QUANTO REGGERANNO I POPOLI?

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Mensile Anno 5, Numero 49 Fondatore Massimo Fini Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco Fini: REAZIONI DI OTTOBRE Austerità: QUANTO REGGERANNO I POPOLI? Presidenziali USA 2012: GOLDMAN SACHS SCEGLIE ROMNEY Lavoro: UNA VITA DA PRECARIO Unabomber: OLTRE IL MARCHIO D INFAMIA

LA VOCE DEL RIBELLE Anno 5 - Numero 49

LA VERSIONE di Fini - ottobre 2012 4 C è vita in Europa (in Italia un po meno) 7 Manifesto politico? Una bozza 10 L attualità del paradigma indigeno 13 Precari: Lavoro? Quale lavoro? 20 Goldman Sachs: addio Obama, evviva Romney 23 Unabomber. Da nome in codice a marchio d infamia 25 Il Manifesto di Unabomber 31 Il mucchio selvaggio sul fronte russo 71 MOLESKINE 75 Anno 5, numero 49, ottobre 2012 Fondatore: Massimo Fini Direttore Responsabile: Valerio Lo Monaco (valeriolomonaco@ilribelle.com) Capo Redattore: Federico Zamboni Redazione: Ferdinando Menconi Art director: Alessio Di Mauro Hanno collaborato a questo numero: Alessio Mannino, Davide Stasi, Eduardo Zarelli, Sara Santolini Progetto Grafico: Antal Nagy, Mauro Tancredi La Voce del Ribelle è un mensile della MaxAngelo S.r.l. Via Trionfale 8489, 00135 Roma, P.Iva 06061431000 Redazione: Via Trionfale 6415, 00136 Roma, tel. 06/92938215, fax 06/99369806, email: info@ilribelle.com Testata registrata presso il Tribunale di Roma, n 316 del 18 Settembre 2008 - Sito internet www.ilribelle.com

INTERVISTA LA VERSIONE di Fini - ottobre 2012 Il bambino strattonato per l'affido Non vorrei fare il politico democristiano ma è una vicenda estremamente complessa, perché in situazioni di genitori separati succede spessissimo che la madre faccia un ostruzionismo tale, per esempio sul fatto che il padre non possa vedere il figlio, che talvolta si arrivi a situazioni del genere. Certo, credo che la polizia avrebbe potuto agire con un po' più di tatto, magari mandando delle poliziotte invece che dei maschi. E naturalmente mi dispiace per il bambino. I media Il Tg2 ha avuto il buon gusto di non dare quelle scene, ma questo è un fatto della società di oggi, dove tutto, anche i problemi più delicati diventano materia di voyerismo, e insomma ne abbiamo viste tante. Altro problema, correlato: quando si finisce in mano agli assistenti sociali è già la fine, nel senso che sono più deleteri di qualunque situazione pregressa. C'è stato un caso a cui non si è prestata molta attenzione, cioè quello di un bambino che i servizi sociali e il giudice hanno sottratto ai genitori perché, questa la motivazione, lo facevano crescere in un ambiente mafioso. Ora, questo è intollerabile, nel senso che un bambino ha il diritto di crescere dove i genitori decidono: insomma c'è uno sorta di "Lo Stato decide che cosa è bene che cosa è male" per un minore. E non è affatto detto che lo Stato, questo Stato, sia in grado di decidere e abbia il diritto di farlo. Nobel all'unione Europea Intanto il Nobel per la Pace, per sua tradizione, è un Nobel per la guerra, perché lo hanno sempre dato a dissidenti, tanto che molto spesso ha provocato reazioni violente nel Paese che aveva questo Nobel tra le palle. All'Unione Europea, poi, mi lascia letteralmente senza parole. A parte il fatto che l'ue esiste da meno di sessanta anni, ma i Paesi dell'ue hanno fatto, solo negli ultimi venti anni, almeno otto guerre di aggressione e quasi tutte al servizio degli Stati Uniti, più altre in conto proprio con gli Usa alle spalle. Insomma, io gli darei il Nobel per la guerra. Fiorito, Formigoni & company La festa è finita, almeno speriamo, ma quello che colpisce di più in queste vicende non sono tanto e solo le ruberie, ma il fatto che parlando in generale si coglie la mediocrità di questi uomini che vendono dignità, onestà e onore per un pranzo a un ristorante, una vacanza, insomma cose per cui altri si vergognerebbero a sangue. Già sono miracolati, in quei posti di responsabilità ben

