VOLABO Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Bologna

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1 VOLABO Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Bologna TRADIZIONE vs INNOVAZIONE Qual è la via per risolvere i problemi della società del nuovo millennio? Bologna, 6 giugno 2011 Trascrizione dell audio e editing del dibattito pubblico

2 APERTURA DEI LAVORI Pier Luigi Stefani Presidente di VOLABO Centro di Servizi di Volontariato della provincia di Bologna Grazie per aver risposto al nostro appello ed essere intervenuti a questo incontro/scontro tra innovazione e tradizione. L idea si inserisce nelle iniziative del Centro Servizi del Volontariato della Provincia di Bologna che ha voluto cogliere, nella crisi di risorse che incombe sul Sociale, un opportunità per riprendere temi forse discussi ma mai risolti. Un opportunità per indicare percorsi di cambiamento. Primo spunto: il seminario del novembre 2010 qualcheduno di loro era presente e ricorda il tema era Può il Volontariato svolgere attività commerciale prevalente?. Allora c era il Professor Zamagni, in esso il tema dell Impresa sociale ha ricevuto vari stimoli. Emergeva, ad esempio, come la Cooperazione sociale che si intende oggi Impresa sociale ma mi pare che si debba discuterne avesse perso la sua grande forza propulsiva abbandonando la sua originaria dimensione produttiva ed essendosi via via vincolata alle risorse dell Amministrazione Pubblica, con conseguente crisi profonda legata alla diminuzione delle risorse stesse. Secondo spunto: il seminario del 12 aprile, dal tema Partecipazione e Associazionismo, la presenza della Società Civile nella definizione delle politiche del benessere comune, nel quale si paventava il timore che, di fronte alla crisi economica, il volontario potesse assumere un ruolo di supplenza e, nella sua funzione importante di parte integrante dell Impresa sociale, contaminarsi e perdere la sua originaria missione verso gli altri e quindi nella gratuità, che rimane una sua peculiarità. Oggi, giochiamo una carta che vuole superare il rischio di ogni convegno, quello di fermarsi a definizioni teoriche. La funzione del Centro di Servizi di informare e formare si unisce ad altri organismi che, per storia e missione fondativa, si aprono alla sperimentazione e toccano molti punti, dal Volontariato all Impresa sociale come l Antoniano di Bologna - ma sarà poi Fratello Alessandro Caspoli che anche nelle conclusioni potrà dire le sue opinioni, quindi anche confutare questa mia affermazione -, e al confronto con il Terzo Settore in Europa come Euclid network. E lo fanno chiedendo agli speakers di varie esperienze e localizzazione, che permettano di indicare come nella loro storia, sperimentazione e confronto vi siano elementi di forza in un momento di crisi come l attuale. Di più abbiamo voluto giocare una carta che speriamo sia condivisa ed apprezzata. Visto che

3 l inesorabilità del tempo gioca spesso un ruolo che sbilancia quello dell ascolto a confronto della proposta e intervento, abbiamo voluto dividere le tre sessioni lo vedete appunto nell invito richiedendo per ognuna di esse la vostra partecipazione attiva. Quindi oggi è un incontro: pochi o tanti che siamo, l importante è che tutti partecipiamo al discorso di questa giornata. Io credo, Fratello Alessandro, che la clessidra stia già portando la sabbia dall alto verso il basso in modo molto ampio e allora consentitemi di abbandonare, quindi, ogni formalismo, evitando una presentazione che avete già in cartella e che ognuno farà di sé, limitandomi a dire però questo: primo, a ringraziare tutti molto calorosamente per il contributo alla riuscita di questa giornata, secondo, dandovi fin d ora appuntamento per i primi di ottobre. Questo è un impegno che dobbiamo tenere, sempre pubblico, proprio come dicevo prima, perché un convegno non rimanga nella teoria, perché insieme dobbiamo trarre qualche conclusione su un tema che credo sia importante per qualsiasi situazione, cioè quello della valutazione, cioè la verifica dei risultati, dell azione che sul Sociale ogni organismo svolge. Fondamentale cioè domandarsi se le azioni poste in campo, l utilizzo delle azioni poste in campo, l utilizzo delle risorse e i percorsi intrapresi, nonostante tutto, abbiano prodotto frutti ed inciso sulla realtà del territorio. Il nostro territorio, si parla sempre di territorio, si parla e lo vedremo di Piani di Zona e tutto il resto. Bene, quello che stiamo facendo porta dei frutti, dà dei risultati, abbiamo qualche riscontro? C è qualche possibilità di fare dei passi in avanti o ci fermiamo semplicemente alle enunciazioni di principio, a cui, credo, siamo un pochino troppo abituati, qualche volta assuefatti? Credo, invece, occorra anche svegliarsi. Buona giornata a tutti. Grazie, non pretendevo l applauso. Ma il mio compito come momento, così di ricevimento è invitare Alfredo Biondi, giornalista del Sole 24 ore che condurrà le tre sessioni e i primi due speakers che sono Alberto Masetti Zannini, che è il fondatore di The Hub di Milano (è qui in prima fila) e Paolo Pezzana che è il Presidente di FIO- PSD che è la Federazione Italiana degli Organismi per le Persone senza Fissa Dimora. Quindi a loro la prima sessione e incominciamo. Bene, ben arrivati.

