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1 AVVOCATO DIFENSORE O DIFENSORE AVVOCATO? DIRITTO ALLO STUDIO E CARRIERA SPORTIVA Sara Rigazio P&D.IT In occasione della convocazione per il match valevole per l accesso ai quarti di finale di Coppa Italia, il difensore dell Atalanta Guglielmo Stendardo chiedeva al proprio allenatore di non partecipare alla partita perché contemporaneamente impegnato nelle prove scritte di abilitazione alla professione forense. La richiesta, senz altro rara in quest ambiente, suscitava non soltanto un certo stupore tra gli addetti ai lavori ma, soprattutto, la netta opposizione di allenatore e società. Nonostante tale opposizione, il calciatore decideva comunque di partecipare alla prova di abilitazione. Fondando il proprio diniego sulla motivazione che la partita in questione fosse di estrema importanza per la squadra, i vertici dell Atalanta consideravano l assenza del calciatore ingiustificata e, pertanto, minacciavano di irrogare una sanzione pecuniaria[1]. Al di là dell eco mediatico sollevato dalla vicenda, il caso Stendardo richiama l attenzione dell interprete ancora una volta sulla delicata questione relativa al rapporto tra ordinamento statale e ordinamento sportivo, in specie con riguardo al grado di tutela da accordare ad un diritto riconosciuto dallo Stato qual è quello allo studio rispetto agli obblighi come quello di partecipare alle competizioni derivanti dalla sottoscrizione del contratto sportivo e, più in generale, dallo status di soggetto appartenente all ordinamento sportivo. Com è noto, il legislatore statale ha inteso proteggere e promuovere la libertà del cittadino di intraprendere e concludere percorsi di formazione successivi al c.d. obbligo scolastico, in primo luogo a livello costituzionale (commi 3 e 4 dell art. 34), e in secondo luogo con una serie d interventi normativi ad hoc. In materia di studi universitari, dapprima col d.p.r. 24 luglio 1977, successivamente con la legge 390/1991 e, da ultimo, con la legge 240/2010, si è inteso procedere nella direzione tracciata dalla carta costituzionale, ovvero tentando, almeno in teoria, di rimuovere tutti gli ostacoli di natura sociale ed economica che limitano l uguaglianza dei

2 cittadini nell accesso ad un istruzione superiore. In tal senso, particolarmente rilevanti sono stati gli interventi volti a garantire la figura dello studente lavoratore, come l istituzione delle c.d.150 ore ovvero un monte ore di permessi retribuiti per la formazione professionale e i congedi per la formazione, che prevedono la possibilità di un periodo formativo non retribuito con la garanzia del mantenimento del posto di lavoro. Con riguardo all ordinamento sportivo, va osservato che lo Statuto del C.O.N.I. contiene soltanto un riferimento peraltro molto generico alla formazione educativa complementare alla formazione sportiva dei giovani atleti, mentre nulla è detto relativamente all ambito della formazione superiore di coloro i quali desiderino proseguire il proprio percorso di studi[2]. A fronte dell assenza di qualsiviglia previsione nella normativa del C.O.N.I. riguardo a tale ambito, la normativa federale del settore calcio, di cui da ultimo all accordo collettivo stipulato ad agosto dello scorso anno tra la Federazione Italiana Gioco Calcio (F.I.G.C.), la Lega Nazionale Professionisti Seria A (L.N.P.A.) e l Associazione Italiana Calciatori (A.I.C.), contiene invece qualche indicazione di rilievo in merito[3]. L accordo, infatti, muovendo nel senso del formale riconoscimento dell importanza della formazione culturale dei calciatori, assegna un onere di responsabilizzazione nei confronti della Federazione e delle società sportive. Nello specifico, l art. 6 al comma I richiede che le società sportive promuovano e sostengano tutte le iniziative volte a favorire la diffusione della cultura in linea con le aspirazioni dei calciatori, e al comma successivo, affida alla Federazione, d intesa con l A.I.C., la definizione delle condizioni alle quali le società stesse devono attenersi per facilitare l attività di studio degli atleti, compatibilmente con le esigenze dell attività sportiva e della Società. Ad una attenta lettura della norma nel suo complesso, il dichiarato intento di promozione della formazione culturale degli atleti sembra ridursi ad un piano meramente formale. Infatti, mentre da un lato si afferma il dovere delle società sportive di assecondare le ambizioni culturali dei propri tesserati, dall altro, al contempo, si stabilisce che la decisione ultima spetti comunque alla società, la quale dovrà tener conto degli impegni agonistici e delle proprie esigenze. Risulta quindi

