IL DIALETTO GENTILE DI SPALLICCI

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1 IL DIALETTO GENTILE DI SPALLICCI Cosa avrebbe potuto scrivere in dialetto Aldo Spallicci se fosse vissuto un secolo dopo il suo? Sarebbe stato ancora in grado di identificarsi con il linguaggio popolare del suo tempo, crudo, essenziale, realistico, ma gentile e rispettoso? Oppure sarebbe stato contaminato, stravolto, dall evoluzione idiomatica dell italiano, modellata dalle necessità comunicative, mediatiche e relazionali odierne, fatte di brevi locuzioni, pochi vocaboli, tanti neologismi, frequentemente inseriti in contesti di volgarità, che neanche la scuola è in grado di correggere? Spalicci aveva scelto il dialetto perché questo, nella sua anima riposta, cela una bella e chiara vena di poesia. Spallicci era un poeta, il più grande in Romagna dopo Pascoli (M. Moretti), ancorché di lingua dialettale, un vulnus per lui, come scrissero due grandi personaggi, Pasolini e Montale. Spallicci avrebbe potuto solo misurarsi con Stecchetti (Olindo Guerrini) che, al contrario, si esprimeva in un dialetto caricaturale, ridanciano, sboccato, quello delle piazze e dei mercati, per intenderci, e per questo gradito ai lettori dell epoca, ma anche con finalità politiche (es. Stecchetti era un oppositore della Chiesa e della monarchia), tuonava sempre contro qualcuno e qualcosa. Spallicci no, il suo dialetto cercava il bello, l introspezione dell anima, lo splendore della natura, la semplicità delle genti, la dignità del lavoro, la serenità e la dolcezza della vita francescana povera, priva di egoismi ed avidità, tornata oggi d attualità solo grazie alla predicazione di Papa Francesco. Personalmente, essendo di madrelingua dialettale forlivese, sono sempre stato affascinato dalla scrittura di Spallicci e in particolare dal suo amore e dalla difesa del dialetto romagnolo. Fin dai miei anni giovanili, abbonato-lettore del La Piè, lontano dalla Romagna ed in giro per il mondo per seguire la mia carriera universitaria, avevo scelto Spallicci come ancoraggio alla cultura e alle tradizioni della Romagna. Non deludeva mai, le sue poesie costringevano, emotivamente, a ritornare al passato, ma anche a riflettere sul proprio vissuto, rimandavano alla riscoperta di modi di pensare e di vivere, ormai desueti, ma che facevano recuperare dimensioni di vita e realtà da non dimenticare e disperdere.

2 Per scrivere quest omaggio al Poeta mi sono avvalso di una felice circostanza propiziata dal solerte direttore della Piè, Antonio Castronovo, che ha ripubblicato lo scorso anno in copia anastatica l edizione completa del Plaustro di Spallicci, la prima rivista fondata dallo stesso (1911), che visse fra stenti e incomprensioni soltanto quattro anni, ma che contribuì a forgiare lo Spallicci poeta ed organizzatore di cultura e, dopo la parentesi bellica, a farlo riportare alla sua vocazione letteraria fondando La Piè nel Devo subito rilevare che Spallicci, circa le finalità della poesia dialettale, considerava questa come uno strumento, quasi pedagogico, per l elevazione culturale del popolo; lo rivelò in un suo scritto emblematico e profetico del 1912 (Il Plaustro, II, 17), per tanti aspetti ancora attuale e nel manifesto di presentazione de La Piè. Se ci addentriamo brevemente nelle analisi critiche del dialetto di Spallicci, scritte dopo la sua morte, avvenuta a 87 anni (1973), troviamo una consonanza di giudizi non tanto agiografici, quanto diretti ad analizzare lo spessore culturale e la comprensione della sua opera. Critiche che volevano rendere giustizia ad un poeta non da tutti accettato, o da taluno persino relegato ai margini della poesia contemporanea. Spallicci era prima di tutto un letterato, come scrive F. Schurr, riprendendo B. Croce; la cosiddetta poesia popolare ha avuto, infatti, un origine letteraria e si serviva del dialetto per rivolgersi al popolo. Debuttò a soli 23 anni con una prima raccolta di sonetti ( Rumagna, con prefazione di A. Beltramelli), già consapevole della forza rappresentativa della dialettalità, come intrinseco elemento della sua poesia. Rivelò subito i suoi interessi Romagna-centrici, sapendo ironizzare però sulle debolezze del romagnolo e indulgendo anche a qualche storiella: il Signore, per crearlo, dopo che la Romagna gli era venuta fatta bene, ebbe il presentimento che sarebbe stato un «uomo di brutte maniere», e pertanto diede un calcio per terra e saltò fuori, lì dirimpetto, il vigliaccaccio del «romagnolo sputato». In maniche di camicia, scoperto nel petto, un cappelluccio a ruota come un fattore: «sono qua io, olà, boja de S...» ; un altra: A Frampul i somna di fasul e te nëss di bursarul (A Folimpopoli, seminano dei fagioli, e ti nascono dei borsaioli).

