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1 FERNANDA PALMA Influenze vinciane nel personaggio femminile dannunziano In I cantieri dell italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVIII congresso dell ADI Associazione degli Italianisti (Padova, settembre 2014), a cura di Guido Baldassarri, Valeria Di Iasio, Giovanni Ferroni, Ester Pietrobon, Roma, Adi editore, 2016 Isbn: Come citare: Url = Congresso?pg=cms&ext=p&cms_codsec=14&cms_codcms=776 [data consultazione: gg/mm/aaaa]

2 FERNANDA PALMA Influenze vinciane nel personaggio femminile dannunziano I personaggi femminili dannunziani, sulla scorta delle figure letterarie ottocentesche, sono caratterizzati da una bellezza funerea e rovinosa e presentano una natura multanime e soprattutto la tipica ambiguità sessuale e il «sorriso inesplicabile», caratteri propri dell arte vinciana. Non si tratta di una riproposizione del cliché ottocentesco, ma di una rielaborazione: nei ritratti femminili dannunziani confluiscono non solo le letture di Pater, Peladan, Barrés, ma anche il D Annunzio, estimatore del genio vinciano. Come i personaggi maschili sembrano ispirarsi a Leonardo, i personaggi femminili ricalcano le figure leonardesche e in particolare la Gioconda, archetipo della femme fatale. Quel sorriso appena accennato rende la donna dannunziana agli occhi del poeta imperscrutabile e inafferrabile o, meglio, un autentica vergine leonardiana, depositaria del segreto più profondo che custodisce e che cela dentro di sé. Nella letteratura europea di fine Ottocento si afferma il topos della femme fatale, che rintracciava nell immagine della Monna Lisa e della Medusa 1, opera quest ultima ritenuta erroneamente leonardesca, due referenti figurativi imprescindibili. Fu soprattutto la Gioconda ad affascinare i letterati. Celebre è il passo di Pater che «rese il tipo di donna fatale (con prospettiva spaziale e temporale, e sorriso alla Gioconda) così popolare, che negli anni intorno all ottanta fu di moda [ ] affettare l enigmatico sorriso». 2 Da quel momento la dame sans merci de fin de siécle, come è stata definita da Praz, presentò i tratti caratteristici della tele vinciane: l espressione ambigua e soprattutto il tipico «sourire à la Lise» 3, elementi/aspetti che diedero origine a molteplici letture. In questo panorama letterario D Annunzio operò le sue scelte ed elaborò il suo personaggio femminile, ricondotto dalla critica al topos (della femme fatale) di matrice decadente. «Fu il D Annunzio scrive Praz a presentare ai lettori italiani [ ] la donna fatale adunante in sé tutta l esperienza sensuale del mondo [ ]». 4 In linea con le interpretazioni ottocentesche, il personaggio femminile dannunziano presenta la celebre espressione vinciana e i tipici tratti della decadenza: la cosiddetta bellezza medusea dalla sguardo mortifero, intrisa di corruzione e malinconia, caratteristiche che le attribuiscono un fascino deleterio e rovinoso, aspetti ampiamente affrontati dalla critica. 5 La donna appare agli occhi del poeta una Nemica. Esemplificativa è l immagine di Andrea Sperelli, completamente inerme dinnanzi al fascino disarmante e oscuro di Elena: Andrea avrebbe dato qualunque prezzo per sottrarsi al supplizio che l aspettava ed era attratto da quel supplizio, nel tempo medesimo. Il suo sguardo, anche una volta, si levò alla parete rossa, verso il cupo quadro ove brillava la faccia esangue di Elena dagli occhi seguaci, dalla bocca di sibilla. Un fascino acuto e continuo emanava da quella immobilità imperiosa. Quel pallore unico dominava tragicamente tutta la rossa ombra della stanza. Ed egli sentì, anche una volta, che la sua triste passione era immedicabile. 