MAURIZIO FERRAROTTI. L ULTIMA BIRRA E ANDIAMO A CASA (forse) MEXIA. La birra e la sua storia secondo un affezionato consumatore

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1 MAURIZIO FERRAROTTI MEXIA L ULTIMA BIRRA E ANDIAMO A CASA (forse) La birra e la sua storia secondo un affezionato consumatore

2 in una distorta stratosfera. 2

3 3 Per Guido Straker Pautasso, che ha avuto l idea in una deprimente serata di fine agosto. E per tutti quelli che non ci sono più: Daniela, Piero, Sergino, Ferruccio, Gianni, Ron, Bon, Phil Bruno...

4 4 L orzo e il luppolo fra crescere, oh Signore in abbondanza e della qualità migliore. D estate a lungo il tempo sia clemente in modo che assetata sia la gente; riesca bene sempre la fermentazione della birra che si trova in produzione. Fa che il birraio, per la sua sostanza non abbia grane con la Guardia di Finanza. La tua benedizione sul di lui fervore e un poco di fortuna concedigli, Signore e in fine fa che i clienti siano pronti a pagare birra senza sconti. Schranka

5 5 UNA BIRRA NON BASTA Una volta non basta di Jacqueline Susann: lessi questo libro a quindici anni, poco prima di bere la prima birrozza della mia vita. Fu mia sorella Danii a ordinarlo all Euroclub. In quel tempo io ero un gracile capelluto timidissimo famelico consumatore di fantascienza, principalmente d autori classici quali Isaac Asimov, Jack Williamson e Ray Bradbury, ma avevo appena scoperto Philip K. Dick. Sdraiato sul letto a gambe incrociate, i piedi nudi stracotti da interminabili partite a pallone giocate nelle strade del quartiere ispirandomi agli idoli del momento (Zico, D Amico, Keegan, Woodcock), leggevo e rileggevo senza requie Millemondinverno 1975, supplemento a Urania n. 684 che includeva ben tre sconvolgenti romanzi completi dell immenso scrittore americano: Cronache del dopobomba, La città sostituita e L uomo dei giochi a premi, quest ultimo recentemente ristampato da Fanucci Editore col titolo Tempo fuori squadra traduzione pressoché fedele dell originale Time out of joint. C era già stato un libro di Jackie Susann in casa nostra: La macchina dell amore, in edizione tascabile della Garzanti. Ma io l avevo soltanto intravisto. Di tanto in tanto mio padre alleggeriva le librerie risparmiando, è ovvio, i classici a detrimento della spazzatura battuta a macchina capirai, per ogni libro epurato n acquistava due! Così mi era rimasta una fortissima curiosità per questa scrittrice di storie definite a tinte forti. Mi premeva sapere se vi fosse in questo mondo qualcuno capace di comporre un opera più sporcacciona di Emmanuelle, di cui papà possedeva una rarissima copia fuorilegge: la risposta, naturalmente, è sì. Dopotutto io non conoscevo ancora Terry Southern, né Anaïs Nin neppure Jackie Collins e Harold Robbins (due fangosissimi imbrattacarte ingrassati da immeritato successo, e al diavolo l invidia), se è per quello. Candy (Candy) per me era uno smanceroso cartoon giapponese; come quasi tutti gli ultrà in erba, io sballavo per Lupin III. In ogni modo, non tutti i volumi in eccedenza finivano nei cassonetti della nettezza urbana: alcuni, diciamo le vaccate de luxe, scendevano giù in cantina a ingiallire tra scarti di maioliche e portabagagli risalenti all epoca del boom economico. Passato circa un lustro che l ebbi letto (per ben due volte, sarà stata la tempesta ormonale puberale), Una volta non basta fu infilato da papà in un sacchetto di plastica del PAM insieme con altri libracci e io non m interessai minimamente al suo destino intrippato

6 6 com ero da un antologia di tre romanzi del prodigioso maestro di stile Roger Zelazny. Il Signore dei Sogni Gli occhi di Eileen Shallot, velati e amorfi come quelli di una statua, lo cercarono ancora. La vostra è una situazione davvero unica commentò Render. non c è mai stato un neuropartecipazionista affetto da cecità congenita, per evidenti ragioni. Dovrei considerare tutti gli aspetti della situazione prima di potervi consigliare. Ora mangiamo, però. Muoio di fame. Benissimo. Ma il fatto che sia cieca non significa che non abbia mai visto. Render non le chiese cosa voleva dire con queste parole, perché ora davanti a lui stavano delle costolette di prima scelta e una bottiglia di Chambertin. Tuttavia, quando Eileen alzò da sotto il tavolo la mano sinistra, trovò il tempo di notare che non portava anelli. Una decina d anni fa, sceso in apnea nelle profondità del condominio per riportare alla superficie due pintoni di Nebbiolo, fui preso dall impulso di aprire una vecchia credenza: ooh la la! L ultimo best seller di Jacqueline Susann morta di cancro poco tempo dopo averlo scritto era lì dentro, in discrete condizioni, compartendo la sua salnitrosa prigione con venerandi Oscar settimanali della Mondadori e raccolte di fumetti horror dello Zio Tibia. Decisi di concedergli un momento di luce solare e aria fresca; e, fatalmente, finii per rileggerlo. Modernariato, [mo-der-na-rià-to] s.m. Insieme di oggetti di produzione artigianale o industriale, di un certo valore estetico, prodotti nel sec. XX; commercio e collezionismo di tali oggetti. Venerdì 22 agosto 20**, h p.m., Central European Time. A dire la verità l oggetto in questione, Una volta non basta, è piuttosto bruttino a vedersi. Svanitane in un buco nero quantico la sovraccoperta, si presenta ora al mio sguardo arrossato (ieri sera ho fatto bisboccia in un locale del Quadrilatero, maledetti compleanni!) in tutta la sua discinta insignificanza color mattone da case popolari in periferia, titolo e cognome dell autrice impressi in carminio sul dorso, finito di stampare il 12 gennaio 1979 dalla Aldo Garzanti Editore s.p.a. Milano. Quanto al valore letterario, giudicato col classicissimo senno di poi Be, al giorno d oggi vengono date alle stampe e sbolognate alle masse cose infinitamente peggiori: i libri di Emilio Fede e Bruno Vespa e Giampiero