3 Ma la sua maggiore attenzione è rivolta alla natura, che gli suscita pensieri simbolici e presagi del tragico destino umano. La sua poesia infatti, descrittiva come quella pascoliana, si distingue per questi risvolti sui significati delle cose, osserva sempre da vicino il lato passionale, le virtù e le debolezze delle persone. Ecco un immagine di tristezza cosmica nel sonetto Cascano le foglie : Le foglie svolano sotto gli sbuffi del vento, di quel vento che sa d inverno e sa di morte, che passa come un triste presentimento. Prima di compiere una carrellata sulle finezze liriche, elegiache, del dialetto delle poesie di Spallicci vorrei però riportare alcuni dei giudizi espressi sulla sua poesia dialettale dai maggiori critici letterari, che si espressero sui giornali del tempo (specie in occasione degli ottant anni o dopo la sua morte, 1973, o sui volumi che ne seguirono). Ho scelto due volumi significativi, il primo a cura di Umberto Foschi La Romagna negli scritti di Aldo Spallicci (Maggioli Editore, Rimini, 1983) e il secondo a cura della Società di Studi Romagnoli Aldo Spallicci, Studi e testimonianze (Ed. La Fotocromo Emiliana, Bologna, 1983). Prendo a prestito, in particolare, gli scritti di Claudio Marabini, che più di tutti seppe condurre un analisi multidirezionale dell opera di Spallicci, come si conviene ad un individuo, qual era, eclettico e capace di viaggiare nei reconditi sentieri della poesia con metodo scientifico, di osservatore, di ricerca dei significati. Scrive Marabini che Spallicci, come altri poeti, non fu sempre mirabile ma anche talvolta ridondante e ripetitivo; Spallicci, dunque, nelle sue cose migliori, di una rusticità spontanea, fu cantore sobrio ed estatico e talora heinianamente 1 nostalgico della sua campagna romagnola. La sua opera è un canto d amore alla sua terra, una sua minuziosa e sobria illustrazione, una narrazione anche di usi e di fatti: tutto un affresco che sembra fissato in un tempo che abbia cessato di trascorrere in un atmosfera immobile in cui ogni volta ci immergiamo quasi increduli. Spallicci sta come il cantore idillico in termini pascoliani, della vita contadina, degli alberi e case di campagna, delle antiche usanze, delle coltivazioni, di tutto il paesaggio. Una fusione così intima 1 H. Heine, poeta e scrittore tedesco vissuto nella prima metà dell 800, fu considerato romantico narratore dell amore infelice e dei sentimenti inappagati degli uomini.

4 con la vita dei propri luoghi nella poesia nazionale in dialetto, si trova probabilmente soltanto in B. Marin (l isola di Grado) e A. Pierro (Lucania). Meritevole di segnalazione anche l apprezzamento espresso dal grande latinista Tebaldo Fabbri (1983): Prosa e poesia sono due momenti del mondo spirituale di Spallicci, due espressioni di una medesima tematica che s accentra sulla sua terra, sulla sua gente, sui costumi, sul folklore che egli, per amor della patria lingua, chiama etnografia. Anche per lui due lingue, ma una l anima che la regge. Se dovessi definire lo stile di Spallicci, lo farei con i due aggettivi che il critico e maestro Quintiliano adopera per il poeta Tibullo: tersus atque elegans: senza macchia e senza volgarità. La volgarità, e non solo letteraria, non è di casa Spallicci; e qui, per ragione degli opposti, vien da pensare ad Olindo Guerrini: E un altra cosa ancora: tantus amor terrae: è così grande l amore per la propria terra, una stupenda espressione, questa, di Virgilio, che guarda all albero capace di crescere in quel determinato terreno e in nessun altro. L uomo può vivere dovunque sia balestrato, l albero no.

5 1. Il posto della donna Poesie in volgare di Romagna (Garzanti, 1961) è un bellissimo libro di Spallicci; contiene oltre ottocento poesie; ci si può immergere senza paura di naufragare. Poi ancora, come riferimento, la sua Opera Omnia (Maggioli Ed., 1989), soprattutto il primo volume Identità culturale della Romagna, a cura di D. Pieri e M.A. Biondi. Entrambe queste opere ci aiutano a costruire un caleidoscopio di pensieri e di riflessioni sull universo poetico di Spallicci, senza confini ideali ma entro un perimetro di valori professati nella vita di ogni giorno, nella famiglia come nella vita sociale, culturale e politica. Cominciamo dal rapporto fra Spallicci e le donne: sempre molto pudico, privo di trasporti passionali, di sensualità, di desiderio. Su questo piano può quindi essere deludente, ma Spallicci ci teneva ad essere esempio di fedeltà coniugale. Forse era influenzato dall etica mazziniana, che vedeva nella donna l angelo del focolare. Soltanto nelle sue prime composizioni, come questa bellissima canzone (1919) A gramadora (La gramolatrice) denota una forte attrazione per la bellezza femminile: Bëla burdëla fresca campagnöla Da i cavell e da j' òcc coma e' carbon. Da la bocca piò rossa d' na sarzola, Te t' si la mi passion! Bella ragazza, fresca campagnola Dai capelli e dagli occhi come il carbone, Dalla bocca più rossa d una cerisuola, Tu sei la mia passione Esprime bene anche l emozione del primo bacio. Ecco la chiusura del sonetto L aputament (Appuntamento) 2 La j-asre j oćć pu quat k a-l-o baseda Kè e kor pareva k u-i salteva vi. O bala kulumbina spavinteda Kum un strapó la-m ä vuleda vi Essa ha serrato gli occhi poi quando l ho baciata Che il cuore pareva che le saltasse via. Oh bella colombina spaventata Con uno strappone m è volata via Bella anche la canta timidamente erotica (Pr è chêld, Per il caldo), ben commentata da V. Mezzomonaco (2012) nella quale il Poeta immagina, in una torrida giornata estiva, un fortuito incontro amoroso con una ragazza, di cui esalta il colmo e promettente seno e le gambe ignude e ben tornite. 2 Grafia ortodossa uilizzata da F. Schürr, il grande studioso tedesco del dialetto romagnolo.

