digital magazine ottobre 2012 n. 96 Umberto Maria Giardini Xabier Iriondo Blur Mission of burma Animal Collective

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1 digital magazine ottobre 2012 n. 96 Umberto Maria Giardini Xabier Iriondo Blur Mission of burma Animal Collective

2 p. 4 p. 12 p. 20 Turn On Füsch!, Cartavetro, Deadmau5, Nathan Fake, Alt-J Tune-In Xabier Iriondo, Umberto Maria Giardini Drop Out Animal Collective, Mission of Burma sentireascoltare #96 ottobre Direttore Edoardo Bridda Direttore Responsabile Antonello Comunale Ufficio Stampa Alberto Lepri, Teresa Greco Coordinamento Gaspare Caliri Progetto Grafico Nicolas Campagnari Recensioni p. 48 Campi magnetici» 104 Gimme some inches» 106 Classic album» 114 Redazione Alberto Lepri, Antonello Comunale, Carlo Affatigato, Edoardo Bridda, Fabrizio Zampighi, Gabriele Marino, Gaspare Caliri, Marco Braggion, Massimo Rancati, Nicolas Campagnari, Riccardo Zagaglia, Stefano Solventi, Stefano Pifferi, Teresa Greco Staff Andrea Napoli, Antonio Laudazi, Antonio Pancamo Puglia, Costanza Salvi, Dario Moroldo, Diego Ballani, Eugenia Durante, Federico Pevere, Filippo Bordignon, Giancarlo Turra, Giulia Cavaliere, Giulia Antelli, Giulio Pasquali, Luca Barachetti, Marco Boscolo, Mario Ruggeri, Nino Ciglio, Stefano Gaz, Viola Barbieri Copertina Animal Collective Guida spirituale Adriano Trauber ( ) SentireAscoltare online music magazine Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05 Editore: Edoardo Bridda Provider NGI S.p.A. Copyright 2012 Edoardo Bridda. Tutti i diritti riservati. La riproduzione totale o parziale, in qualsiasi forma, su qualsiasi supporto e con qualsiasi mezzo, è proibita senza autorizzazione scritta di SentireAscoltare.

3 Füsch! Cartavetro Contorni post-rock Scartavetrami il cuore!!! E uscito da poco Corinto, l esordio dei bergamaschi Füsch! Intervista con Mariateresa Regazzoni, tastierista e voce del gruppo I genovesi Crtvtr vanno alla conquista della Cina a suon di indie-rock ricercato e suonato con piglio post-punk e fieramente d.i.y Nel mondo della discografia musicale indipendente può capitare che i ruoli si confondano, che i produttori si cimentino nella composizione di musica originale e che gli artisti prodotti diventino collaboratori dei produttori stessi. E questo il caso dei Füsch!, progetto nato come per gioco grazie ai due promotori della indie label bergamasca Jestrai Record Mariateresa Regazzoni, alle sue prime sperimentazioni di synth, e Pierangelo Mecca, già batterista di Fiub e Chaos Physique. L introduzione del basso e della chitarra del polistrumentista Mario Moleri ufficializza l inizio della storia del gruppo, da cui il battesimo del nome Füsch!, una parola che in dialetto bergamasco significa levati, scansati, ma al di là del significato piace ai componenti del gruppo per via del suono della parola stessa, che ricorda un assonanza con la lingua tedesca. Un rodaggio a suon di jam session nel sottotetto della casa di Monte Croce (BG) adibito a sala prove e tre giorni di registrazione con il sostegno tecnico di Alessandro Dentico servono a dare alla luce Corinto, il disco d esordio dei Füsch!. Un concentrato di tetro post rock che esprime le varie preferenze dei musicisti coinvolti e che guarda agli anni 70 in tutte le sue molteplici forme: dall hard rock all elettronica, dalla psichedelia alla no wave e al rumore. Ospite d eccezione per le sovraincisioni di voce, basso e chitarra, una vecchia conoscenza in casa Jestrai: Amaury Cambuzat (Ulan Bator, Faust). Quest ultimo nel 2005 ha pubblicato l ottavo disco degli Ulan Bator Rodeo Massacre e oggi partecipa assieme a Pierangelo Mecca al progetto dei già citati Chaos Physique. Sembrerebbe così aggiungersi un tassello al paesaggio sonoro bergamasco, sempre più connotato dalla fioritura di gruppi strumentali dalle sonorità cupe, financo spettrali, vedi alla voce Verbal, i concittadini mathoriented. Tuttavia i Füsch!, che considerano gli altri gruppi italiani un po un circolo chiuso, non ambiscono affiliarsi ad alcuna corrente contemporanea preferendo l idea di rappresentare noi stessi il nostro stesso genere. Un genere indefinibile, versatile, che potrebbe proporsi tanto come colonna sonora - come successe alle musiche dei Goblin per i film di Dario Argento - quanto rimanere il divertissement di una band che mette la propria musica a conoscenza di altri solo [...] [per] personale soddisfazione e che ha già in cantiere il materiale per il secondo lavoro. Viola Barbieri Nome ruvido e animo gentile e avventuroso. Prende a prestito il nome dalla carta vetrata, spigoloso materiale la cui finalità però è quella di levigare e addolcire, il terzetto genovese. Contraddizione in termini? Ossimoro vivente? Niente affatto, se si ascoltano le loro parole: Il nome viene da lontano e chisseloricordappiù. Di certo cartavetro è un riferimento al fai da te e quindi al diy, ed è graffiante - risponde Cesare Pezzoni - Poi mi sono sempre piaciuti gli scontri di consonanti. Il motivo per cui continua a piacerci (ma rigorosamente senza vocali) è il tema del diy, di cui siamo radicali e appassionati sostenitori. La musica che il power-trio - oltre a Cesare Pezzoni (chitarra) ci sono Fabio Patrone (basso) e Giovanni Stimamiglio (batteria) - mette in scena in Here It Comes, Tramontane! è sì, lontanamente memore di certi omaggi smithsiani nel titolo, ma nella polpa delle 7 tracce è un ottimo concentrato di indie-rock muscolare e molto imparentato con l area di Washington DC metà anni 90. Roba venata di sottile psichedelia e dalla struttura ricercata, che si manifesta su distanze medio-lunghe senza perdere in immediatezza punk. Un terzo all indie, un terzo all hc evoluto e un terzo al progresso, per dirla con qualcuno che di una certa ideologia ne sapeva. Da buoni genovesi, poi, i tre non dimenticano la tradizione esplorativa della ex repubblica marinara. L apertura di nuove rotte culturali invece che commerciali li porterà a breve nella lontana Cina con un progetto interessante dietro: unire al tour una documentazione seria, tra video e musica, sulla scena diy cinese da supportarsi attraverso il sempre più utilizzato strumento del crowdfunding. Una scena immensa e ignota che immaginiamo intrigante tanto quanto genuina: Abbiamo scelto la Cina perché è grossa e misteriosa, perché c è una vasta scena underground ma che a noi non arriva, perché storicamente il dominio economico porta dominio culturale e quindi forse è il momento per fare un po di chiarezza no? Poi diciamoci la verità: siamo abituati a considerare la Cina un posto di uomini-macchina che lavorano 20 ore al giorno, pensare anche solamente a una scena diy è sovversivo rispetto ai nostri pregiudizi. E invece abbiamo notizie di una scena ricca e matura, internazionalizzata, con grande mentalità e grandi mezzi. E noi vogliamo raccogliere quegli stimoli e magari cominciare a fare girare anche qui quella musica, quei gruppi, quella cultura. E poi è questione di attitudine: noi abbiamo sempre optato per il tour meno scontato, per la meta più lontana. Siete avvisati. Dopo i Crtvtr la Cina sarà ancora più vicina. Stefano Pifferi 4 5

4 Deadmau5 This is shit. Old school shit. Drop culture? New hardcore? Macché. Deadmau5 si ripassa Chemical Brothers e Daft Punk e pubblica il disco più robusto. Ma anche la hardelectro più piatta. Il bello e il brutto dei giorni nostri Son tempi strani per la musica. Un mondo multimediale e interattivo, dove tutti i tasselli sono protagonisti allo stesso modo, siano essi act storici, compositori di altà qualità o mediocri fenomeni di massa. Apri il file sharing e in un unica schermata hai ogni cosa, senza distinzioni, dai Pink Floyd a Lady Gaga, da Chopin ai Radiohead, al punto che tu, amante della musica e della scoperta, sei onnivoro non per scelta ma perchè puoi fare altrimenti. Poi passi all altro tab, apri youtube, clicchi sul like e ti accorgi di avere lo stesso potere decisionale di una major, sei tu a far nascere fenomeni come Justin Bieber stando seduto sulla poltroncina di casa tua e chi cambia la storia non è più il producer o il talent scout ma facebook. Ovviamente la critica specializzata riflette i tempi in cui vive, Skrillex viene recensito sulla stessa pagina di Richard Skelton (non solo per l ordine alfabetico) e la tendenza è anzi quella di rivalutare i fenomeni di massa, un po come dimostrazione di piena imparzialità verso ogni espressione musicale del momento, un po perché, in fondo, oggi tutto è massa. Ora Deadmau5 arriva al sesto album e sai già che la storia sta per ripetersi. L esposizione mediatica è alle stelle già da mesi e i pretesti per copertine e spazi news sono polemiche e smanie da primadonna. Tu sai bene cos hai davanti, conosci quello stile furbo che cavalca elementi trance e hardcore per trasformare intuizioni già note in successi globali, vedi bene che quel topo è soprattutto un live entertainer, una fabbrica di ticket, un progetto più commerciale che musicale, dove promozione e comunicazione contano più del lavoro in studio. Sei pronto a smentire chiunque provi a risollevarne il profilo, poi schiacci play e rifà capolino quel mondo strano, dove un solo artista potrebbe nascondere il peggio ma anche il meglio che l oggi musicale possa offrirti. Perché, sempre a osservare senza pregiudizi, c è un certo gusto tra le tracce di album title goes here. Pezzi come Superliminal e The Veldt non son più semplice riciclo in serie ma segnale di un ritorno alle origini, ai Chemical Brothers e agli Underworld, a quell elettronica anni 90 che rappresenta ancora l immaginario comune associato all idea di musica elettronica. C è energia, ovvio, ma anche il buonsenso di non cedere ai drop scommettendo più sulle pose plastiche dei Daft Punk (Maths). Ma soprattutto c è inventiva e coraggio, certi momenti sorprendono per la loro distanza dall arena (Sleepless) e altri per la libertà espressiva lasciata ai featuring: i Cypressi Hill ce li aspettavamo come nelle sbracature viste con Rusko e invece in Failbait lo spazio hip-hop resta intatto a far glamour, mentre Imogen Heap riesce a trascinare la chiusa dell album su una Telemiscommunications di delizioso vapore dreamy. E allora non sai più cosa pensare. O meglio, il problema è che lo sai: Deadmau5 non si è mai inventato niente - e non lo fa neanche stavolta - ma quel pescare dal serbatoio storico comune raggiunge qui una propria dimensione filologica e diventa cura del sentire classico. C è una resistenza alla logica degli eccessi che da uno come lui non ti aspetti, quasi un momento di lucidità lungo la linea d accelerazione tenuta finora. Tutte cose che diresti di un Nathan Fake o un Matthew Dear, ma che sembrano assurde accanto a mr. faccia di topo. Nello stesso tempo vedi anche una Channel 42 piatta come poche (Wolfgang Gartner non è esattamente il più sveglio dei producers electro-house), la ruffiana ripresa del sound progressive in There Might Be Coffee e la colossale baggianata di Closer su Spielberg, e non sai più dire se dietro a tutto questo c è un talento o solo un gran furbone. Forse l ondata di imparzialità verso il mainstream ci ha accecato tutti, o forse lui sapeva benissimo quali riflettori avrebbe avuto addosso ed è andato a comprarsi il vestito buono. Siam dentro Inception, sostanza e superficie sono esattamente identiche e la trottola/totem che lanci per trovare certezze è proprio il disco che hai in mano. Buona fortuna. Carlo Affatigato 6 7

