitavano nel tempo, dove si ripete ogni giorno il gioco incessante della morte e della vita. Se Dario credeva in Ahuramazdah - «il grande dio che ha creato le acque e che ha creato questa terra, e creato gli uomini, e creato Dario» -, il loro mondo religioso era molteplice, e nessuna figura emergeva così superbamente. Nessun re scita avrebbe mai detto di sé: «Io, Dario, gran re, re dei re, re dei paesi dell'universo, di ogni lingua, e di questa contrada vasta e lontana». E sebbene il regno dei nomadi si estendesse su molte parti della Russia meridionale, non poteva competere con quello di Da- 18

15 rio, quando fece incidere nel palazzo di Susa: «Ciò che fu scavato nella terra e riempito di ghiaia e macinato in mattoni cotti, l'ha compiuto il popolo di Babilonia: il legno di cedro fu portato dalla montagna chiamata Lebanon. Il legno di teak fu portato dal Gandhàra e da Kirmàn. L'oro fu portato da Sardi e dalla Bactriana. Il lapislazzuli e la corniola furono portati dalla Chorasmia. L'argento e il rame furono portati dall'egitto. L'avorio fu portato dall'etiopia, dall'india e dall'arachosia...». La Persia era l'universo: la Scizia un frammento odoroso e dorato. Qualche anno dopo, Dario mosse guerra agli Sciti. Erodoto fornisce una spiegazione epica: il re desiderava vendicarsi di loro, perché un secolo prima avevano «invaso la Media». Tutto lascia credere che Dario volesse riprendere il programma di Ciro: raccogliere in un solo impero le popolazioni iraniche, sia quelle che abitavano il Medio Oriente sia quelle che abitavano ancora la Siberia e la Russia, costringendo i nomadi alla disciplina della casa, dell'agricoltura, del tempo misurato, dello spazio regolato e diviso. Quando l'esercito persiano giunse sul Bosforo, Dario si imbarcò su una nave: fece vela verso le isole Cianee; di lì, seduto sopra un'altura, ammirò il Mar Nero. Poi navigò verso il ponte di barche, che il suo esercito aveva costruito sul Bosforo; e innalzò sulle sue rive due stele in marmo bianco, «facendovi incidere i nomi di tutti i popoli di cui era la guida». Questo era soprattutto il suo compito. Non combattere: forse nemmeno dare ordini e comandare; ma guardare dall'alto tutte le cose col suo occhio radioso di veggente, che illuminava l'universo. Bastava che egli guardasse, mentre le truppe sfilavano davanti ai suoi piedi; ed ecco, le cose diventavano sue, e il mondo era un solo riflesso di Dario, re di tutte «le contrade vaste e lontane». A questa spedizione Erodoto ha dedicato il quarto libro delle sue Storie; quello che io leggo e rileggo con più passione e piacere, ma che non risponde alla principale delle nostre curiosità. Persiani e Sciti si incontrarono, lungo il Danubio e nell'ucraina, e parlarono fra loro, con interpreti o senza interpreti, visto che avevano lingue affini. Cosa si dis- 19

16 sero? Che impressioni ebbero gli uni degli altri? Quale effetto fece il grande re, la sua corte, e le cerimonie solenni sui cavalieri sciti, che un secolo prima avevano conosciuto corti non meno superbe? E che cosa compresero i Persiani dei loro fratelli separati? Molte cose li accomunavano: il culto del fuoco e del focolare: il culto di Mitra: le estasi sciamaniche: la venerazione per la bevanda inebriante nei riti: i sacrifìci di cavalli: il giuramento sul focolare dei re: nessuna statua degli dèi; e l'amore per le figure degli animali, incise sulle coppe e gli oggetti. Ma i Persiani sapevano di appartenere a uno spazio completamente diverso da quello degli Sciti: mentre il loro spazio era regolato e misurato, i nomadi vivevano in un luogo senza dimensione, senza città né case, senza punti di riferimento, estraneo, inaccessibile, terribilmente angoscioso. Quando Dario attraversò il Danubio, la guerra cominciò. Il re, i suoi dignitari, l'esercito persiano non avevano mai visto nulla di simile. I cavalieri sciti fecero allontanare i carri, su cui vivevano le donne e i figli, e il bestiame, che andarono verso Nord. Bruciarono i pascoli, distrussero i raccolti, riempirono i pozzi di terra. Poi si ritirarono come fantasmi, evitando la battaglia: all'improvviso assalivano i Persiani che si procuravano cibo, o che riposavano accanto ai fuochi accesi nella notte; e di nuovo si ritiravano, attirando sempre più i Persiani nell'immensità della Scizia, mentre si avvicinava la cattiva stagione. Quando poi accettavano battaglia, era una specie di gioco. Una volta si schierarono di fronte ai Persiani: in mezzo a loro balzò una lepre - una di quelle lepri che raffiguravano così volentieri sugli oggetti d'oro -; e tutti, man mano che la vedevano, si misero a inseguirla gridando, urlando, abbandonando nella pianura Dario, i suoi generali, l'esercito persiano, come se non ci fosse più battaglia né guerra. Quella non era una guerra, ma una caccia: dove Dario non era il cacciatore ma colui che veniva cacciato; la timida lepre, gettatasi ingenuamente nella rete preparata dagli accortissimi nomadi. Come un re da tragedia, Dario fece un tentativo per recitalo