7 7 Mughini, per esempio; Federico Moccia; le biografie da supermercato dei cosiddetti tronisti di Maria la Sanguinaria De Filippi; e soprattutto tutte quelle sciroccate pestilenziali nonché sponsorizzatissime autrici (autrici?) di chick-lit. Messa a confronto con Melissa P., tanto per fare un nome a caso, Jacqueline Susann pare Edith Warthon. Forse un giorno Melissa ci beneficherà (ehm) di un romanzo intitolato La valle delle spazzole; ma per allora io sarò già scappato su Titano a pescare trote etanizzate dal lago Ontario bevendo birra criovulcanica. Il personaggio centrale di Once is not enough (questo il titolo originale dell opera), è January Wayne, bellissima e ricca fanciulla americana col complesso di Elettra. Non è il luogo, qui, per entrare nei dettagli della scabrosa trama: se v interessa, andate a cercarvi il corrispondente articolo su Wikipedia. Io, per me, voglio soltanto farvi leggere questo passaggio, per me fondamentale: Ma so bene cosa brucia veramente a Keith (il suo fidanzato hippy fotografo, N.d.A.): il fatto che io guadagno trentacinquemila dollari l anno più la gratifica natalizia mentre lui ne incassa tremilacinquecento compresa l indennità di disoccupazione. Per lui io sono il tipico esemplare del Sistema. Sono talmente confusa. Vedi, ho cercato di adeguarmi. Ho frequentato i suoi amici. Ho bevuto birra invece dei martini. Mi sono messa i blue jeans invece di normali pantaloni. Ma non c è una legge che mi imponga di fare una vita da barboni. Io tiro fuori quattrocento dollari al mese per il mio appartamento. È in un bel quartiere, in un bel palazzo, con custode e addetti all ascensore. Tutte le mattine arrivo in ufficio prima delle otto e a volte ci resto fino a mezzanotte. Mi sono guadagnata il diritto ad avere una casa piacevole a cui tornare. Perché dovrei rinunciarvi e lavorare per qualche giornalucolo underground e farmi pagare cinquanta dollari a pezzo? Chi parla è la migliore amica di January, Linda Riggs, caporedattrice rampante dell immaginaria rivista Gloss, ex bruttina prodigio della scuola di Miss Haddon trasformata in levigata strafica da ferrei regimi e chirurgia plastica. Qualche capitolo più in là costei si autodefinisce orgogliosamente la miglior bocchinara di New York, e racconta alla stupenda bamboccia di usare lo sperma dei suoi numerosi amanti come maschera di bellezza, arrivando perfino a servire loro un lavoretto di mano (in inglese, handjob, ma molti/molte di voi lo sanno già) e prima che arrivino all esplosione io sono pronta lì con un bicchiere, poi lo verso in una bottiglia e piazzo il tutto in frigorifero. Veramente un personaggio edificante questa Linda, ancorché abbastanza credibile