5 Nathan Fake I m pretty stubborn... I due poli dell universo Fake, ambientazione e attitudine ritmica, la sintesi raggiunta nel terzo album, il retrofuturismo, Norfolk e Londra. Il ragazzo cocciuto si racconta in esclusiva su SA. Era uno dei personaggi più attesi di quest anno, e non solo dal pubblico electro: Nathan Fake ha una cerchia ben più ampia di sostenitori perché è tra i pochi che sanno donare al sound elettronico la giusta gentilezza e armonia, riuscendo ad andare oltre alle cerchie di aficionados di nicchia. Questo almeno è il pregio che si è guadagnato con l album del 2006, Drowning In A Sea Of Love, che ha segnato uno dei risultati più riusciti di fruizione ed emozionalità del decennio elettronico scorso (non a caso premiatissimo in redazione). Eppure Fake ha un background elettronico corposissimo, cresciuto negli anni 90 a colpi di Warp e Orbital e sfociato poi nella fase matura in una marcata attitudine techno: le uscite brevi che precedevano l esordio su album (Outhouse, Watlington Street, Dinamo) e il percorso poi sfociato in Hard Island hanno reso espliciti i tratteggi dance del producer di Norfolk. A conti fatti, non son stati molti i momenti nella discografia di Nathan Fake in cui questi due volti si son riconciliati e, tolto il We Fear Silence Mix del 2009 (che fa intendere come l equilibrio vien raggiunto nei suoi dj-set ), quest anno il terzo album Steam Days è valso come perfetta sintesi del suo universo sonoro. L incontro tra le armonie melodiche e le geometrie dance ha dato vita a un disegno a metà strada tra classico e moderno, tra leggerezza e impegno. Questa è l essenza della vera ambient-techno, di cui Fake si fa comunicatore e innovatore rispetto all estetica comune che discende dai 90. Nell intervista rilasciata in esclusiva abbiamo toccato tutti i nodi che si intrecciano nella terza prova in lunga distanza. Era naturale pensare l evoluzione del sound in relazione al suo trasferimento da una contea fuori porta come Norfolk e la capitale mondiale dell elettronica, Londra, come non si poteva non toccare l argomento retrofuturismo, tag che spesso viene associato a Fake per quella sua abilità di ripresentare il sound classico nei tempi moderni. A rispondere è un ragazzo piuttosto cocciuto, come si definisce lui stesso, che si sente fortemente autonomo e indipendente da progetti e influenze ambientali. Questa è la sua strada, ed esprime semplicemente l ispirazione che porta dentro: una forza che lo fa oscillare tra i suoi due poli d attrazione - atmosfere e ritmi - e che modifica nel tempo la composizione del suo pubblico. Ma anche su questo Nathan ha qualche obiezione... Il tuo terzo album, Steam Days, sembra riconciliare il lato melodico e romantico di Drowning In A Sea Of Love con l attitudine dance di Hard Islands. La tua discografia è un po come tesi, antitesi, sintesi, no? Steam Days è l album che ti rappresenta meglio? Sì, è vero, Steam Days copre realmente tutte queste basi. Non c è un vero concept dietro quest album, è semplicemente la rappresentazione ad oggi di me. Naturalismo, ritmi, dance, ambient, folk, dream, son tutti elementi che han fatto parte del tuo sound negli anni. Qual è il tuo background musicale? Credo sia sempre stato affascinato da certa musica intensa e affascinante, qualcosa che in realtà può manifestarsi in diversi modi. In quest album ho cercato di indirizzare quell intensità con consistenze differenti. Quando ti sei trasferito a Londra, il tuo sound è iniziato a diventare più urbano. Come descrivi quest evoluzione? È qualcosa che hai voluto intenzionalmente o una naturale progressione? Beh, ho prodotto roba techno per anni, prima di Drowning..., quando vivevo a Norfolk. Sinceramente non penso che Londra abbia avuto un influenza così forte nel mio sound. Sono piuttosto cocciuto e la mia musica rappresenterà sempre soltanto me, non la città in cui vivo. Ho interpretato stili abbastanza differenti negli anni. E quanto è stato importante il ruolo della Border Community nella tua evoluzione? James [Holden] e Gemma [Sheppard] sono amici stretti, ma in realtà sono abbastanza indipendente quqndo faccio musica. Loro mi lasciano camminare sulle mie gambe e hanno fiducia in me. Steam Days è piuttosto diverso dal tuo primo album. Da un elettronica shoegazey alla consistenza techno dell ultimo lavoro. Non senti che il tuo pubblico possa essere cambiato dal tuo primo album? Hai paura che tra chi ti aveva apprezzato nel 2006 possa esserci qualcuno che ora ti considererebbe troppo elettronico? Non saprei. Penso che in fondo tutti i miei dischi rappresentano me. Ovviamente la gente ha le sue preferenze, ma credo che chi mi ha seguito in passato potrà apprezzare appieno anche quest album. Sei stato spesso definito un retrofuturista. Quanto ti senti a tuo agio con questa definizione? Ti definisci più un amante del classico o un innovatore? Ahah, non sono sicuro di aver mai afferrato completamente cosa significhi quel termine... Cerco sempre di far musica che suoni nuova, non penso che essere nostalgici in musica sia molto efficace. Anche se un pizzico di nostalgia color seppia a volte fa bene. Dopo questi tre album, il tuo sound è diventato abbastanza imprevedibile. La dicotomia dancing/listening, la ambient e la techno, le melodie, l approccio IDM... Che tipo di artista di senti al momento? Beh, penso che essere imprevedibile sia una cosa buona... sì, la mia musica è piuttosto versatile, immagino. Mi vedo come un artista elettronico a tutto tondo, credo. In redazione, ascoltando Steam Days, ci siamo divertiti a tracciare le possibili influenze delle singole tracce: Orbital, Boards Of Canada, Trentemøller, Aphex Twin, perfino i Radiohead di Kid A. Quanto sono stati importanti per te questi nomi? Orbital e Aphex, sicuramente. Con loro ci sono cresciuto. BoC anche. Invece non ho ancora ascoltato nulla di Trentemøller. L anno scorso abbiamo apprezzato un altro ragazzo proveniente dai dintorni di Londra, BNJMN. Cosa significa pensare la musica stando vicini a una delle capitali elettroniche ma lontano abbastanza dalla sua frenesia urbana? Yeah, BNJMN mi piace. Sono un ragazzo di Norfolk e penso che la mia musica rifletterà sempre questo in fondo... anche se, devo dire, Londra è un gran bel posto in cui vivere. Carlo Affatigato 8 9

6 Alt-J Art pop on the top In occasione dell A Perfect Day Festival al Castello Scaligero di Villafranca di Verona, intervistiamo Gus Unger- Hamilton degli Alt-J tra curiosità e due nuove date in Italia Gli Alt-J si sono rivelati tra le migliori - la migliore? - art pop band dell anno grazie ad un ingegnoso equilibrio tra folk, rock e richiami electro. An Awesome Wave, il loro album d esordio frutto dell incontro tra le esperienze musicali più svariate - e recensito positivamente anche in queste pagine - ha scalato le classifiche britanniche, conquistando la top ten dei 40 album indie più venduti in Inghilterra (secondo la BBC) e portando in poco tempo i quattro di Leeds a calcare alcuni tra i palchi dei festival più importanti d Europa. Recensiti positivamente dalle maggiori testate musicali internazionali, gli Alt-J, ovvero la combinazione di tasti necessaria a formare il simbolo del delta, devono sicuramente molto ai mentori Wild Beasts, che hanno affiancato in tour, ma sicuramente l album An Awesome Wave è anche un ottimo esempio di come il citazionismo, se ben dosato, possa generare una proposta fresca e fantasiosa. Numerosi, infatti, i tributi a cinema e letteratura, da Besson a Sendak. La band inglese si è appena esibita sul palco del terzo giorno dell A Perfect Day Festival quando incontriamo il tastierista Gus Unger-Hamilton nel backstage. Dopo l acclamata performance nella suggestiva cornice dell Ypsigrock di Castelbuono, anche l esibizione odierna conferma il successo della formazione di Leeds tra il pubblico italiano, che avrà - notizia fresca del 5 settembre - occasione di rivederli il 28 novembre al Bronson di Madonna dell Albero e il 29 novembre al Circolo degli Artisti di Roma. Non appena ci sediamo i deus attaccano a suonare e ci rassegniamo all idea di un intervista che si preannuncia piuttosto rumorosa. Gus non sembra particolarmente scosso e sorride dietro un paio d occhiali neri. Questa è la seconda volta che vi esibite in Italia dopo l Ypsigrock Festival. Cosa ne pensate della risposta italiana al vostro album d esordio An Awesome Wave? È stato bellissimo perché non avremmo mai pensato che l Italia ci avrebbe accolto così. Solitamente se sei una nuova band il successo arriva principalmente in Inghilterra e poi in Francia, Belgio e Germania, quindi per i primi mesi ci siamo esibiti in questi paesi senza nemmeno prendere in considerazione l Italia. Venire qua e vedere che abbiamo così tanti fan è stato bellissimo e anche molto inaspettato. Anche oggi a Verona non avevamo idea che il pubblico avrebbe saputo i testi delle canzoni. È stato incredibile. Vi aspettavate un successo così grande per il vostro primo album? Quando abbiamo finito An Awesome Wave eravamo davvero contenti. Non sapevamo ancora se avrebbe avuto successo, perché era un disco molto inusuale e strano e pensavamo che magari sarebbe piaciuto solo a noi.. ma fortunatamente le cose hanno preso una piega diversa. In realtà abbiamo creato esattamente l album che avevamo in mente. Non abbiamo subito le pressioni di un etichetta, abbiamo semplicemente assemblato le canzoni esattamente come volevamo che fossero, senza pensare alla coerenza. Credo che alla fine l album risulti abbastanza coerente, e questo magari è uno dei motivi del suo successo. A cosa si riferisce la canzone Matilda? Perché le citazioni a Johnny Flynn e al film Léon? La canzone a cui ci riferiamo nel testo è The Wrote and the Writ ed è tratta dal primo album di Johnny Flynn. Io sono un suo grande fan e penso che anche Joe (chitarra e voci) lo apprezzi molto. Quando leggiamo un libro, guardiamo un film o ascoltiamo un pezzo e lo troviamo interessante ci piace prendere in prestito qualcosa, ma la regola numero uno è citare da dove proviene quello che si è rielaborato. Trarre ispirazione è legittimo solo se la fonte è citata. In Matilda abbiamo letteralmente preso il testo di Johnny dicendo: Just like Johnny Flynn said. Non si tratta di nulla di metafisico dunque.. magari solo un po postmoderno! (Ride) La canzone si riferisce anche al film Léon perchè è nata proprio mentre Joe lo stava guardando strimpellando la chitarra. Per questo cantiamo This is from Matilda. Anche Breezeblocks contiene una citazione, questa volta dal capolavoro di Maurice Sendak Nel paese dei mostri selvaggi, e parla di amore come una forma di cannibalismo. Che ne pensi di questa idea? La trovo molto interessante. Penso che quando una relazione finisce a volte una delle due persone coinvolte non vuole che l altra se ne vada, e l amore diventa violento e aggressivo. Il rapporto che si viene a creare è molto interessante. Abbiamo preso quest idea di base per la canzone e l abbiamo in qualche modo imprigionata culturalmente nelle parole di un libro, in questo caso proprio Nel paese dei mostri selvaggi. Quindi invece di limitarci a scrivere una canzone su una storia finita male l abbiamo filtrata attraverso l opera di qualcun altro, e penso che questa formula funzioni. Quali band ascoltavate ai tempi del liceo? Pensi che abbiano in qualche modo influenzato la vostra musica? Io ascoltavo principalmente indie, band come gli Strokes e i The Libertines. Joe (chitarra e voci) e Gwil (basso) ascoltavano per lo più hip hop, mentre Tom (batteria) era un patito di metal, Lamb of God e band simili, quindi proveniamo tutti da background musicali molto diversi. Questo è stato un bene per la nostra musica: quando abbiamo iniziato con gli Alt-J ci siamo limitati a vedere cosa succedeva mettendo insieme le nostre diverse esperienze musicali. Penso che per questo il nostro sound è così naturale e spontaneo. Pochi giorni fa vi siete esibiti su uno dei palchi del Leeds Festival. Com è stato? Quali sono le band che vi hanno colpito maggiormente? Noi siamo di Leeds, che è una città molto vivibile e a misura di studente. Quando eravamo al liceo in realtà non eravamo molto coinvolti nella sfera musicale, pensavamo per lo più alle cose a cui pensano tutti i ragazzini. Ma Leeds è casa nostra, e suonare sul palco del Leeds Festival è stato incredibile. Ci sentivamo a nostro agio e abbiamo incontrato moltissimi amici. Nonostante la portata del festival, è stata un esperienza molto intima.a me sono piaciuti moltissimo i Jeff the Brotherwood, penso che i loro pezzi siano davvero interessanti. Ho apprezzato anche Lucy Rose, che sta avendo un successo incredibile nella sfera dell indie inglese. È un artista molto sensibile. Siete stati in tour con i Wild Beasts. È stata un esperienza positiva? Dire positiva è poco: è stato incredibile. Non avevamo mai suonato di fronte a un pubblico così vasto, si parla di migliaia di persone. Dopo il nostro show rimanevamo sempre a guardare i Wild Beasts suonare per imparare da loro: sono degli ottimi musicisti e riescono a ottenere una forte unità sul palco. Essere in tour con loro è stato una specie di utilissimo apprendistato, abbiamo imparato tante cose e dobbiamo loro moltissimo. Lo sapevate che digitando Alt + J sulle tastiere italiane dei Macbook non si ottiene la vostra Delta? Davvero?! Mi dispiace tantissimo, mi immagino tutti i nostri fan a digitare Alt+J cercando di fare Delta senza successo. Perdonateci! A proposito del nome, originariamente avevate deciso di chiamarvi Films, ma poi avete optato per il simbolo del delta, che rappresenta il cambiamento. Ci sono dei cambiamenti che vorreste avvenissero nel futuro della vostra band? In realtà il cambiamento del nome è dovuto esclusivamente al fatto che già esisteva una band americana chiamata The Films. Abbiamo cambiato solamente il nome, niente altro. Non credo vogliamo apportare consciamente cambiamenti, le cose per ora vanno bene così. Il cambiamento deve essere un processo naturale, le cose devono modificarsi con il corso del tempo.in ogni caso, abbiamo una formula fissa per quanto riguarda il nostro modus operandi: semplicemente ci incontriamo tutti insieme e scriviamo la musica a seconda di quello che ci piace. E non abbiamo la minima intenzione di cambiare. Non stiamo ancora pensando a un nuovo album, è troppo presto. Ci aspetta un lungo tour che approderà negli Stati Uniti e toccherà vari paesi europei. Torneremo in Italia per altre tre date, vi terremo aggiornati. Eugenia Durante 10 11