17 re la sua parte di grande attore della storia. Inviò un messaggio al re degli Sciti: «Perché fuggi in continuazione, mentre potresti fare una di queste due cose? Se ti ritieni capace di contrapporti alle mie forze, fermati, smetti di girare e combatti. Se invece riconosci di essere inferiore, anche in questo caso smetti di correre e, portando al tuo signore terra e acqua, vieni a colloquio». Il re dapprima offese Dario. Poi gli inviò un araldo con dei doni: un uccello, un topo, una rana e cinque frecce. Dario si illuse, credendo che i doni significassero sottomissione e obbedienza. Ma uno dei suoi consiglieri, Gobria, il solo che avesse capito la forma mentale dei nomadi, gli fornì l'interpretazione giusta. Gli Sciti volevano dire: «Se voi, Persiani, non diventate uccelli e volate in cielo, o non diventate topi e andate sotto terra, o rane e saltate nelle paludi, sarete colpiti da queste frecce, e non tornerete mai in patria». Allora anche Dario comprese: diventò «scita» come Gobria; appena giunse la notte, accese i fuochi, abbandonò nel campo gli asini e gli uomini sfiniti, e prese la fuga. La grande spedizione era finita. Dario, il veggente, non era riuscito a vedere nulla. Gli arcieri della Scizia avevano sconfitto gli strateghi del «re dei re». Gli oracoli, gli incantesimi e il fascio di verghe degli sciamani avevano scrutato il futuro meglio dei Magi achemenidi. La patria dei nomadi era rimasta lontana e imprendibile, come i Grifoni che custodiscono l'oro tra le montagne e le nevi del Settentrione. Il grande esercito persiano non ritornò mai più nelle regioni dove si era smarrito. Da quasi due secoli, un altro popolo era giunto sulle rive del Mar Nero: un popolo che viveva in piccole isole, abitava piccole città, adorava i simboli espressi in piccole cose; e avrebbe sempre deriso l'immensità dello spazio persiano. Nessun re lo guidava. Nessun esercito lo accompagnava. Forse già nell'ottavo, e certo nel settimo secolo, mercanti di Mileto e di altre isole greche arrivarono sulle coste dell'ucraina: vi fondarono colonie; e di lì risalirono fin nel cuore della Russia, lungo il Dnepr, il Donec, 21

18 il Don e il Volga, a centinaia di chilometri dalla costa, abbandonando ceramiche sul loro cammino. Il Mar Nero, che era stato il più inospitale dei mari, diventò l'ospitale. I mercanti greci acquistavano grano, legname, pesce salato, metalli, miele, pellicce, cinabro, schiavi; e vendevano gioielli, ceramiche, ori e argenti lavorati. Così nacquero sulla costa le prime città greche - con l'acropoli, l'agorà, la Stoa, il Ginnasio, i teatri, i santuari, il tempio di Apollo Delfìnio e di Apollo Medico, le statue di Dioniso, Artemide e Cibele, e cento botteghe artigiane. Le tombe erano ornate con pitture di battaglie tra i Pigmei e le gru: vi era rappresentata persino la bottega di un pittore: una lucerna fìttile dichiarava: «Io sono di..., e brillo per gli dèi come per gli uomini»; come se la Grecia potesse rinascere identica in ogni luogo, dovunque giungesse il piede di un mercante o di un artigiano. Questa volta Erodoto, che abitò una di quelle città, Olbia, e vi conobbe viaggiatori e uomini colti, ci informa sui rapporti tra le due popolazioni. Molti Sciti si innamorarono della cultura greca, e pensarono di ripudiare la propria religione, i costumi, le abitudini, le arti per quelle dei loro industriosi e inquieti vicini: o di fondere insieme le civiltà. Qualche guerriero si fece seppellire vicino a una città greca: la tomba era scitica; ma presso il corpo, vicino alla scorta di frecce con cui avrebbe cacciato cervi e lepri nell'altro mondo, stava un'anfora di Chio e una coppia attica a vernice nera. Un re degli Sciti, figlio di una donna greca, si fece costruire a Olbia una casa grande e splendida, con sfingi e grifoni in marmo bianco. Abbandonava l'esercito fuori dalle mura, trascorrendo un mese tra i suoi veri compatrioti. Deponeva l'abito scitico coi calzoni attillati e gli stivaletti di pelle: indossava la tunica: si aggirava per il mercato, senza guardie del corpo né corteo; viveva come un greco, leggeva libri greci, faceva sacrifici agli dèi greci, e partecipava alle orge di Dioniso. Il re venne ucciso dai nomadi. Ma il «contagio» greco dovette essere diffuso, se nel quarto secolo assistiamo a un evento inesplicabile, che tocca zone profondissime dell'im- 22