6 Poi, per tutta la vita, parlerà solo della sua donna, la moglie Maria, come in questi versi d amore A la mi dona (Alla mia donna) È nost amor ch u n ha mai avù d intond Il nostro amore che non ha mai avuto attorno Franza ad suament o franzad dìsmarì, Frangia di leziosaggini o frange di svenevolezze Ė passa ad caminêda dnìnz a è mond Passa di (buona) camminata innanzi al mondo, S -cet cumpagna è tu ridar, dona mi: schietto come il tuo ridere, donna mia. E u n fa parôl E non fa parole

7 2. La dimensione laica e religiosa dell uomo Spallicci, giovane repubblicano militante, non si è mai associato agli anticlericali mangiapreti, che, da ultimo, sono stati ben tratteggiati nelle storie di F. Fuschini. Anche nel campo della fede è stato rispettoso, con forti accenti di religiosità, come ad esempio in questa sua laude, dove fa sue le implorazioni dei contadini perché cessasse la troppa pioggia: Pradghira a è sol ( Preghiera al sole ) Avanti avanti a nost Signor scansa cal Avanti avanti o nostro Signore scansa nuvol quelle nubi Pr è nost amor; -e la campagna in divuzion Per il nostro amore e la campagna in devozione Un znocc par tera, l è in urazion, - In ginocchio a terra, è un orazione E una cà vecia fata piò scura da tot gli aqv Ed una vecchia casa fatta più oscura per tutte le piogge La met avant un mel in festa tot bianch avstì Mette avanti un melo in festa vestito di bianco Par fê finezza: venì, venì Per ingraziarsi: venite, venite Spallicci, dunque, da vero laico aveva un suo modo diretto di pregare, al di fuori della liturgia ecclesiastica: si rivolgeva direttamente al suo Signore (E mi signor), come in questi bei versi (La Maduné) (L offerta alla Madonna) del 1926: E mej ch j ho caté pr al mi lazzer, Il meglio che ho accattato lungo le mie lacciaie filari di viti e di alberi Garnì int è sol, Granito nel sole, A l ho purté sora i scalen dl altêr L ho portato sopra gli scalini dell altare Ppr é mi Signor Per il mio Signore. A j ho colt tot è fior dla mi fadiga Ho colto tutto il fiore della mia fatica E a l abandon E lo abbandono Tot in righel, sgond a l usanza intiga, Tutto in regalo, secondo l usanza antica, Par divuzion Per devozione Il laico Spallicci andava perciò oltre il pensiero dominante repubblicano dell epoca. D altra parte anche il triumviro repubblicano Aurelio Saffi, anche lui forlivese, e di cui si proclamava seguace, aveva scritto non credo nella morte, credo nella vita, quale premessa ad una continuità della vita.