4 PRIMA PARTE IMPRESA SOCIALE L imprenditore sociale è una contraddizione in termini per chi opera nel Terzo Settore o la soluzione per la sua rinascita? - Giornalista de Il Sole 24 Ore Grazie. Grazie al Presidente Stefani. Grazie. Io mi chiamo non il più illustre Alfredo Biondi sono un giornalista de Il Sole 24 ORE e mi occupo dell Emilia-Romagna e delle Marche. Episodicamente mi occupo di questi argomenti però ho accettato, diciamo, con gran piacere e con grande curiosità il compito di moderare questa giornata di riflessione, di lavori sull Impresa sociale. Il titolo Tradizione VS Innovazione. Quale è la via per risolvere i problemi della società nel nuovo millennio. Parliamo di Impresa sociale io mi sono un po documentato. Impresa sociale: parliamo di un qualcosa di tutt altro che irrilevante, anzi, un qualcosa di cui forse, nel futuro, nei prossimi mesi, nei prossimi anni si parlerà tanto. Guardo ai numeri, parliamo di una galassia da circa soggetti che fanno Impresa sociale, in tutta Italia dipendenti, il 3,1% del settore Privato. E tra l altro, un dato che mi ha molto incuriosito è il fatto che secondo i dati elaborati da Unioncamere, sulla base del rapporto Excelsior, a fine 2010, il saldo occupazionale nel campo delle Imprese sociali è stato positivo per l 1%, a fronte di un -1,5% negli altri settori. Un altra nota caratteristica, che mi ha molto incuriosito rispetto a questo settore questo settore che, non sto io ad insegnarvelo ma, insomma, da cinque anni, dal Decreto legislativo del 2006, se non vado errato doveva essere il 155, è un settore in cui c è una forte domanda di lavoro con profilo elevato, nel corso del 2010, si è registrato più o meno un 30% di assunzioni high skill contro il 23% della media nazionale e un 22% dei laureati. Quindi, stiamo parlando di un settore assolutamente importante, di un settore che può essere importante in termini di innovazione anche del mercato del lavoro. Di questo ne parliamo con i nostri ospiti e su questo voglio stimolarli. Alberto Masetti Zannini che è il fondatore di The Hub e Paolo Pezzana, appunto, che è il Presidente della Federazione Italiana degli Organismi per le Persone senza Dimora, dal quale parto e a cui faccio questa domanda, molto semplice anche perché è il titolo di questa prima sessione: l Imprenditore sociale è una contraddizione

5 in termini per chi opera nel Terzo Settore o una soluzione per la sua rinascita? Paolo Pezzana - Presidente di FIO-PSD Fondazione Italiana Organizzazioni per le Persone senza Fissa Dimora Grazie. Buongiorno a tutti, anzitutto. Siamo a Bologna, io sono da lunga data un fan di Guccini, quindi non posso che cominciare con una citazione del buon Francesco che è questa Bisogna saper scegliere i tempi, non arrivarci per contrarietà, si dice in Eskimo, ad un cero punto. Cosa intendo dire? Che le prime volte che ho sentito formulare questa domanda, nella quale sostanzialmente si poneva una dialettica tra Impresa sociale e impresa profit, erano periodi nei quali mi cominciavo ad affacciare al lavoro sociale come operatore ed erano periodi datati circa vent anni fa, diciotto e qualche cosa Mi ha quindi colpito ricevere come sollecitazione questo tema. Non perché abbia pensato son o ancora lì a porsi questa domanda? Ma perché, riflettendoci sopra, mi sono davvero reso conto che, oggi nuovamente, torna a porsi con forza questo vincolo. Allora io rispondo subito dicendo che non solo non c è contraddizione fra questi due temi ma molto probabilmente, già vent anni fa quando il nostro settore si proponeva di introdurre questi due aspetti - poi dopo ha fatto una serie di disastri ma credo che lo vedremo su questo punto -, in termini culturali, andava a porre qualche cosa che il mondo business molto probabilmente allora non voleva ascoltare ma sta riprendendo a considerare adesso. E chiamo in mio aiuto a supportare questo argomento niente popò di meno che uno dei grandi guru del business contemporaneo che è Michael Porter, docente ad Harvard, uno dei fondatori dell Harvard Business Rewiev, una delle persone che hanno creato - venti, trent anni fa - alcuni dei concetti che hanno poi monopolizzato il campo del business, quello di catena di valore, quello di valore competitivo, etc. Porter - a gennaio di quest anno sull Harvard Business Review, appunto - ha pubblicato un articolo nel quale tesse l elogio di quello che lui chiama shared value, il valore condiviso, e va a dire che il capitalismo oggi, e quindi il mondo business, in generale - Porter può essere accusato di qualunque cosa fuorché di anticapitalismo, siamo chiari, però - soffre di una enorme crisi di legittimazione. Crisi di legittimazione che gli viene dall aver spremuto troppo a lungo una serie di meccanismi tra i quali quello della ricerca del profitto a breve termine, dello sfruttamento delle risorse ambientali e che ha generato, con l epifenomeno evidente a tutti della crisi, una condizione di assoluta non sostenibilità per questo mondo. E va a dire: dov è che dobbiamo cercare, noi imprese del mondo

6 profit, oggi la chiave per tentare di mantenere ancora sostenibile questa costruzione comune del profitto che, siamo convinti, è uno dei modi attraverso i quali si fa evolvere la società? In un meccanismo di condivisione del valore. In un meccanismo cioè che mentre va a produrre business tiene conto anche del valore delle comunità, tiene conto della sostenibilità delle risorse, tiene conto della necessità di produrre un valore che non vada solo nel breve termine agli azionisti ma che possa anche, nel medio e lungo termine, essere condiviso con l ambiente intorno al quale quell impresa si è strutturata, costruita e ha fatto le sue fortune. A maggior ragione se si tratta di un impresa multinazionale, cioè di un impresa che è sganciata dal contesto della politica locale e opera in maniera trasversale su più confini e quindi affronta diverse la realtà. Bè - mi sono detto leggendo questo articolo - non è forse questa una delle vocazioni originarie che il cosiddetto Terzo Settore, in Italia ma non solo, è andata sviluppando nel corso degli anni? Non ci sono forse qui alcune delle intuizioni che, da più di vent anni, Associazioni ed Organizzazioni come le nostre vanno portando avanti? Certo, partiamo da posizioni diverse, da orientamenti diversi, da obiettivi anche differenti. Io mi occupo di persone senza dimora, ho l obiettivo dell inclusione sociale di persone che non sono in grado di pagare, quindi il mondo business apparentemente è molto distante da questa realtà ma invece, si scopre, se si va in profondità, che ci sono notevoli punti di connessione. Ed allora, se c è arrivato Porter mi viene da dire oggi questo tema si ripropone ai nostri occhi in maniera davvero forte e davvero significativa. Quindi vale davvero la pena di entrarci dentro e di affrontarlo con rinnovato slancio. Grazie. Masetti Zannini, fondatore di The Hub che è, come dire, una sorta di incubatore, dicevamo prima. È un incubatore per Imprese sociali, quindi, come dire, dovrebbe essere l ultima frontiera dell innovazione in questo settore. Ma, allora, l Impresa sociale come va considerata? Un evoluzione del Terzo Settore? Una degenerazione? Qualcosa di completamente nuovo, da accompagnare come? Alberto Masetti Zannini Fondatore di The Hub Milano Innanzitutto, buongiorno a tutti quanti. Prima di rispondere alla tua domanda devo dire che stiamo cominciando malissimo perché sono completamente d accordo

