LABELING THEORY (ANNI 50-60, LEMERT)

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1 LE PRINCIPALI TEORIE SOCIOLOGICHE DELLA DEVIANZA (PARTE SECONDA) PROF. TOMMASO COMUNALE

2 Indice 1 LABELING THEORY (ANNI 50-60, LEMERT) PUNTI FONDAMENTALI DELLA TEORIA DAVID MATZA (1930) LE SUBCULTURE ALBERT COHEN CLOWARD E OHLIN: GLI STUDI SULLE SUBCULTURE DELINQUENTI TALCOTT PARSONS ( ) TEORICI DEL CONFLITTO VOLD TURK BIBLIOGRAFIA di 19

3 1 Labeling theory (anni 50-60, Lemert) Questa teoria si sviluppa all interno della sociologia anglosassone degli anni Edwin Lemert, padre fondatore della teoria, parla di devianza primaria e devianza secondaria. Con Devianza primaria si fa riferimento al comportamento deviante primario, nel senso che viene razionalizzato e considerato in funzione di un ruolo socialmente accettato. L esempio classico che si fa in questi casi è quello di un soggetto che svolge la professione di sommelier; assaggia cioè i vini per testarne e valutarne la tipologia, la qualità, le caratteristiche e l accostamento ai cibi. Supponendo che egli abbia il vizio di bere e un temperamento portato alla convivialità, accade che il suo comportamento obiettivamente deviante non venga censurato perché tollerato in funzione del ruolo professionalmente svolto. Il fatto che l individuo beve viene dunque considerato come appendice del suo lavoro. Quando però il comportamento deviante si ripete e diventa ampiamente visibile, generando una forte reazione sociale, si assiste all assunzione di un ruolo deviante, quella che Lemert definisce Devianza secondaria. La persona comincia allora ad impiegare il suo comportamento come mezzo di difesa, attacco e adattamento ai problemi causati dalla reazione sociale al suo comportamento, reazione dovuta al fatto che quel comportamento non è più tollerato né accettato in funzione del ruolo professionale svolto. La diminuzione di tolleranza porta gli individui della società non solo a reagire a fronte di un comportamento considerato ora deviante, ma a sviluppare un vero e proprio astio nei confronti di quel soggetto e delle sue azioni. Questo ulteriore e passaggio viene individuato da Lemert nella ulteriore devianza primaria. Inizia il processo di stigmatizzazione, cioè di ETICHETTAMENTO, che porterà gli individui a considerare, e dunque etichettare, quel soggetto come deviante. Il risultato finale di questo processo è che non solo l individuo si adatta alla reazione sociale ma, quando essa diventa stigmatizzazione, si identifica all etichetta deviante che gli altri gli hanno attribuito, con notevoli ripercussioni sul suo comportamento. Nel parlare di questo delicato aspetto, Lemert individua un altro tipo di devianza, la devianza putativa. Con essa lo studioso intende il fatto che la reazione della società alla devianza spesso non è proporzionale alla gravità del comportamento posto in essere. È come se la società 3 di 19

4 aggiungesse un SURPLUS di reazione sociale arrivando a distorcere i fatti devianti. La devianza putativa è quindi quella parte della definizione sociale del deviante che non trova fondamento nel comportamento oggettivo di questi. Sono le risposte dei conformisti, i quali identificano ed interpretano il comportamento deviante che sociologicamente trasformano le persone in devianti. Becker a tal proposito afferma che la devianza non è una qualità dell atto compiuto da una persona, ma piuttosto la conseguenza dell applicazione di norme e sanzioni da parte di alcuni nei confronti di un trasgressore. Il deviante è una persona alla quale questa etichetta è stata applicata Punti fondamentali della teoria 1) Nessun atto è intrinsecamente deviante: per considerare come sociologicamente deviante un comportamento non basta che questo sia astrattamente definito come deviante. Occorre un quid pluris, cioè la REAZIONE SOCIALE. 2) Le definizioni della devianza sono sostenute e rinforzate da coloro che detengono il potere. I teorici dell etichettamento concordano con Durkheim nell affermare che la devianza svolge una funzione stabilizzatrice sull equilibrio del sistema sociale riesce a catalizzare una reazione che rafforza la persistenza dell ordine esistente. 3) Una persona diventa deviante non perché ha violato la legge ma perché è stata designata come tale dalle autorità istituite. 4) Dato che ogni individuo devia e si conforma è superfluo distinguere tra la categoria dei devianti e quella dei conformisti perché la devianza è una qualità dell atto. 5) Il processo di etichettamento ha inizio nel momento in cui si è arrestati. Affinché si possa parlare di devianza occorre la reazione sociale. 6) L essere arrestati ed il successivo decorso dell iter penale concorrono a delineare la figura di reo in funzione delle caratteristiche del reato. 7) L età, la classe di appartenenza, la razza determinano risposte differenziate da parte delle istituzioni giudiziarie. 1 H.S. BECKER, Outsiders. Studies in the Sociology of Deviance, The Free Press of Glencoe, London, di 19

