VII. Geremia, una fede lacerante

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1 VII Geremia, una fede lacerante Il tempo in cui visse Geremia L intestazione del libro (Ger 1, 1-3) di Geremia offre alcune indispensabili notizie: chi è Geremia e il tempo della sua attività profetica. Sono notizie che solo la lettura dell'intero libro è in grado di illuminare. Dietro la laconica affermazione «a lui fu rivolta la parola del Signore» c'è un dramma, che il profeta ha vissuto sino alla fine: alle prese con una Parola che non gli lasciava scampo e che il popolo non voleva capire. E dietro i nomi dei re elencati (Giosia, Joakim, Sedecia) ci sono gli avvenimenti dolorosi e terribili che hanno portato Gerusalemme alla catastrofe. Geremia visse e predicò nel regno di Giuda tra il 622 e oltre il 587 a.c., un tempo travagliato che ha portato alla caduta di Gerusalemme, del tempio e delle istituzioni che reggevano il popolo di Dio. Per la lettura del libro di Geremia mi sembra consigliabile un metodo un po' diverso da quello seguito per Isaia: non seguire il libro passo passo (non sarebbe facile e per il nostro scopo neppure molto utile), ma offrire piuttosto alcune indispensabili chiavi di lettura: la vocazione, il dramma personale del profeta, le principali tematiche del suo messaggio. Ma prima alcune osservazioni preliminari. Le parole profetiche - che ebbero tutte un'origine orale, nella predicazione - furono poi messe per iscritto. Perché? Certamente per conservarle nella loro autenticità. E questo nella convinzione che la parola del profeta non vale solo in quelle circostanze in cui fu pronunciata e per quelle persone a cui fu direttamente rivolta. La parola profetica vale per tutte le generazioni. Il capitolo 36 (invito il lettore a leggerlo per primo) racconta che Geremia stesso fece una raccolta delle sue precedenti parole. E ce ne indica il motivo: le sue parole sono più che mai attuali, e la speranza del profeta è che - raccolte insieme - assumano un tono più convincente e urgente: Forse quelli della casa di Giuda, udendo tutta la sventura che ho pensato di inviare loro, abbandoneranno la loro condotta perversa e allo- ra perdonerò i loro peccati. (Ger 36, 3) C'è anche il fatto che Geremia non può più predicare pubblicamente: gli è stato proibito. Ma questa prima raccolta delle parole del profeta fu confiscata dai funzionari e consegnata al re, che la bruciò. Geremia dettò allora le sue parole una seconda volta a Baruch, il suo fedele segretario (cf 36, 28 ss). Il libro di Geremia (come, del resto, gli altri libri dei profeti) è nato dunque progressivamente e non è stato scritto di seguito. Contiene parole e fatti che appartengono a una storia lunga e movimentata. Parole e fatti raccolti insieme secondo un ordine che non sempre è visibile: alle volte sembrano puramente accostati. Ad ogni modo, è bene che il lettore distingua subito - a grandi linee - il diverso materiale che nel libro è confluito: ci sono parole di giudizio rivolte al popolo di Dio (cc. 1-24) e parole di giudizio rivolte agli stranieri (cc. 25 e 46-51); ci sono oracoli di salvezza rivolti al popolo di Dio, sparsi un po' dovunque ma soprattutto condensati nei capitoli 30-33; ci sono i racconti, preziosi per conoscere la vita di Geremia e il quadro in cui si è svolta la sua missione, stesi dal fedele segretario Baruch (cc ; 34-45). La vocazione dì Geremia Il libro di Geremia si apre con tre visioni: la prima è il vero e proprio racconto di vocazione (1, 4-10) che riportiamo per intero; la seconda è la visione del ramo di mandorlo (1, 11-12) e la terza è la visione della caldaia bollente (1, 13-19). Molto probabilmente le tre visioni sono cronologicamente distinte. Sono però unite da un filo profondo e illustrano un unico tema: la radice da cui è scaturita la missione del profeta. Il passo è dunque di molta importanza e merita tutta la nostra attenzione, sia per comprendere il profetismo in genere, sia - più in particolare - per comprendere la missione e l'animo di Geremia. 1

2 Mi fu rivolta la parola del Signore: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni». Risposi: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane». Ma il Signore mi disse: «Non dire: sono giovane», ma va' da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che ti ordinerò. Non temerli perché io sono con te per proteggerti». Oracolo del Signore! Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca e il Signore mi disse: «Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca. Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per abbattere e distruggere, per edificare e per piantare». Al primo posto, come sempre, l'affermazione dell'assoluta libertà dell'iniziativa di Dio. L iniziativa di Dio precede ed è gratuita. La chiamata è frutto dell'amore di Dio, non della volontà dell'uomo. 1 veri profeti d'israele sono tutti carismatici, non cresciuti nelle scuole di profeti. Ma si deve anche dire che gratuità non significa improvvisazione, bensì continuità e fedeltà. La chiamata non è, da parte di Dio, una decisione improvvisa, bensì la conclusione di un lungo amore, di un piano di salvezza accuratamente studiato: è fin dalle «origini» che Dio sta pensando a Geremia. Certo, i profeti hanno sperimentato, per lo più, l'istantaneità della loro chiamata, quasi un'irruzione inaspettata, di forza, di Dio in loro. Ma questo avviene perché l'uomo è chiuso nel piccolo orizzonte della propria storia. In realtà - nell'orizzonte più ampio della storia di salvezza - la chiamata fa parte di un piano, si inserisce in una logica, e l'immediatezza che l'uomo sperimenta è semplicemente il segno - leggibile a livello di esperienza umana -della gratuità della chiamata divina e della rottura che essa introduce nella propria vita. L uomo avverte, di fronte alla chiamata e al compito che gli viene proposto, tutta la propria debolezza, diremmo una sproporzione fra lo strumento che Dio sceglie (non potrebbe chiamare strumenti migliori?) e lo scopo che pretende raggiungere. Disse Geremia: «Come faccio, Signore? Sono giovane e non so parlare». Ma il Signore rispose: «Non temere, perché sono con te per liberarti» (1, 6-8). Dio non arretra di fronte alla debolezza dell'uomo. Al contrario, sembra addirittura esigerla, perché è proprio nella debolezza dell'uomo che l'azione di Dio appare in tutta la sua potenza, mostrando - al profeta e al popolo - che la salvezza è di Dio, non dell'uomo. Non è dunque in se stesso che il profeta deve guardare e non è in se stesso che deve trovare la forza per svolgere il suo compito. Deve rimane fedele alla parola di Dio e ad essa aggrapparsi. La chiamata del profeta è descritta in termini e immagini che servono - lungo la Bibbia - a esprimere la chiamata di Israele a popolo di Dio e la sua missione in mezzo alle genti. Ciò significa che la chiamata del profeta (la sua singolare e personale chiamata) deve essere compresa all'interno di quella della comunità. La singola e personale chiamata di cui il profeta è oggetto è il luogo in cui la chiamata dell'intero popolo di Dio traspare con particolare chiarezza, non un luogo in cui affiora una diversa chiamata e una diversa missione. Il profeta vive un'esistenza di separazione e di solitudine, ma non perché la sua vocazione sia diversa da quella degli altri, bensì perché si stacca dal peccato degli altri e vive intensamente quella fedeltà all'alleanza che invece il popolo tradisce. La solitudine del profeta sorge dalla sua fedeltà a Dio e a quella vocazione a cui il popolo stesso è chiamato. Il profeta non si separa dal suo popolo, ma vive un'esistenza che tutto il popolo dovrebbe vivere. L esistenza del profeta è un'esistenza segno. Il profeta svolge anche un compito di «rappresentanza». Geremia è definito profeta delle genti: «Ti ho costituito profeta delle nazioni» (1, 5). Dunque, la parola del profeta non riguarda soltanto il cerchio ristretto di una città alle prese con i problemi della sua fine, ma riguarda tutti i popoli. I profeti sono sempre il segno che Dio si interessa al mondo intero. Come agli altri profeti, anche a Geremia è affidata una parola di giudizio e di consolazione, di contestazione e di edificazione: abbattere e costruire. Di questa parola Geremia dirà più tardi: «La tua parola è gioia e allegrezza per il cuore» (15, 16). Ma dirà anche: «è come il martello che spezza la roccia» (23, 29). 2

