La bagarre di via Asti Profughi: tutti contro tutti

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1 La bagarre di via Asti Profughi: tutti contro tutti di MINUCCI EMANUELA La Stampa, 4 Luglio 2009 Alla fine dovra' arrivare il Prefetto Paolo Padoin a Palazzo civico per maneggiare (ed evitare ustioni sia alla maggioranza sia all'opposizione) la patata bollente dei profughi in via Asti. A chiedere che il numero uno di piazza Castello venga a relazionare in commissione modalita' e sviluppi di un trasferimento che sta dividendo la citta' e il mondo politico (sinistra compresa, a giudicare dai personaggi che manifestavano ieri mattina di fronte all'ex caserma: intellettuali ed ex politici di quell'area) sono stati gli stessi capigruppo. Gia', perche' la tradizionale riunione del venerdi' pomeriggio ieri, a gran richiesta e' stata convocata su questo delicato trasloco che dovrebbe avvenire entro la fine di luglio. Nel tentativo di vederci tutti piu' chiaro, sono quindi stati invitati (oltre al vicesindaco Tom Dealessandri) gli assessori competenti Domenico Mangone (Vigili urbani) e Marco Borgione (Assistenza). Alla fine pero', dal momento, che spetta allo Stato, cioe' al governo la competenza su temi come questo, la seduta dei capigruppo, partita con un acceso j'accuse del centrodestra (<<sono nove mesi che non trovate una sistemazione e adesso i profughi arrivano alla Gran Madre, una delle poche zone ancora tranquille della citta'>>), si e' risolta in bagarre, dal momento che la decisione non l'ha appunto presa ne' il sindaco, ne' gli assessori competenti, ne' tanto meno il centrosinistra, ma lo stesso Prefetto. Partiamo dal fuoco di fila di accuse partite dall'opposizione: <<Nella soluzione di un problema vecchio di nove mesi, il Comune continua a navigare a vista - ha attaccato il capogruppo di An-Pdl Roberto Ravello - trasferire i profughi significa soltanto trasferire i disagi e portare nuovo degrado in un'altra zona della citta'>>. E ha incalzato: <<Di fronte alle difficolta' nell'individuare una destinazione per i rifugiati, la soluzione e' a portata di mano: Chiamparino potrebbe far sgomberare uno dei centri sociali torinesi per destinarlo ad accogliere i richiedenti asilo>>. Duro anche il capogruppo di Pdl-Forza Italia Daniele Cantore: <<Il fatto e' che si sposta solo il problema da una parte all'altra della citta' e non sara' una soluzione definitiva. I residenti della Gran Madre hanno paura perche' sicuramente verranno lasciati soli e si troveranno ad affrontare, ancora una volta, un problema piu' grande di loro. La paura e' tanta. Come e' successo in altre parti di Torino, senza controlli la criminalita' si insinuera' in una delle poche zone ancora tranquille>>. E se il capogruppo della Lega Mario Carossa, come riportato dal capogruppo del Pd Andrea Giorgis soltanto due giorni fa si lamentava del fatto che <<per la giunta il degrado va sistemato solo in periferia>> riferendosi all'albergo sociale di via Ivrea, ieri la segretaria cittadina della Lega Elena Maccanti ribadiva: <<Occorre che la nuova ubicazione sia valutata attentamente, l'obiettivo infatti non deve essere consacrare isole felici o infelici, ma garantire la sicurezza dei cittadini ed il loro diritto a vivere tranquilli>>. A questo coro di critiche la risposta piu' efficace e' stata data dal capogruppo Pd Giorgis che ha ricordato: <<Il sito e' stato individuato dalla Prefettura, si tratta di un trasloco temporaneo dal momento che fra un anno in quella caserma arriveranno gli alpini, e il Comune ha soltanto dato la propria massima disponibilita' ad organizzare un trasloco necessario e urgente. La competenza in materie come questa e' del Governo. Stupisce che i rappresentanti locali delle forze politiche che governano non riescano a farsi ascoltare da Roma>>.