7 con quello che ha detto lui e non ci sarà cercheremo di fare un dibatto ma purtroppo partiamo da posizioni che mi sembrano essere molto simili. Cercherò di mettervi uno contro l altro! Alberto Masetti Zannini Sì, sì, semina zizzania. Rispetto all evoluzione dell Impresa sociale, io parto da una posizione che viene dall estero. Quindi già mi distinguo, per certi versi, rispetto al dibattito che è in corso in questi giorni, in questi anni in Italia sul concetto di Impresa sociale e prendo uno sguardo più ampio, uno sguardo globale. Quello che stiamo osservando da dove noi siamo, quindi da osservatòri che sono dislocati su varie parti del mondo dall India agli Stati Uniti, all Inghilterra, al Sud Africa è che sta avanzando un movimento globale che si chiama Social Intrapartnership, di Imprenditoria sociale. Le caratteristiche di questo movimento globale che ha dei campioni, ha delle figure chiave che stanno promuovendo questo tipo nuovo di fare impresa e di fare il Sociale, hanno i nomi celebri di Muhammad Yunus, Jacqueline Novogratz, fondatori del Microcredito, etc. Però poi si traducono e si declinano nei contesti nazionali in maniera molto diversa tra di loro. Quello che è in interessante, rispetto a questo movimento globale, è che sta attraendo, al suo interno, una generazione di persone giovani che forse, vent anni fa, uscendo dalle grandi università economi del mondo, dal MIT, da Harvard, da Oxford, etc. dalla Bocconi in Italia pensava che la naturale conseguenza del loro percorso formativo sarebbe stata diventare un imprenditore tout court o andare a lavorare in banca e in finanza. Questo era, diciamo, lo spettro che noi abbiamo visto, negli ultimi venti o trent anni, di questa particolare generazione di talenti. Oggi, la cosa interessante è che da queste università stanno uscendo dei ragazzi e delle ragazze il cui sogno non è di andare a lavorare in banca ma il cui sogno è salvare il mondo e quindi entrare dentro il filone del Sociale tradizionale ma con un approccio e una mentalità molto diversa. Un approccio da imprenditori e provenienti da business schools molto forti. Questo è quello di cui stiamo parlando noi quando parliamo del movimento globale della Social Intrapartnership e quindi una caratterizzazione, innanzitutto, generazionale e psicologica - che è un po diversa da quella che ha caratterizzato, se vogliamo, il

8 Sociale finora. E secondo, prende in considerazione, secondo me, un aspetto più comunicativo, per certi versi, ma anche però fondamentalmente d ispirazione che queste persone vedono in questo determinato settore. Non stanno entrando nel Sociale semplicemente perché vogliono aiutare le persone che hanno più bisogno in determinati campi. Entrano perché è un settore cool, entrano perché è un settore, improvvisamente, dove c è un riconoscimento pubblico da parte dei media, da parte delle Istituzioni che è molto diverso da quello che invece è stato il settore Sociale fino ad ora. Che ha ricevuto, ovviamente, riconoscimenti ma di natura molto diversa. Stiamo guardando fondamentalmente all emergere di una generazione di celebrities all interno del mondo del Sociale. E questo è un fenomeno strano, diverso da quello a cui siamo abituati qui in Italia. Tornando quindi al contesto italiano, quello che noi abbiamo portato a Milano inizialmente è un centro che voglia promuovere questo nuovo tipo di Imprenditoria sociale, però radicandosi ovviamente nella tradizione italiana che come Paolo, giustamente, diceva ha una storia molto lunga e importante, a partire da quella di Adriano Olivetti e di un certo modello di sviluppo economico basato su un impresa che è calata sui territori, è calata nelle comunità in cui opera. Quindi su quello ci troviamo completamente d accordo. Ecco quindi, dicevamo, se ne parla da vent anni. È una domanda che si poteva porre già vent anni fa. Ma allora io dico questo: non è che da vent anni a questa parte, come dire, il contesto è rimasto abbastanza chiuso? Oggi se ne parla, inizia a diventare cool, però il contesto è rimasto abbastanza chiuso. La colpa di chi è se non degli operatori che in questi vent anni hanno operato in questo settore? Paolo Pezzana Io non ho problemi a prendermi colpe anche perché rappresento una generazioni - come è stato detto - tra le ultime ad essere entrate in questa cosa quindi ho alle spalle altre persone. Io penso che l Impresa sociale in Italia sconti diversi deficit e abbia diverse responsabilità. Ed una su tutte sento di citarne - però devo fare un distinguo per non essere frainteso perché altrimenti vado contro le cose più profonde in cui credo. Allora, la responsabilità principale che io attribuisco all Impresa sociale è quella di aver strutturato la propria mentalità imprenditoriale