8 8 Ma sto divagando. Torniamo alle lamentazioni sul fidanzato fricchettone. Una frase in particolare mi colpì in mezzo alla fronte alla prima lettura: Ho bevuto birra invece dei martini. Mumble. Ne dedussi che nelle classi alte dell America pre-watergate la birra fosse considerata una bevanda da beatnik cenciosi e da operai; da questa sponda del grande oceano, invece, era celebrata da meravigliose fanciulle vichinghe ammiccanti dal tubo catodico o dai cartelloni pubblicitari. Neanche la forma più perniciosa di Alzheimer potrà cancellarmi dalla memoria l immagine quasi iconica in bianco e nero di Solvi Stubing con la tenuta da marinaretto: Chiamami Peroni, sarò la tua birra. Alla salute! Ma io ero ancora vergine: sia dal punto di vista sessuale, sia da quello etilico. Le bevande alcoliche in toto m incutevano un timore arcano, primordiale; a quindici anni io mi sbronzavo di cedrata, orzata e appiccicoso sciroppo d amarena diluito in acqua del rubinetto. Quanto alle ragazze, le odiavo a morte (non tutte, però, come racconterò più avanti) e per contrappasso la maggior parte di loro mi considerava, senza mezzi termini, una tazza del cesso su due gambe vaccine. Per di più non mi ero mai neanche fatto una sega. Ero neutrosexual. Finalmente, nella torrida estate del 1981, mi risolsi a perdere entrambe le virtù. Guarda la troietta tedesca come si struscia contro quel tamarro bolognese con l orecchino da pirata e la permanente. Ieri sera da me non ha voluto neanche farsi baciare sulle guanciotte. Zio fanale, ma faccio così ribrezzo? Cos è, ho i denti marci? L alito cattivo? Il nasone alla Bob Rock? Fanculo. Mo me ne scappo da questa purulenta discoteca all aperto. Non sopporto più sto lento del cazzo, Please don t go. Almeno mi mettessero Shandi qualche dannata volta: certo non sarà la più bella canzone dei Kiss, ma è diecimila molte meglio di sta lagna per cani morti. K.C. & The Sunshine Pizz. Stasera ho ben duemila lire in tasca, wow! È la volta buona che mi bevo una birra. Fanculo all Emilia Romagna. Mi addentro in questo buco di paese e varco un altra volta la soglia del bar tabacchi dove solitamente do inizio a ogni mia inutile serata vacanziera sparandomi quattro-cinque partite di fila al bigliardino spacciandomela da pinball wizard; chiedo e ottengo senza storie (ho sedici anni e rotti ma ne dimostro almeno due di più, e poi sono cliente ormai, anche per le cicche) una Peroni in bottiglia, no grazie non ho bisogno del bicchiere, e ne

9 ingollo una prima, cauta sorsata. Bleah. E questa sarebbe la bevanda alcolica più antica del mondo? Cristo, che brutti gusti abbiamo noi umani! Seconda sorsata, ancor più guardinga della prima. Be, insomma, sembra di bere Orzoro frammisto a ghiaccio estratto dai poli di Marte brulicante di microbi con le antenne e le pistole a raggi, ma non è poi così male bella fresca. Mi sa che appena finita questa me ne faccio un altra. Così è questa l ubriachezza. Ogni cosa deformata come nel tunnel degli specchi al luna-park, compresi i pensieri. Che spasso. Averlo fatto prima, cazzarola! Sempre a farmi paranoie su paranoie per qualsiasi scoreggia. A proposito, adesso ne tiro una bella. Prrrr. Tu che cazzo c hai da guardare? Problemi, perplessità? Ah, sei crucco. Non capire, nein? Mo te ne becchi un altra più forte. Prrrrrrrrrr. E col saluto romano se vedemo, Rommel. Approdo in campeggio alla tenda famigliare neanche io so come. I miei non ci sono, torneranno tardi da Ravenna con tutta la banda. La testa mi gira come un frullatore Girmi. Porca puttana troia, sono proprio ubriaco biascico, tentando di accendermi una sigaretta, malfermo sulle zampette di pollo. Sbronzo in questa maledetta pineta marittima infestata di zanzare. Se vuoi ti faccio un caffè bisbiglia qualcuno dalla semioscurità della veranda di fronte, la tenda di quei bresciani che non riescono mai, dico mai a pronunciare una frase senza includervi un vocabolo sconcio o una bestemmia. Dei villani di prima categoria Un bel caffè forte. Come? Sssh, non urlare, diocristo, che è tardi. Dev essere la figlia di quegli ignoranti, Marcella mi sembra che si chiami. È tracagnotta, ma ben dotata e sempre tutta sculettante nel suo bikini color carta da zucchero; ora però avrei bisogno di un paio d occhiali ai raggi infrarossi per apprezzarne le tette. Lo vuoi questo caffè o no? Sei ridotto uno straccio. Se i tuoi ti vedono così ti scomunicano. Senti chi parla: la figlia di Belzebù. O di Rasputin, dato l accento. Sì va bene. Grazie. Getto la sigaretta a terra senza neppure averla accesa. Se la fumeranno le formiche sottoterra. Eh eh, ne avranno per un anno intero. Qualche minuto o secolo dopo mi ritrovo disteso su un materasso ad aria; Marcella, o per meglio dire la sua formosa silhouette (probabilmente era destino che il mio sverginamento dovesse avvenire in condizione precarie di visibilità e stato mentale) incombe su di me. Ho l inguine allo scoperto. Ehi, ma protesto debolmente. E il caffè? Non ne sento il gusto in 9