5 8) Il labeling è un processo che produce, alla fine, un senso di identificazione con l immagine deviante e con la relativa subcultura. Da parte del deviante si avrà, per cui, il rifiuto di coloro che lo hanno rifiutato. 5 di 19

6 2 David Matza (1930) Altro autore che si è interessato del fenomeno criminale da un punto di vista sociologico è Matza, il quale afferma l importanza del naturalismo contrapponendosi al positivismo (in quest'ultimo l'uomo è considerato oggetto di studio come lo sono gli oggetti fisici o inanimati). Il naturalismo è un approccio metodologico che tenta di mantenersi fedele al fenomeno studiato, in questo caso l'uomo le cui caratteristiche sono l'individualità e la non passività. 2 La critica che Matza rivolge alle altre teorie della devianza è di distorcere l'essenza della realtà deviante a tal punto da non essere riconosciuta neppure dai devianti stessi. L autore afferma che esiste un rapporto stretto tra la convinzione e l'azione, in quanto la delinquenza è fondamentalmente una traduzione di convinzioni in azioni: ciò mette in rilievo come egli enfatizzi l attività del soggetto che intraprende una condotta deviante. Studiare la devianza, in questo senso, significa empatizzare con i fenomeni studiati, comprenderli nella loro interezza e complessità. L'oggetto di studio di Matza non è tanto l'atto deviante in sé e per sé e neppure il comportamento deviante, ma il procedimento per cui chi compie un atto deviante viene identificato come tale, subendo un processo di stigmatizzazione che lo porta a costruirsi un'identità deviante che lui stesso e gli altri percepiscono come tale. Questo concetto avvicina questo autore alla teoria dell'etichettamento, con la differenza che Matza vuole evidenziare l'attività consapevolmente svolta dal soggetto mentre i teorici dell'etichettamento considerano la persona come impossibilitata a sottrarsi a quel processo. La prospettiva di Matza, invece, può portarci al punto in cui devianti saranno i soli a poter fornire una spiegazione veritiera di come si è andato strutturando il fenomeno deviante. 3 Questo è un aspetto paradossale: è infatti una prospettiva vera, perché è la convinzione del deviante che rappresenta la vera forza motrice delle sue azioni, ma al contempo anche falsa, in quanto le opinioni del deviante possono essere false anche quando egli le ritenga vere. Questo perché nella spiegazione dei propri comportamenti entrano in gioco vari fattori che alterano l attendibilità di quanto dice il deviante; questi fattori in genere sono identificabili nei meccanismi di difesa. 2 D. MATZA, Come si diventa devianti, Il Mulino, Bologna, D. MATZA, op. cit. 6 di 19