9 essenzialmente sulle commesse di tipo pubblico. Cioè di aver strutturato il proprio essere Impresa in dipendenza da scelte che venivano dall Ente pubblico. Ora però, qui sta il distinguo, io ci tengo a dire che non solo non sono contro il Pubblico, ma sono uno e non siamo più tantissimi, oggi, mi rendo conto, in Italia che ritiene che certe cose le debba fare il Pubblico, non solo perché è giusto ma anche perché il Pubblico le può e le sa fare meglio. E tra queste ci sono tutti gli interventi che hanno una vocazione universalistica, cioè che sono tesi a garantire i diritti fondamentali delle persone. Occupandomi di persone senza dimora, guardo con parecchia tensione a modelli come quello, ad esempio, nord americano dove il Pubblico si occupa di un assistenza residuale, diciamo, compassionevole e dove è lasciato alle grandi Charity private lo sviluppare dei sistemi di assistenza. Perché? Perché ci sono città dove una persona homeless trova degli eccellenti sistemi di servizi (che noi non ci sogniamo neanche lontanamente) ma ci sono altre città - e sono la maggioranza negli USA - nelle quali questi sistemi non esistono e quindi all homeless non resta che rimanere lì gravitando intorno a poche risorse o muoversi andando ad affollare ulteriormente la popolazione in queste città. Quindi lungi da me il criticare l intervento pubblico che - lo ribadisco e ci tengo ad essere chiaro - è fondamentale. Però nel momento in cui l Impresa sociale - e qui parlo dell Impresa Sociale nel senso teorizzato dal Network IRIS, dallo stesso Professor Borzaga, quindi comunque nel senso che è stato posto anche alla base di svariate legislazioni, non solo quella italiana ma anche europee - nel momento in cui l Impresa sociale si sviluppa un modello di business che non ha al suo interno una tensione primaria verso l intercettare la domanda che viene direttamente dal cittadino e vive la sua funzione di rappresentanza in maniera riflessa cioè, noi tutti che siamo in sala probabilmente ci ricordiamo come sono nate le prime Imprese sociali, in forma cooperativa, in Italia; erano rappresentanti del territorio, di interessi del territorio con una forte base motivazionale di soggetti volontari che, facendo maturare la loro esperienza volontaria, cominciavano anche a crearsi un lavoro attraverso questa strada (io anche ho cominciato così) e a fare poi impresa seppure su minimi Forse allora abbiamo pensato che questa spinta motivazionale fosse talmente forte da, in qualche modo, esimerci dal doverla tradurre anche in strumenti di planning, di business plan, di capacità di marketing, di comunicazione, tali da intercettare la domanda esterna. Quando questa spinta motivazionale con la - passatemi il termine - seconda generazione (ma sono passati cinque/sei anni, non venticinque dagli avvii di queste società) è venuta meno, ci si è ritrovati senza l una e senza l altra. E quindi,

10 sostanzialmente, a diventare dei grandi cacciatori di commesse pubbliche. In questo senso è venuta meno quella funzione di antenne che ci permette di intercettare cosa succede nel territorio, si sono affinate moltissimo le capacità di lobbing, di advocacy, di pressioni molto corporative verso il decisore di turno e non si è affinata la capacità di rendersi conto che quelli che stavamo costruendo erano dei prodotti. E che come tali potevano essere allettanti non soltanto per il quasi mercato pubblico ma anche proprio per il mercato a domanda privata. Cioè, diciamo, che la tutela dei diritti in questo senso ha fatto per noi un po da alibi: perché è vero che l abbiamo continuata a perseguire e che per noi resta la mission fondamentale ma nel momento in cui si pensa che questa tutela debba essere per forza mediata dall acquisto di servizi da parte del provider pubblico ci si taglia da sé via tutta una serie di opzioni che invece sono quelle sulle quali, credo, oggi, ci sia la possibilità di ricreare impresa. Se devo identificare una colpa delle colpe, citerei questa. Vorrei sentire il tuo punto di vista su questo. Cioè, le nuove leve di questo settore possono rimproverare qualcosa a chi finora ha operato in questo settore, una sorta di chiusura prima di tutto? E poi, qual è il punto di vista delle nuove leve, appunto, sulla dipendenza dei ricavi dal settore Pubblico? Alberto Masetti Zannini Di nuovo, purtroppo, sono completamente d accordo con Paolo. C è una constatazione per chi entra, diciamo, nel mercato del lavoro venticinque anni, finita l università - e guarda alle opzioni che sono davanti a lui o a lei, e la realtà è che i settori in questo momento sono ancora marcatamente distinti tra di loro. O entri in una carriera nel non profit, o entri in una carriera nel settore privato corporativo o entri nel Pubblico. Questa distinzione è ancora abbastanza marcata. Quello che si può osservare è che cominciano a crearsi delle zone grigie tra questi tre settori ed è lì che, secondo me in risposta alla tua domanda bisogna cominciare a lavorare per superare quella forma di dipendenza che si è venuta ad instaurare soprattutto tra Terzo Settore e settore Pubblico. Questa dipendenza, da un lato, non ha favorito l operato, secondo me, di molte Organizzazioni del Terzo Settore. Chi entra dentro il Sociale, per esempio nell ambito della Cooperazione internazionale, si rende conto che

