LA DOMENICA. L attualità Roma è Las Vegas viaggio al neon tra gli slot people WALTER SITI

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1 LA DOMENICA DIREPUBBLICA NUMERO 421 CULT L L Sessant anni fa due scienziati scoprivano in una doppia elica il segreto della vita Oggi il loro erede lancia una nuova sfida: Avremo un Dna creato al computer Intervista a Craig Venter Uomo All interno La copertina Perché scriviamo leggiamo e vendiamo il nostro dolore SIMONETTA FIORI e MASSIMO RECALCATI FOTO SCIENCE PHOTO LIBRARY che verrà L attualità Roma è Las Vegas viaggio al neon tra gli slot people WALTER SITI L archivio Roberto Bolaño un paio di occhiali e infiniti fogli JAVIER CERCAS e RICCARDO IORI ELENA DUSI Sessant anni anni fa la nostravita ha preso la forma di una doppia elica. La molecola del Dna apparve davanti agli occhi di James Watson e Francis Crick nel 1953 in un laboratorio di Cambridge, e il 25 aprile di quell anno la scoperta fu pubblicata su Nature. Oggi alla molecola che è il fulcro di ogni forma vivente sulla Terra sono affidate molte speranze. Tra quanti hanno visto più lontano di altri c è lo scienziato americano Craig Venter. Il coautore del sequenziamento del Dna umano, oggi dirige l Istituto che porta il suo nome e che raccoglie cinquecento studiosi. Tre anni fa annunciò la creazione della prima forma di vita artificiale: un batterio (battezzato Synthia) che vive grazie a un Dna sintetizzato completamente in laboratorio. Non contento delle controversie suscitate in quell occasione, ci preannuncia una nuova scoperta. Intanto, come sta Synthia? «Bene, stiamo realizzando un nuovo esemplare. Entro l anno faremo un altro annuncio». (segue nelle pagine successive) PIERGIORGIO ODIFREDDI Il 28 febbraio del 1953, benché fosse sabato, il ventitreenne James Watson si recò in laboratorio la mattina presto, ed ebbe l intuizione della sua vita: rimescolando i quattro tipi di tessere di un puzzle tridimensionale di cartone sul quale stava lavorando, che corrispondevano alla struttura chimica delle quattro lettere dell alfabeto del Dna, si accorse che esse combaciavano perfettamente a coppie. A metà mattina il trentasettenne Francis Crick raggiunse il compagno di ricerca, e comprese immediatamente che la sua scoperta significava che il Dna aveva una struttura a doppia elica, costituita da due catene di lettere orientate in direzione opposta. All ora di pranzo i due si recarono al loro solito pub, l Eagle, e Crick annunciò modestamente ai commensali che, insieme a Watson, aveva appena scoperto il segreto della vita. Fin dalle origini della sua storia cosciente l uomo aveva infatti cercato di rispondere alla domanda più fondamentale che poteva porsi: Cosa c è di misterioso, magico, o addirittura divino, nella vita? (segue nelle pagine successive) Il libro La saga pacifista stile Buddenbrook del meno famoso dei fratelli Singer SUSANNA NIRENSTEIN Straparlando Franco Zeffirelli Io, la Callas e il mio primo amore partigiano ANTONIO GNOLI Il teatro I due Servillo e le maschere della cattiva coscienza ANNA BANDETTINI L arte Il Museo del mondo Il gioco del calcio visto da de Staël MELANIA MAZZUCCO DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI

2 30 LA DOMENICA La copertina L uomo che verrà Ha sequenziato il genoma umano e tre anni fa annunciò la creazione del primo essere vivente in laboratorio TRIESTE (ITALIA) Craig ILLINOIS (USA) Venter.Domani il Dna FOTO ELLIOTT ERWITT/MAGNUM ELENA DUSI (segue dalla copertina) Ci dia un indizio. «Non posso dirle di più. Ci siamo sempre chiesti se fosse possibile progettare un essere vivente al computer, partendo da zero. Il Dna architettato dal calcolatore poi andrebbe assemblato in laboratorio. E alla fine non resterebbe che vedere se quel genoma fa funzionare un essere vivente. Una cellula per esempio». La vita nata dal silicio. E nel frattempo dove è finita Synthia? «In frigorifero. Per noi rappresentava un esperimento pilota. È stata importante per dimostrare che il metodo funziona, ma era solo un risultato preliminare per passare alla fase successiva». Immaginiamo di trovare vita su Marte. Si aspetta sia basata sul Dna? «Tutta la vita, così come la conosciamo, è basata sul Dna. E la composizione chimica dell universo è simile a quella della Terra. Mi aspetto senz altro di trovare vita altrove nell universo. Non credo che sia evoluta come la nostra, perché il percorso dell uomo ha seguito tappe rapide. Probabilmente sarà solo vita microbica, ma la sua chimica la immagino effettivamente basata sul carbonio e su informazioni contenute e trasmesse dal Dna». Quindi sapremmo interpretare una eventuale vita extraterrestre. «Non sarebbe neanche necessario portare sulla Terra dei campioni di Dna marziano. Organizzare un trasporto simile richiederebbe razzi da miliardi di dollari, noi invece potremmo usare apparecchi per il sequenziamento genetico direttamente su Marte o sul pianeta in questione, per poi spedire le informazioni in forma digitale sulla Terra. A quel punto nulla ci impedirebbe nemmeno di ricreare un marziano in laboratorio». Sessant anni fa abbiamo osservato per la prima volta il Dna. Da allora la FOTO INGE MORATH/MAGNUM sua struttura a doppia elica è diventata l icona della vita. Riusciremmo a immaginare una forma diversa? «Non credo che una tripla o quadrupla elica funzionerebbero. E penso che la scienza abbia vissuto negli ultimi sessant anni il periodo più straordinario dell umanità. Nel 1953, quando Watson e Crick (anche sulla base dei dati di Rosalind Franklin) pubblicarono lo studio sulla doppia elica, l idea che il Dna fosse il responsabile dell eredità genetica non si era ancora affermata del tutto. La scoperta era avvenuta una decina di anni prima, ma non tutti gli scienziati erano convinti. Alcuni credevano che le informazioni biologiche passassero attraverso le proteine». Il Dna è stato usato per immagazzinare libri, musica, immagini. Nel genoma di Synthia avete inserito