19 maginazione scitica. All'improvviso, gli artigiani sciti smisero di produrre quegli oggetti meravigliosi: non più cervi in fuga, lepri, pantere che si avvolgono su sé stesse, battaglie di animali. Questa scomparsa totale dell'arte di un popolo mi sembra terribile. Ora gli artigiani greci lavoravano nelle botteghe delle città costiere: forse, alle volte, giungevano da più lontano, dal continente e dalle isole, attratti dall'opulenza dei nomadi. La figura umana, che fino allora l'arte scitica aveva evitato, apparve trionfalmente tra le mani degli artigiani greci: gli dèi, che per gli Sciti erano una spada o una coppa o un aratro, assunsero volto umano, come se tutte le antiche resistenze e inibizioni fossero cadute. Gli artigiani greci offrivano le immagini più celebri della patria, nelle misure minime care agli Sciti. Così, per esempio, la testa della statua gigantesca di Atena in oro e in avorio, che Fidia aveva scolpito per il Partenone - la statua più celebre dell'antichità - riaffiora nel medaglione in oro di un pendaglio, largo 17 centimetri: mentre, sopra un pettine femminile, cavalieri e soldati si combattono come sul frontone di un tempio. Spesso i Greci scolpivano immagini più familiari alla fantasia dei nomadi: Amazzoni, Grifoni, Arimaspi, Pegasi: Chirone che insegna ad Achille come maneggiare l'arco - l'iniziazione di un arciere. Ma lavoravano anche le scene capitali della tradizione scitica: la dea madre con la coda di serpente, il figlio del re che tende l'arco. In questo rapporto, così raro nella storia, non sappiamo cosa ci affascini di più: se l'adesione completa degli Sciti; o il genio greco, il genio dell'occidente, che accettava qualsiasi contenuto e richiesta, portando le fantasie di un altro popolo alla luce della forma. Alcuni oggetti, come il pettorale di Tolstaia Moguila o il vaso di Kul'Oba o il pettine di Solokha, sono assoluti capolavori: l'energia e la violenza scitica viene domata, placata, intenerita, e si compiace di particolari e preziosismi realistici, da cui un tempo rifuggiva. Così, per qualche secolo, lungo il Mar Nero si sviluppò una civiltà scitico-greca, ricca e fiorente. In quelle regioni di steppe e di foreste, piene di uccelli e di api, i principi noma- 23

20 di proteggevano le città mercantili greche, e le popolazioni agricole, forse già protoslave. In Crimea gli Sciti costruirono una città, Neapolis, ricca di eleganti edifìci pubblici e di affreschi; e coniavano monete, dove il volto del re assomiglia a quello di Alessandro Magno. La civiltà li aveva conquistati. La furia, che li aveva condotti fino in Siria e in Egitto, distruggendo le città e i templi, non era più nemmeno un ricordo. I cavalli non erano più le «pantere» e i «lupi della sera», ricordati da Abacuc. Se dobbiamo credere a Ippocrate e a Luciano, ora gli Sciti amavano il vino, il canto, la vita lieta, la pigrizia, l'amicizia, l'eloquenza, la saggezza. Non coltivavano la scrittura. Ma continuavano a credere nel giuramento. Poi quella fioritura gloriosa scomparve, sebbene lentamente e con sprazzi dell'antico fulgore. Quando giunse ad Olbia nel 95 dopo Cristo, Dione Crisostomo vi trovò i muri caduti, i templi e le statue in rovina, e gli abitanti che parlavano un cattivo greco. Gli Sciti, che Tucidide aveva considerato il popolo più potente dell'europa e dell'asia, vennero sconfìtti dai Macedoni, dai Sarmati, dai Traci, dai Galati, dai re del Ponto, dai Romani, dagli Alani, dai Goti, dagli Unni. Qualcuno di loro venne assimilato: qualcuno si rifugiò nelle regioni montagnose della Crimea; e altri sopravvissero nel Caucaso, dove gli Osseti conservano una parte dei loro miti. Ma gli animali fantastici risvegliati non lasciarono più la terra. Gli Sciti li avevano riscoperti; e ora continuavano a diffondersi con le grandi ali, l'occhio rotondo e le gambe piegate in una corsa velocissima, tra i Vichinghi, i Sassoni, i Celti, i Britanni, i Merovingi, i Cinesi, i Russi, e gli scultori e i miniatori del Medioevo romanico. I RE DI MICENE Il viaggiatore che, fino a pochi anni or sono, visitava Micene - dopo aver ammirato i labirinti e i vasi arborei e marini di Cnosso - credeva di compiere un balzo di civiltà. L'orizzonte si oscurava: quella antica e capricciosa letizia orientale, quel- 24

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