Fare i racconti con il cambiamento

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1 Fare i racconti con il cambiamento Edizione 2013

2 pubblicazione realizzata da INAIL Sede di Torino centro A cura di Alessia Congia, Valeria Grotto, Serena Peyron, Lucia Portis, Roberto Sciarra Testi di Adrian, Aldo, Beatrice, Consolazione, Dino, Emilia, Francesco, Franco, Issa, Luciano, Marie Jeanne, Marinela, Mario, Maurizio, Norberto, Patrizia, Pietro, Refit, Rita, Sergiu info Inail Sede di Torino Centro Corso Galileo Ferraris 1 - Torino La pubblicazione viene distribuita gratuitamente e ne è quindi vietata la vendita nonché la riproduzione con qualsiasi mezzo. È consentita solo la citazione con l indicazione della fonte. Tipolitografia Inail Milano, dicembre 2013

3 Dedicato a Mario motore fondamentale di questa bellissima esperienza Quando l uomo ha vissuto e imparato va in pensione e si siede su una panchina, è a perdere. Invece bisogna chiedere ai vecchi cosa hanno imparato; si ricicla l immondizia, bisogna riciclare l esperienza

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5 Indice: Prefazione Tommaso Montrucchio Commento al progetto Padre Antonio Menegon Introduzione al progetto Introduzione metodologica al laboratorio Introduzione alle monografie Monografie Adrian Aldo Beatrice Consolazione Dino Emilia Francesco Franco Rita Issa Luciano Patrizia Marinela Mario Marie Jeanne Maurizio Norberto Pietro Refit Sergiu Riflessioni degli operatori Introduzione alle salienze Salienze Trauma e cambiamento Le risorse Gratitudine Cosa non ha funzionato Prevenzione Ricominciare Consigli Messaggio ai lettori [5]

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7 PREFAZIONE Tommaso Montrucchio Direttore della Sede Inail di Torino Centro Me lo ricordo ancora quel signore tranquillo che parlava fitto, fitto, con un sorriso grande così stampato sul viso, gli occhi che brillavano. Ci raccontava della sua grande passione a gironzolare per il mondo su una nave. Era il suo lavoro, era un tecnico di grande esperienza. Io, assorto, ascoltavo in silenzio, ero ammirato. Come i miei colleghi. Quell uomo stava per morire. E infatti è morto. Ma non è morta la sua passione per il lavoro, la stessa che hanno i protagonisti di questo libro. Grazie a loro è nata quest avventura che li ha portati a raccontare e a raccontarsi in queste venti storie. Io all inizio ero scettico, dicevo ai colleghi noi non facciamo gli editori, ma i funzionari del parastato, ma loro sono testardi e non mi hanno dato retta più di tanto. E in combutta coi titolari di queste venti storie e col concorso esterno della Professoressa Portis hanno prodotto questa cosa. Io adesso lascio la parola ai veri protagonisti e non aggiungo altro. Anzi no, una cosa la voglio dire: LEGGETELO QUESTO LIBRO, NE VALE SEMPLICEMENTE LA PENA. [7]

