RASSEGNA STAMPA venerdì 16 maggio 2014

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1 RASSEGNA STAMPA venerdì 16 maggio 2014 ESTERI INTERNI LEGALITA DEMOCRATICA RAZZISMO E IMMIGRAZIONE SOCIETA BENI COMUNI/AMBIENTE INFORMAZIONE CULTURA E SCUOLA INTERESSE ASSOCIAZIONE ECONOMIA E LAVORO CORRIERE DELLA SERA LA REPUBBLICA LA STAMPA IL SOLE 24 ORE IL MESSAGGERO IL MANIFESTO L UNITÀ AVVENIRE IL FATTO REDATTORE SOCIALE PANORAMA L ESPRESSO VITA LEFT IL SALVAGENTE INTERNAZIONALE

2 L ARCI SUI MEDIA Da Redattore Sociale del 14/05/14 Riforma terzo settore, l'arci: "Un avvio positivo" Il presidente, Paolo Beni, giudica positivamente le linee guida di riforma del terzo settore annunciate dal Presidente del Consiglio. Posto l accento su servizio civile e potenziamento del 5 per mille ROMA - "Un buon inizio, grazie anche alla scelta del governo di utilizzare l esperienza maturata in questo campo di un gruppo di parlamentari che provengono dal mondo del terzo settore". Lo ha detto Paolo Beni, presidente dell'arci. Commentando le linee guida del Presidente del Consiglio, Beni fissa i punti su cui lavorerà il Parlamento nelle prossime settimane. "Importante per la sostenibilità delle attività delle associazioni è poi l impegno ad ampliare la fiscalità di vantaggio e il potenziamento del 5 per mille. Come pure molto positiva è la volontà di rilanciare il servizio civile volontario, che dovrebbe coinvolgere fino a 100 mila giovani. Infine va sottolineato come la semplificazione normativa si accompagni alla conferma dei valori peculiari del non profit: la sussidiarietà, l economia sociale, un modello di welfare universalistico e inclusivo, la dimensione democratica e partecipativa delle formazioni sociali". Riscontrando nel terzo settore un "attore importante per reagire alla crisi economica, sociale e culturale del paese, protagonista in molti casi della tenuta del welfare pubblico, volano di sviluppo e di nuova occupazione", il presidente dell'arci considera necessaria, vista l'evoluzione degli ultimi anni, una revisione del quadro normativo di riferimento degli enti non profit. L'obbiettivo è tutelarne autonomia e trasparenza, nonché incentivarne l azione con idonei strumenti di sostegno. Da Vita.it del 15/05/14 Boschi: ecco come è nata la Riforma del Terzo settore di Riccardo Bonacina Il Ministro per le Riforme Costituzionali che è stata alla regia della bozza di legge quadro sul Terzo Settore dice a Vita: «I tempi stretti non mi hanno spaventato perchè per noi che il Terzo settore sia il primo era convinzione da anni. Poi il Gruppo di lavoro è stato eccezionale. Ora aspettiamo il contributo via mail dei volontari» Matteo Renzi, che l ha voluta al governo in un ruolo delicatissimo, essere motore e presidio di uno degli obiettivi fondamentali del suo mandato, quello delle Riforme istituzionali e all attuazione del programma, l ha soprannominata la prima della classe. Di certo lei, Maria Elena Boschi, trentatreenne di Montevarchi alla sua prima legislatura, laureata con lode in giurisprudenza e un master in diritto societario, lo sta ripagando con una tenacia, capacità di lavoro, precisione e competenza che i parlamentari e anche gli italiani stanno imparando a conoscere. E lo fa senza troppe paure o timidezze, si tratti di affrontare i vecchi marpioni delle aule parlamentari, o le scaltrezze nascoste nelle virgole degli emendamenti, o ancora l assommarsi d impegni che pié veloce, Matteo gli affibbia quasi quotidianamente. Tra questi impegni anche quello della Legge di Riforma del Terzo 2

3 settore che Maria Elena Boschi ha appreso lo scorso 12 aprile a Lucca al Festival del Volontariato ascoltando in prima fila Matteo Renzi che annunciava, guardandola e chiamandola in causa, che entro un mese esatto il Governo avrebbe sottoposto alla pubblica discussione una bozza. Con queste parole: «Credo si debba andare verso la ridefinizione di cos'è Terzo settore e di tutte le misure che occorrono al suo sviluppo deve andare in una legge ad hoc. Legge che non può che avere il percorso del disegni di legge delega, a mio avviso. Che tenga dentro anche tutte le questioni normative su cui tante volte abbiamo discusso rispetto al Codice Civile e alla valutazione che noi dobbiamo avere della struttura dell'associazionismo. Che tenga dentro le equiparazioni della detraibilità dei partiti politici con le associazioni di volontariato. Vorrei sfidarvi in questo modo: noi siamo pronti nell'arco di un mese, coi ministri competenti, ad andare in Consiglio dei Ministri e approvare uno schema di disegno di legge delega. Senza però fare tavoli. I tavoli li fanno i mobilieri. Noi facciamo uno scambio di documenti via mail. Organizzatevi dei luoghi di dibattito e di confronto e restituiteci le vostre opinioni in un percorso open. Si fa il testo, noi lo offriamo alla vostra attenzione e lo correggiamo insieme. Poi si va in Parlamento e si cerca di correre tutti insieme per scrivere una pagina nuova». Non è difficile immaginare che, chiamata di fronte a una platea foltissima di oltre tremila volontari ad un nuovo impegno, a Maria Elena Boschi sia venuto un mezzo colpo. È così? Beh, quando parlando ai volontari ha annunciato «entro un mese (comprensivo di 25 aprile e 1 maggio ndr) il Governo prende l impegno di proporre un riordino complessivo del Terzo settore», mi sono detta, ecco un altro impegno tosto e ambizioso visto i tempi abbastanza stretti anche in considerazione dei molti altri fronti aperti dalle Riforme istituzionali a tutto il resto, ma nello stesso tempo ho detto, sarà dura ma ce la faremo. Sono stata chiamata in causa non solo perché presente all evento, ma anche per la delega che mi è stata affidata sull attuazione del programma. Nonostante i tempi stretti c è stato subito un pensiero che mi ha dato coraggio: mi sono ricordata che quello che poteva apparire uno slogan Primo settore non più Terzo con le sue ragioni e argomentazioni era presente nel programma di Renzi sin dalla campagna nelle primarie del 2012 e poi, naturalmente anche in quelle dell anno successivo. Insomma, quello del Terzo settore come risorsa del Paese, e voi di Vita ben lo sapete, è un tema su cui Renzi e tanti di noi hanno la testa da anni. Quindi l impegno che Renzi ha preso il 12 aprile è di fatto un impegno che noi avevamo preso ben prima e che una volta al Governo abbiamo ribadito e rispettato. Da quel momento in poi come è proceduto il lavoro? Dopo Lucca io mi sono limitata ad un azione di impulso, promuovendo un incontro per dare avvio ai lavori e poi al coordinamento di un gruppo di lavoro in cui sono stati coinvolti innanzitutto il ministero del Lavoro e del Welfare, in particolare Luigi Bobba che è il sottosegretario che ha la delega sul Terzo settore e poi alcuni parlamentari del Pd e della maggioranza che da anni lavorano prima come cittadini e poi come parlamentari sui temi del Terzo settore. Invitati a lavorare si sono messi con entusiasmo e generosità ad approfondire i temi ed è partito uno scambio di documenti e opinioni. Insomma si è trattato di un Gruppo preparato e prontissimo su questo tema di cui hanno fatto parte Edoardo Patriarca, Paolo Beni, Stefano Lepri, Bruno Molea, Andrea Olivero, Federico Gelli, Francesca Bonomo, Davide Faraone. Inoltre nei mesi precedenti, come Partito democratico (in particolare Faraone che in segreteria nazionale si occupa del terzo settore), erano stati organizzati degli incontri con i rappresentanti del Terzo settore e le associazioni per condividere alcuni aspetti delle idee che poi abbiamo messo in campo. C è stata comunque una indubbia velocità grazie anche a internet, che ci ha permesso un confronto anche a distanza, e al lavoro dei miei collaboratori al Ministero. C era soprattutto 3