remunerati senza alcun merito, ma non si accontentano neanche. Io, in questi casi, introdurrei il diritto talebano: cioè il taglio delle mani. Ora, io sono sempre stato contrario al fatto che i pubblici amministratori siano pagati poco. Questi devono essere pagati adeguatamente, mentre fino a non molto tempo fa erano pagati poco, col retropensiero che comunque, pur pagati poco, avrebbero poi arrotondato con le ruberie che di certo avrebbero fatto. Insomma si dava per scontato che lo facessero. Ebbene, ora vengono pagati molto ma rubano lo stesso. Intellettuali corrotti come i politici Gli intellettuali sono più responsabili dei politici. Essi dovrebbero essere la coscienza critica e invece si sono venduti a questa banda per opportunismo, viltà e tornaconto. Certo, in modo sofisticato: non prendono mazzette dirette ma se, ad esempio, vengono nominati direttori di giornale o prendono in affidamento la conduzione di una trasmissione importante, la cosa è la stessa. Cambia solo il modo di vendersi. La responsabilità più grave è dei politici, e se i politici sono così è anche perché gli intellettuali, tranne rare eccezioni, non hanno fatto il loro mestiere. Dopo la scomparsa di Pasolini non vedo intellettuali che hanno voce in capitolo - e in politica - ma sono solo delle riserve da usare alla bisogna. Turchia, dirottamento di Stato e Casus Belli È una cosa straordinaria: un aereo che viaggia in uno spazio internazionale non può essere fermato da alcuno, a meno che i due Paesi non siano in guerra. È l'ennesima violazione di quel poco che resta del diritto internazionale. I turchi li avevano invitati a non entrare, e i siriani non sono entrati: ora, non so se è un pretesto per la guerra, perché in fin dei conti la Turchia è riluttante a entrare in guerra per molte ragioni. Perché, ad esempio, molti turchi di confine sono legati al regime di Assad, ma insomma l'azione dell'aereo fa parte di questa continua provocazione, che poi è più generale, contro l'iran. Credo più che altro che sia un prodromo alla guerra all'iran. Egitto scontri in piazza, ancora La situazione, lì, è tutt'altro che pacificata perché dopo aver stabilito che dovevano esserci elezioni, e dopo che ci sono state con la vittoria legittima dei Fratelli Musulmani, si è in realtà in una situazione di libertà dimezzata, perché l'esercito riceve un finanziamento colossale dagli Usa, per cui è una sorta di diarchia, ed è probabile che chi ha fatto la rivoluzione di piazza Tahrir, e lo stesso legittimo governo di Morsi, si scontrerà duramente con l'esercito egiziano. Nuova elezione di Chavez Innanzitutto, per la prima volta, ho letto un pezzo problematico di Pier Luigi Battista, il che è un miracolo. Battista diceva che forse è l'ora di finirla di dare del qualunquista e del fascista a chiunque non sia interno all'occidente. Chàvez ha vinto quattro volte perché ha il sostegno della popolazione. Ha fatto effettivamente qualcosa, dando un welfare accettabile. Il punto è che Chàvez è la punta di lancia della risposta alla egemonia degli Stati Uniti. Anche il resto del Sud America, magari in forme diverse e in qualche caso occulte, è sulla linea Chàvez. Insomma io vedo bene questa rielezione perché Chàvez ha una situazione differente da quella di Fidel Castro, che è un autocrate. Adesso gli Usa sono ancora più deboli in senso generale e quindi sono più deboli contro la rivolta alla resistenza all'amico americano, perché si è capito dopo decenni, e bene, che l'amico americano non è affatto un amico. Tobin tax

Anche se non si capisce mai bene come stanno effettivamente le cose, detta così come è stata riportata dai media, cioè la tassazione delle transazioni finanziarie, è una ottima cosa. Ricorrenze 1: Vajont È il prodromo di tutta una serie di cose che si sono continuate a fare e che si pretende di continuare a fare anche oggi, come la Tav: il ministro, in tal senso, ha detto "non si discute". Non si è capito che le grandi opere al di là di ogni discorso, introducono variabili che non siamo in grado di valutare. Faccio un esempio, non italiano: Nasser costruì negli anni Cinquanta la diga di Aswuan per dare elettricità all'egitto. Ora, all'epoca questa diga ha alterato il regime delle acque del Nilo, il regime tale che faceva due o tre inondazioni l'anno concimando, a chilometri zero, tanti chilometri intorno. Da allora la striscia coltivabile si è ridotta a 500 metri. Tutta la gente, a quel