3 Bisogna guardare bene il punto in cui la parola profetica - di giudizio e di consolazione - viene a cadere. C'è come una linea (o un cerchio) nella storia di Israele. Dio salva il popolo, ma esige da esso una risposta di obbedienza; il popolo invece dimentica di obbedire al proprio Signore, e questa dimenticanza comporta il giudizio e la condanna. t qui che si inserisce il profeta con il suo annuncio di giudizio: prima della condanna un ultimo, lucido e disperato avvertimento. Ma è inutile! La parola del profeta è perennemente trascurata e così il castigo è inevitabile. Ma quando la catastrofe è ormai vicina e tutti se ne spaventano, il profeta cambia il tono del suo annuncio: non più dure parole di condanna bensì parole di speranza. Nessun profeta ha vissuto così profondamente come Geremia il duplice aspetto di una vocazione che è sempre lacerante: da una parte, la fedeltà a Dio che affida una parola di crisi; dall'altra, una piena solidarietà e un grande amore al popolo che tuttavia occorre minacciare. Dotato di una straordinaria sensibilità, Geremia soffre per primo a causa della sventura che egli stesso ha annunciato. Ma è anche il primo a godere della salvezza che Dio promette. Nella sua vocazione Geremia non ha veduto nulla di straordinario (assai diverso, ad esempio, il caso della visione di Is 6), Geremia vede soltanto un ramo di mandorlo in fiore (il nome ebraico del «mandorlo» significa «uomo che vigila») e una caldaia che bolle, rivolta a nord. Eppure queste due cose - semplici cose della vita quotidiana - diventano per lui cariche di lezione. Fa parte dello stile di Geremia: imparare dalla vita quotidiana, che per chi sa vedere è carica di segni e di avvertimenti. Nella bottega di un vasaio (c. 18), osservando con quanta sovrana libertà l'artigiano modella la creta, comprenderà che Dio usa della stessa libertà verso l'uomo. E passando, un altro giorno, nei pressi del tempio vedrà due canestri di fichi, uno di fichi buoni e l'altro di fichi cattivi: ciò gli farà venire in mente che anche il popolo di Dio è diviso in due, i buoni e i cattivi (i buoni sono quelli in esilio: c. 24). Ciò che il profeta annuncerà sarà senza dubbio efficace (anche se spesso, come mostra la sua vicenda, sembrerà di no). Dio è fedele, Dio mantiene la sua parola. È ciò che promette la visione del ramo di mandorlo. Ma molte volte l'efficacia che Dio lega alla sua parola non è come quella che gli uomini (e lo stesso profeta) vorrebbero. Geremia dovrà annunciare minacce e sciagure. Ciò gli frutterà derisione e incomprensione. Ma Dio lo renderà forte contro ogni ostacolo: come una città fortificata, come un muro di bronzo (1, 18). Per annunciare la parola ricevuta, Geremia dovrà dunque affrontare molti avversari: dì questo è avvertito sin dall'inizio. Dovrà affrontare, ad esempio, le autorità che non vogliono accettare il contenuto del suo messaggio. Dovrà opporsi a falsi profeti che pretendono, come lui, parlare in nome di Dio ma che annunciano cose diverse. Troverà la più completa solitudine anche da parte del popolo. Per trovare la forza di rimanere saldo, Geremia è invitato a ricordare la sua vocazione e a trovare fiducia nell'assicurazione di Dio: «lo sono con te per salvarti». E difatti Geremia avrà sempre un solo argomento in sua difesa, che egli opporrà a tutti coloro che lo contrastano: «Il Signore mi ha mandato» (26, 12). La via crucis del profeta Dopo il racconto iniziale della vocazione è opportuno prendere subito visione di quei capitoli che costituiscono una sorta di biografia del profeta, cioè i capitoli 26; 28; Furono per lo più scritti da Baruch, il fedele discepolo segretario. Appare la figura di un uomo sempre contro, impopolare, costretto a dire cose che nessuno voleva sentire, contestato da altri profeti (falsi profeti) che invece dicevano parole più gradite e ragionevoli. Geremia ha sempre preso posizione contro tendenze che egli giudicava inconciliabili con la fede in Dio, predicando cose che le autorità e il popolo giudicavano - a loro volta - incompatibili con la fedeltà alla nazione. Per esempio, le autorità predicavano il nazionalismo religioso. Certo, Dio ha scelto Israele, ma questa scelta non è una necessità. Dio può fare a meno di Israele. Il popolo non può contare su Dio per i propri progetti nazionalistici e interessati. Dio non è strumentalizzabile. Oppure - altro esempio - il particolarismo, Il Signore si preoccupa di tutti - afferma il profeta - non soltanto di alcuni, e Israele deve assumersi un compito universale, a beneficio delle genti, e non invece costruirsi, in nome di Dio, una missione a vantaggio proprio. 3