10 10 bocca. Ma sei nuda? Una mano pienotta mi piomba sulla bocca. Zitto. L altra, sottrattami alla visione precaria dalla schiena inarcata della squinzia, me lo afferra; in un istante, mi accorgo di averlo duro come mai è stato. E stai giù tranquillo. Anche i miei torneranno tardi, mooolto tardi. Penso a tutto io. Effettivamente. Poco prima di abbandonarmi alla prima scopata della mia vita, non posso fare a meno di chiedermi: Sarà mica che anche questa qui lo usa come cera di cupra? Per i posteri morbosi, come collutorio Com è naturale, negli anni immediatamente successivi al mio farraginoso ingresso nella società degli uomini mi si aprirono nuovissimi frizzanti orizzonti. Divenni giovane ancorché saltuario cliente di diverse birrerie torinesi (una su tutte, la Rosselli, situata nell omonimo corso e tuttora funzionante) e assaggiai altre bevande, tra le quali: Moretti. Birra artigianale rinomata in tutto il mondo fatta con acqua pura e grano mietuto nei dintorni di Udine, dove Luigi Moretti fondò la sua fabbrica nel Luminosa, rinfrescante e, soprattutto, molto economica. E io ai tempi non è che navigassi nel grano pardon, nell oro. Budweiser. È una lager 100% naturale prodotta con una mistura di riso e orzo che ha un contenuto alcolico del 5%. Negli Stati Uniti è un istituzione, nettamente la marca più popolare. La lager beer è un beveraggio leggero e spumeggiante che prende il suo nome dal tedesco lagern, che significa immagazzinare. Nel 600 i monaci scoprirono che la loro birra d estate si manteneva meglio se conservata in fresche grotte di montagna, e che si addolciva rimanendovi per un tempo. La pratica di invecchiare la birra si sviluppò da quella scoperta. E bravi i nostri Fratelli birraioli. Abbaye Bonne Espérance. I belgi sono grandi produttori di birra, tanto per la qualità quanto per la varietà e quantità di bevande che elaborano. Quantunque a volte si dedichino a produrre birre ad alta gradazione e con un carattere corposo, quasi vicino al vino. Come la Abbaye Bonne Esperance, una ale (definizione generica per le birre a fermentazione alta) di abbazia dal piacevole aroma di miele, colore ambrato e gusto luppolato con sfumature agrumate e di lievito. Una birra da intenditori, ma certe mazzate mi dava!

11 11 Kwak. Altra birra belga, è una doppio malto ad alta gradazione, 8%. Viene servita in un bicchiere detto del cocchiere, sottile e slanciato, posto in un apposito supporto di legno, la cui impugnatura evita di scaldare la birra con le manacce. Questa qui invece mi cagionava certe sbronze piene d energia cinetica, e se eravamo tutti sulla stessa onda alcolica ne scaturivano dei partitoni notturni da fare invidia alla stessa Coppa dei Campioni. Altro che epo. Educazione etilica e rock n roll procedevano di pari passo. Quella sessuale zoppicava vistosamente, ma perlomeno (finalmente ) stavo smettendo di provare avversione verso le rappresentanti del sesso femminile; tanto che su una fiancata dell armadietto ove riponevo i libri di scuola e gli arnesi per la scrittura avevo appiccicato gli adesivi di Ciao 2001 dei Van Halen e di Sade Adu fianco a fianco. Yin e Yang. Sade era indiscutibilmente uno schianto di femmina, stracolma di classe, ma dopo che ebbi visto Valerie Kaprisky in Breathless (All ultimo respiro) iniziarono a filarmi le brunette caucasiche con gli occhi neri profondi e i labbroni. In sostanza, sebbene siano passati tre decenni da allora, non ho cambiato gusti. Musicalmente, oltre alla pirotecnica band californiana che aveva ormai soppiantato i Kiss in cima alle mie preferenze heavy, mi ero innamorato dei Faces, il gruppo di Rod Stewart e Ron Wood prima che quest ultimo si unisse ai Rolling Stones e Rod The Mod si consegnasse anima e ciuffo a un sound smaccatamente più commerciale. Il loro ruspante, essenziale, rock rhythm n blues aveva avuto una considerevole influenza sul punkrock (Steve Jones dei Sex Pistols era un loro fervido fan) nonché sul glam & alternative rock americano degli anni Ottanta. Se ne percepisce un eco perfino nelle ballate melodrammatiche dei Pearl Jam. Nemmeno l ultima generazione di rockettari anglosassoni e scandinavi è rimasta immune al fascino emanato da quei suoni ruvidi e spontanei: i giovani australiani Jet sono pratica un affezionatissimo clone delle Facce, con nuances di Who Rolling Stones e Sweet. Oltre a ciò, Rod Steward & The Faces erano passati alla storia per la loro alcohol camaraderie, lo smodato consumo collettivo di beveraggi alcolici prima durante e dopo i concerti un critico musicale chiamò il loro genere booze rock, baldoria rock. I puristi non li volevano ascoltare neppure coi tappi da Reparto Presse della Fiat Mirafiori ben ficcati nelle orecchie, li consideravano un gruppaccio trasandato. E di recente navigando nel mare magnum internettiano mi sono imbattuto nella scheda a essi dedicata da