punto, ha dovuto riparare al Cairo, e vive al cimitero dei mammalucchi Al di là delle speculazioni, le grandi opere sono pericolose perché introducono varianti incontrollate e incontrollabili. Sono stato a Reggio Calabria in un novembre di qualche anno addietro e con miei amici chiesi di andare a fare un bagno al mare. Ci mettemmo pochi minuti ad arrivare. Ora, recentemente, sono tornato sul posto e dopo aver fatto una richiesta analoga abbiamo dovuto fare chilometri e chilometri per trovare un pezzo di spiaggia. Mi hanno detto che il tutto dipendeva da un porto turistico costruito lì vicino. L'ho visto, il porto. Una cosa molto modesta, eppure in grado di distruggere tanti chilometri di costa. Ecco, per concludere, molto bene la nuotata di Grillo nello Stretto di Messina contro la costruzione del ponte, anche se, naturalmente, Bruno Vespa la ha sminuita Ricorrenze 2: Che Guevara Ho sempre pensato di lui, che non è né di destra né di sinistra, come l'ultimo degli eroi romantici. E lo è rimasto anche dopo che si sono impadroniti delle sue immagini. Un pelo sotto al Mullah, per mio conto, ma anche lui era molto inviso, all'inizio, dalla stessa sinistra ortodossa italiana, perché non si dà comunista, si diceva, che prende il potere e poi lo abbandona. Ma lui, appunto, era altra cosa. Lui ci metteva la pelle. Solo una frase ancora: Hasta la Victoria Siempre! Massimo Fini

EDITORIALE C è vita in Europa (in Italia un po meno) di Valerio Lo Monaco Una delle domande più stringenti che ci si deve porre in questo periodo non è tanto su come e quando si uscirà dalla crisi. Oliver Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, tanto per dirne una, contravvenendo a tutti i proclami relativi a "visioni" di uscita abbastanza rapida (per esempio quelle di Mario Monti) ha dichiarato senza battere ciglio che le «previsioni di uscita sono di almeno 10 anni». Dieci anni. "Almeno". Dunque girare attorno a questo quesito appare nella migliore delle ipotesi inutile. Ci si dovrebbe iniziare a chiedere, piuttosto, fino a quando, e fino a "quanto", le popolazioni saranno in grado di reggere alle condizioni di austerità che gli sono imposte dagli organismi finanziari e speculativi internazionali. Allo stesso modo, e molto probabilmente non è affatto un caso, Christine Lagarde, sempre dell'fmi, ha iniziato a fare una serie di dichiarazioni contro gli effetti delle misure di austerità che sono state sottoposte ai vari popoli. Ciò naturalmente non gli impedisce di esserne responsabile, ovviamente, essendone a capo, di una delle tre organizzazioni della cosiddetta troika (Ue, BCE ed Fmi) che impongono tali misure. Ma al di là della curiosità - per usare un eufemismo - della natura delle sue dichiarazioni contraddittorie, il dato di fondo che emerge è che anche ai piani alti si inizia a rilevare che le popolazioni, almeno in alcuni Paesi, come Portogallo, Spagna e soprattutto Grecia, si stanno surriscaldando parecchio. Beninteso, che poi si dichiari di non andare oltre, con l'austerità, e si promuova ancora una volta di spingere l'acceleratore sulle riforme e sulla crescita, per uscire da una crisi che proprio dall'eccesso di crescita deriva, è una altra delle tipiche contraddizioni del sistema. Ma questo è un altro discorso, che peraltro affrontiamo praticamente ogni giorno. Vale la pena invece tornare a bomba - mai parola più appropriata - sui Paesi oggetto non modo maggiore dell'asfissia dell'austerità. La Grecia ha da poco girato la boa del sesto anno di recessione. Una eternità, se si continua a guardare alle proprie condizioni con gli occhiali e le aspettative di un mondo che già non c'è più e che è cambiato sensibilmente. Irlanda, Spagna e Portogallo seguono a ruota. E l'italia ha iniziato da

