LA MEMORIA AFFIDATA A UN FUMETTO

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1 4 Storia memoria e Antologia 3 Letture e riflessioni, per non dimenticare IL PIACERE DI leggere RIFLESSIONI SULLA GUERRA Don L. Milani Obiettare o obbedire? p. 51 LA SECONDA GUERRA MONDIALE I. B. Singer Il potere della luce p. 53 LA SHOAH P. van Gestel Il rifugio segreto p. 57 P. Levi Hurbinek p. 62 LA MEMORIA AFFIDATA A UN FUMETTO A. Spiegelmann Maus p. 64 RICERCA DI PACE, GIUSTIZIA, BENESSERE AA. VV. L associazione Amnesty International p. 78

2 Il piacere di leggere Antologia 3 4. Storia e memoria Riflessioni sulla guerra Obiettare o obbedire? D a tempo avrei voluto invitare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo. Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola. Io l avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente. Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati 1 dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei. Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa. Mi riferirò piuttosto alla Costituzione. Articolo 11: «L Italia ripudia 2 la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli». Articolo 52: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia. Don Lorenzo Milani In Italia negli anni Sessanta il servizio militare era obbligatorio, ma molti giovani cominciavano a «obiettare», cioè rifiutavano di prestare il servizio militare per ragioni ideologiche e umanitarie. Nel loro Congresso Nazionale del 1965 alcuni cappellani militari, sacerdoti a cui fu affidata l assistenza spirituale di chi era sotto le armi, avevano sostenuto che l obiezione di coscienza era da considerarsi un insulto alla Patria e ai suoi caduti, oltre che un espressione di viltà. Don Milani allora rispose con questa lettera aperta diffusa pubblicamente attraverso i giornali dispensati: esonerati. 2. ripudia: respinge.

3 Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri, dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare 3 quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile? Basta coi discorsi altisonanti 4 e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L obbedienza a ogni costo? E se l ordine era il bombardamento dei civili, un azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l esecuzione sommaria dei partigiani, l uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l esecuzione di ostaggi, i processi sommari 5 per semplici sospetti, le decimazioni 6 (scegliere a sorte qualche soldato della Patria), una guerra di evidente aggressione, l ordine d un ufficiale ribelle al popolo sovrano 7, la repressione di manifestazioni popolari? Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta a volta detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte? Se siete ancora vivi e graduati 8 è segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la prova mostrando nel vostro comunicato di non avere la più elementare nozione del concetto di obiezione di coscienza. Non potete non pronunciarvi sulla storia di ieri se volete essere, come dovete essere, le guide morali dei nostri soldati. Oltre a tutto la Patria, cioè noi, vi paghiamo o vi abbiamo pagato anche per questo. E se manteniamo a caro prezzo l esercito, è solo perché difenda con la Patria gli altri valori che questo concetto contiene: la sovranità popolare, la libertà, la giustizia. E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all obiezione che all obbedienza. Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità. Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima. Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d odio, si son sacrificati per il loro malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano. Don L. Milani, Lettera aperta ai cappellani militari toscani, «Il Ponte», ottobre obiettare: opporre argomenti e consi dera zioni in contrasto a qualcosa (in questo caso alla cieca obbedienza). 4. altisonanti: solenni, ma sostan zial mente vuoti. 5. sommari: sbrigativi, senza una approfondita ricerca della verità. 6. decimazioni: grave forma di punizione consistente nel mandare a morte una persona (in questo caso un soldato) ogni dieci con estrazione a sorte. 7. un ufficiale sovrano: un ufficiale che rifiuta il principio della sovranità popolare, affermato dalle Costituzioni dei Paesi democratici. 8. graduati: i cappellani militari beneficiano del grado di ufficiale dell esercito. 52