7 Le cause dell'iniziale atto deviante sono trascurate da Matza che s'interessa della devianza secondaria, cioè all'acquisizione di un'identità deviante. Essa è considerata dall autore la vera devianza perché fa sì che soggetto modelli la propria identità in base alla percezione che hanno gli altri di lui. Matza in "Come si diventa devianti" parla poi delle tappe attraverso cui il soggetto intraprende questo tipo di comportamento: 1. Affiliazione. Questo termine enfatizza l aspetto della conversione del soggetto, che entra in un gruppo e consapevolmente si converte alle norme vigenti. È importante rilevare e comprendere questo aspetto perché non è l'abituale conseguenza dell esposizione al fenomeno ciò che fa precipitare questo processo ma l integrazione in un gruppo con valori devianti. L affiliazione può portare la persona a immaginarsi capace di compiere determinati atti e ricoprire determinati ruoli. 2. Significazione. Ciò che sottolineano anche i teorici dell'etichettamento. Il soggetto viene stigmatizzato attraverso diverse tappe e alla fine si identifica con l'etichetta deviante. Nell'analisi della devianza di Matza emergono, inoltre, due concetti fondamentali alla comprensione del fenomeno, i valori clandestini e le tecniche di neutralizzazione. I primi sono generalmente nascosti al resto della società anche se, in alcuni casi, possono essere perfettamente condivisi dai membri della società conforme. La differenza tra il gruppo deviante e il gruppo normale risiede nel fatto che il primo enfatizza questi valori senza rispettare i modi e i tempi opportuni per esplicitarli. Sono dunque valori nascosti ma allo stesso tempo non vi sono calcoli opportunistici per far sì che essi continuino a rimanere tali. Con tecniche di neutralizzazione, invece, si intendono i meccanismi di difesa, cioè le espressioni linguistiche usate dal deviante per allontanare il senso di colpa. Ciò vuol dire che questo soggetto è consapevole della portata delle proprie azioni ma allo stesso tempo non possiede valori diversi da quelli della società in cui vive che gli permettano di annullare il senso di colpa. 7 di 19

8 3 Le subculture Con il termine subcultura si intende un sottoinsieme di elementi culturali sia materiali che immateriali elaborato o utilizzato da un dato settore o segmento di una società. Può essere una classe, una minoranza etnica, una variante differenziata specializzata dalla cultura dominante che in alcuni casi si configura in opposizione alla cultura dominante. Le subculture si ricollegano alla teoria dell associazione differenziale in quanto quest ultima afferma come il comportamento deviante non sia un problema patologico quanto piuttosto il risultato di un percorso di apprendimento che compiono gli individui. La criminalità deriva perciò da dall apprendimento di quell insieme di valori, norme e credenze in contrasto con la cultura dominante tipici delle subculture. 4 Negli Stati Uniti è stato condotto uno studio approfondito sulle subculture devianti specialmente da Cohen, Cloward e Olin Albert Cohen Cohen, in "Ragazzi delinquenti" 5 del 1955, un saggio sulla delinquenza giovanile, impiega il termine subcultura. Con essa si indica una forma di adattamento elaborata in comune da un certo numero di soggetti che hanno la caratteristica di trovarsi in una posizione di marginalità pressoché simile. Devono quindi affrontare gli stessi problemi per sopravvivere economicamente e procurarsi, con un minimo senso di colpa, i beni preferiti. Questa forma di adattamento è contraddistinta da alcune caratteristiche come: un gergo, uno stile di vita, un modo di abbigliamento. Ma come si forma la subcultura? Nella prospettiva di Cohen essa è formata da quest'insieme di soggetti; si forma velocemente e altrettanto velocemente scompare ed è spesso una reazione alla cultura dominante. La sua formazione è dunque di tipo reattivo ed è un meccanismo di difesa verso un atto dell'io. Quest'ultimo è costituito da odio e amore e uno dei due viene taciuto attraverso la super valutazione 4 A. BALLONI, Criminologia in prospettiva, Editrice CLUEB, Bologna, A.K. COHEN, Ragazzi delinquenti, una penetrante analisi sociologica della cultura delle gang, Feltrinelli, Milano, di 19