dei passi dell Ulisse di Joyce. La molecola della vita potrà essere usata come una biblioteca di Alessandria in miniatura? «La natura usa il Dna da quattro miliardi di anni per immagazzinare informazioni. Il metodo non ha rivali. Il genoma però ha permesso l evoluzione delle specie viventi attraverso mutazioni che, occasionalmente, creano un cambiamento in un organismo. Per questo è necessario che il Dna non sia completamente stabile e consenta ogni tanto degli errori. Non vorrei che il codice del mio conto in banca fosse conservato in una molecola simile». KILLORGLIIN, COUNTY KERRY (IRLANDA) La biologia sintetica, ovvero la capacità di creare Dna artificiale in laboratorio, potrà risolvere alcuni dei problemi dell umanità? «Ci consentirà di continuare ad avere acqua pulita, nuove fonti di nutrimento ed energia, vaccini, medicine e metodi per riciclare l anidride carbonica. Abbiamo iniziato dalle alghe. Lavorando sul loro Dna riusciamo a indurle a produrre proteine, acidi grassi omega tre, antiossidanti più potenti degli attuali. Per affrontare il problema dell inquinamento, possiamo aumentare la capacità delle alghe di catturare anidride carbonica dall atmosfera, o spingerle a produrre combustibili puliti. Abbiamo allo studio una nuova biologia che ci permetterà di produrre bottiglie di pla- Le tappe LA SCOPERTA Il 28 febbraio 1953 James Watson e Francis Crick osservano che il Dna ha la forma di una doppia elica IL NOBEL Nel 1962 Watson e Crick ricevono il Nobel. Dieci anni più tardi si impara a leggere il Dna IL SEQUENZIAMENTO Nel 1990 parte negli Usa il progetto per eseguire il sequenziamento del genoma umano LA PROVA Il processo a O.J. Simpson, nel 1995 rende popolare l uso del Dna come prova

3 31 FOTO ALINARI Oggi disponiamo di moltissimi strumenti per fare progressi Come si fa a non essere ottimisti? La vita e nient altro PIERGIORGIO ODIFREDDI (segue dalla copertina) ALBUM DI FAMIGLIA Dalla middle class family americana a quella triestina, fino ai gitani irlandesi. Sfogliando i nostri album di famiglia un gesto, un sorriso, uno sguardo, ci ricordano che abbiamo qualcosa in comune: è il Dna OREGON (USA) lo faremo al computer CALIFORNIA (USA) FOTO ELLIOTT ERWITT/MAGNUM LA CLONAZIONE Nel 1996 viene clonata la pecora Dolly, il primo mammifero riprodotto da cellula adulta IL GENOMA Quello dell uomo viene pubblicato nel Sette anni dopo sarà sequenziato l intero Dna di Watson stica partendo dall anidride carbonica anziché dal petrolio». Non avremo più bisogno di agricoltura, pesca o allevamento? «Fra dieci anni la popolazione mondiale sarà aumentata di un miliardo di persone. Immaginiamo di aggiungere un altra Cina al nostro pianeta. Ci accorgeremo che non riusciremo a produrre cibo per tutti senza esaurire le risorse naturali. Già gli oceani sono in sofferenza per l eccesso di pesca. Dobbiamo inventare altre tecniche per nutrirci, altrimenti cancelleremo tutte le altre forme di vita dal pianeta». Tre anni fa avete avviato una collaborazione da 600 milioni di dollari con Exxon Mobil per produrre biocarburante dalle alghe. I risultati però non sono stati quelli sperati. Come mai? «Abbiamo perso tempo a dimostrare quel che poteva essere intuito fin dall inizio: la quantità di carburante prodotto dalle alghe per via naturale è troppo bassa. La tecnica non diventerà mai economica. Da quando abbiamo iniziato a usare la biologia sintetica per modificare il Dna degli organismi vegetali i passi avanti si stanno vedendo. Siamo riusciti a migliorare l efficienza tre volte rispetto alla fotosintesi naturale. Abbiamo testato le nostre alghe sia nella serra dell Istituto sia in alcuni laghetti che abbiamo creato all aperto». Una delle applicazioni sta invece rivoluzionando i vaccini. «Il primo vaccino nato dalla genetica è stato approvato pochi mesi fa in Europa. Lo ha ottenuto per la Novartis proprio uno scienziato italiano, Rino Rappuoli. Serve a combattere un ceppo di meningite e ci abbiamo lavorato insieme a partire dal Quell anno il nostro team completò il sequenziamento del genoma del batterio che causa la malattia, il meningococco B. Usando gli strumenti della bioinformatica, individuammo quali frammenti del genoma sono meno soggetti alla pressione evolutiva. Essendo porzioni di Dna stabili, possono fornire un bersaglio fisso per il farmaco. Rappuoli e i suoi ricercatori hanno creato e testato un vaccino capace di colpire questi bersagli. Per la prima volta nella storia un vaccino è stato prodotto partendo non dal microrganismo responsabile della malattia, ma solo FOTO IDAVID ALAN HARVEY/MAGNUM dalla sequenza del suo Dna. Stiamo applicando la stessa tecnica contro l influenza. Siamo in grado di produrre un agente immunizzante in meno di dodici ore, mentre con il metodo tradizionale occorrono alcuni mesi». Allora non è vero che la genetica non è utile alla vita quotidiana. «Questo dimostra però quanto il tempo sia importante. I passi avanti non avvengono nel giro di una notte. Sono passati quindici anni da quando abbiamo sequenziato il meningococco all introduzione del farmaco in Europa». Lei crede che l eredità genetica conti di più rispetto all ambiente? «Lo credo per una cellula, non sono convinto che sia così anche per un essere umano». Tredici anni fa, quando fu completato il sequenziamento del Dna umano, ci venne promessa una cura per molte malattie. Perché non è avvenuto? «Alcuni scienziati hanno fatto troppe promesse a quel tempo». Sequenziati i geni dell uomo, ci avete detto che c era da capire il ruolo del Dna non racchiuso nei geni. Poi avete studiato cosa accende e spegne i geni. Ora dite che anche il Dna dei batteri che vivono in simbiosi con noi gioca un ruolo importante per la salute. Non finirete mai di spostare l asticella più in alto? Non si rischia così di illudere chi ha bisogno di cure? «Proviamo a pensare ai numeri della vita umana. Cento trilioni di cellule, duecento trilioni di batteri. Possiamo sperare un giorno