4 Il piacere di leggere Antologia 3 4. Storia e memoria la seconda guerra mondiale Il potere della luce Durante la Seconda guerra mondiale, dopo che i nazisti avevano bombardato e bruciato il ghetto di Varsavia, nascosti tra le macerie c erano due ragazzi: David, di quattordici anni, e Rebecca, di tredici. Era inverno e il freddo era pungente. Da settimane Rebecca non lasciava la cantina parzialmente crollata che serviva loro da nascondiglio, ma ogni due o tre giorni David doveva uscire in cerca di cibo. I negozi erano stati distrutti dai bombardamenti, e a volte David trovava pane raffermo, scatolette e altre cose sepolte sotto le macerie. Farsi strada fra le rovine era pericoloso. Mattoni e calcina potevano colpirlo ed era facile smarrirsi. Ma se lui e Rebecca non volevano morire di fame, David doveva correre il rischio. Quel giorno il freddo era terribile. Seduta per terra, Rebecca era infagottata di tutti i vestiti che possedeva, ma non riusciva a scaldarsi. David era uscito molte ore prima, e Rebecca tendeva l orecchio nel buio per sentire il suono dei suoi passi. Sapeva che se David non fosse tornato, non le restava che morire. Improvvisamente sentì un respiro affannoso e il rumore di un fagotto lasciato cadere. David aveva ritrovato la strada di casa. Rebecca non riuscì a trattenere un grido: David! Isaac Bashevis Singer Un racconto meno amaro, pur nella tragica devastazione della guerra: la vicenda si svolge a Varsavia, città occupata durante la Seconda guerra mondiale dai nazisti, che instaurarono un regime di terrore; obbligarono più di mezzo milione di ebrei a vivere rinchiusi nel ghetto e uccisero tra il 1939 e il 1944 circa mila persone della resistenza clandestina. La città insorse dall agosto all ottobre del 1944, ma l insurrezione venne soffocata nel sangue dai tedeschi che demolirono per rappresaglia l 80% degli edifici della città. 53

5 Rebecca! Nell oscurità si abbracciarono e si baciarono. David disse: Rebecca, ho trovato un tesoro. Un tesoro? Formaggio, patate, funghi secchi e una scatola di caramelle E poi ho un altra sorpresa per te. Che sorpresa? Te lo dirò più tardi. Erano troppo affamati per continuare a parlare. Mangiarono voracemente le patate gelate, i funghi e un po di formaggio. Mangiarono anche una caramella. Poi Rebecca domandò: Che cos è adesso, giorno o notte? Dovrebbe ormai essere calata la notte rispose David. Aveva un orologio da polso e seguiva l alternarsi del giorno e della notte e il trascorrere dei giorni. Dopo un po Rebecca domandò ancora: Qual è la sorpresa? Rebecca, oggi è il primo giorno di Hanukkah 1, e sono riuscito a trovare una candela e dei fiammiferi. Stanotte è Hanukkah? Sì. Oh, Dio mio! Benedirò la candela di Hanukkah disse David. Accese un fiammifero e balenò un po di luce. Rebecca e David videro il loro nascondiglio: mattoni, tubi e terra battuta. Venne accesa la candela. Rebecca batté gli occhi. Per la prima volta in tante settimane poteva osservare David. Il ragazzo aveva i capelli arruffati e la faccia rigata di sporco, ma i suoi occhi brillavano di gioia. Nonostante la fame e le persecuzioni, David si era fatto più alto, e pareva più uomo e più adulto della sua età. Erano molto giovani, ma avevano deciso di sposarsi se fossero riusciti a fuggire da Varsavia tormentata dalla guerra. Come pegno di fidanzamento, David aveva dato a Rebecca una monetina luccicante, che si era trovato in tasca il giorno in cui era stato bombardato lo stabile nel quale entrambi vivevano. David benedì la candela e Rebecca rispose: Amen. Le loro famiglie erano morte, e c erano altri motivi per prendersela con Dio che aveva mandato loro tanti dolori, ma la luce della candela portò la pace nella loro anima. Quel fioco alone di luce, circondato dalle ombre, sembrava dire senza parlare: Il male non ha ancora vinto, c è ancora una scintilla di speranza. Da tempo i due ragazzi progettavano di fuggire da Varsavia, ma come fare? I nazisti sorvegliavano il ghetto giorno e notte. Ogni movimento costituiva un pericolo. Rebecca continuava a rimandare la fuga. Durante l estate sarebbe stato più facile, ripeteva spesso, ma David sapeva bene che nella loro situazione c erano 1. Hanukkah: è una festività ebraica, conosciuta anche con il nome di Festa delle luci. 54