7 Xabier Iriondo Un urlo stridente e prolungato L Irrintzi di Xabier Iriondo mette a nudo, per la prima volta, l operato del chitarrista italo-basco. Tra rock e sperimentazione, un viaggio nella weltannschaung del criptico musicista testo: Stefano Pifferi L intelligenza applicata ai suoni ed al silenzio. Questa la definizione di musica che Xabier Iriondo affidava ad una intervista di una decina di anni fa. E di intelligenza applicata a suono e silenzio (ma non solo, questa volta) ce n è in abbondanza in Irrintzi, il primo lavoro lungo a suo nome pubblicato dal musicista italiano. Dopo le prime avvisaglie affidate al volume conclusivo della Phonometak Series - un lato e due pezzi in completa solitudine nello split 10 condiviso con un altro personaggio interessante e già arrivato al debutto lungo, come Paolo Cantù a.k.a. Makhno - Iriondo affida ad una strepitosa edizione vinilica intitolata programmaticamente Irrintzi, la sua personale weltannschaung. Ciò a culmine di un percorso ondivago lungo un ventennio in cui il nostro ha dispensato il suo sapere chitarristico e compositivo a destra e a manca, alternandosi tra composizione e improvvisazione, rock e avanguardia e passando con nonchalance da Afterhours a Six Minute War Madness, da A Short Apnea a Tasaday, da?alos a Gianni Mimmo, da Gianni Gebbia a Stefano Giust, da Shipwreck Bag a Show. Come a dire, un bello spaccato dell ala più ardita, avventurosa e sperimentale dell underground italiano. In Irrintzi le anime che hanno contraddistinto l operato di Iriondo trovano una loro fusione. Molto rock tradizionale rivisto in chiave personale - le cover di Motorhead, Springsteen e del Lennon in solo - e altrettanta volontà di rottura, di superamento dei confini nel tentativo di riscrivere la tradizione del rock. Il tutto ammantato da una sorta di autobiografia su pentagramma in cui confluisce la storia personale del musicista italo-basco e quella collettiva del suo/nostro tempo. La sua visione ideologico-esistenziale, diremmo, se non si corresse il rischio di sembrare anacronistici. Un lavoro che è quasi impossibile non definire politico, nella sua accezione più ampia e totalizzante. Un disco che è summa definitiva dei vari input, in cui convivono poetica della resistenza - individuale prima che collettiva, come detto -, infrazione della norma (non solo musicale), coesistenza su piani sempre più ossimorici (underground vs mainstream; canzone vs destrutturazione; tradizione vs rottura della stessa), a dimostrazione di un animo mai domo. Sembra quasi volersi mettere a nudo, Iriondo. Un po come nella doppia/tripla identità messa su cover dall affascinante dipinto di Valentina Chiappini, che mostra un Iriondo uno e trino, senza presunzione o velleità da divinità di quart ordine. Quanto con la voglia di mettere sin da subito in chiaro i punti cardinali, citati sopra, attraverso i quali si svolge l intero percorso interno a Irrintzi 12 13

8 e che, a ben vedere, è rintracciabile in tutta la carriera di Iriondo. Un lavoro che rende giustizia allo spessore dell uomo prima ancora che dell artista in senso stretto; che ne fornisce alcune chiavi interpretative e ne mostra altre tutte da scoprire; che dice molto ma nello stesso tempo lascia molto al non detto; che indaga nel retroterra culturale a tutto tondo (musicale, politico, ideologico, ecc.) fornendo lo spunto per approfondire lo sguardo su uno dei personaggi più criptici del panorama italiano. Abbiamo scambiato due parole via mail con Xabier in uno dei pochi momenti di pausa tra i suoi molti impegni. Quello che segue è quanto è emerso dall intervista. Nel momento in cui rientri negli Afterhours, te ne esci col primo disco solista dopo una serie di lavori con praticamente tutta la scena italiana. Non hai mai sentito prima l esigenza di un lavoro in solo? E, se posso chiedertelo, perché proprio ora? Ho iniziato a lavorare a quello che poi e diventato Irrintzi circa cinque anni fa affinando sempre meglio l idea ed il concetto che volevo centrare: fare qualcosa che non avevo mai fatto prima, un oggetto artistico in edizione limitata contenente musica ed elementi grafici legato a me, al mio vissuto, alle mie passioni. Volevo immaginarlo concettualmente in solitudine e realizzarlo con l aiuto specifico di alcuni amici artisti che ritenevo adatti a completare il quadro (sotto il profilo grafico e sonoro). Padania e Irrintzi sono due dischi politici a mio modo di vedere, seppure ognuno a suo modo. Itziar En Semea, Gernika Eta Bermeo oltre che Gente Per Bene dicono di un profondo impegno civile, di una volontà di non dimenticare e insieme di una rivendicazione ideologica. Mi sbaglio? Padania ed Irrintzi sono due dischi politici perché danno un preciso punto di vista e non si limitano a narrare vicende più o meno comuni o comunque conosciute ai più.itziar en Semea (una folk song tradizionale basca, il cui testo è di Telesforo Monzon) narra una vicenda legata al rapporto tra una madre ed il figlio, prigioniero politico basco, torturato in carcere. Gernika eta Bermeo è il racconto dell esperienza vissuta da mio padre nei giorni successivi al bombardamento di Gernika. Gente per Bene parla di un uomo emarginato dalla società per bene.tre brani stilisticamente e musicalmente molto diversi ma con un minimo comune denominatore: per l appunto l Irrintzi, un grido che si erge sopra a tutto come denuncia e moto di sollevamento, come nel testo della title-track stessa: L irrintzi si alza nel mare / L irrintzi si alza nei monti / L irrintzi si alza nel villaggio / I bambini gridano l irrintzi / grida l irrintzi anche tu. Un doppio Iriondo, sembra suggerire la bellissima copertina: tu e il tuo alter ego, se ne hai uno, tradizione e innovazione, storia della musica e rottura, passato e futuro.. Più che un doppio, una trinità! La copertina di Valentina Chiappini rappresenta il mio viso realizzato con occhi non miei (il sinistro è di mio padre e il destro è di mio fratello). Tre Iriondo condensati in un dipinto sdoppiato nel quale b/n e colore si affrontano e si completano. Amo la storia da sempre e, naturalmente, amo la storia della mia famiglia (che racconto in questo album) con i suoi lutti e le sue trasformazioni. Amo la musica tradizionale e la decostruzione sonora, i momenti minimali ed orge timbriche che rasentano la cacofonia. Amo molte cose ed i contrari delle stesse. Ho l impressione che la rievocazione della tua tradizione lontana, delle tue origini (non solo geografiche, non solo culturali) conti come la tua naturale tendenza al superamento dei confini musicali di genere.. I generi non mi interessano come compositore e musicista, sono per quelli che si accontentano, per quelli che si fanno cullare dal dolce ron-ron delle melodie preconfezionate o dai ritmi studiati a tavolino per far muovere bassoventre e gambe. Sono invece interessato ai metalinguaggi ed alle loro tensioni. Quanta progettualità c è nei tuoi brani e quanto di improvvisazione? 50% a testa. Mi piace molto organizzare ma anche destrutturare e distruggere, sia sotto il profilo sonoro (le frequenze, l intensità, le dinamiche, etc.) sia sotto quello musicale (ritmi, melodie, armonie, arrangiamenti, etc). Trovo gioco e bellezza nel poter lavorare su un motivetto pop con un suono malato, quanto nel catturare un suono concreto nella natura o in una metropoli. Mi interessa fare rock n roll con suoni più o meno tradizionali, quanto lavorare su dei metalinguaggi che trascendono i generi. Hai partecipato, tanto per rimanere a questi ultimi mesi, anche all ultimo?alos e ai Mistaking Monks, per non parlare del resto della tua discografia. Quale è la tua idea sul panorama italiano? Il panorama musicale italiano è in movimento verso direzioni completamente diverse. Da una parte si moltiplicano e accalcano realtà di sfoggio derivativo (alcune talentuose, la maggior parte no), dall altra si approfondiscono linguaggi e metodi compositivi, con i suoni e con la parola. Il Sound Metak è stato un buon punto d osservazione? Sound Metak è stato innanzitutto un luogo d incontro. Una sorta di laboratorio nel quale si potevano incontrare cose realmente diverse ed allo stesso tempo vicine, dai 78 giri argentini originali di Carlos Gardel ai dischi della Table of the Elements e di numerose realtà indipendenti italiane ed internazionali, da cordofoni di inizio 900 a pedali auto costruiti per chitarra elettrica. E il sabato sera performances musicali gratuite (dal cantautorato al free-jazz), danza butoh, videoinstallazioni, etc. Un buon punto d osservazione perché mi ha dato la possibilità di toccare con mano quello che stava accadendo a Milano (e non solo) in ambito artistico. È ormai leggendaria la tua capacità nel creare strumenti. Ti senti più artista o artigiano? Esiste, se possibile, una differenza tra le due? Sento di poter dire che mi sento entrambe le cose. Amo inventare nuovi strumenti e sonorità ed organizzarle in modo compiuto, secondo il mio gusto. Ho molto apprezzato la scelta, ideologica e musicale, operata su Gernika. Credo condensi in maniera definitiva il messaggio, se esiste, di Irrintzi... Gernika riassume in modo minimale lo spirito ed il messaggio di Irrintzi. La tradizione, e cioè il racconto drammatico di un uomo che narra una vicenda tra le più spaventose del 900, il primo bombardamento a tappeto della storia militare. Un esperimento svolto dai nazisti, alleati di Franco, per vedere come e quanto si poteva piegare un popolo annientando (nel senso letterale del termine) un paese e la sua popolazione. L innovazione, e cioè l uso di uno strumento musicale (da me inventato) che crea una texture da profondo monocordo (bordone) dandomi allo stesso tempo la possibilità di intervenire sulla sintesi timbrica attraverso il fuzz e l oscillatore montati sullo strumento stesso