di reincarnarci in un ameba o in un batterio, e in questo caso la vita sarebbe più semplice. Ma non credo che l idea ci tenterebbe. Svelare la complessità è il mestiere della scienza. Se pensiamo ai progressi degli ultimi cento anni c è da restare stupefatti. Un secolo fa medicina e biologia quasi non esistevano. Oggi più conosciamo, più disponiamo di strumenti per fare progressi. Come si fa a non essere ottimisti?». LO SCIENZIATO Il biologo americano Craig Venter sintetizza in laboratorio l intero Dna di un batterio: è il 2010 Ela risposta che Watson e Crick avevano appena trovato era: Niente!. La vita risultava infatti non essere altro che il prodotto di normali processi fisici e chimici, e per spiegarla non era neppure stato necessario inventare una nuova scienza, come qualcuno aveva supposto o temuto: bastava quella che c era già. Per metabolizzare una simile risposta, che ci dovrebbe finalmente liberare dalla mitologia che per millenni ha avvolto nelle sue nebbie metafisiche il problema della vita, ci vorranno decenni. Lo dimostrano, per esempio, le parole con cui il presidente Clinton annunciò dalla Casa Bianca, il 26 giugno 2000, il completamento della prima bozza del genoma umano: «Oggi apprendiamo il linguaggio con il quale Dio creò la vita». E lo dimostrano le mille polemiche che accompagnano il Dna in ogni sua manifestazione, dagli Ogm alle staminali. In attesa che l ora di Dna sostituisca, o almeno si affianchi, all ora di religione nelle scuole, la storia delle conquiste teoriche di mezzo secolo di biologia molecolare, e il ventaglio delle applicazioni pratiche che la conoscenza del Dna ha reso possibili, si possono leggere in uno dei più bei libri di divulgazione scientifica di questi anni: Dna. Il segreto della vita (Adelphi, 2004), che Watson stesso ha scritto per celebrare il cinquantenario della sua scoperta, e ora ha aggiornato per celebrarne il sessantenario. Watson e Crick ricevettero il Nobel per la medicina nel 1962, e la doppia elica contribuì a portare il Dna alla ribalta. A scanso di equivoci, l idea che la molecola fosse costituita da un elica non era affatto nuova: il grande chimico Linus Pauling, vincitore di ben due Nobel (chimica e pace), aveva annunciato proprio nel 1953 un modello a tripla elica, poi risultato sbagliato. Anche Maurice Wilkins era convinto che si trattasse di un elica, e cercò di determinarla non mediante modelli, come Watson e Crick, ma attraverso la diffrazione a raggi X: le foto del suo laboratorio fornirono una conferma della struttura, e Wilkins condivise con loro il premio Nobel nel Ora, come direbbe Thomas Eliot, quella che sembra la fine della storia è invece soltanto un inizio. Ad attendere la biologia molecolare sono infatti i tre grandi progetti della genomica (comprendere la funzione dei singoli geni e la loro azione congiunta), della proteomica (sequenziare e studiare le proteine) e della trascrittomica (determinare quali geni siano attivi in una data cellula), con l obiettivo di capire nei dettagli l intero meccanismo della vita, dalla prima cellula all intero organismo, per la maggior gloria dello spirito umano.

4 32 LA DOMENICA Il reportage Niente va più La Capitale ha il record delle sale giochi Si chiamano Dubai Palace, Royale, Manhattan Stanno cambiando il panorama urbano e sociale delle periferie E così là dove doveva sorgere un grande polo tecnologico è nato quello dell azzardo. Viaggio di uno scrittore nell Italia alla deriva Roma LasVegas La lunga notte degli slot people WALTER SITI ROMA nun te credere ch è riciclaggio ce «No, dev esse n giro d egiziani o capisco da e ragazze, so e stesse fanno e cameriere n pizzeria e n antro giorno e ritrovi qua a e macchinine quelli se so creati na fortuna co er ristorante de San Giovanni, e mo cercano da reinvestì». Fabietto, il mio provvisorio Virgilio in questo giro per la Tiburtina, non dà peso agli allarmi sulla presenza della malavita organizzata, scommette piuttosto sull invasione degli immigrati. Che l Egitto c entri qualcosa sembrerebbe confermato dal bar di fronte, anch esso con la sua piccola dotazione di slot: si chiama nientemeno che Cleopatra. Siamo al Las Vegas, una delle sale giochi, o casinò automatizzati, che si stanno pian piano disseminando lungo la consolare; involucro di alluminio anodizzato, tutto nero e rosso, con tante luci e un poker d assi gigantografato all ingresso. Per arrivare qui (a un paio di chilometri dal ponte sulla ferrovia, zona Casal Bruciato più o meno) di posti simili ne abbiamo già incontrati due: il Terry Bell e il Manhattan. Ma erano più modesti, cupi e con un odore di chiuso, il classico odore di disinfettante che si sente nei pornoshop, sedie girevoli di pelle e un solo gestore alla cassa. Qui al Las Vegas l investimento è stato maggiore, alla cassa c è una cagliaritana mora e carina che assorbe le attenzioni di Fabietto; ci spiega che le ragazze sono in tutto una decina e che fanno i turni perché la sala è sempre aperta (dice orgogliosa «acca ventiquattro») e che due volte al giorno passano con dei piattoni di pasta gratuiti per i giocatori; anche ora, saranno le sei e mezza di sera, ce n è una che gira con un vassoio di panini e vol-au vent. La clientela è scarsa: qualche giostraio sbrancato («na volta erano i zingari, mo se deve da dì rom», così Fabietto), due o tre maghrebini affaticati, una coppia italiana di mezz età che spinge i pulsanti senza dirsi una parola. La mattina vengono gli studenti che fanno sega a scuola, il movimento vero c è di notte. Oltre alle slot che abbiamo visto negli altri due, qui c è una roulette automatica con limite di vincita a duecento euro e la voce registrata di un croupier che traduce malamente dal francese («non va più») e c è anche una consolle dove più tardi si installerà il dee-jay. Poco più avanti si trova il Royale, che si vanta di essere il primo; razionale, sobrio nell arredamento anzi astratto, così geometrico e asettico che assomiglia