Rassegna Stampa. 22 marzo A cura de: L Agenzia Culturale di Milano Con sede in Milano, via Locatelli, 4

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1 Milano - Basilica di Sant Ambrogio Rassegna Stampa La nostra marzo 2015 A cura de: L Agenzia Culturale di Milano Con sede in Milano, via Locatelli, 4 Estratti da: Questa rassegna stampa è scaricabile integralmente anche dal sito Ciclostilato in proprio

2 14/3/2015 Papa Francesco «Da dicembre un Giubileo straordinario» L'annuncio a sorpresa nel giorno del secondo anniversario al soglio. «Anno della Misericordia, al via dall'immacolata» di Franca Giansoldati Misericordia, parola chiave per decrittare la Chiesa di Bergoglio. Non passa giorno che Francesco non faccia richiami alla capacità di amare, perdonare, avere compassione, buon cuore, usare pietà secondo l'esempio di Cristo. È convinto che una Chiesa inclusiva, veramente aperta - anche ai lontani, ai diversi, ai perduti - si misuri proprio da questa straordinaria inclinazione. Che, naturalmente, va coltivata, incoraggiata, stimolata. Così nel secondo anniversario della sua elezione, il Papa ieri pomeriggio ha annunciato a San Pietro la sua intenzione inaugurare per l'8 dicembre di quest'anno, festività dell'immacolata concezione, un anno santo straordinario interamente dedicato al tema della Misericordia. Dodici mesi interi in cui il Vaticano sarà al centro di eventi spirituali, incontri, pellegrinaggi. Gli immigrati, i sacerdoti, le donne, le famiglie. Bergoglio dopo avere fatto l'annuncio nella basilica gremita si è recato in un confessionale e, davanti ad un penitenziere, si è inginocchiato per essere confessato. Come dire che umiltà e perdono lastricano la via della misericordia. RIUNIONE ORGANIZZATIVA Considerato l'effetto che Papa Bergoglio ha sulla gente, una vera star capace di smuovere enormi masse, c'è da immaginare che il giubileo porti a Roma un flusso di turisti consistente, anche se nessuno al di là del Tevere si azzarda a fare previsioni. La macchina organizzativa non si è ancora messa in modo. L'idea di questa iniziativa era venuta tempo fa al Papa. Ne aveva parlato in udienza con monsignor Rino Fisichella, presidente del pontificio consiglio della nuova evangelizzazione, al quale ha affidato il coordinamento dell'evento. Il programma dettagliato non è ancora stato stilato. Da lunedì prossimo in Vaticano si metteranno attorno a un tavolo per definire un piano e per diffonderlo alle conferenze episcopali di tutto il mondo. Cosa sia di preciso la misericordia lo ha spiegato Bergoglio ieri pomeriggio: «Siamo chiamati a guardare oltre, a puntare sul cuore, per vedere di quanta generosità ognuno è capace. Nessuno può essere escluso dalla misericordia di Dio; tutti conoscono la strada per accedervi e la Chiesa è la casa che tutti accoglie e nessuno rifiuta. Le sue porte permangono spalancate, perche quanti sono toccati dalla grazia possano trovare la certezza del perdono. Più è grande il peccato e maggiore dev'essere l'amore che la Chiesa esprime verso coloro che si convertono». È stato stabilito che durante il Giubileo tutte le letture, durante le messe domenicali, saranno prese dal Vangelo di Luca, l'evangelista della misericordia, tanto sono ricche di parabole: la pecora smarrita, la dramma perduta, il padre misericordioso. Gli anni santi ordinari, indetti ogni 25 anni, generalmente più solenni e impegnativi rispetto a quelli straordinari, finora sono stati 26. L'ultimo Papa che ha indetto un anno santo straordinario è stato Giovanni Paolo II, nel 1984, per dedicarlo ai 1950 anni della redenzione di Cristo. La bolla ufficiale che proclamerà solennemente il giubileo sarà letta da Bergoglio davanti alla Porta Santa il giorno della domenica della Divina Misericordia, festa liturgica che cade la prima domenica dopo Pasqua, istituita da Giovanni Paolo II. TOR BELLA MONACA La misericordia è un tema legato a doppio filo alla personalità di Papa Bergoglio. Già da vescovo aveva scelto come motto episcopale «miserando atque eligendo», con occhi misericordiosi, una citazione presa dagli scritti di Beda il Venerabile. Nel primo Angelus dopo la sua elezione, il 17 marzo 2013, si è presentato alla folla mettendo in luce come un po' di misericoria sia in grado di rendere il mondo meno freddo e ingiusto. L'ultimo riferimento è stato domenica scorsa, a Tor Bella Monaca. Una bambina gli ha chiesto qualcosa sull'inferno e Bergoglio le ha assicurato che nessuno ci andrà se si affida a Dio, non importa i peccati commessi, basta il pentimento. Nessuno si salva da solo. RIPRODUZIONE RISERVATA. 18/3/2015 Bagnasco: il malaffare d i v e n t a r e g i m e «Il popolo degli onesti deve assolutamente reagire senza deprimersi, continuando a fare con onestà e competenza il proprio lavoro, ma anche protestando nei modi corretti contro questo 'malesempiò che sembra essere un regime». Lo ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), commentando lo scandalo delle tangenti e degli appalti pubblici per le grandi opere su cui indaga la Procura di Firenze. «Purtroppo - ha aggiunto il cardinale - lo spettacolo è deprimente e sembra crescere. Spero che la gente non si lasci deprimere o scoraggiare dai cattivi esempi che vengono da tante parti, soprattutto da chi ha maggiori responsabilità nella cosa pubblica». pagina 2