2 Ecco chi sono i profughi dell'ex S. Paolo di ADEN SHEIKH MOHAMED La Stampa, 6 luglio 2009 Ahmed, appena arrivato a Torino, mi racconta: <<Sono partito dalla Somalia 5 mesi fa. Eravamo in due e volevamo seguire un percorso piu' disagevole ma meno frequentato da quelli che scappano dall'inferno di Mogadiscio. Sud della Somalia. Confine col Kenya. Si aggregano a noi 5 ragazzi, due donne. Ci avventuriamo in Sudan per arrivare in Libia. Ad un certo punto il nostro camion viene fermato e sequestrato da bande armate sudanesi. Ci fanno scendere. Ci perquisiscono, prendono tutto. Io, il mio malloppo l'ho buttato fuori appena ci hanno fermati: ero abituato alle "sbarre" per estorcere soldi dai passeggeri. In cambio del camion hanno deciso di tenersi le due ragazze somale e un sudanese. Ci siamo ribellati. Uno dei sequestratori si avvicina a uno di noi, Farah, e gli spara. Chiede: qualcun altro ha pretese? Io pensavo a come recuperare il mio piccolo tesoro, 1500 dollari, l'assicurazione della vita. Siamo partiti con l'occhio rivolto a chi e' rimasto sul terreno...>>. Molti ragazzi che occupano l'ex S. Paolo hanno passato momenti simili. A volte si vergognano. Soprattutto le ragazze. Nel deserto, hanno patito sete e fame. Lungo la strada invisibile vennero buttati quelli che non ce la facevano o erano di peso. Quando arrivano in Libia vengono dirottati in piccoli paesi, gia' concordati con faccendieri libici. Consegnati alle autorita' locali, sono soggetti alle angherie, agli umori ed ai bisogni dei poliziotti. E nel Paese del Colonnello si e' fermi, quanto a diritti umani, a due secoli fa. Si pratica ancora la compravendita delle persone, schiavi alla luce del giorno. Ti vendono ad un agricoltore per 6 mesi, e il poliziotto si prende il tuo salario. Quando e se superi tutto questo ti servono i soldi per il barcone. I somali che sono arrivati in Italia li chiamano i Titanic! Sempre a rischio affondamento. Approdati in un paese amico (credevano) si sono trovati in una situazione impossibile. Dopo interviste su interviste, viene loro concesso il titolo di rifugiati. Poi sono lasciati a se stessi. Non conoscono la lingua, non hanno agganci, restano sbigottiti: ma come? L'Italia che sapevamo non e' questa! Cosa chiedono? Una casa, una catapecchia per la residenza; imparare l'italiano, formazione per lavorare. Molte associazioni li hanno aiutati. Le istituzioni potevano far meglio e in fretta. Il quartiere si e' comportato civilmente all'inizio, poi sono prevalsi malessere e intolleranza. Che a questa filiera si aggiungano ora persone che fino a ieri erano solidali, quando si ipotizza che dall'ex clinica i rifugiati possano finire in via Asti, fa cadere le braccia. La solidarieta' di sole parole non serve, mai. Prefetto, Comune e volontari possono fare un lavoro utile, senza escludere alcuno, per risolvere un problema della citta' e della regione.

3 La Spoon river dei profughi di Andrea Punzo Repubblica, 12 agosto 2009 «Non è giusto vivere così. Questo posto è un inferno, non c' è niente che funzioni, tutto è abbandonato. Noi siamo abbandonati. Ci hanno dimenticati e ora pensano di risolvere il problema spostandoci da un' altra parte. Solo alcuni e non tutti. Chi non potrà stare nelle caserma di via Asti dove andrà? Siamo arrivati dalla Somalia come rifugiati politici, non siamo assassini o terroristi. Abbiamo lasciato il nostro paese perché là c' è una maledetta guerra civile.» Hassan aveva 19 anni quando è fuggito dalla Somalia. Fermo su una delle porte di ingresso dell' ex clinica San Paolo scruta chi entra e guarda chi esce. Oramai a quasi un anno (era il 12 ottobre 2008) dall' occupazione della palazzina di corso Peschiera 180 conosce quasi tutti quelli (circa 300) che ci abitano. Hassan è la guida dentro un labirinto su cinque piani. «Siamo tanti, troppi e tutti in difficoltà - racconta nel