9 Umberto Maria Giardini Evoluzione naturale Un intervista telefonica con Umberto Maria Giardini che alla fine si è inaspettatamente rivelata una piccola esclusiva testo: Fabrizio Zampighi Non una rivoluzione dal punto di vista musicale bensì la necessità fisiologica di chiudere con la vita passata: il passaggio da Moltheni a Umberto Maria Giardini è figlio dell esigenza di districarsi da una ragnatela di incontri, automatismi promozionali e insofferenze personali talmente vincolanti da risultare dannose. Una cesura che serve più al diretto interessato che ad un ascoltatore che comunque si ritroverà facilmente ne La dieta dell imperatrice, ennesima tappa di un percorso musicale ora più che mai disilluso e poco in armonia con le dinamiche della discografia di casa nostra. Un intervista a tutto campo quella che segue, in cui si è cercato di comprendere l artista, almeno quanto l uomo. Tra le note stampa del disco si legge La nascita di UMG è, in buona parte, da attribuire ai miei fan e a tutto l affetto che mi hanno dimostrato in questi tre anni di lontananza. Moltheni era giunto al capolinea, per quello che aveva rappresentato per me e per gli altri, per la sua integrità morale e la sua etica, per la sua visione artistica. In cosa credi il progetto Moltheni fosse al capolinea in termini di visione artistica e cosa intendi per integrità morale ed etica legata a quel progetto? Considero il progetto Moltheni concluso dal punto di vista strettamente artistico per il semplice fatto che tutto quello che potevo esprimere in quella fase l ho espresso. E un fatto legato non solo al prendere la chitarra e scrivere, ma anche a un giro di persone, a un circolo vizioso, in cui uno entra automaticamente con il passare del tempo. Dal punto di vista dell integrità etica e morale, credo che fosse diventata una situazione insopportabile da parte mia. L avere a che fare con le agenzie di booking, le etichette discografiche, i miei collaboratori di allora, i promoter, i giornalisti non è mai stato facile per me. Io ho una visione della vita e del lavoro estremamente diversa da quella di tutti i personaggi di cui, volente o nolente, mi sono circondato durante il ciclo Moltheni. Ad un certo punto era diventato determinante staccarmi da tutto ciò e resettare me stesso, per poter respirare, recuperare benzina e ripropormi con un progetto nuovo. Pineda è stata la prima esperienza e poi è venuto Umberto Maria Giardini. Quindi il cambio è legato a fattori musicali ma anche ad elementi autobiografici? Si, sicuramente. In più tutto quello che di negativo si era attaccato al progetto Moltheni, alla fine si è riflesso anche sulla vena artistica. Non ero stimolato a scrivere più nulla, perchè sapevo che scrivere qualcosa di nuovo, oltre alla gioia dei fan, avrebbe portato anche a tutto quello che gira attorno a un progetto: la pre-produzione, l uscita del disco, il tour, le interviste con i giornalisti, l avere a che fare con un agenzia di booking e via dicendo. Tutti elementi che in realtà mi hanno molto stancato e mi stancano tutt ora, tant è che la chiacchierata che faccio con te è una sorta di esclusiva, dal momento che non rilascio più interviste telefoniche. Ripartendo da zero, cerco di affrontare tutto questo in maniera diversa. Un reset che fai, pur trovandoti comunque ad avere a che fare col mondo della discografia... In linea di massima si, anche se c è da considerare che la discografia è ormai alla frutta e questo gioca decisamen

10 te a mio favore. Mi sento molto più rilassato ora, senza il problema di dover vendere dischi visto che i dischi, ormai, non si vendono più. In realtà sto cercando di reimpostare questo nuovo ciclo in una maniera un po più moderna, tranquilla, con tutte le conseguenze del caso. Nel nuovo disco ci sono molti riferimenti alla tua recentissima esperienza con i Pineda ma l impianto di base dei brani mi pare sempre fortemente riconoscibile e legato in qualche maniera al tuo passato. E un ragionamento corretto il mio? In generale non sbagli, anche se credo che la tua considerazione non sia completa. E sottinteso come ci sia ancora qualcosa di Moltheni - ed è un fatto di cui forse ci si rende conto più dall esterno che dall interno - come del resto anche un piccolo accenno a quella libertà artistica che mi ha consentito di portare a termine il progetto Pineda (nella pratica, i riferimenti alla psichedelia o a certo progressive). E anche vero però che ci sono semplicemente io, il mio modo di cantare, le esperienze che ho vissuto negli ultimi anni e che mi hanno comunque fatto evolvere. E cambiato anche il metodo che utilizzi per scrivere i brani? In realtà no. E vero che ho abbandonato quella chitarra acustica che era un po il marchio di fabbrica del progetto Moltheni e quindi ho dovuto un po riadattare le mie abitudini ai suoni elettrici, ma il processo di scrittura non è cambiato di molto. Trovo il titolo del tuo nuovo lavoro molto evocativo. Chi è l imperatrice? C è un idea generale alla base del disco? L imperatrice è una metafora che ho usato per indicare la musica. La dieta dell imperatrice e semplicemente questo mio nuovo modo di approcciare la musica e quindi tutto quello che c è stato prima e che ci sarà poi. Il tentativo è quello di relazionarmi con questo nuovo disco - di cui vado molto fiero - tenendo però a dieta tutto quello che gira attorno al disco stesso, che poi è quello di cui parlavamo all inizio. Nella press del disco si cita Anna Calvi: cosa c entra la musicista inglese con la genesi del nuovo progetto? Trattasi di ispirazione e rinnovato entusiasmo tuo a seguito dell emergere di un profilo artistico come il suo o di un associazione più legata all estetica di alcuni brani del tuo disco (penso ad esempio a L imperatrice)? Forse né l uno né l altro. Anna mi ha stimolato da un punto di vista squisitamente artistico, tanto che è possibile rintracciare anche nel mio disco qualcuna delle sue atmosfere noir. Sicuramente in Umberto Maria Giardini c è il tentativo di suonare un rock comunque elegante, più classico rispetto a quanto si sente in giro generalmente. Hai sempre avuto un attenzione particolare per i testi delle tue canzoni. Che rapporto hai con la tradizione della canzone d autore italiana? Nessun rapporto. Lo dimostra il fatto che non ascolto molta musica italiana. Molti progetti italiani sono estremamente interessanti, altri non mi affascinano per nulla. Non mi piace l estetica di certe produzioni nostrane, considerato anche il fatto che in Italia non è che ci sia molta ricerca o cura da quel punto di vista. Inoltre mi pare che si vada avanti per categorie musicali acquisite e, nella maggior parte dei casi, tutto tenda ad essere sempre più prevedibile e scontato. Per quanto riguarda l attenzione che riservo ai testi, posso dirti che è una cosa legata al mio modo di scrivere e a cui tengo, ma che allo stesso tempo non ha niente a che vedere con i figli degli anni zero o i cantautori classici. Non mi sento parte di una tradizione, da questo punto di vista. Nell iconografia che hai proposto fino a ieri fa venivi ritratto spesso in scenari bucolici e molti dei tuoi testi fanno riferimento alla natura. Un semplice escamotage per sottolineare il tuo legame con il folk o qualcosa che ha a che fare con una filosofia personale? Entrambe le cose. In questo senso, mi sento molto vicino alle culture del nord Europa e poco alla nostra religione. Nelle culture nordiche il non essere legati in maniera particolare alla religione significa anche riconoscere nella natura una sorta di credo. In quelle zone il legame tra individuo e natura esiste ed è fortemente cercato, al di là della dimensione spirituale. E proprio una questione di approccio culturale che cambia, ad esempio, tra un norvegese e un italiano, anche perchè la natura dalle nostre parti è in qualche maniera debole, mentre al Nord è molto forte e presente. Il mio approccio verso la natura è di tipo nordico. E come se Dio per me fosse un albero o il mare o il vento o le nuvole. Mi spieghi tutta la questione delle dichiarazioni che rilasciasti sul mondo musicale italiano - indipendente e non - di qualche anno fa? Cosa ti spinse a prendere posizione? Tutto è venuto fuori in maniera molto naturale, in una chiacchierata fatta con qualche giornalista. Ho detto semplicemente quello che pensavo, che credo sia la verità che forse, molti, non hanno il coraggio di dire. Non ti nascondo che con alcune tue argomentazioni mi sono trovato d accordo, con altre meno.. E su cosa non ti sei trovato d accordo? Non ho apprezzato il fatto che tu abbia sparato a zero facendo un po di tutta l erba un fascio. Credo che come tutti gli altri mondi, anche quello musicale italiano sia ricco di contraddizioni, in mezzo a cui è importante creare dei distinguo. Del resto condivido quando dici che molta della stampa generalista spinge sempre gli stessi artisti e parte della stampa - o pseudo tale - indipendente sceglie spesso di supportare proposte musicali discutibili... E la stessa differenza di posizioni che c è tra uno che dice che la politica fa schifo tutta e uno che dice che non è giusto criticare in massa quel mondo perchè tra i politici ci sono comunque, ancora, persone valide. Personalmente capisco il tuo punto di vista, ma sono nella posizione di poter dire che mi hanno davvero tutti stancato. Come ti muoveresti se fossi un artista agli esordi nell Italia del 2012? Sono sincero, non saprei dove mettere le mani. Questo perché non esiste più niente. Non esistono etichette, i dischi non si vendono più, i promoter ti fanno suonare possibilmente gratis pensando che tu viva d aria, le agenzie di booking spesso non fanno un buon lavoro. Penso che se fossi un po più giovane, con la voglia di suonare e la consapevolezza di poter dire la mia, rinuncerei o magari cercherei di produrre materiale da inviare all estero. Come hai vissuto gli ultimi cambiamenti in termini di musica digitale, peer to peer, internet, ecc...? Tutto quello che è successo mi rende in qualche maniera contento. Questa forma di annientamento di tutte le forme di vendita legate alla musica non è un aspetto negativo e lo dico con un pizzico di ironia e rivalsa. E qualcosa che doveva accadere, soprattutto in Italia. Nel nostro Paese non c è più un soldo perché ci siamo sputtanati tutto. In Germania, in Svezia, in Inghilterra, Stati Uniti i negozi di dischi ancora vendono. Certo, a livello globale la crisi c è, questo è vero, ma nel nostro Paese, da questo punto di vista, siamo alla frutta, anche per un fatto legato alla mentalità e alle nostre abitudini. Questo in tutti i campi, non solo in ambito musicale. Le uniche cose che funzionano ancora in Italia sono il mercato del calcio, il mercato degli stupefacenti, il mercato delle mazzette, il ladrocinio dello Stato nei confronti del cittadino. Tutto quello che decade o crolla nella cultura italiana, a me va benissimo. Il mio primo ricordo di Moltheni risale ad un concerto tiratissimo che vidi davanti al palco B del Velvet Club di Rimini ai tempi del tuo secondo disco. Se dovessi fare un bilancio di ciò che hai realizzato in tutto questo tempo cosa vorresti mettere nell album dei ricordi e cosa, invece, vorresti buttare? Parlo in termini di produzione musicale ma anche a livello umano... A livello umano vorrei buttare tutte le occasioni in cui il mio fare musica è stato un po umiliato. Per questo voglio resettare e dimenticare tutto, come se Moltheni non fosse mai esistito. Pagherei oro per svegliarmi e scoprire che Moltheni non è mai esistito. Questo perchè sono stato umiliato da tutte quelle persone che credono di sapere della vita o della musica e invece non sanno nulla. Non fanno altro che star lì ad aspettare i soliti dischi senza guardarsi mai intorno. Sono ciechi. Dal punto di vista artistico, cercando di essere obiettivo, ci sono state cose che tornando indietro non rifarei o farei diversamente e cose che mi sono piaciute. Tra le cose che ti sono piaciute? In primis, I segreti del corallo ma anche l Ep prodotto in Svezia Io non sono come te. Poi ci sono alcune cose di inizio carriera e altre di fine, come Ingrediente Novus

