TEMPLI E TEATRI. Campania illustrata. 1632-1845



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Campania illustrata. 1632-1845 TEMPLI E TEATRI L area interessata dalla presenza dei templi è ovviamente quella del foro, quindi è giusto partire dall edificio consacrato a Giove, occupante il lato nord della piazza. Al tempio si associa una delle più ricorrenti immagini di Pompei distrutta dall eruzione vesuviana, in quanto alle spalle della struttura si erge proprio il profilo della montagna: ovviamente tanto la proposta figurativa di Federico Hörner inclusa nel Viaggio pittorico del 1829, quanto la copia di F. Corsi per l Atlante illustrativo del 1845, si basano sul binomio delle rovine del tempio e della minaccia continua del vulcano fumante (tra l altro negli anni venti dell Ottocento, come sappiamo, sono state frequenti le eruzioni e le emissioni di gas). All epoca della realizzazione della prima litografia, gli scavi del foro dovevano ancora perfezionarsi ma erano già da molto tempo emerse con chiarezza le strutture al suo interno e nel circondario. Il tempio alla sua distruzione, preceduta pochi anni prima da ingenti crolli causati dal terremoto del 62, era già da molti anni intitolato alla cosiddetta Triade Capitolina, ossia alle divinità di Giove, Giunone e Marte (la dedica originaria era di epoca sannitica). Si caratterizza per la sua costruzione su di un alto podio preceduto da una scalinata, e per sei alte colonne corinzie che introducevano un pronao. L ultima colonna a destra, così come visibile oggi, è stata ricomposta, ed in misura minore anche le altre cinque: nelle due tavole in questione, infatti, appaiono ben più ridotte. 1

Il piccolo tempio di Vespasiano, dono della sacerdotessa Mamia, noto anche come Aedes Genii Augusti e dalla intitolazione erroneamente attribuita per largo tempo al dio Mercurio, appare nella litografia di Franz Wenzel (1829), su disegno di Giacinto Gigante, sostanzialmente nello stato che è anche quello attuale, se non fosse per una maggiore superficie stuccata delle mura perimetrali del cortile. In realtà gli studiosi hanno ritenuto che all epoca dell eruzione la struttura fosse ancora in costruzione, e che la scelta di dedicarla all imperatore in carica per l appunto, Vespasiano fosse sussessiva al distruttivo terremoto del 62. Nell illustrazione (riproposta nel 1845 da F. Corsi per la raccolta di Zuccagni-Orlandini) attirano l attenzione l individuo intento al trasporto di alcune anfore e soprattutto l altare marmoreo, posto al centro del cortile, con il bassorilievo recante la scena del sacrificio di un toro; alle spalle dell altare, l alto podio che precedeva il tempietto, entro il quale si conservava la statua per il culto dell imperatore. Del tempio di Venere, posto tra la Basilica e la Porta Marina, non restano oggi che rovine assai risicate, sopravvissute al terremoto del 62 e soprattutto alle spoliazioni dei ricchi materiali marmorei e di costruzione in genere, praticate poco dopo l eruzione, e facilitate dal fatto che l edificio era collocato più in altura, quindi facilmente individuabile. La litografia del consueto binomio Forino/Gigante realizzata per il Viaggio pittorico (così come l analoga incisione di Giacinto Maina nell opera di Zuccagni-Orlandini) ci consente almeno di individuare quanto, nel 1829, era rimasto ancora in piedi: sostanzialmente il podio con la scala centrale, l altare posto dinanzi ad esso e parte del muro di recinzione dell area. Molto più di quanto non sia oggi possibile rinvenire sul sito. Assai meglio conservato invece il tempio di Iside, collocato in tutt altra area della città, alle spalle del teatro grande. L area sacra del tempio nel suo complesso si presenta oggi non dissimile da quanto è stato raffigurato da Federico Hörner per la raccolta di Cuciniello e Bianchi (1829) o da L. De Vegni per l Atlante illustrativo (1845): due illustrazioni per le quali è stata scelta in entrambe una visione prospettica che permette di cogliere le rovine del tempio posto su di un alto podio, la scala centrale che ne permetteva l accesso, le due nicchie laterali del tempio che ospitavano sculture di divinità riconducibili al culto di Iside e Osiride, le colonne del pronao che anticipava la cella del tempio, il colonnato del cortile porticato, e il 2