8 3. Politica e patriottismo Spallicci quando fondò La Piè (1920) voleva sfidare i luoghi comuni, elaborare un immagine culturale della Romagna e illustrarla, sollecitare comportamenti tradizionali, come ha recentemente scritto lo storico R. Balzani, sindaco di Forlì; voleva combattere lo stereotipo del romagnolo spavaldo e violento, contrapponendogli il romagnolo leale e coraggioso (D. Pieri e M.A. Biondi). Lanciò un proclama ai giovani romagnoli invitandoli a collaborare alla sua rivista: le nostre colonne sono aperte a tutti, precluse solo a chi vorrà col demone della politica disturbare la serenità della nostra casa. Poi si accorse che i circoli politici, soprattutto da parte dei militanti più onesti, svolgevano un opera etico-pedagogica positiva per elevare moralmente il popolo, inculcando una maggiore educazione e senso della vita. E così cambiò atteggiamento. Spallicci inizialmente diffidava o temeva la politica: in Rumagna è cmanda d i- oman con la sutana (in Romagna comandano degli uomini in sottana cioè i preti, ma poi, vivendo in mezzo a quotidiani scontri, anche sanguinosi, fra le diverse fazioni politiche, amava predicare la fratellanza e l amore quasi come un isolata missione pacifista. Ma univa questo suo sentire a un grande senso patriottico. Aveva infatti partecipato con entusiasmo (1913) alla spedizione garibaldina in Grecia (1913), poi andò volontario in Francia (1914) e ancora volontario, come medico, ufficiale al fronte, nella Grande Guerra (1915). Ecco cosa scrive nel sonetto Al bandìr rossi (Le bandiere rosse) Svulaté bandir rossi sota e vent! Cs ël è cor se int è cor u n gni è una fiama? Cs ël mai campê s u n s zerca la bataja? Sventolate bandiere rosse sotto al vento! Cos è il cuore se nel cuore non c è una fiamma? Cos è mai campare se non si cerca la battaglia? Tuttavia la guerra di trincea lasciò profonde tracce in lui; non mancò, infatti, di celebrarla in una delle sue canzoni La Rumagna int e Calvêri (La Romagna nel Monte Calvario) A l diren nùn a qui ch i n è cardeva, A chi ch dgeva: a sì sempr in cagna in ragna Tra al vostar legh, i vecc sè chi marceva Mo adëss j è tot viglièch nenca in Rumagna, Lo diremo noi a quelli che non credevano, A chi diceva siete sempre in cagna in ragna a litigare Fra le vostre leghe, i vecchi sì che marciavano, Ma adesso son tutti vigliacchi anche in Romagna

9 A i dirèn: O burdel stasì mo bein Ciapè da è Pass dla Morta a è Mont Calvêri Da è valon dl Aqua in só, ziré cun nùn Tot i caminament da i longh a i curt, Fasì da un cant a cl êt tot al trinceri, E cavev è capël d davant a i murt! Gli diremo: O ragazzi state mo buoni Prendete dal Passo della Morte al Monte Calvario di fronte a Gorizia Dal vallone dell Acqua in su, girate con noi Tutti i camminamenti dai lunghi ai corti, Fate da un canto all altro tutte le trincee E cavatevi il cappello davanti ai morti! Spallicci patriota compose anche un toccante sonetto per Decio Raggi,, caduto sul Calvario, prima medaglia d oro della guerra Morendo, lasciò una sorta di testamento spirituale: O gioventù italiana, invidia la mia sorte fortunata date fiori a chi morì per la Patria. Dopo la guerra iniziarono i guai e le persecuzioni; Spallicci infatti iniziò una forte militanza antifascista, la cui prima conseguenza fu la chiusura de La Piè ; poi seguì il domicilio coatto a Milano e poi ancora un periodo di confino (di cui scrisse un diario mosso da profonda tensione ideale) e poi, ancora, durante il periodo della Resistenza, fu incarcerato a San Vittore. Ecco una bella poesia A San Vitor, dove il poeta descrive un tenero incontro con la moglie, senza profferire invettive o rancori contro chi lo teneva imprigionato: A San Vitor Semper franca e bendreta e a occ a sót Cun di fil d cavel biench int e tu biond T m é guardé me, pu al guêrgi e i puliziót Come una sfida a e mond Trent enn dla nosta vita, prema al guër La Grecia pu la Franza e è nost paes Quand che è mond l era tot a fugh e a fër E é nostar côr azes E ch la nosta bandira unor dla cà Sbatuda int la timpesta dla pasion Che a tuela dreta pu la s frutarà Band cunfèn e parson A San Vittore Sempre disinvolta e dritta e ad occhi asciutti Con qualche filo d argento nel tuo biondo Hai guardato me poi le guardie poi i questurini Come una sfida al mondo Trent anni della nostra vita, prima le guerre La Grecia e la Francia poi il nostro paese Quando tutto il mondo era a fuoco e fiamme E il nostro cuore acceso Ecco la nostra bandiera onore della casa Sbattuta nella tempesta della passione Che a tenerla diritta poi frutterà Bando, confino e carcere

10 4. Natura ed ecologia Questo gran canto alla natura che è la poesia di Spallicci è, in fondo, pieno di senso religioso, direi che ne è pervaso: religione delle cose viventi sotto il sole, fiducia in quello che esse e l uomo esprimono, così scriveva di lui il grande scrittore faentino F. Serantini. Spallicci, dunque, amava la natura quasi ossessivamente, ne cercava la bellezza in ogni dove e ne ricavava insegnamenti per la vita e per l uomo. Potrà sembrare casuale, ma Spallicci, appena trentenne, aprì, nel Plaustro, una campagna a favore della biodiversità e della difesa del territorio, per rivestire di boschi gli squallidi dossi del monte (leggi Appennino, desolato). Faceva dunque dell ecologia ante litteram. Molti anni a venire, dopo l elezione alla Costituente (1946) e da Senatore ( ) propose una legge per il rimboschimento, per creare i presupposti per l arresto dell esodo della popolazione appenninica (fenomeno dell inurbamento). Spallicci, come annotò T. Fabbri (1983) aveva anticipato i moderni ecologi che spesso molto dicono e poco fanno. Ma la natura si vendica, scrive Spallicci le pagane Driadi e il vecchio Pan cacciati in bando, hanno un potente alleato, la frana. Il rimedio però c è, fa notare Fabbri: tornare all antica madre, come gli Eneadi veleggianti verso nuovi lidi che udirono la voce: Antiquam exquisite matrem, ricercate la vostra madre antica. 5. Il dialetto degli eruditi Spallicci ha osservato e descritto con l occhio dell intenditore, e mi sento di affermare anche dello studioso competente, i campi coltivati, tutto ciò che era oggetto della fatica dei contadini. Vorrei riportare alcuni scorci di sonetti che illustrano bene sia la descrizione delle piante, da lui quasi antropizzate, e del lavoro per custodirle, l intelligenza delle operazioni, sia la dignità del contadino. Ecco, descritta in versi, la delusione per il pero che, rimasto senza impollinazione incrociata, non aveva più fruttificato, ben conoscendo Spallicci la ricorrenza dei cicli biologici dei vegetali.