pochi mesi ad entrare appena nel gorgo delle difficoltà che la recessione comporta. Ciò che abbiamo visto e stiamo vedendo nel nostro Paese è con tutta probabilità solo il prologo a ciò che sarà fatalmente nel prossimo imminente futuro. Perché anche ammettendo che le manovre messe in atto dal governo Monti siano davvero efficaci nel lungo periodo per uscire dalla situazione attuale - e noi non lo crediamo affatto - fermare il volano della caduta in azione in questi mesi, quindi riposizionarsi su valori almeno di parità tra entrate e uscite, poi trovare il denaro per ripagare i debiti (non dovuti!) creati dagli interessi sugli interessi che tutto il meccanismo attuale ha fatto lievitare, e infine - solo alla fine - iniziare a vedere spostarsi l'ago della bilancia economica di nuovo a favore delle popolazioni, è una impresa titanica per la quale, nella migliore delle ipotesi, serviranno decenni. Multipli. Non uno solo, come "previsto" dall'fmi. La situazione economica è questa e non cambierà, se non in peggio. Almeno per la nostra generazione. Ma uscendo dal nostro particolare il tema rimane: sono tutti i Paesi mediterranei a soffrire, chi più chi meno, chi in stato avanzato chi solo agli inizi, delle problematiche relative all'austerità. Ebbene, per quanto potranno reggere? Solo a vedere le ultime settimane, a quanto pare, non molto. Le manifestazioni di piazza, in Portogallo, in Spagna e in Grecia, si moltiplicano. E anche nel nostro Paese, sebbene con l'endemica frammentazione tutta tipica degli italiani che più che un popolo al momento sono masse di gruppi dispersi (come ha scritto benissimo Andrea Bertaglio proprio sul Quotidiano giorni addietro) alcune situazioni stanno iniziando a vedere salire di molto la "temperatura". Vedi gli scioperi in alcuni settori, recentemente, che iniziano sul serio a creare problemi. Non solo: il fatto è che tali manifestazioni, e questa volta torniamo in Europa, iniziano seriamente a essere piuttosto frequentate e cruente. Tanto che, e non è un caso, alcuni governi stanno iniziando a prendere, o a cercare di prendere, delle misure repressive più stringenti per contenere la situazione. Di questo fatto, cioè che i governi nazionali - e presto a livello europeo e quindi a livello globale - passino all'utilizzo della forza per contenere una situazione di scontento e di rabbia che via via diventa sempre meno contenibile, avevamo avvertito per tempo. Già un paio d'anni addietro, per la precisione. E l'istituzione dell'eurogendfor - la gendarmeria europea della quale nel nostro Paese i più non conoscono neanche l'esistenza - è una tappa in tal senso. Ma il dato principale resta: il disappunto si sta rapidamente trasformando in rabbia. E le popolazioni che hanno ancora sangue nelle vene (e per ora gli italiani non sono tra queste) stanno agitandosi sempre di più. Sino a quanto, per il momento, non si sa. Si sa però con certezza che il dato è parallelo: al crescere delle misure di austerità e delle vessazioni subite, in Grecia, Spagna e Portogallo, scendono in piazza numeri più consistenti e con toni e azioni in parallelo aumento. Oggi vengono definiti come "quasi normali" degli scontri in cui si verificano lanci di molotov, lacrimogeni, scontri di piazza con le forze dell'ordine e gente in fuga. Con i vari Parlamenti sullo sfondo. Con la spettacolarizzazione delle immagini provenienti dai vari Paesi alla fine si fa l'abitudine a tutto. Ma ciò non significa che sia normale vivere in un mondo in cui situazioni del genere sono all'ordine del giorno. Vale a dire che se solo fino a poco tempo addietro si provava stupore per una situazione del genere, oggi lo straordinario diventa quasi ordinario. È, in altre parole, diventato ordinario, nel nostro presente, vedere popolazioni tanto avvelenate dallo scendere in piazza più volte alla settimana. E sia chiaro, oggi non ci si può più riferire, come si faceva sino a qualche tempo addietro, alla sola Grecia. Basta immaginare una cartina geografica d'europa e posizionare una bandierina in ogni città in cui vi sono proteste, ogni giorno, per comprendere che dall'atlantico agli Urali, dal Mediterraneo che bagna le Primavere Arabe e la Grecia, e la Spagna, e