9 dell'altro. Cohen impiega questo concetto per spiegare il comportamento dei giovani che si riuniscono in bande. Il disprezzo, l arroganza e il contrasto all'autorità espresso dai giovani è in realtà una manifestazione esplicita del desiderio di essere accettati e apprezzati dalla cultura dominante. In genere la subcultura presenta due caratteristiche che contribuiscono a rafforzare l appartenenza ad essa da parte dei propri membri. Esse sono: 1. Esclusività: penalizza e limita l'appartenenza ad altre subculture; 2. Esaustività: cerca di coprire tutto l'arco della vita quotidiana dei membri del gruppo soddisfacendo la maggior parte dei loro desideri. Cohen sostiene che l'agire umano è costituito da una serie progressiva di sforzi per risolvere problemi. Questi problemi scaturiscono da due fonti, cioè dal quadro di riferimento dell'attore e dalla situazione in cui l'attore sociale si trova a vivere. La misura in cui la soluzione del problema è riconosciuta valida è data dal grado di consenso sociale che la soluzione è in grado di ottenere. Viene enfatizzata quindi la presenza di una persistente pressione verso l'uniformità di comportamento. I modelli culturali presenti all'interno di una data collettività possono però rappresentare per l'attore una soluzione non adeguata. In questi casi il soggetto farà esperienza di frustrazioni, angosce, colpe, disperazioni. Quando questi sentimenti sono comunemente esperiti da più soggetti si creano le condizioni per la nascita di una subcultura, un segmento marginale della società in cui questi soggetti tentano di adattarsi per trovare sollievo alle proprie sensazioni e sentimenti negativi. Un altro autore che ha analizzato la correlazione tra la subcultura e il comportamento deviante è Miller. Per quest'ultimo la delinquenza giovanile scaturisce dalla subcultura delle classi inferiori. Nel caso della delinquenza giovanile il sistema culturale che esercita la più diretta influenza sul comportamento è infatti quello della comunità delle classi inferiori piuttosto che quello di una cosiddetta subcultura delinquente Cloward e Ohlin: gli studi sulle subculture delinquenti Il primo grande merito che va attribuito a questi studiosi è quello di aver condotto un analisi che comprende la teoria dell anomia di Merton e la teoria dell associazione differenziale. 9 di 19

10 Essi infatti si sono soffermati sul fatto che l apprendimento di comportamenti criminali da parte dei giovani (Teoria dell associazione differenziale: devianza come comportamento appreso) non sia uguale in tutti gli ambienti socio-culturali, ma dipende da come sono distribuiti gli scopi culturali e i mezzi illegittimi (Merton aveva parlato di mete culturali e mezzi che, in questo caso, parlando di devianza, sono illegittimi). Il comportamento criminale sarà più facilmente riscontrabile in quei quartieri in cui la criminalità è all ordine del giorno, fatto che favorisce lo sviluppo e il conseguente apprendimento di modelli devianti. L analisi di Cloward e Ohlin mostra inoltre come quei determinati quartieri e aree degradate culturalmente producono una quantità eccessiva di devianza minorile, con il risultato dell instaurarsi di meccanismi di selezione da parte del mondo criminale adulto. Tutto ciò porta a concludere che l accesso a ricoprire quei ruoli illegittimi e devianti sia limitato da fattori sociali e psicologici tanto quanto è limitato l accesso ai ruoli legittimi. Questa riflessione costituisce la fondamentale premessa del loro studio, volto ad individuare le differenze socialmente strutturate di accesso alle possibilità illegittime. A seconda del tipo di subcultura delinquenziale si avranno allora modalità differenti di accesso ai ruoli illegittimi e, dunque, scelte diverse operate dal delinquente per risolvere i suoi problemi di adattamento (in ciò è fortemente influenzato dall ambiente). Negli slums (baraccopoli), ad esempio, gli uomini che contano nel mondo criminale sono molto più importanti di personaggi affermati nel mondo convenzionale. Questo sia perché quelle personalità sono lontane dagli slum, e dunque esercitano un influenza decisamente minore, sia perché i ragazzi in queste zone hanno la possibilità di avere rapporti stabili e piuttosto intimi con i criminali più anziani. Ciò conduce questi giovani ad acquisire valori e capacità che il mondo criminale richiede per affermarsi in quella cultura ed esserne parte integrante. Cloward e Olin individuano poi tre diverse forme di culture devianti: la subcultura criminale, conflittuale e rinunciataria. 6 La prima è caratterizzata da un attività ordinata e razionale che mira ad un guadagno economico illecito. Tale obiettivo necessita di un ambiente in cui sia presente una figura in grado di guidare questa attività esercitando un efficace controllo sui giovani che aspirano ad accedere al mondo criminale degli adulti. Una volta entrati, essi avranno la possibilità di avere una carriera 6 R.A. CLOWARD e L.E. OHLIN, Teoria delle bande delinquenti in America, Laterza, Bari, di 19