suo italiano traballante - vorremmo poter stare meglio. E io vorrei poter avere un lavoro. Sono mesi ormai che cerco, ma senza trovare nulla. Eppure ho tutti i documenti in regola. Non chiedo tanto, qualche soldo che mi permetta di vivere dignitosamente, di scappare via da qui». UN PENSIERO che si ripete in questa «Spoon River» dei profughi di corso Peschiera. Ecco le loro voci. Abdinasir, 18 anni (Somalia):«Sono fuggito con mia mamma e mia sorella piccola. Siamo arrivati con un barcone carico in Sicilia, poi dopo numerosi viaggi siamo arrivati fino a Torino. Ci avevano detto che in Italia la vita era più facile». Ahmed Mohamed, 22 anni (Somalia):«Più rimango dentro queste mura e meno vedo la possibilità di stare meglio. Come tutti sono arrivato con una speranza e per ora non mi rimane che aspettare che cambi davvero». Abdi Alì, 22 anni (Somalia): «Studiavo in Somalia ma lì non c' era futuro. La guerra civile ha distrutto anche le poche certezze. Sono partito perché cercavo una vita migliore. Non pensavo di trovarmi in una situazione simile: un incubo». Ahmed, 24 anni (Somalia): «Questo posto è un inferno, non riesco ancora a credere che ci abbiano lasciato in questo stato. Dove sono finite tutte le promesse che ci avevano fatto? Dicono che dobbiamo andarcene, ma dove? Siamo uominio bestie?» Cabidir, 22 anni (Somalia): «Sono scappato dal mio Paese perché non avevo alcuna possibilità di salvezza. Sono arrivato in Italia con mille aspettative e ora a distanza di un anno mi trovo senza niente in mano». Mohamed, 21 anni: «In Somalia si dice: "Il ricco è colui che vive e il povero è colui che muore, in mezzo non esiste niente". Sono partito per l' Italia sperando di poter trovare la via di mezzo che mi permettesse di vivere dignitosamente. Fino a ora non c' è stato nient' altro altro che questo posto». Isaak, 20 anni (Somalia): «Secondo voi è giusto vivere così? Non credo che nessun italiano accetterebbe anche solo un istante di abitare qua: guardate, in questa stanza minuscola viviamo in otto. Chi può ha un materasso, gli altri sono costretti a vivere sdraiati sul pavimento». Mohamed Ahmed, 24 anni (Somalia): «Proviamo a sorridere nonostante tutto, proviamo a cavarcela con un pasto al giorno e senza poterci fare la doccia, proviamo a non scoraggiarci. Ma più passa il tempoe meno riusciremo a resistere. Adesso dov' è che ci vogliono portare? In una caserma? Siamo rifugiati politici mica assassini». Ali Mohaali, 60 anni (Somalia): «Basta salire un piano di scale e guardare dentro ogni stanza per avere idea di cosa sia tutto ciò. Invece di spostarci da un' altra parte senza risolvere i problemi perché non provano ad aiutarci realmente? Io sono uno tra i più vecchi e per me non è facile». Hajii, 50 anni (Somalia): «Sono quasi tre giorni che non possiamo più cucinare niente. Non possiamo neanche muoverci con l' autobus perché non abbiamo i soldi per comprarci il biglietto e rischiamo la multa». Mohamed Siyed, 25 anni (Somalia): «Viviamo in cinque in questo spazio che non è altro che una stanza di passaggio. Dormiamo stretti su due soli materassi, chi non ha il posto deve buttarsi per terra tra i rifiuti e la sporcizia. Peggio di così non poteva andarci». Mohamed, 20 anni (Somalia): «Siamo davvero stanchi. Vorremmo soltanto sapere che ne sarà del nostro destino, vorremmo sapere chi verrà trasferito e chi no, come decideranno? Perché nessuno ce lo spiega?» Adris, 24 anni (Sudan): «Nessuno ha capito che non basta trovare un tetto e dare un pasto per

4 risolvere i problemi. Saper comunicare è importante, se nessuno qua capisce l' italiano come può pensare di cavarsela fuori?» Abdoullah, 21 anni (Sudan): «Sono scappato per cercare un lavoro. Ho lasciato tutto e sono partito. Speravo di venire qua e trovarne uno sicuro che mi permettesse di mantenere chi della mia famiglia è rimasto in Somalia».