12 12 uno stimato musicologo italiano in cui il loro rock è definito populista. Considera tutti i critici d arte come inutili e pericolosi è scritto nel Manifesto dei Futuristi. Diciamo un buon 90%. Nel restante 10% vi sono dei personaggi che senza ombra di dubbio mettono passione e competenza nel proprio lavoro, ma si tirano il moccio da far spavento, più che scrivere sfoggiano lessico. Come un altro recensore assai stimato che, a proposito dell esordio dei Radiohead, scrive in una delle tante enciclopedie dedicate al rock: Creep è uno psicodramma in amniocentesi grunge che macera l alternanza tra strofe lente e arpeggiate e il ritornello a forte combustione introdotto con un indovinato effetto di chitarra. E ancora, passando a commentare The Bends: I Radiohead sanno fare della catarsi rock un umanesimo da stadio, dalle risonanze elettrolitiche di High and Dry e Fake Plastic Trees allo stato pre-embolia di The Bends fino alle modalità saltanti e antistatiche di Just che proiettano l intersezione sfalsata delle chitarre in una distorta stratosfera. The Bends mi piace molto: è un disco metafonetico, ormonatico, positronico. Suona come A nod is as good as a wink to a blind horse dei Faces triturato e messo in un frullatore con due blister di Prozac. Nell epoca in cui buona parte dei miei coetanei tentava disperatamente d assomigliare a Robert Smith (un altro considerevole segmento a Nino D Angelo, il resto si spartiva fra Tony Hadley, Nikki Sixx e Carmelo Zappulla) io mi ero fatto perfino acconciare i capelli in un facsimile della chioma a carciofo radioattivo di Ron Wood. Ma ogni santo pomeriggio e sera dovevo combattere una dura battaglia con Danii e suoi Duran Duran per il possesso del giradischi Falkland-Malvinas. E non sempre ne uscivo vincitore. Meno male che i miei m avevano comprato il walkman, così potevo spararmi nelle orecchie tutto A nod is as good as a wink sul 56 la mattina presto andando a scuola, e nei giorni in cui avevamo lezione al pomeriggio andare a zonzo per il centro all ora di pranzo canticchiando Maybe I m Amazed con una bottiglia di Heineken in mano, gelida come una notte sulla Luna. E scolarmene felicemente un altra all uscita da un tediosissimo sermone sui diodi Zener mimando i raspanti accordi iniziali di Borstal Boys. Una birra non basta. Le vele erano bianche sotto un sole che era un pulsante rosso che il servitore raggiunse velocemente e sfiorò. Cadde la notte.

13 Figura 1. Una birra non basta... 13

14 14 DIECIMILA ANNI DI SBRONZE La birra è quasi certamente la più vecchia bevanda alcolica del mondo. I Babilonesi e gli Egizi la fabbricavano più di 6000 anni fa. Gli Egei presero la ricetta dagli Egizi. La fabbricazione della birra si diffuse poi in tutto il Mediterraneo. Anche i Britanni, come no, facevano birra e ale: il 5000 a.c. è la data cui risalgono i reperti di birra fossile ritrovati nelle isole Orcadi e quelli a Stonehenge. Nell antica Cina, la birra era importante nei culti religiosi, funerali e altri rituali delle dinastie Xia, Shang e Zhou ( a.c.), ma dopo la dinastia Han essa perse la sua prominenza a vantaggio del huangjiu, il vino giallo : la produzione della birra non fu reintrodotta in Cina fino alla fine del XIX secolo, quando la Russia costruì una fabbrica ad Harbin, nel sud-est del paese. In Giappone, fatto culturalmente singolare, la birra era sconosciuta fino a due secoli fa: furono gli Olandesi ad aprirvi le prime birrerie per i marinai che sfacchinavano sulla rotta mercantile fra la Terra del Sol Levante e l Impero Olandese. Ora i giapponesi trincano birra a torrenti, la fabbricano e la esportano in tutto il globo. Ne ho assaggiate alcune marche e non sono malvage: la Asahi, per citarne una. Fermo restando che c è chi ritiene il sakè una birra. Il festino, o la festina, come dicono certi miei amici vicentini (specialisti nell organizzazione di baccanali memorabili: le loro Feste del Recioto sono storia consacrata del Triveneto), è innato nella razza umana. Molto prima dell invenzione delle bevande fermentate, che secondo uno studio condotto da un team di brillanti archeologi dell Università di Manchester risalirebbe al 9000 a.c., l uomo utilizzava le piante allucinogene per provocare una sorta d ebbrezza conviviale; alcune pitture del Paleolitico superiore rappresenterebbero, a parere d alcuni interpreti, delle visioni provocate dall uso di queste piante. Un giorno o l altro qualche esuberante archeologo britannico ritroverà in Siberia una bottiglia di birra pressoché intatta con l etichetta stampata in una lingua sconosciuta incastonata in uno strato geologico risalente a duecentomila e rotti anni fa, testimonianza dell esistenza di una remota civiltà altamente sviluppata, cancellata forse da un terribile conflitto nucleare. Mi hanno sempre affascinato le storie post-atomiche; il secondo romanzo dell antologia di Zelazny, La pista dell orrore, è una delle più belle mai scritte. Hell Tanner, ex membro di una gang motociclistica, parte da Los Angeles per Boston per portarvi una

