Fà di sólcc sö n d öna pèl de piöcc.

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1 Fà di sólcc sö n d öna pèl de piöcc. È il colmo della sordidezza: far soldi con una pelle di pidocchio, essere cioè tanto avidi da riuscire a vendere anche la pelle dei pidocchi. Esistono purtroppo persone bramose e miserabili, le quali userebbero qualunque mezzo pur di accumulare beni e denaro, che poi finiranno in mano ad altri. Nel terzo capitolo del Milione di Marco Polo si legge di un califfo di Bagdad che nella torre del suo palazzo aveva radunato un tesoro immenso in oro e pietre preziose. Nel 1250 Bagdad fu assalita dall esercito del generale tartaro Alau, il quale fece credere con uno stratagemma che il numero dei suoi armati fosse piuttosto scarso, nascondendo gran parte delle sue forze nei boschi attorno alla città. Presentatosi Alau alle porte di Bagdad con un numero scarso di guerrieri, il califfo cadde nel tranello e si avventurò fuori dalle mura inseguendo con la sua cavalleria Alau che fuggiva verso i boschi: si trovò così assai presto circondato da un numero assai superiore di guerrieri e dovette arrendersi. Quando Alau entrò nella torre trasecolò innanzi alla magnificenza del tesoro accumulato dal califfo. Lo fece chiamare e gli domandò: Perché hai pensato soltanto a radunare tutte queste ricchezze? Tu sapevi che io stavo per attaccarti. Perché non hai impiegato una parte di questi beni per arruolare dei soldati e difenderti con un grande esercito degno del tuo trono?. Il califfo non seppe che cosa rispondere e Anau lo fece allora rinchiudere nella torre senz acqua né cibo dicendogli: Ha accumulato tutto questo oro, adesso sàziatene!. Dopo quattro giorno il califfo morì disperato. Fà d ògne èrba ü fass. Fare d ogni erba un fascio. La locuzione è antica e puntualmente registrata nel suo dizionario bergamasco da Antonio Tiraboschi, che si diffonde nell elencazione dei vari tipi di erbe. I nostri vecchi sapevano curarsi con le erbe, che conoscevano bene, anche se non le sapevano distinguere in semplici (quelle della medicina popolare) e composte (quella della medicina ufficiale). Sul ricorso alle erbe in quanto medicina pauperum ironizzò Molière, il quale tuttavia sapeva bene che il contadino del villaggio più sperduto, esposto ad ogni genere di malattia e privo di ogni soccorso, non poteva che affidarsi a rimedi naturali e non costosi. È noto peraltro che il mondo monastico si dedicò all uso delle erbe. I gesuati sapevano preparare un acquavite pregiatissima e degli ottimi cordiali; i carmelitani scalzi italiani erano famosi per l acqua di melissa, i cavalieri di Malta per l acqua di fior d arancio, i certosini per la chartreuse, liquore assai apprezzato in Francia. Con le erbe si curava di tutto, dai morsi degli animali agli ascessi, dall epilessia al fuoco di Sant Antonio, dalla cataratta all alitosi. L uomo moderno ha salvato, almeno in parte, il patrimonio di

2 conoscenze che in fatto di erbe vantavano le generazioni passate; riviste che trattano di macrobiotica, di diete, del ritorno alla natura, assicurano che l uso delle erbe preserva dalle malattie e rallenta l invecchiamento. Ciò che molti non dicono è che le erbe che crescono nei centri abitati sono inquinate e che non è prudente usarle per decotti e infusi. Peraltro, il Grand Larousse che in Francia andava per la maggiore negli anni Venti del Novecento dava per ogni pianta indicazioni molto precise circa il suo uso in campo medico. Ciascuna erba, insomma, possiede la sua virtù ed ecco perché non si deve fare di ogni erba un fascio. Fà du baià. Abbaiare in due modi diversi. Lo si dice in Val Gandino e nella Media Val Seriana, dove baià può assumere, a seconda delle circostanze, il significato figurato di parlare. È l esprimersi in due modi diversi per convenienza (o per ipocrisia). Baià significa propriamente abbaiare e dunque nella locuzione si scorge alcunché di spregiativo, come se il parlante abbaiasse, usasse un linguaggio canino e fosse da considerare alla stregua di un animale. A volte in effetti si odono discorsi tali da far dubitare dei sentimenti umani di chi li esprime. Baià nel senso di parlare è antico di qualche secolo: in un testo bergamasco secentesco (la versione dei primi undici canti dell Orlando Furioso di Ludovico Ariosto) trovo la voce baiöm per abbaiamento ma nel senso traslato di discorso (il verso dice: assò che l mé baiöm a gh pòsse entrà, così che il mio discorso vi possa entrare ). Chi volesse sapere com era parlato il bergamasco nella prima metà del Seicento potrebbe andare a leggersi questo testo ma non ne caverebbe gran che se non avesse molta confidenza con la scrittura dei secoli passati. Fàe bé, fàe mèi. Letteralmente: Facevo bene, facevo meglio. Allude al senno di poi surrogando il condizionale con l imperfetto dell indicativo e rinunziando a specificare la ragione del disappunto o del rammarico, perché al bergamasco bastano poche parole per esprimere compiutamente un concetto. Siccome la voce mèi significa non solo meglio ma anche miglio, ecco che alla pronunzia della locuzione Fàe bé, fàe mèi, dopo un opportuna pausa di grave silenzio, si fa amaramente seguire il detto: Ol Fàe mèi i l à becàt i osèi.