11 le ONG - Organizzazioni Non Governative operanti in paesi come l Africa o l Asia o l America Latina, sono sessant anni che sono lì a operare e, per molti versi - soprattutto se guardiamo all Africa Subsahariana - stanno peggio di come stavano prima. Allora ci dobbiamo domandare come mai noi abbiamo fatto sessant anni di cooperazione non governativa attraverso organizzazione non profit - che per la maggior parte dipendevano da finanziamenti pubblici o da agenzie come USAID o il Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito o per finanziamenti di grosse entità sovranazionali come l Unione Europea - e il risultato è che l impatto sul territorio non c è stato o non è stato sostenibile. Questo tipo di osservazione, secondo me, ha fatto sì che molte persone abbiamo incominciato ad imputare al Terzo Settore un fallimento di un certo operare nel Sociale. Ovviamente, se guardiamo di nuovo al settore della cooperazione internazionale, ci sono molte colpe che vanno ben oltre quelle del Terzo Settore e quelle del settore Non profit Non governativo, però, sicuramente, c è un aspetto molto importante che è quello di aver creato, in determinati contesti, una logica di dipendenza invece che una logica imprenditoriale di guardare i problemi e agire a livello di individuo per cambiare. Quindi di aver non incentivato l emergere di quelli che noi potremmo definire Imprenditori sociali sul territorio. Ed è su questo che bisogna, secondo me, cominciare a lavorare. Rispetto a questo, l Imprenditoria sociale apre, invece, una serie di opportunità perché guarda a quell altro attore - che è il settore Privato - che rispetto ai cittadini (visti spesso come consumatori all interno di una dinamica di mercato: comprano prodotti, comprano servizi) è riuscito a raggiungere in maniera più capillare tutto il territorio e tutte le persone che ci abitano. Di nuovo un esempio che viene dall Africa - che è molto interessante - il sistema della distribuzione della Coca-Cola in Africa è il più capillare di qualunque sistema di distribuzione e di trasporto. Nessun settore Pubblico in Africa e nessuna Organizzazione del Terzo Settore ha creato un sistema di trasporto così efficiente. La Coca-Cola: ovvio, che in Africa la gente non ha bisogno di Coca-Cola però il risultato è che lì abbiamo qualche cosa su cui costruire a livello di trasporto e di logistica che nessun altro è riuscito a fare. Allora, la domanda che ci dobbiamo porre è Come riusciamo a sfruttare un determinato approccio che è riuscito a metter in piedi il settore Privato però togliendo da questo l aspetto invece della massimizzazione del profitto che è quello che, in un certo senso, ha rovinato la reputazione del settore Privato. E lì entriamo, ovviamente, in un discorso che è più ampio e più complesso su quello che è il ruolo del profitto all interno di una Impresa sociale. Ma, sicuramente, quello che cerchiamo di promuovere è che bisogna pensare subito, nel momento in cui

12 si entra dentro un settore Sociale, a quelle che sono le dinamiche di relazione col mercato, quindi la vendita di prodotti e di servizi che permettono l attivazione di una diffusione di valore, come diceva prima Paolo. Quindi, a questo punto, il Volontariato può trasformarsi in un Impresa sociale senza perdere la sua missione di servizio? Paolo Pezzana Che bel punto che è questo No, rispondo seccamente, no. E mi spiego. Oggi, purtroppo, quando in Italia usiamo la parola Volontariato menzioniamo, evochiamo, come dire, un entità multiforme, a volte addirittura proteiforme, ma, poi alla fine, stringi stringi, arriviamo a parlare delle Organizzazioni di Volontariato, ossia delle Organizzazioni strutturate secondo i criteri della legge italiana sul Volontariato - che è una buona legge, va rivista, va adeguata, tutto quello che volete Noi non dobbiamo pensare che le Organizzazioni di Volontariato debbano evolvere in senso imprenditoriale, da questo punto di vista, che non vuol dire che non debbano avere al loro interno delle professionalità, che non vuol dire che non debbano avere delle capacità gestionali, perché le capacità gestionali fanno parte del principio costituzionale di esercizio responsabile di un attività, di qualunque attività essa sia. Cioè, io mi aspetto, da questo punto di vista, che capacità gestionali ed imprenditive le abbiano anche i decisori pubblici, non soltanto quelli privati, perché altrimenti ricadremmo nell irresponsabilità. Ma la missione dell Organizzazione di Volontariato è una missione ben precisa ed è quella di mettersi al fianco di una serie di altre realtà, portando il valore aggiunto della gratuità, portando una testimonianza che è quella di chi fa del tempo una risorsa che si può - passatemi il termine - addirittura sprecare, quel tempo che nella logica della massimizzazione del profitto è diventato il maggiore fattore di spinta, lo shorterismo, come si dice con un neologismo abbastanza brutto. Le imprese quotate devono rendere i loro risultati a quarti, quindi ogni tre mesi, spingono per avere i loro risultati in tre mesi. Io che mi occupo di reinclusione sociale di persone svantaggiate (lo faccio da Volontario perché di mestiere poi faccio anche un altra cosa) in tre mesi ci vuole tutta che riesca ad agganciare una persona senza fissa dimora e a convincerla a fidarsi di me, a rivolgermi la parola, non soltanto per

13 prendere il panino che gli porto ma per cominciare una relazione d aiuto. Io ho bisogno di tempi molto più lunghi. Il Volontariato inserisce dentro il meccanismo questo tipo di realtà. Che cos è che può fare di nuovo, con forza, oggi il Volontariato rispetto all Impresa sociale? La funzione di motore motivazionale. Allora, io sogno una nuova stagione di Imprenditoria sociale, guardo anche con interesse alla loro esperienza. Ma non nel senso di tante nuove imprese che nascono e usano quell etichetta, solo perché è cool (mi interessa molto questo aspetto che non avevo ancora sentito citare ed è interessante) ma proprio perché si ricreerebbe tutto un nuovo movimento di persone che sono attente ai beni comuni, che sono attente a una certa serie di dimensioni che sembravamo aver dimenticato che riprendono a fare da motore motivazionale per la nascita di imprese, che una volta che scelgono una attività di impresa si collocano in un modello che è quello di tipo imprenditivo ed imprenditoriale. Per cui io non farei confusione tra il Volontariato come profilo organizzativo - che non può, e non deve, evolvere in impresa in quanto tale - e il Volontariato, invece, come spinta, come attitudine - che però è una forma di cittadinanza in realtà, è un modo per interpretare la cittadinanza, un modo per lottare e combattere per i diritti che sono di tutti - che invece può e deve riprendere a fare da spinta e da motore per la creazione di nuove imprese in questo senso. Quindi manteniamo questa dicotomia? Alberto Masetti Zannini Sono, in linea di principio, d accordo con te. Nella realtà però noi stiamo vedendo una crisi nel Volontariato, soprattutto la fascia dei ragazzi, dei teenagers e poi dei ventenni e dei trentenni, non fa più volontariato. Allora, partendo quindi da un osservazione puramente pragmatica, quello che ci dobbiamo domandare è E una generazione più egoista?. E una generazione a cui è stato spiegato che fondamentalmente il mondo del Volontariato e il mondo del lavoro, il mondo del diventare un attore economico sostenibile, un domani, sono incompatibili e devi fare una scelta. E questo è quello che a me preoccupa. Ovviamente, la strada si è aperta in due e molti di questi ragazzi hanno detto Bè, io non posso permettermi di passare la vita a fare il volontario, io devo trovare un lavoro. E su quello si concentra invece