15 15 cassa di siero contro le malattie da radiazioni. Lungo la strada affronterà i pericoli di un mondo sconvolto dai postumi della Terza Guerra Mondiale: venti turbinosi che rendono problematico qualsiasi spostamento, tempeste, crateri radioattivi, animali mutati dalle esplosioni in mostri terrificanti, esseri umani regrediti alla barbarie. E da biker violento e sprezzante si trasformerà in indomito salvatore dell umanità. Hell ricordò la sua iniziazione. Aveva sedici anni. Avevano fatto passare il secchio, e lui era rimasto in piedi, eretto e fiero, vestito del suo giubbotto nuovo coperto di borchie, e per quanto un po ubriaco non aveva barcollato. A uno a uno, tutti avevano pisciato nel secchio. Poi glielo avevano rovesciato in testa. Quello era stato il battesimo, e lui era diventato un Angel. Aveva tenuto addosso gli stessi vestiti per un anno intero, e dopo altri due anni, quando lui ne aveva diciannove, era diventato il numero uno, il capo. Li aveva guidati nelle scorrerie, e tutti conoscevano il suo nome, e si scansavano quando lo vedevano arrivare. Lui era Hell, e la sua banda era padrona della Costa dei Barbari. Andavano dove volevano e facevano quello che volevano. Poi lui era finito nei guai, e i giorni neri erano scesi sulla Costa. La città era perpetuamente iniziata, come lui, dagli escrementi del cielo. Dal futuro ipotetico al passato remoto. Nell antica Mesopotamia vi era già una diversificazione in tipologie di birra prodotte: esistevano birre chiare, scure, rosse, dolci, aromatiche. A Babilonia se ne producevano addirittura venti qualità, ma le più apprezzate erano quattro, e dai nomi decisamente klingoniani: bi-se-bar, una birra d orzo, bi-gig, una birra scura normale, bi-gig-dug-ga, una birra scura di eccelsa qualità, e bi-kal, la migliore. Secondo i popoli mesopotamici e non solo, la società divina riproduceva alcune prerogative di quella umana. Nel poema babilonese della creazione (Enûma elish), allorquando gli dèi cercano un campione coraggioso da mandare a combattere contro la dea Tiamat che intende annientarli, il dio Anshar si incarica di riunirli in un convito: Davanti ad Anshar essi penetrarono, furono riempiti di gioia, si abbracciarono fra di loro, si assisero in consiglio, presero la parola, si sedettero al festino, mangiarono cereali, si dissetarono con birra forte, e di dolce cervogia riempirono le loro coppe. A furia di bere birra avevano il corpo sazio, si sentivano fiacchi, il loro cuore era colmo di gioia; allora di Marduk, il loro vendicatore, fissarono il destino.

16 Nell Egitto antico la birra si preparava mettendo a fermentare al caldo, in acqua e grano schiacciato, pagnotte d orzo o di grano mal cotte per salvare gli enzimi della fermentazione; il liquido denso veniva filtrato e in seguito lasciato depositare entro giare di terracotta. Gli Egizi fabbricavano birra chiara, zythum, rossa, curmy, e la mistica sà; inoltre consumavano birra siriana, anche se non è ancora ben chiaro se importata o fabbricata. Le anfore per la birra erano decorate con ghirlande. Spostiamoci in avanti con la nostra ebbra macchina del tempo fino all alto Medioevo europeo. In quest epoca assistiamo all affermazione del vino come bevanda quotidiana oltre che di pregio. La birra, ancora ignara del luppolo (il primo atto ufficiale in cui si menziona questa sostanza amara estratta dai fiori di una pianta rampicante appartenente alla famiglia delle Cannabacee, un ordinanza emanata dal prevosto di Parigi per disciplinare la vendita di birra, risale al 1435), era la bevanda dei germani, barbara e pagana, in contrasto con la sacralità cristiana del vino. Figuratevi: così, tanto per contenere la sovrappopolazione, i Germani talvolta si sfidavano a colpi di spada in un rituale dedicato al dio Thyr, la Wappentanz, al termine della quale i sopravvissuti si storcevano come dei fegatelli! Eppure, com è universalmente risaputo, i monaci non la disdegnavano, tanto da produrne in abbondanti quantità a uso proprio e delle migliaia di pellegrini che essi ospitavano nei monasteri. Il celeberrimo monastero di San Gallo aveva nientemeno che tre diverse fabbriche di birra: una per la birra più leggera destinata ai pellegrini (sic), una per quella di media gradazione, chiara e scura, che consumavano i monaci e i famigli del monastero, e una, infine, per le birre de luxe, da offrire agli ospiti di riguardo. L intero periodo medievale è contrassegnato da una profonda diffidenza nei confronti dell acqua come bevanda, poiché possibile portatrice di malattie anche mortali. Qui, siate indulgenti, ma mi scappa da ridere c è una coppia spagnola di mia conoscenza la cui peraltro ospitale dimora è off-limits per l acqua minerale: lui trinca solo vino, birra e superalcolici, lei Coca Cola light e limonata (consuma alcolici solamente quando esce a spettegolare con le amiche del cuore: scotch con un cubetto di ghiaccio). Cosicché quand ero loro ospite e mi offrivo per andare a fare la spesa al supermercato compravo l acqua solo per me; naturale per di più, poiché in Spagna le acque minerali frizzanti sono imbevibili. In particolar modo la Vichy Catalan: è come bersi uno sgorgo imbottigliato di Old Faithful, il famoso geyser di Yellowstone. Tuttavia gli spagnoli prediligono un altra robetta niente male quanto a contenuto gassoso: la Casera. E la utilizzano 16