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9 COMMENTO Padre Antonio Menegon - Comunità Madian di Torino Vivere è incontrare volti, storie, esperienze che ti coinvolgono se ti lasci catturare dall importanza che nella vita hanno le persone. Noi siamo gli altri, e più condividiamo la nostra vita con la vita degli altri, più riusciamo a dare un senso ai nostri giorni. Tante sono le persone che ho incontrato nella mia vita, le più diverse, le più lontane, ma anche le più vicine, tutte con il loro bagaglio di vita e le loro storie, alle volte fatte di sofferenza, privazione, povertà, malattia, indifferenza. Fermarsi e saper ascoltare, accogliere, entrare dentro il dramma vissuto ed esprimere partecipazione, coinvolgimento, far sentire una presenza attenta, premurosa, è il primo passo per ridare forza e fiducia nella vita, per risollevarsi e riprendere il cammino. Nella nostra comunità arrivano persone profondamente provate dalla vita, con vissuti di disperazione, persone arrivate in Italia per lavorare e sostenere la famiglia lasciata nel paese di origine; si ritrovano ammalate e incapaci di sovvenire alle necessità dei loro famigliari perché loro stessi privi della prima grande risorsa che è la salute. La comunità accoglie non solo le persone ammalate e bisognose di cure, ma tutto quel subbuglio di sentimenti, frustrazioni, ansie, fallimenti che rendono ancor più impotenti e incapaci di sperare in un possibile futuro. Si vincono lo scoraggiamento e la disperazione non solo dando delle cose, un alloggio, cure mediche, ma soprattutto trasmettendo il messaggio rassicurante che i pesi e le sofferenze vengono portati insieme, che quelli che sono i bisogni, le attese e le speranze sono totalmente condivisi, cosicché la persona non è più sola, isolata, ma rinvigorita dalla certezza che altre persone sono sintonizzate e partecipi. In una parola, occorre saper scaldare il cuore perché l altro possa abbandonarsi fiducioso, come un bambino in braccio a sua madre, e, così rinfrancato, riprendere vigore per lottare e superare le difficoltà della vita. Tanti hanno vinto la loro battaglia, altri non ce l hanno fatta, ma, sia chi ha vinto, sia chi non è riuscito, ha lasciato una traccia, una storia da raccontare, un esperienza che può essere di aiuto, non solo ad altre persone ammalate, ma anche a tanti altri che, venendo a contatto con questa storia, hanno saputo trarre insegnamento per potere vedere la vita con altri occhi e cambiare la loro visione del mondo e delle cose. Questa è l importanza di questo libro, che aiuta a non dissipare esperienze di vita preziose; e nulla come la sofferenza ci aiuta a dare il giusto posto alle cose e alle persone e fissare sugli assoluti della vita i punti fermi per non vivere invano. [9]

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11 INTRODUZIONE AL PROGETTO Gli operatori Innanzitutto ci presentiamo: siamo funzionari dell Inail della sede di Torino Centro, l Istituto pubblico che si occupa degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. Per raccontarvi di questo progetto, è importante ritornare con la mente alle sue origini e ai bisogni da cui ha preso avvio. Nel nostro lavoro incontriamo quotidianamente persone che hanno vissuto o stanno vivendo l esperienza dell infortunio o della malattia professionale, in prima persona o come famigliare. Più volte abbiamo osservato l emergere di un bisogno delle persone di parlare, di sentirsi ascoltate, di raccontare quello che stavano attraversando; perché in queste occasioni si è in tre: l operatore, la persona colpita dall evento (o un suo famigliare) e la sofferenza portata. Questa alcune volte viene esplicitata, altre volte viene trattenuta. Se il dolore non rimane chiuso all interno della persona ma fluisce all esterno e viene riconosciuto, diventa forse più leggero e rende un po più semplice continuare a conviverci; in alcuni casi, il parlarne addirittura cambia il proprio modo di vivere l esperienza di vita. Molte delle persone incontrate in questi anni si sono aperte al racconto e hanno condiviso con noi che questo faceva loro molto bene. Ci hanno infatti più volte detto che potevano raccontare quello che sentivano in modo libero e che in famiglia questo era molto più difficile, anche per il timore di aggiungere ulteriore sofferenza. Così abbiamo cominciato a pensare che fosse prezioso raccogliere le esperienze fatte dalle persone e le loro personali risposte date a quello che era loro accaduto. Infatti, ci imbattiamo spesso in storie e risposte simili quando incontriamo singolarmente le persone e i loro famigliari, che potrebbero quindi ricevere un conforto anche solo ascoltando i racconti degli altri; più volte, dopo un incontro significativo ci siamo detti: certo che se si conoscessero, si potrebbero aiutare tra loro; inoltre le loro esperienze potrebbero essere utili in funzione preventiva anche a chi non ha mai subito un evento simile. L Inail, infatti, oltre ad assistere sotto vari aspetti chi subisce un infortunio sul lavoro o una malattia professionale, attua interventi di prevenzione fornendo formazione e informazione per la diffusione della cultura della sicurezza sul lavoro, sia nella scuola fin dall infanzia sia nel mondo del lavoro. Siamo convinti, infatti, che i vissuti delle persone, portati all esterno, possano coinvolgere molto di più rispetto ad interventi che insistano solo sulle prescrizioni e sull obbligo dell uso dei dispositivi di sicurezza. [11]