14 questo ragazzo. È interessante che c è un Impresa sociale che è partita dagli Stati Uniti - adesso è presente anche in Francia e, se non vado errato, anche in Inghilterra - che si chiama Rock Corps che è riuscita ad invertire il processo di declino del Volontariato negli Stati Uniti e in Francia perché ha creato un sistema di incentivi completamente diverso per i ragazzi. Ha detto loro: se voi andate a fare volontariato in Organizzazioni del Terzo Settore - e io concordo, il Volontariato è fondamentale soprattutto per mantenere vivo il capitale sociale di una società vincete biglietti per andare ai concerti rock. L osservazione era molto semplice: ai ragazzi piace la musica, magari gli potrebbe piacere fare del Volontariato ma da solo come incentivo non basta, creiamo un incentivo in più. Il risultato è stato molto interessante: non solamente migliaia e migliaia di ragazzi negli Stati Uniti e in Francia sono entrati giovanissimi nel mondo del Volontariato ma, quello che è più interessante, è che una volta raccolto il biglietto per il concerto a cui volevano andare - un biglietto che conquistano dopo aver raccolto i punti, proprio usano una metodologia che è molto facile da capire per tutti quanti noi che abbiamo fatto i punti nel supermercato, etc. - una volta raccolto questo biglietto il 70% di questi ragazzi continua un percorso di Volontariato anche se non c è più l incentivo del concerto. Perché, improvvisamente, hanno scoperto qualcosa di diverso: il valore del Volontariato in quanto tale. C è voluto un Imprenditore sociale, c è voluto un modello di Impresa sociale sostenibile perché Rock Corps è un impresa for profit - non è una Cooperativa sociale, non è un Associazione, è un impresa for profit - per innescare questo meccanismo. Ed è questo che, secondo me, interessa di più, come riusciamo ad invertire dei processi che, invece, in questo momento, sono dicotomici. E a questo punto - ci ho messo un po - vi ho messo uno contro l altro. Nel senso, a questo punto, è l impresa che contamina il Sociale o viceversa? Questa è una cosa importante per tener conto della tendenza e degli spazi in cui in questo settore ci si può muovere, anche i giovani si possono muovere. Paolo Pezzana Questo intervento mi sollecita due riflessioni. Una - che condividerei con l amico Pier Luigi Stefani, poi dopo, e con gli altri - nel senso che, di fatto, mi verrebbe da dire

15 che potrebbero essere convertiti in Impresa Sociale in questo senso i Centri di Servizi al Volontariato, la butto lì E vediamo come reagiscono gli amici di Bologna e magari estendiamo la riflessione. È vero che ci vuole, da questo punto di vista, una motivazione di quel tipo e una organizzazione di quel tipo per ottenere determinati risultati. Io, nella mia esperienza personale, ho vissuto alcune storie non sempre lineari con operazioni cosiddette di Corporate Social Responsibility, Responsabilità Sociale d Impresa nel settore dell homelessness. Ricordo una grande multinazionale che ci propose di partecipare all operazione Piatto pieno, che era un modo per associare all acquisto di un detersivo per piatti un finanziamento a mense che si occupavano di poveri. Io impiegai cinque mesi di dibattito molto intenso - i soci di Bologna mi votarono tutti contro, in quell occasione - per cercare di condividere coi soci l opportunità di fare questa cosa. Si decise di partecipare, come federazione (con il voto del Presidente che conta doppio, unica volta che è stata utilizzata questa prerogativa statutaria del Presidente, in dieci anni che sono tale), salvo poi, nel momento in cui ci siamo messi con l ufficio comunicazione di Unilever - diciamolo pure - a strutturare questa operazione, rendermi conto che dentro non c era nulla di quello che, a parole, nelle brochure e nei proclami voleva essere, davvero, il senso dell iniziativa che io mi ero speso coi miei. Allora perché ho fatto questo esempio? Perché quando l impresa contamina il Sociale - per dirla nei termini della domanda - possono accadere delle buone cose. Quello che però, secondo me, è necessario - e per questo un approccio generazionale, oggi, può un po aiutare a rompere qualche schema - è un minimo di onestà e di trasparenza di fondo. Cioè, le cose diciamocele subito. A me, l articolo di Porter - che citavo all inizio - ha colpito molto perché veniva da lui. Perché questi ragionamenti per me erano pane quotidiano ma il fatto che venissero da lui, che invitasse le aziende a dire mettiamole sul tavolo e vediamo che cosa succede, mi stimola. E chiudo riprendendo, nuovamente, le parole di Porter. Porter - nell articolo che citavo all inizio - parla della necessità di creare un ecosistema di mercato social friendly, sostanzialmente. Quindi di creare degli ecosistemi, delle realtà nelle quali, Profit, Non profit, Pubblico, Community level (quindi servizi di comunità e Organizzazioni), singoli cittadini trovano delle modalità virtuose di interagire che permettono la riproduzione di questo sistema, concetto mutuato da Allora la contaminazione in un ecosistema non può che essere multilivello, cioè non c è solo uno che contamina l altro. Cioè io sono disponibile ad ammettere che noi dell Impresa sociale, del Terzo Settore non siamo i buoni. Lo dico tranquillamente. Facciamola finita con questa cosa. Non siamo necessariamente i buoni. Nella storia