11 Una volta sora zent La smenta la fa è fior, e è frot la smenta È grân la spiga e da la spiga è gran E igna vőlta, la tëra la s turmenta Par la su sőrta e par la nosta fâm; Una volta su cento ricordate la tiritera di Endrigo - Rodari? Per fare un albero ci vuole un fiore La sementa fa il fiore, e il frutto la semente Il grano la spiga e dalla spiga il grano E ogni volta la terra si tormenta Per la sua sorte e per la nostra fame E che per c ha j avema drì da cà È fasé, un ânn, dal per da spusizion Ch u s n è fat un gran dì e u s in dirà Mo, pu d alora, u n ha piò fat gnit d bon (La Pié, 6, 1988) (clorosi): E quel pero che avevamo dietro casa Fece, un anno, delle pere da esposizione Di cui se n è fatto un gran dire e se ne riparlerà Ma da allora non ha più fatto niente di buono Spallicci aveva messo in versi anche la cura ad un melo che soffriva di carenza di ferro La fameja dal bes-ci e dal piant Guêrda avdé s t a m atrùv dè sulfêt d fer Ch a j ho paura ch u m s aseca un mel, L era una grêza là tramëz a al tër E a i ho un gran guai a vdé ch l ha bassê agli el La famiglia degli animali e degli alberi Vedi un po di trovarmi del solfato di ferro Che ho timore che mi si secchi un melo, Era una gioia là fra quelle terre E a vederlo con le ali basse mi si stringe il cuore Bella la descrizione di un tipico lavoro di ortolano, il trapianto dei pomodori, che Spallicci descrive quasi come uccellini che s involano dal nido. I trapianta al pandô E pu quand ch l arivé la su stason Ch a l fa gran maravêja Tot al piant, al pandôr ch era ins e bon A l scapé d in fameja. A l vens fura de vedar e dla stura Cun e su pel bicòch A cnossr e mond e a fê la pëla scura Cma j uslin nt al bròch Trapiantano i pomodori Poi, al giungere della stagione propizia Quando tutte le piante fanno meraviglie I pomodori più sviluppati Uscirono di famiglia. Vennero fuori di sotto al vetro e alla stuoia Colla loro peluria biondiccia A conoscere il mondo ed a fare la pella scura Come gli uccellini sulle rame appena germogliate

12 Ecco le parole usate da Spallicci per descrivere la resa degli olmi alla gelata invernate e la loro rivincita, con la ripresa primaverile, perché l albero ripartirà dalle radici Int la giazeda Int é prem vel dla nebia Che un pô qua, un pô là, la s leva adêsi, i sta cun al braza tajêdi j ùium. Nigar int la giazêda J è coma murt in pì, Mo al radis sota vì, Quand ch a l s incontra, a l s dà la man Nella gelata Nel primo velo della nebbia Che un po qua un po là Si alza adagio, stanno Con le braccia tagliate, gli olmi Neri nella gelata Sono come morti in piedi, Ma le radici sottovia Quando s incontrano, si danno la mano 6. Il dialetto degli umili Spallicci non ha mai nascosto di dare voce al suo popolo, ai contadini, ai braccianti, a tutti gli umili, per ricavarne distillati di buon senso e di intelligenza spicciola, volta a individuare, con disincantata filosofia popolare, l essenziale condizione della vita umana, mai comunque, anche in questi casi, per coglierne segni di ribellione o di rabbioso rifiuto del proprio stato sociale. Ecco cosa mette in bocca al bifolco che sta pensando alla morte La morta de biójgh La morte del biolco E quand c ha m butarì la tëra sora E quando mi butterete la terra sopra Lassem una carvaia Lasciatemi una fessura Parché è culor dè zil ch a l vegga incora Perché il colore del cielo lo veda ancora Spallicci si sofferma molto anche a descrivere personaggi e ambienti cittadini, ma sceglie quelli più poveri, che gli ispirano più sentimenti e partecipazione. Si sente dei loro, e anche a suo agio non per denunciarne la condizione, ma come semplice dato esistenziale; basta questo passo per capirlo, riguarda uno dei tanti sonetti e versi dedicati al vecchio rione di Schiavonia di Forlì, che in altro testo così descrive in lingua: Le vecchie case hanno il volto mascherato da quell intonaco giallastro che sbadiglia la sua malinconia nelle vie più remote.