3 Fà e desfà. Di un lavoro inconcludente si dice che l è töt ü fà e desfà, è tutto un fare e disfare. Si dice anche che fà e desfà l è töt ü laurà, fare e disfare è tutto lavoro. Un lavoro improduttivo, un affaccendarsi per non approdare a nulla, un costruire e un distruggere: sembra questa la sorte del genere umano. Già Empedocle, greco agrigentino di Acraga nato attorno al 495 a. C., medico che liberò la città di Selinunte da un epidemia malarica, sosteneva che la storia dell umanità fosse caratterizzata da un alternanza di due forze fondamentali, l amore e la discordia, onde ad un periodo di pace e di progresso doveva seguire il tempo della guerra e della distruzione. Sovvengono i vichiani corsi e ricorsi storici. Hölderlin per parte sua riteneva che la natura fosse agitata da una forza panica, ch egli chiamava organica, una forza atta a determinare, a unire e ad ordinare ciò che è particolare e finito; ad essa si opporrebbe un energia aorgica, universale, informe e illimitata, un energia primigenia, ctonia e selvaggia che produce il numinoso e che induce al timor panico; per Hölderlin la storia dell uomo sarebbe condizionata dallo scontro di questi due elementi in perpetuo contrasto. Fà èd la sissapaga. Si dice anche sissipaga; è vocabolo di uso assai raro e significa mostrare il sesso, atto assai sconveniente, perseguito dalla legge se commesso non solo in pubblico ma, ricorrendo certe circostanze, anche in privato. Esistono tempi convulsi e situazioni anormali in cui viene meno il riguardo che ogni persona deve a sé e al suo prossimo. La locuzione, usata in senso eufemistico, risale agli anni dell occupazione dell armata napoleonica, quando a Milano i militari francesi, che non erano certo degli stinchi di santo e men che meno dei gentiluomini (come ben sapeva Giovannin Bongee), si davano all assidua frequentazione delle prostitute. Queste, avendo a che fare con simili soldatacci, pretendevano il pagamento anticipato della prestazione e alzando la gonne oltre il ginocchio dicevano: Ici sa paga!. Fà èd la stréa. Si usa nel significato di spaventare. Si dice infatti: L à ést la stréa, Si è spaventato. Questo modo di dire ha un che di minaccioso, perché si ode anche: Te fó èd la stréa, Ti faccio passare un brutto quarto d ora. Esiste un accezione più lata, quella di tribolare, infliggere sofferenze prolungate nel tempo, tanto è vero che se di due coniugi uno con il passare del tempo si è rivelato gramo,

4 procurando afflizioni all altro, si dice che l gh à fàcc vèd la stréa. È locuzione sinonimica dell italiana Far vedere i sorci verdi, originata dall immagine di tre topolini verdi dipinti sulla carlinga dei velivoli di un reparto della nostra aviazione militare. Si trattava di apparecchi trimotori S79 condotti da piloti ardimentosi e abilissimi, che negli anni Trenta vinsero diversi raid dando del filo da torcere ai concorrenti inglesi, francesi e tedeschi. La retorica nazionalistica del regime del tempo avvolse le imprese della squadriglia dei sorci verdi in un aura di leggenda, dando l illusione che si disponesse di chissà quali forze in campo aeronautico. Ritornando alle streghe, esse sono un eredità del mondo celtico e latino. Alla fine dell estate per un giorno i Celti non accendevano il camino così da rendere fredda e inospitale la casa e si travestivano da demoni e da streghe per spaventare gli spiriti maligni e tenere le anime dannate lontane dai loro villaggi. La strega incuteva timore perché era ritenuta dotata di poteri occulti e capace di operare le fatture della magia nera. Sono passati parecchi secoli ma dalle cronache si apprende che al giorno d oggi molte persone, più abiette che ingenue, non si peritano di ricorrere ai maghi e alle fattucchiere nella speranza di recare molestia e danno ad altre persone. Questo dice fino a che punto sia confusa e stordita la nostra società! Fà ègn ol lacc ai zenöcc. Letteralmente far venire il latte alle ginocchia. Si dice quando si ascolta un discorso insulso, quando si ha a che fare con gente inetta e supponente che avanzi proposte stravaganti e scipite, quando si è tediati da chi non sa far di meglio che lamentarsi passando in rassegna le sue disgrazie e ripetendole come una litania per farsi compassionare. Sciaguratamente il mondo è pieno di persone di questa risma. Nello stesso senso i mantovano dicono. Fa végnar al lat ai gumbétt, Far venire il latte ai gomiti. Fà ègn öna barba. Chi ascolta un discorso lungo e noioso si sottopone ad un esercizio di pazienza, soprattutto se ha a che fare con persone fastidiose che parlano soltanto di se stesse e che incominciano ogni proposizione con il pronome personale io. La barba è associata al concetto della pazienza perché cresce lentamente. Si deve sempre evitare di importunare il prossimo con lungagnate barbose.

5 Fà fèsta a Tór. In una nota riguardante una sua poesia compresa nei Nuovi Sonetti Bergamaschi (1941) l avvocato Sereno Locatelli Milesi scrive che un tempo nei paesi chiamavano Fèsta a Tór coloro i quali portavano il cappello duro. In effetti nel dizionario del Tiraboschi alla voce tór si legge: Dicesi scherzosamente al cappello di forma cilindrica. Continua la nota del Locatelli Milesi: I ragazzi si davano la voce. Uno gridava: I fà fèsta a Tór!, ossia fanno festa a Torre Boldone. E gli altri rispondevano in coro: I à tacàt béga a la Ranga!, c è stata una rissa a Ranica!.... Un tempo i ragazzi passavano parte del loro tempo in strada senza correre alcun pericolo; la rara vista di una persona che portava il cappello a cilindro, evidentemente per recarsi ad una cerimonia, richiamava la loro attenzione. I monelli nella canzonatura sapevano essere caustici e talora perfino crudeli. Lo sapeva bene Gregorio Pezzoli, sorta di macchietta che amava darsi arie da scienziato e che indossava una marsina nera con tanto di tubino e contorno costituito da una tremenda zazzera e da una barba profetica. I monelli si divertivano a schernirlo canterellando: Fàla taià, chèla barba lé! Fàla taià, trènta ghèi barba e cheèi! Il Pezzoli era stato soprannominato Fàla taià. Quando appariva in Piazza Vecchia era sempre circondato da uno stuolo cantilenante di discoli. Un giorno si risolse al ridicolo oltraggio di un rasoio. Comparve sbarbato e con i capelli ben tagliati. E la ragazzaglia subito a sbraitare: Fàla crèss, chèla barba lé! Fàla crèss! Il Pezzoli se ne andò brontolando: Che gente! Che mondo!. Fà fichèta. Far dispetto per ripicca. Nella locuzione: I se fà fichèta, Si fanno i dispetti, si dà per scontato che il comportamento sia caratterizzato da puntiglio e da ostinazione. Nell italiano colloquiale: Fare le fiche. Fa flanèla. Si sa che gruppi di giovani erano soliti recarsi nelle case di tolleranza al solo scopo di ammirare le ragazze che nella sala principale erano in attesa di essere prescelte dai clienti. La donna che gestiva il lupanare, detta comunemente maîtresse, non tardava ad invitare i giovanotti a consumare il rapporto dicendo loro in tono imperioso: Qui non si fa flanella!. La locuzione proviene dal francese flâner, vagare senza meta, bighellonare, incrociato con flanella (inglese flannel), nome di una nota stoffa di lana non rasata, usata per camicie e pigiami. Se qualcuno vi invita a non fare