3 16/3/2015 Il Vaticano rilancia la guerra giusta L'Isis fa un genocidio, va fermato Tomasi, rappresentante della Santa Sede all'onu di Ginevra "Prima tocca alla politica, ma se è necessario si usi la forza" di PAOLO MASTROLILLI «Dobbiamo fermare questo genocidio. Altrimenti in futuro ci lamenteremo, chiedendoci perché non abbiamo fatto nulla e abbiamo consentito che questa terribile tragedia avvenisse». Per riuscirci, «è necessaria una coalizione coordinata e ben pensata, che faccia tutto il possibile per raggiungere una soluzione politica senza violenza. Se ciò non sarà possibile, però, l'uso della forza diventerà necessario». Come suonano diverse queste parole dell'arcivescovo Silvano Tomasi, rappresentante della Santa Sede all'onu di Ginevra, da quelle che i suoi colleghi avevano pronunciato alla vigilia dell'invasione dell'iraq nel La differenza però si spiega con la dottrina cattolica, perché l'uso della forza contro l'isis rientrerebbe nei parametri della «guerra giusta», mentre quello contro Saddam li violava. La linea della Santa Sede La posizione presa da Tomasi in un'intervista con il sito americano «Crux» non è nuova, e segue con coerenza la linea scelta dai vertici della Santa Sede dal principio dell'aggressione dello Stato Islamico. Nel settembre scorso avevamo incontrato proprio al Palazzo di Vetro il segretario di Stato Parolin, che ci aveva detto: «In questi casi il pericolo è sempre quello dell'escalation, ma il Papa è stato molto chiaro: l'aggressore deve essere fermato». Con queste dichiarazioni, infatti, Parolin aveva confermato quello che lo stesso Francesco aveva affermato in precedenza. Il cambio di rotta Cosa è cambiato, dunque, rispetto al 2003, quando Giovanni Paolo II inviò a Washington il cardinale Pio Laghi per convincere Bush a desistere dall'intervento in Iraq? La risposta sta nelle circostanze e nella dottrina della «guerra giusta». I cattolici e i cristiani in generale dovrebbero evitare di usare la forza, perché perseguono un'armonia fondata sulla giustizia che deriva da Dio. Tuttavia il cardinale Raffaele Martino, nunzio all'onu nel 2003, aveva chiarito che i fedeli «sono pacifici, non pacifisti». Non hanno, in altre parole, un atteggiamento ideologico nei confronti della guerra: cercano di evitarla sempre, ma si rassegnano all'idea che in alcune situazioni possa diventare inevitabile. Questi casi sono sanciti dalla dottrina della «guerra giusta», che risale ai padri fondatori della Chiesa, e pone alcune condizioni precise. Ad esempio il carattere difensivo dell'intervento, l'esistenza di una causa per cui condurlo e un'autorità legittima per lanciarlo, la proporzionalità della risposta e l'esclusione di mezzi intrinsecamente cattivi. La sfida a Bush junior L'Iraq non rientrava in questi parametri prima di tutto perché era un'azione preventiva, e quindi per natura non poteva essere difensiva. Inoltre la causa era dubbia, come ha confermato poi l'assenza delle armi di distruzione di massa, e mancava il via libera dell'onu. A tutto questo poi si aggiungevano considerazioni politiche sui rischi e le ripercussioni dell'intervento, che non avevano direttamente a che fare con la dottrina della «guerra giusta», ma col tempo si sono dimostrare corrette. Il ruolo delle Nazioni Unite. Nel caso dell'isis, invece, è ovvio che lo Stato Islamico ha lanciato l'aggressione, a cui diventa necessario rispondere con la forza, se non c'è alcuna soluzione politica possibile. La giusta causa è la difesa dei cristiani, che vengono brutalmente ammazzati per il solo fatto di esserlo. Il ricorso all'onu serve per avere la legittimità richiesta dalla dottrina, e finora si è realizzato in maniera solo parziale, perché il Palazzo di Vetro ha approvato risoluzioni contro il terrorismo, ma non ha ancora autorizzato esplicitamente un'azione in Siria o in Libia. In Iraq però l'intervento della coalizione guidata dagli americani è stato richiesto dal governo legalmente in carica, e quindi le operazioni sono avallate dalle autorità nazionali che hanno il diritto all'autodifesa. La speranza della Santa Sede resta sempre quella di una soluzione pacifica, ma se non sarà possibile ottenerla, la forza dovrà intervenire per impedire altre ingiustizie. 13/3/2015 L'arcivescovo Scola "Oratori sempre aperti ai musulmani ORATORI APERTA A TUTTI, anche ai musulmani. È l'arcivescovo di Milano, Angelo Scola, a margine della presentazione di una ricerca Ipsos, a raccontare come la presenza di immigrati sia un dato presente in molti degli oratori lombardi. "I cancelli e le porte sono sempre aperti", e anche il momento della preghiera non è un problema: "I ragazzi musulmani vogliono partecipare sempre, ovviamente con grande rispetto lo si fa nei loro confronti". Durante l'insegnamento della religione, "la stragrande maggioranza dei musulmani - ricorda - sta in classe quando c'è religione e poi ci sono anche dei momenti di attenzione a loro. I ragazzi si scambiano tra di loro le esperienze religiose". Il tutto in un "dialogo interreligioso" che sta generando "il nuovo cittadino di Milano". Per il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, l'oratorio è "un imponente fenomeno pedagogico, il cui valore sta nel fatto che è una proposta educativa che parte dal basso ed è in grado di coinvolgere tutti. Inoltre sempre più spesso è luogo di incontro, non solo per i ragazzi, ma anche per le famiglie". Secondo i risultati dell'indagine Ipsos gli oratori sono presenti nel 75% delle parrocchie lombarde. pagina 3