13 Al cà veci d S-ciavunì Dal cà d puret ch a n sreva mai la porta E ch a gli aveva sempar una fazza E par la bona e par la mêla sorta Cumpagna i galantóman d bona razza Le vecchie case di Schiavonia Case di poveretti che non serravano mai la porta E che avevano sempre una faccia Per la buona e per la mala sorte Come i galantuomini di buona razza Spallicci dedicava molta attenzione anche ai bambini, forse quale riflesso condizionato (esercitava infatti, a Forlì, la professione di medico pediatra). Quando s imbatteva in discoli o ne subiva le birbonate non s arrabbiava e cercava non di rimproverarli ma di riprenderli con amore. Ad esempio, a Mariolino, un bimbo che aveva provocato un terremoto a casa sua, dice: Mariulìn Bedm a me, ch u n sta ben Tiré só la sutana A cal donn ch ven in cà! Bêdm a me no stê dì Parulazza, ét capì? Mariolino Bada a me, non sta bene Tirar su la sottana Alle donne che vengono in casa. Bada a me, non dire Parolaccia, hai capito? Molto incisivo è il quadretto con cui Spallicci tratteggia un altro bambino (basterd) terribile, non ben inserito nella sua scuola elementare. Zampalghin E l imbranca la penna Zampalghin E u la strabiga a rabi E da è su post è manda un udurìn D uvar e d erba e d stabi. E è stôrz la boca ló e ui suda al man Cun chi OO, cun chi AA E è guêrda é fond dé foi ch l è tant d luntan Vì zu và, vì zu la Rospettino Ed abbranca la penna Rospettino E la trascina ad erpice E dal suo posto il banco esala un odorino Di mammelle di capra, di erbe e di letame Storce la bocca lui e gli sudano le mani Con quelle OO con quelle AA Ed osserva il fondo del foglio ch è tanto lontano Laggiù, laggiù

14 7. Il poeta georgico Duemila anni dopo Virgilio, il cantore dell hortus epicureo dei latini, Spallicci ne ripete il mito. Il grande amore per l agricoltura dell uno e dell altro fa rinascere i tratti della poesia bucolica, sotto altre vesti, ma con un disincanto emotivo che lo stesso Pascoli forse non riusciva a suscitare. Prendiamo solo alcuni spunti dalla sua sterminata opera poetica, entrando nelle sue famose cante, alcune delle quali musicate da Cesare Martuzzi. Ecco La Majè (La Maggiolata), festa agreste propiziatoria. La Majé La Maggiolata Dop un sonn ch un fneva mai Dopo un sonno che non finiva mai La campagna la jè d festa La campagna è in festa si è svegliata dopo l inverno E mi gall alzzend la crèsta E il mio gallo alzando la cresta L è canté: chicchirichi! Ha cantato: chicchirichi! Poi, ancora, toccante, è l immagine suggerita da un canneto sotteso dal vento Al cann sota e vent Le canne al vento Al cann a l s adana fôrt Le canne come anime dannate A zó a l s apiga Si piegano all ingiù Cma donn ch a gli è sora un mórt Pari a donne protese sopra un morto E ch a l s castiga Che si castigano strappandosi i capelli Ancora, la delicatezza dei versi si manifesta quando Spallicci descrive lo scirocco; un vento che ha la levità di una carezza che dipinge il creato. Ecco la strofa ripresa da Rumagna marzulena Romagna marzolina Oh la curena coma ch la pitura Oh la corina scirocco come la pittura Cun tota la passion d j inamuré Con tutta la passione degli innamorati, Rumagna marzulena cariatura Romagna marzolina creatura, Oh la curena coma ch la pitura! Oh la corina come la pittura!

15 Infine, anche un sonetto dedicato al vino della Romagna per antonomasia, il Sangiovese, che celebra non per l ebbrezza, la loquacità o gli stimoli generati, ma per il calore amichevole che trasmette: E sanzves Il Sangiovese E ste sanzves che dà la vesta a un zigh E questo Sangiovese che dona la vista a un cieco A ve sintì ben chêld coma un rispir Ve lo sentite ben caldo come un respiro Ch'u v' brazza stret cumpagna un bon amigh Che v abbraccia stretto come un buon amico 8. Lo Spallicci intimo, caparbio e orgoglioso Così come la sua penna trasuda modestia, non ostentata e nemmeno ricercata, Spallicci rivela però anche un indubbio orgoglio che scopriamo in versi famosi. Nelle sue conferenze iniziava di solito con un autoreferenzialità A sen i qua, Rumagna (Siamo qua, Romagna). Nella prima delle sue famose cante, Rumagnola rivela un tratto della sua indole, la responsabilità che sempre sente in ogni azione, e insieme la caparbietà che gli consentirono di superare e uscire vincente dagli eventi della vita, così avventurosi e imprevedibili. Se si vuole approfondire, c è forse in lui anche la strafottenza del romagnolo contro l ingrato destino. Ma anche l assenza di desiderio di rivalsa o di vendetta contro chi l ha costretto forzatamente, togliendogli la libertà. Rumagnola A vegh par la mi strê Incontra a la mi guëra, S'a chésch a chésch in tëra Zidenti a ch'i m' tô so Romagnola Vado per la mia strada Incontro alla mia guerra Se casco, casco in terra Accidenti a chi mi toglie su rialza Spallicci, arrivato agli ottant anni, alla cena del festeggiamento scrisse una specie di testamento politico per sottolineare, con forza e consapevolezza, alcuni principi informatori della sua esistenza