6 flanella significa che state perdendo il vostro tempo nell ozio mentre gli altri stanno lavorando. Non è un bel complimento. Fàga i pöles a ergü. Dall atto di spulciare ha tratto origine questo detto, che significa: Passare in meticolosa rassegna fatti, difetti o interessi altrui. Indica sempre mancanza di riguardo. Fàga l àsen a öna dòna. Un conto è dire che si corteggia una donna e ben altro conto è dire che s ghe fà l àsen. Ma il significato coincide, se non fosse per l ironia insita nella locuzione bergamasca. La galanteria va bene ma l essere sottomesso e paziente come un asino non rende ridicoli? E che intenti può nascondere l affettazione del cicisbeo? Ma per essere garbati e gentili con le donne non è necessario fàga l àsen. Basterebbe ritornare al garbo e al riguardo dei gentiluomini di un tempo, quando si cedeva il passo alle signore. La civiltà di un popolo si giudica anche da come sono trattate le sue donne, dal rispetto che se ne ha. Luigi XIV, detto il Re Sole, era arrogante e vanesio ma quando sullo scalone di Versailles incontrava la sua governante la salutava compunto togliendosi il cappello. Non sarebbe male che s insegnassero ancora le buone maniere e che i giovani fossero educati alla gentilezza e alla cavalleria. Fà giàcom giàcom i gambe. Di una persona anziana malferma, che cammini con difficoltà, si dice che i ghe fà giàcom giàcom i gambe; il suono iterato indica la deambulazione lenta e stentata a causa della debolezza delle ginocchia. Fà giondina. In alcuni luoghi della Bergamasca si dice anche: Fà giurgina. Vuol dire fare bisboccia, darsi alla pazza gioia. Analogo significato ha la locuzione arcaica Fà goghèta, attestata dalla letteratura bergamasca del Seicento.

7 Fà i carte. Non so come si possa prevedere il futuro con l uso delle carte da gioco ma da tempo immemorabile c è gente che la fà i carte e gente che la se fà fà i carte. La pratica è antica: qualche pittura parietale delle piramidi egizie raffigura dei sacerdoti che accostano un numero ad una figura e accanto alla scena una iscrizione geroglifica spiega come quei sacerdoti traessero così gli auspici per un buon raccolto. Si sostiene peraltro che i semi delle carte fiori, picche, cuori e quadri si ricolleghino ai quattro elementi fondamentali della filosofia greca più antica (terra, aria, acqua e fuoco); esiste anche l ipotesi che si riferiscano all avvicendarsi delle stagioni. I semi delle carte bergamasche, disegnate nell Ottocento da Pietro Masenghini con tratti sicuri e con un buon colorismo, si credono introdotti dai lanzichenecchi o da altre truppe mercenarie tedesche, detestate per la loro avidità e la loro sporcizia, gentaglia dedita ai furti e alle violenze, ribaldi e canaglie amanti del vino e del gioco. Denari, coppe, bastoni e spade sono comunque simboli antichi, prestandosi a rappresentare la ricchezza, il piacere, i viaggi e i combattimenti. Non diciamo poi dei tarocchi, diffusi in tre differenti tipi di carte e di disegni (il lombardo, il toscano e l emiliano), carte ritenute per antonomasia adatte alla divinazione del futuro. Mi rivolsi tempo fa ad una signora nel tentativo di capire qualcosa della cartomanzia. Appresi così che ad ogni carta è attribuito un significato e che esistono vari sistemi per lo scoprimento delle carte: accostando le carte stesse, si presumerebbe di prevedere il futuro, soprattutto negli affari di cuore, in particolare negli amori non corrisposti, ma anche per malattie, disgrazie, ricchezza e fortuna. Ho imparato che il quattro di spade si chiama Margì ma ho constatato che non esistono scientificità e attendibilità nell attribuzione di un significato ad una certa carta: in base a che cosa l asso di spade sarebbe foriero di chissà quali disgrazie? La cartomanzia non è che superstizione, come gli oroscopi, che vorrebbero far dipendere il nostro destino dal moto di alcuni corpi celesti (alcuni e non altri!) lontani da noi migliaia di anni-luce. Trovo studipo e penoso che la televisione nazionale trasmetta oroscopi, il che la dice lunga sulla pessima qualità della programmazione e sulla grossolanità dei programmatori. Faber est suæ quisque fortunæ, scrive Cicerone nel De republica. E Luigi Alamanni ( ) nella traduzione dell Antigone di Sofocle scrive: Sua ventura ha ciascun dal dì ch ei nacque. Altro che carte! Fà i cöncc sènsa l ostér.

8 Letteralmente: Fare i conti senza l oste. Può accadere che si creda di dover pagare un certa somma e che ci venga invece presentato un conto salato che non ci aspettavamo. Si dice per tutti i casi in cui si tiene conto soltanto del proprio punto di vista. Gli osti di un tempo per la verità non godevano sempre di buona fama se a Treviglio fiorì il detto: Giüda cumè n ustér. Basta pensare all episodio del XV capitolo dei Promessi Sposi, nel quale l oste, longa manus della polizia milanese, presenta il conto a modo suo premurandosi di chiamare gli sbirri perché arrestino Renzo. A quel tempo gli osti avevano buone orecchie, ascoltavano i discorsi degli avventori, sapevano bene l arte di cavar le parole dagl ingenui e dai loquaci per aver contezza degli affari altrui, erano buoni informatori dei gendarmi ma per loro tornaconto erano pronti a giurare di non aver visto o sentito nulla di ciò che accadeva e che si diceva nella loro locanda. Gli osti del giorno d oggi non devono sentirsi coinvolti in giudizi dati su quelli di un tempo. Del resto, è passata tanta acqua sotto i ponti. Ciò che conta è che non sia passata nelle botti. Fà i galète. Un caro amico della vecchia guardia, che per ricrearsi lo spirito in tempi tanto insulsi come questi che viviamo ritorna spesso sui testi di Virgilio e di Orazio, di Cicerone e di Seneca, di Ovidio e di Sallustio, mi segnala una locuzione interrogativa risalente alla bachicoltura, che suona: Ét fàcc i galète?, che è quanto dire: Dove hai trovato tanto denaro?, oppure: Come hai fatto a procurarti tanti soldi?. Occorre subito dire che non si devono confondere le galète con le galetine. Queste ultime sono le arachidi, dette anche noccioline americane; ebbene, non hanno a che vedere con le galète, che sono i bozzoli, ossia gl involucri di seta che contengono la crisalide. Quando nelle cascine si crescevano i bachi da seta (detti in bergamasco caalér perché il filugello ama porsi su frasche o ramicelli in una posizione che ricorda quelli degli uomini a cavallo), i contadini raccoglievano i bozzoli e li bollivano per impedire che la crisalide diventasse farfalla e bucasse il bozzolo guastandolo. Indi vendevano i bozzoli alle filande; se l annata era andata bene e i bozzoli erano in quantità rilevante, la vendita fruttava un bel gruzzoletto: in una società caratterizzata da un economia agricola fondamentalmente autarchica, nella quale il ricorso al baratto non era molto raro, l arrivo di una somma consistente di denaro era come tanta manna. Certo, la coltura del baco da seta comportava disagi, rischi e molto lavoro. Oggi purtroppo manca la consapevolezza che le attuali condizioni di vita, molto meno dure di quelle dei secoli passati, si devono essenzialmente ai sacrifici, alle lotte e alle conquiste delle generazioni che ci hanno preceduto. Mancando tale consapevolezza, non si ha la percezione della dimensione storica nella quale si è inseriti e si rischia di commettere errori di valutazione che finirebbero per pesare sulle generazioni future.