6 poche possibilità di resistere fino ad allora. Da qualche parte nelle foreste c erano uomini e donne, partigiani, che combattevano gli invasori nazisti. David voleva raggiungerli. Alla luce della candela, Rebecca improvvisamente trovò coraggio. David andiamocene disse. Quando? Quando ti sembra venuto il momento rispose la ragazza. Il momento giusto è adesso affermò David. Ho un piano. A lungo David spiegò i dettagli del suo piano a Rebecca. Era rischiosissimo. I nazisti avevano recintato il ghetto con il filo spinato e sentinelle armate di mitragliatrici stavano appostate sui tetti circostanti. Di notte i riflettori illuminavano ogni possibile uscita dalle rovine del ghetto. Ma nei suoi vagabondaggi tra le macerie David aveva trovato un pertugio che portava alle fogne; seguendo le fogne pensava di poter arrivare dall altra parte del filo spinato. David spiegò a Rebecca che le possibilità di farcela erano pochissime. Potevano annegare nell acqua sporca, potevano congelare. Inoltre, le fogne erano piene di topi affamati. Ma Rebecca fu d accordo di correre il rischio. Se restavano nella cantina per tutto l inverno sarebbero certamente morti. Quando la luce di Hanukkah cominciò a crepitare e tremolare e fu sul punto di spegnersi, i due ragazzi raccolsero le loro poche cose. Rebecca avvolse il cibo rimasto in un pezzo di tela. David prese i fiammiferi e un tubo di piombo come arma. Nei momenti di grave pericolo si diventa straordinariamente coraggiosi. David e Rebecca si misero in cammino tra le rovine. Incontrarono passaggi così stretti da dover strisciare sulle ginocchia e sulle mani. Ma il cibo che avevano appena mangiato e la gioia provata per la candela di Hanukkah davano loro il coraggio di continuare. Finalmente David ritrovò l ingresso della fogna. Fortunatamente il liquame era ghiacciato, e sembrava che i topi se ne fossero andati a causa del freddo estremo. Di tanto in tanto i due ragazzi si arrestavano per riposare un po e per tendere l orecchio. Poi ricominciavano a strisciare in avanti lentamente e cautamente. Improvvisamente si immobilizzarono. Da sopra le loro teste si sentiva lo sferragliare di un tram. Avevano superato i confini del ghetto. Adesso dovevano trovare il modo di uscire dalle fogne e poi di lasciare la città il più in fretta possibile. Quella notte di Hanukkah fu una notte piena di miracoli. I nazisti, temendo attacchi nemici, avevano ordinato l oscuramento totale. Così David e Rebecca riuscirono a uscire dalle fogne e ad abbandonare di soppiatto la città senza essere catturati. All alba raggiunsero la foresta, e finalmente poterono riposarsi e mangiare qualcosa. 55

7 Sebbene i partigiani non fossero molto lontani da Varsavia, David e Rebecca ci misero una settimana a raggiungerli. Si spostavano di notte e durante il giorno restavano nascosti in qualche granaio o in qualche stalla. Infatti c erano contadini che aiutavano furtivamente i partigiani e chi fuggiva dai nazisti. Di tanto in tanto David e Rebecca ricevevano un pezzo di pane, una patata, una rapa, o qualsiasi altro cibo del quale i contadini potessero privarsi. In un villaggio incontrarono un partigiano ebreo che era giunto lì in cerca di cibo per il suo gruppo. Apparteneva all Haganah, un organizzazione che da Israele mandava uomini in Polonia per salvare i profughi ebrei dai nazisti. Il giovane partigiano portò i due ragazzi dai suoi compagni che battevano la foresta. Dopo l incontro con i partigiani, la vita di David e Rebecca divenne simile a una pagina di un libro di storia. Si unirono ad altri fuggiaschi il cui unico desiderio era quello di raggiungere la terra d Israele. I. B. Singer, Il potere della luce, Mondadori 56