4 la volontà di arrivare ad un punto nei tempi promessi per dimostrare che per noi il Terzo settore è davvero un tema serio e concreto e una priorità e il modo migliore di dimostrarlo era intanto rispettare la scadenza del 12 maggio. Ora ci sono 30 giorni per la discussione via mail e nelle forme che le organizzazioni riterranno più opportuno darsi e un indirizzo a cui far pervenire le osservazioni e le richieste ()... Trattandosi poi di un tema delicato e che coinvolge tantissimi soggetti, oltre 300 mila realtà, circa un milione di addetti, quasi 5 milioni di volontari, abbiamo deciso di lasciare la proposta online per una sua discussione. Una proposta che però individua quelli che per noi sono gli obiettivi di una Riforma quadro avendo specificato delle proposte, forse persino troppo dettagliate e certamente non generiche, cercando anche di restituire l anima e la filosofia che ispirano le nostre proposte. Chi opera in questo settore, ma anche il cittadino volontario di una associazione magari periferica, può adesso inviarci le sue osservazioni o proposte aggiuntive, o ancora le sue critiche e il suo dissenso. Alla fine di questo mese di consultazione e di dialogo avremo poi 15 giorni per stendere il testo della Riforma e dell atto normativo che, come annunciato, sarà portato al Consiglio dei ministri il prossimo 27 giugno. Sarà una legge proposta dal Ministero del lavoro e del Welfare e in che forma, legge delega? Io continuerò a dare una mano come coordinamento anche per le mie deleghe che prevedono anche i Rapporti con il Parlamento e quindi la necessità di seguirne poi l iter parlamentare, ma certamente l iniziativa sarà seguita dal ministero competente che non ha caso si chiama ministero del Lavoro e del Welfare. Noi, come abbiamo scritto, crediamo che la crescita del Terzo settore avrà ricadute molto positive anche sull occupazione e non a caso viene riconosciuta nelle proposte una certa centralità alla riforma dell impresa sociale. Per rendere concrete queste proposte certamente si prevede un disegno di legge delega, poi, alla fine del lavoro di questo mese, vedremo se ci sarà qualcosa da anticipare con un decreto. Vedremo. Da Repubblica.it del 15/05/14 "Liberiamo l'europa dal razzismo": le richieste ai candidati da "L'Italia sono anch'io" Arci, Cgil e Libera hanno presentato il manifesto in 10 punti che la campagna L'Italia sono anch'io ha sottoposto alle forze politiche, ai rappresentanti delle istituzioni, ai candidati al Parlamento europeo, esortandoli "a non usare il corpo dei migranti per meschini fini elettorali di EMANUELA STELLA ROMA - Le forze di destra che in Italia e in Europa stanno conducendo una campagna elettorale spregiudicata, agitando in modo malevolo e strumentale lo spettro dell'immigrazione e sferrano un attacco mortale alla stessa identità del nostro continente. Lo ha detto Piero Soldini, responsabile immigrazione della CGIL, presentando il manifesto in 10 punti che la campagna L'Italia sono anch'io ha sottoposto alle forze politiche, ai rappresentanti delle istituzioni, ai candidati al Parlamento europeo, esortandoli "a non 4

5 usare il corpo dei migranti per meschini fini elettorali, a non giocare con la vita di migliaia di donne, uomini e bambini per ottenere qualche voto in più, e a condannare in tutte le sue forme la propaganda elettorale che cavalca la xenofobia e il razzismo". Senza una presa di posizione delle forze antirazziste, le elezioni europee rischiano di produrre uno scenario intollerabile; eppure in questa campagna elettorale il tema dei diritti umani spicca per la sua assenza. Non comunitari il 4% di chi vive in Europa. Sono 32 milioni 900mila gli stranieri residenti in Europa; i non comunitari sono 20 milioni 700mila, il 4 per cento della popolazione complessiva (dati Eurostat). Si tratta di persone che lavorano e contribuiscono in modo sostanziale al pil dei paesi che li ospitano, ma sono in gran parte prive del diritto di voto; per loro l'acquisizione della cittadinanza è un processo difficoltoso e persino punitivo, mentre i loro figli (come accade in Italia dove vige lo ius sanguinis, in base al quale chi è figlio di stranieri "eredita" la cittadinanza dei genitori) sono stranieri pur essendo nati qui. Proprio oggi in commissione affari costituzionali è ripresa (dopo 10 mesi di stop) la discussione sulla riforma della cittadinanza per le seconde generazioni: in ballo venti proposte di legge, compresa quella di L'Italia sono anch'io. Mare Nostrum, una operazione di civiltà. Dall'autunno del 2013, dopo la strage di Lampedusa, è attiva la missione Mare Nostrum, che ha contribuito ad innalzare ulteriormente i controlli, oltre alle operazioni di salvataggio e assistenza in mare dei migranti: una decisa inversione di rotta, rispetto a quando si preferiva pagare regimi africani dittatoriali perché gestissero loro la sanguinosa repressione dei migranti, una scelta che Matteo Renzi ha definito "un'operazione di dignità e civiltà". Una operazione che secondo qualcuno costa troppo (dai 6 ai 9 milioni di euro al mese) ma che ha permesso da ottobre a oggi di salvare 20mila migranti, disperati che avevano pagato migliaia di dollari il passaggio sulle carrette della morte. Il 6 maggio più di 30 persone sono morte 50 km a est di Tripoli nel naufragio di una imbarcazione diretta in Europa; sei giorni dopo, un'altra imbarcazione si è rovesciata 100 miglia a sud di Lampedusa. Finora sono stati recuperati 17 corpi senza vita, ma più di 200 migranti sono dispersi. "Un rigurgito di razzismo attraversa l'europa". L'obiettivo della campagna L'Italia sono anch'io è di promuovere il diritto di voto amministrativo e di cittadinanza, facilitare la procedura per la protezione internazionale, favorire l'inserimento lavorativo e sociale. "Siamo molto preoccupati dal rigurgito di razzismo che sta attraversando l'europa, grazie all'utilizzo strumentale delle migrazioni, degli effetti economici e sociali della crisi e del diffuso sentimento anti-europeo dei movimenti e delle forze politiche nazionalisti, populisti e xenofobi", si legge nel manifesto di organizzazioni e associazioni, tra cui Arci, Cgil e Libera. Il successo dei partiti xenofobi - dal Front National di Marine Le Pen all'fpö austriaco, dal Partito per la libertà in Olanda alla Nuova alleanza fiamminga o al Movimento dei Veri finlandesi, dall'ukip britannico fino alla Lega Nord - scrivono i promotori, "comprometterebbe la possibilità di costruire un'europa dei diritti, democratica, solidale, coesa, di pace, libera dal razzismo: l'europa che noi desideriamo e per la quale ci battiamo". Le dieci richieste formulate. La campagna L'Italia sono anch'io chiede ai candidati al Parlamento europeo di prevedere la ratifica della convenzione Onu del 1990 sui diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, la garanzia del diritto di voto amministrativo ed europeo, il riconoscimento della cittadinanza europea, la garanzia del diritto di arrivare legalmente in Europa, politiche migratorie aperte all'inserimento degli stranieri nel mercato de lavoro, garanzia della libertà personale e chiusura dei centri di detenzione, diritto a un'accoglienza dignitosa, garanzia della parità di accesso a sistemi di welfare, eliminazione dal dibattito pubblico della xenofobia e del razzismo, tutela dei diritti dei minori. 5