16 italiana recente abbiamo fatto, in questo senso, qualche buona prassi, forse superiore alle buone prassi che altri hanno fatto. Ma mi mantengo a livello delle pratiche, lasciamo giudicare i fatti. Guardo avanti, cioè troviamo il modo in cui questi pezzi si possono connettere in maniera significativa. E allora, forse, forme di impresa come quella che viene citata poc anzi possono essere utili per reinnescare dinamiche che noi magari per blocchi, ideali, cose di questo genere Vengo dal Servizio Civile come obiettore di coscienza: era un iter, era quasi un curriculum, se eri maschio, per arrivare a fare determinate robe. Oggi non è più così. Per certi versi mi dispiace, per certi versi per fortuna, vediamo e capiamo come si possono reinnestare queste dinamiche. Lascerei la parola al pubblico, per fare delle domande, per stimolare degli interventi su questi punti. C è qualcuno che ha delle curiosità da chiedere agli intervenuti? Altrimenti parli ora o taccia per sempre! Ecco, la signora, rialzi la mano, per favore, così arriva il microfono. Intervento dal pubblico Dunque, ho sentito attentamente le vostre esposizioni. In questa contemporaneità in cui ci sono dei profondi cambiamenti nella società, credo che dal Volontariato parta una scintilla importante che, dal basso, assaggia le problematiche delle varie cose di cui si occupa, delle persone. Quindi il Volontariato è una svolta importante perché dalla tradizione, dove si era però anche un po inglobato in un sistema, direi, un po vecchio e fermo, ha bisogno di profonde modifiche. Ma queste modifiche devono avere le radici di quello che è il passato, perché è giusto: non si può far un impresa dal Volontariato. Ma deve partire dalla persona, dalla dignità dei diritti calpestati in queste forme civili, per cui è necessario che resti libero, indipendente, perché da qui scaturisce una nuova energia e una linfa vitale per la nostra società di oggi. È già bello perché le persone, ormai, sono tutte assoggettate ad un sistema di disinteresse generalizzato. E la forma è questa: prevale l arroganza della politica e dei poteri forti, quindi è giusto che il piccolo cittadino abbia la sua forza e la sua dignità e non c è che una strada, quella di mantenerlo libero dal fatto di farne un impresa. È chiaro che il Volontariato va seguito in modo intelligente da questi gruppi, tipo

17 VOLABO, e in altre città altre Associazioni o altri gruppi, che generano un impegno verso il volontario che va lì e attinge delle risorse di vario tipo e anche con i suoi dipendenti - questi vanno retribuiti, giustamente, perché lavorano nell ambito come in qualunque ufficio - però da lì questo volontario può prendere le sue energie, capire certe cose, conoscere le regole che sono anche abbastanza difficili, perché a momenti per tenere un Associazione ci vuole un assicurazione, ci vogliono tante cose. Le grandi Associazioni sono preparate ma le piccole, quelle nuove, che si impegnano nei diritti contemporanei devono avere questo supporto intelligente e utile. Però, per il resto, credo che il passato possa essere utile per la sua forza di scaturire dal basso l impegno civico, gratuito. Grazie. Farei rispondere - anche se non è una domanda ma è una considerazione che richiama molto il ruolo del futuro in questo settore - Alberto, su questo. Alberto Masetti Zannini L osservazione della Signora mi ha fatto pensare - in realtà, poi, si lega a quello che diceva prima Paolo. al radicamento nelle comunità di questo tipo di Imprese sociali. E quello che è interessante, secondo me, rispetto a quello che si sta verificando, diciamo, negli ultimi cinque o dieci anni, in Italia quantomeno e forse un po di più all estero, è l avvento di quelle che noi definiamo le Società delle reti. È l ingresso nel nostro mondo di Internet. E questa è una cosa di cui non abbiamo parlato però è importantissimo inquadrare il dibattito attuale sull Imprenditoria sociale, secondo me, in un processo parallelo che si sta verificando, dove si sta riformando il concetto di community, dove si sta riformando il concetto di comunità. Finora si è sempre pensato che la Comunità fosse il territorio che ci circonda, quindi una relazione molto legata allo spazio fisico di comunità. Conta quello che succede nel mio villaggio, nel mio paese, nella mia città, al massimo nel mio Stato. Quindi c è una relazione molto stretta tra l aspetto geografico di locazione e il problema sociale che si vuole trattare. Oggi le cose stanno un po cambiando. Da un lato, ci sono delle forze che vanno ben al di là del radicamento sociale sul territorio, che stanno cambiando le dinamiche del problema. Primo tra tutti, il cambiamento climatico. Se noi guardiamo

18 un problema come il cambiamento climatico ci rendiamo conto che agire sul luogo specifico può avere zero impatto. Perché? Perché, fondamentalmente, le particelle di carbonio circolano nell atmosfera quindi quello che sta succedendo anche dall altra parte del globo ha un impatto su di me e quindi l azione deve essere molto più collettiva. Intendiamo adesso come comunità non solamente più la nostra città ma improvvisamente la comunità è il pianeta terra. E questo dà, soprattutto ad una nuova generazione di Imprenditori sociali, una prospettiva ben diversa rispetto a quella che è stata la prospettiva di comunità finora. L altro è - come accennavo prima - l avvento della società delle reti: il fatto che attraverso Internet le persone trovino una maniera diversa di formulare la loro comunità che, a volte, è una comunità transnazionale ed è una comunità slegata dal territorio fisico specifico. E quindi si vedono formare delle reti internazionali, di attivisti, di persone che stanno lottando e stanno facendo interventi di Volontariato - se parliamo di Volontariato nel momento in cui delle persone si impegnano gratuitamente verso una causa - che però operano in un settore che non è sul proprio territorio. E questo è un tipo di Volontariato che, in questo momento, noi non riusciamo a catturare con le strutture attuali e che sta cambiando le dinamiche di partecipazione. Quindi io non credo da un certo punto di vista sono d accordissimo con quello che diceva la Signora: Bisogna operare a livello della comunità. La domanda è Quale comunità?. Questa secondo me è la vera domanda. A voi. Chi dei due? Intervento dal pubblico Filippo. Io ho operato per un po in Italia. E fare l Imprenditore sociale in Italia è estremamente difficile. Oggi io sto a Londra e riconosco che ci sia un abisso. Lo descriverei in termini un po folkloristici ma quando si dice Sono un Imprenditore sociale, ti guardano come dire Oh, poverino, sei un po sfigato. Non hai un lavoro serio. Se lo dici a Londra: Cool!. Cioè, voi siete la nuova generazione. Come mai l Italia L Italia ha preso un altra strada, l Italia non capisce? Gli Imprenditori sociali sono un po sfigati? Che cosa succede? Come mai in Italia questa cultura non penetra? E non è solo l Inghilterra, perché oggi lo vediamo in Francia, in Germania. La Commissione europea ha delle politiche molto interessanti sulle Imprese Sociali. In