11 criminale stabile con lo stesso successo della classe media, con il vantaggio di non avere pressioni pari a quelle che si ritrovano nell accesso a mete legittime in grado di garantire una carriera affermata. La subcultura conflittuale, invece, è caratterizzata da lotte violente fra bande e si realizza nelle zone urbane disorganizzate in cui gli adolescenti hanno la sensazione di non poter accedere a mete istituzionalizzate e, allo stesso tempo, ai canali criminali. In una simile condizione la violenza si presenta ai giovani come l unica strada che li porti ad acquisire uno status rilevante, portandoli anche a correre gravi rischi. Infine, nella subcultura astensionista è centrale il consumo di droghe, aspetto che ha assunto rilievi problematici nella popolazione giovanile soprattutto nelle zone più povere. Il consumo di droga e i controlli sociali insufficienti possono portare all astensionismo, ovvero un comportamento che porta l individuo a isolarsi e ad interrompere i rapporti con gli altri. Questa condizione è il risultato di numerosi tentativi falliti di accedere a mete con mezzi legittimi e all incapacità, al contempo, di perseguire quegli scopi intraprendendo strade illegittime. Cloward e Ohlin parlando di questa subcultura concludono che i giovani che falliscono in tutti e due gli ambiti, legittimo e illegittimo, sono più propensi a seguire la via astensionista con, ovviamente, gravi ripercussioni sulla loro persona. 11 di 19

12 3.3. Talcott Parsons ( ) Parsons è stato un sociologo statunitense fondatore della teoria sociologica strutturalfunzionalista 7 che si propone di essere una teoria generale per l analisi della società. La teoria è così definita perché studia la struttura di fondo della società cercando di comprenderla nello svolgimento delle sue funzioni. Parsons ritiene che le concezioni positivistiche e utilitaristiche sino a quel momento impiegate risultino insufficienti a spiegare i fatti sociali. Fonda così una sua teoria, affermando come l orientamento degli individui vada ricondotto a determinazioni normative. L agire sociale, oggetto dei suoi studi e in generale delle scienze sociali, è un agire orientato normativamente, in quanto gli individui vivono nella società, un sistema organizzato intorno a norme e valori istituzionalizzati. Perché si formi ed esista un gruppo sociale è necessario, dunque, che vi siano valori e norme condivisi. Il mantenimento dell equilibrio tra l esistenza di norme e l accettazione di esse da parte dei suoi membri è uno degli scopi del sistema sociale. È necessaria, cioè, un autoregolazione collettiva attraverso lo svolgimento di determinate funzioni che sono attuate da ognuno degli elementi che compongono il sistema. La base di quest ultimo è costituita dal consenso universale a valori istituzionalizzati. Secondo Parsons il sistema sociale e la cultura penetrano a tal punto nella personalità degli individui che generano un processo definito ULTRASOCIALIZZAZIONE dell UOMO. Ciò significa che il sistema socio-culturale di questo tipo rende impossibile distinguere, nella personalità degli individui, qualcosa che non faccia riferimento al ruolo che essi svolgono all interno della collettività. In altre parole, le prescrizioni di ruolo, i valori e le norme dominanti vengono interiorizzati dall uomo sino a diventare elementi costitutivi della sua personalità. In una simile concezione, qualsiasi tipo di conflitto che si viene a creare tra l individuo e la società è dovuto ad una socializzazione che può essere stata incompleta, difettosa o inadeguata. La socializzazione è incompleta quando si è fermata ad una fase che precede la maturità, ovvero il pieno apprendimento dei ruoli dell adulto. È difettosa se in una fase qualsiasi del processo di socializzazione si verificano delle situazioni, come ad esempio un periodo di disordine normativo, che impediscono il raggiungimento degli effetti evolutivi normalmente osservabili in quella fase. Infine, la socializzazione è inadeguata quando l individuo viene socializzato in un sistema sociale diverso da quello in cui dovrà andare a ricoprire un dato ruolo. Parsons riprende la 7 T. PARSONS, The Structure of Social Action, di 19