12 Abbiamo pensato dunque che la raccolta delle esperienze delle persone potesse diventare materiale utile anche per queste iniziative. Altro obiettivo era quello di capire dove e come noi operatori, svolgendo quotidianamente il nostro ruolo istituzionale, potessimo modificare e migliorare il rapporto con i nostri assistiti: per questo abbiamo chiesto i loro consigli in tal senso. Ci piacerebbe anche poterli diffondere fra i colleghi delle altre sedi, in occasione dei corsi di formazione interna. Abbiamo infine creduto nell importanza e nella forza del gruppo. Il nostro lavoro quotidiano si svolge in gruppo e siamo convinti della validità di questo strumento: questa esperienza ha confermato e rafforzato la nostra consapevolezza. È stato così che tre uffici della nostra sede, Reinserimento, Prevenzione e Lavoratori, si sono uniti per cercare un idea che integrasse tutti gli aspetti del loro lavoro, provando a dare concretezza ai bisogni colti ed alle riflessioni sviluppate nel corso del tempo. I presupposti del progetto sono: il valore delle storie delle persone; l importanza di avvicinarsi a queste storie come strumento per favorire un rapporto tra persone ed Ente improntato sull umanizzazione e valorizzazione del vissuto soggettivo; la necessità di utilizzare le storie di vita, infortunio e cambiamento nell ambito degli interventi per la diffusione della cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro. Per avvicinarsi alle persone ed alle loro storie, si è scelto di utilizzare lo strumento dell intervista. Nel corso di un anno sono state intervistate venti persone, fra coloro che avevano subito un infortunio sul lavoro, una malattia professionale, i loro congiunti e i famigliari di chi a causa del lavoro aveva perso la vita. Attraverso le interviste, le persone hanno raccontato il proprio vissuto, in uno spazio narrativo dove sono state portate le emozioni, le paure, le idee. Allora abbiamo pensato: perché non creare una situazione in cui le persone possano incontrarsi tra loro e condividere i racconti, le storie di vita, le risposte che singolarmente ognuna di loro ha dato? Tutte le persone coinvolte hanno accolto positivamente la proposta: è nata così l idea di dare avvio ad un laboratorio di narrazione autobiografica, nel corso del quale sviluppare il lavoro sulle storie delle persone ed arrivare all elaborazione della loro esperienza in forma narrativa. La conduzione del laboratorio è stata affidata alla Prof.ssa Lucia Portis, antropologa, collaboratrice scientifica della Libera Università dell Autobiografia di Anghiari. [12]

13 Hanno aderito al laboratorio dodici persone, di cui quattro straniere: quattro delle persone coinvolte sono famigliari di infortunati sul lavoro. La persone straniere hanno avuto la possibilità di scrivere nella loro lingua madre, a volte aiutati dai figli per la trascrizione in italiano. Gli operatori che hanno curato questo progetto hanno partecipato attivamente al laboratorio, affiancando i partecipanti nella trascrizione dei testi, lasciandosi coinvolgere nel percorso narrativo e, successivamente, lavorando, con l assistenza della Prof.ssa Portis, alla sistemazione di tutto il materiale prodotto nel corso delle interviste e del laboratorio. È stato il primo progetto all interno della nostra Sede in cui tre uffici così diversi si sono uniti con lo scopo di realizzare un idea condivisa; questo ha sicuramente prodotto un grande valore aggiunto ed un interazione maggiore tra gli operatori. È andato tutto al di là dello sperato e dell immaginato. L interazione tra le persone è avvenuta tra le diversità e unicità di ognuno. Spesso i partecipanti hanno condiviso che il fatto di essere in gruppo dava loro un senso di famiglia, di forza e di coraggio. Il progetto è nato con premesse che nel tempo si sono trasformate ed ha nel contempo arricchito le persone che hanno partecipato e che hanno voluto dar vita a questa testimonianza. A partire dagli obiettivi iniziali, abbiamo così percorso strade più innovative e meno scontate rispetto al nostro usuale lavoro, arrivando così a pensare ad un mezzo di divulgazione ambizioso: un libro. [13]