4 12/3/2015 Così trasformano l'innocenza nel crimine più efferato di MASSIMO RECALCATI IL FANTASMA di purezza ritorna spettralmente in ogni forma di fondamentalismo. Nella psicologia del terrorista la dedizione alla Causa, sino al sacrificio della propria vita, è assoluta. È una identificazione massiccia che non consente scarti. Il terrorista agisce sempre in nome del Bene. E fare il Bene, agire, consacrare la propria vita alla Causa, non pone alcun limite al Male. Il fantasma di purezza del terrorista elimina alla radice il dubbio e l'incertezza. Ne deriva una seduzione quasi irresistibile: la verità è sempre dalla nostra parte, la verità ci appartiene, è solo nostra. La figura sconcertante del bambino che, pilotato dai terroristi fondamenta-listi, diviene giustiziere fornisce una ulteriore prova (raccapricciante) di questa analisi. La sua mano non trema, non denuncia alcuna fragilità, non conosce incertezza, non ha bisogno di tendersi verso un'altra mano come invece accade solitamente alla mano di un bambino. La mano del bambino eletto alla dignità feroce del giustiziere, del boia dell'infedele, esprime l'incarnazione più efferata dell'innocenza posta al servizio accecato della Causa. Il fantasma di purezza sembra trovare il suo attore ideale. Con un aggiunta drammatica: il bambino può essere anche più spietato dell'adulto, perché non ha ancora metabolizzato simbolicamente il senso autentico dell'alterità. Il suo mondo è il mondo dei suoi genitori, della sua famiglia, del suo gruppo di appartenenza. La sua soddisfazione consiste nel soddisfare le attese degli adulti che ama. Egli è totalmente immedesimato all'ambiente in cui vive. Il potere del pensiero critico non ha ancora corroso - come accadrà nell'adolescenza - la sua vita. Egli è un cavaliere della fede dell'altro. Per questa ragione la sua obbedienza può essere cieca, pura, assoluta. È ciò che spinge il pedofilo alla ricerca dei bambini: trovare un corpo a propria totale disposizione, senza limiti, inibizioni, vacillamenti. Trovare qualcuno che gli si affidi ciecamente, che abbandoni ogni pensiero critico. È il cuore perverso del fantasma di purezza. Possiamo chiederci: non esiste forse una pedofilia intrinseca ad ogni "educazione" totalitaria? Ogni "educazione" totalitaria non si fonda su di un plagio che non lascia scampo alla libertà? Il bambino porta con sé un animo fondamentalista perché non conosce ancora il senso profondo dell'alterità. Egli crede ciecamente nel suo Altro, crede alla sua bandiera, ai suoi ideali, vive per soddisfare l'altro di cui ha fede. Si può dire davvero che un bambino possa essere un criminale? Si poteva guardare lo sguardo del piccolo Hitler e pronosticare il suo destino sanguinario? Si può davvero vedere nel volto mascherato del piccolo atroce giustiziere il ghigno cinico o esaltato di un assassino? Non è più giusto dire che sono gli adulti che possono fare sempre di un bambino - grazie alla sua fede nell'altro - lo strumento passivo del loro godimento? Non è questo il centro pedofilico dell'educazione totalitaria? È indubbio: il crimine più orribile è quello di assoggettare la vita di chi invece si affida a noi per sentirsi protetto. Se la dichiarazione assoluta di innocenza e di purezza ha un risvolto paranoico negli adulti perché attribuisce sempre la responsabilità del Male all'altro, nei bambini, questa stessa innocenza e purezza, può diventare atroce perché manca in essi un autentico pensiero altruista, una autentica cognizione dell'altro. Essi possono solo fare la volontà dei loro padroni. Il bambino elevato malignamente alla dignità del giustiziere non può conoscere il tormento della colpa e del perdono e per questo si presta ad essere, se possibile, ancora più spietato dei suoi manipolatori: il boia che, nella sua innocenza e purezza, dovrebbe giustificare un crimine impossibile da giustificare. RIPRODUZIONE RISERVATA. pagina 4

5 12/3/2015 Il gioco gender all'asilo. Cari adulti fanatici lasciate che i bimbi facciano i bimbi di GIANLUIGI PARAGONE Il gioco gender che vorrebbero attuare negli asili di Trieste merita ancora delle riflessioni, non fosse altro perché non si può pensare che certe notizie si consumino così velocemente. Il fatto è noto, ne ha parlato con grande risalto anche Libero: in questa scuola dell'infanzia, dietro un bel nome (Gioco del rispetto), i piccoli alunni si scambiano i vestiti, parlano dei genitali, se li toccano. Perché? Per superare pregiudizi futuri e soprattutto per stimolare la scoperta della propria sessualità. Lo dico subito: mi sono rotto di certi progetti modernisti, risultato di sperimentazioni politicizzate. Resto dell'avviso che, soprattutto in quella età, i bambini debbano essere allenati a ben altre sfide, quali l'allontanamento dei genitori per un breve periodo, la socializzazione e la convivenza. Il gioco e la condivisioni degli spazi sono di per sé già una gran palestra, se sfruttata appieno. Quello della inclinazione sessuale è proprio l'ultimo degli stimoli che un bambino sente il bisogno di conoscere. (La scoperta della propria sessualità è un altro discorso, che qui non c'entra). Lo scambio dei vestiti è una stupidaggine degna di adulti che - come al solito - scaricano sui piccoli le loro fisime, le loro idee, talvolta persino i loro fanatismi. Vale per le sperimentazioni genderiste, vale per i fanatismi tecnologici e vale per tante altre cose. Che però, ripeto, attengono alla sfera dei grandi. Mi arrabbio quando vedo bambini di un anno e mezzo che già trafficano coi telefonini e i tablet, figuriamoci se dovessi vedere un bambino indirizzato subdolamente a porsi l'interrogativo se è bambino o bambina o non si sa cos'altro. Non ne faccio una questione di principio politico o di morale cattolica o di altra natura, mi limito a sperare che le tappe della crescita siano rispettate senza accelerazioni. Non credo che un bambino di due anni o di tre o di quattro si ponga l'interrogativo sulle inclinazioni sessuali: l'altro giorno leggevo di una coppia di genitori che ha favorito la trasformazione di genere del proprio figlio in età appena adolescenziale. Ritengo piuttosto che un bambino di due, tre anni dovrà prendere le misure di se stesso come persona e subito dopo di persona insieme ad altri. Per questo il gioco è indispensabile. I giochi psicoattitudinali li lasciamo per un periodo successivo. Pensiamo invece a educarli alle regole del gioco, ai giochi prestati e restituiti. Proviamo magari a farli muovere un po' di più negli spazi aperti invece di rincoglionirli dietro monitor di ogni misura. Li vogliamo reattivi sul vestito da scegliere, poi li parcheggiamo davanti a tablet e a televisori per ore intere! Ma per piacere I vestiti. All'asilo le mamme più navigate consigliano le tute: unisex, pratiche ed economiche. Si sporcano di tempera, di erba, di terra? Pazienza. Si bucano alle ginocchia? Amen. Non capisco proprio perché il bambino debba essere messo nella condizione di doversi porre la domanda se indossare un capo maschile o femminile. E magari da lì consentire a un adulto di costruire tesi fantasiose. Se la finalità è aiutare i bambini, allora lasciamo che i bambini facciano i bambini. Facciamo un passo indietro. Facciamoli anche sbagliare. Consentiamo loro di prendere le misure al mondo, senza i nostri sballati teoremi. Fermiamo certe fughe in avanti, fermiamole prima di andare a sbattere contro il muro dell'errore postumo. Fermiamole prima di fare un favore a chi sotto sotto studia e promuove certe tesi moderniste allo scopo di generare confusioni. Non vorrei, per chiudere, che certi sperimenti o certi progetti nascessero dall'esigenza di dare un lavoro a personale sfornato dalle università. Già, perché a furia di produrre laureati in "varie ed eventuali" ora dobbiamo pure preoccuparci di finanziarne gli spazi operativi. Come? Con consulenze e ore di pseudo-insegnamento. Abbiamo bambini con disabilità che restano privi di sostegni, privi di mezzi di accompagnamento e pensiamo al sesso degli angeli. Abbiamo scuole con carenze infrastrutturali. Abbiamo scuole dell'infanzia dove si fa a cazzotti per avere un posto. E potrei proseguire con l'elenco delle cose che non funzionano. Ecco, non potremmo pensare di convogliare i soldi pubblici in queste cose più necessarie, invece di pensare a subdoli Giochi del rispetto? pagina 5