4 E qualcosa di simile si deve affermare anche a proposito della politica. Gli anni in cui visse il profeta furono densi di avvenimenti decisivi, non solo per il regno di Giuda, ma anche per tutto il Medio Oriente. Geremia - quantunque sia sempre rimasto entro i confini di Giuda - si interessò molto anche agli avvenimenti internazionali. Ma anche qui i suoi giudizi furono sempre completamente diversi da quelli dei politici di professione. Contro ogni evidenza politica egli predisse la decadenza della Siria, la sconfitta degli Egiziani e l'ascesa dei Babilonesi. I suoi giudizi partivano da altre valutazioni. La vittoria di Nabucodonosor a Carchemish (nell'anno 605) - che inflisse agli Egiziani un'irrimediabile sconfitta - gli darà in seguito ragione. Di questa vittoria il profeta ci ha lasciato uno splendido carme celebrativo (46, 3-12). Per queste sue posizioni - che denunciavano popolo e autorità, disapprovavano la politica ufficiale e sembravano parteggiare per il nemico - Geremia ha vissuto una continua persecuzione. La sua vita fu una vera e propria via crucis. Alla morte di Giosia nel 609 il profeta è attaccato dalla sua stessa famiglia e dall'intera popolazione di Anatot, il suo paese: «Abbattiamo l'albero nel suo rigoglio, strappiamolo dalla terra dei viventi, il suo nome non sia più ricordato» (11, 19). Motivo? Geremia ha pronunciato parole sgradevoli (11, 18-12, 6), rimproverando la loro falsa religiosità e la loro caparbia ostinazione. Sotto il regno di Joakim ( ) Geremia condannò il falso culto che sì svolgeva al tempio e ne predisse la distruzione: Ecco, voi confidate in parole menzognere: ciò non vi gioverà. Voi rubate, uccidete, commettete adulterio, giurate il falso. [... ] Poi venite e vi ponete alla mia presenza in questa casa nella quale è stato invocato il mio nome e dite: siamo salvi! (Ger 7, 8-10) Per questo lo condanneranno a morte: Allora i sacerdoti e i profeti parlarono ai capi e a tutto il popolo: «Una sentenza di morte per quest'uomo, perché ha profetizzato contro questa casa come avete udito con le vostre orecchie». (Ger 26, 11) Nel 605 predisse che la città di Gerusalemme - creduta inespugnabile - sarebbe stata infranta come una brocca. Lo minacciarono di morte (18, 18-23), lo percossero e lo imprigionarono. Sotto il disastroso governo di Sedecia fu accusato di tradimento, fu messo in prigione (37, 11-16) e poi gettato nel fango di una cisterna: La cisterna si trovava nell'atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c'era acqua, ma fango. Geremia, perciò, affondò nel fango. (Ger 38, 6) Quest'ultimo episodio merita un'attenzione maggiore, tanto mi sembra rivelatore della sorte del profeta e dell'ingrato compito che Dio gli impose di svolgere (c. 38). L episodio si colloca tra il gennaio del 588 e il luglio del 587, durante l'assedio dì Gerusalemme da parte di Nabucodonosor. Geremia non condivide lo sforzo disperato di resistere all'invasore. Lo ritiene inutile. Il vecchio profeta si è sempre opposto tenacemente al partito del re e della maggioranza, che voleva la lotta contro i Babilonesi e l'alleanza con l'egitto. E perfino ora che i Babilonesi sono sotto le mura di Gerusalemme, il profeta - anziché incitare alla resistenza ad oltranza - predica la resa senza condizioni. La sua opposizione è considerata un alto tradimento: Egli fa cascare le braccia dei guerrieri che sono rimasti in città e fa cascare le braccia di tutto il popolo col dire loro simili parole. (Ger 38, 4) Ecco perché fu preso e buttato in una cisterna nel palazzo del re. In realtà, il profeta si era accorto che anche questo slancio patriottico non era un'autentica conversione, ma un disperato tentativo per difendere il vecchio mondo che invece avrebbe dovuto aprirsi al disegno di Dio. I soldati di Israele morivano per conservare il loro passato, non per obbedire al disegno di Dio. 4

5 Gli ultimi anni del grande profeta si perdono nell'oscurità. Sappiamo che dopo la conquista di Gerusalemme rifiutò di andare in Babilonia e rimase in Palestina. Più tardi fu trascinato in Egitto. L ultima sua sofferenza fu quella di essere considerato dai Babilonesi conquistatori un collaborazionista, uno dei loro. Fu incompreso fino all'ultimo (cc ). Il panorama che abbiamo tracciato - molto frammentario ma che il lettore può facilmente completare con la lettura dei capitoli indicati - è già sufficiente a mostrarci tutta la profondità del martirio che il profeta fu chiamato a vivere. Nessuna contrarietà riuscì mai a far tacere il profeta. Era pronto a morire, ma non disposto a tacere. È per questa sua vicenda di martirio che Geremia appare come il perfetto credente: fu la sua vera vocazione, ancora più importante del compito di annunciatore della parola di Dio. Come tutti i profeti, Geremia fu inviato ad annunciare a Israele il giudizio e la promessa di salvezza, per indurre il popolo a ritornare alla fedeltà dell'alleanza. Ma più di tutti gli altri profeti egli fu chiamato a divenire il tipo dell'alleanza, il modello. Egli fu chiamato a rifare personalmente l'itinerario spirituale del popolo eletto: non la strada che Israele ha percorso, ma quella che avrebbe dovuto percorrere. È questa la caratteristica eccezionale, unica, della sua vicenda: essere il banco di prova dell'uomo nuovo. La sua vocazione, obbedita fino al martirio, si colloca sullo sfondo della vocazione di Israele, disobbedita fino al tradimento. Israele tradì la sua vocazione di fronte a Dio e di fronte alla storia, di fronte alle nazioni: divenne una nazione come le altre, prigioniera di una politica di potenza, alla ricerca di una propria sicurezza e del proprio prestigio. È su questo sfondo che Geremia è chiamato a vivere la sua vicenda di perfetto credente. Profeta dunque non soltanto perché annunciò la parola di Dio, ma soprattutto perché visse in sé per primo la novità che quella Parola conteneva. Alcuni gesti simbolici Si sa che i profeti amavano annunciare i loro oracoli non semplicemente con la parola, ma sottolineandoli con gesti plastici e provocatori, anche strani (ma proprio per questo capaci di attirare l'attenzione). Il libro di Geremia ne contiene diversi. Un giorno (13, 1-11) la voce di Dio gli ordina di comperarsi una cintura di lino, di legarsela ai fianchi e poi di nasconderla nella fessura di una pietra lambita dalle acque del fiume. Dopo diversi giorni la parola di Dio gli ordina di andare a riprendersi la cintura, e la trova consumata, non più buona a nulla. Ed ecco l'oracolo: «Così consumerò la grande gloria di Giuda e di Gerusalemme» (13, 9). La ragione di tale minaccia? Dio avrebbe voluto che Gerusalemme aderisse a lui come una cintura aderisce ai fianchi («Mia fama, mio popolo, mia lode e mia gloria»: 13, 11), invece Gerusalemme preferì aderire agli dei stranieri. È ancora la voce di Dio che ordina al profeta: «Non prendere moglie, non aver figli né figlie in questo luogo» (16, 1-13). Non è più un segno esterno questa volta, ma un segno calato nel cuore dell'esistenza. Geremia diventa cosi un segno vivente della solitudine a cui il popolo va incontro se non sì converte al suo Dio: «Farò cessare in questo luogo la voce della gioia e dell'allegria, la voce dello sposo e della sposa» (16, 9). Il motivo è sempre quello, monotono: «Avete agito peggio dei vostri padri: ciascuno di voi segue la caparbietà del suo cuore malvagio, rifiutando di ascoltarmi» (16, 12). Una terza volta (c. 19) la parola di Dio ordinò al profeta di comperare una brocca di terracotta, di portarla attraverso le strade della città (seguito via via da una folla sempre più numerosa di curiosi, di anziani del popolo e di sacerdoti) e poi di frantumarla gettandola giù dalle mura. È a questo punto che il simbolo rivela il suo terribile significato: «Così spezzerò questo popolo e questa città, come si frantuma un vaso di vasaio, che poi non si può più accomodare» (19, 11). I capitoli raccontano che Geremia fu costretto a passare per le vie di Gerusalemme con un giogo sulle spalle. Fu schernito. E quando il profeta spiegò il segno («Gerusalemme deve piegarsi al giogo del re di Babilonia»), nessuno gli dette ascolto. Siamo in un momento di apparente sicurezza, e la fiducia è alimentata dai profeti del tempio che predicono tempi felici. Si avvicina a Geremia il profeta Anania, gli strappa il giogo dalle spalle e lo spezza: «Così, fra due anni, spezzerò il giogo di Nabucodonosor». Il popolo, naturalmente, è tutto dalla parte del falso profeta, che annuncia oracoli graditi. A Geremia non resta che andarsene «per la sua strada» (28, 11). 5