la Francia, sino al Mare del Nord oltre la Gran Bretagna, ogni giorno ci sono luoghi in cui si protesta. Si confondono le immagini da Lisbona, Madrid, Barcellona, Parigi, Londra e poi anche Berlino, sì, dove gli operai e gli impiegati iniziano a capire che tanto sforzo per la Bundesbank non è che sia poi così giustificato. E poi ovviamente Atene. L'Europa è stretta nella morsa della troika, direttamente o indirettamente. E l'europa, sebbene in ordine sparso, inizia a reagire. Perché in Italia dovremmo rimanere immuni da tali situazioni? Non si è ancora alla fame, vero. C'è ancora gente, tanta, che si mette in fila per comperare un telefonino che costa quasi mille euro. Magari a rate, magari risparmiando sul cibo, come attestano gli ultimi dati interni. Magari cercando di nascondere quanto più si può il proprio stato economico drammaticamente in calo, e magari sperando che alla fine della cassa integrazione nella quale si è stati messi si possa tornare a lavorare. Ma sono, ovviamente, situazioni destinate a degenerare. Scenderemo in piazza in modo analogo a quanto avviene altrove? Difficile prevederlo: anche perché come sempre, nel nostro Paese, il giochetto della politica e dei media a essa asserviti alla fin fine dissolve tutto il disappunto e lo incanala in settori prescelti e innocui, facendoli percepire come innovativi e in grado di dare una speranza per cambiare le cose. E non ci riferiamo, si badi bene, solamente ai nuovi agglomerati politico-mediatici allo studio in queste settimane (sui quali è inutile spendere anche una sola parola) ma anche sui casi tipo Matteo Renzi e Beppe Grillo. Casi - molto diversi tra loro, come ci ha spiegato anche Giulietto Chiesa in una intervista per Raz24.com recentemente - che appaiono di rottura e cambiamento, e dunque sono percepiti come speranza, ma che sono in realtà diramazione del vecchio (il primo) e insufficienza di sostanza (il secondo). Specchietti per le allodole. Cui risponderanno in molti, purtroppo. Ma questa è storia particolare del nostro paese imbelle e imbecille, sotto tanti aspetti. Per il resto, come stiamo vedendo, ci sono segnali di vita, o se non altro di vitalità. La previsione per il futuro prossimo è a questo punto facile: siccome è impensabile che l'austerità e la crisi smettano di mordere, e siccome è difficile che la politica di qualsiasi Paese sarà in grado di invertire la rotta, se aggiungiamo l'elemento di una crisi che è destinata ad aumentare (prossime bolle sono in procinto di scoppiare, come quella dei debiti pubblici e del mercato immobiliare nei Paesi che ancora non ne sono pienamente oggetto) risulta con tutta evidenza che non potranno che acuirsi sdegno e rabbia dei popoli. A quel punto, delle due l'una: o dalle parti della finanza molleranno (almeno un po') la morsa, aspetto poco probabile, oppure con l'aumento degli scontri si arriverà a una nuova stagione in cui l'uso della forza per la repressione non potrà che crescere. Con scenari ancora tutti da scoprire e che per ora è difficile, se non spaventoso, immaginare. Valerio Lo Monaco

EDITORIALE Manifesto politico? Una bozza di Alessio Mannino Ormai lo capisce anche un elettore di Casini che non abbiamo più sovranità, neppure mezza. Neanche più la libertà di decidere quante tasse estorcerci da soli. Quali e con quali sigle, sì, ma l ammontare della rapina discende dai calcoli di pochi signori a Bruxelles, Francoforte e nelle piazze finanziarie mondiali. Il nostro governo non aveva più la facoltà di battere moneta da tempo immemore, così come fin dal 1945 non ha nessuna reale indipendenza militare visto che i nostri soldati si muovono soltanto se irreggimentati in missioni di finta pace targate Nato o Onu. L Eurogabbia bancaria, con l euro a fare da guinzaglio e catena, è il compimento di una progressiva e inesorabile occupazione internazionale della nostra Italietta tornata, come agli albori della modernità, serva e complice di famelici stranieri. Il nostro già barzellettesco Stato non batte moneta, di fatto non ha autonomia fiscale, è privo di indipendenza geopolitica e si è consegnato mani e piedi ad una tecnostruttura sovranazionale schiava della speculazione: tecnicamente, non è più in nulla uno Stato sovrano, libero. Una depredazione di sovranità avvenuta in modo indolore, sottile, mascherato, coperto dai falsi ideali dell atlantismo, del libero mercato e della mistica europeista. Non a nostra insaputa, sia chiaro, ma col nostro consenso o con la nostra indifferenza. Ne stiamo pagando amaramente il fio, che si chiama Monti, dittatura dei mercati, Esm, tassazione usuraia, occupazione