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15 INTRODUZIONE METODOLOGICA AL LABORATORIO Lucia Portis Il laboratorio di narrazione autobiografica è uno spazio/tempo all interno del quale le persone intraprendono un percorso mnestico e introspettivo attraverso l uso di dispositivi atti a favorire il racconto in forma orale e scritta. Questo percorso implica una disposizione all ascolto di sé e il desiderio di comunicare la propria esperienza ad un interlocutore/ascoltatore. Infatti oltre alla scrittura individuale, altrettanto importante è la fase interpretativa e di restituzione; in questa fase i narratori e le narratrici sono invitati/e a condividere le loro scritture in gruppo o a coppie e a riflettere su quanto scritto. La rilettura e l analisi dei testi consentono ai/alle partecipanti la comprensione delle scelte narrative, delle interpretazioni e un ulteriore attribuzione di significato. Il laboratorio è quindi uno spazio narrativo di gruppo dove la narrazione di sé diventa, durante la lettura, pratica collettiva e la condivisione dei testi genera un effetto di identificazione e rispecchiamento, e al tempo stesso di differenziazione, rispetto all unicità delle storie di ognuno. Il contesto narrativo consente, quindi, da una parte di dar forma alle proprie rappresentazioni, senza la paura del giudizio altrui, dall altra facilita la condivisione e la connessione della propria rete semantica con quelle degli altri. Il gruppo negozia e amplifica l attribuzione di significati comuni dell agire quotidiano e permette la costruzione di microteorie contestualizzate e utilizzabili per comprendere le diverse visioni della realtà. È un lavoro di co-costruzione. I testi letti in gruppo sono come gettati nel mondo, un transito che in qualche modo separa la narrazione dall autore e autrice e li porta ad ascoltarsi. La storia individuale comincia a entrare in un altra storia, quella del gruppo. E, insieme, la storia individuale permette una nuova conoscenza di sé. Il gruppo partecipa alla storia di ognuno lasciando la sua singolarità vivida e unica, entra in contatto con la storia di tutti/e senza perdere un solo passo ed entrando in scena con sottolineature - emotive, di contenuto, autoriflessive - che agganciano e mescolano i significati. Il contesto formativo diventa contesto narrativo proprio perché consente il racconto di frammenti di sé e quindi di dar forma alle proprie rappresentazioni, senza la paura del giudizio altrui, di meticciare, condividere e connettere interpretazioni di sé, dell altro e del mondo. Gli incontri del laboratorio sono composti da diversi momenti: il momento introduttivo, in cui viene illustrato il dispositivo e vengono invitati e accompagnati i/le partecipanti a scrivere utilizzando suggestioni diverse: letture, [15]

16 sollecitazioni teoriche, immagini; il momento individuale di narrazione e scrittura; il momento della restituzione in cui i partecipanti sono invitati a rileggersi e rielaborare quanto scritto in modo collettivo; il momento di chiusura nel quale sono messe in comune emozioni e riflessioni, e l accento è posto più sul processo che sui contenuti emersi. Abbiamo creato questo spazio per consentire ai partecipanti di ricostruire in un primo tempo la loro storia prima dell incidente o della malattia e poi di affrontare quest ultima e quello che ne è venuto dopo. L obiettivo del laboratorio era quello di raccontare il proprio passato al fine di intraprendere un percorso di risignificazione alla luce dell oggi e motivare i partecipanti a ripensare al proprio futuro e aprirsi ad altre possibilità. Inoltre il laboratorio ha consentito di conoscere e comprendere le strategie di coping 1 utilizzate dai vari partecipanti per far fronte all evento problematico e le loro capacità di resilienza. Struttura del laboratorio Il laboratorio è stato strutturato in otto incontri di due ore ciascuno, i temi affrontati erano relativi alla storia di vita nel suo complesso e in particolar modo all evento problematico (infortunio o malattia), alle sue conseguenze, alle strategie di coping e resilienza. Le persone che non erano in grado di scrivere o che non volevano utilizzare questo codice sono state affiancate da operatrici e operatori dell Inail che hanno messo in forma scritta il loro racconto orale. Il risultato finale non è stato soltanto una produzione di testi significativi e importanti per sé e per gli altri che il lettore potrà trovare nelle diverse monografie, ma anche un importante presa di coscienza dell importanza del gruppo e della narrazione per affrontare percorsi difficili come quelli che vivono le persone che subiscono un incidente invalidante o che sono affette da un malattia professionale. 1 Le strategie di coping racchiudono comportamenti, spesso inconsapevoli, emozioni e adattamenti cognitivi utilizzati per affrontare situazioni problematiche. [16]