9 Fà i laùr col có n del sach. La locuzione celebra la noncuranza degl incoscienti. C è gente che agisce senza la minima considerazione, senza la cognizione di quel che sta facendo, dei rischi che corre, degli obblighi cui deve sottostare. Non dobbiamo certo le conoscenze scientifiche e il progresso a persone che lavoravano con la testa nel sacco. Indagatori, ricercatori, pionieri animati da grande passione hanno sempre proceduto con attenzione, metodo e disciplina. Ma a volte le imprese sono tanto rischiose che neppure il metodo e la disciplina bastano a scampare da eventi cruciali. Si sa come morì Vittorio Bòttego, il grande esploratore italiano che per primo si era inoltrato nel territorio selvaggio del Giuba: nel 1897, dopo aver raggiunto il lago Turcana, la sua spedizione fu circondata e assalita dalle truppe di Menelik, il quale non andava per il sottile e riteneva nemici da uccidere tutti gli stranieri, anche quelli di una spedizione scientifica. Fà i laùr in grand. Questa locuzione trova riscontro in tanti altri dialetti settentrionali e si traduce: far le cose alla grande. Ma le cose sono in sé vaghe e indeterminate, per quanto in italiano si addicano di più al senso della concretezza che alla sfera delle astrazioni. Il bergamasco laùr, nonostante sia l evidente contrazione dell accusativo latino laborem e come tale si riferisca ad azioni concrete, comprende una gamma vastissima di accezioni, dalle più primitive ed elementari alle più concettose e sofisticate. Posso dire che l à fàcc i laùr in grand di un letterato che abbia scritto un poema complesso e ispirato, di uno scultore che abbia tratto dal marmo un gruppo di figure armonizzandone i corpi e i gesti, di un musicista che abbia composto un opera poderosa e di ampio respiro, di un architetto che abbia saputo concepire un edificio grandioso con l impiego di materiali di ottima resa estetica. Se la locuzione esiste e si attaglia anche a queste situazioni, vuol dire che i bergamaschi, ritenuti a torto assai parsimoniosi e chiusi in se stessi, quando vogliono i è bu de fà i laùr in grand. E di pensare alla grande. In effetti, dopo tanti anni di supremazia nichilista si avverte il bisogno di pensare un po alla grande. Ci hanno ripetuto come pappagalli che siamo dei poveri disgraziati, che non sappiamo chi siamo, che non possiamo sapere da dove veniamo e che non stiamo andando in alcuna parte. Ci hanno detto che siamo figli di nessuno, tutt al più figli di una manciata di atomi che precipitano ignari nello spazio. Ma la ragione non può dare risposte meschine agl interrogativi più pressanti della mente umana. La cultura ufficiale della defunta Unione Sovietica giunse a rendere omaggio alle idee atomistiche di Lucrezio, che trattando delle

10 cause dei fenomeni naturali aveva inventato puerili teorie antiscientifiche. Non ci si può far guidare dai ciechi né si possono ottenere lumi da chi vive nell oscurità. Il dono della ragione va usato meglio: cerchiamo di recuperare il concetto dell essere, come lo intendeva Rosmini, l essere che è in noi e che non possiamo non avvertire in noi ma che è anche fuori di noi, in tutta l opera del creato. Proprio al pensiero di Antonio Rosmini (che era di ascendenza orobica perché i suoi antenati erano arrivati a Rovereto dalla Valle Brembana) dovremmo ricorrere per il recupero del valore della ragione dopo la catastrofe delle ideologie negatrici del trascendente o indifferenti ai problemi metafisici, ideologie che nel Novecento hanno finito per ritorcere tragicamente le loro tremende negatività contro l uomo. Fà i sò cöncc. Ognuno dev essere capace di fare i suoi conti. Ma occorre farli sulla scorta della realtà, non della fantasia e delle suggestioni. Il medico Gerolamo Cardàno ( ), matematico e naturalista, ebbe l imprudenza di coltivare una superstizione ingannevole quale l astronomia. Asserì di aver letto negli astri che sarebbe morto a quarantacinque anni e si diede alla bella vita, spendendo e spandendo il suo patrimonio. Raggiunta l età nella quale avrebbe dovuto morire, si ritrovò in buona salute e con il capitale ridotto al lumicino. Gli fu giocoforza allora esercitare con la massima cura la sua professione medica ma volle rifare i calcoli e dichiarò che la morte lo avrebbe raggiunto a settantacinque anni. Arrivato a quell età si ritrovò ancora in buona salute. Fu tale il suo disappunto che volle invocare la morte e secondo la tradizione si lasciò morìre di fame. Come tutti i medici del suo tempo, a discrete conoscenze scientifiche alternava idee assolutamente prive di fondamento e credenze superstiziose, come quella di pensare che quando qualcuno sta parlando male di noi avvertiamo un acufene (il fischio che si ode nell orecchio). Fà la bóca larga fina ai orège. In francese esiste la locuzione iperbolica la bouche fendue jusqu aux oreilles per indicare una risata tanto ampia e sonora da sembrare che la bocca si spalanchi allargandosi fino alle orecchie. Per efficacia essa fa il paio con la nostra, nella quale l esagerazione raggiunge l inverosimile. Ma càpitano talora circostanze per le quali il grignà, ridere, e il grignunà, ridacchiare, non bastano. Occorrerebbe proprio ridere tanto di gusto da poter allargare la bocca fino alle orecchie, come quando ci si sente domandare a quale segno zodiacale si appartiene. In questo caso mi sovviene