8 Il piacere di leggere Antologia 3 4. Storia e memoria o una volta sono stato in bicicletta dietro a mio padre mi Iha portato fino a Deventer spiegò Zwaan con aria trasognata. È stato durante la guerra. Sì dissi me l hai già raccontato. Ma perché ci siete andati? Siamo andati da zio Piet e zia Sonja abitano a Deventer: zio Piet era un vecchio compagno di studi di mio padre, io porto il suo nome, è per lui che mi chiamo Piet. È stato nella primavera del 41, avevo quasi cinque anni Per tutto il viaggio mio padre non ha fatto che chiacchierare, ma io lo capivo a malapena, perché stavo seduto dietro e c era vento. Il viaggio non finiva mai, di tanto in tanto ci fermavamo e ci mettevamo sotto un albero. Perché non siete andati con il treno? Dopo lo zio Piet mi ha raccontato che mio padre aveva paura dei treni; mi ha detto anche che quando vedeva dei crucchi o degli uomini in nero, mio padre si fermava sempre vicino a un alla SHOAH Il rifugio segreto Peter van Gestel Questa storia si svolge nell estate del 1947 ad Amsterdam; è la storia dell amicizia tra Thomas Vrij e Piet Zwaan sullo sfondo di un paese devastato dalla guerra. È inverno, un lungo inverno che sembra non finire mai, ma che poi, come tutto, è passato, si è sciolto come neve al sole. Lentamente, attraverso i racconti di Zwaan, Thomas scopre che cosa in realtà è accaduto durante l occupazione nazista dell Olanda: Zwaan è ebreo e per salvarsi ha trascorso quattro anni nascosto in una soffitta, a volte chiuso in un armadio, a leggere. 57

9 bero. Dei crucchi e degli uomini in nero io non mi ricordo niente, ma degli alberi sì. Ci sedevamo con la schiena appoggiata al tronco: lui aveva tutto il tempo del mondo, ogni tanto mi passava una mano tra i capelli, e io per la prima volta nella vita ero finalmente da solo con mio padre, me la, mmh com è che dici tu? Te la godevi un mondo? Ecco, esatto: me la godevo un mondo. Cosa siete andati a fare da zio Piet e zia Sonja? chiesi. Allora non lo sapevo. Mio padre diceva: ti devi rimettere, sei troppo pallido, la vita ad Amsterdam non ti fa bene. Adesso so che ci andai a vivere in clandestinità. Cosa vuol dire clandestinità? Zwaan mi guardò. Non lo sai? No. Continuò a guardarmi. È quando i crucchi non sanno dove sei e non ti possono trovare, sempre che qualcuno non faccia la spia. Zio Piet è medico ha una casa grande, con una grande soffitta. Lì c era il mio letto e di sera di solito scendevo al piano di sotto be, se era tranquillo qualche volta uscivo anche fuori, ma non dovevo mai allontanarmi tanto da non vedere la casa. Una volta però mi sono perso, ho ritrovato la casa solo dopo un paio d ore. Zia Sonja piangeva, zio Piet era arrabbiato, ma non troppo sono stato là fino a quasi un anno dopo la liberazione. Non andavi a scuola? Zwaan scosse lentamente la testa. Hai freddo? chiesi. Lui scosse di nuovo la testa. Nemmeno io. Di sera zio Piet mi dava lezioni ho imparato a leggere presto. Quanto leggevo I primi anni non mi sembrava strano vivere là, solo l ultimo anno ho cominciato a chiedere A chiedere cosa? Volevo sapere dei miei genitori. A volte non riuscivo a dormire perché non mi ricordavo più nemmeno che aspetto avessero. Com è possibile? Tuo papà e tua mamma? Avevo quattro anni quando ho visto per l ultima volta i miei genitori, e dopo non ti ricordi quasi più niente di quando avevi quattro anni. 58 Mentre mi incamminavo dietro a Zwaan, non mi sembrava nemmeno mercoledì, l unico pomeriggio della settimana in cui non avevamo scuola, mi sembrava uno di quei giorni in cui non importa se è giovedì, venerdì o qualsiasi altro erano tutti uguali, e quello era semplicemente un giorno mio e di Zwaan.