6 17/3/2015 I FULMINI DELLA LOBBY SUI GAY NON ALLINEATI di Lucia Bellaspiga Famiglia, figli, uteri in affitto: dissentire non si può. Boicottare Dolce e Gabbana non è da tutti: per gettare nel cestino un capo firmato D&G bisogna quantomeno averlo acquistato. Più semplice era stato un anno e mezzo fa buttare i fusilli Barilla avanzati nella scatola: quello sì era un fiero boicottaggio alla portata di chiunque... La colpa di Guido Barilla? Avere espresso liberamente il proprio pensiero sulla famiglia durante un'intervista radiofonica: rispetto le persone omosessuali, aveva detto, ma «nelle mie pubblicità rappresento la famiglia classica». Immediata la gogna da parte dello star system planetario e della lobby Lgbt (lesbiche, gay, bisex, trans), con un'unica evidenza: tutti minacciavano, nessuno si era preso la briga di ascoltare l'intervista. Dopo una nottata che deve essergli costata anni di vita, Barilla diffuse il video della retromarcia: scusate - diceva più o meno, in lacrime - accetto di rieducarmi, sono cresciuto credendo che la famiglia fosse formata da padre, madre e figli, ritratto tutto e non lo dirò più. Anatema rientrato. Ora tocca ai due noti stilisti, legati da decenni di amore omosessuale. Al settimanale Panorama Domenico Dolce ha dichiarato: «Tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo...». E alla domanda se avrebbe desiderato diventare padre, «credo non si possa avere tutto dalla vita, che ha un suo percorso naturale - ha risposto -. Ci sono cose che non vanno modificate e una di queste è la famiglia». Opinione giusta? Per noi sì. Sbagliata? Per altri, come si sa. Ma intanto un'opinione, per di più introdotta da quel verbo «credo». Eppure ancora una volta questo è bastato per scatenare una guerra feroce a livello mondiale, dichiarata da Elton John, il cantante inglese 'sposato' con un uomo e con il quale 'ha' due figli. C'è una sola nota stonata nelle parole di Dolce ed è l'aggettivo «sintetici» riferito ai bambini anziché alle tecniche per averli: un figlio è un figlio, comunque venga al mondo, e la sintesi cui è ricorso suona infelice. Ma ciò che davvero ci deve preoccupare è la valanga liberticida che in poche ore si è riversata su Dolce e Gabbana, accusati esplicitamente di aver espresso il loro parere. «Fascista», hanno risposto alle minacce oscure di Elton John, che ha addirittura chiesto al mondo di annientarli, sapendo bene che la sua voce può spostare le masse, specie quelle che non leggono le interviste ma pigramente seguono la corrente. E infatti a valanga i 'vip' si sono allineati, tra chi fotografa le sue camicie già nella spazzatura («non voglio che nessuno più le indossi», ha twittato la tennista Navratilova, 'sposata' con una donna), chi come Courtney Love ricorre a roghi di triste memoria («ho raccolto tutti i miei vestiti per bruciarli») o chi come Ricky Martin rivolta la frittata: «Le vostre voci sono troppo potenti per spargere tanto odio», accusa i due stilisti, che in realtà hanno espresso rispetto per le scelte altrui. Anche lui, come Elton John, è padre di due gemelli commissionati a una madre surrogata, ovvero una donna così povera da poterla noleggiare a tempo, ingravidare e poi rimuovere, non prima di aver prelevato quel figlio cresciuto in grembo e partorito. La forma più inumana di colonialismo, di razzismo, di sfruttamento. La più volgare prevaricazione in stile 'ho i soldi quindi posso'. Eppure su questo scempio tace lo star system, tacciono i garantisti dei diritti a tutti i costi (ma sempre del più forte!), tacciono persino certe opinioniste sui giornali italiani, che fingono di non sapere come fanno questi uomini ad 'avere' un figlio. In poche ore il tweet di Elton John ha scatenato decine di migliaia di altri tweet con un'audience potenziale di milioni di utenti, un «caso paradigmatico di amplificazione» lo chiama 'Reputation Manager', istituto che misura la reputazione on line: e chi osa allora discostarsi? In tanta mistificazione, almeno una cosa esce allo scoperto, non più negabile: la lobby Lgbt punta ai figli, non concepisce soltanto un 'matrimonio' gay ma vuole tutto, e chiunque non la pensi così va massacrato. Dolce e Gabbana, privati persino del diritto di opinione, sono vittime - loro davvero - di un eclatante caso di omofobia planetaria. Sono tutti Charlie, di questi tempi, pronti a difendere la libertà di parola, purché sia allineata al verbo ufficiale dell'associazionismo e della politica gay. Succede in tutte le dittature. RIPRODUZIONE RISERVATA. pagina 6