11 sempre un provocatorio racconto di Henry Miller, nel quale si descrivono i discorsi farneticanti di alcune persone che partecipano ad un ricevimento (quello che gli americani con la loro disinvoltura fin troppo spiccia chiamano party). In una prosa sarcastica e perfino irriguardosa Miller passa in rassegna gli strani tipi che animano il ritrovo mondano e che sono uniti apparentemente soltanto da una fiducia cieca nell astrologia, notoriamente priva di fondamento scientifico e basata su antiche conoscenze astronomiche incerte, lacunose e spesso errate (Keplero la definì figlia matta di madre saggia ). I personaggi del party, accomunati da un forte egocentrismo e da una spaventosa superficialità, appaiono come nevrotici privi di fondamenti etici, come poveri dissociati che non sanno nascondere il loro vuoto interiore. Nel racconto di Miller è evidente la deriva morale e ideologica della società americana, facile preda delle sette più strambe nonché delle suggestioni arcanistiche ed esoteriche esercitate da pseudoscienze come l astrologia e l occultismo. Come si fa a prendere sul serio simili derive dell intelligenza? Fàla de bambo per mia pagà dasse. C è sempre chi fa lo gnorri, chi fa il finto tonto per sottrarsi ad un obbligo: di uno che si comporti così, che faccia l indiano o che faccia orecchio da mercante, in bergamasco si dice che l la fà de bambo per mia pagà dasse, cioè che fa finta di essere stupido per non pagare il dazio. Si trattava di un tributo doganale che una volta i Comuni esigevano da chi introduceva le merci nel loro territorio o da chi le esportava. A Bergamo le porte delle vecchie Muraine (la cinta medievale di cui è rimasto solo qualche sparuto brano e la torre angolare del Galgario) erano vigilate dai commessi del dazio, i quali controllavano le merci in entrata e in uscita riscuotendo la relativa gabella, che costituiva un cespite non indifferente per il Comune; ogni tanto capitava il furbastro che con noncuranza e fingendosi stordito tentava di passare con la sua merce sotto il naso delle guardie. Il dazio, si sa, è stato abolito da tempo ma c è ancora parecchia gente che in certi frangenti sa fare il finto tonto assumendo un aria da allocco per non sottostare a un obbligo e tentare di farla franca. È l arte diffusa di fare il furbetto a scapito degli altri, un arte indegna e vile che andrebbe sempre sanzionata con la massima severità. Fàla de òt. Passarla liscia, Farla franca. Ma anche: Ottenere un buon risultato, una vittoria o un guadagno insperato. Mi è stato detto che la locuzione avrebbe avuto origine fra i giocatori di

12 bigliardo, perché quando la boccia piccola (ol balì) abbatte il castello dei quattro birilli che si trovano al centro del tavolo da gioco si realizzano otto punti. L ipotesi mi pare plausibile, anche perché una volta udii un tale che diceva ad un altro: Te l é fàcia de òt col balì. Intendeva dire: Hai avuto un colpo di fortuna. Altra ipotesi (meno convincente) è quella che vorrebbe far derivare la locuzione dall introduzione dell orario lavorativo giornaliero di otto ore (laurà de òt, lavorare otto ore ), avvertito come un privilegio da chi in campagna lavorava dalla mattina alla sera. Fà la éta del Michelàss. La locuzione si completa aggiungendo: mangià, biv e ndà a spass. Il detto, usato per indicare persone che si diano alla bella vita e che non abbiano la minima voglia di lavorare, ricorda l indole infingarda dei soldati mercenari imperiali, chiamati micheletti perché il loro primo nucleo era composto da giovani spagnoli che asserivano di essere devoti a San Michele. Ebbero pessima fama per la loro sporcizia e per le ruberie, le prepotenze e le soperchierie che al loro passaggio commettevano nei paesi e nelle campagne. Fà la fì del póer Brina. Il 20 aprile 1814 a Milano fu ucciso a furor di popolo sulla pubblica via Giuseppe Prina, ministro delle finanze del Regno d Italia, che aveva imposto tasse gravose. Napoleone, funesto genio della guerra, era giunto alla conclusione della sua parabola: da più di quindici anni insanguinava i campi e le contrade dell intera Europa. Presentato dai testi scolastici come un eroe ravvolto in un aura di leggenda, una sorta di nobile e generoso condottiero che andava ovunque affermando le idee liberali della rivoluzione francese, dai popoli fu visto in realtà come un oppressore e un affamatore. La gente di Milano giustamente diceva: Liberté, egalité, fraternité: i francés in caròssa e nun a pé. Furono anni di soperchierie, di confische, di ruberie a mano armata quelli dell imperialismo napoleonico: l Italia fu trattata alla stregua di una colonia da depredare e da umiliare. Imposto con la violenza delle armi, il regime voluto dal generale còrso si avvalse di un organizzazione statale fortemente accentrata, di leggi speciali repressive e di un apparato persecutorio che si giovava di tribunali, di poliziotti e di spie. La coscrizione obbligatoria, l ammasso dei prodotti agricoli e la tassa personale imposta sul capo di ogni cittadino di età fra i quindici e i sessant anni, la soppressione degli ordini monastici e la confisca di tutti i loro beni, il furto legalizzato degli argenti delle chiese (latrocinio che da solo valse a colmare lo spaventoso

13 deficit dello Stato francese), la ruberia spudorata di migliaia di opere d arte, di codici antichi e di arredi preziosi furono tutte malefatte che valsero a rappresentare il vero volto dell assolutismo napoleonico. Da un lato si issavano gli alberi della libertà per dare al popolo l ingannevole parvenza di un riscatto sociale, dall altro si saccheggiavano gli erari pubblici e si depredavano a man salva i dipinti delle chiese conventuali e i tesori delle biblioteche. Pur di sostenere le spese delle sue guerre, Napoleone non esitò a desolare l Italia e alla caduta del suo astro ne fecero le spese gli uomini che si erano lasciati sedurre dalle idee rivoluzionarie. Come tante volte purtroppo avviene, anche Giuseppe Prina si trovò a pagare per colpe commesse da altri. Fu una crudele giustizia sommaria, senza un regolare processo nel quale il Prina avrebbe potuto far valere le sue ragioni. Tante volte ai torti seguono le vendette e gli esseri umani non sempre sanno essere degni del divino dono della ragione. Fà la fì del rat. In bergamasco non è rimasta traccia del latino classico mus, muris, che vuol dire topo, sorcio. La voce latina deriva da una radice indoeuropea, *mus, che è alla base dell inglese mouse e del tedesco Maus. La voce mediterranea talpa è alla base del bergamasco tópa, che vuol dire appunto talpa, mentre per dire topo in bergamasco usiamo le voci rat e sorèch (ma prevalentemente rat). Sorèch, che ha per confratello il meridionale sòrece, corrisponde all italiano sorcio, dal latino sorex, soricis, parola di probabile origine mediterranea. Per quanto riguarda la voce rat, essa presenta un ampia diffusione in tutta l area romanza e germanica e deriva da un onomatopea, essendo la serie consonantica composta dai suoni consonantici r e t espressivi dell atto di rodere. I celti dovevano usare una parola simile perché topo in bretone si dice raz, in gaelico radàu e in irlandese rata. Il topo, si sa, non è animale che susciti molte simpatie e ci vollero la fantasia e l ottimismo dell americano Disney per far amare ai bambini e ai grandi un personaggio come il topo Michele. In effetti l uomo associa al topo non solo l idea del sudiciume e della trasmissione di alcune pericolose malattie infettive ma anche il senso di una insaziabile voracità. I granai annessi ai templi dell antico Egitto erano vigilati dai gatti, altrimenti i topi li avrebbero assaliti. In epoca storica l Europa fu devastata da immense ondate migratorie di topi provenienti dall Oriente, che distruggevano tutte le coltivazioni e che provocavano carestie terribili. Per fortuna i nostri contadini tenevano sempre un gatto nella loro cascina e furono proprio i piccoli ma agguerriti felini a salvare l agricoltura europea messa in pericolo dalle invazioni cicliche dei topi. Un gatto, se vede un topo, non si dà pace finché non lo cattura. E per il topo è una brutta fine. Ecco perché si dice fà la fì del rat (oppure fà la fì del sorèch) per indicare una brutta fine, per dire che uno è morto