11 Animal Collective Specchio per tempi e allodole Una band avant-psych che si ritrova al centro del regno indie. E soprattutto una lente per guardare e guardarci nell ultimo decennio Ricordate quello scrittore? Ricordate come scriveva gli articoli Lester Bangs? Alla faccia di qualsiasi regolamento e manuale di giornalismo anglosassone, partiva da un tema e puntualmente deragliava per andare al cuore della questione che aveva nasato come fondamentale. Raramente la band da cui partiva era poi fattivamente la protagonista di un suo articolo. Zero pragmatismo americano, zero rispetto delle cinque vu doppie, o meglio, il rispetto assoluto per l approfondimento - sarebbe meglio dire ragionamento - al di là della notiziabilità fine a se stessa. Esce un disco, va a un concerto, oppure, deve mettersi a parlare degli Yardbirds e finisce con l analizzare contesto e co-testo di Psychotic Reaction dei Count Five. Ma niente di personale! E soprattutto nessun criterio di preferenza, di qualità di una band rispetto all altra - ci parla di Count Five, e solo di Count Five, ma ci fa capire che Yardbirds sono dieci spanne avanti. E poi parla a noi, punto. Vi racconto le cose dove poi voi stessi vi specchierete. Continuo incessantemente a rivolgermi a voi, pubblico di lettori, perché possiate capire che sto parlando a voi, ma anche e specialmente DI voi. E lo faccio ben sapendo - dichiarandolo! - di essere uno dei migliori scrittori che gli Stati Uniti abbiano mai visto nascere e abbiano voluto allattare e crescere. Lester non si sarebbe preoccupato di parlare di Animal Collective dandone un saggio biografico o chiudendoli sotto la campana di vetro, al contrario. Li avrebbe proiettati su di voi, su di noi. Facciamo un esperimento. Prendiamo gli Animal Collective come parabola, cartina al tornasole, becco bunsen dove veder crogiolare ciò che davvero ci sta a cuore. Il che, dichiarazione di trasparenza, non sono solo gli Animal Collective. Sono gli stessi Collective a chiederci, in un certo senso, questa mossa. Di distaccarci da loro e girare la cinepresa come alla fine dei titoli di testa di Le Mepris di Godard: dopo aver guardato la camera inseguire sul carrello la preda, essa fa centottanta gradi e ci guarda dritto negli occhi. Questa è la nostra dichiarazione d interesse: nella vicenda micro di Animal Collective si legge il mondo macroindie-something e alternative-x-y. Fatta eccezione forse solo per il paesaggio ostico scatenato da Spirit They ve Vanished, quello beato e livellato di Merriweather Post Pavilion e quello oggi riprodotto da Centipede Hz sono mondi che non ci stupiscono, ma ci ammaliano. Non ci disturbano, anzi ci raccontano. E vedersi camminare come se fossimo affacciati alla finestra del secondo piano che dà sulla strada è una tentazione troppo forte. Testo: Gaspare Caliri 90 e 00: mood e collettivi Collettivi fin dal nome, a segnare un decennio che di collettività - sui generis - ha basato tantissima produzione musicale. Gli Animal Collective hanno in sostanza, secondo chi scrive, quell abilità non tanto di anticipare i tempi, 20 21

12 ma di leggerli e di tradurli in musica. Un talento vero e proprio, che in pochi hanno dimostrato di avere senza essere a tutti i costi appaganti, e di fatto lavorando senza ripetere clichè di genere, cosa che solitamente accade in questi casi. Ci hanno provato nel tempo i coevi Xiu Xiu. Per certi versi compari nella parabola di cui sopra, per i motivi che spiegheremo. Eppure Jamie Stewart non è stato in grado di difendersi dalla meccanica del déjà-vu, specie se guardandosi allo specchio. Il Collettivo ha scampato sempre questo pericolo. Fatto estremamente prezioso, se ci si muove dentro un orizzonte che non è quello dell emersione dall indie (cosa di cui si accusava il collettivo dopo il penultimo album Merriwheater Post Pavillion, oggi sconfermata da Centipede Hz), ma della ricerca e di continuità di percorso, che ora ci interessa riguardare all interno di un caleidoscopio. Gli Animal Collective sbocciano dagli 00. E quindi dal decennio forse meno leggibile da quando la musica rock è nata, come spesso si dice. Non ci sono grandi paradigmi, se non forse uno, che è la tesi che sottende il percorso che stiamo conducendo, sul trabiccolo effervescente degli AC. La tesi ha a che fare con una parola chiave. Semplicissima. Caliamo l asso: è la disinvoltura. Riprendiamo da qualche anno prima. I Novanta proponevano uno stato d animo e una predisposizione sincronizzata tra musicista e ascoltatore. Non un immedesimazione del secondo nel primo, una conduzione comunque discreta tra solipsismi. Sono generalizzazioni un po forzate, questo, lo ammettiamo, ma il nocciolo della faccenda è che dei Novanta è lecito parlare in termini di mood. Hanno offerto un appiglio a questo discorso. Gli 00 invece no. L elettronica non è più la cerebrale o alterata dei Novanta; il rock abbandona l introspettività del post. Sembra esserci un ritorno all euforia, anzi, qui sta la differenza, c è un azzeramento della disforia come termine medio, neutro, collettivizzato. In termini di consapevolezza, i Novanta hanno fatto integrare l introspezione per re-iniziare da capo. Operazione difficile e dolorosa. Il rock si è centrato nei Novanta, e ha avuto la capacità di olearsi di nuovo. Di riconoscersi nella propria leggerezza, ossia come supporto di iscrizione per una morale e per un morale da declinare a seconda delle situazioni. Detto in altri verbi, dal necessitare un umore generazionale, gli zerozero hanno tratto uno stare a vedere e a suonare, senza preconcetto. Vivere le cose senza dirle. Un fatto strano: l assenza di disforia - come reazione - porta alla mente le comunità hippie dei Sessanta; abbiamo spesso ripreso quel periodo - quell idea - come benchmark rockista per eccellenza. Lo abbiamo fatto parlando del bad trip dei Throbbing Gristle, ma anche per tutte le psichedelie e le musiche da viaggio che la valigia anglosassone della musica giovanile ha partorito negli ultimi quarantenni. Non possiamo oggi sottrarci dal parlare di quel rock collettivo che negli ultimi dieci anni è stato un forte catalizzatore di band e fortissimo punto di riferimento. La coralità, in alcune delle band più rilevanti dei Duemila, è stata fondamentale elemento estetico e programmatico. I due esempi principali, cardini del decennio, sono Akron/Family, americani, di Brooklin, e Animal Collective, made in Baltimora. Da lì il rock collettivo si è sparso un po ovunque, anche in quelle cittadine che si presentavano come supporto ideale a un idea di collettivo - oggi però del tutto o quasi scisso da valori politici e militanti - e invece improntato alla condivisione. È interessante però che il concetto di collettivo è facile da prendere e fare proprio, meno immediato da definire. Sembra avere a che fare con una via di mezzo tra uno spirito e un principio di economia di gruppo. Se pensiamo ad Akron/Family, la risposta fila via liscia. Basta sentirsi in una collettività armonica per trasmettere la cosa in musica. Con AC le cose si fanno un po più complesse. Epperò ci sembra di veder travasare, secondo il principio dei vasi comunicanti, un po di quello spirito nel walzer equilibratissimo (quindi non dovuto a desideri di prevalsa individuale) tra uscite soliste e pubblicazioni a nome Animal Collective. L equilibrio, ci sembra di poter dire, è questione altra rispetto alla scrittura dura e pura. Se la penna è troppo marcata, quel brano non finisce in un disco AC. Se non lo è, passa attraverso il filtro della pratica compositiva del combo. Sempre ancorato alla forma canzone quanto legato alla forma morbida e alla disinvoltura, riconoscibile tramite essa. Siamo certi che Lester Bangs avrebbe colto la questione, arrivando a fine articolo senza spiegare cosa intende per disinvoltura (se non nelle ultime righe), e ci avrebbe ricamato uno slangatissimo essay da aprire la testa e farla dolere. Sarebbe andato a discorrere delle strade di New York e dello spirito Berkeley-ano di Portland, dell alone collettivo di Montreal e degli occhi spalancati dell Inghilterra, che sta a guardare solo fintamente distratta. Noi parleremo del collettivo degli animali che c è in noi, del collettivo che c è in loro, del cantautoriale che si annida nelle viscere di ogni collettivo, dell individuale che sa tenere la parte propria in ogni cantautore in cui riconosciamo un appartenenza a una missione che trascende la propria penna

13 Primi passi disinvolti Siamo in pieno decennio Novanta. I futuri Animal Collective sono tutti nati alla fine degli anni Settanta. Il che vuol dire adolescenza a partire da inizio/ metà Novanta, college a fine del decennio. Se fossimo in Inghilterra, faremmo come nelle corse ai cavalli: chiederemmo se gli ascolti dei quattro vengono dagli spasmi dell elettronica di consumo e d élite o piuttosto dall acidume psichedelico made in USA di rilancio ad opera di Spacemen 3. Eppure siamo a Baltimora, Maryland - stessa patria di Beach House, termine quasi opposto nel mondo indie ma amici nella vita del combo animale. I quattro futuri Collective (nomi veri David Michael Portner, Brian Ross Weitz, Joshua Caleb Dibb e Noah Benjamin Lennox) si conoscono al liceo, e da subito concentrano la propria condivisione sull ambito musicale. Dei quattro, quello che ascolta più elettronica, e che si appassiona alla IDM europea è l ultimo, Lennox. Inizia a farsi chiamare Panda Bear, a causa dei panda che disegnava sulle copertine delle proprie autoproduzioni. Nel frattempo, i tre rimanenti iniziano a suonare insieme in una band che chiamano Automine, nella seconda metà dei 90. David Portner ha assunto il nome Avey Tare, Josh Dibb è Deakin e Brian Weitz è Geologist (studierà Scienze dell Ambiente alla Columbia, una volta a New York). Il complesso dei rapporti è già di difficile mappatura, ma lo spirito di gruppo è una barriera insuperabile dagli individualismi di ognuno dei quattro. Ci serva dire questo. Quando arriva l età del college, i due che optano per NYC (Portner e Weitz) tornano tutti i weekend a Baltimora per proseguire il percorso musicale comune. E la vita che ne consegue. Cercano un idea di sound. È quello che si specchia nella modernità. I punti di riferimento musicali si avvicinano al rock tedesco, altro tassello fondamentale della sovrapposizione rock/comune. E alla psichedelia in generale. Ma attenzione: è più bello vivere la psichedelia, piuttosto che parlarne, usa dire Avey Tare, facendo emergere un dato oggettivo del mondo Animal Collective, ossia un incredibile capacità di guardarsi e raccontarsi. Forse il migliore viaggio dentro il mondo AC è fatto leggendo le loro interviste. Come quella in cui nel 2005 si parlava di improvvisazione. Noi improvvisiamo il mood, la modalità esecutiva, non le note, sosteneva Tare. Non ci sono canovacci entro cui muoversi, ci sono le canzoni. Cioè cose scritte, note fissate una volta per tutte. Ma, grande e geniale novità che qualifica gli Animal Collective e il suono degli 00 tutti, un brano diventa triste o felice a seconda di come lo si esegue. Cosa vi ricorda questa variabilità? Evidentemente, quella degli stimolatori lisergici. Se lo stato d animo è quello giusto, l effetto sul nostro mondo percepito sarà buono, altrimenti saremo dentro il malvenuto bad trip. Tutto dipende dal sé, di certo, ma anche dal gruppo. L andirivieni tra questi due stati dell essere (soli / in compagnia e condivisione di intenti, cose e messaggi) è un gioco interessantissimo da seguire dentro l epopea dei quattro. Essa inizia con un ambiguità di fondo che resterà sempre marchio di fabbrica. Il disco primo della produzione, quello che possiamo per la prima volta legare al nome Animal Collective (fatta eccezione per l EP Paddington Band degli Automine), si chiama Panda Bear, è del 1999 e vede Panda alle prese con i famosi cori animaleschi ma soprattutto con un pensiero indietronico solista, un ossatura di synth e tastiere già di ottima fattura (Inside A Great Stadium And A Running Race). A dargli una mano c è Deakin, e il tutto viene licenziato per la Soccer Star, label nata per loro stessa iniziativa, e per questa occasione, ma soprattutto etichetta che sarebbe presto stata rinominata prima Animal e poi Paw Tracks, marchio di produzione Collective (con i side project) ma anche Excepter, Black Dice, Prince Rama, etc. Un milieu speciale ma molto assonante, aggregato attorno a un idea di sottobosco, sperimentale, rumoroso, forse un po weird, ma in costante movimento e ricerca. Passa un anno e arriva Spirit They re Gone, Spirit They ve Vanished. E a noi gli occhi. Spirit... è uno dei pochi prodotti AC a essere pre-sa. Non lo diciamo per malcelata auto-referenzialità; ha senso parlare di quel momento recuperando una storia non ancora raccontata su queste pagine, ma da lì in poi è possibile sentire l humus a partire da come abbiamo letto quei suoni quando uscirono. Gli Animal Collective, in un certo senso, sono figli di una mano sulla spalla critica per la prima volta digitale, o almeno non solo cartacea. Pitchfork, per esempio, data la sua nascita In Italia, Scaruffi a parte, le riviste musicali di critica musicale ancora oggi in piedi nascono nei primi Duemila. Non è interessante il dato in sé, ma il fatto che Animal Collective sia stato uno dei marchi più spinosi con cui confrontarsi. Con loro siamo cresciuti anche noi. Ed è uno dei motivi della boutade Bangs-iana. Spirit... (accreditato a Avey Tare & Panda Bear) è di fatto a pieno titolo dentro questo mondo di parole e html. E nel web la combinazione Tare / Bear non viene capita da subito. È precisa batteria di Panda Bear, una vera cavalcatura per lui, specie nelle scorribande docili ma a passo deciso di Alvin Row, c è una grande capacità di costruire, di far planare dei mondi che poi è difficile par atterrare per salire su un altro veivolo. E l aria che passa dal finestrino 24 25