17 INTRODUZIONE ALLE MONOGRAFIE Gli operatori Come si è detto, il progetto si è articolato in due fasi, le interviste ed il laboratorio: le monografie contengono, per ognuno dei partecipanti, tutta la documentazione prodotta durante i percorsi. Le interviste riguardano venti persone individuate tra quelle prese in carico nell ambito di progetti riabilitativi individualizzati, previa verifica della disponibilità a partecipare all iniziativa. Dei venti partecipanti tredici sono uomini e sette donne: tra essi sono di nazionalità straniera cinque uomini (Romania, Moldavia, Slovacchia, Senegal e Albania) e una donna (Romania). Le interviste sono state distinte in tre tipologie: alla persona infortunata, a quella affetta dalla malattia professionale e a un famigliare: riportiamo di seguito le domande comuni e quelle specifiche. Come definisce il suo infortunio/del famigliare? Cosa è rimasto nella memoria del momento in cui è accaduto/ha saputo la notizia? Quali di queste parole sono importanti per la prevenzione? - attenzione/concentrazione - prudenza - formazione - conoscenza della lingua - fretta - eccesso di sicurezza in se stessi - casualità - mancato riposo - misure di sicurezza - stanchezza - paura - abitudine Una delle funzioni dell Inail è il reinserimento sociale: quali sono state le sue risorse per ricominciare, andare avanti, superare? Vuole darci un consiglio sul modo di condurre il nostro lavoro? [17]

18 Queste le domande poste alle persone affette da malattia professionale: Lavoro e realizzazione personale. Quale è stato il ruolo del suo lavoro nella sua vita? Lavoro e diritti dei lavoratori. Quali cambiamenti significativi ha osservato nell arco della propria vita lavorativa? Misure di sicurezza e prevenzione. Quali cambiamenti significativi ha osservato nell arco della propria vita lavorativa? Un evento legato alla sua esperienza lavorativa che le torna sovente in mente La notizia della malattia professionale. I primi pensieri che hanno accompagnato la diagnosi. Come sono cambiate le sue abitudini di vita? Che cosa ritiene le manchi di più? In cosa ci vuole più coraggio nel convivere con la malattia? Cosa ha imparato dalla sua esperienza di malattia che ritiene di poter trasmettere ad altri? Troverete le risposte all interno delle monografie di ciascun partecipante. Le interviste sono state condotte dagli operatori Inail, che hanno cercato di trascrivere fedelmente i pensieri degli intervistati, anche nei loro modi di espressione. Le persone intervistate hanno parlato di sé con disponibilità ed autenticità dando vita a testimonianze molto toccanti. Agli incontri individuali con i partecipanti che hanno rilasciato l intervista, sono seguiti alcuni incontri di gruppo con tutte le persone coinvolte dove è stato riletto quanto scritto e sono state condivise le sensazioni che ognuno aveva avuto nel raccontarsi e nel riascoltare la propria testimonianza letta dagli operatori presenti. Da qui è nata la volontà di proseguire con un percorso di narrazione che consentisse di approfondire questa esperienza in modo più strutturato: il laboratorio di narrazione autobiografica. Il laboratorio si è svolto nei nostri uffici, è stato strutturato in otto incontri ogni venerdì dalle alle e si è sviluppato attraverso l elaborazione di testi, immagini, disegni su questi temi: il primo ricordo spirale esistenziale (elaborato grafico più narrazione di uno o due episodi significativi della propria vita) [18]