6 Un ultimo gesto simbolico, il più affascinante, è compiuto dal profeta allorché si trovava prigioniero nel palazzo di Sedecia per aver affermato che l'assedio era privo di prospettive. Siamo nei giorni immediatamente precedenti la catastrofe (c. 32). Il profeta decide, improvvisamente, di comperare - con un contratto in piena regola - un campo che si trova in Anatot, il suo paese occupato dal nemico. Sembra un gesto completamente insensato: il territorio è occupato e la città sta per essere distrutta. È invece un gesto carico di significato e di speranza. Così dice il (per servire il quale ha tutto lasciato). Signore: «Ancora si compreranno case, campi e vigne in questo paese» (32, 15). La città crollerà, ma non è la fine. Il disegno di Dio non si arresta. Le confessioni di Geremia Il libro di Geremia è disseminato di «confessioni», nelle quali il profeta ci apre il suo intimo. È una lettura preziosa, perché veniamo a conoscere le intime sofferenze, le delusioni, le crisi di un autentico uomo di fede. Sono pagine nate dalla vita. Abbiamo già visto le tappe del martirio di Geremia, e cioè ciò che i suoi molti avversari gli hanno fatto subire. Attraverso questi passi ci viene ora svelato qualcosa di ciò che egli ha intimamente provato. Possiamo parlare della «passione interiore» del profeta. Si tratta di preghiere, non di semplici sfoghi, perché nascono dalla consapevolezza che Dio è in causa. La lettura di questi passi mostra subito che il profeta sperimenta l'emarginazione da parte degli uomini e - cosa ancora più sconvolgente - il «silenzio» di Dio. Una duplice solitudine: di fronte al popolo (che ama profondamente) e di fronte a Dio (per servire il quale ha tutto lasciato). A motivo della Parola che annuncia e delle posizioni che è costretto a prendere, Geremia è diventato «oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese» (15, 10). E tuttavia egli non ha mai nutrito sentimenti cattivi verso nessuno, neppure verso i nemici. La solitudine gli pesa, ed è ingiusta. Avrebbe desiderato rapporti sereni e distesi e un clima di simpatia e di accettazione. E invece Dio lo ha chiamato a proclamare una parola di giudizio, che suscita contese e divisioni. Nessuna meraviglia se in questa situazione sorprendiamo il profeta a interrogarsi sulla sua vocazione e a lamentarsi con il suo Dio: «Mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre. [... ] Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno, ognuno si fa beffe di me» (20, 7). Non che il profeta fosse veramente pentito della scelta fatta. i suoi propositi di abbandono sono soltanto il segno di un momentaneo smarrimento. La fedeltà alla sua vocazione e l'attaccamento al proprio Dio non l'hanno mai seriamente abbandonato. Più semplicemente, nei momenti di maggiore abbattimento, il profeta avrebbe desiderato un po' di comprensione almeno da parte del suo Dio. Ma anche da lì viene (o sembra venire) la solitudine. Si legga con attenzione il brano che riportiamo. È veramente la preghiera di un uomo che ha messo in gioco tutto se stesso, che paga, che vorrebbe che almeno Dio fosse dalla sua parte (ma alle volte anche Dio sembra da un'altra parte). È una preghiera/discussione: Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno, ognuno si fa beffe di me! Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: «Violenza, oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui Non parlerò più in suo nome!». Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo. Sentivo le insinuazioni di molti: «Terrore all'íntorno! Denunciatelo e lo denunceremo!». Tutti i miei amici spiavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, cosi noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta». Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere; saranno molto confusi perché non riusciranno, la loro vergogna sarà eterna e incancellabile. (Ger 20, 7-11) 6