come optional, immigrazione senza controllo, oblio della storia e paesaggio sbranato. In una parola: disumanizzazione. Queste conclusioni ci sono note da tempo. Ma oggi la situazione politica ribolle di spinte sovversive, di frustrazione scoperta, di risentimenti popolari. I padroni del vapore stanno cercando di incanalarla nell alveo agevolmente controllabile della rabbia contro la sola casta dei politici (scandali regionali), perché si sa, i poltronari e sbafatori a ufo dei partiti sono bersagli facili, i colpevoli perfetti perché minori, più pacchiani, più esposti al pubblico ludibrio. Chi comanda sul serio - l alta finanza, i banchieri, i fondi privati e sovrani, le multinazionali, i salotti buoni - se ne sta al riparo nel dietro le quinte, difeso da un immunità ideologica e spesso anche informativa: finisce sui giornali al massimo per qualche eccesso di arroganza o marachella giudiziaria, cadendo

regolarmente in piedi, quando non è addirittura lodato coi magnificat come fosse un filantropo e sincero democratico (il modello insuperabile di tartuferia su scala planetaria è lo spietato finanziere George Soros). E allora dàgli alla cosiddetta casta (povere caste indiane, che volgare abuso della vostra antichissima tradizione per colpa dei Stella e Rizzo, i giornalisti orbi di un occhio, l occhio per l economia padrona e predona). Giusto, perché quelle mezze cartucce senza merito né onore che grufolano coi nostri soldi nel Palazzo sono parassiti da spazzare via. Ma fare gli indignados contro Proci e porci non può essere l unica molla di scontento, già la pur monca ondata Occupy in tutto il mondo ha alzato il mirino contro l élite mondialista del denaro. Come non può continuare ad esserlo la pura e sacrosanta pars destruens su voragini di marcio politico, economico e morale come il debito inestinguibile, la partitocrazia vessatoria, il centralismo idiota, la precarietà esistenziale, la servitù da lavoro, le ingiustizie sociali. Bisogna provare a dire dei sì. Trovare denominatori comuni, nodi irrinunciabili attorno a cui fare quadrato. Per fare cosa? La mia idea personale l ho già esposta su questo giornale, ed è di cavalcare la tigre del grillismo. Consapevoli di tutti i suoi errori, le sue confusioni concettuali, le sue mancanze programmatiche e i suoi limiti umani e politici (dall ingenuità media da oratorio delle sue truppe, all incoerenza, secondo me fisiologica, fra democrazia integrale e verticismo carismatico del duo Grillo-Casaleggio). La politica è movimento, e occorre tener conto delle forze. E oggi, la forza d attrazione per i ribelli, operanti e potenziali, è trainata dal Movimento 5 Stelle. Lì c è un campo da poter arare. Escludere a priori la possibilità di agire su di esso e con esso costituirebbe un peccato di snobismo e settarismo tipico di chi si rifiuta il principio di realtà per abbarbicarsi nel proprio sterile microscopico orticello. Sintetizzo in punti i cardini di un futuribile programma minimo della Ribellione. Un referendum sull euro è una buona idea: la parola torni al popolo perché torni ad essere sovrano. Ma per dire NO all Eurocrazia. Il sistema monetario europeo andrebbe radicalmente rifondato. Non essendo possibile farlo, lo Stato nazionale, attualmente depositario delle sovranità popolari, deve poter riprendersi il potere di emissione e circolazione delle moneta. Il ritorno alla valuta nazionale dovrebbe farsi a due condizioni: un uscita regolamentata e organizzata in modo da alleviare le prime conseguenze negative, e un riassetto radicale della gestione monetaria, a partire dalla proprietà pubblica della nuovo divisa nazionale. Restare in Europa senza impiegare l euro: in teoria, come fanno da sempre Gran Bretagna e Danimarca, si può, ma non ce lo concederanno mai. Posto che la battaglia va combattuta comunque, non può non essere completata con una proposta di riorganizzazione dell Unione Europea. Niente Stati Uniti d Europa o americanate simili: il continente ha la storica peculiarità delle identità locali da difendere. Euro-regioni autonome (amministrazione, buona parte del fisco, polizia ecc) dunque, con le vecchie nazioni a fare da cornici intermedie con competenze