6 1 Si tratta di un opera perduta di Leonardo, di cui parla il Vasari (cfr. G. VASARI, Lionardo da Vinci. Pittore e scultore fiorentino, ne Le vite de più eccellenti pittori e architettori italiani, nelle redazioni del 1550 e 1568, testo a cura di R. BETTARINI, commento secolare a cura di P. BAROCCHI, Firenze, S. P. E. S., 1976, IV vol., 23) e da molti e per tanti anni identificata con una delle due Meduse degli Uffizi. Oggi la critica è concorde nell attribuire il dipinto alla scuola fiamminga del XVII secolo. 2 M. PRAZ, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, saggio introduttivo di F. ORLANDO, Milano, Bur Alta Fedeltà, 2012, Ibidem. 4 Ivi, Cfr. G. BALDI, Le ambiguità della Decadenza. D Annunzio romanziere, Napoli, Liguori, 2008; S. MIGLIORE, Tra Hermes e Prometeo. Il mito di Leonardo nel Decadentismo europeo, presentazione di C. PEDRETTI, Firenze, Olschki, 1994, J.-P. Guillerm, Tombeau de Léonard de Vinci. Le peintre et ses tableaux dans l écriture symboliste et décadente, Lille, Presses universitaires de Lille, 1981; M. PRAZ, La carne. 6 G. D ANNUNZIO, Il Piacere, in IDEM, I romanzi della rosa, a cura di E. BIANCHETTI, Milano, Arnoldo Monadadori, 1959,

3 Se da un lato le letture decadenti hanno influenzato senza dubbio il D Annunzio letterato, 7 attento ad ogni moda culturale dell epoca, dall altro non bisogna trascurare il D Annunzio estimatore del genio vinciano e profondo conoscitore della sua opera, e soprattutto il D Annunzio «nobile amante di Monna Lisa», come egli stesso si definì (ne L uomo che rubò la Gioconda). 8 In effetti i riferimenti a Leonardo e alla sua opera sono molto frequenti negli scritti dannunziani. Basti pensare a Le Vergini delle Rocce, romanzo fondamentale nella parabola vinciana dannunziana. Infatti l influenza del maestro si evince non solo dal titolo (che riprende il nome di una nota tavola leonardesca La vergine delle rocce), ma soprattutto dalle numerose citazioni di passi vinciani o presenti nel corso della narrazione o preposte come epigrafi all inizio dell opera e ad alcune sue parti. Nel corso del romanzo, come nota Marinella Cantelmo, l artista vinciano «varca di persona, se così si può dire, le soglie del testo per entrare in scena come personaggio narrativo, in ragione del rapporto di amicizia intercorso tra lui ed un antenato del protagonista, Alessandro Cantelmo», divenendo «l artefice chiamato Prometeo». 9 Le connotazioni leonardesche proprie del personaggio femminile dannunziano non possono perciò essere ricondotte sic e sempliciter al cliché ottocentesco, ma scaturiscono senza dubbio da un attenta rielaborazione, i cui aspetti fondamentali sono rintracciabili negli scritti di evidente influenza vinciana. Quindi (in virtù del profondo legame che unisce/lega Gabriele D Annunzio a Leonardo e alla sua opera) quali tratti della donna dannunziana possono essere ricondotti alla personale lettura che D Annunzio fa della Gioconda? Punto di partenza sono le opere dedicate alla celebre tavola leonardesca e in particolare L uomo che rubò la Gioconda testo, che come i taccuini vinciani, non fu mai sottoposto all ultima revisione e quindi non destinato alla pubblicazione. Si tratta di una scrittura cinematografica, lasciata in stato di abbozzo, pubblicata postuma e per la prima volta nel 1938, datata «Fiume d Italia, 30 giugno 1920». 10 D Annunzio immagina di riportare in vita la donna ritratta da Leonardo attraverso il sacrificio inconsapevole della sua giovane amante Sonia. Quest ultima viene arsa in un rogo e le sue ceneri consentono alla dama vinciana di prendere vita. Il poeta ha finalmente dinnanzi a sé Lisa del Giocondo, immortalata dal genio di Vinci, la cui bellezza è stata resa eterna in quel ritratto. Inizialmente la donna appare disorientata, cerca più volte Leonardo con lo sguardo e la voce. Al contrario in quel frangente molteplici pensieri affollano la mente di D Annunzio, che dopo uno smarrimento iniziale pone alla donna un «interrogazione ansiosa e ostinata». Lisa non risponde e non appena il poeta ormai «delirante» per il prodigio avvenuto «accosta a quel sorriso la sua faccia sconvolta e pone le mani su quella carne insensibile, subitamente la figura si dissolve, scompare». 