ai locali che si vedevano su Second Life. Ci meravigliamo che sia semivuoto il venerdì e il gestore si giustifica che è ora di cena, e in ogni caso il loro è un target medio-alto, c è gente che ci perde anche due-tremila euro per volta. «Ha telefonato tu madre, te stava a cercà», grida a un ragazzo che tanto medio-alto non sembra; poi si butta a lamentarsi che le macchine restituiscono per legge circa il novanta per cento di quello che inghiottono, del restante dieci lo Stato se ne piglia più della metà, e sul meno di cinque ci deve pagare il comodato d uso a lui resta un misero due, due e mezzo. TIBURTINA Il viaggio nella notte del gioco romana inizia dal Manhattan Cafè, sulla via Tiburtina Con le semplici slot a monetine non si guadagna quasi niente, va un po meglio con le Vlt, le video lottery che accettano banconote e carte prepagate, consentono vincite (o perdite) fino a cinquemila euro e col jackpot cumulativo nazionale fissato da un server remoto promettono un colpaccio da due o trecentomila. 264, 460 lampeggia infatti a intermittenza al centro della parete. Un mese fa uno ha vinto diciottomila euro (ma è diventato leggenda, tutte le sale sostengono che è successo da loro). «Ecco, ecco uno di quelli che giocano forte», indica sollevato il gestore all entrare di un vecchietto pelato, giacca antiquata pied-de-poule; si specchia al vetro della roulette, pigia svogliato un nero pair et manque, perde subito due euro e se ne va. Per arginare lo sconforto e il senso di squallore invito Fabietto a cena in una trattoria di pesce; dopo proseguiamo verso l incrocio col raccordo anulare, dove si favoleggia del nuovo Dubai Palace, il più grande e il più fornito. Arrivando troviamo in effetti un mare di auto, un parcheggio sotterraneo enorme e ben sorvegliato e una struttura imponente, tutta illuminata d oro, con lettering arabeggiante e il logo ossessivamente ripetuto della Palma, la famosa penisola artificiale di Dubai. Qui ai grandi saloni delle slot e alla zona roulette si aggiunge la sala bingo, più un ala dedicata alle scommesse sportive (calcio internazionale e cavalli); c è un ampio ristorante con una piattaforma per musica dal vivo, cabaret, sfilate di moda ( event room, la settimana scorsa un concorso di miss over Cinquanta). Schermi televisivi ovunque, più decorativi che funzionali. «Intrattenimento integrato» ci soffia all orecchio uno dei proprietari e comincia ad affabulare la propria visione del mondo: era un imprenditore (rimane sul vago, «difesa, telecomunicazioni, biomedicale»), ma adesso nell industria non ci crede più; al tempo degli scatoloni alla Lehman Brothers se ne andò in Cina e lì si è convinto che l Europa è destinata a diventare un continente di camerieri il futuro sta nel business del divertimento. Gli piacerebbe una sala per il texas hold em e una roulette coi croupier in carne e ossa, ma per quello non ha la licenza; ci mostra dei cartelli (a dire il vero quasi invisibili) con avvertenze sui rischi del gioco d azzardo, assicura di essere in contatto con un ludopata a cui affidare i casi più pietosi di dipendenza. Via di nuovo verso l ultima creatura del gruppo, il Dubai Due dalle parti di Settecamini; qui il parcheggio è ancora in costruzione, troviamo posto per puro bucio, perché uno sta uscendo, è già mezzanotte. Ma traccheggia, non si decide, sicché scendiamo a sollecitare; il guidatore grasso, sulla cinquantina, ha mollato il volante e tiene le mani tra le cosce di una ragazza orientale non voglio pensar male, magari è la fidanzata (ma Fabietto scettico si je sganci na 5mila le sale da gioco in Italia 440 le sale da gioco a Roma e provincia 4,7 mld gli incassi in Italia da slot e bingo

5 33 GAME VALLEY Alcune delle sale da gioco romane Sulla via Tiburtina ci sono il Las Vegas Cafè, il Dubai Cafè e il Dubai Palace, il Royale, il Bingoland e il Black Jack In piazza Re di Roma invece c è il Bingo Re, una delle più grandi sale d Europa: 900 postazioni da gioco su due piani I dati pubblicati qui sotto sono stati forniti da Agimeg piotta quella se fidanza pure co tte ). La solita decorazione moresca, all ingresso una tabaccheria coi peluche e gli ovetti kinder; più che un nido del vizio sembra un autogrill. Tra i tavoli del ristorante (menù pizza quindici euro compresa bevanda), sotto gli occhi famelici di pochi e la stanca distrazione di molti, si esibiscono Les jeux sont faits : tre ballerine e un ballerino che hanno perso da tempo la speranza di essere ammirati. Per il venerdì successivo è annunciata l esibizione di Khaled Jackson uno dei sette sosia ufficiali di Michael al mondo. Forse alle tre o alle quattro del mattino l atmosfera si farà losca, forse accadrà qualcosa di interessante; non ce la faccio ad aspettare, usciamo e non entriamo al Black Jack Café che sta quasi di fronte. Leggiamo solo un cartello sulla porta, vietato stare in piedi dietro ai giocatori. Perché le slot non dipendono dall abilità, ma solo dal caso, e se la macchi- FOTO DI GIACOMO CIANGOTTINI PER REPUBBLICA netta è stata troppo avara è più facile statisticamente che poi gratifichi il nuovo arrivato, come i numeri in ritardo alle ruote del lotto. In questo pellegrinaggio che dura da sette ore, quel che mi ha colpito di più non è la trasformazione (segno dei tempi) della progettata ottimistica Tiburtina Valley, polo dell informatica e dell innovazione tecnologica, in una deprimente game valley di locali che si installano dove stanno chiudendo le falegnamerie, i blockbuster o la Alenia. Non è nemmeno la percezione acuta della crisi, che porta i più disperati ad affidarsi alla sorte, come se un intera strada potesse funzionare da spropositato gratta-evinci. A colpirmi è stata la sottrazione di responsabilità: i videogame che prevedono un po d azione da parte dei giocatori sono spariti e nelle stesse slot c è un pulsante auto che ti esime dal tirare la leva o spingere i bottoni. Puoi stare a braccia conserte, per minuti e minuti, a