16 Utant énn Utant enn, e se adéss am volt indrì Ad tot quel ch aj ho fat a n sò pintì E s a n ho mess da cant un patrimoni A poss ciamé è mi cor a testimoni Che par tota la vita, tota intira A n ho mai e pu mai mudé bandira, Neca quand che a la longa de camen A m n adaseva ch a sera pr i spen. E adess ch a so za in chev d la mi calera Nech se j aferi i n aress tot a péra A so cuntent s a poss srer e mi livar E la fen dl ultum foj d arivé a scriver: Par tot e mi lavor A sò cuntent d un fior Ottant anni Ottant anni, e se adesso mi volto indietro Di quanto ho fatto non sono pentito E se non ho messo da parte un patrimonio Posso chiamare il mio cuore a testimonio Che per tutta la vita, tutta intera Non ho mai mutato bandiera, Anche quando lungo il cammino Mi accorgevo che ero sulle spine. E adesso che sono già in capo al mio sentiero Anche se gli affari non riescono tutti a paro Son contento se posso chiudere il mio libro E alla fine dell ultimo foglio poter scrivere: Per tutto il mio lavoro Son contento d un fiore (Marina di Ravenna, Trebbo dei quattro venti, 1966)

17 9.Spallicci era il dialetto Al termine di questa carrellata sui vari significati e toni del dialetto del nostro grande poeta ci si convince che solo leggendo le sue poesie si può conoscere Spallicci, perché lui era il dialetto, la Romagna dialettale. Se questa è la conclusione, allora è positiva anche la risposta alla domanda posta in apertura: Spallicci, se fosse nato un secolo dopo, avrebbe saputo mirabilmente descrivere la sua Romagna come allora? Il dialetto, infatti, è stato quasi ovunque soppiantato dalla lingua unificatrice nazionale, seppure ancora riposto nel cuore dei romagnoli, non solo anziani, affinché possano conservare le radici del proprio passato. Spallicci, anche cent anni dopo, avrebbe saputo trasporre in dialetto, da un lato molti dei modi di dire, e persino dei neologismi tecnici inglobati dalla lingua italiana, e dall altro avrebbe riflettuto, in piena libertà espressiva attraverso l atavico dialetto, rivelando, meglio che in italiano, la mitezza e la gentilezza del suo carattere, tutt uno con la sua poesia. Avrebbe cioè saputo contrapporre la nobiltà del dialetto al fittizio splendore del linguaggio e dei valori accademici (bella immagine suggerita dallo storico Andrea Ciotti, 1992). Certo, non mancano le geremiadi sulla fine del dialetto; Tonino Guerra pure lui grande poeta dialettale ci ha più volte detto che la poesia romagnola (non la cultura) non esiste più: è rimasta come fatto d élite, di pochi studiosi ed appassionati, il romagnolo non sarebbe più una lingua viva ma un espressione morta, una nostalgia, una sorta di culto del passato. Ma non tutti ne sono convinti. Basta prendere un altro grande romagnolo, Federico Fellini, mentore dello stesso Guerra, per scoprire l elogio del dialetto. Dice Fellini in una intervista a Walter Della Monica (1976), antecedente di almeno un decennio al pensiero espresso da Guerra: Il dialetto è la lingua dell esperienza, l espressione cioè della tradizione e della stratificazione dei tramandi culturali. È la chiave di volta per capire da dove veniamo e quindi può darci un orientamento... Non è che con questo propongo una ipotetica restaurazione del dialetto. Il dialetto non è solo un patrimonio lessicale inalterabile è una qualità, è la capacità dell uomo di scandire il proprio rapporto con la realtà, in accensioni metaforiche, in elaborazioni immaginifiche di grande intensità ed esattezza Nei miei film il dialetto è il linguaggio verbale più diffuso non solo per motivi di credibilità, di coerenza, di folklore o di suggestione (tutti motivi questi presenti anche