5 La battaglia dei rifugiati: sui profughi Torino e' stata insufficiente La portavoce all'onu: emergenza nazionale e locale di ACCOSSATO MARCO La Stampa, 14 luglio 2009 Sulla questione dei rifugiati l'italia e' un Paese in continua emergenza. Dieci anni fa c'erano 33 mila domande di asilo dalle popolazioni dell'ex Jugoslavia; quest'anno le richieste sono di poco superiori a quelle del 1999 ma e' ancora emergenza-profughi. A livello nazionale mancano risorse, a livello locale quanto sta accadendo a Torino tra l'ex clinica San Paolo e l'ex caserma di via Asti dimostra che non c'e' stata una cabina di regia>>. Laura Boldrini e' portavoce italiana per i rifugiati presso l'alto commissariato dell'onu. Che cosa significa <<e' mancata una cabina di regia>>? <<Se il risultato, a un anno dall'arrivo dei rifugiati a Torino, e' quanto si legge sui giornali, e' evidente che quanto e' stato fatto e' altamente insufficiente>>. Cos'e' mancato? <<Un percorso di integrazione che si possa definire tale mette queste persone in grado di camminare con le proprie gambe. Vorrei ricordare che parliamo di uomini e donne che non hanno scelto di cercare un lavoro in altri Paesi, ma di gente che sarebbe rimasta a casa, se avesse potuto. Mi risulta che solo per una parte di loro, una trentina, e' partito un programma di integrazione>>. Integrazione difficile: da un lato un quartiere felice perche' se ne andranno, dall'altro meta' di un altro quartiere che non li vuole... <<L'errore e' creare grandi centri di accoglienza. I grandi centri alimentano sempre preoccupazione, e sentirsi sotto assedio non giova, anche perche' spesso i giornali riportano di queste vicende soltanto i toni piu' accesi. Cosi' la popolazione e' spaventata e ostile>>. Invece? <<Occorrono soluzioni a misura di persona. Serve un progetto che li collochi anche nei piccoli Comuni, in gruppi minori, dov'e' piu' facile che i profughi, da problema, diventino risorsa>>. Un esempio? <<Nella Locride, in Calabria, alcuni sindaci di cittadine quasi spopolate hanno creduto nella presenza dei rifugiati. A Riace, ad esempio: il risultato e' che alcune classi non sono state tagliate perche' la presenza di figli di rifugiati ha fatto salire i numeri degli iscritti, mentre, sempre grazie a loro, sono stati riaperti laboratori di artigianato. La Regione Calabria e' la prima, in Italia, ad aver votato una legge per l'integrazione. Una legge per cui i rifugiati non sono un peso sociale>>. Un modello esportabile a Torino? <<Assolutamente. Soprattutto nelle grandi citta' come Torino o Milano. Sa quanti sono i rifugiati in Italia?>> Quanti? <<Circa 47 mila. In Germania 580 mila, 300 mila in Inghilterra. E sa quanti sono in lista d'attesa a Torino?>>. Quanti? <<Cinquecento. Non posso credere che in una citta' da 900 mila abitanti come Torino 500 rifugiati non possano diventare una risorsa. I rifugiati non sono qui per vivere di assistenzialismo>>. Comunque c'e' timore. Ieri e' stato organizzato un consiglio di Circoscrizione aperto. <<Le mele marce ci sono ovunque, e anche questo deve essere detto. Ma la maggior parte di loro puo' davvero diventare una risorsa>>. Finora, a Torino, hanno vissuto in condizioni disumane. Che diritti hanno queste persone? <<La legge prevede che siano assistiti per almeno sei mesi. In verita' io ritengo sia un periodo troppo corto. Questo e' l'anello debole del sistema: mentre abbiamo commissioni che fanno un lavoro accurato nel concedere lo status di rifugiato, mancano poi investimenti. Capita a Torino, ma anche in altri grandi centri urbani dove queste persone, ovviamente, tendono ad andare>>.