7 13/3/2015 La Siria abbandonata dal mondo In quattro anni un Paese distrutto L'apocalisse nei numeri di un gruppo di Ong: 11 milioni di profughi, 220 mila vittime La vita media si è accorciata di 20 anni: "La gente muore di fame, intervenga l'onu di MAURIZIO MOLINARI La guerra civile siriana entra nel suo quinto anno aggravata da un 2014 che si è rivelato il periodo più sanguinoso e devastante per la popolazione: ad attestarlo è il rapporto «Failing Syria» redatto da 21 organizzazioni umanitarie per accusare il Consiglio di Sicurezza dell'onu di «mancare agli impegni presi» per soccorrere i civili. Le cifre contenute nel rapporto, basato su una documentazione minuziosa di quanto avvenuto lo scorso anno, parlano da sole. Le vittime sono state 76 mila ovvero il bilancio annuale più alto registrato da quando, il 15 marzo 2011, cominciò la rivolta popolare contro il regime di Bashar al Assad. Il totale delle vittime registrato da allora è di 220mila che sono solo la punta dell'iceberg della «maggiore crisi umanitaria degli ultimi 20 anni» segnata da 11,2 milioni di profughi - fra coloro che hanno lasciato il Paese e chi continua a spostarsi all'interno - e in particolare «4,8 milioni di persone che risiedono in aree difficili da raggiungere». Brilla solo il porto di Tartus È qui che l'allarme delle ong umanitarie - da Oxfam e Save the Children - si fa più intenso perché denuncia il rischio che queste persone muoiano di sete, fame, freddo in zone assediate dai combattimenti in stallo fra le opposte fazioni. «Nell'area del fiume Yarmuk dove si trovano i campi palestinesi - ci spiega una fonte della Croce Rossa Internazionale - non ci sono più cani, gatti o topi da mangiare, e i bambini vanno a cercare fili d'erba per cibare le famiglie». Un'apocalisse che vede 5,6 milioni di bambini bisognosi di qualsiasi tipo di aiuto, 1,6 milioni di alunni impossibilitati a frequentare qualsiasi tipo di scuola e un impatto sulla popolazione che si misura nella «diminuzione della vita media di 20 anni». Fra le immagini incluse in «Failing Syria» per descrivere l'impatto della guerra civile ci sono le fotografie notturne del Paese scattate dai satelliti: paragonando quelle del 2011 alle più recenti ci si accorge della pressoché totale scomparsa delle luci, anche nella capitale Damasco ma con l'eccezione di Tartus, il porto sul Mediterraneo dove attraccano le navi della flotta del Cremlino. In alcune pagine, il rapporto affronta le pesanti conseguenze per l'europa di questa crisi umanitaria, sottolineando come i siriani «a migliaia sono saliti sui barconi dei clandestini diretti verso Grecia e Italia» nello scorso anno e tale fiume umano è destinato ad «aumentare nel 2015». Il rimprovero al Consiglio di Sicurezza dell'onu è «aver mancato all'impegno preso in tre diverse risoluzioni di proteggere i civili» afferma Jan Egeland, segretario generale del Consiglio norvegese sui Rifugiati che ha partecipato alla redazione del documento. I civili abbandonati «Tutte le parti impegnate nella guerra civile agiscono con impunità contro i civili perchè nessuno li protegge» aggiunge Vincent Cochetel, direttore europeo dell'alto Commissariato Onu per i Rifugiati, sottolineando come «quando le grandi potenze hanno deciso di agire in Siria sono riuscite a farlo, come nel caso dello smantellamento delle armi chimiche di Assad e della consegna di derrate alimentari in zone specifiche» ma sulla protezione dei civili «questa volontà ancora manca» con il risultato di aver precipitato l'80 per cento della popolazione sotto il livello di povertà, esponendola a eccidi, epidemie e sofferenze di dimensioni bibliche. «Ciò che più ci preoccupa - conclude Nigel Timmins, vicedirettore di Oxfam in Gran Bretagna - è che la catastrofe rischia oramai di essere accettata da una comunità internazionale che, dopo averla consentita, ora tende a voltare lo sguardo dall'altra parte davanti agli orrori quotidiani che continuano a moltiplicarsi». pagina 7

8 PAPA FRANCESCO ANGELUS Roma - Piazza San Pietro IV Domenica di Quaresima, 15 marzo 2015 Cari fratelli e sorelle, buongiorno il Vangelo di oggi ci ripropone le parole rivolte da Gesù a Nicodemo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). Ascoltando questa parola, rivolgiamo lo sguardo del nostro cuore a Gesù Crocifisso e sentiamo dentro di noi che Dio ci ama, ci ama davvero, e ci ama così tanto! Ecco l espressione più semplice che riassume tutto il Vangelo, tutta la fede, tutta la teologia: Dio ci ama di amore gratuito e sconfinato. Così ci ama Dio e questo amore Dio lo dimostra anzitutto nella creazione, come proclama la liturgia, nella Preghiera eucaristica IV: «Hai dato origine all universo per effondere il tuo amore su tutte le tue creature e allietarle con gli splendori della tua luce». All origine del mondo c è solo l amore libero e gratuito del Padre. Sant Ireneo un santo dei primi secoli scrive: «Dio non creò Adamo perché aveva bisogno dell uomo, ma per avere qualcuno a cui donare i suoi benefici» (Adversus haereses, IV, 14, 1). È così, l'amore di Dio è così. Così prosegue la Preghiera eucaristica IV: «E quando, per la sua disobbedienza, l uomo perse la tua amicizia, tu non l hai abbandonato in potere della morte, ma nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro». È venuto con la sua misericordia. Come nella creazione, anche nelle tappe successive della storia della salvezza risalta la gratuità dell amore di Dio: il Signore sceglie il suo popolo non perché se lo meriti, ma perché è il più piccolo tra tutti i popoli, come egli dice. E quando venne la pienezza del tempo, nonostante gli uomini avessero più volte infranto l alleanza, Dio, pagina 8

9 anziché abbandonarli, ha stretto con loro un vincolo nuovo, nel sangue di Gesù il vincolo della nuova ed eterna alleanza un vincolo che nulla potrà mai spezzare. San Paolo ci ricorda: «Dio, ricco di misericordia, mai dimenticarlo è ricco di misericordia per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo» (Ef 2,4). La Croce di Cristo è la prova suprema della misericordia e dell amore di Dio per noi: Gesù ci ha amati «sino alla fine» (Gv 13,1), cioè non solo fino all ultimo istante della sua vita terrena, ma fino all estremo limite dell amore. Se nella creazione il Padre ci ha dato la prova del suo immenso amore donandoci la vita, nella passione e nella morte del suo Figlio ci ha dato la prova delle prove: è venuto a soffrire e morire per noi. Così grande è la misericordia di Dio: Egli ci ama, ci perdona; Dio perdona tutto e Dio perdona sempre. Maria, che è Madre di misericordia, ci ponga nel cuore la certezza che siamo amati da Dio. Ci stia vicino nei momenti di difficoltà e ci doni i sentimenti del suo Figlio, perché il nostro itinerario quaresimale sia esperienza di perdono, di accoglienza e di carità. Copyright Libreria Editrice Vaticana pagina 9