17 17 addirittura per allungare il vin ordinaire certi Rioja scuri e spessi come inchiostro di china serviti nei menù del giorno a 10. Paese che vai, costumanze barbare che trovi. In medias res. Nell Europa continentale del XVI secolo, la birra di luppolo era già un prodotto semi-industriale, preparato in fabbrica da artigiani forniti di titoli. Nelle isole britanniche la birra di fabbricazione domestica sopravvisse fino al XVIII secolo: bastian cuntrari inveterati, gli inglesi. In certe regioni come l Alsazia, nonostante il suo status culturale d inferiorità nei confronti del vino, era la bevanda popolare delle città e delle osterie. Ciononostante nella seconda metà del XVIII secolo l alto prezzo del vino permise alla birra di irrigare finanche le gole assetate dei contadini. E i consumi pro capite, quantunque in maniera disomogenea secondo le aree geografiche e le congiunture economiche, crebbero vertiginosamente sino a oggi. Vinum est donatio Dei, cervisia traditio humana. In passato i contadini della Norvegia producevano, nei loro casolari, due tipi di birra: una più leggera, da consumare durante i lavori nei mesi estivi, e una più forte, per le feste natalizie, i matrimoni, le nascite e addirittura i funerali. Era molto diffusa la credenza che le figlie d Eva, specialmente durante alcuni giorni del mese, esercitassero un influenza negativa sul lievito. Esso inoltre era ritenuto particolarmente suscettibile allo sbattimento delle porte e alle vibrazioni del pavimento. Sempre nel buon tempo passato europeo, se un giovanotto aveva deciso di conquistare i favori di una pulzella, doveva dar prova al di colei padre di poter montare un cavallo in stato d ebbrezza. Con la birra s irroravano i campi all inizio prima dell aratura dopo il gelo invernale; lo stesso rituale era ripetuto al momento del raccolto, della trebbiatura e infine della nuova semina. Una birra forte, un tabacco profumato e una femmina, questo è piacere. Goethe dixit. Dal suo epistolario si apprende che la birra prodotta a Lipsia ( la piccola Parigi ) era di povera qualità: perciò la si acquistava da fuori e la si beveva allungata con acqua. Da buon alemanno, Goethe era un birraiolo: dapprima aficionado alle equilibrate birre di Francoforte, poi si assuefece a quelle amare di Merseburgo, apprezzò la Gose una birra a fermentazione spontanea che ancor oggi viene prodotta in Belgio con il nome di Gueuze, bevuta anche questa cui si aggiungeva una fettina di limone, e assaggiò perfino la Bavaroise, una sciccheria che era servita

18 calda (sic!) in tazzine al caffè Beyer. E come tacere sui sovrani, le roi le vent! A quart of ale is a dish for a king, sosteneva Shakespeare. Un litro di birra è degno di un re. Infatti, una leggenda teutonica attribuisce a Gambrinus, mitico re germanico, proprio l invenzione della bevanda nazionale intorno all anno 750, benché è provato che in quella regione essa fosse già ben conosciuta e consumata abbondantemente. Re Alfredo d Inghilterra, passato alla storia per aver definitivamente sconfitto i Danesi nell anno 814 dopo secoli di battaglie, fu un famoso collezionista nonché provetto produttore di birra. Alla corte di Carlo VI non mancava mai la birra a tavola. Federico II il Grande fu un grande sostenitore dell arte birraia. Riccardo d Inghilterra usava donare agli altri re fusti di birra. A Bismarck regalavano barili come se piovesse cosa che a lui faceva immenso piacere, essendo tutt altro che astemio; certamente la birra stimolava le sue capacità creative in ambito politico internazionale, come lo stratagemma adottato con il Telegramma di Ems ebbe a dimostrare. E con un ultimo colpo al motore tachionico veniamo finalmente all Italia. Nell anno 83 d.c. Agricola, governatore della Britannia, tornò a Roma portandosi dietro tre mastri birrai da Glevum (l odierna Gloucester) e aprì ciò che potremmo definire il primo pub della Penisola. Le prime fabbriche di birra risalgono a un momento storico notevolmente posteriore, gli inizi dell Ottocento; si può affermare che la birra nel nostro paese nacque al Nord, in Piemonte e in Lombardia ma anche nel Veneto. Nel 1789 tal Baldassarre Setter ottenne un privilegio per produrre birra in quel di Nizza Monferrato. Nel 1828 Franz Saverio Wührer aprì una fabbrica di birra a Brescia, e nel 1846 a Biella nacque la Menabrea. Un considerevole incremento della produzione si ebbe con l avvento della conservazione a bassa temperatura. Ma la vera esplosione dell industria birraia avvenne durante il primo decennio del Novecento: si affermarono nomi ancora oggi in auge come il sopraccennato Wührer, Forst, Poretti, Peroni, Wunster, Dreher, Moretti. Pure, le aziende italiane si ritrovarono poi fare i conti con le pesanti imposizioni fiscali durante il fascismo e il secondo conflitto mondiale; finita la guerra, l industria birraia italiana dovette ricominciare da capo. Le fabbriche italiane impiegarono due decenni abbondanti per raggiungere il livello tecnologico delle concorrenti europee. Dal 1976 a oggi il consumo di birra in Italia è più che raddoppiato. È in corso una vera e propria rivoluzione culturale birraiola. In certo modo, 18