6 Profughi tra le case chic e la sinistra va in piazza Polemiche a Torino, l'integrazione difficile di BORGHESAN LUCIANO La Stampa, 4 luglio 2009 Leghisti e sinistra uniti contro i profughi della Somalia sotto casa. Divisi solo per rinfacciarsi le responsabilita' di chi ha scelto un'ex caserma, alle pendici dell'eremo. <<Chiamparino ha indicato il sito al prefetto>>, dice il Carroccio. <<Colpa dei ministri La Russa e Maroni>> ribattono i residenti vicini al governo di centrosinistra. Oltre duecento nordafricani saranno spostati dall'ex clinica di un quartiere semiperiferico (San Paolo) in quello che fu luogo di detenzione e tortura durante il fascismo. L'area demaniale, a poche centinaia di metri dalla Gran Madre e dal Po, e' circondata da palazzine di famiglie-bene, che gia' protestano per il prolungarsi serale dell'onda della movida proveniente dai Murazzi. E, all'annuncio del possibile futuro arrivo dei rifugiati - pur temporaneo -. Nel giorno in cui la clandestinita' e' divenuta reato, si presentano con un compatto <<Non qui!>>. Per motivi diversi, ma tutti contrari. Una quarantina di abitanti, ieri, si sono <<spontaneamente>> catapultati davanti alla garitta del possibile futuro centro di accoglienza. Pochi, ma di peso. A far breccia sono le donne del Carroccio. Giuliana Gabri (gia' consigliere comunale di An, figlia dell'ex presidente degli Avvocati di Torino), a nome dell'eurodeputato Mario Borghezio, <<impegnato a Roma>>, critica gli assessori Borgione e Mangone <<che vogliono ammassare un battaglione di somali>> in una zona tranquilla: <<A San Paolo la gente non ne puo' piu'. Si vuole replicare a danno di altri cittadini? Si cerchi un posto in campagna - dice Gabri -, dove possono lavorare la terra...>>. Certo, via Asti non e' adatta, <<ma la colpa e' del governo Berlusconi, le caserme sono del ministro La Russa, quello dell'interno e' Maroni, fanno il pacchetto sicurezza e si mettono in casa i clandestini?>> chiede Renzo Ciaiolo, gia' dirigente della Lega delle Cooperative e sponsor elettorale di Chiamparino. <<Chi sono questi somali? - domanda Alberto Nigra, che fu segretario provinciale e deputato per i Ds -. Non si mettono 200 persone tutte assieme, cosi' si sposta solo il problema. Si dovrebbero indicare criteri, consultare la popolazione...>>. Da Roma parla Borghezio: <<Ho informato Maroni della giusta protesta, il ministro non conosce la realta' torinese, esaminera' il caso>>. La Lega riprende vigore: Paola Gobetti, consigliere di Cavoretto-San Salvario, esperta di questioni di immigrazione: <<Ho chiesto un consiglio straordinario>>. Un crescendo di iniziative: l'avvocato Pier Luigi Amerio (fu segretario cittadino Pli ai tempi di Zanone sindaco) ha previsto per lunedi' mattina un incontro col presidente di Circoscrizione: il pittore Paolo Pisotti, del Comitato Borgo Po, ha fissato un vertice. Scende in strada anche Giuditta Miscioscia, commissaria della Croce Rossa di Torino, proprietaria della tv locale Rete 7, nota sensitiva della <<Torino che conta>> e amica del compianto Gustavo Rol: <<Abito qui da 26 anni>>. Signore eleganti e dai toni pacati, da tutte il messaggio e': evitare l'arrivo degli immigrati. <<Ne' populismo, ne' ideologismo - protesta il residente Carlo Marletti, sociologo universitario vicino alla sinistra -. Sono sbagliati i centri di permanenza cosi' pensati, con centinaia di persone. Anche i luoghi individuati non funzionano. Qui sono stati massacrati antifascisti, ebrei. Non diventera' un museo? O il demanio vuole farci poi residenze e speculare?>>. L'intellighentia sfida Chiamparino: <<Vedremo se sapra' scegliere una terza via>>. Il sindaco prende le distanze da chi difende il proprio cortile <<e mi indigna - sentenzia - chi lo fa contro il diverso, contro il nero>>. La sinistra collinare delude anche chi ha condiviso le sue battaglie: <<Chi sono questi somali?>> replica amareggiato Aden Mohamed Sheikh, ex ministro somalo poi incarcerato da Siad Barre e, fino al 2001, consigliere comunale per i Ds a Torino: <<E' gente scappata dalla guerra, ridotta alla fame, costretta alla schiavitu', molti di loro sono morti per attraversare il deserto, sui barconi... cercavano pace, lavoro, casa, non razzismo>>. Torino razzista? <<Lo si puo' essere anche nella solidarieta': non va bene borgo San Paolo? ne' la precollina? non nel proprio orto? Sia data una soluzione umana. O e' una vergogna!>>