19 Italia questo non succede, come mai? Prego. Paolo Pezzana Verrebbe voglia di mettere la seconda parte della citazione di Guccini che utilizzavo all inizio. Bisogna saper scegliere i tempi non arrivarci per contrarietà, tu giri oggi con le tette al vento, io ci giravo già vent anni fa. Era la seconda parte della frase Una domanda effettivamente mi interpella spesso. Io credo che, da questo punto di vista, rispetto a determinate dinamiche internazionali il nostro Paese sia un paese in ritardo. Cioè che sconta una serie di condizioni culturali tali per le quali prima di fidarci di quello che altrove viene abbracciato. Anche io ho lavorato parecchio in giro per l Europa e ho seguito, in parte, il dibattito sull Impresa sociale alla Commissione europea come consulente quindi ho avuto modo di vedere realtà che non avevano mai sentito parlare di Impresa sociale, penso in questo momento, ad esempio, all Estonia, alla Lituania, abbracciare questo concetto abbastanza rapidamente, senza particolari problemi. È vero che dietro c era una sorta di tabula rasa, ma non era così rasa. Perché, in realtà, le prime reazioni a cui ho assistito a un dibattito, ad esempio, in Estonia, su questo tema, erano molto di diffidenza perché il termine Impresa sociale ricordava il collettivismo bolscevico e quindi faceva assolutamente paura. Dicevano Cosa vogliono fare questi, poi Bruxelles che ci viene a riproporre quello!?! era una roba che non funzionava tanto. Quindi alla fine una volta che si sono fidati e hanno capito quale era il modello, significative reti sono partite. Io del ritardo italiano - se lo possiamo chiamare ritardo - mi limito a prendere atto. Credo che il problema sia rinforzare, invece, gli elementi positivi che possono portare a fidarsi di questo. Quando cinque anni fa il numero totale degli impiegati del Terzo Settore ha superato quelli del settore del Credito io mi sono detto Ma perché non ne parla nessuno?. Voglio dire, c è più gente che lavora nel Terzo Settore di quelli che lavorano in banca. Ma noi abbiamo ancora un immaginario dove bisogna andare a lavorare in banca per fare qualcosa. C è un coacervo di responsabilità, da quelle comunicative a quelle legate alla nostra capacità di rappresentare effettivamente quello che facciamo. E di nuovo, io temo che la dipendenza dal settore Pubblico, in questo senso, un po risenta.

20 Io ho studiato un po, anni fa, la nascita dei sistemi di offerta di servizi in alcune città, tra le quali Genova che è la città dalla quale provengo. Metà dei Service provider genovesi, afferenti al cosiddetto Terzo Settore, sono nati per iniziativa dell Ente pubblico che, in qualche modo, ne ha promosso e supportato l organizzazione. Intervistati, alcuni di quei fondatori, dissero molto tranquillamente Noi volevamo entrare in Comune. Siamo riusciti ad entrare in Comune e il Comune ci ha fatto nascere come Impresa sociale e da lì siamo andati avanti. Capisci bene che se inizi a fare l Imprenditore sociale come comunale frustrato diventa complicato poi portare avanti. Se, invece, lo fai perché è una scelta vocazionale che viene portata avanti, allora credo - e mi fermo qui, d accordo con lui di nuovo - che il passaggio generazionale, da questo punto di vista sia importante. Se però i giovani trovano, solo, nelle Imprese sociali ormai storiche, le Cooperative nate trent anni fa, la possibilità di esprimersi - e non in una nuova onda di soggetti che nascono rischiamo di rimanere prigionieri di questo. Brevemente Alberto Masetti Zannini Sono assolutamente d accordo. Io aggiungerei due considerazioni sulla peculiarità italiana. La prima è: l italiano è avverso al rischio, diciamo, culturalmente. E l Impresa è un rischio. Bisogna mettere la testa, bisogna giocare un po, bisogna essere propensi al rischio (scusate) se si vuole cercare di fare qualcosa di nuovo all interno di un sistema. E questo rischio parte dalle famiglie. Nella famiglia italiana tipica i genitori non dicono al ragazzo Sì, vai fai partire un impresa, fai una startup, ti dicono No, per carità. Vai a trovare il lavoro sicuro. Questo è un elemento. L altro elemento è legato, invece, al mondo dei capitali. Chi controlla i capitali? Perché, ovviamente, per far partire un impresa bisogna metterci dei soldi. Allora chi questi soldi li ha ma non ha la forza, non ha l interesse a prendere determinati rischi, fondamentalmente crea un mercato che è monco. Perché se non ha le risorse per partire, ovviamente, non ce la farà a partire. Quindi, secondo me, c è un problema legato all atteggiamento verso il rischio. L altro è un atteggiamento legato al concetto di fallimento. È interessante che nella Silicon Valley americana i grossi Venture

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