6 _razzismo_le_richieste_ai_candidati_de_l_italia_sono_anch_io / Da Ansa del 15/05/14 Europee: appello associazioni,no xenofobi all'europarlamento Campagna l'italia sono anch'io, liberiamo Europa da razzismo ROMA (ANSA) - ROMA, 15 MAG - "Liberiamo l'europa dal razzismo", promuovendo il diritto di voto amministrativo e di cittadinanza, facilitando le procedura per la protezione internazionale, favorendo l'inserimento lavorativo e sociale. E' l'appello che la campagna 'l'italia sono anch'io' rivolge ai candidati alla elezioni europee del 25 giugno. "Siamo molto preoccupati dal rigurgito di razzismo che sta attraversando l'europa grazie all'utilizzo strumentale delle migrazioni, degli effetti economici e sociali della crisi e del diffuso sentimento anti-europeo da parte di movimenti e forze politiche nazionalisti, populisti e xenofobi", si legge nel manifesto del movimento di organizzazioni e associazioni, tra cui l'arci, la Cgil e Libera, che prende posizioni contro il Front National di Marine Le Pen, l'fpö austriaco di Heinz Christian Strache, il Partito per la libertà in Olanda, la Nuova alleanza fiamminga o il Movimento dei Veri finlandesi, fino alla Lega Nord: "Il loro successo comprometterebbe la possibilità di costruire un'europa dei diritti, democratica, solidale, coesa, di pace, libera dal razzismo: l'europa che noi desideriamo e per la quale ci battiamo". Sono 20,7 milioni i cittadini di paesi terzi, pari al 4,1% dell'intera popolazione europea. Ma a dispetto di un ampio riconoscimento teorico dei benefici delle migrazioni, l'ue - viene sottolineato - ha lasciato in secondo piano il processo di comunitarizzazione delle politiche di accoglienza e di inclusione sociale. Da qui la richiesta ai candidati di assicurare il diritto di voto amministrativo ed europeo ai migranti, armonizzare le legislazioni nazionali sull'acquisizione della cittadinanza per i "figli dell'immigrazione", riformare Dublino II e l'obbligo di presentare richiesta di asilo nel primo paese di arrivo, aprire canali di ingresso protetto per le persone bisognose di protezione internazionale; ancora, chiudere i centri di "detenzione" per migranti, garantire parità di accesso al welfare, e non da ultimo "liberare il dibattito pubblico dalla xenofobia e dal razzismo". "Tutte le forze politiche, i rappresentanti delle istituzioni, i candidati al Parlamento europeo - è l'appello - non usino il corpo dei migranti per meschini fini elettorali". (ANSA). Da Redattore Sociale del 15/05/14 Europee, "no a una campagna elettorale che gioca con la vita dei migranti" Il manifesto Liberiamo l'europa dal razzismo, proposto dalla campagna L'Italia sono anch'io, chiede a politici e rappresentanti delle istituzioni un impegno nelle politiche in materia di immigrazione e asilo, combattendo la xenofobia e il razzismo che dilagano in Europa 6

7 ROMA - In questa campagna elettorale assistiamo alla completa assenza del tema dei diritti, non solo di quelli dei migranti. Liberiamo l'europa dal razzismo è un manifesto in 10 punti della campagna L'Italia sono anch'io. Il tema è quello del rischio concreto, suffragato da diversi casi, che la campagna elettorale per le europee sia fatta strumentalizzando il corpo dei migranti a fini elettorali: i promotori (fra cui Cgil, Arci, Acli, Caritas, Libera, Centro Astalli) chiedono che politici e rappresentanti delle istituzioni si impegnino a non giocare con la vita di migliaia di donne, uomini e bambini per ottenere qualche voto in più e a condannare in tutte le sue forme la propaganda elettorale che cavalca la xenofobia e il razzismo. Sono quasi 33 milioni i migranti in Europa, il 7 per cento della popolazione. Di questi, un terzo proviene da un paese comunitario, mentre 20,7 milioni ( il 4,1 per cento dell'intera popolazione europea) sono cittadini di paesi terzi (dati Eurostat). Potrebbe essere il 29 paese, quello senza diritti commenta Grazia Naletto di Lunaria. Il problema investe da un lato la campagna di informazione spiega Naletto -, con continui richiami all'allarme invasione senza approfondimento, sia nella campagna elettorale, dove si contrappongono i diritti dei cittadini comunitari a quelli degli stranieri, ma la garanzia dei diritti umani non è un lusso. Intanto un preoccupante rigurgito di razzismo sta attraversando l'europa grazie all'utilizzo strumentale delle migrazioni, degli effetti economici e sociali della crisi e del diffuso sentimento anti-europeo da parte di forze politiche nazionaliste, populiste e xenofobe che rischiano di ottenere un successo significativo alle prossime elezioni europee, spiegano i promotori della campagna. Da Marine Le Pen in Francia all'fpo austriaco, fino alla Lega in Italia, gruppi politici rivendicano il blocco delle migrazioni, la limitazione dei diritti per le minoranze o per i "nuovi arrivati". Il loro successo comprometterebbe la possibilità di costruire un'europa dei diritti, democratica, solidale, coesa, di pace, libera dal razzismo. Se non c'è una presa di posizione forte per l'antirazzismo lo scenario diviene intollerabile dice Piero Soldini, responsabile dell'ufficio immigrazione della Cgil -. Dopo Lampedusa, speravamo che non accadesse mai più, e invece ora si ripete, proprio nel momento in cui alcune forze politiche sferrano un attacco forsennato a Mare Nostrum, colpevole di 'facilitare gli sbarchi', e mentre il presidente del Consiglio dice che l'operazione va ricalibrata. Il fatto è che serve un piano nazionale di gestione delle migrazioni, non basta una risposta securitaria. In queste settimane tutti hanno insistito sul fatto che l'operazione Mare Nostrum costi 9 milioni di euro al mese aggiunge Filippo Miraglia, responsabile migrazioni di Arci -. È un'argomentazione simile a quella dell'antipolitica, ma ragionare sul fatto che si spenda troppo per salvare delle vite è terrificante. I dieci punti del manifesto analizzano i vari aspetti delle politiche sulla migrazione, indicando alcune priorità. Il primo passo è garantire il diritto di arrivare legalmente in Europa, anziché alimentare l'emergenza sbarchi e la criminalità che vi gravita intorno, e permettere di venire a cercare lavoro. La normativa non è armonizzata fra i paesi comunitari, e ciò provoca diseguaglianze nelle diseguaglianze. Allo stesso modo non sono previsti standard uniformi nell'accoglienza, nel sistema di welfare, nella concessione della cittadinanza. Il riconoscimento della cittadinanza europea, e il diritto di voto amministrativo ed europeo, nel rispetto del principio di uguaglianza, e poi la ratifica della Convenzione Onu del 1990 sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, mai accolta da nessun paese in Europa. Va rivisto il Regolamento Dublino III, che obbliga a richiedere asilo nel primo paese di arrivo, cosa che intasa i paesi che si affacciano sul Mediterraneo ed è contrario ai desideri dei richiedenti, che nella maggior parte dei casi vuole proseguire verso nord, e vanno tutelati in ogni caso i minori. Vanno chiusi i centri di espulsione, esistenti in ogni paese, che espongono i migranti a trattamenti inumani e degradanti e non garantiscono l'effettività dei provvedimenti di espulsione. 7