7 Gli avversari lo deridono dicendo: «Dov'è la parola del Signore? Si compia una buona volta!» (17, 15). Di fronte a queste derisioni Geremia è solo e impotente, disarmato. Perché Dio non interviene? Il profeta ha creduto alla promessa udita nel momento della vocazione: «Io sarò con te per proteggerti» (1, 8). Ma ciò che è accaduto - e continua ad accadere - dopo la vocazione sembra smentire quella promessa. Dio sembra non essere di parola. i alla luce di questa situazione che comprendiamo la forte espressione del profeta: «Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti!» (15, 18). Per comprendere che cosa significhi un torrente infido occorre leggere un passo del libro di Giobbe: «I miei fratelli mi delusero come un torrente; [... ] d'inverno erano coperti di ghiaccio e su di loro si ammonticchiava la neve, [...] ma quando venne l'estate scomparvero: le carovane mutano cammino, [... ] i viandanti di Saba li sospirano, [... ] ma giunti sul luogo non trovano nulla» (6, 15-20). Ci sono torrenti che al tempo delle piogge invernali sono gonfi di acque abbondanti, ma poi nell'estate si disseccano. Non ci si può fidare di loro: nel momento del caldo e della sete ti abbandonano. Così sembra essere al profeta la promessa di Dio. Evidentemente Geremia si era immaginato in modo molto diverso la presenza di Dio al suo fianco. Ed è proprio qui il punto, è qui la «purificazione» a cui Dio vuole condurlo. La promessa di Dio e la sua fedeltà sono diverse da come il profeta le pensava. Occorre un modo nuovo di pensare Dio. È la grande svolta a cui Dio ha tentato di condurre il suo popolo, ma inutilmente. Vuole che vi giunga almeno il suo profeta. Così Geremia è invitato a «convertirsi»: una conversione profonda, teologica (nel modo di pensare Dio) prima e più che morale (nel comportamento). Non è Dio che è infedele, non è lui che ha cambiato idea, ma è Geremia che ha sbagliato a capire: «Se tu ritornassi a me - risponde infatti il Signore al suo profeta che si lamenta - io ti riprenderò e starai alla mia presenza» (15, 19). Abbiamo messo in luce il tormento e la crisi di Geremia. Ma non è tutto qui. Il profeta sperimenta con altrettanta forza la gioia e la sicurezza. Discute con il suo Dio e vorrebbe smettere tutto: «Pensavo: non mi ricorderò di lui, non parlerò più in suo nome» (20, 9a). Ma poi scopre nel profondo della sua anima una fedeltà che non gli permette di smettere, un amore alla Parola che nessuna smentita riesce a distruggere: «Ma nel mio cuore c'era un fuoco ardente. [... ] Mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (20, 9b). E riprende di nuovo la sua strada. Nelle confessioni di Geremia non c'è soltanto il lamento, ma anche altre confidenze, quelle della gioia, della fede, della speranza ritrovata: «Tu invece, Signore, mi conosci, mi vedi, scruti il mio cuore e sai che è con te» (12, 3); «Quando mi si presentarono le tue parole io le divorai: la tua parola fu per me una meraviglia, una gioia nel cuore» (15, 16); «La mia speranza sei tu» (17,14). Come tutti i profeti, Geremia sperimentò nel profondo - pur nella sofferenza, nell'abbandono e nel rifiuto - il miracolo di una speranza indistruttibile e di un'inspiegabile serenità. Hai detto: «Non ti servo» Dopo aver preso visione delle situazioni in cui Geremia è venuto a trovarsi, della persecuzione che ha subito e delle sue reazioni interiori, occorre prendere in considerazione alcuni dei temi ricorrenti del suo messaggio. Ne prendiamo in considerazione tre, che ci sembrano costituire l'intelaiatura di tutta la sua profezia: il peccato, la conversione, la promessa della salvezza. La prima impressione che il lettore riporta leggendo il libro di Geremia (almeno nella sua prima parte) è l'insistenza nel descrivere il peccato. Il motivo ritorna a ogni pagina. Il re Manasse aveva lasciato al successore Giosia una situazione molto pesante. Sulle alture di Israele c'erano i santuari pagani: prostituzione sacra e sacrifici di bambini erano tollerati. Perfino il tempio era popolato di idoli (2 Re 21, 3-7). Il re Giosia intraprese un'energica opera di riforma: purificò il tempio, distrusse i piccoli santuari pagani, rimise in vigore la legge del Signore. Geremia contribuì certamente a quest'opera di riforma, anche se - più tardi - il profeta lascerà intendere che si trattava, ancora una volta, di una riforma esteriore, non di una vera «conversione del cuore». E difatti sotto il regno di Joakim il paganesimo ritornò a dilagare. 7

8 Punto di partenza di ogni messaggio profetico è il Signore. Geremia parla di un Dio sovrano, padrone della storia: di fronte a lui ogni essere è docile e obbediente. Dio è come il vasaio che modella la creta: «Come l'argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani» (18, 6). Questo Dio sovrano è l'alleato di Israele, l'amico, lo sposo, il padre. Di fronte a un Dio così dovrebbe esserci posto soltanto per la gratitudine, l'amore, la docilità, la fiducia, soprattutto la fiducia. Invece no. A differenza degli altri popoli che non hanno mai cambiato i loro dei, Israele ha continuamente abbandonato il suo Dio: Ha forse un popolo cambiato dei? Eppure quelli non sono dei! il mio popolo, invece, ha cambiato la sua gloria con un essere inutile e vano. (Ger 2, 11) I peccati, in superficie, sono molti, ma alla radice si tratta sempre del medesimo atteggiamento. I verbi che lo definiscono sono monotoni: allontanarsi da Dio, andare dietro gli idoli, abbandonare il Signore. Nella sua vera identità il peccato è un sottrarsi alla sovranità di Dio: «Già da lungo tempo hai rotto il tuo giogo, spezzato i tuoi lacci e hai detto: non ti servo» (2, 20; cf 16, 10 ss; 22, 8 ss). Meschina illusione di libertà, dal momento che Israele - proprio mentre dice «non ti servo» - finisce col prostituirsi «sopra ogni altura e sotto ogni albero frondoso» (2, 20). Che cos'è íl peccato Forse nessun profeta è lucido come Geremia nell'analizzare la natura profonda del peccato. Un primo rilievo - che in qualche modo ci porta al cuore della malvagità - è la constatazione che Israele si illude di essere nel giusto. E protesta: non mi sono contaminato (2, 23), sono innocente (2, 35), non ho peccato (2,36). Il giudizio di Dio è invece completamente diverso: «Il mio popolo mi ha abbandonato per giorni senza numero» (2, 32). Israele è dunque diventato un popolo cieco. Neppure s'accorge di essere peccatore. Ma è una cecità colpevole. Gli avvertimenti di Dio sono infatti distorti e rifiutati. A chi lo avverte Israele risponde: «E inutile! Amo gli dei stranieri e voglio seguirli» (2,25). Ecco la radice da cui parte il dinamismo del peccato: una cattiva condotta che però è amata, difesa e giustificata. Di qui il rifiuto della parola di Dio che denuncia (si preferiscono i falsi profeti accomodanti) e la violenza contro il vero profeta che non ha paura di dire la verità. Il peccato pretende essere intelligente, ma in realtà è «ottuso». Non realizza nulla di ciò che il peccatore spera di conseguire commettendolo. Si abbandona l'acqua di sorgente per scavarsi cisterne di acqua stantia: «Essi hanno abbandonato me, fonte di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate» (2, 13). Fuori metafora: «Andarono dietro al nulla, e diventarono essi stessi nullità» (2, 5). Al vero Dio si preferiscono gli idoli, apparenze vuote come «gli spaventapasseri in un campo di angurie» (10, 5). Gli idoli sono le sicurezze che il popolo va cercando, da lontano affascinanti ma poi inconsistenti, appunto come uno spaventapasseri in un campo di cocomeri. Dio si permette di fare dell'ironia, ma è amara. Essi «mi volgono il dorso», ma poi nel tempo della sventura mi invocano: salvaci! «Dove sono gli dei che vi siete costruiti? Si alzino essi, se possono salvarvi nel tempo della sventura» (2, 28). Il peccato distrugge il bene presente e rende impossibile quello futuro. Il peccato è alienazione e ha in se stesso il suo giudizio: «Ti castiga la tua stessa malvagità, le tue ribellioni ti puniscono» (2, 19). Se non ci fosse la fedeltà di Dio e il peccato potesse percorrere indisturbato il suo corso, esso farebbe ricadere il mondo nel caos primitivo, come vide Geremia in una visione: «Guardai la terra, ed era solitudine e caos; guardai i cieli, ed erano senza luce» (4, 26). 8