14 in malo modo. Un tempo ai figli maschi che non si risolvevano a sposarsi le mamme dicevano: Te resteré per tò cönt e te faré la fì del póer ratì, Rimarrai da solo e farai la fine del povero topolino. Ora si sono rassegnate e non dicono più niente. Fà la figüra del ciocolatér. È la figura che fa chi non sa dare una risposta ad una questione qualunque, chi non è in grado di soddisfare una richiesta usuale e prevedibile, chi non sa come fare ad affrontare un impegno tutt altro che gravoso. Il detto risale al primo Ottocento, quando le famiglie altolocate durante i ricevimenti si compiacevano di offrire agl invitati la cioccolata calda, fatta con polvere di cacao, vaniglia e zucchero. Dai palazzi patrizi la moda si diffuse nei salotti borghesi e i cioccolatai fecero affari d oro. Al tempo di Carlo Felice solo i patrizi torinesi potevano concedersi il lusso di utilizzare carrozze trainate da quattro cavalli. Un cioccolataio arricchito sfidò la costumanza procurandosi un tiro a quattro. La sua prima uscita in città non passò inosservata e Carlo Felice gli fece sapere che si sentiva offeso nella sua dignità di monarca: disponendo anch egli di una quadriga, si trovava innanzi ai sudditi sullo stesso piano di un cioccolataio. Poteva un re fare un simile figura? Così il cioccolataio dovette accontentarsi di un tiro a due. Che il detto, nato a Torino, sia usato anche dai bergamaschi non deve sorprendere: le parole camminano con gli uomini. L occasione offre il destro per raccomandare di non eccedere nel consumo di cioccolato, ora prodotto con l impiego del grasso di cocco, che non fa certo bene alla salute. La comunità europea attraverso i suoi oscuri burocrati è riuscita ad imporre leggi del tutto improvvide se non rovinose, calpestando di fatto le sovranità nazionali e alterando il mercato agroalimentare con il boicottaggio legislativo di tanti prodotti tipici e salutari. Fàla franca. Di uno che sia contravvenuto a un obbligo o ad una regola e che non sia stato scoperto si dice che l l à fàcia franca, l ha fatta franca. Si sa che nei porti franchi non si paga dazio. Fà la lègna. Nella stagione invernale, quando si era liberi dai lavori della campagna, si potevano sfrondare gli alberi spogli senza recar nocumento alla pianta. L atto di recidere i rami era detto scalvà (o

15 sgalvà). La legna raccolta veniva spaccata a colpi di scure (la sgür) e accatastata nella legnaia per la stagionatura. La legna sottile, quella delle fascine, usata per accendere il fuoco, era ottenuta recidendo i ramicelli a colpi di roncola; essi venivano poi avviluppati con un ramo di salice (lo stropèl) e la fascina era fatta. Era un lavoro faticoso. Ma senza legna il camino non dava calore. Fà la part del sò doér. Quando da ragazzi squadernavamo sotto gli occhi dei nostri genitori un bel voto credendo di metirare chissà quale premio, ci sentivamo dire: Brao, t é fàcc la part del tò doér. Non è nell indole dei bergamaschi di profondersi in lodi sperticate e in complimenti eccessivi, che sono soltanto espressione di mancanza di sincerità e di discernimento. Se si deve fare un complimento, ebbene, che sia meritato e che sia rivolto in forma breve, cordiale e spontanea. Non si richieda o non si solleciti mai un complimento per non mettere in imbarazzo l interlocutore; chi lo fa dimostra di essere maledettamente pieno di sé e di possedere un animo grossolano. Che bisogno c è di tanti salamelecchi? Il Manzoni giustamente diceva che ai complimenti bisogna fare la tara. I nostri genitori lo sapevano e per non farci inorgoglire si limitavano a dirci che avevamo compiuto il nostro dovere. Ci insegnavano a non usare male il dono della parola, a non tessere le lodi di noi stessi davanti agli altri per mendicarne qualche inutile e convenzionale complimento. L insegnamento poteva essere rappresentato dal motto latino Age quod agis. In effetti più delle vane parole conta in molte circostanze il saper operare rettamente. La persuasione che si è compiuto il proprio dovere procura una soddisfazione interiore che ripaga da sola di ogni fatica. I riconoscimenti, gli onori, i festeggiamenti possono anche fare piacere ma attengono unicamente alla mondanità e non si deve cadere nel compassionevole errore di chi stoltamente li va a cercare tentando di procurarseli in tutti i modi, leciti e illeciti. Fà la pelanda. Ha due significati. Il primo è connesso con la bachicoltura: si mandavano i ragazzi a fà la pelanda, a pelare cioè i rami dei gelsi per procurare le foglie che servivano ad alimentare i filugelli prima della formazione del bozzolo; a volte i proprietari terrieri seguivano direttamente il buon andamento della coltura dei bachi e a tempo opportuno impartivano l ordine della defogliazione dei rami dei gelsi. Il secondo significato è connesso con l abitudine che avevano un tempo le prostitute spagnole di indossare vestiti lunghi: dalla voce hopalanda è derivato il lombardo