10 Che fine avevano fatto suo papà e sua mamma? Non chiesi niente, lui camminava, camminava, di tanto in tanto indicava qualcosa e rideva. Si poteva ridere di diverse cose: di un gatto che stava in una carrozzina con un maglione addosso o di un cane che veniva cacciato via da tutti i posti dove voleva fare pipì. Ma si poteva anche non ridere; io quel pomeriggio non risi. Lungo il canale camminammo uno accanto all altro senza chiacchierare. Dopo la lunga passeggiata Zwaan era piuttosto pallido, dovevo tirarlo su di morale. Vicino alla Fokke Simonszstraat ci fermammo. Non mi piace la Fokke Simonszstraat lì spesso i ragazzi grandi per noia ti tirano in testa qualcosa. Quella strada dà su un vicolo di quelli che fanno paura Finito il vicolo si arriva al Lijnbaansgracht e lì si può tirare un respiro di sollievo. Conosci il vicolo tortuoso? chiesi. No disse Zwaan. È da paura, davvero terrificante spiegai. Vieni, dai, ci passiamo veloci veloci. Che c è di divertente? brontolò lui. Perché dovrei andare in un vicolo terrificante? Come se non avessi abbastanza preoccupazioni. Imboccammo il vicolo. Non è nemmeno un vicolo notò Zwaan. È una fessura. Mi appoggiò una mano sulla spalla: forse così aveva meno paura. Non aver paura, piccolo Zwaan dissi. Ci sono qui io. Il vicolo faceva un paio di curve. Quando svoltammo la prima mi pentii di colpo dell impresa. Non lontano da noi c era Ollie Wildeman. Era appoggiato con la sua schienona contro un muro di mattoni luridi. Mi fermai, Zwaan mi venne addosso. Ollie Wildeman lanciava una vecchia pallina da tennis contro un muro, l afferrava con indifferenza e la lanciava di nuovo. Con lui c era un ragazzo che non conoscevo: era una testa più alto di lui, che già non era piccolo, e faceva esattamente la stessa cosa con un altra pallina. Si comportavano come se non si fossero accorti di noi. Ma sapevo bene che non era così. Vieni sussurrai a Zwaan filiamocela. Il ragazzo sconosciuto fece cadere la pallina, Ollie Wildeman le diede un calcio e la spedì verso di noi. Zwaan si chinò per restituirgliela. Giù le zampe, ebreo berciò Ollie Wildeman senza nemmeno degnarci di uno sguardo. Ma Zwaan aveva già dato un colpetto alla pallina. 59

11 Ollie Wildeman la raccolse lentamente. Vieni qua, Tommie mi ordinò. Adesso devi pulirla con la lingua. Questo non c entrava niente con i soliti scherzi che faceva a scuola. Non ci penso neanche dissi con voce roca. Il ragazzo sconosciuto rise. Hai dodici anni, Ollie continuai. Non fare il bambino. Non fu una buona idea. Vieni, Thomas fece Zwaan. Andiamocene. Correndo dietro a Zwaan inciampai. Lui mi aiutò ad alzarmi. «Zwaan è ebreo» pensai «come il vecchio Mosterd». Durante la guerra Mosterd aveva una stella gialla cucita sul cappotto. Zia Fie mi aveva detto che all epoca i crucchi avevano spedito tutti gli ebrei in Polonia a lavorare nei campi. Anche Zwaan era ebreo, magari suo padre e sua madre erano ancora in uno di quei campi. Lavorano in Polonia? chiesi. Chi? Tuo papà e tua mamma. No fece Zwaan. Perché non tornano? Sono stati uccisi. Uccisi? E perché? Dai crucchi? Dai sbottò Zwaan ti prego. Perché? Cosa perché? Perché sono stati uccisi? Perché avevano più di due nonni ebrei. Non feci altre domande. Zwaan sapeva tutto e io niente, dovevo rassegnarmi. Adamo ed Eva erano ebrei? Zwaan rise. Perché ridi? Perché non me lo sono mai chiesto rispose. Perché se Adamo ed Eva erano ebrei allora siamo ebrei tutti quanti, no? No replicò Zwaan. Poi è cambiato qualcosa. Non vuoi parlarne, eh? Mah I crucchi erano arrabbiati con gli ebrei? Dai, smettila! Combattevano gli uni contro gli altri gli ebrei e i crucchi? Zwaan sospirò. No spiegò non combattevano tra di loro. Nei campi i crucchi avevano fucili e cose del genere, e gli ebrei avevano al massi- 60