11 Inutili appaiono i tentavi «d inseguirla, di trattenerla, di afferrarla». 12 La donna dal «fascino perpetuo» scompare. L abbozzo si chiude con il ritorno al Louvre della tavola e graficamente con la celebre espressione «Tu non saprai giammai perché sorrido». 13 Dalla lettura del testo emergono alcune considerazioni. In primo luogo D Annunzio autore e protagonista maschile nel corso dell interrogazione «ansiosa e ostinata» dichiara apertamente a Lisa di averla cercata in tutte le sue amanti (e non sarebbe azzardato supporre biografiche e letterarie). Scrive: «Ho cercata te in tutte le amanti! Ho cercato il tuo sorriso su tutte le labbra voluttuose» e infine la implora di lasciarsi possedere di consentirgli di comprendere il suo mistero, parole pronunciate tanto al protagonista quanto all autore. Monna Lisa è sia l opera leonardesca a cui D Annunzio autore rende omaggio, a cui offre il suo ultimo tributo, sia la 7 Cfr. S. COSTA, D Annunzio, Roma, Salerno, G. D ANNUNZIO, L Uomo che rubò la Gioconda, in ID., Teatro, Milano, A. Mondadori, 1956, 1183; per la genesi dell opera cfr. C. VECCE, O divino primitivo. Leonardo in Campana, in O poesia tu più non tornerai. Campana moderno, a cura di M. VERDENELLI. Quodlibet, Macerata, , in part M. CANTELMO, Il cerchio e la figura. Miti e scenari nei romanzi di Gabriele D Annunzio, Lecce, Manni, 1999, G. D ANNUNZIO, L Uomo, 1199; P 11 Ivi, Ibidem. 13 Ivi,

4 protagonista femminile dello scenario, che a differenza della femme fatale di derivazione decadente perde tutte le connotazioni sensuali e rovinose e si contraddistingue unicamente per il mistero che cela dentro di sé e nel suo sorriso inestinguibile e imperscrutabile, tratti già presenti in Gorgon composta nel 1885 e Anima con labbra. Parlando della Gioconda ad Andrea Sperelli di poco posteriore alla prima, edita la prima volta nel 1889 e ripubblicata nel 1911 (anno del furto della tavola e anno in cui l autore probabilmente cominciò a dedicarsi alla stesura dell abbozzo cinematografico). Nella prima composizione il poeta descrive Medusa, attraverso i suoi tratti fisici, tipicamente decadenti «il pallor cupo», «i capelli aridi» dai «riflessi viola», e il sorriso «fulgidissimo e credule», proprio della Gioconda. Ma prosegue: «Quel sorriso tristamente / combattea con la dolcezza / de lunghi occhi e dava un fascino / sovrumano a la bellezza / de le teste femminili / che il gran Vinci amava». 14 Ritornano i due aspetti che caratterizzano la Lisa e le tele vinciane: il sorriso e l espressione che acquistano ancora una volta connotazioni sovrumane. Tuttavia i versi sembrano avere un intento puramente descrittivo. Ma in Anima con labbra. Parlando della Gioconda ad Andrea Sperelli «Una di quelle mute anime al fine/ un giorno mi parlava d improvviso; Anima con pupille sibelline, Anima con le labbra e con un riso, / un riso inestinguibile ed esiguo, / che le labbra effondean per tutto il viso /. [ ] Mi guardò e mi disse : - In vano, in vano, Giovine, t affatichi a penetrarmi. Il mio grande segreto è sovrumano». 15 La Lisa dannunziana non si caratterizza per la sua sensualità rovinosa e per il suo sguardo mortifero, elementi riconducibili maggiormente alla Medusa e al topos decadente della femme fatale e alla lettura del Pater. In effetti tra fine Ottocento e inizio Novecento, nella letteratura europea è possibile ricondurre le numerose interpretazioni a cui la Gioconda era stata sottoposta a due «filoni di giudizi»: il primo rintracciava nella dama ritratta da Leonardo «la femminilità misteriosa, con tutte le varianti di crudeltà e di ambiguità diabolica in cui confluiscono miti diversi, ma con lo stesso substrato angoscioso», mentre la seconda si soffermava (con Maurice Barrés e Gabrielle Seillas) maggiormente sul suo sorriso appena accennato che diveniva espressione di «una superiorità affascinante dovuta all intelligenza divina». 