fissare catatonico un display che fa tutto da solo; ti spara negli occhi cactus e piramidi, dollari vampiri e prugne, e numeretti che girano. Perfino al bingo, se hai più di sei cartelle e temi di confonderti, puoi affidarti a uno schermo che le controlla per te e ti avverte squillando se hai completato la cinquina. Un popolo di zombie, di zombie gentili che se chiedi qualche informazione ti rispondono riconoscenti: non è ludopatia, è noia, vuoto e rassegnazione. Uomini soli, di tutte le etnie e di tutte le età; coppie di donne anziane che non sanno dove altro passare la serata; famiglie che assistono alla fortuna o sfortuna di papà; giovani innamorati senza fantasia che si baciano quando si illumina una combinazione. Non solo borgatari, direi, né tantomeno solo trasgressivi o disposti ad avventure illegali. Qui c è l Italia che Pasolini cantava nelle Ceneri di Gramsci, ma devitalizzata e privata di identità. Tra un casinò e l altro, la Tiburtina notturna coi suoi sventramenti, la sua edilizia demente e corrotta, i vetri in frantumi dei negozi alla deriva e delle fabbriche dismesse. 200mila gli italiani malati di gioco 2 mln gli italiani a rischio dipendenza

6 34 LA DOMENICA L archivio Nuovi classici Leggeva di tutto e scriveva dappertutto. Ecco perché la mostra che Barcellona dedica all autore di Detective selvaggi e 2666 è un tripudio di appunti e inediti Ma anche la conferma che dieci anni fa ad andarsene fu il miglior scrittore latinoamericano della sua generazione Roberto Bolaño Il trionfo non fa per me AUTOBIOGRAFIA Accanto, riflessioni e disegni:...la mia scrittura, linee capaci di prendermi per i capelli e tirarmi su quando il mio corpo non regge più... In alto: manoscritto del 1980 Nelle foto tessera: Bolaño con la moglie Carolina e il loro bambino, Lautaro, nel 1992 RICCARDO IORI BARCELLONA Nella cucina letteraria di Roberto Bolaño viveva un guerriero. «Un guerriero che alcune voci (voci senza corpo, né ombra) chiamano scrittore», spiegava lui stesso in un articolo del Una mostra allestita dal Centro di cultura contemporanea di Barcellona ( Archivio Bolaño , fino al 30 giugno) svela ora una parte di quella grande cucina in cui sono stati sfornati capolavori della letteratura contemporanea come I detective selvaggi (1997) e 2666, monumentale opera postuma. Gli ingredienti: storie, ossessioni, vita quotidiana, ritagli di giornale, fotografie. E gli strumenti: taccuini e quaderni invasi da una calligrafia cristallina e torrenziale, la macchina da scrivere con i tasti consumati, il rudimentale computer, senza dimenticare i suoi inseparabili occhiali da vista. Bolaño, cileno di nascita, visse la sua adolescenza in Messico, dove abbandonò la scuola a quindici anni per dedicarsi alla sua vocazione di scrittore. Dopo aver girovagato il Sudamerica tornò anche nel suo Cile alla vigilia del golpe del 1973 e passò otto giorni nelle carceri di Pinochet si stabilì in Spagna che aveva ventiquattro anni: Barcellona, Girona, Blanes, dove diventerà padre. E il decennale della sua morte, che lo sorprese a cinquant anni mentre aspettava un trapianto di fegato che non arrivò in tempo, è il momento scelto dalla vedova, Carolina López, per aprire una parte del suo archivio (quattro romanzi, ventisette racconti e centinaia di poesie, la sua prima passione, sono ancora inediti) e far emergere così le sue due uniche grandi ossessioni: leggere e scrivere, fino allo sfinimento. La sua cucina era sempre aperta. «Era capace di svegliare la gente all una di notte per commentare un verso di una poesia. Nella mostra si può leggere una descrizione minuziosa di una pala d altare medievale per poi scoprire che è una riproduzione su una scatola di cerini che aveva davanti alle quattro di mattina mentre lavorava come guardiano notturno nel campeggio di Castelldefels», racconta Juan Insua, organizzatore della mostra insieme a Valerie Miles. I suoi incessanti esercizi di stile non disdegnavano nessun ingrediente; notizie bislacche e di dubbia veridicità provenienti dalla Cina cui i giornali dedicavano un insignificante trafiletto un uomo di 142 anni che pedala in bicicletta, un bambino i cui occhi portentosi possono vedere attraverso i muri e un mostro marino che appare in un lago come se di una Nessie orientale si trattasse si trasformano in una storia coerente che prende vita prima in un agenda, poi in un quaderno e finalmente in una copia dattiloscritta con la quale parteciperà a un concorso letterario, uno dei modi in cui Bolaño tentava di tenersi a galla economicamente. «Era al corrente di tutti i concorsi. Una volta disse che i premi erano bufali e lui un pellerossa che doveva andarne a caccia, perché da quello dipendeva la vita. La prima volta che lo fece cacciammo insieme e la nostra freccia fu Los Consejos», ricorda con orgoglio Antonio García Porta,col quale Bolaño scrisse appunto il suo primo romanzo, nel 1984, Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce. Le ricette elaborate potevano essere tenute in caldo aspettando il momento propizio; una frase di un taccuino del 1980 chiude nove anni più tardi il secondo capitolo di un romanzo, La pista di ghiaccio. I dispiaceri del vero poliziotto, su cui lavorerà dal 1990 al 2003 (e che uscirà postumo), è in gran parte smembrato e fagocitato da Ma non erano liquidi solo i confini tra un opera e l altra, bensì anche quelli tra realtà e fiction. Mentre La letteratura MAPPA Sopra, da Il Terzo Reich, la mappa. Accanto un manoscritto ancora inedito: Cuaderno primero Nella foto grande, Bolaño nel 79 a Barcellona nazista in Americaè una dettagliata enciclopedia di scrittori immaginari, le vicissitudini sue e dei suoi colleghi diventavano oggetto di narrazione, come nel meraviglioso racconto Sensini, in cui i protagonisti sono un giovane partecipante di concorsi letterari e un grande vecchio della narrativa. Vittima del suo stesso gioco metaletterario, Bolaño entrò a far parte, come personaggio, de I soldati di Salamina (2001), romanzo chiave della Spagna contemporanea, il cui autore, Javier Cercas, fu un suo caro amico nelle ultime tappe della vita. Il suo riconoscimento come artista è tardivo, e però indubitabile. Mentre in Cina apre una libreria che si chiama 2666, negli Stati Uniti l effetto dei suoi