16 pelanda, che ha il doppio significato di abito lungo e di donna di malaffare. È nota la storiella ridanciana di quel fattore che attendeva da un giorno all altro l arrivo della contessa, proprietaria del fondo rustico, perché come ogni anno impartisse l ordine di pelare i rami dei gelsi onde alimentare i bachi da seta, chiamati in bergamasco caalér per la posizione che assumevano sulle frasche e che ricordava quella di chi va a cavallo. Il buon uomo, preoccupato per la sorte dei filugelli, prese carta e penna e scrisse: Gentile signora contessa, la aspettiamo da un giorno all altro a fare la pelanda se no i cavalieri vanno tutti a puttane, intendendo dire che i cavalieri sarebbero andati alla malora. Ma che cosa avrà mai pensato la contessa apprendendo che se non si fosse immediatamente recata a concedere le sue grazie ai cavalieri, costoro si sarebbero rivolti a donnacce da strada? Fà la sò careàna. Chi ha letto Les aventures de Gil Blas di René Lesage, romanziere francese di genere picaresco attivo nei primi decenni del Settecento, ricorderà che il protagonista, catturato da una congrega di banditi, meditando di riacquistare la libertà, propose loro di farsi egli stesso bandito seguendoli e imitandoli nelle loro imprese brigantesche. Gil Blas, narrando in prima persona le sue avventure, dice che i grassatori accolsero di buon grado la sua idea aggiungendo: ensuite on me ferait faire mes caravanes per dire che a poco a poco i banditi lo avrebbero ben istruito su come diventare un perfetto delinquente. In effetti la locuzione fare la carovana, che in bergamasco suona fà la careàna, significa fare il noviziato, fare tirocinio, prendere pratica in un mestiere o in un arte. Lo dicevano i Cavalieri di Santo Stefano, i quali accoglievano nel loro ordine solo quanti avevano prestato il prescritto servizio marittimo navigando nel Mediterraneo da un isola all altra e da un porto all altro per difendere le imbarcazioni dai corsari e gli abitanti delle coste dagli assalti dei feroci predoni saraceni. I crociati di Santo Stefano avevano fatto propria una voce levantina diffusasi dalla Persia: in effetti il persiano karwān significa comitiva di mercanti e ricorda l uso di compiere lunghi viaggi in compagnia per attraversare con sicurezza regioni insalubri o terre infestate dai ladri. La condizione dei viandanti, pellegrini o mercanti, che si avventuravano in plaghe desertiche con tende, carri, bestie da soma e salmerie, non poteva non essere assimilata a quella dei coraggiosi ed eroici cavalieri crociati che per anni conducevano la loro vita in mare correndo a soccorso dei naviganti e delle popolazioni costiere. Le loro imprese furono risapute in tutta Europa e fu molto apprezzata la severità della loro regola, che imponeva un lungo e duro tirocinio in mare, una carovana sulle rotte del Mediterraneo aspramente conteso e minacciato dai saraceni. Non deve stupire che la locuzione si ritrovi anche nel bergamasco. Di uno che debba

17 ancora impratichirsi bene o che debba ancora far tesoro dell esperienza diciamo infatti che l gh à amò de fà la sò careàna. Purtroppo s incontrano persone le quali non capiscono che la vita l è töta öna careàna e che ogni giorno ci offre la sua esperienza da tesaurizzare. Fà la sò passada. Occorre sapere che tutti commettono qualche pasticcio o qualche follia. Meglio passare mattana da giovani che da vecchi. Fà l bèch a l óca. Quando viene condotta a termine un opera realizzata a regola d arte si può dire: M à fàcc ol bèch a l óca, Abbiamo fatto il becco all oca, forse perché per un disegnatore o per un pittore che debba riprodurre un oca sulla tela o sulla carta la raffigurazione del becco costituisce la preoccupazione minore ed è l ultima cosa da fare. Fà l de piö. Letteralmente: Fare il di più. È il comportamento di chi si allarga, di chi non sa stare al sò pòst, al suo posto, di chi vuole occuparsi di faccende che competono ad altri, di chi s incarica di trattare affari al posto di altri senz averne il mandato, di chi insomma per intrinseca ignoranza e per totale mancanza di signorilità nutre una eccessiva considerazione di sé e non si rende conto dei propri limiti. Purtroppo si trova gente simile ad ogni angolo di strada. Gli va sempre data la lezione che si merita. La ricevette, solenne come una lavata di capo, anche quel presuntuoso e sciocco contino bergamasco che si recò a Venezia per essere ricevuto da Tiziano, al quale chiese di fargli il ritratto. La storia è nota. Non conosciamo le parole precise con le quali il celebre artista congedò il vanesio titolato ricusandone la richiesta ma possiamo immaginare che siano state più o meno queste: Par cossa vegnare fin qua de mi che gò tanto da far? Vu vegné de Bergamo e no savé che a Bergamo ghe xé el Moron? Gh avé sbaglià e vegnare de mi. Torné a Bergamo, feve far el ritrato dal Moron e porteghe el saludo del Tissian. Fà l diàol a quàter.

18 Fare il tutto per il tutto, brigare in tutti i modi, leciti e illeciti, scatenare un putiferio pur di conseguire il proprio scopo, ecco che cosa vuol dire fà l diàol a quàter. Il ricorso al numero quattro amplia l immagine della confusione e del bailamme che evoca la locuzione (come amplia l idea della potenza e della forza impiegata la locuzione i s è fàcc in quàter, si sono fatti in quattro ). Invece il richiamo ad un comportamento esagitato o addirittura indiavolato evoca a sua volta l immagine del demonio, personificazione del male, l angelo ribelle che si oppone al disegno divino e che ricorre a qualunque espediente pur di ghermire le anime e di sottrarle alla salvazione. Il male non è un astrazione, è un entità non concettuale e fantastica bensì viva e operante. C è chi lo sa tenere lontano con una vita onesta e specchiata, c è anche chi giunge ad invocarlo e ad adorarlo: esistono purtroppo i satanisti, che pregano Lucifero, che celebrano messe nere convertendo le benedizioni in bestemmie, che profanano chiese e cimiteri, povere menti malate che inseguono deliri di onnipotenza compiendo ogni sorta di trasgressioni e di immoralità ed offendendo non solo le leggi religiose ma anche quelle civili. Satana è essere misterioso e terribile, pervertito e pervertitore: la sua malvagità è immensa. Fà l gnagno. Chi ha un po di dimestichezza con la poesia in bergamasco sa che autori come il Mazza e il Pedrali calcarono i palcoscenici e che altri scrissero commedie come Sereno Locatelli Milesi, Renzo Avogadri e Luigi Gnecchi. In un suo sonetto Angelo Pedrali ricorda una figura complementare del teatro filodrammatico, il trovarobe (tróa-ròbe in bergamasco), incaricato di reperire gli oggetti occorrenti alla scena. Uno di questi, avendo letto nel copione che il re e la corte dovevano fare il loro ingresso con gran pompa, si presentò alle prove con una pompa, protestando che funzionava bene e che per troàla l éra ndàcc sö fina in Pignöl L ambiente del teatro filodrammatico tradizionale riappare in un sonetto nel quale il Locatelli Milesi descrive la demolizione, verso la fine degli anni Trenta del Novecento, del teatro di San Cassiano: la prima dòna, ol gnagno, ol prim atùr, / i costöm, i palchècc, i póch scenare / tràcc insèm d ü saatì che l fàa l pitùr, / l orchèstra di intermès, ol lampadare, / fina la scöfia del sügeridùr. Il gnagno era l attor comico che sosteneva la parte del babbeo, dello scimunito che fraintendeva battute e situazioni. Dire in bergamasco ad una persona de fà mia l gnagno significa invitarlo a non fare il finto tonto. Sia pure fra alterne vicende, il teatro filodrammatico è giunto fino ai nostri giorni con il suo repertorio di commedie brillanti che hanno rasserenato e divertito il pubblico. Il teatro è scuola di vita per i giovani, i quali impegnandosi in una compagnia filodrammatica imparano a porgere la