16 In linea con Barrès, D Annunzio focalizza l attenzione sul sorriso e sullo sguardo. Non si tratta però di un sorriso introspettivo; la donna non sorride a sé stessa (come in Barrès) e non si prende gioco dello spettatore: al sorriso leonardesco D Annunzio non attribuisce alcuna connotazione, non tenta di decifrare la sua espressione ambigua, che resta impenetrabile, accentuandone così la carica enigmatica. Il poeta chiede alla donna di svelargli il suo segreto, «Lasciati possedere! Lasciati conoscere!», esclama nella scrittura cinematografica, non azzarda una possibile interpretazione, come Water Pater nella celebre pagina dedicata a Monna Lisa. L impossibilità di comprendere genera nel poeta affanno e turbamento: l autore è disarmato dal suo sguardo e soprattutto vinto dall impenetrabilità del suo segreto. Infatti la donna non lascia possibilità di salvezza o, meglio, di comprensione. «Sola io contemplo, sola e senza voce, / un mar che non ha fondo e non ha lido. / O tu che soffri, il tuo soffrire è atroce, ma non saprai giammai perché sorrido». Su questi tratti riconducibili più alla rilettura dell autore che al topos ottocentesco e che consentono di delineare e comprendere la Lisa dannunziana, lo scrittore elabora pian piano il suo personaggio femminile, che presenterà numerosi tratti della Lisa decadente. Inizialmente i riferimenti alla Gioconda appaiono appena accennati, quasi velati e prevalgono i caratteri riconducibili al mito. Nel Piacere, Elena Muti (Piacere 1888 romanzo, pubblicato tre anni dopo Gorgon e un anno prima di Anima con labbra) ha 14 Gorgon è stata pubblicata per la prima volta sulla «Domenica letteraria Cronaca Bizantina» (23/08/1885), poi in Isaotta Guttadauro e quindi in Isotteo-Chimera. Cfr. G. D ANNUNZIO, Versi d amore e gloria, I vol., a cura di A. ANDREOLI e N. LORENZINI, Milano, Mondadori, 1989, La poesia compare per la prima volta sul «Corriere di Napoli» (15-16 agosto 1889), successivamente sul «Giornale d Italia» (25/08/1911), in seguito al furto della Gioconda dal Louvre. Cfr. G. D ANNUNZIO, Versi, V. RAMACCIOTTI, La chimera e la Sfinge. Immagini, miti e profili decadenti, Geneve-Paris, Slatkine, 1987, 37. 3

5 negli occhi e nella bocca un singolar contrasto di espressione: quella espressione, prosegue il poeta, spassionata, intensa, ambigua, sopraumana, che solo qualche moderno spirito, impregnato di tutta la profonda corruzione dell arte, ha saputo infondere in tipi di donna immortali come Monna Lisa e Nelly O Brien. 17 Al contrario Ippolita Sanzio protagonista del Trionfo della morte (edito nel 1894 e successivo alla pubblicazione di Gorgon e Anima con labbra) assume sembianze leonardesche più marcate. Scrive: «È molto bella. Il suo viso ha quasi sempre un'espressione profonda, significativa, appassionata. Qui sta il segreto del suo fascino. La sua bellezza non mi stanca mai; mi suggerisce sempre un sogno». 18 E prosegue: Di che si compone la sua bellezza? Non saprei dire. Materialmente, non è bella. Qualche volta, guardandola, io ho provata la sorpresa penosa di una disillusione. I suoi lineamenti mi sono apparsi nella loro materiale verità, non modificati, non illuminati dalla forza di un'espressione spirituale. Ella ha però tre divini elementi di bellezza: la fronte, gli occhi, la bocca: divini. 19 Cominciano a tratteggiarsi i tratti della Lisa dannunziana. Sembrerebbe che il poeta stia riflettendo a voce alta sul fascino della dama ritratta del Vinci: Ippolita, come Lisa, ammalia e seduce con lo sguardo, con l espressione: fronte, occhi e bocca. Lo scrittore avverte però la necessità di delucidare questi aspetti e offre al lettore un attenta spiegazione sull importanza che attribuisce all espressione. Scrive: L'espressione, questa cosa immateriale che s'irraggia nella materia, questa forza mutabile e incalcolabile che invade la maschera corporea e la transfigura, quest'anima esterna significativa che sovrappone alla precisa realtà delle linee una bellezza simbolica d'un ordine assai più alto e più complesso, l'espressione era il gran fascino d'ippolita Sanzio, essendo un motivo perpetuo di affetti e di sogni pel passionato pensatore. 