8 Fare solo una campagna difensiva è perdente commenta Miraglia -, va messa in campo un'alternativa, ma non sembra esserci nel panorama politico, per cui dobbiamo proporre noi una campagna culturale, senza aspettare che lo facciano i politici. Controbatte Raffaella Bolini, candidata della lista Tsipras che ha sottoscritto il manifesto: In Italia le forze progressiste hanno tirato giù troppi paletti difficili da riprendere. I diritti solo per qualcuno diventano privilegi, e invece è una battaglia rotonda, senza segmenti separati, per l'indivisibilità della dignità. Da Rassegna.it del 15/05/14 "L'Italia sono anch'io": liberiamo l'europa dal razzismo Le richieste ai candidati alle elezioni europee: promuovere il diritto di voto e di cittadinanza, facilitare la procedura per la protezione internazionale, favorire l'inserimento. La conferenza stampa nella sede Cgil di Corso Italia "Liberiamo l'europa dal razzismo", attraverso una serie di richieste: promuovere il diritto di voto amministrativo e di cittadinanza, facilitare la procedura per la protezione internazionale, favorire l'inserimento lavorativo e sociale. E' l'appello che la campagna "L'Italia sono anch'io" rivolge ai candidati alla elezioni europee del 25 maggio. Lo riferisce l'ansa. "Siamo molto preoccupati dal rigurgito di razzismo che sta attraversando l'europa grazie all'utilizzo strumentale delle migrazioni, degli effetti economici e sociali della crisi e del diffuso sentimento anti-europeo da parte di movimenti e forze politiche nazionalisti, populisti e xenofobi", si legge nel manifesto di organizzazioni e associazioni, tra cui l'arci, la Cgil e Libera. La campagna "L'Italia sono anch'io" è stata al centro di una conferenza stampa oggi, giovedì 15 maggio, nella sede della Cgil a Corso Italia. Qui i rappresentanti delle organizzazioni hanno illustrato le ragioni dell'iniziativa (ascolta il podcast di RadioArticolo1). Il successo dei partiti xenofobi, scrivono i promotori, "comprometterebbe la possibilità di costruire un'europa dei diritti, democratica, solidale, coesa, di pace, libera dal razzismo: l'europa che noi desideriamo e per la quale ci battiamo". Sono 20,7 milioni i cittadini di paesi terzi, pari al 4,1% dell'intera popolazione europea. Ma a dispetto di un ampio riconoscimento teorico dei benefici delle migrazioni, l'ue - viene sottolineato - ha lasciato in secondo piano il processo di comunitarizzazione delle politiche di accoglienza e di inclusione sociale. Da qui la richiesta ai candidati di assicurare il diritto di voto amministrativo ed europeo ai migranti, armonizzare le legislazioni nazionali sull'acquisizione della cittadinanza per i figli dei migranti. Da Europa del 15/05/14 Papa Francesco va oltre la visita a Lampedusa e lancia un richiamo alla politica Ieri ai nuovi ambasciatori in Vaticano: «Non ci si può limitare a rincorrere le emergenze» Papa Francesco va oltre la visita a Lampedusa e lancia un richiamo alla politica 8

9 Una delle prime cose che ha voluto fare dopo essere diventato Pontefice è stata la visita a Lampedusa. Era la prima volta di un papa sull isola. Un segno della presenza della Chiesa che pure molto si spende e si è spesa per chi fugge da guerre, povertà e carestie con l incessante attività di Caritas Italiana e con realtà come il Centro Astalli per i rifugiati di Roma, oltre alle iniziative delle parrocchie in tutta Italia. Un gesto pastorale, una preghiera per i migranti morti in mare, una messa per tutti e nessuna autorità. Ma da qualche giorno, dopo l ennesimo barcone rovesciato e nuove salme disposte sulle banchine dei porti siciliani, Bergoglio è andato oltre la dimensione strettamente pastorale, trovando l occasione per un richiamo che, per quanto non esplicito, punta alle orecchie della politica, nazionale ed europea. E proprio quando molto si discute del ruolo che l Ue dovrebbe assumersi nel presidiare la sponda sud del Mediterraneo, l altro ieri, a conclusione dell udienza generale in piazza san Pietro, papa Francesco ha pregato per chi in questi giorni ha perso la vita in mare aggiungendo: «Si mettano al primo posto i diritti umani e si uniscano le forze per prevenire queste stragi vergognose». Poi ieri, nell udienza per la presentazione delle credenziali dei nuovi ambasciatori in Vaticano ha voluto tornare sul punto: «Non ci si può limitare a rincorrere le emergenze. È giunto il momento di affrontare l immigrazione con uno sguardo politico serio e responsabile che coinvolga tutti i livelli: globale, continentale, macroregionale fino al livello nazionale e locale». Detto il giorno successivo all incontro di Caritas e Arci al Viminale, con le due grandi realtà di accoglienza appunto a chiedere di uscire dalla logica dell emergenza e con il governo che prova a organizzare un piano che lo consenta. E anche se il Vaticano non è nuovo a richiami sul tema, tempi e occasioni delle parole di Bergoglio suonano come un sollecito a chi può e deve decidere. Da quel punto di vista rimane da vedere se il governo, in particolare il ministero dell interno, riuscirà a breve a organizzare ciò che ha in mente: un sistema di accoglienza dei rifugiati con Regioni, comuni, prefetture e associazioni con quote regionali e un incremento dei posti a disposizione. In attesa che arrivi il consiglio europeo di giugno e, soprattutto, il semestre italiano di presidenza europea. Che partirà però con una Commissione in scadenza (ottobre) e quindi con tempi di negoziazione realisticamente ancora più lunghi. Intanto Alfano tuona ancora: «L Italia ha il diritto di non essere lasciata sola dall Europa e il dovere di offrire aoluzioni e stategie». La campagna elettorale vale anche per lui. Da Redattore Sociale del 15/05/14 L Arci torna a Congresso per scegliere il suo presidente Dopo le polemiche e il rinvio dell elezione lo scorso marzo, i delegati dell associazione si riuniscono nuovamente il 14 giugno. Ma le posizioni dei candidati Chiavacci e Miraglia appaiono ancora distanti FIRENZE Dopo le polemiche di marzo, l Arci torna a Congresso per scegliere il suo nuovo presidente nazionale. L appuntamento è stato fissato per sabato 14 giugno al Centro polisportivo e culturale San Lazzaro di Bologna, a partire dalle Cambia la sede ma non la città. E soprattutto non cambiano i due candidati in corsa, Francesca Chiavacci e Filippo Miraglia. Il congresso di marzo si risolse con un nulla di fatto in seguito alla rottura totale sui criteri di elezione del consiglio nazionale. Miraglia riteneva che nell Arci ci fosse troppa Toscana 9

10 e troppa Emilia-Romagna e il suo obiettivo era quello di riequilibrare la rappresentanza all interno del consiglio nazionale dando più spazio ai territori più poveri e decentrati, indipendentemente dal numero dei soci che hanno queste regioni. Posizioni diametralmente opposte per Chiavacci, che preferiva tutelare la quantità dei soci indipendentemente dalla loro ripartizione geografica. In questi due mesi i due candidati si sono incontrati insieme all attuale presidente Paolo Beni, ma le due posizioni sembrerebbero ancora distanti. Arriveremo al congresso in un clima costruttivo assicura Beni. Questa volta probabilmente il congresso non sarà pubblico, visto che, spiega Beni, manca da completare soltanto la parte deliberativa. 10

