Le Maschere di Carnevale

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Transcript:

Le Maschere di Carnevale

arlecchino È la maschera più popolare. Arlecchino era di Bergamo bassa, era UN SERVO balordo e scansafatiche, perennemente affamato; voleva imbrogliare, ma in realtà era sempre imbrogliato. Parlava in continuazione, con movenze agili e acrobatiche. Il suo costume all inizio era un camicione pieno di pezze, segno tangibile della sua miseria, poi si è trasformato nel caratteristico vestito variegato.

pulcinella Insieme alla pizza, è diventato il simbolo di Napoli: essendo semplicione e pigro, generoso e spontaneo, incarnava infatti alla perfezione la filosofia di vita dei napoletani. Era in continua lotta contro le avversità e le durezze della vita. Tormentato dalla fame, esuberante, trascorreva le giornate nel miraggio di un terno al lotto, tra una carezza di sole e le note di una canzone.

colombina Era la più famosa delle servette, il personaggio femminile preferito dagli spettatori. Originaria di Venezia, era la compagna, o l avversaria di Arlecchino, Brighella e altri Zanni. Colombina era genuina e spontanea, parlava in italiano e non portava la maschera sul volto. Era carina, giovane, civetta, vivace, spiritosa e dalla battuta pronta e pungente.

Capitan spaventa Era il più famoso dei capitani della Commedia dell Arte, sempre coperti di ridicolo per soddisfare la ribellione del popolo italiano a quel tempo dominato dagli spagnoli. Il Capitano, infatti, si esprimeva in un buffo linguaggio spagnolesco. Spaventa era il soldato di ventura fanfarone, spavaldo e insieme pauroso. Si vantava a gran voce delle sue imprese, ma ogni volta veniva sbugiardato e battuto.

Beppe Nappa Maschera siciliana caratterizzata dall amore per la danza e le piroette. Il suo abito era simile a quello di Pierrot, tranne che per il colore, azzurro. Non usava la maschera, così come non si truccava il volto e non lo infarinava. Era al servizio di qualche barone, non era furbo per niente e proprio la sua dabbenaggine lo metteva in continuazione nei guai, provocando equivoci e incidenti. Il suo nome deriva dalle parole siciliane Peppi (Giuseppe) e nappa (toppa dei calzoni). Quest ultimo vocabolo sta a indicare un "uomo da nulla".

Giopì e Sandrone Giopì è una maschera bergamasca. incarna il contadino zotico, ma di buon cuore, che non si preoccupa di sporcarsi le mani picchiando chi lo sfotte per i suoi tre gozzi che egli chiama affettuosamente "i miei tesori". Sandrone proviene da Modena; ed è caratteristico per la sua faccia bitorzoluta e per i calli alle mani. Oltre questo Sandrone è zotico, ignorante e furbo allo stesso tempo; tanto da inventarsi bugie e parole inesistenti pur di giustificarsi.

Pierrot La storia di questa maschera francese ha inizio in Italia, dove è nato Pedrolino, dal quale Pierrot deriva. Era un servo come Arlecchino, Brighella e Pulcinella, ma più pacato, ingenuo e onesto. Pierrot era un tipo sentimentale e, soprattutto a partire dall Ottocento, ha assunto le caratteristiche del personaggio triste, malinconico per amore, sognatore. Era completamente vestito di bianco, con un berretto scuro, il viso infarinato, la lacrima che scendeva sulle gote e l inseparabile mandolino per accompagnare i canti amorosi.

stenterello Era la più nota delle maschere fiorentine. Era un povero popolano in cerca di gloria e desideroso di fare l eroe, ma che ogni volta veniva vinto da una forte tremarella. Molto distratto, usava cominciare una frase che terminava nell atto successivo o che non concludeva affatto. Aveva la caratteristica di dire cose molto maliziose e sagge, ma con l aria di non rendersene conto.