12 mo vecchi spazzolini da denti. Sono stati assassinati. Sono stati uccisi quando non erano che pelle e ossa. Come sai tutte queste cose? A Deventer nessuno voleva dirmi niente, ma allora c era la guerra, nemmeno zio Piet e zia Sonja sapevano tutto. Moltissime cose me le ha raccontate Bet. Una volta che siamo andati a fare una passeggiata insieme, dopo la guerra, mi ha detto: ma come cammini strano. Sì, Thomas, anche a camminare sulle strade lunghe si deve imparare, non si riesce a farlo da un giorno all altro. Bet ha detto: sai a malapena camminare, ragazzino, ma c è qualcosa che sai fare? Leggere e scrivere? Io ho detto a Bet: sapevo leggere già prima dei sei anni, e scrivo quasi bene come zio Piet. Sei una cima, Zwaantje. Ma quale cima. Libri, libri e libri, che altro avevo? Negli ultimi tempi dovevo rimanere chiuso in casa tutto il giorno. Non facevo altro che leggere. Zio Piet la sera a tavola mi chiedeva: cos hai letto oggi? E io glielo raccontavo. Dopo mi dava lezioni di aritmetica, storia e cose del genere. E le ragazze? Non mi dire niente sbottò Zwaan. Negli anni della guerra, quando ero a Deventer e dovevo stare chiuso in casa, le ragazze non le vedevo mai, leggevo di loro sui libri Dopo la liberazione, quando le vidi in giro dappertutto, mi venne un colpo, non sapevo che ci fossero così tante ragazze, e si assomigliavano tutte: ridevano e portavano nastrini arancione e vecchi maglioni o cardigan, camminavano con gli zoccoli e ballavano e saltellavano e gridavano e mi giravano intorno, mi facevano diventare matto, poi ne vidi una non ballava come le altre, se ne stava lì con il suo faccino pallido in mezzo a tutte quelle ragazzine scatenate e non aveva nessun nastro arancione sul maglione, proprio come me, e aveva i capelli neri e non portava gli zoccoli ma delle vecchie scarpe alte e delle spesse calze di lana a quadri, e aveva le gambe bianche e quasi più magre delle braccia. Mi avvicinai e le chiesi: sei stata nascosta anche tu? Allora lei si spaventò e mi disse: non sono affari tuoi, e poi corse via e io la cercai per tutto il giorno senza trovarla. La sera a letto scoppiai a piangere come un disperato Zwaan guardò il pavimento e non disse più niente. Non l avevo mai visto piangere, non è da lui, mentre a me capita spesso. passai metà della notte in bianco riprese Zwaan e quando finalmente mi addormentai la sognai. Dio, com era calma e carina, una cosa pazzesca, ma dopo quel giorno non la rividi mai più. P. van Gestel, Come neve al sole, Feltrinelli 61

13 Il piacere di leggere Antologia 3 4. Storia e memoria la SHOAH Hurbinek Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena. Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava accanto alla cuccia di Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno Primo Levi Nei primi giorni del gennaio 1945 sotto la spinta dell Armata Rossa ormai vicina, i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta i lager del distretto di Auschwitz. I prigionieri sani furono trasferiti in altri campi, mentre i malati furono abbandonati a loro stessi. Nell infermeria rimasero in ottocento; di questi cinquecento morirono delle loro malattie, di freddo e di fame prima che arrivassero i russi, ed altri duecento, malgrado i soccorsi, nei giorni immediatamente successivi. Tra essi vi era Hurbinek. 62