19 arcipelago degli affetti (elaborato grafico più lettera ad una persona significativa del proprio arcipelago) il lavoro lettera al corpo risposta dal corpo la resilienza (i fattori, le persone, le esperienze o le situazioni che hanno aiutato a superare il momento di crisi dovuto all infortunio/malattia/perdita) il futuro: speranze (il messaggio nella bottiglia) cosa è successo dopo Al laboratorio hanno partecipato dodici delle persone intervistate, cui si è aggiunta la moglie di uno di essi che è morto per la malattia professionale pochi giorni prima dell inizio del laboratorio (a lui è dedicato questo libro). Gli altri intervistati hanno rinunciato al laboratorio principalmente per motivi di lavoro o famigliari non compatibili con gli orari concordati. Dei dodici partecipanti otto sono uomini e quattro donne: fra essi sono di nazionalità straniera tre uomini (Romania, Slovacchia e Albania) e una donna (Romania). [19]

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21 MONOGRAFIE

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23 ADRIAN Trentun anni, infortunio del 21 ottobre Incidente alla guida dell auto mentre andava al lavoro. Lesione: paraplegia. Presta volontariato come consulente alla pari presso l Unità spinale di Torino. Intervista L infortunio per me è stato uno shock. In una parola posso dire scioccante. Cosa mi è rimasto impresso? Vi interessa sapere le cose belle o le cose brutte? Perché nel mezzo ci sono state anche cose belle! La cosa brutta è stata trovarsi in questa condizione. In collina (presso un centro di recupero funzionale, ndr) però ho conosciuto parecchie persone e con queste persone ci siamo aiutati a vicenda. Quando ho avuto l infortunio sono sempre stato cosciente. I primi tre mesi sono stato al Cto (Centro Traumatologico Ortopedico); un mese in rianimazione e due mesi in reparto. Poi sono passato al Crf (Centro Riabilitazione Funzionale) dove sono stato da fine gennaio 2005 a febbraio Lì si è formato un gruppo di amici con cui ci si incontra ancora, si va a cena Poi sempre tramite il Crf ho fatto un corso di cinque incontri come consulente alla pari: dato che sono in carrozzina, mi contattavano e mi affiancavano ai pazienti nuovi e ai loro famigliari nei casi più disperati. È stato divertente. Non si parlava molto dell incidente. Forse ci contattavano più i famigliari, perché loro patiscono di più: hanno più bisogno di chi ha avuto l incidente. I pazienti, se hanno la fortuna di incontrare un gruppo di persone con cui si trovano bene, si riprendono meglio. Rispetto al nostro gruppo dei tempi del mio ricovero, anche le nostre famiglie sono rimaste in contatto. Allora era anche più facile perché il posto era piccolo, condividevamo gli stessi spazi ed eravamo tutti uniti. C era una unica sala di svago e quindi ci incontravamo sempre. Ho cercato sempre di non pensare troppo a quello che era successo. Poi con gli anni si può anche tornare un po indietro, ma l importante è pensare ad andare avanti. Se devo pensare al mio infortunio da un punto di vista della prevenzione, il fattore che per me è stato determinante é indubbiamente il MANCATO RIPOSO. Ho avuto un colpo di sonno a causa della stanchezza. Prevenzione è anche rispettare il proprio organismo. Rispetto alla motivazione per ricominciare, per me il primo passo è stato raggiungere un autonomia. E poi, piano piano, si ricomincia. All inizio ho fatto fatica a trovare una casa. Se sapevano che eri in carrozzina la casa non te l affittavano. Poi abbiamo visto che stavano concludendo questo complesso di case e abbiamo acquistato questa, che è totalmente accessibile. Dato che non [23]