Tabarrino e Mezzetino Quel mantello a ruota, il tabarro, tipico dei bolognesi di modesta condizione ha finito col prestare il proprio nome al mercante bolognese, niente affatto colto, con una curiosa caratteristica: cominciava le frasi in italiano, ma era costretto, per farsi intendere, a terminarle in dialetto. Acido e dispotico, padre di famiglia spesso acceso da insane passioni amorose. Mezzetino E' una delle tante variazioni dello Zanni furbo e intrigante, servo astuto e pregiudicato nonchè molto abile a cacciarsi in ogni tipo di intrigo. Il suo costume era caratteristico per le strisce verticali bianche e rosse e per la maschera che perse nel tempo.

pantalone Vecchio mercante veneziano avaro e brontolone, aveva sempre con sé una borsa piena di monete ed era al centro di tutte le burle per la sua grettezza o per la ridicola abitudine di correre dietro alle ragazze. All inizio era chiamato "il Magnifico"; poi divenne "Pantalone de Bisognosi". L origine del nome è incerta: alcuni la fanno risalire a san Pantaleone, uno dei patroni di Venezia; altri agli antichi mercanti della Serenissima, chiamati "pianta leoni" per l abitudine di innalzare l insegna del Leone di San Marco nelle terre di nuovo acquisto.

LEandro e Rosaura Malgrado i pizzi e il parlar forbito, Leandro non riesce a collezionare che sdegnosi rifiuti. Maldestro, suscettibile, non ammette che altri abbiano più fortuna di lui, e gli accade parecchie volte in un giorno di por mano alla spada, nessuno, però, ne ha mai vista la lama. Rosaura è una tipica Maschera di origine Veneziana. Figlia di Pantalone, adora chiacchierare con la sua cameriera, Colombina. Il ruolo di Rosaura è spesso quello della giovane innamorata.

Brighella Il suo nome deriva da "briga" e "brigare", cioè trafficare per ottenere qualcosa in modo non sempre onesto. Era infatti il servo furbo, accorto e intrigante, che agiva sempre in coppia con un servo sciocco. Originario di Bergamo Alta, la cui "aria fine", si diceva, gli aveva aguzzato l'ingegno, Brighella vestiva tutto di bianco ma con filettature verdi. Orditore di burle e d'inganni, spesso era proprio lui il motore dell'azione. Nella versione francese il suo nome era Scapino, che vuol dire scappare e vestiva di bianco e azzurro.

Coviello Coviello indossa una tuta colore azzurro intenso con dei pon pon rossi sul petto e con sonagliere ai polsi e alle caviglie. come un menestrello accompagna le sue satire col mandolino e danze grottesche, dicendo verità sgradite ai più. Per questo porta al suo fianco anche la sua fedele spada e cela il suo volto dietro alla maschera con il lungo naso adunco e la fronte dipinte di nero e le guance di rosso fuoco.

Balanzone Era un avvocato bolognese, pedante e panciuto, ben nutrito e amante del vino. Il suo nome deriva dalla parola "balle", cioè le frottole che gli uscivano di bocca, o da "balanza" (bilancia), simbolo della giustizia che egli rappresentava. Il lato comico del personaggio era dato dal contrasto tra la cultura che pretendeva di possedere e la grande ignoranza che dimostrava nei discorsi. Infatti parlava di continuo, mettendo in fila un gran numero di parole senza un filo logico.

capitan Spezzaferro Fra le maschere che ripetevano il tipo del Capitano burbanzoso e millantatore, popolarissime nel primo Seicento, quando il continente era percorso dalle soldatesche spagnole, Spezzaferro incontrò soprattutto il gusto dei francesi, per la sua comicità venata di tristezza. Portava vistosi baffi e sul capo un tricorno grigio sormontato da un impertinente pennacchio: minacciava continuamente massacri, ma l ilarità degli altri personaggi lo riportava ben presto alla sua triste realtà.