10 quaderno febbraio 2015 IL CASO «MALALA»: L'ISTRUZIONE CONTRO LA VIOLENZA Giancarlo Pani S.I. Il 10 dicembre scorso, a Oslo, il premio Nobel per la pace è stato assegnato a una ragazza pachistana di 17 anni, Malala Yousafzai, per il suo impegno a favore del diritto all'istruzione delle bambine, e a un attivista indiano, Kailash Satyarthi, che si batte per i diritti dei minori e contro il lavoro minorile: con l'organizzazione Bachpan Bachao Andolan, da lui fondata nel 1980, ha potuto liberare almeno bambini dallo sfruttamento. Si tratta di una scelta singolare: si trovano insieme una pachistana e un indiano, una musulmana e un hindu, una ragazza giovanissima e un uomo maturo, i quali, benché appartenenti a due Paesi fratelli e nello stesso tempo nemici, sono uniti in una battaglia comune per i diritti dei bambini. Essi si sono dati la mano e hanno chiesto ai premier delle loro nazioni, ma anche agli altri politici, di avere a cuore l'educazione dei piccoli, «perché i bambini possano essere liberi di essere bambini, di crescere, mangiare, dormire, ridere, piangere, giocare, imparare». Il caso di Malala Yousafzai Il caso di Malala ha commosso il mondo: a 15 anni è stata vittima di un attentato. La sua colpa è quella di aver affermato fin da piccola il diritto della donna a studiare e ad andare a scuola. Attraverso il suo blog faceva propaganda all'istruzione da quando aveva 11 anni, ne rilevava l'importanza per i più poveri e per le bambine, soprattutto denunciava le violenze contro gli insegnanti da parte dei talebani. Questi vogliono le bambine fuori della scuola: per loro, la donna non ne ha diritto, deve dedicarsi alla casa, alla famiglia e alle faccende domestiche. Ecco la ragione per cui, dopo diverse minacce e dopo la distruzione di quattro scuole nella zona, Malala è stata condannata a morte dai talebani. Uno di loro ha eseguito la sentenza il 9 ottobre 2012: mentre il furgoncino della scuola riportava a casa la ragazza con le compagne, un giovane ha bloccato il mezzo, un altro l'ha riconosciuta e le ha sparato in faccia tre colpi. Uno la ferisce al volto e le penetra nel cranio dalla parte dell'orecchio sinistro, gli altri colpi feriscono due compagne vicino a lei. Sfregiata nel volto, con l'orecchio sanguinante, Malala giunge all'ospedale moribonda. Le sue condizioni si pagina 10

11 quaderno febbraio 2015 aggravano e fanno temere il peggio. Ma Malala non muore... Dopo quattro mesi di ospedali e di cure, con una placca di titanio nel cranio e un apparecchio acustico, attraverso imprevedibili vicende inizia un itinerario che la porta dal suo paese Mingora, dalla valle del fiume Swat, all'ospedale di Birmingham in Gran Bretagna, poi alla sede delle Nazioni Unite a New York e infine ad Oslo. Malala è la più giovane vincitrice del Nobel per la pace, con una motivazione fortemente espressiva: si vuol premiare «la lotta contro la repressione dei bambini e dei giovani, e a favore del diritto di tutti i bambini all'istruzione». La storia di una bambina pachistana La storia di Malala è oggi nota grazie alla sua autobiografia, Io sono Malala. La mia battaglia per la libertà e l'istruzione delle donne, pubblicata nel 2013 a New York, e subito tradotta in italiano. Il successo del libro è notevole, con diverse edizioni in tutto il mondo: in Italia ha già visto nove ristampe. La dedica esprime in modo sobrio e incisivo il senso dell'opera: «A tutte le ragazze che hanno affrontato l'ingiustizia e sono state zittite. Insieme saremo ascoltate». L'autobiografia si conclude con un ringraziamento, appassionato e commovente, a Dio: «Io amo Dio. Ringrazio il mio Allah. Gli parlo tutto il giorno. Lui è il più grande. Donandomi questa diversa altezza da cui parlare alla gente [il cruccio di Malala bambina era la sua bassa statura], Lui mi ha conferito anche grandi responsabilità. La pace in ogni casa, in ogni strada, in ogni villaggio, in ogni nazione: questo è il mio sogno. L'istruzione per ogni bambino e bambina del mondo. Sedermi a scuola a leggere libri insieme a tutte le mie amiche è un mio diritto. Vedere ogni essere umano sorridere di felicità è il mio desiderio». Ciò che emerge dall'autobiografia è la «vocazione» di Malala, una vocazione che nasce nella famiglia. I suoi insegnanti sono il padre e la madre: da loro apprende l'onestà e la libertà, il rigore morale e la generosità, il sacrificio, e soprattutto l'apertura mentale verso gli altri, verso la novità e la creatività. Il padre, fin da giovane, offre il suo impegno per l'istruzione, diviene insegnante di inglese e, poiché dove vive con la famiglia non c'è scuola, ne fonda una con i pochi mezzi che ha. Dopo molti insuccessi, la scuola diviene centro di cultura e di educazione civile, e si amplia in diversi edifici. La madre non è scolarizzata, ma, mentre il marito è l'uomo che sa parlare, lei è la donna della generosità. Malala racconta che la mamma spesso era in giro ad aiutare qualcuno, a visitare famiglie povere del vicinato, o all'ospedale pagina 11