19 19 tutti i bevitori che come me sono nati negli anni Sessanta sono figli delle birrerie che proliferarono come funghi al principio degli Ottanta. Oggi a Torino la bionda si spilla perfino nella più oscura bettola di periferia. Nondimeno, sotto il profilo qualitativo e culturale, c è ancora parecchio cammino da percorrere. Abbiamo surrogati di pub irlandesi che non sanno spillare la Guinness, locali per fighetti nei quali la birra è spillata da fusti aperti da troppi giorni e quindi ossidata ma tanto non importa, il posto è trendy!, birra servita in bicchieri di plastica (per motivi d ordine pubblico, d accordo, ma è una bestialità) o nei bicchieri sbagliati. Ciononostante il consumatore medio italiano va raffinandosi, sa quello che vuole, e sempre più di frequente sceglie i locali per bere basandosi su criteri qualitativi piuttosto che seguire bovinamente la moda del momento. Coerentemente l industria italiana si è dovuta adeguare agli standard mondiali. In questi ultimi tempi il livello dei prodotti è aumentato in modo ragguardevole, con riscontri più che lusinghieri. Nel 2008 Evan Rail del New York Times, uno dei più noti autori di guide specializzate d America, dopo aver vagato a lungo per le birrerie del Nord Italia ha incoronato la birra artigianale italiana come la migliore del mondo. Nella sua spumosa pagella spiccano ben tre birre piemontesi: la Elixir del Birrificio Baladin di Piozzo, demisec contraddistinta dall uso di lievito di whisky in rifermentazione, la Daü del Troll di Vernante (ambo le località si trovano in provincia di Cuneo) e la Sticher del Grado Plato di Chieri, ispirata alla rara Sticke di Düsseldorf. Ah oh ehi, i suma sempre i mej! Era il 15 agosto 1995 quando nella birreria della famiglia Khoury a Taybeh, Cisgiordania, il solo villaggio palestinese interamente cristiano, venne spillata la prima omografa Taybeh, unica birra prodotta in Palestina. I Khoury sono originari dello stesso villaggio ma, come molti cristiani, emigrarono perché il processo di pace non decollava andando a stabilirsi a Boston, dove avviarono un fiorente commercio di vini e alcolici. Quando, nel 1993, furono firmati gli accordi di Oslo, credendo che sarebbe iniziata una nuova era, essi liquidarono i beni statunitensi incassando 1,2 milioni di dollari, tornarono a casa e li reinvestirono nella fabbricazione di una birra palestinese, con la benedizione di Arafat. David Khoury, al presente primo cittadino di Taybeh, tirò su la fabbrica acquistando i tini d acciaio negli Stati Uniti e i malti in Francia e Belgio. La Taybeh produce 600 mila litri l anno e gode di un quasi-monopolio a Ramallah. Per contro, dopo la costruzione della barriera israeliana, vendere alla vicina Gerusalemme è

20 20 diventato impossibile. Gli israeliani obbligano i distributori palestinesi a passare da un unico posto di blocco; per passarlo occorrono più di tre ore e spesso essi devono tornare indietro. Intanto gli israeliani distribuiscono le loro Maccabee e Goldstar dappertutto, passando da tutti i varchi. L eterna questione mediorientale arreca danno finanche ai piaceri della birra. Da qualche anno, ogni primo fine settimana di ottobre, si celebra a Taybeh una sorta di Oktoberfest. Danze, musiche, prodotti dell artigianato locale, spiedini e falafel, innaffiati di cervogia e di qualche insulto politico per rammentare l obiettivo di liberare la Palestina. Con migliaia di cristiani e arabi provenienti da Gerusalemme, Ramallah e dai Territori occupati che si mescolano allegramente. Salute e insciallah. Venerdì 12 settembre 20**, h p.m., CET. Biblioteca Ermenegildo Gigin Bernaulo. Fra qualche minuto, per staccare un po dalla tastiera, riprenderò in mano Please Kill Me il punk americano nelle parole dei suoi protagonisti. Prima però voglio raccontarvi la storia di uno dei più smoderati bevitori di birra e in generale di ogni beveraggio alcolico mai esistiti su questa terra: Oliver Reed. Nato a Wimbledon, Londra, nel 1938, Robert Oliver Reed cominciò a far notare la sua corpulenta presenza in svariate produzioni cinematografiche inglesi dei tardi anni Cinquanta, senza avere alle gagliarde spalle alcun tirocinio d attore, neanche teatrale: era un talento naturale. Nel 1969 i produttori di 007 Albert R. Broccoli e Harry Saltzman presero in esame la candidatura di Oliver Reed come possibile sostituto di Sean Connery, ma Reed non ottenne mai quella parte, probabilmente per la sua fisicità troppo rugbistica. Ciononostante le sue quotazioni crebbero ulteriormente; nella prima metà degli anni Settanta Oliver Reed fu un memorabile Athos in I Tre Moschettieri, recitò in Tommy, film basato sull omonima rockopera degli Who (Reed era un grande amico di Keith Moon, il geniale e lunatico batterista della storica band inglese) e nel 1979 apparve in The Brood (La covata) di David Cronenberg, nel ruolo di un anticonformista psicoterapeuta inventore della psicoplasmica. Dai primi anni Ottanta la stella di Reed cominciò ad affievolirsi nonostante egli seguitasse a offrire pregevoli prove d attore, come nell immaginifico remake di Terry Gilliam Il barone di Munchausen. Il suo ultimo ruolo fu l anziano rivenditore di schiavi Proximo ne Il Gladiatore, contrapposto all astro in ascesa Russel Crowe: un ideale passaggio del testimone attoriale fra due personalità fortissime, per certi aspetti piuttosto simili. Oliver Reed morì a 61 anni di

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