DON Pancrazio e florindo Pancrazio rappresenta la varietà meridionale del carattere di Pantalone talora è mercante, altra volta è borghese di cospicua fortuna, in qualche caso contadino arricchito, ma nel fondo del suo carattere c è sempre l avarizia e quella credulità che lo espone ai tiri birboni. Immancabilmente, data l età avanzata, porta con sé il bastone, al cui pomo si appoggia, piegato probabilmente da una inconfessata stanchezza. Florindo era di bell aspetto, colto, voce gradevole, elegante. sapeva improvvisare sonetti e madrigali destinati a concquistare il cuore di ogni fanciulla. Nella maggior parte dei casi, era spiantato e povero in canna.

Gianduia Era la maschera piemontese, nativa di Asti di cui parlava il dialetto, ma popolarissima a Torino. Simpatico e allegro, Gianduia era il tipo del popolano semplicione, ma coraggioso, leale e dotato di buon senso, tanto che nelle commedie interpretava sempre la parte di chi ha ragione. Il nome deriva da Gioan d la douja. "douja" in piemontese significa doga e, per estensione, botte.

Cecca e Giacometta E' la fedele compagna di Gianduia. Come lui è veramente l espressione della buona piemontese, piena di buon senso e di coraggio. unisce alla naturale grazia del gestire e del parlare, un brio ed una vivacità maliziosamente femminile. Sa essere dolce ed appassionata, ma, quando occorre, sa anche difendere i suoi diritti con arguzia e con veemente irruenza. Cecca è la versione milanese di giacometta, classica locandiera, è la moglie di meneghino.

rugantino Maschera romana, era spaccone e linguacciuto, ma anche arguto e sarcastico. Pancia florida e gambe storte, era il classico bullo attaccabrighe che non sapeva tenersi niente. Voleva avere sempre l ultima parola, anche dopo averle buscate. Sue frasi tipiche, che ci fanno capire il carattere, sono: «Me ne ha date, ma quante gliene ho dette!», oppure: «Meglio perde n amico che na bona risposta».

SCARAMUCCIA Da un personaggio napoletano chiamato Scaramuccia, cioè piccola battaglia, pauroso e millantatore, l ultimo e il più comico della serie dei Capitani, sedicente signore di contrade, nobile non meno di Carlo Magno e ricco almeno quanto Creso, ladro, poltrone, furfante, amico e rivale di Pulcinella in una gara di frottole e di ribalderie. Sbarcato alla corte di Francia Scaramouche, modificò il primitivo carattere: Preferì il mandolino alla spada, ed ebbe una nuova arguzia.

MEO PATACCA Spaccone e prepotente, era romano, er più di Trastevere, e derivava da Pulcinella. Giacca e calzoni di velluto, portava un berretto che gli lasciava scoperta la fronte e gli cadeva sulla nuca; al collo aveva un fazzoletto. Irascibile e impulsivo, era sempre pronto a menare le mani. Suo compagno inseparabile (come rivale o come amico) era Marco Pepe, anch egli rumoroso e attaccabrighe.

meneghino Era la maschera di Milano. Qualunque fosse la sua condizione, di servo o di padrone, era un personaggio saccente, che si dava molte arie e sentenziava nel suo colorito dialetto. Era, però, anche persona di buon senso. incontro d ingenuità e d astuzia, la stessa inclinazione agli amori facili e alla buona mensa.

TARTAGLIA Creato nel Seicento, era caratterizzato dalla balbuzie e dalla testa rasata. Aveva difficoltà a pronunciare le parole e, nel ripeterle, alterava anche quelle dei suoi interlocutori. In genere era un notaio, ma poteva anche essere un giudice, un medico o un farmacista. Corpulento e panciuto, portava sul naso enormi occhiali e parlava in napoletano con esagerata mimica facciale.

Ideato e realizzato da Fabrizio Carmellino Classe 5 B - a.s. 2016/2017 Scuola elementare «Giacomo Leopardi» Musica «Scaramucce» Rondò Veneziano