9 Il peccato dilagante Il peccato ha raggiunto tutte le classi della società: «Dal piccolo al grande tutti commettono frodi» (8, 10); «La menzogna, e non la verità, domina nel paese» (9, 2). La «saggezza degli uomini» si è sostituita alla legge del Signore: «La cicogna conosce i suoi tempi; la tortora, la rondine, la gru mantengono la data fissa delle loro migrazioni; il mio popolo invece non conosce la regola del Signore» (8, 7). Il fatto è che lo «stilo menzognero degli scribi ha ridotto a menzogna» la legge del Signore (8, 8). I saggi hanno rigettato la parola del Signore e perciò in essi non c'è più alcuna sapienza (8, 9). Tutto è giustificato e l'immoralità è dilagante: «Sono come stalloni focosi, ciascuno nitrisce dietro la moglie del suo vicino» (5, 8). E nessuno vuole sentire la parola del Signore che inquieta. Un culto solo esteriore Il tempio, il culto e la preghiera sono vuoti di autentica religiosità: forme esteriori che tranquillizzano la coscienza e non tra~ sformano la vita. Si leggano i capitoli 7 e 26. Geremia pronuncia nel tempio un discorso duro e coraggioso. E tuttavia non dice nulla di nuovo: ripete le parole di Amos e di Isaia: voi confidate in parole menzognere; rubate, uccidete, commettete adulterio, giurate il falso, bruciate incenso agli dei, poi venite, vi ponete alla mia presenza e dite: siamo salvi! Parole menzognere sono quelle che predicano una falsa sicurezza: «Tempio del Signore, tempio del Signore, tempio del Signore è questo» (7, 4). Certo, il Signore ha promesso stabilità al tempio e al suo popolo, ma non al punto di tollerare che se ne approfitti. Il Signore non può venire meno alle sue esigenze di giustizia, neppure se si tratta del suo popolo. Quando Geremia tiene il suo appassionato discorso, il tempio è affollato: gente venuta a domandare il perdono e a dichiarare la propria disponibilità a fare la volontà del Signore. Ma appena il profeta manifesta la volontà di Dio, sacerdoti e profeti reagiscono indignati: «Certo tu devi morire» (26, 8). La loro ostentata disponibilità alla volontà del Signore era dunque solo apparente. Disposti a fare la volontà del Signore, a patto però che questa non esca dagli schemi prestabiliti. I falsi profeti La corte e le case dei potenti sono piene di profeti di menzogna, che contrabbandano le loro parole di adulazione come parole di Dio. Geremia ritorna più volte su questo tema dei falsi profeti (per esempio, 5, 30-31; 14, 13-15) e le pagine biografiche riportano anche qualche episodio specifico (per esempio al capitolo 28 è riportato lo scontro fra Geremia e Anania). C'è persino una specie di libretto contro di loro (23, 9-40). Falso profeta è colui che non parla a nome di Dio, ma a nome proprio: «Annunciano la visione del loro cuore» (23, 16); «Profetizzano l'inganno del loro cuore» (23, 26); «lo non li ho inviati e non li ho comandati» (23, 32). 1 segni che denunciano-la loro falsità? Cercano l'approvazione degli uomini: «Predicano la menzogna e i sacerdoti governano secondo i loro cenni: il mio popolo ama tali cose!» (5, 3 1). E hanno risposte troppo pronte, senza esitazioni, una risposta per tutte le richieste. Il vero profeta incontra invece spesso il silenzio di Dio: «Sono forse io un Dio vicino, o non piuttosto un Dio lontano?» (23, 23). I falsi pastori I capitoli 21, 11-23, 8 sono una raccolta di parole contro i re e, più in generale, contro i detentori dell'autorità. Si leggano con particolare attenzione le parole contro i falsi pastori (23, 16). In questi pastori si possono vedere insieme i re, i sacerdoti e i falsi maestri. t interessante il movimento dei pensieri: si va dalla condanna più severa alla speranza. Anzitutto il Signore mette sotto accusa i pastori del popolo: hanno lasciato perire e disperdere coloro che gli sono carissimi («il gregge del mio pascolo»: 23, 1). In concreto: i potenti costruiscono le loro fortune sull'ingiustizia (22, 13), fanno lavorare i loro sudditi senza dare la paga (23, 13), non osservano e non fanno osservare il diritto e la giustizia (21, 12). 9

10 Ed ecco la parola del Signore: «Praticate il diritto e la giustizia, liberate il derubato dalla mano dell'oppressore, non angariate e non opprimete il forestiero, non spargete sangue innocente» (22, 3). Ma sono parole che le autorità non vogliono sentire, e allora Dio stesso interverrà a salvare il suo gregge e a radunarlo dalla dispersione (23, 3-4; cf 31, 8-10; 50, 19). Egli invierà dei veri pastori: 23, 4. Lo aveva già detto: «Vi voglio dare pastori secondo il mio intendimento che vi faranno pascolare con sapienza e intelligenza» (3, 15). Ed è proprio sullo sfondo di un quadro così nero - popolo, sacerdoti, profeti e re, tutti hanno abbandonato il Signore - che sentiamo una parola messianica, di grande consolazione: «Susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio» (23, 5). Il cuore ostinato Geremia è convinto che il peccato è Profondamente radicato nel cuore dell'uomo. Non è una constatazione nuova. Già i primi undici capitoli della Genesi insegnano che l'uomo cade e ricade nel peccato. Se qualcuno si salva è soltanto per l'intervento di Dio. Anche i primi capitoli dell'esodo ci riportano nell atmosfera della schiavitù e del peccato. Anche dopo la chiamata di Abramo, gli uomini sono tornati nella loro condizione normale: il peccato. La Bibbia, insomma, continua a constatare che gli uomini, da soli, cadono e ricadono nel peccato. È un ritornello, ma nessuno come Geremia ha moltiplicato le immagini per mostrare fino a che punto il peccato è incrostato nel cuore degli uomini, questo cuore che è ostinato e perverso, sviato e ribelle, malvagio, indurito, complicato e impenetrabile: «Ingannevole più di ogni altra cosa è il cuore, ed è inguaribile: chi lo può conoscere?» (17, 9). Più volte il profeta sottolinea che «ognuno seguiva la caparbietà del suo cuore malvagio» (11, 8; cf 16, 12; 18, 12). Il peccato è talmente radicato che l'uomo non è capace di scrollarselo di dosso. Ecco due esempi: Un etiope può forse cambiare la pelle? Una pantera può forse cambiare il pelo? E voi potete forse agire bene, voi che siete abituati al male? (Ger 13, 23) E ancora: Il peccato di Giuda è scritto con uno stilo di ferro, è inciso con una punta di diamante sulla tavoletta del loro cuore. (Ger 17, 1) Una situazione disperata Ho già accennato al tentativo che si era compiuto sotto Giosia di purificare Israele. Geremia ci attesta che quel cambiamento non scese in profondità: «Giuda non è ritornato a me con tutto il cuore, ma soltanto con falsità» (3, 10). Il profeta è convinto che il tessuto morale del popolo è irreparabilmente in dissoluzione. Il popolo ha abbandonato il Signore e il Signore ha abbandonato il suo popolo: i soliti pentimenti non bastano più: Anche se digiunassero, non ascolterei la loro preghiera; se offrissero olocausti e sacrifici, non li accetterei, perché intendo distruggerli con la spada, la fame e la peste. (Ger 14, 12) Se una salvezza ora è possibile, essa deve essere cercata altrove: in un miracolo di Dio e in un cambiamento radicale, forse addirittura attraverso una catastrofe che faccia piazza pulita per poi ricominciare da capo. Diverse parole del profeta, più che un invito alla penitenza, sembrano una dichiarazione che la situazione è disperata. Anche per questo Geremia sembra a molti un disfattista. In realtà è semplicemente un uomo lucido. Egli vede che il peccato ha minato ogni cosa, stravolto tutte le istituzioni, persino le più sacre come il tempio e la legge del Signore. Il peccato è penetrato in tutte le classi del popolo: la corte, i sacerdoti, i profeti, i ricchi e i poveri. Tutti nella loro vita sono esattamente il contrario di ciò che dovrebbero essere. Israele ha persino saputo rovinare il perdono di Dio, la sua pazienza e la sua fedeltà. 10