20 Nella scrittura letteraria i tratti della Gioconda e delle figure ritratte da Leonardo (il mistero che si cela dietro lo sguardo ambiguo e quel sorriso appena accennato) consentono al D Annunzio di elaborare una figura femminile dinamica e mai statica, capace di generare molteplici emozioni e figurazioni nel «passionato pensatore», come avviene nell arte pittorica. La sua protagonista non deve avere una bellezza caduca o passeggera che prima o poi potrebbe sfiorire e risultare banale, ma distinguersi per il suo fascino eterno, come l immagine della Lisa, che incanta da secoli. A tal proposito D Annunzio si interroga su quel «qualcosa di indefinibile» che caratterizza le tele vinciane e sembra quasi implorare Leonardo: «O Leonardo, insonne Prometeo, sottile Ermete, bel semidio, quali Anime divine chiudesti ne le tue forme segrete?». Il poeta, ponendosi sulla scorta del suo maestro, tenta di racchiudere nei ritratti letterari delle sue donne il medesimo fascino delle vergini leonardesche e riesce nell impresa con Violante e soprattutto Foscarina. Violante, protagonista de Le Vergine delle rocce, pur riprendendo molti aspetti del topos della femme fatale, è incantatrice e rivelatrice, custode di un segreto inaccessibile, acquista caratteristiche soprumane: appare agli occhi di Claudio Cantelmo una vergine inviolabile, che come Ippolita, conserva quella «primitiva purità verginale» che non può essere violata, se non da «un Dio». Ma la mia inquietudine si faceva grave come un angoscia, quasi che un pericolo vero mi soprastasse. E non potevo non riconoscerne la causa nel turbamento che Violante mi dava di continuo con ogni suo atto. [ ] Ancora ella m incantava, se i miei occhi la guardavano. 17 G. D ANNUNZIO, Il Piacere, G. D ANNUNZIO, Trionfo della morte, in ID., I romanzi della rosa, cit., Ibidem. 20 Ibidem. 4

6 Seduta sul macigno come il primo giorno sul plinto, ella era simile alle statue immortali. Anche una volta io la considerai presente e pur discosta, come in quel giorno e ripensai: È giusto ch ella rimanga intatta. Ella non potrebbe essere posseduta senza onta se non da un dio. Giammai le sue viscere porteranno il difformante; giammai l onda del latte sforzerà il puro contorno del suo seno». 21 E sull espressione scrive: Violante rimase nella sua attitudine, tenendo fra le dita il suo velo: - impassibile, come se non avesse inteso. Ma io sentivo che le sue pupille non guardavano le cose, e mi turbai come se giungesse sino a me un raggio del fascino emanato dalla profondità occulta in cui era fisso il suo sguardo. 22 Tuttavia Violante sembra ancora un personaggio in fieri, sebbene molto vicina alla Lisa protagonista della scrittura cinematografica. Ne Il Fuoco, ultimo romanzo dedicato in toto alla figura di Leonardo, maestro incomparabile di Stelio Effrena, Foscarina sembra una vera e propria Monna Lisa moderna, capace di generare nel protagonista e nel lettore molteplici figurazioni. Stelio, scrive D Annunzio, «vedeva passare in lei quelle larghe onde di vita, quelle straordinarie espressioni, quelle luci e quelle ombre alterne; e non osava parlare». 23 E il suo sorriso, definito «infinito», offusca le connotazioni decadenti della donna: «Parole d ebrezza le sgorgavano dal cuore liberato, ma le sue labbra non osavano di proferirle. Ed ella sorrideva, sorrideva del suo sorriso infinito, silenziosa». 24 Foscarina diviene l alter ego letterario della Gioconda attraverso il suo sguardo e il suo sorriso, espressioni della sua superiorità: «la memoria di quel suo oscuro martirio, di quella sua povertà, di quella sua fame creava in lei un sentimento di superiorità reale su colui ch ella credeva invincibile». 