3 evidente che l efficacia della norma resti in gran misura ridotta, se non del tutto annullata. Al riguardo, v è da rilevare che nella soluzione della problematica come il caso Stendardo dimostra chiaramente un approccio che si fondi sulla contrapposizione tra ragione sportiva, da un lato, e ragione statale, dall altro, non può considerarsi appagante. Occorre, invece, a nostro avviso, adottare, pur nella consapevolezza che la questione presenta evidenti difficoltà, una prospettiva che miri a conciliare i due differenti punti di osservazione propri l uno dell ordinamento sportivo e l altro dell ordinamento statale per giungere ad un punto d incontro. È in tal senso che si muove l iniziativa dell Unione Europea denominata Dual Careers in High Performance Sport, presentata da un gruppo di esperti il 16 novembre 2012 a Bruxelles[4]. Scopo di tale iniziativa è quello di evitare che gli atleti professionisti siano costretti a scegliere tra un percorso di studi superiore e una carriera sportiva, attraverso la creazione di un sistema che consenta all atleta di ottenere, contemporaneamente allo svolgimento dell attività sportiva, differenti ma altrettanto valide competenze da offrire sul mercato del lavoro una volta terminata la carriera agonistica. Tale sistema, secondo i suoi promotori, non può e non deve rispondere ad un modello precostituito ma, piuttosto, adattarsi alle peculiarità delle diverse attività sportive svolte e dei sistemi educativi propri di ciascuno Stato membro, favorendo il generale principio dello scambio e della libera circolazione dei cittadini all interno dello territorio comunitario. Si tratta di attuare una serie di misure (ad es. apprendimento a distanza, consulenze individuali per gli atleti nelle singole università) che mettano l atleta in grado di adempiere in modo esauriente agli obblighi derivanti dallo svolgimento dell attività sportiva e, al contempo, a quelli legati al percorso culturale intrapreso. Il quadro che emerge dall analisi svolta nei diversi paesi europei rivela la sostanziale assenza tranne che in rari esempi virtuosi [5] di collaborazione e coordinamento tra il sistema sportivo e quello educativo statale di riferimento, una realtà disomogenea e frammentaria che non fornisce agli atleti gli adeguati

4 strumenti per una corretta quanto graduale transizione in un contesto lavorativo post agonistico. V è da rilevare, peraltro, che già a partire dal 2009 l Unione aveva avviato un azione comunitaria nella direzione della dual career invitando gli Stati e le federazioni sportive nazionali a partecipare attivamente alla creazione di una rete specificamente dedicata a tale questione. I rilievi critici operati a livello comunitario sono integralmente riferibili all Italia. Testimonianza esemplificativa ne è la dichiarazione dell allenatore dell Atalanta, in riferimento al caso in esame, secondo cui Non si possono creare precedenti: è vero che questo esame (n.d.r.: esame di abilitazione alla professione di avvocato) non c è ogni giorno, ma ogni anno sì. Spero voglia continuare a giocare a calcio fin quando vorrà, non ha l impellenza di svolgere la professione di avvocato"[6]. Una ragione che spiega l assenza di un percorso sinergico tra la formazione culturale e quella sportiva va ravvisata, a nostro avviso, nel ritardo accumulato nei decenni passati nel costruire un modello educativo in cui l attività sportiva sia essa svolta a livello amatoriale o agonistico costituisca parte integrante, e non un elemento estraneo, del percorso formativo e culturale dei singoli individui. Tirando le fila di quanto sopra detto, in conclusione, riteniamo che la decisione assunta dalla società Atalanta nei riguardi del calcitore Stendardo sia da considerarsi illegittima, nel quadro dei diritti costituzionalmente tutelati e, a livello comunitario, delle politiche di formazione ed impiego dei cittadini europei. [1] L allenatore e i vertici della società sportiva Atalanta hanno respinto la richiesta di Stendardo adducendo da un lato, la criticità, sotto il profilo sportivo, del match con la squadra avversaria della Roma e, dall altro, lo scarso preavviso con il quale il giocatore avrebbe avvertito la direzione. L appuntamento in Coppa Italia rappresentava, infatti, per l Atalanta, un appuntamento clou nel calendario delle

5 partite e un match per il quale era reputato necessario e fondamentale l apporto di tutti i giocatori, compreso quello di Standardo. Con riguardo alle misure adottate dalla società a seguito della decisione del calciatore di non presentarsi, va rilevato che in un primo momento l allenatore aveva dichiarato che Stendardo sarebbe rimasto fuori rosa per la partita successiva, e il presidente aveva minacciato una sanzione pecuniaria. Nessuno di questi provvedimenti è stato poi effettivamente messo in atto. [2] Cfr. art. 29, comma 5, Statuto del C.O.N.I. adottato dal Consiglio Nazionale il 3 luglio 2012, consultabile sul sito ufficiale del C.O.N.I. [3] Si veda, in proposito, Accordo Collettivo tra F.I.G.C., L.N.P.A. e A.I.C., ex. art. 4 legge 23 marzo 1981 n.91e successive modificazioni, e in particolare quanto affermato all art.6, commi I e II. L Accordo è stato firmato il 7 agosto Il testo è consultabile nel sito ufficiale della F.I.G.C. [4] EU Guidelines on Dual Careers of Athletes, Recommended Policy Actions in Support of Dual Careers in High Performance Sport, Bruxelles 16 November [5] Si vedano gli esempi di Francia, Germania e Danimarca riportati nel documento Dual careers. [6] Cfr. le dichiarazioni del tecnico dell Atalanta riportate l 11dicembre 2012 sulla Gazzetta dello Sport.

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