11 ESTERI Del 16/05/2014, pag. 18 LA GIORNATA Erdogan nella bufera per due video-shock Calci ai manifestanti Il premier sotto accusa: Ha dato un pugno alla figlia di una delle vittime della strage di Soma Quanto possono contare i turchi sulla sensibilità del governo conservatore islamico, soprattutto in un momento di dolore nazionale come questo? È la domanda che almeno metà del Paese, quella che non ha votato l esecutivo di Recep Tayyip Erdogan si fa, dopo che due video scuotono la Turchia. In uno si vede il consigliere del premier, l azzimato Yusuf Yerkel, elegante nel suo gessato e cravatta grigia, prendere letteralmente a calci un manifestante a Soma, nel giorno della disastrosa visita di Erdogan, contestatissimo. Yerkel ha annunciato che spiegherà il suo gesto, che sta comunque facendo il giro del mondo. Nell altro filmato l incidente ha invece per protagonista lo stesso primo ministro, costretto a rifugiarsi mercoledì in un supermercato di Soma. Secondo alcuni quotidiani di opposizione, Erdogan avrebbe addirittura colpito con uno schiaffo qualcuno dice un pugno - la figlia di un minatore che lo considererebbe responsabile della morte del padre. Le immagini del video però sono confuse e non consentono di confermare l accaduto. All interno del supermercato, scrive il quotidiano Evrensel, una ragazza avrebbe gridato a Erdogan: «Che cosa fa qui l uomo che ha ucciso mio padre!». E il premier avrebbe risposto con uno schiaffo. Nel filmato il premier appare coperto da altre persone. Lo si vede solo alzare la mano, visibilmente irritato, dopo avere detto «Vieni a dirmelo in faccia», riferisce Hurriyet online. Ma non si vede come finisca il gesto. Ieri è stata la volta del capo dello Stato, Abdullah Gul, di visitare il sito di Soma. Qualche grido, qualche richiesta diretta di spiegazioni da parte dei familiari, ma la tappa di Gul, che ha poi tenuto un discorso con le lacrime agli occhi, è stata meno problematica. Sono continuate invece le proteste nelle grandi città, Istanbul e Ankara. La gente ha sfilato con i caschi gialli dei minatori in mano. A Smirne, il centro più laico del Paese e più vicino alla miniera di Soma (140 chilometri), 20 mila persone sono scese in piazza al grido «Governo dimettiti!», e sono state disperse dal lancio di idranti da parte della polizia. Negli scontri il presidente del Disk, il sindacato più importante della Turchia, è rimasto leggermente ferito e portato in ospedale. A dimostrare il difficile momento che le autorità turche vivono con il mondo esterno molteplici le dichiarazioni di Erdogan contro Paesi e organizzazioni internazionali sia durante la protesta di Gezi Park, sia prima delle amministrative di marzo Ankara non ha accettato le diverse offerte di aiuto per il disastro di Soma venute da fuori, Italia compresa. del 16/05/14, pag. 2 Privatizzazioni e sicurezza low cost: dal 97 al 2012, minatori morti 11

12 Matteo Tacconi Turchia. I risultati tragici della ricetta economica del governo L ecatombe della miniera di carbone di Soma, città situata tra Bursa e Izmir, nell entroterra del litorale egeo, diventa di giorno in giorno più spaventosa. Ma la strage non è un caso eccezionale, benché le sue dimensioni siano clamorose. Il fatto è che in Turchia capita spesso di morire sottoterra. Le statistiche forniscono una prova inconfutabile. Secondo la banca dati dell Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) nel periodo sono state 2333 le morti bianche tra i minatori. Diverse, secondo le varie tesi snocciolate in queste ore, sono le cause a monte di queste tragedie. C è innanzitutto una cultura insufficiente sulla sicurezza sul lavoro. I controlli e le misure lasciano a desiderare. Ankara, tra le altre cose, non ha ratificato una convenzione del 1995, promossa proprio dall Oil, sul potenziamento della sicurezza e delle condizioni di salute nel settore estrattivo. Il deficit che si rileva in termini di sicurezza è affiancato, ha riportato l Ap, da un approccio fatalista. Tanto che il primo ministro turco Erdogan, davanti a un incidente occorso nel 2010, in cui rimasero uccisi 30 lavoratori, arrivò a dire che la morte fa parte del destino del minatore. L altro giorno, quando ha effettuato un sopralluogo a Soma, ha in sostanza ribadito il concetto, respingendo le polemiche che sono state scagliate sul suo governo, accusato di negligenza dalle opposizioni laiciste, dai sindacati e dalle associazioni della società civile. Si punta il dito, in queste ore, contro le privatizzazioni. Alcune parti della filiera estrattiva sono passate nel corso degli ultimi anni dal controllo pubblico a quello dei privati. Il processo, dati alla mano, non ha aumentato il numero delle vittime tra i lavoratori del carbone. I numeri più significativi, quanto a decessi sul lavoro, sono quelli dell ultimo scorcio degli anni 90, quando il comparto era totalmente in mano allo Stato. Nel 1997 ci furono 357 morti, nel 1998 e nel 1999 si toccò quota 296 e 372. Escluso il dramma di Soma, negli ultimi tempi s è superata solo una volta quota cento, nel 2011 (159). Nel 2009 e nel 2010 si sono registrati i numeri più bassi di sempre: 26 e 36 decessi. Nel 2012 ce ne sono stati 61, a fronte di 745 morti bianche complessive. Poco più di quelle riscontrate in Italia: 621. Tutto questo, in ogni caso, non significa che il passaggio dal pubblico al privato sia stato un passo avanti. Il punto è che la riduzione del numero delle vittime è dovuta al parziale adeguamento della Turchia al quadro normativo europeo, determinato dai negoziati di adesione. In un certo senso fa da contrappeso alla mancata firma della convenzione dell Oil sul lavoro in miniera e a qualche altra carenza. Al netto di questo, c è però da dire che l attuale normativa turca sull ingresso dei privati nel settore del carbone, approvata nel 2005, è abbastanza brutale e riflette la ricetta liberista squadernata in questi anni da Erdogan. L azienda di stato attiva nel comparto, la Turkiye Komur Isletmeleri (Tki), possiede la maggioranza dei bacini estrattivi e ha il potere di pubblicare bandi in cui offre la gestione di alcune strutture ai soggetti privati che sono in grado di assicurare i più bassi costi estrattivi. Dopodiché la Tki compra il carbone da questi stessi soggetti e lo smista sul mercato, riferisce il quotidiano Zaman. Dunque l impressione è che le concessioni siano informate più dalla corsa al low cost che da principi di efficienza. Le aziende che gestiscono le miniere, se vogliono stare sul mercato, devono contenere le spese. La sicurezza sul lavoro, accusa qualcuno, è spesso la prima voce a essere tagliata. La Tki, da parte sua, scarica sul privato i costi estrattivi, compra a prezzi contenuti e rivende secondo le tariffe del mercato. Incassando di più. 12

13 del 16/05/14, pag. 8 Nakba Day, due giovani palestinesi uccisi dal fuoco israeliano Michele Giorgio GERUSALEMME Suheila ieri si è svegliata alle prime luci del giorno, ha pregato, ha bevuto un tè caldo ed è andata al cimitero non lontano dal campo profughi di Deheishe. «Sono passati dieci anni da quando è morto mio marito racconta la donna con un filo di voce, chiedendoci di non rivelare la sua piena identità -, è spirato nella notte tra il 14 e 15 maggio, nell anniversario della Nakba. Se ne è andato proprio nel giorno che più di ogni altro dell anno lo amareggiava, che più gli ricordava la sua condizione. Per me questo giorno è doppiamente triste, per la perdita di mio marito e per la nostra catastrofe nazionale». Suheila come tanti palestinesi, ha una buona parte della famiglia nei campi profughi, in Palestina e in Giordania. Anche per i suoi parenti in esilio quello di ieri è stato un giorno molto diverso dagli altri, un giorno in cui si piange e si sogna una vita lontano dai campi per rifugiati, nella terra d origine, nel vecchio villaggio che ora non c è più e al quale, comunque, non è possibile tornare. Una risoluzione dell Onu sancisce il diritto al ritorno per i profughi palestinesi. Israele si oppone e fa valere la sua forza, 66 anni dopo il Gli anniversari della Nakba non sono mai rituali per i palestinesi, ovunque essi siano. Perchè troppo spesso sono bagnati dal sangue di giovani che della Catastrofe conoscono solo le conseguenze, che vivono ogni giorno sulla loro pelle. A maggior ragione se le commemorazioni si accompagnano ad altre iniziative di lotta. Come per la scarcerazione dei detenuti politici palestinesi. Ieri Muhammad Abu al-thahir, 22 anni, e Nadim Nuwarah, 17 anni, sono stati colpiti al torace dai proiettili esplosi dai soldati israeliani davanti al carcere di Ofer, vicino Ramallah, mentre manifestavano a sostegno dei prigionieri in sciopero della fame contro la detenzione amministrativa. Sono entrambi spirati in ospedale. Una notizia che ha generato rabbia e commozione tra le migliaia di palestinesi che manifestavano in quelle stesse ore in Cisgiordania, Gaza, in Galilea e a Gerusalemme Est. E che ha contribuito a rendere più teso il clima. A Hebron almeno 11 giovani sono rimasti feriti in scontri con i militari. A Walaje, tra Gerusalemme e Betlemme, cinque manifestanti sono stati arrestati durante la giornata di mobilitazione organizzata dalla ong Badil e da varie associazioni palestinesi, interrotta dall intervento delle forze armate israeliane. I militari hanno disperso i manifestanti con il lancio di lacrimogeni e hanno abbattuto la tenda nella quale era stata allestita una mostra fotografica. I raduni e le manifestazioni di ieri, per la prima volta dal 2007, hanno visto i movimenti Fatah e Hamas sfilare insieme in molte località, grazie all accordo di riconciliazione tra le due forze politiche nemiche fino a qualche settimana fa. Quest anno perciò le bandiere di partito hanno fatto posto a quella palestinese e alle kufieh appoggiate sulle spalle dei manifestanti di ogni colore politico. «E tempo di mettere fine alla più lunga occupazione nella storia ed è tempo per i leader di Israele di comprendere che i palestinesi non hanno altra casa che la Palestina», aveva detto il presidente dell Anp Abu Mazen mercoledì sera in un discorso alla vigilia dell anniversario della Nakba. Il negoziatore capo palestinese Saeb Erekat da parte sua, in un intervento scritto per il quotidiano Haaretz, ha avvertito che Israele «non può cancellare dalla storia la Nakba e l esilio forzato di oltre palestinesi nel 1948». Parole che hanno suscitato la pronta replica del premier israeliano Netanyahu. La risposta alla 13