14 fa uno strano effetto. Copre la voce di pilota e co-pilota. Entra in questo mondo la perturbazione, di una qualità non più decidibile se strumentale o produttiva. Spirit They ve Vanished è il bellissimo manifesto di questa sorta di disturbo sintetico, che viaggia su una inedita via di mezzo, ossia quella che unisce il rumore e la canzone. Freud, a questo proposito parlava di un elemento disturbante. Una sorta di rimosso che si appalesa. Ora, è interessante per noi capire mcluhanianamente una cosa diversa: l intenzione non è perturbante, lo è l estetica degli Animal Collective. Tutto viene percorso da strane linee di rumore. La canzone psichedelica viene graffiata dallo stridere degli strumenti utilizzati. Un fatto non nuovo, quello della confusione mista al trasognato. Anzi, quasi una regola per alcuni, dal free form ai Mercury Rev. Ma qui si passa a una forma diversa di scioltezza nel mescolare gli ingredienti. Il cocktail riesce a essere stremamente trasognato, psichedelico ma persino dolce, come in Chocolate Girl. E, lo ripetiamo, non è mai una questione arrangiativa, o di produzione, ma di approccio a quella macchina che è lo strumento. Ci torniamo a breve. Non prima di aver affrontato il forse ancor più strano capitolo Danse Manatee (Catsup Plate, 2001). A Panda e Avey si aggiunge Geologist (e in effetti l album è accreditato a Avey Tare, Panda Bear & Geologist) ed è forse il momento più oscuro del mondo animale, di un brusio di sfumature di nero, di una psichedelia quasi orientale, ma da viaggio dentro la terra. I brani sono ancora meno riconducibili al formato canzone degli episodi precedenti, sono bozzetti (il che non vuol dire non finiti) che si risolvono senza il bisogno di una struttura convenzionale (Ahhh Good Country). Quello che si percepisce è una concentrazione nella sperimentazione, che forse toglie leggerezza all output. Eppure si prende a piene mani il lavorio di mano più che di cervello. Gli Animal Collective sono gente che provano, fanno, e poi vedono che effetto fa. E questo spesso produce la quintessenza della psichedelia, e fa uscire un sentire fuori dal binomio euforia-disforia (The Living Toys). Questo gli consente di mantenere un grande grado di libertà, e di mantenere alta l asticella di follia della musica che producono. La cosa ricorda i Faust degli inizi, o i Neu!, ma non si tratta evidentemente di una questione musicale. Diceva André Breton: Tutto induce a credere che esista un certo punto dello spirito da cui la vita e la morte, il reale e l immaginario, il passato e il futuro, il comunicabile e l incomunicabile, l alto e il basso, cessano di essere percepiti come opposti Non esistevano opposti - patemici - nel kraut-rock, e il collettivo degli animali non è da meno. Ci sfugge questa possibilità, ossia che negli 00 ci sia stato un nuovo grado di libertà. Nessuno parla di questo, ma tutti, quando si approcciano alle tecnologie e all open source, per esempio, partono con mille ipotesi entusiaste su questi anni. E se le tecnologie, se quella disinvoltura open che oggi si fa chiamare comunità di maker avesse investito anche la musica, a partire da quei primi Duemila? Si diceva sopra di Xiu Xiu. Ad ascoltare i primi tre album della band, da Knife Play a Fabulous Muscles, sembra di percepire un evoluzione, un passo più in là nel mondo del lo-fi. Non c è approssimazione nella registrazione, nella riproduzione, non c è insomma bassa fedeltà, ma c è una metafora modellizzante, un gesto metaforizzante. La mano che infila un jack in un posto dove non sarebbe tecnicamente corretto inserirlo. Tastiere giocattolo e synth, chitarre e strumenti provenienti dall acusmatica si fondono senza il pensiero dietro del tecnico del suono, ma con la necessità, l urgenza del fare. E del confezionare camere musicali inedite. Un approccio che chiamiamo wro-fi, wrong fidelity, e che è il riflesso operativo della disinvoltura di cui prima. Effetto nell effetto, è anche un bel passo in avanti rispetto alla mitologia dello strumento, altra grande ri-conquista dei Duemila. Non che nei Novanta non ci fosse apertura nei confronti degli strumenti dell extra-rock - l ideologia del post-rock, che ha portato (loro malgrado) i Tortoise a essere tirati in mezzo alla questione, ne è dimostrazione - ma è proprio lo stressare il dopo qualcosa che conduceva a mantenere alta la magnificazione di chitarra basso batteria. Oppure, altrimenti, a scoprire nuovi strumenti e subito esserne in qualche modo vittima, per fascino passatista. Fatto sta che il laptop ha creato un grande discrimine, almeno questa è la nostra ipotesi: il portatile come tabula rasa dei pesi del tecnicismo, molto più che di quello - fisico - degli strumenti. Lo stesso Stewart dichiarava: Non usavamo di proposito quell accozzaglia di strumenti d accatto, synth e chitarra batteria basso. Era quello che potevamo permetterci, ma la cosa non è mai sembrata un ostacolo. Quella libertà era tutta già esplorata nel cosiddetto krautrock. Certo, i Can erano allievi di Stockhausen, non di certo dei novelli nell usare le tecnologie atonali. E uno come Klaus Schulze ha sicuramente condizionato la nascita di una mitologia, a sua volta, con eccezionali componimenti - per elettroniche - come Irrlicht. Eppure, dietro molte delle scelte del magma tedesco - almeno quello prima che si decidesse tu fai il motorik, io faccio il cosmico, a quell altro lasciamo il blues c era una condivisione certamente lisergica che lasciava a casa appartenenze. Non a caso, allora, si era alla periferia dell impero rock anglosassone. Però il modello della comune creava una coltura perfetta

15 E dieci anni fa? È ascoltando la lunga session psichedelica di Pride and Fight, ci passa per la testa un associazione. Il brano è tratto da Hollinndagain (St. Ives Records, 2002, poi ristampato da Paw Tracks nel 2006), testimonianza di un live dell anno prima, e viene prima della percussione violenta di Panda in Forest Gospel. C è un modo di costruire l effetto che non passa dallo strumento, ma dalla ripetizione di un beat surrettizio che potrebbe durare all infinito. L edificio finale ha sale fatte da un filo stridente di tastiera come da un twang di chitarra, da una percussività dilagante che va dall osso alla carne. Dove viene rimossa la tradizione della musica leggera USA a tutti i costi. Non è un caso che Forest Gospel sia invece un anticipazione di quella New Tribal America che tanto ci piacque quando emerse, qualche anno dopo. Ecco il punto: in Animal Collective c è la jam liberata dal canovaccio blues. E una grande band come loro sono il ponte perfetto tra chi dal blues non veniva (i tedeschi) con chi, nella melma metropolitana, ha ritrovato l Africa aldilà delle scale blue (i tribalisti). Niente male per un gruppo ai primi passi. Vale la pena di citare Avey Tare quando dice Credo che tutti i nostri dischi parlino di libertà. Finalmente il collettivo Forse a fronte di questa consapevolezza, la band si ritiene davvero tale a partire dal biennio Ristampa i primi due dischi, in doppio CD, finalmente a nome Animal Collective e finalmente anche in Europa. E nel 2003 se ne esce con Here Comes The Indian (Paw Tracks), dopo l episodio Campfire Songs (Catsup Plate) - cinque brani che rappresentano il prodotto più hippie di AC (e più ricco di chitarre acustiche), infilato nella collana prima della perla Here Comes... forse per chiudere con una concezione di collettivo legata ancora al passato. Campfire Songs non è un improvvisazione o un uscita estemporanea, come a volte la si fa passare. Ancora qualche anno dopo, Panda Bear dichiarava in un intervista quanto il passaggio da Queen in My Pictures a Doggy fosse una delle cose che riteneva meglio riuscite della loro carriera. Ecco invece l indiano: il long-playing esordio della ragione sociale Collective è invece un momento liberatorio dove si dispiegano le quattro anime del combo, finalmente vicine di casa a New York, eppure sempre in grado di mantenere percepibile la tensione tra il Maryland più pastorale e Brooklyn. Da queste parti si diceva Here Comes The Indian è elettrico e percussivo quanto il predecessore è acustico e aritmico, anche se manifesta qui e là inequivocabili segnali d aritmia, nel senso di irregolarità del battito cardiaco. E si sottolineava l aggressione acustica con cui venne accolto il disco, davvero un discrimine nel decennio, per aggregazione di elementi tribalisti, free-form, melodici (Native Belle). Incredibilmente, però, anziché essere tacciati di essere ostici, gli Animal Collective vengono masticati. Ossia, ascoltati a lungo, a più riprese. A loro viene dedicata un attenzione particolare, non è hype, non è costruita. È un nostro atteggiamento, di ascoltatori, di interpreti a parole, a essere benevolo: quello straniamento ha dato i suoi effetti. Cogliamo la purezza del combo, cogliamo quello spirito collettivo, ci accorgiamo che sta generando frutti non scontati. Sentiamo il sacro fuoco del rock psichedelico e sentiamo che questi quattro sono un tassello fondamentale del decennio. Niente che abbia a che fare con capolavori o parole spese per la magnificazione - altro tratto interessante di AC, forse non hanno mai prodotto un capolavoro inteso in questo senso, fatta eccezione forse per Spirit.. Gli Animal Collective, d altra parte, sono un modo di guardarci allo specchio, o nella cinepresa. Anche noi siamo nel momento di passaggio da una generazione all altra. Una delle band che più immeschinisce e ridimensiona la critica paranoica per cui di nuovo e buono non c è nulla da tempo, perché ha creato una porta, un accessibilità ad altre band di ancor difficile digestione, è stata una delle ultime grandi band ad avere avuto un attenzione uno punto zero. Uno dei gruppi più importanti degli ultimi lustri che si è visto concessa l attenzione di un ascoltatore ruminante. Il lungo collage di Two Sails On A Sound dà strada a chi sta dietro, nella carovana. Alza l asticella e permette agli altri di andare oltre, nella sperimentazione. Il tutto è interpretato come una foresta incantata. Ad ascoltarla oggi, l incantesimo è molto più inquietante di quanto fu accolto allora: suona molto strano leggere il punteggio che diede Pitchfork, e ancora di più tra i riferimenti veder citato Bad Moon Rising dei Sonic Youth. Eppure sembrava evidente. Dopo aver cantato attorno al fuoco, con la chitarra sotto braccio, i quattro si sono persi di notte, nel bosco, ma insieme, e si sono trovati a loro agio. L inquietudine deve maturare e diventa meditazione, per poi lasciare, ancora una volta, la noiosissima opposizione euforia / disforia. Ancora una volta, gli Animal Collective si dimostrano un collettivo di maestri nel rimuovere gli opposti. A suo modo, ciò accade anche in Sung Tongs (Fat Cat, 2004), che vive dell equilibrio tra le due penne, e le due chitarre, dei principali autori del collettivo. Sono canzoni folk psichedeliche che piombano direttamente dai Sixties. Ancora perturbate, ma abbastanza decise nell abbassare il grado di follia, la polvere da sparo psichedelica. Il disco non è il prodotto dell interazione dei quattro ma solo di Davey e Noah. A quei tempi passavano praticamente la vita insieme. In una metropoli. E ne esce il disco meno metropolitano di Animal Collective. In Sung Tongs - spiega Avey Tare - due cantautori si liberano dalla follia elettronica e riducono tutto a due voci e due chitarre. Non è molto più riflessivo dei nostri altri dischi, lasciamo semplicemente l ascoltatore immergersi nella nostra riflessione un po di più rispetto al passato perché si possono ascoltare i testi. Non ci sono strumentali. C è la melodia buona e dolce del collettivo che rinuncia all LSD per dedicarsi all erba, ci sarebbero tutte le credenziali per quel mondo hippie che ci sembrava avessero chiuso con Campfire. Basta ascoltare Winter Love per capirlo. Basta guardare il video dei quattro che la suonano per riordinare le idee. La dinamica Animal Collective è complessa. Non c è solo l andirivieni tra autori singoli e band. C è anche l ingranaggio che prevede il doppio passo formazione a due e formazione a quattro che ci permette di leggere fasi alterne. Fasi alterne È una netta presa di distanza dallo stile AC quella che guida Young Prayer di Panda Bear (Paw Tracks, 2004), il secondo album solista e il primo solitario per davvero. È, in una parola, intimo. Diceva in proposito Panda Bear, in quegli anni, quasi a tracciare il manifesto del nostro pensiero sul tema: è molto importante per noi sapere che esistono le nostre individualità aldilà della band, ma credo sia un riflesso di noi come persone, oltre che come musicisti. Tutti noi suoniamo diversi strumenti e cose, la pensiamo in maniera diversa su tanti aspetti della vita, tutti o quasi scriviamo musica anche individualmente. Mi piace avere la sensazione di poter suonare la mia musica quando lo voglio o suonare con qualcun altro che non sia dei Collective, se mi capitasse di trovare 28 29