7 35 MANOSCRITTI A lato, pagine e disegni dal primo romanzo di Bolaño, Consigli di un discepolo... Sotto altri manoscritti e la copertina di Literatura para enamorados 2 Va, va, però non si sa molto bene dove JAVIER CERCAS libri «è più simile a uno tsunami che a una marea ascendente, tutto il mondo che legge letteratura parla di Bolaño», scrive Barbara Epler, direttrice di New Directions, la prima casa editrice a pubblicarlo negli States. «Una parte della mia libreria è riservata ai classici dei quali periodicamente rileggo qualche pagina. In quello scaffale ci sono Salinger, Borges, Joyce, Proust e senza che me ne accorgessi Bolaño vi si è intrufolato», confessa Porta. E Insua rincara la dose: «Allo stesso modo in cui Bolaño disse che chiunque scriva in spagnolo deve passare per le fessure e le porte lasciate aperte da Borges, oggi qualsiasi scrittore che voglia dire qualcosa di nuovo in castigliano deve passare per l opera di Bolaño». Un passaggio obbligato a partire da I detective selvaggi, il ricordo dei suoi movimentati anni messicani (Arturo Belano, uno dei protagonisti, è il suo alter ego) e un canto d amore alla poesia omaggiata in forma di prosa. Spiega Porta: «Quando lo leggi, sai che è figlio di una generazione nuova, capace di scrivere con lo zaino in spalla, seduto per terra, totalmente diversa da quella del Boom». Il Boom a cui fa riferimento è il movimento di cui si è appena celebrato il cinquantenario. Nel 1962 furono pubblicati libri come La città e i cani, opera prima di Mario Vargas Llosa, La Mala Ora e I funerali della Mamá Grandedi Garcìa Márquez, La Morte di Artemio Cruz di Carlos Fuentes e Storie di cronopios e di famas di Julio Cortázar, che solo un anno dopo avrebbe dato alle stampe Il gioco del mondo. Un terremoto che collocò l America Latina al centro della letteratura mondiale e lasciò un eredità difficile da gestire. «Gli scrittori della generazione successiva al Boom si trasformarono in epigoni, continuatori senza talento, oppure cercarono, con scarso successo, di uccidere il padre, dicendo che i Vargas Llosa e i Márquez non erano poi così eccelsi. Bolaño fu l unico capace di fare quello che, citando Pasolini, si deve fare con i maestri: mangiarli in salsa piccante. Squartarli, tirarne fuori le budella, cucinarli e poi divorarli per creare qualcosa di nuovo», chiosa Cercas. Una metafora che ci riconduce a quella cucina in cui Bolaño non smetteva mai di combinare, amalgamare, creare. Il guerriero che vive in quella stanza «sa che alla fine, qualsiasi cosa faccia, uscirà sconfitto», scriveva. Del resto lo aveva spiegato a chiare lettere quanto poco gli importasse di uscire vincitore dalla battaglia con i demoni della letteratura: «Non credo nel trionfo. Tra i trionfatori uno può incontrare gli esseri più miserabili della terra, e fin lì io non ci sono arrivato. E non credo di avere lo stomaco per arrivarci». MEMORABILIA In mostra anche gli occhiali dello scrittore Sopra, la tessera da studente di catalano alla scuola di Barcellona avvenne intorno al 1981 o 1982, all entrata del Bistrot, un bar del centro L episodio storico di Girona. Io camminavo verso l università con il mio compagno di studi Javier Coromina quando lui si fermò a salutare un tipo più grande di noi, con l aria dell hippy che ti vende cianfrusaglie e l accento latinoamericano. Si misero a parlare. A un certo punto Coromina chiese al tipo come andasse il romanzo che stava scrivendo. Il tipo fece una smorfia scettica e rispose: «Va, va, però non si sa molto bene dove». Non successe nient altro, e la frase mi rimase impressa, forse perché, sebbene segretamente io volessi già fare lo scrittore, con i miei diciannove anni non avevo ancora avuto il coraggio di riconoscerlo, e mi impressionò la naturalezza con cui quel tipo il primo scrittore reale o fasullo con il quale mi incrociavo nella mia vita parlava del suo progetto di romanzo. Naturalmente ero sicuro che non avrei mai più sentito parlare di lui, che il tipo non sarebbe mai diventato un vero scrittore o che al massimo avrebbe ingrossato le fila dei tanti scrittori latinoamericani della sua generazione, che si sarebbe buttato via per lo sradicamento dalla sua terra, la vita da bohémien e la povertà. Eppure sette o otto anni più tardi, quando scrivevo negli Stati Uniti il mio secondo romanzo, ci misi un dialogo nel quale un personaggio domanda a un altro come va la sua tesi di dottorato e l altro risponde: Va, va, però non si sa molto bene dove. Adesso il salto non è di sette od otto anni, bensì di quindici o sedici. Siamo nel dicembre del Vivo a Barcellona, però sono andato a Girona a scrivere un pezzo per El País sull esposizione di un amico. Alla stessa ora dell inaugurazione della mostra, nella Llibreria 22 proprio davanti la sala Ponç Puigdevall presenta Chiamate telefoniche, di Roberto Bolaño. In quel periodo, dopo aver pubblicato in poco tempo La letteratura nazista in America e Stella distante, il nome di Bolaño comincia a farsi sentire in alcuni circoli letterari, ma io, che mi trovo totalmente fuori dai suddetti circoli malgrado abbia pubblicato già tre romanzi, ancora non l ho letto. Prima che si inauguri la mostra prendo un caffè con Bolaño e Puigdevall. Bolaño racconta che vive a Blanes, che si dedica esclusivamente alla scrittura, che si guadagna da vivere «in modo assai umile», puntualizza con la letteratura. Di colpo, mentre lo ascolto parlare, ho un illuminazione. Chiedo a Bolaño se all inizio degli anni Ottanta vivesse a Girona; risponde di sì. Allora gli parlo del nostro incontro fugace davanti al Bistrot e, ormai già dentro la sala, gli mostro il passaggio del mio