11 Tant'è vero che malgrado le ripetute minacce del Signore, il popolo ha smesso di avere paura. Basta un po' di pentimento - dice la gente - e Dio è sempre pronto a perdonare: non è forse il Dio fedele? Così la fede nella bontà di Dio è rovinata. Non è più il peccato dei deboli, che merita sempre il perdono, ma è il peccato dei «furbi», e questo non merita il perdono. Anziché uno stimolo al bene, la fiducia nella fedeltà di Dio si è tramutata in una falsa sicurezza che spinge al male. P- una cosa che Dio non può sopportare. Dio è così costretto a dimostrare che la sua pazienza ha un limite, che il suo perdono non passa sopra alla giustizia. Dio è stanco del peccato del suo popolo, e non vuole più saperne. Ha tentato e ritentato. Ora ha deciso di non ascoltare più Israele: Anche se Mosè e Samuele stessero al mio cospetto, la mia anima non si interesserebbe di questo popolo. Allontanali dalla mia presenza. Se ne vadano! (Ger 15, 1) E così Dio ha deciso di lasciare che la distruzione - cioè il dinamismo del peccato e dell'infedeltà - raggiunga il suo culmine, senza compassione: I cadaveri degli uomini giacciono come letame nei campi, come le mannelle dietro al mietitore che nessuno raccog1ie. (Ger 9, 21) La religione del cuore: la vera conversione Eppure il messaggio di Geremia non è privo di speranza. C'è ancora una possibilità di trovare il Signore, e il profeta non si stanca di ripeterlo: «Ritornate, figli traviati, perché io sono il vostro Signore» (3, 14); «Ritornate figli traviati, e io sanerò le vostre apostasie» (3, 22); «Ognuno abbandoni la sua condotta perversa e le sue opere malvagie» (25, 5); «Abbandonate la vostra condotta perversa, emendate la vostra condotta, e non seguite altri dei per servirli» (35, 15). Ma gli antichi valori religiosi, ai quali Israele dava molta importanza - come il tempio, Gerusalemme, la dinastia di Davide - non bastano più. Bisogna andare più in là. Neppure il castigo che il profeta minaccia è sufficiente: l'uomo deve accettarlo e deve capirne il significato. Quello che conta è di offrire al Signore il proprio cuore, completamente. È nella conversione del cuore che si può ritrovare il Signore: non è sufficiente la circoncisione della carne, occorre la circoncisione del cuore (9, 24-25). Dio non è prigioniero di un territorio, di una struttura, di una pratica religiosa. Lo si può trovare dovunque, a condizione però che si scenda nel profondo del proprio cuore. La conversione di cui parla Geremia non è una semplice sottomissione esteriore alle esigenze di Dio. Non è neppure, semplicemente, un'adesione sincera a una dottrina e a delle pratiche puntualmente compiute. È una trasformazione profonda, di tutto il proprio essere: un donarsi al Signore senza riserve. È per tutto questo che la religione di Geremia è definita una religione «interiore» e «personale». Interiore, perché alle parole e alle azioni devono corrispondere la sincerità e la fedeltà del cuore. Personale, perché Dio non si lega a Israele nel suo complesso, ma vuole ciascun individuo uno ad uno. Personale, inoltre, perché - soprattutto - sia l'individuo sia la comunità non devono dare a Dio qualcosa, ma devono donare se stessi. Dio non vuole ciò che possediamo. Dio vuole ciò che siamo. Geremia sa molto bene che questa conversione del cuore è impossibile all'uomo. t un miracolo che solo Dio può compiere: Guariscimi, Signore, e io sarò guarito, salvami e io sarò salvato, poiché tu sei il mio vanto. (Ger 17, 14) Ma è un miracolo che si può sperare: perché non si tratta, questa volta, di sperare che Dio salvi - sia pure in extremis - il tempio e la nazione, e che tutto continui come prima. È il contrario: è l'uomo che si vuole lasciare modellare da Dio e accetta di essere condotto dovunque vuole il Signore. 11

12 Coloro che accettano di convertirsi possono guardare al futuro con speranza: Darò loro un cuore capace di conoscermi, perché io sono il Signore; essi saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, se ritorneranno a me con tutto il cuore. (Ger 24, 7; cf 33, 14-16) Può sembrare paradossale, ma è proprio negli ultimi anni di Sedecia, quando le cose volgevano al peggio, che Geremia moltiplicò i richiami alla speranza: Ecco, io sono il Signore, Dio di ogni carne: qualcosa è forse impossibile per me? (Ger 32, 27) Chi confida nella carne e chi confida nel Signore Il viaggio che Israele deve compiere (la conversione) è tutto racchiuso in un celebre passo che qui riportiamo: Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa, quando viene il bene non lo vede; dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto invece l'uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia. Egli è come un albero piantato lungo l'acqua, verso la corrente estende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi; nell'anno della siccità non intristisce, non smette di produrre i suoi frutti. (17,5-8) È un passo di tenore sapienziale. Due quadri contrapposti: da una parte, la sorte infelice e sterile di chi è maledetto dal Signore; dall'altra, la sorte di chi è benedetto. La ragione di questo esito diverso? La prima è la sorte di chi confida nella carne, la seconda di chi confida nel Signore. Storicamente, sembra che il personaggio che Geremia ha di mira sia il re Sedecia, il quale confida nella sua politica di alleanza nonostante i pressanti avvertimenti in senso contrario del profeta. La sua sorte (39, 1-10) - perdita della vista, prigionia, massacro dei figli - illustra molto bene l'insegnamento: chi confida nell'uomo va in rovina. Ma l'affermazione di Geremia, ovviamente, va molto al di là del personaggio Sedecia e del suo destino. È un insegnamento che va al cuore della fede. «Carne» è l'uomo colto nella sua fragilità e nella sua caducità. Confidare nella carne - anziché nel Signore - è dunque una sciocchezza: è fare affidamento su una realtà che è fragile e inconsistente. Confida nella carne, ad esempio, chi conta su una politica di alleanza e sulla potenza militare: così Sedecia, così i governi di Giuda che sperano nell'egitto (2, 28 ss; 36 ss; cf 46, 25). Confida nella carne chi cerca sicurezza nella prosperità economica, nell'appoggio dei potenti, in se stesso e nella propria abilità. Si ricordi il bellissimo passo che dice: Non si vanti il sapiente della sua saggezza, né il forte della sua forza, né il ricco della sua ricchezza. (Ger 9, 22) Le cose che veramente contano e meritano fiducia sono altre: la conoscenza di Dio e la pratica della giustizia. Confida nella carne infine - ed è paradossale - anche chi conta su false sicurezze religiose, su istituzioni a cui viene dato un valore assoluto, quasi magico (cf 7, 4.14). 12