16 un altro compagno di viaggio. Non siamo una band tradizionale in questo e mi pare sia una buona cosa. Il Collettivo degli Animali è un organismo aperto, con regole di interazione ma non vincolante. Certo, in Young Prayer suona Deakin, tutti danno una mano a tutti, se possibile, e ciò non intacca l integrità della band. Gli incroci possibili non sono limitati in partenza. La Paw Tracks inizia a pubblicare Ariel Pink. Casca a pennello la collaborazione di Noah con Scott Mou ma soprattutto Prospect Hummer, a firma AC e Vashti Bunyan, ancora una volta uscito per la Fat Cat, che ormai si tiene stretti gli Animali, finché può. È l anticamera di Feels (Fat Cat, 2005), a sua volta tinello della consacrazione (e del paradigma della collaborazione: fanno ospitate Eivynd Kang come la moglie di Avey Tare, Kristín Anna Valtýsdóttir). Ed è anche l opposto, per molti versi, di Here Comes The Indian. È il disco in cui gli Animal Collective mettono a punto delle tecniche descrivibili. Quindi, un approccio chiaro e dichiarabile, nero su bianco. Dichiarabile e dichiarato, sul forum della band, Collective Animals (ora Animals Connected) Tutte le canzoni su Feels - dice Geologist - sono accordate con un piano non accordato. Dave e io abbiamo fatto dei loop registrando Dave che suona il piano e abbiamo usato questi loop come materiale di partenza del processo di costruzione di Feels. Sono loop che non possono essere intonati, e le chitarre devono seguire quella scordatura. Dopo anni in cui abbiamo suonato, senza saperlo, con delle micro-scordature che ci venivano naturali, ora lo facciamo con consapevolezza. È quasi psichedelia premeditata. Racconta in modo eccellente lo spirito di Feels: un disco importante, ma anche essenzialmente meno capace di focalizzare quell attenzione che si sottolineava prima. L artificiosità è tangibile, i retaggi anche (il raga e Mercury Rev in Bees). Ma gli Animal Collective non hanno mai lasciato i propri brani al caso, a ben vedere. Sempre Geologist, a proposito di improvvisazione, ha idee molto chiare, e fa eco all opinione di Avey Tare, sempre di quegli anni, già riportata sopra: è una specie di fraintendimento il fatto che i nostri set siano improvvisati. La gran parte della nostra musica è scritta, composta. Al massimo, possiamo improvvisare dal vivo la transizione tra le canzoni, perché ci piace suonare come se tutto fosse un continuum. Anche canzoni come Visiting Friends, Infant Dressing Table e Two Sails hanno regole, anche se piuttosto libere rispetto alle cose più recenti, e barriere entro cui muoversi. Hanno una struttura compositiva. In alcuni casi queste canzoni più ambientali sono stanze in cui noi improvvisiamo il mood; e ci possono essere grosse differenze tra due versioni dello stesso brano con uno stato d animo diverso. [..] Capisco che alla gente faccia piacere sapere che lavoriamo sodo, o capire come lavoriamo, ma alla fine vogliamo solo che dentro le persone si accenda una miccia, quando ci ascoltano. Il confezionamento di quella miccia è questione di lavoro, e l intensità raggiungerà l apice in Merriwheater Post Pavillion. Il capitolo di mezzo è Strawberry Jam (uscito questa volta per la Domino, nel 2007), più folle del precedente album, meno dei primi, ma in qualche modo a essi collegato. Il combo è al completo, ma si sente principalmente il dialogo interno tra Avey Tare come melodista e Panda come ritmico. Forse è la prima volta in cui le due anime appaiono meno armoniche (Fireworks), pur costruendo de-costruzioni che stanno tra i punti alti della psichedelia (Cuckoo Cuckoo). Visto con gli occhi di oggi, vengono da ridimensionare le delusioni di allora. È il 2007, gli Animal Collective esistono da un lustro e hanno tutti gli occhi su di sé. Accade un fenomeno, ancora una volta più a noi che a loro. L attenzione, che è diventata pazienza, ha assunto un carattere temporale, a termine. Ossia, ha una scadenza, che sembra essere passata. Non solo. Strawberry è di settembre Ma nelle classifiche di quell anno spiccherà un altro prodotto che viene dai quattro, anzi da uno dei quattro. La vera perla dell anno del mondo del collettivo è Person Pitch (Paw Tracks, 2007), a firma Panda Bear. Person Pitch è la quintessenza della libertà creativa di marchio AC, ma è un disco solista. Comfy In Nautica sembra in tutto e per tutto un brano dei Collective. D un tratto, il lavoro sui Sessanta, sull innesto surf / pop / psych (Take Pills) appare l orizzonte a cui il collettivo ha sempre aspirato. Ma è raggiunto dal solo orsetto. Succede poi che qualche mese prima di settembre, a giugno, gli Animal Collective sono vittima di un leak internet che svela l album proprio mentre ci si sta ancora riempiendo la bocca di elogi per Panda. Il disco era stato distribuito in copie watermarked, ossia per le quali è possibile risalire al proprietario del promo che l ha diffuso. E la cosa contribuisce a rompere il giochino, anche per l EP successivo, Water Curses (Domino, 2008), di fatto una propaggine di Strawberry. Il padiglione splendente Merriwheater Post Pavilion (Domino, 2009) è la risposta. In Merriwheater c è grandiosità, c è la scienza di Animal Collective nel costruire ambientazioni, stanze con soffitti alti dove ascoltare la loro musica. Ma c è una novità: la produzione è al centro e si percepisce come tale, da cui la magniloquenza 30 31

17 dell album. Gli Animal Collective recuperano la fascinazione che il rock ha sempre visto dentro i processi produttivi del suono. Quelle stanze sono sale dei bottoni. L approccio disinvolto è diventato professionale. E se chiedete, nel 2009, a Geologist cosa hanno in comune due oggetti musicali come Merrywheater e Danse Manatee, dirà: Dipende da chi ascolta, da cosa significa per quella persona vecchio e nuovo. Quando avevo 14 anni, ascoltai Crooked Rain dei Pavement [band cardine per la formazione musicale dei quattro, come spesso dichiarano], o gli Sugar di Bob Mould, e poi decisi di comprare i primi singoli degli uni e dell altro. Sono rimasto shockato dal rumore dei primi Pavement o dalla roba prettamente hardcore dei primi Hüsker Dü. non è roba che fa per me, pensai. Ora posso vedere il collegamento tra le due fasi, ora che ho maggiore familiarità con le due band o con quello che è successo nel mezzo. Posso fare collegamenti tra elementi seminali che poi sarebbero emersi, ecc. Quello che mi auguro è che accada la stessa cosa a chi ci ascolta oggi per la prima volta, e torna indietro: che trovi significante la relazione tra oggi e allora. Ma non so se oggi si fa ancora una cosa come questa. Merriwheater basta a se stesso, e questo va detto, esce dal flusso e va a catturare chi ancora non conosceva gli Animal Collective. È il disco dell incoronamento come indie band - più pop che avant, se vogliamo (Summertime Clothes) - più importante al mondo, plausibilmente. Ed è tanto rilevante ascoltare il parere di Geologist dal momento che nel disco non compare Deakin, e per la prima volta non gli accidentali intrecci a-problematici che hanno costellato la storia dei Collective. Di fatto i brani si basano sulla sovrapposizione di layer (In the Flowers), ognuno un gradino verso l alto, un modo di condurre passo passo al cielo, mentre gli Animal Collective avevano sempre sposato l opzione psichedelica, quindi il viaggio tutto d un colpo, oppure tramite la meditazione. Fall Be Kind (sempre per la Domino, uscito a fine 2009) segue la stessa linea. E continua l alternanza album / EP della carriera Animal Collective. Non a caso qui a SA, all inizio del 2010, li si qualificava come major-indie, come termine di mezzo tra il sottobosco e il mainstream. La label è quella perfetta (Domino, appunto), il sound anche (per accessibilità figlio di Merriwheater). Da lì a Centipede Hz c è un tour infinito, Panda Bear che mette su famiglia a Lisbona, un altro album solista per Panda (Tomboy, Paw Tracks, 2011) e uno per Avey Tare (Down There, Paw Tracks, 2010), entrambi acclamati e riusciti. E poi quella creatura strana, ODDSAC, A Visual Album by Danny Perez (regista che li ha sempre inciso sul video-making della band, insieme alla sorella di Avey Tare, Abby Portner, per gli art work) and Animal Collective, che riparte da zero, ossia dall attrazione lisergica. Dall anima psych che rimuove gli opposti, e che musicalmente cerca di tenere insieme la stratificazione spettacolare con il trip delle origini. Centipede Hz è il compimento di questa sintesi. Così come nei credits di ODDSAC, anche nell ultimo album a nome Animal Collective la band è al completo, vale a dire che è tornato Deakin. È tornata anche l anima perturbante. È una reazione alla richiesta di pop venuta dopo Merriwheater? Non è accaduto questo, dice Portner. Vogliamo che la gente apprezzi Centipede Hx così come apprezzò Merriwheater. Ma aggiunge Josh Deakin Dibb: sì, ma sappiamo che queste canzoni sono più impegnative. Ascoltando Merriwheater, ci sono alcune cose che sembrano da subito eccitanti. Siamo coscienti che questo ultimo album non è così immediato, e ce lo dice il figliol prodigo. Noi non crediamo sia esattamente una questione di accessibilità. Non per un gruppo che ha creato occasioni di accessibilità per mille altre band, e che ha portato la rotta avant-psych dentro l indie-pop. È una questione di processo, di percorso. Today s Supernatural o Rosie Oh (entrambe prima sperimentate dal vivo) non sono certo meno pop di canzoni come Guys Eyes. Sono essenzialmente delle canzoni che, dal di dentro dell indie-pop, provano di nuovo ad alzare l asticella. Per una questione molto semplice: tutti in questi anni si sono dovuti confrontare con gli Animal Collective. Qualsiasi teoria deve avere a che fare con loro, nella critica. Non può prescinderne. Sono diventati un parametro. Gli Animal Collective, in questo senso, hanno superato a sinistra gli Akron/ Family, che nella dimensione collettiva, nel folk collettivo, esauriscono gran parte del discorso attorno a sé, fatta esclusione per la grandezza e il talento smisurato della band. Agli Akron/Family non si chiede più di andare avanti, ai Collective sempre e comunque. Ecco che chi ha aperto il decennio meno chiaro di sempre lo chiude facendoci rendere conto della bellezza della libertà, e di un tratto cruciale di questa applicata al rock: la disinvoltura fa saltare i paradigmi. Ne rimane in piedi solo uno: la musica è aggregazione e meditazione. Trip e condivisione. Come disse Lester Bangs a proposito del passaggio di decennio tra Settanta e Ottanta: Lately every time you turn around somebody s saying: The eighties are coming! Like at the stroke of midnite on New Year s it s all gonna be different! And [..] you tell em, Come on, you know everuthing s just gonna keep on slowly sinking