12 quaderno febbraio 2015 per assistere i malati. La sua casa era accogliente e la porta era aperta a tutti. In questo clima cresce Malala, che fin da piccola manifesta il suo amore per la scuola e il desiderio di coinvolgere i coetanei. Un giorno, andando a gettare l'immondizia, scopre una bambina che fruga nel mucchio dei rifiuti, cercando di raccattare qualcosa di utile da poter vendere. Allora corre dal padre per chiedergli di parlare con lei e farla entrare nella loro scuola. Ma non è facile... La bambina scappa via, perché la famiglia ha bisogno di quei miseri guadagni. Quando i talebani cercano di chiudere la scuola del padre, lei è già pienamente consapevole di quanto sia importante l'istruzione. «Studiare, leggere, fare i compiti non era solo un modo come un altro di passare il tempo, era il nostro futuro. [...] Pensavamo che i talebani potevano prendersi le nostre penne e i nostri libri, ma non potevano impedire alle nostre teste di pensare». I talebani L'attivismo di Malala urta i talebani. Questi sono, e lo dice il loro stesso nome, studenti delle scuole religiose, le madrase, dediti all'apprendimento del Corano, in chiave fondamentalista. Da loro è nato il movimento dei talebani nel nord del Pakistan formatisi a una versione estremista dell'islam sunnita, che vuole imporre alla società la sharia, la legge musulmana secondo una propria interpretazione. Nella loro mentalità l'istruzione è piuttosto un addestramento: i bambini devono essere educati alla guerra, devono imparare a portare e maneggiare le armi, devono capire l'importanza del comando, il valore della supremazia dell'uomo sulla donna. Agli occhi dei talebani la storia di un popolo non ha alcun valore; essi sono «i nemici giurati delle arti e della cultura». Sono anche capaci di uccidere chi non osserva la legge, e lo fanno per intimidire. Tutto viene orientato verso un'obbedienza cieca e acritica. La distruzione delle celebri statue di Buddha in Afghanistan, alte oltre 40 metri, antiche più di mille anni, che avevano guardato la valle fin dal VII secolo, è emblematica del loro atteggiamento. Perfino i libri di testo usano un linguaggio bellico. Vale per tutti l'esempio dei problemi proposti in matematica: «Quanto fa 15 pallottole meno 10 pallottole?». Oppure: «Se ci sono 10 russi infedeli e 5 vengono uccisi da un musulmano, quanti ne rimangono?». Le bambine sono tenute completamente fuori da tutto: è bene che imparino a stare a casa, che badino ai doveri domestici e che escano coperte dal burqa. Soprattutto stiano lontane da ogni moda occidentale: l'occidente è haram, cioè «infedele», perché insegna tutto ciò che è proibito dall'islam. Naturalmente la scuola è assolutamente vietata. Nella lunghissima valle del fiume Swat ve ne sono più di quattrocento, con circa ragazze. I talebani le chiudono e ne distruggono molte. Le minacce giungono anche al padre di pagina 12

13 quaderno febbraio 2015 Malala: «La scuola che lei dirige è occidentale e infedele», e segue l'ingiunzione a chiuderla. Ma egli resiste, con una imprevedibile conseguenza che va a colpire la figlia primogenita. In un simile contesto, Malala rappresenta l'icona di chi lotta e non si arrende: lei stessa ha affermato che la sua storia è importante «non perché sia unica, ma perché non lo è. È la storia di molte ragazze. Oggi racconto anche le loro storie. Qui a Oslo ho portato con me alcune delle mie sorelle che condividono la mia stessa storia: amiche del Pakistan, della Nigeria e della Siria. Sono le mie coraggiose sorelle Spazia e Kainat Riaz, anch'esse colpite dai proiettili in quel giorno, insieme a me, a Swat. [...] La mia sorella Kainat Somro dal Pakistan, che ha sofferto violenze estreme e abusi, fino all'uccisione di suo fratello, ma non ha ceduto. [...] La mia coraggiosa sorella Mezon di 16 anni, siriana, che oggi vive in un campo rifugiati della Giordania e va di tenda in tenda ad aiutare i ragazzi ad imparare. E la mia sorella Amina, della Nigeria, dove Boko Haram minaccia e rapisce le ragazze semplicemente perché chiedono di andare a scuola. Benché io sia solo una, non sono una voce sola: sono la voce di molte. Sono Spazia. Sono Kainat Riaz. Sono quei 66 milioni di ragazze tuttora escluse dall'istruzione». Ecco ciò che fa paura in questi Paesi: la scuola, la cultura, l'educazione alla libertà e alla responsabilità. Lo studio permette alle persone di crescere, di pensare con la propria testa, di conoscere la storia del proprio popolo, di essere attente nei confronti del mondo circostante e di avere senso critico. Il desiderio di interrogarsi, di approfondire, di scoprire è la caratteristica più importante dell'uomo, e lo studio della storia è l'arte delle arti, appunto l'arte di conoscere l'uomo. Tutto questo quindi rappresenta una minaccia intollerabile al potere costituito. «La gente mi chiede perché l'istruzione è importante, soprattutto per le ragazze. La mia risposta è sempre la stessa. Come ho detto all'onu: "Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo". Porterò avanti la mia lotta sino a quando non vedrò ogni bambino andare a scuola» Il calore del premio L'attribuzione di questo premio ha una valenza enorme. È un riconoscimento al valore della donna, alla sua dignità e al suo impegno sociale. Scrive Malala: «Al mondo ci sono due poteri: quello della spada e quello della penna. Ma in realtà ce n'è un terzo, più forte di entrambi, ed è quello delle donne». L'osservazione è acuta. Il servizio della donna, l'amore per la vita, il prodigarsi in casa, l'occuparsi dei bambini, l'insegnamento impartito ai figli, la cura nelle piccole e grandi cose quotidiane, l'ordinario pagina 13