24 potevo fare quello che facevo prima, ho provato a riorganizzarmi tutta la vita. Ho fatto così. In quel momento finisce tutto com era prima. Il computer, per esempio, prima - sì - lo usavo, ma non molto. Adesso è tutto. È come l aria. Serve per fare tutto nella vita quotidiana. Nel complesso comunque non posso lamentarmi. Nella sfortuna, ho avuto la fortuna quando ho avuto bisogno. Il primo ricordo Ricordo mio zio che mi portava sulle spalle. Spirale esistenziale: primo episodio I primi giorni di scuola, perché è l inizio del mio cammino verso la vita. È il periodo più bello, il più innocente, in cui tutto quello che fai lo fai con entusiasmo e non ci sono tutti i problemi che a volte nella vita devi affrontare da grande. Spirale esistenziale: secondo episodio Il mio incidente è stato quello che ha lasciato un segno importante nella mia vita: è come se fossi nato per la seconda volta, ho dovuto reinventare la mia vita, riprendere tutto quasi da zero. Ero come un neonato che cominciava dal nutrirsi da solo, vestirsi, lavarsi e tutto il resto. I primi tre mesi sono stati i più duri perché ero fermo nel letto, riuscivo a muovere solo la testa, e lì per la prima volta nella mia vita l unico desiderio era la morte. Le cose sono cambiate una volta andato al centro di recupero in collina; ero ancora fiducioso di riprendermi, però con il passare del tempo e grazie a degli amici che ho conosciuto lì dentro è stato più facile accettare questa condizione e soprattutto accettare la carrozzina. Arcipelago degli affetti: lettera alla persona La mia mamma si chiama Maria ed è nata il 5 maggio 1959 in una famiglia numerosa con nove figli (quattro femmine e cinque maschi). Già da piccola era una ragazzina molto spigliata che andava molto bene anche a scuola. Essendo in una famiglia così numerosa, i miei nonni non potevano offrirle tanto e così lei già dalle medie per farsi la sua paghetta lavorava ogni tanto dopo la scuola e [24]

25 nei week-end con la zia nel suo bar, arrivando così ad innamorarsi di questo mestiere. Dopo le medie, i genitori non potevano permettersi di farla continuare con gli studi e la nonna voleva mandarla a lavorare in una fabbrica, però lei non voleva e così di nascosto ha partecipato e vinto una borsa di studio di tre anni in una scuola alberghiera che era molto più lontana dalla sua città e così ha dovuto trasferirsi lì. Dopo la scuola è tornata a lavorare in un ristorante nella sua città dove a soli vent anni era già responsabile del locale, dove nel 1981 ha conosciuto mio padre. Nel 1982 ha sposato mio padre che aveva già due figli da un matrimonio precedente e il 15 dicembre 1982 sono nato io suo unico figlio. Dopo una vita di alti e bassi come in tutte le famiglie, nel 2000 si è separata da mio padre. Nel 2000 dopo la separazione ha deciso di voltare pagina e su invito di sua sorella è venuta in Italia, dove l ho raggiunta anch io nel Arrivata a Torino è riuscita a trovare lavoro come barista in un noto ristorante dove tuttora continua a lavorare. Ha un carattere forte che mi ha dato tante bastonate quando me le meritavo e mi è sempre stata vicina quando ne avevo bisogno. Il lavoro Il primo successo Nell estate del 2000 ho lavorato per tutta la vacanza in un villaggio turistico che apparteneva a mio zio. Io lavoravo alla cassa all ingresso dalle 8 alle 17 con pausa di un ora. Dopo il lavoro ero libero di fare tutto quello che volevo. L ultimo successo Quando facevo il carrozziere di barche, il titolare della mia ditta voleva prendere del lavoro in un altra grossa fabbrica di barche che si trovava a Piacenza, e così aveva deciso di mandarmi con altri due compagni per un periodo di prova di due mesi. Alla fine della prova siamo riusciti ad ottenere un contratto, da tre siamo diventati sei e il mio titolare mi ha messo come capo squadra. Il primo fallimento Una volta arrivato in Italia ho trovato lavoro in una fabbrica di tende a Caselle, io mi occupavo del confezionamento dei binari su cui venivano appese le tende e del montaggio. Dopo tre mesi ho smesso perché non mi pagavano. [25]