18 Mission Con il nuovo Unsound il gruppo di Boston prosegue felicemente il suo secondo tempo, iniziato dieci anni fa. Ripercorriamo il cammino di una delle band più influenti dell indie rock americano Of Burma Tra il 1979 e il 1983, i Mission Of Burma hanno contribuito a spargere i semi del rock alternativo degli anni 80 e Testo: Tommaso Iannini 90, senza raccoglierne i frutti se non nel rispetto e nella considerazione di colleghi e addetti ai lavori; erano troppo fuori dagli schemi e troppo in anticipo per essere accettati in quel momento. Ma dal 2002 si stanno prendendo lentamente la rivincita sul loro tempo e sul destino. Ora che un pubblico più ampio li riscopre come classici dell indie rock, le ristampe definitive hanno canonizzato la scarna discografia del periodo originale. Mentre loro vanno semplicemente avanti, fieri di rimettersi in gioco e di non cavalcare l onda di uno sterile revival. I Mission Of Burma erano una band atipica; la critica li apprezzava ma non c era una scena compatta alle loro spalle e non si potevano neppure inserire in un movimento. E in un epoca in cui non esisteva ancora un network underground diffuso a livello nazionale, non avevano a disposizione vere infrastrutture, ad esclusione della piccola etichetta che pubblicava i loro dischi. Non che a Boston i fermenti mancassero. La scena hardcore dimostrava un identità forte, anche se molto chiusa, ed era proprio una reazione alla new wave cittadina da cui i nostri erano nati. Sull altro versante, se l ondata punk e post-punk della capitale del Massachusetts aveva prodotto i Modern Lovers e altre band di medio e buon livello (per 34 35

19 una breve panoramica, si può ascoltare la compilation Mass Ave - The Boston Scene ), tante musiche dei loro contemporanei - il rock and roll dei Neighbourhoods, il garage rock dei Lyres o dei Del Fuegos o il power pop dei Neats - non sono termini di paragone molto adatti per il sound dei Burma (fanno forse eccezione gli Human Sexual Response). Solo nella seconda metà degli anni 80 sarebbe esploso il college rock e sarebbero saliti alla ribalta Dinosaur Jr., Throwing Muses, Pixies, Lemonheads, Buffalo Tom. Al giro di boa del decennio i Mission Of Burma non sono mai arrivati; alcune delle loro folgoranti illuminazioni sono però rifluite nell opera di Sonic Youth, Pixies, Hüsker Dü, Big Black, Dinosaur Jr, Yo La Tengo e persino REM. I nostri avevano ben chiaro che, dopo l opera di azzeramento dei codici effettuata dal punk, esisteva un nuovo spazio di azione tra l idea di una garage band e quella di un gruppo progressivo. Da qui avevano intuito molti link e possibili intersezioni tra il punk atonale e la musica d avanguardia, il noise bianco e la psichedelia, il power pop e l heavy metal, la musica melodica e gli ensemble sperimentali. Eccoli quindi unire melodia e accordi d assalto, urgenza punk e sintassi progressiva. Una chitarra dissonante e piuttosto libera rispetto alla forma blues, le textures musicali create con le distorsioni e i volumi altissimi, la svolta a livello armonico con gli stessi elementi e l idea di smontare e riassemblare a piacere la forma canzone sono uno spaccato di quanto saprà offrirci negli anni il rock alternativo americano. I MOB ne sintetizzano una formula ancora in piena epoca new wave, subodorando la pista giusta per gli anni a venire. Per Roger Miller, Clint Conley, Peter Prescott e Martin Swope potrebbe valere, su scala certamente ridotta, il celebre ragionamento di Brian Eno a proposito dei Velvet Underground: li avevano ascoltati in pochi, eppure quei pochi avevano tutti formato una band. Nel 1978 Clint Conley suonava il basso nei Moving Parts. Succede tutto nell inverno di quell anno. All uscita da un bar, Clint viene investito da un camion. Mentre è ancora convalescente, il chitarrista del gruppo fa i bagagli e parte per la California. I Moving Parts cercano un sostituto attraverso un annuncio sul giornale Real Paper, ed è allora che risponde un ragazzo di Ann Arbor, Michigan. Roger Miller si presenta un giorno in sala prove, ha la barba ed è vestito come un hippy, con i capelli lunghi e un cappotto verde bottiglia. Il tempo di sentire sullo stereo i Ramones, e scatta in una strana danza. Clint lo vede e si mette anche lui a ballare, seguendo i suoi movimenti. Tra i due è subito feeling. Roger ha studiato pianoforte e composizione, è un appassionato di free jazz, ammira John Cage e Karlheinz Stockhausen. Alla fine degli anni 60, insieme con i fratelli Laurence e Ben, ha dato vita agli Sproton Layer. L album postumo With Magnetic Fields Disrupted racconta di un complesso calato nello spirito di quei tempi, una sorta di incrocio tra dei Cream più jazzati e i primi Pink Floyd. Ha spunti interessanti e vale un ascolto anche solo per curiosità. Laurence e Ben avrebbero poi suonato nei Destroy All Monsters, storico gruppo underground di Detroit, mentre i tre fratelli Miller hanno continuato a collaborare negli anni sotto la sigla M3. Roger intanto aveva composto Max Ernst, un brano entrato nel repertorio dei Moving Parts e che sarebbe stato uno dei primi cavalli di battaglia dei Mission of Burma. Già ai tempi soffriva di quel disturbo persistente all udito con cui si trova costretto a convivere ancora oggi (l acufene), ma l annuncio in cui si cercava un musicista per una rock band che sapesse anche leggere la musica gli era sembrato troppo allettante per rinunciare. Clint Conley ha descritto l approccio dei Moving Parts come anti rock. Secondo il tastierista Erik Lindgren, il gruppo doveva unire il punk e le influenze colte come Debussy e Varèse. Il risultato era in verità un art rock che non nascondeva velleità progressive. Roger, con la sua forte personalità, crea uno squilibro nel complesso, che si scioglierà dopo qualche mese. «C era uno scontro tra i miei pezzi e quelli di Erik, e Clint stava dalla mia parte» ha raccontato Miller nel DVD Not a Photograph. Lindgren, che poi suonerà con Miller nei Birdsongs Of The Mesozoic, scriveva pezzi difficili, dominati dalle sue artificiose tastiere. Roger e Clint avrebbero preferito un taglio punk con pochi accordi suonati ad alto volume, e con una tale divergenza di vedute è chiaro che il gruppo non potesse andare avanti (si possono ascoltare i Moving Parts nell album Wrong Conclusion del 1992, testimonianza sonora della loro breve avventura). Durante una prova a gruppo ormai sciolto, Roger accenna l arpeggio iniziale della futura Einstein s Day, sicuro di fare effetto su Clint. I due decidono di continuare insieme e di formare una band più viscerale e chitarristica rispetto ai Moving Parts. Provano con diversi batteristi e la scelta cade su Peter Prescott, non prima di averlo sottoposto a ben tre audizioni (i due erano piuttosto esigenti, Miller ha raccontato di aver mandato via su due piedi un batterista bravissimo ma che non riusciva a suonare un passaggio di Max Ernst). Manca solo di decidere come chiamare la band: «Mi piaceva la parola Burma [l allora Birmania, oggi Myanmar], volevo un nome sciocco che la contenesse». Un giorno a Manhattan Clint vede sull ingresso dell ambasciata birmana una targa, nero su bianco: Mission of Burma. È il nome che cercava

20 I Mission Of Burma debuttano dal vivo in un cinema di Boston l 11 aprile Qualche mese più tardi, al gruppo si aggrega Martin Swope, il quarto uomo, l elettronico che agirà dietro le quinte nei concerti. Swope conosceva e collaborava con Roger dai tempi di Ann Arbor e abitava insieme Roger e Clint. Il suo ingresso aggiunge una nuova dimensione al suono della band. Martin non opera durante le prove ma il suo apporto in studio e dal vivo è fondamentale. Inizia con l aggiungere dei loop al brano New Disco e pian piano diventa mastermind del suono sul palco. Nella sua postazione dietro il mixer, non si limita ad aggiungere frammenti preregistrati ma li crea in diretta, armato di nastro vergine su cui registra piccole frasi per poi manipolarle e rispedirle in loop attraverso i diffusori. Se il loop non era una novità nel rock, questa tecnica di taglia e incolla dal vivo, eseguita interamente con nastri analogici, inventava in pratica degli auto-campionamenti prima che i samples spopolassero nell hip hop e in tutta la musica leggera. Il gruppo gode già di un certo sostegno in città, da parte di pubblicazioni come il Boston Rocker o della radio che aveva fatto di Peking Spring una piccola hit senza che fosse uscito un 45 giri. Il primo e unico discografico a interessarsi è però Rick Harte, proprietario di un etichetta indipendente che già vanta alcuni singoli di gruppi locali come i Neighbourhoods. La Ace Of Hearts non ha grandi mezzi né capacità distributive, ma realizza prodotti molto curati, tanto nei suoni quanto nel packaging. Una sorta di Factory in sedicesimo. Pubblicato dall etichetta di Harte, il singolo Academy Fight Song/Max Ernst è un imperfetto ma potente biglietto da visita per la band, che alla prima vera esperienza in uno studio di registrazione tradisce qualche incertezza, tale però da compromettere solo in parte il risultato finale. La prima tiratura di 7500 copie va subito esaurita, e anche se non si può parlare di un successo nazionale, il New York Rocker inserisce il 45 giri tra i primi dieci nella classifica assoluta dei singoli dell anno, un vero exploit per una band indipendente di Boston. Le prospettive di successo rimanevano in ogni caso limitate. A crescere in questi mesi è la personalità dei bostoniani. Per usare una metafora che sicuramente loro gradirebbero, la loro musica somigliava sempre più a uno di quei collage dadaisti dove più elementi, presi da contesti diversi, si incontrano e scontrano per sprigionare un senso nuovo; o a un dipinto cubista, in cui ogni oggetto è scomposto su più piani che si intersecano, allo scopo di creare figure frammentate e non euclidee. Il discorso musicale parte da un punk rock stilizzato, a cui si aggiungono una plastica componente d avanguardia e una sensibilità pop, una sinergia che proiettava i Burma ben oltre il blaterante rock intellettuale dei Moving Parts. Moby, tuttora uno dei loro più grandi fan, ha dato una descrizione piuttosto esatta della percezione che si aveva di quel sound, specialmente se rapportata al periodo: «Erano allo stesso tempo un gruppo da college esoterico e sperimentale e una garage band che ti spaccava il culo, e in più avevano questo lato melodico ed emotivo». Nel primo 45 giri, gli stili dei due autori si dimostrano complementari: Conley è più melodico, Miller predilige brani complessi. Il lato A è di Clint, pop-punk dai dissimulati accenti sixties, con un arrangiamento che lascia scie di folk rock e tarda psichedelia. Max Ernst, di Roger, è allo stesso tempo più ficcante e più cerebrale, a partire dal testo, una dissertazione sul famoso pittore dadaista e poi surrealista. È musica diretta ma tutt altro che facile, i virtuosismi sono tanti ma in qualche modo criptati, in virtù del tiro trascinante dei pezzi. In Max Ernst rimane quel breve passaggio (un po in levare, un po in battere) che da solo mandava in crisi i batteristi durante le audizioni. I Mission Of Burma hanno creato un ponte tra diverse esperienze: il rock di Detroit, la new wave dell Ohio (Pere Ubu, Devo), il pop-punk di Ramones e Buzzcocks (immaginate i Ramones formati da allievi di John Cage e Stockhausen e non andremo troppo lontani dalla realtà), il rock progressivo, Jimi Hendrix, i Beatles, i Velvet Underground, il kraut rock, i Wire, i Gang Of Four, i Pink Floyd con e senza Syd Barrett, i Roxy Music con Brian Eno, l hardcore, la musica classica contemporanea. Bisogna togliere tutti questi strati, uno dopo l altro, per arrivare a un cuore che è soprattutto concettuale: quello dei MOB è già un rock postmoderno, che sintetizza esperienze del presente e del passato (il punk, la melodia pop, il rock classico, la sperimentazione) a uso e consumo del successivo alternative rock, anticipandone la forma e l estetica. Alla fine del 1980 il gruppo organizza il suo primo tour nazionale, tra lunghe sfacchinate in aereo (l offerta di un pacchetto di voli illimitato li obbliga però a partire ogni volta da Atlanta), successi come la data a Minneapolis (dove per loro aprono gli Hüsker Dü) e fiaschi clamorosi. La musica dei Mission Of Burma dal vivo diventa più dura e aggressiva, anche se rimane sottile e complessa. Non tutti gradivano, anzi, secondo la band cinque persone su sei erano infastidite dal loro stile; d altro canto, il pubblico dell hardcore li trattava più o meno alla stregua di fighette new wave, mentre chi era abituato al rock più convenzionale era disorientato dalla musica e da tutto 38 39

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