13 concezione di società di Durkheim e questo fondamento della società è da ritrovarsi per entrambi nella struttura normativa e nei valori istituzionalizzati. Per entrambi sono molto importanti i fattori di integrazione sociale, in quanto questi sono diretti a facilitare il consenso spontaneo e quindi garantiscono in larga parte la conformità. Una delle differenze, invece, tra i due autori, è che in Durkheim non è chiaro come le norme ed i valori vengano fatti propri dai membri della società, problema risolto da Parsons interessandosi al processo di socializzazione degli individui. Nella prospettiva di Parsons, alla luce di queste impostazioni, la devianza è un orientamento individuale patologico nei confronti del sistema normativo condiviso. Come detto, il consenso universale è la condicio sine qua non di tutto il sistema. La devianza si configura come un adattamento ad una tensione che il soggetto esperisce a livello individuale. Tale adattamento differisce in base al predominio della conformità o del distacco. Questo concetto di adattamento si rifà ai modi di adattamento di Merton. L analisi del comportamento deviante parsonsiana considera i processi motivazionali come processi della personalità degli individui, considerando il problema della devianza in relazione al processo di socializzazione e alle motivazioni dell individuo, dunque in termini di interazione sociale. 8 Focalizzando l attenzione sull individuo, è necessario rilevare come la concezione dell uomo di Parsons è quella di un essere che non possiede alcun meccanismo innato in grado di garantire il suo inserimento nella collettività; è una sorta di barbaro. Ogni nuovo nato per Parsons è un barbaro al quale occorre insegnare, con un notevole dispendio di energie, le regole della convivenza per permettergli di andare a ricoprire un ruolo nella collettività. Soffermandosi ancora sull essere umano, il sociologo afferma come ogni individuo possiede una personalità unica che è il risultato dell interazione tra il patrimonio genetico ereditario e la sua storia personale. Da questa combinazione derivano l aspetto motivazionale, i bisogni e le disposizioni strettamente private, dunque prive di rapporto con gli altri. È anche per questa ragione che l individuo, nonostante in un dato periodo sia sottoposto allo stesso processo di socializzazione, non sviluppa un identica risposta alle stesse esigenze di base (bisogni, motivazioni, ecc.). La divisione del lavoro sociale, unita a tanti altri fattori caratterizzanti la vita sociale e professionale, fanno si che gli interessi degli uomini siano tra loro in contrasto. Nonostante questa contrapposizione, però, la società perdura e continua ad esistere. Per questi motivi, il lavoro di Parsons si concentra sull individuazione di una serie di condizioni che rendono possibile il 8 T. PARSONS, op. cit. 13 di 19

14 funzionamento della società e l inserimento del barbaro nella società. Tra queste condizioni vi è la giusta allocazione dei beni e delle risorse tra soggetti in competizione tra loro. L equa distribuzione di risorse, così come tutti gli altri ambiti della socializzazione dell individuo, è realizzabile attraverso la previsione di norme che indichino quali sono i limiti dell agire legittimo. 14 di 19

