Dott. Federico Pellegatta Infermiere Clinica Pediatrica della Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua Mamma (MBBM) tutte le volte in cui si porta a termine il proprio lavoro e quindi si accompagna un bambino fino in fondo e questo accompagnamento porta i frutti che ci si aspetta, che la famiglia si aspetta e che il bambino stava richiedendoci, mi dico che ho fatto la cosa giusta
FEDERICO PELLEGATTA Federico Pellegatta nasce nel 1988, si laurea in Infermieristica all Università degli Studi di Milano e inizia subito a lavorare a Monza, scelta di cui si reputa pienamente soddisfatto. È, infatti, approdato alla Clinica Pediatrica della Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua Mamma (MBBM) realizzando il desiderio di operare all interno di un contesto pediatrico specialistico. Sin da subito è stato inserito nel gruppo di Assistenza Domiciliare al bambino con la possibilità di crescere nel contesto delle cure palliative pediatriche e ricopre oggi ruoli di responsabilità e prestigio. Federico Pellegatta, Francesca C. Floriani, Giorgio Tresoldi, Giacomo Pellegrini, Momcilo Jankovic e Gisella Policardi
1. OLTRE ALL ATTIVITÀ INFERMIERISTICA IN QUALI ALTRE ATTIVITÀ È COINVOLTO? Sto collaborando alla creazione del core curriculum dell equipe in cure palliative pediatriche nel quale ho seguito, insieme al gruppo di cui faccio parte, la parte relativa all analisi dei bisogni del bambino, una parte un po intensa ma che a noi è servita tanto come scuola sulla ricerca. Nell ambito delle cure palliative sono impegnato nella creazione del documento dell eleggibilità del paziente pediatrico al percorso palliativo. Sono appena stato nominato membro del tavolo tecnico del Ministero della Salute sull applicazione della Legge 38/2010 in ambito palliativo-pediatrico. 2. LEI È CO-DOCENTE DI UN CORSO IN FONDAZIONE FORMAZIONE FLORIANI FORMAZIONE, DI CHE COSA SI TRATTA? È un corso che riguarda le Cure Palliative in ambito pediatrico. Il percorso, alla seconda edizione, si sviluppa in tre giornate formative e tratta tutti gli aspetti del setting assistenziale sul paziente pediatrico. Le macro aree di discussione: l analisi e la valutazione dei bisogni dei sintomi del bambino, la gestione in rete e l aspetto comunicativo
e di etica dell approccio al bambino. Insomma, uno dei percorsi più completi che ci sono nel panorama formativo. 3. CHE COSA VUOL DIRE INSEGNARE A PROFESSIONISTI CHE LAVORANO IN CURE PALLIATIVE DA TANTI ANNI E SONO MOLTO PIÙ GRANDI DI LEI? Significa mettersi in discussione tutte le volte. Significa partire da un presupposto d umiltà continuo. Non sono tanto i ruoli o le cariche a fare una persona quanto l approccio che si ha di fronte a un problema. Pensarsi arrivati sarebbe estremamente stupido soprattutto in questo momento, quindi in realtà per me è un onore poter contribuire a questo corso ma cerco di metterci tutta l umiltà che ho a disposizione. La modalità che cerco di adottare durante i corsi non è quella direttiva in cui io dico che cosa bisogna fare ma parto sempre da un analisi, da casi clinici, dai bisogni, insomma, dall istituzione di quello che può essere un percorso per mettere a confronto due realtà: quella dell adulto con tutta una conseguenza di specificità che può essere integrata con l altra realtà, quella delle competenze che io e altri possiamo avere nel setting pediatrico. Significa non pensare mai di voler scotomizzare una parte che invece è importante e assodata soprattutto come base.
4. IL CORSO È TENUTO DA I PIÙ ESPERTI E STIMATI MEDICI DEL SETTORE. CHE COSA SIGNIFICA AVER OTTENUTO LA LORO FIDUCIA? In realtà un sacco di cose. La prima vuol dire dover lavorare ancora tanto perché avere la fiducia di qualcuno di importante ti pone nella condizione di dover lavorare tanto, di dover continuare a cercare e, soprattutto, continuare a metterti in discussione. Secondo me avere avuto la fiducia relativamente giovani significa dover continuare, per tanti anni, a portare freschezza e novità in un settore che ha bisogno anche di questo. Quindi per me significa tanto e tante responsabilità soprattutto. 5. PERCHÉ HA DECISO DI DEDICARSI ALLE CURE PALLIATIVE? PERCHÉ PEDIATRICHE? In realtà quando ero al terzo anno di Università mi sono ripromesso alcune cose. Uno, che non avrei mai lavorato in un contesto pediatrico. Due, che non avrei mai lavorato in un contesto oncologico pediatrico e tre, che non mi sarei mai occupato di cure palliative pediatriche. Il presupposto può essere una buona base: appena laureato ho cercato un contesto pediatrico specialistico, non ho mai pensato di occuparmi di cure palliative ma è venuta l occasione, arrivata con la proposta del Dr. Jankoviç, e mi sono detto: Perché non accettare?. Mi ci sono trovato, mi ci sto
trovando e per me in questo momento rappresenta una grande sfida in cui poter dimostrare che c è tanto ancora da fare e che ciò che paga non è il singolo, la conoscenza del singolo, la bravura del singolo ma il potere dell équipe. Le cure palliative pediatriche sono la classica e piena rappresentazione di una équipe che veramente può funzionare, perché senza questa in realtà non ci sarebbero le cure palliative in setting pediatrico. Il coinvolgimento emotivo è tanto e le scelte da dover fare sono spesso particolarmente difficili; è quindi la necessità di affrontare in gruppo tutte le implicazioni, lavorative ed emotive, della cure palliative pediatriche a spingermi a pensare investiamoci perché non sarò mai da solo. 6. DURANTE IL SUO LAVORO LE È MAI CAPITATO DI VIVERE UN ESPERIENZA CHE LE HA FATTO CAPIRE CHE ERA SULLA STRADA GIUSTA? Tutte le volte in cui si porta a termine il proprio lavoro e quindi si accompagna un bambino fino in fondo e questo accompagnamento porta i frutti che ci si aspetta, che la famiglia si aspetta e che il bambino stava richiedendoci, mi dico che ho fatto la cosa giusta. Però tutte le volte che un bambino muore bene e nel luogo che lui e i suoi genitori desideravano è un buon risultato.
7. USCENDO DAL SUO RUOLO DI DOCENTE E TORNANDO A ESSERE UN ALUNNO, A QUALE CORSO LE PIACEREBBE PARTECIPARE E QUALE PROFESSORE VORREBBE AVERE? In questo momento penserei a un corso in cui la valorizzazione non viene data solo sull agire professionale ma sul modo di poter far crescere un'équipe: come portare avanti dei processi funzionali di équipe corretti. Penso sia una cosa che attualmente manca perché ci sono corsi sulla formazione clinica, corsi sulla costruzione della rete, percorsi sugli aspetti psicologici ma manca tutto l aspetto del team building. Momcilo Jankovic e Federico Pellegatta durante il corso Il Fine Vita di un Bambino svoltosi in Fondazione Floriani