secondo romanzo in cui un personaggio dice che la sua tesi va, va, però non si sa molto bene dove. Bolaño ride; rido anch io. Quell episodio finì alle cinque del mattino, dopo che io trascorsi tutta la notte a gridare Viva Bolaño!, come se si trattasse di festeggiare smodatamente il fatto che, contro qualsiasi pronostico, il venditore ambulante con l aria da hippy dei miei diciannove anni non si era buttato via ed era riuscito a diventare uno scrittore vero. Pochi giorni dopo mi arrivò a casa una copia di Stella distante. Lo mandava Bolaño. In alcune pagine piene di ammirazione aveva scritto parole troppo generose sul mio secondo romanzo. Chiudeva così: Viva Cercas!. Da quel giorno ci unì un amicizia molto stretta, e non appena lessi i suoi libri seppi che Bolaño era quello che oggi tutto il mondo sa che Bolaño è: il miglior scrittore latinoamericano della sua generazione. (traduzione di Riccardo Iori)

8 36 LA DOMENICA Spettacoli Tabù Nel 73 La grande abbuffata di Marco Ferreri debuttò a Cannes tra i fischi. Poi fece incassi record e rimase nella storia del cinema come critica feroce di una società folle. Oggi Andrea Férreol, allora giovane maestrina dei quattro mattatori, racconta il più scandaloso dei set Philippe Noiret Tra le mie braccia dovette ingollarsi una torta a forma di tette Era più bella che buona e a fine riprese sputò tutto, poverino LAURA PUTTI PARIGI La ragazza burrosa che quarant anni fa turbò i sogni di milioni di uomini e che fu invidiata o compatita, imitata o aborrita da altrettanti milioni di donne, è oggi una bella signora sorridente. Seduta in un cafè salutista accanto a place de la République non lontano dal Teatro Déjazet nel quale fino a maggio interpreterà, nel ruolo del soprano, La véritable histoire de Maria Callas Andrea Férreol sorseggia una spremuta arancio-zenzero. E parla. Parla molto e senza vergogna de La Grande Bouffe di Marco Ferreri, La grande abbuffata che cambiò la sua vita, e anche lo sguardo sulla borghesia e sui suoi vizi, sul consumismo, l erotismo e le fantasiose possibilità dell arte culinaria. Presentato nel maggio del 1973 al Festival di Cannes il film fece scandalo, ma poi ebbe un grande successo. In Francia superò il milione di spettatori, record assoluto per i tempi. Andrea Férreol fu la donna di cuori in mezzo a quattro assi Piccoli, Noiret, Mastroianni e Tognazzi i quali, per confondere ancora di più le idee, conservarono nel film il loro nome di battesimo. I cinque attori ne uscirono vivi, senza traumi apparenti. «Maria Schneider, che mi era amica, non è sopravvissuta a Ultimo tangoa Parigi. Si disperava perché la ricordavano soprattutto per la scena del burro» racconta l attrice in perfetto italiano. «Io invece ce l ho fatta. Se sei una persona fragile, il successo che ti danno film come questi può diventare una maledizione. Io su quel set diventai attrice e donna. A quel film devo tutto. Quando Ferreri mi scelse ero una ragazza borghese del sud della Francia che faceva i primi passi nel cinema. Avevo venticinque anni. Il copione non mi aveva per nulla scioccata». Così finì anche lei rinchiusa per più di tre Marcello Mastroianni Fu l unico ad avere una vera erezione mentre giravamo, ma io feci finta di nulla Quarant anni duri da digerire Grande La Bouffe

9 37 Il piacere estremo dell autodistruzione I MAGNIFICI 4 Una locandina de La Grande Bouffe. Nelle foto dal set Tognazzi, Mastroianni, Noiret e, in basso a destra, Piccoli insieme alla Férreol GABRIELE ROMAGNOLI Quarant anni di dieta. Una grande abbuffata, poi un senso di colpa grande così e vai con la purga, anzi il detox, con la vita agra e magra, il salutismo e la presunta remissione dei peccati a mezzo astinenza. Lo storico film di Marco Ferreri è stato uno spartiacque. Da allora, e per una volta davvero, niente più è stato come prima. Il pranzo è servito: a sparecchiare la tavola, svuotare i posacenere, rifare i letti, trasformare il teatro dell esagerazione in una clinica asettica, dove si salvi chi può, ma nessuno può veramente. Il tema forte di quella pellicola è un tabù culturale: l autodistruzione. Il tema è stato esorcizzato e rimosso. Vietato concepire la fine di sé, con qualsiasi mezzo, pensiero incluso. Perfino il concetto di fine della Storia è stato tradotto come un glorioso assestarsi sul culmine del progresso. Inaccettabile l idea che il terminale sia raggiungibile attraverso il piacere. Il piacere stesso è stato degradato a pericolo, un concetto molto più spaventevole di peccato. Educazione e moderazione sono le parole chiave attraverso cui si è cercato di accedere a una nuova, improbabile dimensione. L inevitabile fallimento ha portato a soppressione e colpevolizzazione. Abbiamo ristretto i piatti, elettrizzato le sigarette, virtualizzato il sesso. Preso le distanze dalla goduria e dalla vita stessa. Barattato l autodistruzione spettacolare con una consunzione lenta, telenovelistica, noiosa. Negli Stati Uniti d America generazioni di spettatori nostalgici guardano la serie Mad Men per rivivere la bellezza di quei pranzi preceduti da tre martini, introibo a una bistecca alta così e a una sveltina in camere d albergo con l amante passeggera/o. Da noi bisognerebbe riguardare La grande abbuffata e chiedersi se non era meglio finire in quel modo piuttosto che con lo spread, il rigore fasullo e la merda digitale. Quarant anni di dieta hanno trasferito l orgia dal salone delle feste alla tavernetta del bunga bunga. Da tradizione imperiale romana a passatempo di confine brianzolo. Si è idolatrato chi cucina e avvilito chi mangia. Le proibizioni del Corano sono criteri di conservazione della specie. Quelle degli ultimi quarant anni, fondamentalismi senza una fede. Demonizzare il piacere è stato un chiodo fisso delle religioni, ma ridicolizzarlo è stato il modo per ucciderlo. Dopodiché il film è muto, buio e in sala piove dal soffitto. Michel Piccoli La fotografa di Playboy mi ossessionava Lui andò dal regista e