14 memoria palestinese della Nakba è l approvazione di una legge fondamentale che definisca Israele come Stato ebraico, ha detto Netanyahu. «Israele continuerà a costruire e sviluppare il paese, compresa Gerusalemme», ha aggiunto il primo ministro in evidente riferimento all espansione delle colonie israeliane dei Territori occupati. del 16/05/14, pag. 8 Sisi mette le mani su parlamento e appalti pubblici Giuseppe Acconcia IL CAIRO Con un colpo di mano, la Commissione incaricata di riformare la legge sui diritti politici e la rappresentanza parlamentare ha di fatto esteso i poteri presidenziali. Il nuovo capo dello Stato con grande probabilità l ex generale Abdel Fattah Sisi potrà nominare 30 deputati del prossimo parlamento e quindi influire direttamente sulle maggioranze parlamentari del frammentato sistema politico egiziano. La commissione ha anche stabilito l aumento del numero dei parlamentari, da 444 a 630. Questo avviene in un contesto di costante incremento dell influenza finanziaria dell esercito. Secondo la stampa locale, i militari non hanno subito alcuna ripercussione dalla grave crisi economica che colpisce il paese. Hanno il controllo delle industrie di prodotti per uso civile, dalle lavatrici ai medicinali, e controllano industrie che lavorano beni di prima necessità, dal latte alla carne, fabbriche che producono apparecchi tv o attive nel settore agricolo. In aggiunta, dopo il colpo di stato del 3 luglio scorso, il presidente ad interim Adly Mansur ha permesso procedure semplificate per l assegnazione di progetti per la costruzione di nuove infrastrutture. L esercito ha vinto così le principali gare d appalto attraverso aziende controllate. Non si placa neppure la furia dei giudici contro gli islamisti. La corte di Qaliubya ha condannato a morte 7 sostenitori dei Fratelli musulmani, accusati soltanto di aver bloccato la tangenziale dopo il massacro di Rabaa al Adaweya nell agosto scorso. La sentenza è arrivata dopo le oltre 700 condanne a morte di sostenitori del movimento, ad aprile. Non solo: il governo ad interim ha congelato i beni di altri 30 leader della Fratellanza. Le attività di 12 ong e 5 aziende, appertenenti alla confraternita, sono state sospese. I giudici agiscono in applicazione del decreto che a dicembre ha definito il maggior partito di opposizione «movimento terroristico». Altre ong sono sotto amministrazione coatta perché di proprietà della Fratellanza. Sorte peggiore tocca ai media vicini alla confraternita. Il giornalista di al Jazeera, Abdallah el Shami, 26 anni, in prigione da agosto e in sciopero della fame da 4 mesi, sarebbe in condizioni critiche. Dopo la denuncia sul deterioramento delle sue condizioni di salute, il giovane sarebbe stato trasferito in un luogo sconosciuto. Secondo molti, i leader del movimento in prigione, in particolare il magnate Khayrat al Shater, che sarebbe sottoposto ad un regime detentivo non rigido, continuano ad avere relazioni con i giovani islamisti. Per questo, sono decine le condanne tra gli studenti che hanno partecipato alle manifestazioni nelle università. Eppure, nonostante le accuse di legami con movimenti radicali, secondo il sito indipendente Mada Masr, l ex presidente Morsi ha rilasciato nel suo anno di presidenza soltanto 27 islamisti radicali, contro gli 800 liberati dal Consiglio supremo delle Forze armate. A dimostrazione di come l esercito 14

15 abbia usato strumentalmente la leva del terrorismo per reprimere il più importante movimento politico egiziano. Infine, in vista delle presidenziali del maggio, anche il partito dei socialisti rivoluzionari, guidato da Hossam el Hamalawy, si è schierato per il nasserista Hamdin Sabbahi. In un documento, il movimento vicino ai lavoratori, pur ammettendo la formazione «riformista» dell unico rivale di Sisi, ha annunciato che punterà su un voto di «protesta» piuttosto che dare il via libera al leader della «contro-rivoluzione». Anche i graffitari scendono in campo contro Sisi. Sampsa, Ganzeer e Molly Crabapple hanno promosso in Egitto e nel mondo la scritta «Sisi criminale di guerra» per denunciare la repressione voluta dall ex capo delle Forze armate. del 16/05/14, pag. 12 I sogni incerti di Donetsk Lorenzo Gottardo DONETSK Ucraina. «Non accettiamo i fascisti di Kiev che non riconoscono il nostro diritto all autonomia» Tra i manifestanti che vivono negli edifici occupati di Donetsk, che mangiano, dormono e a turno montano la guardia sulle barricate, ci sono molti giovani, ragazzi che di propria iniziativa hanno intrapreso la strada dall incerto futuro della protesta armata. Adesso, con una situazione in perenne cambiamento tra escalation e tentativi diplomatici, attendono impotenti lo sviluppo degli eventi, ben sapendo che la scelta degli uomini che li guidano, da settimane, dipenderà non solo la sopravvivenza della Repubblica popolare di Donetsk, ma soprattutto il loro futuro. Tre di questi ragazzi col tempo sono diventati famosi tra giornalisti, curiosi e occidentali venuti qui da ogni parte del mondo per seguire l evolversi degli eventi. Naruto, Vladimir e Tatiana sono spesso insieme e hanno la caratteristica di parlare un inglese abbastanza scorrevole; hanno anche la voglia, il desiderio di spiegarsi, di raccontare la rivolta di cui sono ormai la voce. Testimonianza reale, spesa tra barricate e speranze. Le voci in grado di spiegare quali ideali animano il movimento indipendentista. Naruto ha 27 anni, esperienze lavorative sia in Ucraina sia all estero, è anche quello che in questa situazione ha più da perdere: da qualche anno è sposato con una ragazza che ora è incinta e aspetta il loro primo figlio; il pensiero di trascorrere i prossimi anni in una prigione di Stato lontano dalla famiglia che si è appena costruito, comincia davvero a spaventarlo. Vladimir e Tatiana invece sono più giovani di qualche anno. Meno esperienza e un aria più scanzonata, di chi vive tutto quanto sta accadendo in modo meno determinato. Tirano avanti con lavoretti saltuari e per ora vivono ancora a casa dei genitori, non sanno cosa accadrà in futuro e non vogliono fare programmi. L unica cosa di cui sono certi è che la loro vita non sarai mai più la stessa. Sono ragazzi tra loro molto diversi, ma il motivo per cui combattono è lo stesso. «Da vent anni a questa parte i governi che si sono succeduti uno dopo l altro non hanno fatto altro che perseguire la creazione di uno spirito nazionale che tenesse unita l Ucraina e allontanasse il ricordo del comunismo, uno spirito nazionale che in realtà non può esistere perché il nostro paese, nessuno può negarlo, è formato da tante piccole comunità indipendenti ognuna con una propria diversa cultura. Ma la cosa peggiore è che lo hanno fatto a danno della nostra libertà individuale, delle nostre tradizioni, della nostra lingua. Prima ci hanno imposto le loro scelte economiche che hanno portato il dissesto finanziario 15