15 4 Teorici del conflitto Le teorie del conflitto sorgono nello stesso periodo di quelle dell'etichettamento e con queste ultime hanno in comune l'interesse per la nozione di reato, la genesi e l'applicazione delle norme penali. Tra i principali teorici del conflitto vi sono Vold e Turk. La teoria del conflitto parte dal presupposto che è la conflittualità a caratterizzare la società e, quindi, non è importante concentrarsi sul consenso quanto sul conflitto. A partire da questo postulato si può classificare la teoria del conflitto secondo approcci diversi. Le teorie del conflitto vengono più comunemente divise tra: - Teorie pluraliste: in ogni società esistono gruppi diversi che hanno delle dimensioni variabili e spesso hanno anche una durata temporanea. Questi gruppi fondamentalmente lottano per tutelare i loro interessi in vari ambiti. - Teorie del conflitto di classe: nella società esistono due classi, due gruppi che tentano di assumere a vicenda una posizione predominante sull'altro gruppo. Tutti i teorici del conflitto considerano assolutamente improponibili gli approcci del consenso, che può essere qualcosa di temporaneo. È necessario analizzare la società, nelle sue relazioni, dal punto di vista del conflitto. Tutte le teorie del conflitto sono accomunate dal fatto di non essere interessate al comportamento di singoli individui né tanto meno al comportamento di coloro che delinquono ma si interessano al problema di nozione di reato e alla genesi e all'applicazione delle norme penali. Queste teorie si sviluppano in un preciso contesto sociale, il decennio tra il 1965 e il Questo periodo rappresentò per la società americana un periodo di grande inquietudine. Il grande ottimismo che aveva caratterizzato la società tra gli anni 50 e l'inizio degli anni 60 aveva infatti lasciato posto ad una sorta di disincanto per le questioni sociali più rilevanti. In questa fase gli scienziati sociali del conflitto cominciano a reagire agli avvenimenti dell'epoca e si interrogano sulla natura della struttura sociale e del sistema legale, aspetti che sono stati in gran parte ignorati dalle teorie dell'etichettamento. Nonostante la grande pluralità di versioni della teoria del conflitto, tutte le teorie sono accomunate dall'idea che la conflittualità è un elemento naturale della società. L'elemento principale 15 di 19

16 attorno al quale ruotano queste riflessioni è il concetto di potere: i conflitti sorgono infatti il che tentano di controllare situazioni particolari. Coloro i quali detengono il controllo del territorio, mezzi finanziari, potere politico potranno combattere con successo e risultare vincitori. Dal momento che molti gruppi hanno un particolare interesse nel risultato di una decisione politica, ognuno di essi tenderà ad orientare l'esito a proprio favore. Il grado di influenza esercitata da ogni azione sarà direttamente proporzionale alle risorse disponibili: ogni gruppo riuscirà cioè ad influenzare maggiormente la situazione se avrà la disposizione più risorse. A queste ultime è strettamente collegato il potere in quanto le persone che occupano posizioni più elevate della scala sociale disporranno di una grande quantità di questi due elementi, potere e risorse. Più si dispone di questi due, maggiore sarà il grado di influenza sulla formazione delle decisioni sociali e sulla capacità di imporre queste decisioni. Parlando di risorse, per i teorici del conflitto la legge rappresenta una delle più importanti risorse, in quanto riflette i valori di un determinato gruppo sociale. In questo senso il gruppo la userà e la applicherà a suo beneficio. I perdenti, ovvero coloro che hanno valori e interessi opposti a quelli dei vincitori, verranno stigmatizzati per la loro opposizione ai gruppi dominanti. La legge, in questo ambito, servirà a creare strumenti che siano in grado di rafforzare la reazione dei gruppi subalterni. Il processo di reazione attiva gli interessi degli apparati repressivi sugli individui con meno potere e, dunque, è molto importante analizzare la relazione che s'instaura tra l'uso del potere e la produzione legislativa. Infatti, essendo la legge espressione di valori di chi detiene il potere, essa andrà a criminalizzare i comportamenti degli individui che non appartengono ai gruppi dominanti. Infine, il potere non sarà usato solo a difesa dei propri interessi ma sarà volto anche a ridurre la possibilità che i membri della classe dominante siano criminalizzati. Tra i principali autori della teoria del conflitto vi è Vold Vold George Vold sostiene che i gruppi entrano in conflitto quando i diversi interessi e scopi perseguiti tendono a sovrapporsi, sconfinando in campi altrui e scatenando cosi la competizione. Egli dunque guarda alla natura sociale del crimine come un prodotto del conflitto tra i gruppi all'interno della stessa cultura. 16 di 19