14 quaderno febbraio 2015 che diventa straordinario, e soprattutto la dedizione incondizionata sono un potere umile e nello stesso tempo un servizio e una forza trascinante che non ha paura di nulla. Malala pensa alla madre, al suo combattere per l'istruzione dei figli, al coraggio di ricominciare ogni volta che la sua casa viene distrutta. Ma pensa pure alla sua insegnante, alla «preside» della scuola, alle donne del quartiere che hanno resistito. Ricorda le infermiere degli ospedali che sono state costrette a lasciare il lavoro, o le maestre minacciate e impedite di andare a scuola. E pensa pure a Benazir Bhutto, figlia primogenita del deposto Primo ministro pachistano Zulfiqar Alì Bhutto, impegnata in politica fino a divenire Primo ministro per due volte, dal 1988 al 1990 e poi dal 1993 a È stata la prima donna pachistana, e finora l'unica, a ricoprire una carica così alta e così autorevole; è stata uccisa in un attentato a Rawalpindi, in Pakistan, il 27 dicembre 2007, per le sue idee e le sue aperture. «Lei - scrive Malala - era il nostro modello. Simboleggiava la fine della dittatura e l'inizio della democrazia e mandava un messaggio di speranza e di forza a tutto il resto del mondo. Ma era anche l'unico leader politico pachistano a pronunciarsi chiaramente contro i militanti talebani». Una storia lunga nel tempo L'attentato a Maiala si colloca in una lunga storia che forse ha il suo culmine nel clamoroso rapimento delle 276 studentesse da parte di Boko Haram, avvenuto il 14 aprile 2014 in Nigeria. L'episodio è una terribile espressione della cultura della violenza. Studentesse rapite per essere poi rieducate, islamizzate, costrette a sposarsi o vendute al mercato. Di esse non si hanno più notizie. Fortunate le poche che nei diversi traslochi del rapimento sono riuscite a fuggire. E prima, nel 2004, tragico è il destino dei 331 massacrati crudelmente nella scuola di Beslan, nell'ossezia del Nord, dai terroristi ceceni che occupano l'edificio. Fra essi ci sono 186 bambini, che non sono stati un bersaglio premeditato, ma vittime di una sfida spietata della resistenza cecena. Nel 1999, nelle Filippine, 500 scolari e 70 professori della scuola di Cotabato furono tenuti sotto tiro da un migliaio di guerriglieri del Fronte Islamico di Liberazione Moro. Vennero poi rapiti 40 insegnanti e 20 bambini, fortunatamente liberati nella notte. Ricordiamo ancora, nell'aprile 2014, il tentativo da parte dei talebani di intossicare con il gas velenoso 16 studentesse in Afghanistan all'istituto Bibi Hawa di Taloqan. O il caso recentissimo, del dicembre scorso, nella scuola militare di Peshawar, nel Pakistan nord-occidentale, dove 148 studenti (tra cui 132 bambini) sono stati uccisi e 120 feriti. Era una vendetta contro l'esercito pagina 14

15 quaderno febbraio 2015 pachistano per l'offensiva nei confronti degli estremisti nel nord Waziristan. La scuola era frequentata anche dai figli dei militari e di alti ufficiali, ma molti alunni erano figli di civili. Tutti trucidati come bersaglio intenzionale. Si trattava di una strage premeditata, intesa come gesto intimidatorio. Il gruppo che ha rivendicato il massacro è lo stesso che ha tentato di assassinare Maiala. L'elenco degli attentati alle scuole non ha fine... Perché gli innocenti? Perché si uccidono i bambini in età scolare? Che cosa fa tanta paura in questi piccoli innocenti? L'intimidazione è per i genitori, e si fa più terribile quanto più si intravedono negli adulti aperture al cambiamento e al nuovo. Lo spiegano bene le parole di Malala a Oslo: «Quando avevo 10 anni, la mia valle Swat, un posto di bellezza e di turismo, è diventata improvvisamente un luogo di terrore. Più di 400 scuole sono state distrutte. Alle ragazze è stato impedito di andare a scuola. Le donne sono state frustate. Gli innocenti, uccisi. [...] I nostri bei sogni sono diventati un incubo. L'istruzione dall'essere un diritto è diventata un crimine. Avevo due opzioni: restare zitta e aspettare di essere uccisa; o parlare ed essere uccisa. Ho scelto di parlare». Per questa ragione «i terroristi hanno provato a fermarci il 9 ottobre 2012 e hanno attaccato me e le mie amiche. Ma i loro proiettili non potevano avere la meglio. Siamo sopravvissute, e da quel giorno la nostra voce è ancora più forte». Perché l'istruzione è importante I fondamentalismi di tutte le religioni, delle più disparate culture, di qualsiasi potenza, non hanno paura delle bombe, degli eserciti o dei droni, perché li possono combattere. Hanno paura invece della scuola e dell'istruzione, perché aprono la mente delle persone e promuovono il senso critico. La scuola è un grande antidoto al reclutamento dei bambini per la guerra, per una vita di violenza e di morte, ed è un modo per combattere il terrorismo. Di più: è anche un rimedio contro la povertà, perché dà ai bambini un futuro, la possibilità di un mestiere e di un inserimento nella società. La conclusione del discorso di Malala all'onu è ancor più significativa: «Facciamo sì che le aule vuote, le infanzie perdute, il potenziale sprecato finiscano con noi. Che sia l'ultima volta che un bambino trascorre l'infanzia in una fabbrica. Che sia l'ultima volta che un bimbo innocente perde la vita in guerra. Che sia l'ultima volta che una ragazza si sente dire che l'educazione è un reato e non un diritto. Che sia l'ultima volta che a un bambino viene impedito di andare a scuola. [...] Costruiamo un futuro migliore proprio qui, proprio adesso». pagina 15

16 quaderno febbraio 2015 Malala vuole il diritto all'istruzione per tutti i bambini: perfino per i figli e le figlie degli estremisti, soprattutto dei talebani. Il richiamo a chi ha tentato di ucciderla la porta a dire che lei non odia nemmeno il talebano che le ha sparato. E continua: «È la compassione che ho imparato da Maometto, Gesù Cristo e Buddha. È l'eredità di cambiamento che ho avuto da Martin Luther King e Nelson Mandela; è la filosofia della non violenza che ho imparato da Gandhi, da Bacha Khan e da Madre Teresa di Calcutta. È il perdono che ho imparato da mio padre e mia madre. Ecco ciò che la mia anima mi dice: essere in pace e amore con tutti». Una valenza politica Il Nobel assegnato a Malala ha anche una valenza politica. Anzi, si potrebbe dire che si colora della vera politica, perché sia lei sia Kailash Satyarti rappresentano il Pakistan, l'afghanistan e l'india, tre delle aree più complesse e travagliate dell'oriente. Tra l'altro, sono tutti Paesi giovanissimi: il 40% dei pachistani ha meno di 14 anni; il 65% degli afghani e il 47% degli indiani ha meno di 24 anni. Il futuro di queste nazioni è costituito dai giovani. Ecco la valenza politica di questo premio Nobel per la pace: affermare i diritti dei bambini fin dall'infanzia per dare loro un'educazione volta a liberare. Va difeso innanzitutto il diritto allo studio e alla libertà di gestire la propria vita sia per l'uomo sia per la donna. L'istruzione comporta poi l'accesso al lavoro, il diritto a proteggere la salute, a entrare nella politica e nella vita pubblica, per un futuro dove si sia capaci di costruire una storia propria, dimenticando gli odi passati in una nuova riconciliazione. E ultimo, ma non meno importate, il diritto all'uguaglianza nella società. Malala, con la sua giovinezza e la sua forza, è un segno di speranza.

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