16 e la dissoccupazione nella regione e poi ci hanno imposto pure l uso della lingua ucraina. La mia famiglia ha sempre parlato russo, io ho sempre parlato russo, perché mai dovrei accettare senza nemmeno protestare che a mio figlio venga insegnata la lingua che parla la gente nell ovest?», dice Naruto, mentre osserva Tatiana completare un grande graffito in nero e arancione che raffigura le barricate ed un gruppo di patrioti sollevare in alto la bandiera. Poi conclude: «Noi in principio non eravamo contro Euromajdan, all inizio l abbiamo perfino appoggiata, poi però quelli di Settore Destro ne hanno preso il controllo e a quel punto tutto è cambiato Il paese è corrotto, questo è vero, e bisogna fare assolutamente qualcosa per cambiarlo, ma non siamo disposti ad accettare la dittatura di un governo fascista che difende gli interessi di Kiev e non riconosce il diritto delle regioni ad avere una propria autonomia». E Vladimir che un poco in disparte lo ascolta con attenzione aggiunge: «Ci sarebbe poi da parlare anche di Yanukovich. L ex presidente era sicuramente corrotto, ma prima di lui lo erano anche Tymoshenko e Yushenko, eppure loro oggi vengono considerati degli eroi, mentre lui che era il nostro uomo, che veniva dalla nostra terra, è dovuto scappare altrimenti l avrebbero ammazzato come un cane» Per questi ragazzi il futuro è qualcosa d incerto e lontano: ora è il momento di pensare al presente e non a quanto potrebbe accadere: ora è il momento di combattere per la Repubblica popolare di Donetsk. «Non so come finirà questa storia. Forse entreremo a far parte della Federazione russa o forse diventeremo un piccolo Stato indipendente che nessuno vuole riconoscere. In ogni caso, non tratteremo col governo di Kiev, non dopo i morti di Odessa, non dopo i morti di Mariupol. Il tempo delle parole è passato, ora è il tempo di agire», dice Naruto prima di calcarsi sulla testa il cappuccio e tornare tra le barricate. del 16/05/14, pag. 12 I rimossi mediatici di Majdan e Odessa Simone Pieranni Ieri i filorussi hanno lanciato un ultimatum a Kiev: o ferma l offensiva, come chiesto anche dal Partito delle Regioni, che nella capitale ha abbandonato il parlamento, o attaccheranno tutti i checkpoint militari delle province orientali. Nel frattempo il «tavolo di unità nazionale» cerca sponde, prima fra tutte quella degli Usa, presenti con l ambasciatore e fin dall inizio della crisi a supporto di quello che oggi è il governo ad interim di Majdan. I fatti, la cronaca, le battaglie che si sono consumate, le schermaglie diplomatiche,hanno tenuto alta l attenzione sul paese, specie riguardo le sue traiettorie future, finendo per dimenticare quelli che al momento costituiscono i due eventi più rilevanti. Quando Majdan diventò la piazza dei neonazisti di Settore Destro, i media, specie italiani, rifiutarono di ragionare sulla piega degli eventi. Majdan nelle cronache rimase la piazza espressione di una protesta contro il governo corrotto di Yanukovich e qualche timida volontà europeista. Tutti elementi spazzati via dalle milizie di Settore Destro, che contribuirono alla «vittoria». Già in quelle giornate gli Usa, i neocon, capaci di irretire l amministrazione Obama, lavoravano tatticamente, nelle piazze, e strategicamente, preparando il governo poi acclamato dalla folla. Prima di questo, almeno 100 morti, manifestanti e poliziotti. Un governo che nasce da una strage avrebbe come primo compito quello di assicurare una verità su quanto accaduto, al proprio popolo. 16

17 Oggi Yatseniuk e compagnia, nonostante le richieste europee, non hanno ancora dato una risposta al riguardo, anzi. I poliziotti arrestati, secondo una commissione parlamentare, sarebbero innocenti. Chi sparò dunque in piazza? Secondo frame: il rogo di Odessa. Oltre 40 morti dimenticati dalla stampa nostrana. Oblio, indifferenza, poca rilevanza. Come accade in ogni caso in cui le responsabilità non sono del cattivo di turno. In questo caso Putin, c entra poco. Tende abitate da pacifici filorussi attaccate, costrette alla trappola: chiudersi nell edificio dei sindacati. Alcuni ritengono che siano stati finiti a colpi di bastone e pistola, dopo sarebbe arrivato l incendio. Il governo di Kiev che dice a proposito? Ha fatto girare una versione talmente squallida le vittime si sarebbero date fuoco da sole da essere velocemente rinnegata. La Ue ha chiesto un altra indagine. Altra lettera morta, ad ora. E altri silenzi mediatici, di conseguenza. del 16/05/14, pag. 8 Hanoi contro Pechino, 21 morti Simone Pieranni Vietnam/ Cina. A scatenare Hanoi la decisione di Pechino di porre una piattaforma petrolifera nella zona di mare conteso «È tempo che Hanoi smaltisca la sbornia, o questi saccheggiatori finiranno per far soffrire tutto il paese. La tolleranza di Hanoi non deve mettere alla prova oltre il limite la pazienza della Cina», ha scritto ieri il quotidiano in inglese del Partito comunista Global Times, a seguito delle proteste vietnamite contro le fabbriche di Pechino, prima ancora che si diffondessero le notizie circa la morte di 21 cinesi. Toni duri, che confermano come la peggiore crisi tra Vietnam e Cina, da quando nel 1979 si confrontarono militarmente, sia in pieno svolgimento. E c è chi ritiene che la nuova tensione tra i due paesi potrebbe portare a nuovi venti di guerra in Asia. Il confronto, infatti, non rientra solo nell ambito delle relazioni tra Cina e Vietnam, ma si inserisce all interno di strategie e alleanze, su cui incombe, manco a dirlo, la nuova strategia «pivot to Asia» di Obama, pronta a dare linfa a chiunque nell area giudichi in modo sospettoso l agire cinese. Pechino del resto si comporta in queste zone come nel giardino di casa, con poco rispetto delle esigenze dei paesi vicini e con molta arroganza, data la propria nuova forza militare ed economica. Quanto accaduto in Vietnam, però, rischia di offrire ai falchi pechinesi che si annidano nell esercito, una scusa fin troppo banale. I vietnamiti stanno assaltando da giorni fabbriche cinesi (spesso hanno finito per essere danneggiate anche aziende taiwanesi). Rimane il fatto che queste proteste, cui sono seguiti scontri, hanno provocato almeno 21 morti tra i cinesi. La causa scatenante di questa crisi è stata una decisione cinese di alcuni giorni fa. Pechino ha deciso di sistemare una piattaforma petrolifera nei pressi delle Paracels, isolette contese da tempo con il Vietnam. Un iniziativa che ha stupito, dato che solo alcuni mesi fa i due paesi avevano millantato accordi e armonia sui temi di mare conteso. A seguito di questa presa di posizione cinese (che arriva dopo l instaurazione della zona di difesa aera nel mar cinese del sud che aveva creato una crisi tra Cina, Stati uniti e Giappone), il Vietnam ha inviato la propria flotta in zona e secondo quanto sostenuto dai militari dell esercito vietnamita, ci sarebbero stati anche contatti con navi cinesi. Ipotesi minimizzata da Pechino, che invece ha dato fuoco ai suoi editorialisti di punta sui quotidiani ufficiale. 17