19 parola e il gesto, acuiscono l uso della memoria, del pensiero e della fantasia, capiscono che cosa vuol dire calarsi in una parte ed imparano a cimentarsi in ruoli diversi. Fà l latì a caàl. Questa locuzione era in auge nel Settecento ed è testimoniata dagli scritti bergamaschi dell abate Giuseppe Rota, il quale scriveva: fà l latì a cavàl, perché al suo tempo non si era ancora verificato il dileguo della consonante v intervocalica (cavàl>caàl). I vecchi dizionari della lingua italiana, dal Fanfani al Tommaseo, avvertono che la locuzione Fare latino significa parlare. Ma che conversazioni si possono fare quando si sta cavalcando, magari andando al trotto? Perciò fà l latì a caàl indica una situazione sgradevole, nella quale si è costretti a compiere atti o passi che non si vorrebbero fare. Fà l magüt. Il magüt è il manovale dell edilizia, ossia l aiutante del muratore. Il termine è di acquisizione relativamente recente, provenendo dal milanese. C è chi crede che derivi dal longobardo magu-, ragazzo (ma da noi il giovane che aiutava il muratore era detto bòcia). Altri ritengono che il milanese magüt si sia formato al tempo della fabbrica del Duomo di Milano, quando negli elenchi delle paghe si scriveva mag.ut come abbreviazione di magister ut supra. Questa seconda ipotesi pare la più probabile. Fà l mestér del maiacarte. I repertori lessicali bergamaschi dell Ottocento alla voce maiacarte traducono faccendiere, leguleio, azzeccagarbugli, ossia uno che tratti questioni legali più per pratica che per diretta conoscenza dei codici e che sia in grado di abborracciare pareri sulle più diverse questioni indicando il miglior profitto da trarre per ogni situazione che gli venga prospettata. Con il passare del tempo la voce ha esteso la sua accezione. Nel Novecento la si è usata soprattutto per indicare il burocrate, il titolare di un pubblico ufficio che abbia confidenza con le scritture, i moduli e la carta stampata in genere, uno che si sappia districare nell immenso guazzabuglio delle norme che compongono il diritto amministrativo. Occorre avvertire che la parola ha conservato nel Novecento il senso fortemente ironico che già aveva nei secoli precedenti. In una situazione di diffuso

20 analfabetismo un azzeccagarbugli che sapeva mettere le mani fra tanti scartafacci e dalla polvere degli scaffali togliere un decreto, un avviso o una grida, sembrava possedere tanta confidenza con la carta stampata da potersene quasi cibare. Figuriamoci un impiegato pubblico, che riesca a barcamenarsi fra scartoffie e timbri nella miriade dei testi e nelle tante norme confuse e complicate che hanno sempre impedito alla macchina della burocrazia di essere efficiente, di riuscire cioè a rendere il servizio per il quale è stata istituita. È perfino accaduto anni fa che un ministro della Repubblica non avesse saputo esporre con la dovuta precisione la situazione finanziaria dello Stato e non fosse riuscito a fornire un dato attendibile sulla follia di un debito pubblico da capogiro. S intende che nella formazione di tanto debito i maiacarte non avranno la maggiore responsabilità. Ma è comunque un fatto che senza una burocrazia onesta ed efficiente non può esistere una buona amministrazione della cosa pubblica. Insomma, il mestér del maiacarte è importante perché investe direttamente la gestione del rapporto fra il cittadino e la pubblica amministrazione. Fà l pass segónd la gamba. Diversi pensatori in questi nostri tempi lamentano che l avidità del denaro abbia indotto l uomo ad imprimere un eccessivo impulso al progresso tecnologico. La diagnosi non può essere più realistica. Lo strapotere della tecnica modifica infatti il pensiero e il comportamento; ci si allontana sempre di più dalla natura, dal suo ordine e dalle sue leggi, ci si affida ciecamente alla tecnica per la soluzione di ogni problema, si acquisisce una mentalità utilitaristica ed efficientistica, non si pone alcun limite all individuazione di nuovi bisogni (se veri o indotti non importa) e al loro soddisfacimento. Per i nostri vecchi, che avevano saputo mantenere i legami con il mondo della natura, fà l pass segónd la gamba era una norma di vita. L uomo non poteva sottrarsi all osservanza delle leggi insite nell opera della creazione: il finalismo delle conquiste scientifiche non poteva che accordarsi con quelle leggi, le quali inserivano l uomo in una dimensione metatemporale. Se ogni impegno veniva proporzionato alle concrete possibilità, se ogni conto era ricondotto alle effettive capacità di spesa, se in ogni evento quotidiano il passo era misurato sulla lunghezza della gamba, non sfuggiva ai nostri avi il senso dell assoluto distinto dal relativo, del contingente distinto dal trascendente. Se invece noi oggi riduciamo il senso dell esistenza ad una rincorsa fra bisogni e consumi, se poniamo l effimero e l appariscente al centro delle nostre preferenze, come se lo scopo fondamentale della nostra vita consistesse nel soddisfacimento di qualche bisogno immediato (spesso più indotto che reale), allora non stiamo più al passo, perdiamo il giusto ritmo del nostro cammino, finiamo per uscire dai ranghi e ce ne andiamo a zonzo per conto nostro senza una meta precisa. Così la ricerca umana della verità viene

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