7 La politica non sa decidere sui 200 somali di Marco Travaglio Repubblica, 5 luglio 2009 Caro Travaglio, Borgo San Paolo - quartiere operaio e rosso ha protestato per mesi contro l' occupazione e la gestione dell' ex clinica San Paolo da parte dei "rifugiati". Oggi si cambia e la caserma di via Asti - precollina - è il posto deputato a ospitare questi profughi: abbiamo già le prime proteste veementi dei residenti. Che fare? Amedeo Principe - Torino Sono nato e abito a due passi dalla caserma di via Asti. Insomma, conosco la zona, che non è per niente popolata da ricchi, né tantomeno da razzisti. E' un quartiere-paesone, il nostro, già abituato a convivere con alte concentrazioni di cittadini stranieri o extracomunitari che prima venivano rifocillati in un' ex chiesetta poi sconsacrata, o che si assiepavano la domenica in un centro di accoglienza poco distante, e che ora si danno convegno la domenica in un tempio ortodosso. Qualcuno s' è lamentato, qualcun altro no, cose che capitano quando arriva "il diverso". Ora, si dice provvisoriamente, è la volta di questi poveri profughi della Somalia. Duecento, tutti insieme. C' è chi ha paura, chi scende in piazza, chi storce il naso, chi fa finta di essere contento. Non voglio partecipare all' elevato dibattito che s' è aperto fra le forze (anzi, le debolezze) politiche, oltretutto fuori tempo massimo rispetto alla campagna elettorale, su chi sia il responsabile (o l' irresponsabile) della scelta. Non lo so e non m' interessa. La caserma è del ministero della Difesa, retto se non sbaglio dal camerata La Russa. Gli assessori che spostano il battaglione di profughi da un quartiere all' altro, come se si trattasse di merce ingombrante e non di persone umane, sono della giunta Chiamparino, cioè di centrosinistra. L' unico pensiero che mi viene spontaneo è che in tutto questo bailamme il vero assente sia la Politica, quella con la P maiuscola, altrimenti non si continuerebbe a sfuggire ai problemi scaricandoli di qua e di là. La questione dell' immigrazione, specie se - come in questo caso - riguarda profughi in fuga da una terra dilaniata dalle guerre, è praticamente irrisolvibile. Inutile negarlo, proponendo ricette facili e scorciatoie spicciative. Manca qualcuno che, con coraggio e autorevolezza, faccia un discorso chiaro ai cittadini, avvertendoli che ciascuno di noi, pro quota, dovrà farsene carico, pagando il giusto prezzo. Posto che i duecento somali non possono essere rimandati al loro paese, cioè al massacro, ci dicano quale futuro definitivo l' amministrazione ha in mente per loro, dopodiché sarà un dovere di tutti i torinesi collaborare. Purché la smettano di spostare la gente da un quartiere all' altro, come se giocassero a Risiko.

8 Tensione alla clinica ''E' una polveriera che sta esplodendo'' L'ex San Paolo stremata dai nuovi arrivi di ROSSI ANDREA La Stampa, 21 agosto 2009 Ahmed se ne sta seduto su un materasso lercio, la schiena appoggiata al muro davanti al televisore che trasmette la partita della Roma. <<Basta, sto diventando pazzo. Non e' vivere, questo. Mi trovassero un posto su un aereo partirei domani, tornerei a casa>>. C'e' un'aria torrida, nell'ex clinica San Paolo. Stringe la gola e mozza il respiro. Caldo violento. La polvere s'alza ad ogni passo. Uomini e ragazzi a torso nudo attraversano lenti i corridoi. Da mesi, qui, fanno la coda per usare il bagno. Oggi di piu': aspettano il loro turno ammassati contro il muro, entrano, buttano la testa sotto il tubo dell'acqua e se ne vanno ciondolando. <<Fa caldo, quasi come in Africa>>. Muhammad sorride con la poca forza che gli rimane prima di gettarsi sul suo materasso, dentro uno stanzone con i nomi degli ospiti scritti sul muro. A terra ce ne sono altri nove. Nove letti in venti metri quadrati. E l'odore di piscio tronca il fiato. <<Vivere cosi' e' disumano>>, sibila Fahrat, 42 anni, che qui e' tra i piu' anziani. Quasi 350 persone stipate tra calcinacci e vetri, sei piani sul punto di esplodere. Di recente hanno colonizzato un'altra ala, quella che da' su via Revello. Nel cortile adesso hanno piazzato un divano: giocano a scacchi; un ragazzo aggiusta una bicicletta. Un