OGGI VI NARRO UNA STORIA



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OGGI VI NARRO UNA STORIA Di Letizia Bolano e Renato Palma Chi insegna spesso si sente autorizzato a educare tutti quelli che entrano in contatto con la scuola. I bambini, naturalmente. E di conseguenza i loro genitori. Questa storia è un piccolo esempio. La maestra ingaggia un corpo a corpo con una bambina di poco più di sei anni. Decide che ha una missione: farne una persona educata alle regole dello stare insieme. L idea che i bambini debbano innanzi tutto imparare le regole è molto diffusa e generalmente condivisa. Anche noi pensiamo che le regole siano importanti, ma crediamo che più importanti delle regole sia il modo in cui le proponiamo. La maestra è convinta che tutto quello che fa è giustificato dal fine educativo: il bene dei ragazzi. L assioma è lo stesso per i maestri a scuola e per i genitori a casa: è sufficiente rendere i ragazzi più obbedienti e disciplinati per fare della scuola, o della famiglia, un luogo migliore in cui vivere. Così, nella speranza di rendere migliore il futuro, il presente dei ragazzi (e contemporaneamente delle loro famiglie) è riempito da una serie di piccole, o grandi, scortesie e incomprensioni. Ovvio che molti ragazzi reagiscano male, arrivando a non amare la scuola, risucchiati in un circolo vizioso di malessere dal quale nessuno sa come uscire. Si sta male a scuola, si sta peggio a casa. La maestra di questa storia ha provato a spiegare cosa devono fare i genitori per contenere la loro bambina troppo esuberante. Ha tentato di farne degli alleati, spiegando loro quali sono le linee

di comportamento educativo da tenere. La mamma lamenta di non essere stata ascoltata, ma dovrebbe sapere, per la sua esperienza di ex scolara, che gli insegnanti insegnano, non ascoltano. Quello che scopre è che spesso gli insegnanti fanno della famiglia la continuazione della scuola, riempiendo di impegni non solo i bambini, ma anche i loro genitori, che devono controllare gli astucci, i compiti e via dicendo. Questa alleanza educativa potrebbe, dovrebbe, essere progettata come paritaria. Bambini, genitori, insegnanti: tutti cittadini con pari diritti e con lo stesso impegno: creare situazioni di benessere psichico, fisico, cognitivo per i nostri nuovi compagni di viaggio. Le situazioni di apprendimento sono prevalentemente affettive e poi cognitive o comportamentali. Ma veniamo alla storia. La bambina, inserita in una nuova dimensione dello stare insieme, finisce per sentirsi inadeguata, continuamente disapprovata. Comincia a non provare piacere nell andare a scuola: prevede che ogni giorno sarà messa alla prova e che fallirà. Non può credere che il livello di comprensione verso di lei sia così basso e forse per questo ogni giorno ne inventa una nuova, puntualmente descritta in una nota che deve portare a casa, per essere sottoposta a una dose ulteriore di educazione. Lo stesso vale per i suo genitori, chiamati più volte a ricevere le lamentele della maestra. Possiamo immaginare che una situazione di tensione come questa metta a dura prova tutta la struttura relazione. Scuola, bambina, genitori, scuola. Alla fine la chiamata perentoria, quella che dovrebbe garantire l alleanza maestra genitori e lasciare la bambina da sola contro l onnipotenza dell educazione. Sola. E questo che vogliamo?

Il resto è nel racconto. Buona lettura e buona riflessione. All inizio della scuola due delle mie tre figlie sono state accolte da tanti cartelli di benvenuto. Uno era nel loro amato/dimenticato/lasciato andare... brasiliano. Ho tirato un sospiro di sollievo di fronte a questa dimostrazione di sensibilità all'accoglienza verso ogni bambino. Da un po di tempo penso che la scuola sia un occasione di affettività. Per tutti. Uno spazio in cui nascono storie. Oggi ve ne racconto una. Una bambina di sei anni e mezzo inizia quest anno la scuola. Tutti proponevano di anticipare un po i tempi. Che fretta c è, abbiamo pensato noi genitori. Le sue insegnanti osservano, da subito, che "è molto agitata". Accumula più note lei sul suo quaderno, di quante alla sua età ne aveva scritte Mozart. Nel giro di un mese noi genitori siamo stati convocati per due volte per discutere del "caso", e ci dimostriamo comprensivi, collaborativi. Proponiamo alle sue insegnanti un aiuto reciproco, paritario, per creare condizioni di benessere per la bambina; ma le maestre vogliono la direzione dell operazione scolarizzazione e dicono, molto chiaramente, che il primo obiettivo è il rispetto delle regole. Qualche aggiustamento familiare permette di andare avanti per un paio di settimane. Il "quaderno delle comunicazioni" si riempie lo stesso di lettere CUBITALI. Una volta si fa presente che i vari astucci non sono in ordine; un altra si portano i

genitori a conoscenza delle "terribili azioni" che la bambina compie a scuola. Inviamo la COLLA, l'appuntalapis, i PENNARELLI, le MATITE. Ovviamente rinnoviamo la disponibilità a migliorare la relazione tra la scuola e la bambina, senza schierarci contro l una, o contro l altra. Sappiamo di essere sotto osservazione, ma non sempre siamo disponibili a fare i loro compiti educativi, quando questi mettono in tensione le regole dello stare bene insieme. Al sedicesimo giorno di moderata tregua arriva un altra perentoria comunicazione: "la bambina ha sporcato il banco; i genitori sono pregati di venire domattina a pulirlo". La sera stessa la bambina non vuole parlare di cosa è successo a scuola, ha paura di essere sgridata. Un gran brutto segnale. Il padre si prende l impegno di andare a pulire. Io la rassicuro: "Non preoccuparti, domani veniamo sia io che il babbo. Il materiale è pronto: potente sgrassatore e scottex!". La mattina dopo la famiglia, trasformatasi in impresa di pulizie, si dirige a scuola. Arriviamo in classe. Io tengo in mano lo sgrassatore come un trofeo e mi rivolgo alla maestra sorridendole: Maestra, questo lo lasceremo come dono alla classe per future pulizie. La maestra mi indica il banco con aria di rimprovero. Io incrocio

lo sguardo della mia bambina. Poi finalmente vedo quello che "la bambina ha combinato sul banco". Lo guardo e le dico: "Amore mio, ma è un disegno bellissimo!" Mentre lo dico, percepisco l'irrigidimento della maestra dietro di me, ma decido di non farmi fermare dalla palese disapprovazione: "è veramente bello. Una scuola così colorata sarebbe davvero fantastica...peccato che non sia possibile, peccato che tutti i bambini non possano fare dei disegni sui propri banchi (e tutti i compagni mi si fanno intorno...), ma per il momento si può farli su dei fogli che potete portare a casa. La mia bambina mi osserva con gli occhi più brillanti che abbia mai avuto, pieni di gratitudine e simpatia. Insieme al babbo cancelliamo quello splendido viso di donna. Finito il lavoro, chiedo alla maestra di parlarle, quanto prima possibile. Saluto la mia bambina e i suoi compagni ed esco insieme al babbo. A cena, la bambina non è quella della sera prima. E molto contenta: "E stato bellissimo stamattina! Quando sei andata via, un mio compagno mi ha chiesto chi eri ed io gli ho risposto: la mia mamma. Lui mi ha detto: Che bella donna che è tua madre.