26 L ultimo fallimento Nel 2010 avevo fatto un corso di web design presso l unità spinale di Torino. Hanno chiesto a me e al mio compagno di corso di creare un sito per l unità spinale. Una volta finito tutti erano entusiasti, lo abbiamo presentato alla direttrice che era molto soddisfatta, mancava solo la presentazione ufficiale. Peccato che il progetto ancora oggi è fermo a quattro frecce (sospeso, ndr). Il primo conflitto Quando lavoravo nella fabbrica di tende a Caselle avevo litigato con la titolare che non mi pagava e mi diceva sempre: la prossima settimana. L ultimo conflitto Quando facevo l imbianchino avevo litigato con il mio capo per un lavoro che avevamo deciso insieme come fare, solo che dopo il proprietario dell alloggio non è stato contento e il mio capo ha dato tutta la colpa a me. Il primo disagio Nel primo giorno di lavoro in Italia ero arrivato in ritardo di un quarto d ora e non sapevo come spiegare che il treno era in ritardo. Alla fine gli ho detto solo chi ero, lei mi ha detto qualcosa col sorriso e mi ha portato sul posto di lavoro. L ultimo disagio Dopo la litigata con il mio capo il nostro rapporto è degenerato perché mi rinfacciava sempre davanti ai miei colleghi che lui aveva perso dei soldi per colpa mia. Dopo una settimana me ne sono andato. Il primo desiderio Prima dell incidente stavo per mettermi in proprio. Avevo trovato una fabbrica più piccola che aveva bisogno di carrozzieri e cosi ho deciso di aprire una partita iva: con i risparmi che avevo messo da parte potevo permettermi di portare con me un altra persona per iniziare. L ultimo desiderio Trovare un lavoro che impegna le mie giornate e dà un senso alla mia vita. [26]

27 Lettera al corpo Caro midollo ti scrivo queste poche righe ma non da amico perché non lo sei e non lo sarai mai, anche se nel profondo del mio cuore spero ancora di poter far pace un giorno con te. Non so quale possa essere il motivo della tua frattura, se eri tu che volevi punirmi perché ti sentivi solo (adesso starai meglio visto che ci sono due placche in titanio con quattro chiodi che ti fanno compagnia) oppure è la vita che si è accanita contro di me; ma anche se fosse non dovevi abbandonarmi al primo ostacolo che hai incontrato per strada. Dovevi essere più forte, così come sono stato forte io a reagire dopo la tua frattura, che mi ha provocato non tanti problemi, ma di più. I primi mesi sono stati i più duri, con il mio stato d animo che era un insieme di sentimenti confusi: passavo dallo sconforto alla sfida, dalla gioia alla depressione, dalla voglia di andare avanti alla chiusura in me stesso. Anche se ho passato momenti di grande delirio, non mi sono mai lasciato andare e grazie al mio grande amore per la vita sono riuscito ad andare avanti con tranquillità e serenità, diventando così ancora più forte. Sappi però che non mi piangerò addosso perché so che c è gente che soffre anche più di me, riuscirò a considerarti come qualcosa di diverso col quale convivere il meglio possibile, se non altro perché so che purtroppo mi accompagnerai per tutto il resto della mia vita. Per concludere ti dico una cosa sola Ho perso una battaglia ma non la guerra. Risposta dal corpo Caro Adrian, anch io spero di potere fare PACE ancora con te e di riuscire un giorno di vederti ancora in piedi. Non sono né io che ti volevo punire, né la vita che si è accanita contro di te. Forse eri solo tu che dovevi lavorare un po di meno e riposare un po di più così non avresti preso quel colpo di sonno al volante. Mi dispiace tanto per tutto quello che hai passato perché non era nelle mie intenzioni farti soffrire così tanto. Per concludere ti dico solo che un giorno mi piacerebbe stringerti la mano come sconfitto della guerra. La resilienza Dopo l incidente c è stata una serie di persone che mi sono state d aiuto nel mio percorso riabilitativo. Comincio dal mio ex titolare, una grande persona che mi è stato vicino dall inizio alla fine del mio percorso. In un mese di rianimazione era venuto [27]

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