13 Bisogna invece confidare in Dio. La vera sicurezza è nel Signore. Questo è appunto il senso del verbo che abbiamo tradotto con «confidare»: sentirsi al sicuro nella mano di Dio. L questo il vero atteggiamento di fede, il punto su cui il cuore deve convertirsi. L appoggiarsi al Signore è la risposta dell'uomo al patto dell'alleanza: «Sono io il Signore tuo Dio. [...] Non avrai altri dei all'infuori di me» (Es 20, 2-3). Il Vangelo dirà - a sua volta - che non si possono servire due padroni: o Dio o il denaro. La promessa della salvezza e la nuova alleanza Come per tutti i profeti, anche per Geremia l'ultima parola non è la condanna, ma la promessa della salvezza. Abbiamo già intravisto un testo (23, 5~6), un po' isolato nell'insieme degli oracoli della prima parte del libro ma senza dubbio importante per la sua collocazione, poiché chiude con una nota di speranza la serie degli oracoli di condanna rivolte ai re di Giuda (22, 1-23, 4): Verranno giorni - dice il Signore nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto. (Ger 23, 5) Ma il testo in cui Geremia ha condensato, si può dire, tutta la sua fiducia nel Dio salvatore e tutta la sua speranza è il capitolo 3 1, di cui riportiamo alcuni brani. «In quel tempo - oracolo del Signore io sarò Dio per tutte le tribù di Israele ed esse saranno il mio popolo». Così dice il Signore: [... 1 «Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà». «Innalzate cantì dì gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni, fate udire la vostra lode e dite: il Signore ha salvato il suo popolo, un resto di Israele». Ecco li riconduco dal paese del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente; ritorneranno qui in gran folla. Essi erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li condurrò a fiumi d'acqua per una strada diritta in cui non inciamperanno; perché io sono un padre per Israele, Efraim è il mio primogenito». «Ecco verranno giorni - dice il Signore - nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò un'alleanza nuova. Non come l'alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farlí uscire dal paese d'egitto, un'alleanza che essi hanno violato. Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele: porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande». (Ger 31, ) La certezza della salvezza è racchiusa in una forma lapidaria, semplice e tradizionale: Il Signore ha salvato il suo popolo, un resto di Israele. (Ger 31, 7) Si tratta di una salvezza ottenuta attraverso una purificazione (il resto è il gruppo di coloro che sono rimasti), ma che ora si apre di nuovo sull'universalità (il resto è il seme di un ulteriore sviluppo). La certezza della salvezza non poggia sulla conversione d'israele, ma sulla paternità di Dio: lo sono un padre per Israele, Efraim è il mio primogenito. (Ger 31, 9) La salvezza è descritta secondo l'immagine classica, cara a tutti i profeti, del ritorno dalla dispersione: Ecco li riconduco dal paese del settentrione e li raduno dalle estremità della terra. (Ger 31, 8) 13

14 La salvezza è dunque un ritorno e un raduno. Nel pensiero di Geremia non si tratta soltanto del ritorno in patria, ma del ritorno a casa, del ritorno alla propria origine, cioè a Dio. Il ritorno è la conversione del cuore. Ciò che è tipico di Geremia non è il concetto di ritorno, e neppure il suo ricco contenuto (rinuncia al peccato e agli idoli, rifiuto dei sostegni umani, orientamento di tutta la propria esistenza al Signore), ma il fatto che sarà Dio a operare il ritorno nella conversione. L'uomo ne è incapace: la conversione è dono di Dio. Per quanto riguarda, poi, il secondo contenuto della salvezza - e cioè il raduno - si osservi l'universalità (dalle estremità della terra) e l'immensità (una gran folla) e soprattutto la specifica enumerazione degli infelici, degli esclusi, che nel tempo del ritorno saranno invece al primo posto (il cieco e lo zoppo). Ma per capire ancora meglio la speranza di Geremia occorre illustrare il suo concetto di alleanza nuova. L'espressione «alleanza nuova» fu coniata dallo stesso profeta, e ad essa si riferiranno poi altri passi famosi (Ez 16, 60.62; 37, 26; Is 55, 3; 59, 21; 61, 8). L'essenza di questa nuova alleanza - cosa che però già apparteneva all'alleanza antica - è un rapporto di mutua appartenenza: «Io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo» (31, 33). t questa una formula disseminata in tutto il libro (cf 24, 7; 30, 22; 3 1, 1; 3 2, 38). Deriva dal formulario dei contratti di matrimonio e di adozione: io sono suo marito ed ella è la mia sposa; io sono suo padre ed egli è mio figlio. E difatti il rapporto fra Dio e il suo popolo non è semplicemente un rapporto che lega due alleati: è il rapporto che lega il padre al figlio e lo sposo alla sposa (cf 2, 2; 3, 1-4; 31, 20). Un secondo elemento costitutivo dell'alleanza è la «conoscenza del Signore» (31, 34; cf 4, 22; 9, 22-23; 24, 7). Non è una conoscenza qualsiasi, superficiale o semplicemente intellettuale: è una conoscenza intima, un'esperienza che coinvolge l'intera esistenza. Ma i due elementi costitutivi che abbiamo rilevato non sono specifici dell'alleanza nuova, allora perché Geremia parla di alleanza «nuova»? Certo perché la prima alleanza si è - secondo il profeta - infranta irrimediabilmente: non è possibile una semplice restaurazione. L come la brocca che egli ha spezzato sotto gli occhi degli abitanti di Gerusalemme: non è più possibile accomodare i cocci (19, 11). Ma se il profeta parla di alleanza «nuova» non è semplicemente perché l'antica alleanza è stata rifatta da capo, ma perché in quest'ultimo intervento di Dio c'è una novità, un di più. Dio stesso - come ho già fatto notare produrrà la conversione, e la sua legge - è questo il tratto più specifico - non sarà più posta davanti agli occhi (9, 12; 26, 4; 44, 10), ma scolpita nell'intimo del cuore. La caratteristica della nuova alleanza è l'interiorità: Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele: porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. (Ger 31, 33) 14

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