25 Ella «Sorrise come colei che sapeva quel ch egli non doveva mai sapere, come colei che aveva vinto quel ch egli non avrebbe potuto vincere». 26 I tratti vinciani attribuiti a Foscarina non richiedono ulteriori delucidazioni, ma divengono tratti imprescindibili della donna dannunziana. Ella, in toto conforme all immaginario femminile leonardesco dell autore, pur consentendo a Stelio di appropriarsi dell ispirazione creativa che è in grado di offrirgli, conserva lo stesso fascino enigmatico e senza tempo delle figure leonardiane. La donna è consapevole della sua superiorità e del mistero che cela dentro di sé. Appare imperscrutabile persino alla madre: «Certe volte, quando ero più stanca e più tremante, sorridevo lungamente. E anche la benedetta [la madre], col suo cuore profondo, non poteva comprendere da che nascesse il mio sorriso». 27 Foscarina non richiama, non ricorda Lisa ma ne diviene a tutti gli effetti il corrispettivo letterario. Ella, allo stesso modo della donna ritratta dall artista di Vinci, Se bene [ ] fosse immobile, se bene [ ] tacesse, i suoi accenti famosi, i suoi gesti memorabili parevano vivere intorno a lei e vibrare indefinitamente come le melodie intorno alle corde che sogliono ripeterle, come le rime intorno al libro chiuso ove l amore e il dolore sogliono ricercarle per inebriarsene e per consolarsene. 28 E come Lisa incanta, rievocando mediante il suo fascino perpetuo «le più dolci anime e le più terribili». Scrive: 21 G. D ANNUNZIO, Le Vergini delle rocce, in ID., Romanzi e Novelle, Milano, A. Mondadori, 1959, Ivi, G. D ANNUNZIO, Il fuoco, in IDEM, Romanzi, cit., Ivi, Ivi, Ibidem. 27 Ivi, Ivi,

7 La fedeltà eroica di Antigone, il furore fatidico di Cassandra, la divorante febbre di Fedra, la ferocia di Medea, il sacrificio di Ifigenia, Mirra dinanzi al padre, Polissena e Alceste dinanzi alla morte, Cleopatra volubile come il vento e la vampa sul mondo, Lady Macbeth veggente carnefice dalle piccole mani, e i grandi gigli imperlati di rugiade e di lacrime, Imogene, Giulietta, Mirando, Rosalinda e Jessica e Perdita le più dolce anime e le più terribili e le più magnifiche erano in lei, abitavano il suo corpo, balenavano per le sue pupille, respiravano per la sua bocca [ ]. Così in una vastità senza limiti e in un tempo senza fine pareva ampliarsi e perpetuarsi il contorno della sostanza e dell età umana; pur tuttavia non da altro se non dal moto di un muscolo, da un cenno, da un segno, da un lineamento, da un battito di palpebre, da una tenue nutazione di colore, da una lievissima reclinazione della fronte, da un fuggevole gioco di ombre e di luci, da una fulminea virtù espressiva irradiata nella carne angusta e frale si generavano di continuo quei mondi infiniti di imperitura bellezza. 29 In conclusione nell elaborazione del personaggio femminile del poeta confluiscono sia la Lisa di derivazione decadente, Erma bifronte, intrisa di corruzione e melanconia, più volte analizzata dalla critica, sia la Lisa dannunziana ricostruita attraverso L uomo che rubò la Gioconda, Gorgon e Anima con labbra. Parlando della Gioconda ad Andrea Sperelli. Quell espressione imperscrutabile e quel sorriso appena accennato, aspetti su cui l autore indugia a lungo, sono tratti che derivano dalla personale lettura che il poeta fa delle dama vinciana. La donna dannunziana come la Gioconda conserva un qualcosa di indefinibile che la rende imperscrutabile e inafferrabile, o, meglio, un autentica vergine leonardiana depositaria del segreto più profondo che custodisce e che cela dentro di sé e che non può essere compreso, ma semplicemente percepito e immaginato. «Sorrise come colei che sapeva quel ch egli non doveva mai sapere, come colei che aveva vinto quel ch egli non avrebbe potuto vincere» Ibidem. 30 Ivi,

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