14 più che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità. Henek invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge, immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta e paziente. Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo». Nella notte tendemmo l orecchio: era vero, dall angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata; o meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome. Hurbinek continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavamo in silenzio, ansiosi di capire, e c erano fra noi parlatori di tutte le lingue d Europa: ma la parola di Hurbinek rimase segreta. No, non era certo un messaggio, non una rivelazione: forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire «mangiare» o «pane»; o forse «carne», in boemo, come sosteneva con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua. Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all ultimo respiro, per conquistarsi l entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole. 63 P. Levi, La tregua, Einaudi

15 Il piacere di leggere Antologia 3 4. Storia e memoria la memoria affidata a un fumetto Maus Art Spiegelmann Siamo abituati a pensare ai fumetti come a storie di evasione e intrattenimento, con contenuti per così dire «leggeri». Ti accorgerai leggendo questo testo che anche i fumetti possono trattare argomenti molto seri. Il racconto è ambientato ai nostri giorni, in Germania. Il vecchio padre, Vladeck Zylberberg, si reca a trovare il figlio, Artie, che gli domanda di aiutarlo a ricostruire la storia della sua famiglia. Vladeck, polacco di origine ebraica, è sempre stato piuttosto reticente e non ha mai voluto raccontare i terribili giorni dell occupazione nazista e il successivo internamento ad Auschwitz. Artie però ha bisogno di comprendere la propria storia e finalmente riesce a convincerlo. 64 Albero genealogico di Artie Zylberberg Ti presentiamo un albero genealogico con i personaggi che incontrerai nel fumetto. Potrà esserti utile per orientarti nella vicenda. Coniugi Karmia (nonni di Anja) Madre di Anja (nonno di Artie) Padre di Anja (nonno di Artie) Madre di Vladeck (già morta) Padre di Vladeck (nonno di Artie) Lona-Loleck Anja (madre) Vladeck Zylberberg (padre) Fela Artie Zylberberg

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28 77 A. Spiegelmann, Maus, Einaudi

29 Il piacere di leggere Antologia 3 4. Storia e memoria ricerca di pace, giustizia e benessere L associazione Amnesty International Chi siamo Amnesty International è un organizzazione non governativa indipendente, una comunità globale di difensori dei diritti umani, fondata nel 1961 dall avvocato inglese Peter Benenson, che lanciò una campagna per l amnistia 1 dei prigionieri di coscienza 2. Conta attualmente due milioni e duecentomila soci, sostenitori e donatori in più di 150 paesi. La Sezione Italiana di Amnesty, costituitasi nel 1975, conta oltre soci. La visione di Amnesty International è quella di un mondo dove i diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani 3 e dagli altri documenti sulla protezione internazionale siano riconosciuti, garantiti e tutelati. Amnesty svolge ricerche e azioni per prevenire e far cessare gravi abusi dei diritti all integrità fisica e mentale, alla libertà di coscienza e di espressione e alla libertà dalla discriminazione 4. Amnesty, inoltre, denuncia gli abusi commessi dai gruppi di opposizione, assiste i richiedenti asilo politico (si veda il riquadro Il diritto di asilo a p. 81), sostiene la responsabilità sociale delle imprese e si batte per un trattato internazionale sul commercio di armi. Autore Amnesty International si oppone incondizionatamente alla pena di morte, una violazione dei diritti umani fondamentali. 1. amnistia: condono della pena. 2. prigionieri di coscienza: «prigioniero di coscienza» è un termine coniato dal l organiz zazione interna zionale Amnesty International che si batte in difesa dei diritti umani. Il termine si riferisce a chiunque venga imprigionato in base ad alcune caratteristiche: razza, religione, colore della pelle, lingua, orientamento sessuale e credo politico, il tutto senza aver usato o invocato l uso della violenza. 3. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è un documento, firmato a Parigi il 10 dicembre 1948, la cui redazione fu promossa dalle Nazioni Unite perché avesse applicazione in tutti gli stati membri. 4. discri minazione: disparità di trattamento, specialmente nei confronti di particolari gruppi etnici, sociali, politici. 78

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