tempo le scale portavano dentro gli uffici della clinica, oggi si incespica al buio per finire dentro un altro frammento d'inferno, materassi e vetri in frantumi, lattine di mais usate come bicchieri, cibi consumati a mano, acqua che non basta per tutti. Anche le nuove stanze sono sature. Non basta mai. Il rudere di corso Peschiera continua a fronteggiare nuovi arrivi. Diri, 24 anni, somalo, e' arrivato dieci giorni fa. <<Ero a Bari, un amico mi ha detto: ''Vado a Torino dove ci sono gli altri somali''. L'ho seguito>>. Diri racconta che ne arriveranno altri, <<la voce si e' sparsa>>. E forse saranno altri guai. Le prime avvisaglie sono di qualche giorno fa: una serie di risse tra i rifugiati per contendersi posti letto che mancano, segno che la tensione cresce e il ping-pong sul trasferimento in via Asti rischia di trasformare l'ex clinica in una polveriera. <<Siamo divisi>>, ad Ali' Daud bastano due parole mentre si accende una sigaretta per raccontare la frattura che corre dentro questa palazzina, tra pentoloni sparpagliati e borsoni gettati a terra. Non e' vecchi contro nuovi. La faglia e' piu' profonda, ha a che vedere con il futuro di queste trecento e piu' persone. <<La caserma ci ha divisi. C'e' chi ci vuole andare e chi si rifiuta>>. Yusuf: <<Qualunque posto pur di uscire da quest'inferno>>. Fares: <<Tutti o nessuno, altrimenti non ci muoviamo. E niente polizia: siamo profughi non carcerati>>. Il sopralluogo di qualche giorno fa in via Asti non ha smussato gli spigoli: niente cucine ma fornelli, orari da rispettare, sorveglianza, divieto di far entrare estranei. <<Troppe regole, cosi' non va>>, dicono. Contano i pochi soldi arraffati chissa' dove ed e' un'altra contesa. <<Andiamo a comprare dell'acqua>>. <<No, sigarette>>. <<Acqua>>, dice secca una ragazza poggiando la mano sopra un passeggino vuoto. Il controviale di corso Peschiera e' vuoto e non e' colpa della citta' in ferie. Nessuno si fida a parcheggiare la' davanti. Arriva il furgone di un'associazione. Due volontari scaricano latte, pasta, mele, olio, fagioli, sardine, te, schiuma da barba. I rifugiati portano le casse su per le scale, altri li fermano. <<Da dove arriva questa roba? Chi l'ha portata? Noi non vogliamo niente. Non vogliamo la loro roba>>. Il volontario tira dritto e quelli si scansano. Se ne vanno masticando parole rabbiose. Ali' Daud scuote la testa. <<Qua dentro stiamo impazzendo>>.

9 I profughi del Darfur si ribellano agli orari decisi da Chiamparino di Diego Longhin Repubblica, 12 agosto 2009 «Perché tutti questi controlli? Questa è una prigione, ma noi non siamo detenuti». I profughi del Darfur che da più di un anno occupano abusivamente l' ex clinica San Paolo nel cuore di Torino si ribellano alle regole che il Comunee la prefettura vogliono imporre a fine agosto quando i 200 rifugiati verranno trasferiti in un' ex caserma ristrutturata. «Non vogliamo il coprifuoco, vorremmo essere liberi di uscire e di ricevere visite», dicono i primi profughi che ieri hanno visitato la struttura e hanno ricevuto la bozza di regolamento messa a punto dagli uffici dell' assessore all' Assistenza della giunta Chiamparino, Marco Borgione, e dalla prefettura. Due pagine di paletti ferrei. Si può entrare e uscire solo dalle 6 alle (salvo ragioni di lavoro), niente tv e computer dopo mezzanotte, non è permesso l' ingresso nelle camerate di amici e conoscenti, e si può cucinare solo fino alle Ma le regole non sono finite: chi vuole uscire dal centro per brevi periodi? Deve dirlo 12 ore prima. E con un' assenza non motivata superiore ai due giorni si è sbattuti fuori dalla ex caserma. Ai profughi, che dovranno fare i conti con un presidio dei militari all' ingresso, questa sistemazione non piace, preferiscono l' ex clinica occupata, dove le condizioni igieniche però sono al limite. «Il trasferimento non è in discussione - ribatte l' assessore Borgione - l' ex caserma non è un albergo e persino negli alberghi ci sono regole. E poi non si tratta di paletti nuovi, sono quelli applicati in tutti gli altri centri della città dove si ospitano profughi. Se ai rifugiati non vanno bene allora si trovino loro una sistemazione, l' ordinanza di sgombero è già stata firmata dal sindaco e la città ci ha messo un anno per individuare l' ex caserma».