17 Gli uomini, in quanto esseri sociali, formano dei gruppi all interno della società con le medesime necessità e bisogni e il legame di questi gruppi si rafforzerà tanto più il conflitto tende ad inasprirsi. Questi interessi, in un meccanismo concorrenziale, tendono ad invadere anche le arene politico-istituzionali nel tentativo di espandere la propria posizione rispetto agli altri, con il risultato di assumere il controllo delle risorse (denaro, istruzione, lavoro, ecc.). Vold sostiene che ogni gruppo deve stare attento ai propri interessi ed essere pronto a difenderli: si deve continuamente vigilare ed essere sempre impegnati a mantenere la propria posizione per non essere sopraffatti dagli altri. 9 Quindi, il gruppo che si dimostra più efficace nel controllo dei processi politici, ha il potere di emanare leggi a cui le minoranze (gli altri gruppi che sono risultati perdenti nel conflitto) dovranno conformarsi. Questo meccanismo porterà non solo le minoranze a non avere potere di influenzare l attività legislativa ma ad essere anche maggiormente criminalizzate dalla legge. Concludendo si può notare come dall analisi di Vold sulla legislazione penale emerge che non è tanto la legge in sé a rappresentare gli interessi dei gruppi dominanti, quanto il modo in cui viene applicata Turk Altro teorico del conflitto che vede l'ordine sociale come il prodotto del tentativo di gruppi dominanti di controllale la società. Questo controllo viene esercitato attraverso la produzione di leggi che rispecchiano determinati valori. I valori che accomunano il gruppo al potere vengono perciò trasferiti nelle leggi influenzando cosi le autorità che devono applicarle. Turk nel 1964 scrive un articolo in cui invoca la necessità di studiare la criminalità in modo opposto da quello utilizzato dalle teorie del comportamento criminale. Sostiene che la criminalità può essere studiata solo confrontando la legge penale con la definizione di status del criminale. Vuole specificare cioè le condizioni che consentono di definire un soggetto come criminale ed il rapporto tra autorità e soggetto 10 utilizzando due variabili fondamentali: Organizzazione e 9 G. VOLD, Theoretical Criminology, Oxford University Press, A.T. TURK, Normative-Legal Conflict, in Social Deviance, Edited by R.A. Farrel and V.L. Swigert, Lippincott Company, di 19

18 Raffinatezza. Secondo Turk quattro sono le possibili modalità per interpretare il rapporto autoritàsoggetto: 1. Organizzati-raffinati: ne è un esempio la criminalità organizzata; 2. Organizzati-non raffinati: bande giovanili; 3. Non organizzati-raffinati: truffatori; 4. Non organizzati-non raffinati: si colloca all ultimo gradino della scala gerarchi della criminalità (es. gregari). Turk prosegue poi nella sua analisi individuando due modi di controllare le società. Il primo è ricorrere alla Coercizione e all uso della forza fisica: più una popolazione è costretta dall autorità ad obbedire a delle leggi, più è difficile controllarla. Questo porta i gruppi dominanti a dover trovare un equilibrio tra coercizione e consenso. Il secondo fa riferimento al sistema legale e ai tempi della vita: per sistema legale si intende il quadro normativo, che viene articolato in due forme. L elenco dei comportamenti indesiderati e delle pene ad essi correlate e le procedure seguite per perseguire i singoli applicando la legge. Con il controllo dei tempi di vita, invece, Turk intende il nuovo equilibrio e le nuove regole che una società riesce a trovare dopo un periodo di coercizione. 18 di 19

19 Bibliografia BALLONI A., Criminologia in prospettiva, Editrice CLUEB, Bologna, 1983; BECKER H.S., Outsiders. Studies in the Sociology of Deviance, The Free Press of Glencoe, London, 1963; CLOWARD R.A. e OHLIN L.E., Teoria delle bande delinquenti in America, Laterza, Bari, 1968; COHEN A.K., Ragazzi delinquenti, una penetrante analisi sociologica della cultura delle gang, Feltrinelli, Milano, 1963; MATZA D., Come si diventa devianti, Il Mulino, Bologna, 1976; PARSONS T., The Structure of Social Action, 1937; TURK A.T., Normative-Legal Conflict, in Social Deviance, Edited by R.A. Farrel and V.L. Swigert, Lippincott Company, 1975; VOLD G., Theoretical Criminology, Oxford University Press, di 19

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