18 nella poesia di Spallicci, n.d.r.), ma perché il dialetto riesce ad esprimere una forza, una violenza visiva, folgoranti connotazioni di tipo storico, psicologico, sociologico, emotivo. Il dialetto, in definitiva è il riverbero più vivido, è una sonora, incessante metafora da proteggere e conservare. Basterebbero queste considerazioni felliniane per scoprire il grande valore della poesia di Spallicci, tanto più che la trasparenza e schiettezza dei suoi pensieri vengono esaltate a confronto dell italiano di oggi: la lingua non è ora solo un mezzo di comunicazione, ma di persuasione e di conquista (del consenso); utilizza un lessico che può dissimulare ad un tempo verità e menzogna, bene e male, scienza e fede, ecc. Molti vocaboli sono infatti divenuti ambigui, bivalenti, ossimori da usare alla bisogna. Del resto, già Ignazio Silone aveva previsto, molti anni fa, che sarebbe arrivato il giorno in cui i verbi parlare e mentire sarebbero stati sinonimi. Nella società disorientata e disarticolata di oggi (liquida, come direbbe Z. Baumann) ci sarebbe invece un gran bisogno della mitezza e del vigore, dell etica e della filosofia, di un laico mazziniano quale Aldo Spallicci. Chiudiamo con una sua poesia che ci illumina su come Spallicci fosse stato capace di creare nella sua opera una grande armonia fra vita e poesia, come solo la fede può fare. La bona, la santa puesì Sora i cúdal chi lostra par è fër, Sota é vent che marena al spìgh in fior E dri al strê ch a gli arsòna par i cherr Pin di frott de Signor, A j ò sintí cun tanta mi passion La parola ch la gverna tot é mond, E bàtar coma un cor in divuzión L anma dal cős intond Coma int na vampa ch la m passéss da drì A j ò canté, e quel ch a cant a cred Chè la bona, la santa puesì L à la forza dla fed La buona, la santa poesia Sovra le zolle che lustrano nel taglio del vomere, Sotto il vento che marezza le spighe in fiore Accanto alle strade che suonano pei carri Colmi di frutti del Signore, Ho sentito con tanta mia passione La parola che governa il mondo intero E battere come un cuore devoto L anima delle cose all intorno Come entro una vampa che mi passasse sul volto Ho cantato, e ciò che canto credo Ché la buona, la santa poesia Ha la forza della fede

19 Bibliografia Biondi M.A., Presenze femminili nella poesia di Spallicci, In Aldo Spallicci, studi e testimonianze, Soc. Studi Romagnoli, Ed. La Fotocromo Emiliana, Bologna, 1992: Callegati A., Aldo Spallicci uomo di Romagna, forte e gentile. Il Pensiero Romagnolo, Ceronetti G., Tutto il potere al turpiloquio. La politica della dismisura fa peggio della vecchia. Il Corriere della Sera, Ciotti A., Sentimento della natura, paesaggio interiore e figurazione poetica in Spallicci, In Aldo Spallicci, studi e testimonianze, Soc. Studi Romagnoli, Ed. La Fotocromo Emiliana, Bologna, 1992: De Giovanni N., Per Aldo Spallicci poeta la Romagna è ossigeno, L Avvenire d Italia, Della Monica W., Scusi, ma lei parla il dialetto? Il Resto del Carlino, Ercolani L., Il dialetto di Spallicci. In Aldo Spallicci, studi e testimonianze, Soc. Studi Romagnoli, Ed. La Fotocromo Emiliana, Bologna, 1992: Fabbri T., Prefazione all opera: La Romagna negli scritti di Aldo Spallicci, Maggioli Editore, 1983: Foschi U. (a cura di), La Romagna negli scritti di Aldo Spallicci, Maggioli Editore, 1983, pp 510. Marabini C., Gli ottant anni del fondatore della Piè. Un trebbo memorabile per Spallicci. Il Resto del Carlino, Marabini C., Piccolo vate di Romagna: anniversari. Spallicci. Il Resto del Carlino, Marabini C., Rilettura di Spallicci. In Aldo Spallicci, studi e testimonianze, Soc. Studi Romagnoli, Ed. La Fotocromo Emiliana, Bologna, 1992: Pieri D. e Biondi M.A., Introduzione a Identità culturale della Romagna, Opera Omnia di Aldo Spallicci, vol. 1.1, 1988: Pieri D., Biondi M.A., Il Plaustro: vicende e significato di un periodico militante. Introduzione, in Il Plaustro, , Ed. La Mandragora, 2012: VIII-XII. Pini I., Il senso del soprannaturale nella poesia di Aldo Spallicci, In Aldo Spallicci, studi e testimonianze, Soc. Studi Romagnoli, Ed. La Fotocromo Emiliana, Bologna, 1992: Schürr F., La voce della Romagna: profilo linguistico-letterario, Edizioni del Girasole, 1974, pp 270.

20 Spallicci A., Difesa della natura. In Identità culturale della Romagna, Opera Omnia, vol. 1.1, 1988: Spallicci A., Letteratura popolare e dialetti. In Identità culturale della Romagna, Opera Omnia, vol. 1.2., 1988: Spallicci A., Poesie in volgare di Romagna, Garzanti, 1961, pp 836. Zanelli G., Spallicci cantore della Romagna: Prose e poesie dell illustre esponente repubblicano. Il Resto del Carlino, Silviero Sansavini, Bertinoro, 6 ottobre 2013

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