ridotte. Monete regionali complementari al neo-euro. Un governo europeo con poteri di politica estera e militare con una Dieta federale, entrambi espressioni delegate delle euro-regioni. Nel frattempo, in ogni caso, si recuperi la statualità nazionale ragionando all interno di essa, che pur in crisi resta l unico baluardo di resistenza alla globalizzazione e ai suoi moloch (Fmi, Wto ecc). Il metodo di autogoverno preferibile è la democrazia diretta in ambito locale, con una parte di delega rappresentativa limitata all essenziale (come in Svizzera e più della Svizzera). Nel brevemedio termine, ricorrere ai mezzi offerti dalle istituzioni per cambiarle con la guerriglia interna. Il lavoro e l economia non possono essere i fini dell esistenza, ma tornare ad essere strumenti. Non la crescita infinita e fine a sé stessa, ma il reddito minimo di vita dev essere l obbiettivo di una politica economica finalmente umana. Riappropriandosi della moneta, togliendo alle banche l esazione occulta dell interesse rimodulando il circolante (non più liquidità speculativa, ma

scambi tramite moneta deperibile e garantita da camere locali di compensazione), rinegoziando il debito estero, si potrebbe metter mano al mercato della manodopera in modo che sia sottratto alle piovre capitaliste. L architettura istituzionale, coerentemente con l aspirazione all autogoverno più vicino possibile alla dimensione comunitaria, dovrà essere giocoforza federale. Questo anche deriva dal bisogno di rimettere radici, di riscoprire i caratteri ancora vivi e vivificanti delle tradizioni, ridare alla vita del singolo ritmi e condizioni a sua misura e del contesto naturale in cui vive (ottica bioregionale). Il soggetto politico per attuare soluzioni di così lungo termine non può che dirsi, proporsi ed essere palingenetico, radicale, rivoluzionario. Massimo pragmatismo sul qui e ora, ma nessuna concessione teorica sull obbiettivo finale: rimettere al centro l Uomo, concreto, storico, in carne e ossa, spirituale e vivaddio irrazionale, con le sue esigenze interiori di stabilità e armonia, i suoi giusti orgogli d appartenenza e la sua santa animalità, irriducibile alle statistiche truffatrici e astrattezze schiavizzanti dell ideologia finanziaria. È solo un abbozzo, spero non sia un aborto. Vorrei che mi contestiate, mi critichiate, mi diciate che ho torto o ragione, purché concordiate con me sulla necessità di poggiare i piedi per terra non dimenticando che chi lotta davvero (io lo faccio con la penna, almeno per ora) guarda verso il cielo. Alessio Mannino

CHIAVE DI LETTURA L attualità del paradigma indigeno di Eduardo Zarelli Esiste ancora l indigeno? Probabilmente no. Anche gli incontattati residuali che vivono nelle Andamane o in altre lenzuola di terra marginali rappresentano ormai, in realtà, solo l accidente di un processo di civilizzazione inesorabile in atto. I pregiudizi etnocentrici e il marchio di arretrati, incivili e selvaggi affibbiato ai popoli tribali hanno radicato dei sentimenti di presunzione e disprezzo, alimentando di fatto storici genocidi fisici e culturali. Quando i coloni europei sbarcarono in Australia, la dichiararono terra nullius, ovvero terra di nessuno. Ma non era così: il popolo degli Aborigeni vi viveva forse da 50mila anni; eppure, il concetto di terra nullius fu abolito solo nel 1992, dopo avere privato quasi completamente un intero popolo della sua terra e avere provocato la morte di centinaia di migliaia di persone. Allo stesso modo, Cristoforo Colombo, quando venne sospinto inconsapevolmente nel Nuovo Mondo, giunse in realtà nella terra natale di popoli che vi vivevano già da millenni e avevano proprie leggi, nonché culture, valori, stili di vita e religioni secolari. Chi pretende di combattere e civilizzare in nome dell'umanità pone i propri avversari al di fuori dell'umanità. Anche dietro l'attuale ideologia dei diritti dell'uomo ritroviamo l'etnocentrismo occidentale che, con il passare dei secoli, non ha smesso di fornire una buona coscienza a coloro che si credono autorizzati a distruggere i modi di vita specifici degli altri popoli in nome del proprio modello, considerato universale, ossia l'unico possibile.