10 Rifugiati, è il giorno del trasloco di Federica Cravero, Diego Longhin Repubblica, 11 settembre 2009 Sveglia alle 8, inizia stamattina il gran trasloco per i rifugiati del Corno d' Africa che da un anno vivono nell' ex clinica San Paolo di corso Peschiera. Conta, verifica dei pass, preparazione dei fardelli con gli effetti personali, poi verso le 10 partiranno i primi pullman a fare la spola verso le due destinazioni: via Asti e Settimo Torinese. In tutto, secondo il coordinamento di associazioni e centri sociali che se ne sono presi cura, sono stati distribuiti 260 pass per avere un posto letto nella caserma di via Asti, mentre altri i cosiddetti vulnerabili, donne incinta, bambini e malati - sono stati coinvolti nel programma di inserimento del centro della protezione civile di Settimo, gestito dalla Croce rossa. In tutto 360 posti, che tuttavia potrebbero non bastare, visto che negli ultimi giorni da tutta Italia sono arrivati alla spicciolata rifugiati e richiedenti asilo nella speranza di trovare a Torino una sistemazione migliore. Gli ultimi quaranta sono arrivati ancora ieri sera, quando già le operazioni di censimento erano concluse e solo oggi si vedrà se e dove potranno essere sistemati. La fama della clinica occupata tra le comunità di somali, sudanesi, etiopi ed eritrei, infatti, aveva ben presto superato i confini cittadini, così come era accaduto l' anno precedente quando un gruppo di rifugiati provenienti dal Darfur, che viveva in una fabbrica abbandonata alla periferia della città, aveva occupato l' ex palazzina della polizia municipale in via Bologna. Da allora Torino è diventata punto di riferimento in tutta la penisola, facendosi carico per prima della necessità di una soluzione nazionale per la sistemazione dignitosa dei rifugiati. Proprio per far fronte alla questione degli ultimi arrivi, ieri pomeriggio si è svolto un vertice in prefettura, a cui hanno partecipato anche gli assessori alla poli zia municipale e all' assistenza, Domenico Mangone e Marco Borgione. A questo problema, tuttavia, potrebbe aggiungersene un altro: non tutti gli stranieri che vivono adesso nella clinica occupata hanno dimostrato l' interesse a lasciarla. Orari troppo rigidi, camerate troppo grandi, senza porte e senza privacy, in via Asti: alcuni si sono detti pronti anche a sfidare la polizia pur di non andarsene dal palazzo di corso Peschiera che, pur degradato, offre maggiori libertà. Quanti saranno a voler davvero rifiutare la nuova sistemazione si vedràa fine giornatae le forze dell' ordine, in accordo con la prefettura, sceglieranno la strategia migliore per risolvere il problema. «Quello che è certo - chiosano le istituzioni - è che quello è un edificio occupato abusivamente, che va sgomberato e restituito ai legittimi proprietari». Per questo saranno murate porte e finestre e demolite tutte le strutture interne, ad iniziare dai bagni, per scongiurare una nuova occupazione. Stamattina, a vigilare sul trasferimento, è in programma anche un presidio del Comitato di solidarietà con rifugiatie migranti. Sui rischi legati al trasloco sono intervenuti anche i consiglieri comunali Monica Cerutti (Sinistra democratica), Domenico Gallo (Gruppo comunista) e Maria Teresa Silvestrini (Rifondazione): «Chiediamo che il trasferimento avvenga nel rispetto della legalità e andremo a seguire da vicino l' operazione».

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