18 Il che dimostra la probabilità che i toni saliranno ancora di più, sui quotidiani, mentre come accade spesso Pechino proverà una mediazione. Per quanto a rischio, nessuno crede davvero che a Pechino convenga un conflitto militare. Dopo pochi giorni da questo presunto incidente in Vietnam è esplosa tutta la rabbia anti cinese, che cova da tempo, da sempre forse e che già un paio d anni fa aveva creato imbarazzo tra i due paesi. Allora le proteste furono organizzate di fronte ad ambasciate e consolati e fu lo stesso governo vietnamita a interromperle, per non aumentare la tensione. Persone stazionarono per giorni di fronte alle sedi diplomatiche cinesi, ma nessuno ci andò di mezzo, tanto meno ci furono vittime e feriti. Questa volta, invece, le autorità di Hanoi, non hanno posto veti. Vietnamiti hanno attacco le fabbriche supposte di proprietà cinese, assaltando i lavoratori e interrompendo la produzione di alcune note marche dell abbigliamento sportivo internazionale. «Temo che un capitolo oscuro delle relazioni sino-vietnamiti si stia scrivendo in questo momento» ha detto Ian Storey, un esperto di mar cinese meridionale presso l Istituto di Studi sul sudest asiatico di Singapore alla Reuters. «E poiché la Cina vuole mantenere questa piattaforma petrolifera anche in futuro, queste proteste proseguiranno e non potranno far altro che conquistare le prime pagine dei quotidiani». Tran Van Nam, vice presidente del comitato popolare del Duong Binh, ha detto che circa lavoratori hanno inizialmente organizzato proteste pacifiche, ma l ordine si sarebbe infranto quando i contestarori sono diventati 20 mila. I cancelli di molte fabbriche sono stati rotti e i rivoltosi hanno incendiato almeno 15 capannoni. «Questo ha causato centinaia di migliaia di dollari in danni e migliaia di lavoratori hanno perso il lavoro», ha raccontato alla Reuters, via telefono Nam. «Chiediamo a tutti di mantenere la calma, la moderazione e avere fiducia nella leadership del partito e dello Stato». F.Y. Hong, presidente di Taiwan Formosa Industries Corp, una delle aziende ad essere stata attaccata, ha detto che circa 300 rivoltosi hanno saccheggiato televisori, computer e oggetti personali dei lavoratori. «A causa del numero limitato di agenti, ha aggiunto, la polizia non è riuscita a fermare i saccheggiatori. La situazione era simile a un paese dove non ci sono autorità a proteggere il proprio popolo». 18

19 INTERNI Del 16/05/2014, pag. 8 Oggi l interrogatorio a Roma. I pm di Reggio puntano agli altri membri della struttura di protezione di Matacena Caccia ai legami con la ndrangheta. E spunta il nome di Tarantini: cercò Speziali per fare affari in Libano Scajola, nel mirino altri politici di FI CONCHITA SANNINO DAL NOSTRO INVIATO REGGIO CALABRIA. Due strutture. E Claudio Scajola non era solo. Non era l unico esponente nazionale del vecchio Pdl ad esser stato «attivato», consapevolmente o inconsapevolmente, secondo le ipotesi della Procura di Reggio Calabria, da quel «circuito politico, bancario e finanziario» che rappresenterebbe la rete degli invisibili del potere calabrese, sia ai piani alti del Palazzo romano, ma anche e soprattutto all estero. Specie nella zona franca degli impresentabili o dei condannati definitivi per mafia, soprattutto tra Beirut e Dubai, dove agiscono abili faccendieri come l inquisito Vincenzo Speziali, e dove pesano i buoni uffici di Amin Gemayel: l ex presidente libanese che, anche attraverso la supplica nero su bianco ideata dall amico Scajola, avrebbe lavorato per ospitare tra gli agi di Beirut il latitante per mafia, Amedeo Matacena. Le due strutture, quella para istituzionale e quella internazionale, si incrociano costantemente. É ciò di cui hanno bisogno l «associazione segreta collegata alle ndrine» e la politica per scambiarsi affari e favori, dividere progetti e investimenti. E Scajola, che stamane sosterrà a Regina Coeli, da detenuto, il suo primo interrogatorio da inquisito per reati di mafia, potrebbe essere chiamato a rispondere anche di tutta la sua rete di relazioni sospette, dinanzi ai pubblici ministeri Giuseppe Lombardo e Francesco Curcio, le cui indagini sono coordinate dal procuratore capo, Federico Cafiero de Raho. I NOMI DEI POLITICI Dopo il primo esame della documentazione minuta sequestrata tra scrivanie, agende, cassetti e computer del due volte ministro berlusconiano, l inchiesta fa dunque un passo avanti. Altri nomi esponenti e dirigenti nazionali di Forza Italia entrano, in ruoli da definire, nella ricostruzione della ragnatela di legami, funzionali alla «struttura» italiana. Si passano sotto esame eventuali finanziamenti di Matacena, o dei suoi soci occulti, verso Forza Italia o movimenti legati al partito. Un filo rosso che ritorna nel cuore del nord, dove l originario filone dell inchiesta aveva già colpito il patrimonio di Francesco Belsito, ex tesoriere della Lega, e dove la mafia calabrese ha dischiuso gli affari milionari della Mgim, società di consulenze di via Durini sospettata di riciclare i capitali mafiosi, con l aiuto di Bruno Mafrici, il finto avvocato, il cui nome rispunta ora in tante telefonate con Matacena. La cellula ligure della prima Forza Italia, che già aveva i suoi pezzi forti in Scajola e in Alfredo Biondi, già storico difensore di Matacena (non indagato) ed eletto proprio in Liguria, cresce al punto che l ex ministro dell Interno diventa, scrivono i pm, «la proiezione politico e imprenditoriale» di Matacena. I nuovi contatti politici individuati sarebbero dunque tracce ritenute «molto utili» all impianto dell accusa che si appresta tra l altro a rinnovare dinanzi al Tribunale del Riesame l accusa dell aggravante mafiosa, bocciata invece dal gip. IL PRESSING PER CANDIDARSI 19

20 L altro spaccato interessante riguarda l ira del politico, e le presunte minacce di vuotare il sacco alla vigilia della sua mancata candidatura alle europee, o della mancata compensazione con «altro incarico prestigioso», seguita ad esempio ad un incontro avuto con Gianni Letta e Fedele Confalonieri. «Qui se non si risolve il problema faccio scoppiare un casino indimenticabile», è solo una delle frasi annotate. Pagine cariche di omissis. «Claudio non ha bisogno di persone che lo raccomandano, ha bisogno di sapere se lo rispettano altrimenti è guerra aperta», è la sintesi contenuta nella trascrizione della Dia. Chiosano i pm: «In altre parole, Scajola ritenendo di non essere considerato dal suo partito, minaccia di far scoppiare il casino sulla scorta dei fatti di cui è a conoscenza». Il «circuito politico» si salda con quello internazionale attraverso altre relazioni, considerate interessanti. Spunta, ad esempio, il nome del noto imprenditore barese Gianpaolo Tarantini, già fornitore di escort per Silvio Berlusconi e coinvolto in numerosi filoni giudiziari, che qui appare in stretti contatti diretti e indiretti con Vincenzo Speziali, l uomo che mediava con le autorità libanesi per la concessione dell asilo a Matacena e forse anche per Marcello Dell Utri. Tarantini, allontanato ormai dai salotti buoni, cancellato dalle liste di chi aspira a lavorare per i colossi di Stato, a chi chiede una mano? All uomo che salva gli impresentabili, che riapre porte chiuse: Speziali. In Libano, Tarantini si convince che possa ottenere crediti e finanziamenti che in Italia gli sono preclusi, e comincia un altra trattativa. 20

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