Legittime e interessanti, le modalità attuali di rivendicazione identitaria o addirittura di rappresentanza politica si pensi a Evo Morales in Bolivia e ad altri profili politico-culturali analoghi, soprattutto nell America Latina ma in realtà risulta difficile utilizzare delle categorie antropologiche totalmente diverse, nelle riflessioni dell oggi. La controcultura di qualche decennio fa, al di là delle tante contraddizioni, ebbe il merito di rivalutare nell immaginario pubblico la figura culturale e storica dell indigeno, ma perse, lungo la strada dell individualismo e dell esotismo intrasistemico, un maturo rapporto di confronto con l altro. Come rapportarsi, allora, con il paradigma del nativo? È ancora possibile utilizzare l assolutamente pre-moderno, per traguardare concettualmente l oltre-moderno? Uno dei motivi, per tenere presenti le realtà indigene nella critica della complessità sociale civilizzata, è dato dal fatto che si sopravvalutano le possibilità delle leggi nella soluzione delle questioni di ordine biologico, sociale ed ecologico. Le società umane e non umane sono rette da forze naturali le quali, come quelle che determinano la struttura degli altri sistemi naturali, obbediscono a una serie di leggi. Nel Taoismo c è l importante precetto del Wu wei, che riguarda la consapevolezza di quando agire e di quando non agire. È parte fondamentale del paradosso wei wu wei (azione senza azione, agire senza sforzo); lo scopo del Wu wei è il mantenimento di un perfetto equilibrio o allineamento con il Tao (Via), e quindi con la natura. Il concetto ha probabilmente origine dal pensiero confuciano. Nei primi testi taoisti, il Wu wei è spesso associato con l'acqua, che ne rende perfettamente il concetto: l'acqua, anche se è leggera e debole, ha la capacità di erodere lentamente la roccia. L'acqua è compatta e rimane sempre uguale a se stessa, a differenza del legno, della pietra o di qualsiasi altro materiale, che può essere suddiviso in pezzi; essa, tuttavia, può riempire qualsiasi contenitore, assumere qualsiasi forma e andare ovunque, anche nei buchi più piccoli e, quando si suddivide in tante gocce, ha ancora la capacità di riunirsi. Quando l'uomo coltiva le leggi del Tao, aumenta il suo stato di armonia con la natura e, come afferma il filosofo taoista Zhuang Zi, raggiunge lo stato di Ming, o vista chiara. È allo stato di Ming che l uomo deve applicare il wu wei, agendo solo quando deve agire, in modo da non sconvolgere gli equilibri del Tao. Il ruolo decisamente secondario, giocato dalle istituzioni nel determinare il corso della storia, è stato sottolineato da alcuni pensatori politici del XIX secolo, oggi raramente considerati. Edward Hartpole Lecky (1838-1903), storico irlandese, ha scritto: «In storia e in politica è un grosso errore attribuire troppa importanza al sistema politico; bisogna piuttosto considerare quali uomini fanno funzionare l'ingranaggio e con quale spirito agiscono. Poche costituzioni contengono più anomalie teoriche e anche più aberrazioni di quella sotto cui l'inghilterra ha raggiunto un livello unico di prosperità politica; in compenso, un'imitazione pedissequa delle costituzioni europee non ha salvato certi Stati dell'america latina dall'anarchia e dalla bancarotta». La pensa così anche Buckle (1821-1862), storico inglese: «Non sono i sigilli o le carte dei legislatori a proteggere l'indipendenza degli uomini. Queste sono cose esteriori, come i vestiti, i fronzoli della libertà e l'abito della domenica in tempi di pace. Quando iniziano i disordini o il dispotismo, però, la libertà sarà mantenuta non da coloro che hanno scritto la Magna Carta, ma da coloro che sono impregnati di abitudine all'indipendenza». Qual è, allora, il ruolo delle istituzioni? Secondo questo autore, non sono le istituzioni a cambiare il carattere e il pensiero degli uomini, a renderli religiosi o scettici, o a insegnare loro a governarsi da soli, invece di appoggiarsi allo Stato e ridursi in schiavitù. Purtroppo, lo studio delle società si riduce troppo a quello delle istituzioni; se una società ha più successo di un'altra, ne attribuiamo la riuscita alle sue istituzioni. Accade la stessa cosa per il fallimento; non ci viene in mente di incriminare le società stesse, diventate, come le odierne società industriali ed edoniste, autodistruttive. La nostra ignoranza in fatto di realtà sociali viene dalla tendenza che abbiamo a focalizzare l interesse unicamente sulle società moderne. Raramente prendiamo in considerazione l'idea che