purgatorium posto all angolo sinistro del porticato per le cerimonie di purificazione con l acqua del Nilo. La singolarità di un tempio egiziano a Pompei fece molto parlare già subito dopo il ritrovamento, avvenuto tra il 1764 e il 1766, anche per la qualità artistica dei suoi affreschi che ora è possibile apprezzare all interno del Museo Archeologico di Napoli. In realtà il culto di Iside era molto diffuso nel Mezzogiorno d Italia, in particolare nei territori dell odierna Campania, come è stato dimostrato in una mostra organizzatasi nel 2006 a cura di Stefano De Caro, sempre presso il Museo che ospita gli affreschi pompeiani. Osservando il tempio di Iside si è entrati, come si è detto, nell area dei teatri di Pompei. In realtà l unico vero teatro è il cosiddetto teatro grande, così definito per distinguerlo dal piccolo odeion che aveva altre funzioni. Datato nella sua sostanziale ricostruzione al II sec. a.c., il teatro è stato progettato a ferro di cavallo alla maniera greca sfruttando le naturali pendici di una collina, sulla quale sono state costruite delle gradinate per una capienza complessiva di circa cinquemila spettatori. Diviso in tre sezioni, la più vicina all orchestra riservata ai decurioni, mentre la più alta e ampia indirizzata al popolo, comprendeva sul palco un articolata scena in muratura edificata dopo il terremoto del 62 d.c. E stato accertato che negli ultimi rimaneggiamenti della struttura, gli interi spalti erano stati ricoperti in marmo, ma con ogni evidenza questi materiali furono depredati in seguito all eruzione. Nel Viaggio pittorico Franz Wenzel ha magistralmente tradotto in litografia un disegno di Giacinto Gigante realizzato dalla sommità delle 3

gradinate; nella raccolta di Zuccagni-Orlandini ritroviamo una fedele copia calcografica a firma di Nicolò Cellai. 4

Come già accennato, il teatro piccolo noto anche come odeion, confinante col grande, era in realtà una struttura molto raccolta e coperta, pensata per la declamazione di versi o spettacoli musicali: anch essa con una sezione riservata ai decuriori, corrispondente alle prime quattro file di gradoni, e con le gradinate per il restante pubblico. La sua datazione è successiva alla costruzione del teatro grande, in quanto inquadrabile nella prima metà del I sec. a.c. Per raffigurare questo edificio altrettanto interessante, Gigante si collocò all altezza della scena, dando ad essa lo stesso respiro delle gradinate, le quali furono di conseguenza disegnate solo in parte. La litografia che ne conseguì, destinata all opera di Cuciniello e Bianchi, fu a firma di Gaetano Dura, mentre sarà ancora Cellai a riprodurne l imitazione per l Atlante illustrativo. Ad uso del pubblico dei due teatri, perché lo stesso potesse trovare refrigerio, ristorarsi o ripararsi dalla pioggia, era stato edificato in prossimità un grande quadriportico, contrassegnato da ben 74 colonne di ordine dorico, sulle cui funzioni ci sono state varie teorie discordanti. La più accreditata è quella appena accennata, mentre la meno probabile sarebbe quella di una scuola di formazione militare e sportiva dei giovani: non a caso le illustrazioni dal Viaggio pittorico (a firma di R. Müller) e dall Atlante illustrativo (siglata da L. De Vegni) che ne ritraggono ovviamente solo una parte, lo indicano quale quartiere de soldati. E invece certa la sua destinazione d uso nell ultima fase pre-eruzione: la sede per l organizzazione dei gladiatori che si cimentavano nel locale anfiteatro, tant è che la sua denominazione attuale è caserma dei gladiatori. Costituisce la prova di questa interpretazione il ritrovamento di armi e paramenti propri di questa categoria di lottatori. 5

La geografia dell area dei teatri ha attratto ancora la curiosità di Forino/Gigante e di L. De Vegni per quanto concerne gli spazi dei cosiddetti propilei, ossia l area di accesso al quadriportico dei teatri, collegata con il vicino foro triangolare. 6

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