gli disse: o la cacci o smetto di recitare Fu il solo a difendermi Ugo Tognazzi Nelle scene in cui simulavamo una masturbazione si infilava una banana nella patta dei pantaloni mesi in una villa dell elegante sedicesimo arrondissement, oggi demolita. Quattro uomini, quattro borghesi che Ferreri disegna alla perfezione nei primi sette minuti del film, si rifugiano nella vecchia casa di famiglia di uno di loro. La sinistra decadenza della villa somiglia a quella della loro classe sociale così come Ferreri voleva raccontarla. Marcello (Mastroianni) è un pilota d aereo sciupafemmine con problemi di impotenza. Philippe (Noiret) un giudice imbranato dipendente anche sessualmente dalla anziana balia. Ugo (Tognazzi) un grande cuoco in fredda con la moglie. E Michel (Piccoli) un produttore radiofonico gay represso. Stanchi di vivere decidono di suicidarsi, ma nel piacere più estremo. Mangiando e facendo sesso. Ordinano derrate di cibo d alta qualità, e il venerdì sera si chiudono nella villa con tre prostitute e Andrea (Férreol), una maestra trovata per caso mentre con la scolaresca si aggirava nel giardino. Una sempliciotta formosa dal viso d angelo, occhi verdi e trasparenti. Rimasta sola ad assecondare le perversioni culinarie e sessuali dei quattro, sarà proprio la maestrina ad accompagnarli verso la fine come una Grande Madre, «o come l Angelo della Morte» suggerisce lei. Al debutto di Cannes (dove vinse il Premio della critica internazionale) la platea lo fischiò. «Per la proiezione in Sala Grande indossavo un abito molto castigato. Ricordo che quando le luci si accesero guar- dai subito mio padre e lui mi fece un segno con il pollice in su. Ma con Ferreri e gli altri fummo costretti a uscire sulla Croisette accompagnati dalla Garde Républicaine. Il pubblico era furibondo. La gente gridava a causa vostra ci vergogniamo di essere francesi. Quella sera fu difficile trovare un ristorante che ci accettasse. Per anni, ogni volta che entravo in un luogo pubblico c era gente che si alzava e se ne andava. Ci furono polemiche feroci e discussioni infinite». Ma l atmosfera sul set non era scabrosa come le scene che si giravano. «Ricordo Marco Ferreri sempre agitato. Urlava molto, troppo, e troppo spesso con il suo assistente. Ma i miei quattro uomini erano dei veri signori. Vivevamo nella villa. Gli amici venivano a trovarci per finire tutta quella roba da mangiare. Ogni sera a fine riprese vedevamo il girato. Per il film avevo dovuto prendere venti chili in due mesi. Avevo un estetista che mi faceva continui massaggi al viso per non farlo gonfiare. Ero seguita da un dietologo, facevo esami clinici in continuazione e sul contratto era scritto che a fine riprese la produzione mi avrebbe pagato una cura dimagrante, della quale non ebbi bisogno perché me la cavai da sola. Ma una sera, durante la proiezione delle scene di giornata, notai il mio grosso culo, vidi tutta quella ciccia. Non ero più io. Ero enorme, mi facevo orrore. Ebbi una crisi di pianto. Per consolarmi i miei quattro uomini, meravigliosi, mi fecero uscire dalla claustrofobia della villa e mi portarono a cena fuori. Eh sì, mangiavamo sempre, sul set e fuori dal set». Tognazzi cucinava davvero? «No, ma la cucina lo appassionava. I piatti arrivavano tutti i giorni pronti da Fauchon. Buonissimi, sempre molto pesanti. Pizze, polenta, gratin, timballi, arrosti, torte. Ricordo che, dopo la morte cinematografica di Marcello e quella di Michel, accompagnata da quel lunghissimo peto, toccò a Ugo. La sua scena finale era davanti a una torta a forma di basilica di San Pietro. Fauchon la mandò dolce, ma Ugo non ce la fece a mangiarla. Non amava lo zucchero. Tanto che Fauchon dovette rifarla salata. Anche Philippe, l ultimo a morire, il lunedì mattina tra le mie braccia su una panchina del giardino, dovette ingollarsi una torta a forma di tette. Era più bella che buona. A cineprese spente sputò tutto, poverino». Tognazzi muore mangiando San Pietro mentre Andrea, con lo sguardo di madre pietosa, lo masturba. «In quelle scene Ugo si infilava una banana nella patta. Marcello invece Marcello è stato l unico ad avere avuto un erezione durante le riprese. Fu nella scena in cui mi prende da dietro». Che notizia, signora. «Nulla di cui vergognarsi e adesso posso anche dirlo. Eravamo tutti molto professionali. Nessuno, dico nessuno, neanche nella scena della statua quando Marcello con una mano tocca il mio sedere e con l altra quello della ragazza di marmo mi ha mai sfiorata. Quando mi accorsi che a Marcello stava accadendo qualcosa feci finta di niente per non metterlo in imbarazzo. Chiara era appena nata e in quegli anni lui viveva a Parigi con Catherine Deneuve. Ma il più protettivo fu Piccoli. Sul set, a un certo punto, arrivò una fotografa di Playboy. Io non ne volevo sapere, ma quella era sempre lì: Quando vuole, mademoiselle, appena si sente pronta.... Mi ossessionava. Michel andò da Ferreri e gli disse: Se non se ne va io non recito più. Fu l unico a capirmi, e l unico a difendermi».

10 38 Next Più veloci LA DOMENICA I microprocessori in silicio stanno arrivando al limite delle loro possibilità e nuovi materiali aprono orizzonti ancora tutti da esplorare. Come il computer quantistico dalle inimmaginabili capacità di calcolo Germanio o grafene il pc sarà fatto di un altra pasta Silicon Arrivederci Il computer del futuro è un oggetto lungo, pesante, pieno di cavi. Difficile da programmare Scientific American, «un computer simile può elabobile complessità. «Con appena 300 qubit», sostiene e altrettanto da interpretare. Lo chiamano rare più calcoli in un istante del numero di atomi presenti nell universo». quantistico e lavora solo a temperature basse, prossime allo zero assoluto. Viene configurato volta per volta in maniera diversa per dare mette le mani avanti. «Considerando che il risulta- Nella comunità scientifica c è chi tira il freno e risposta a un solo quesito. Ma la sua capacità di calcolo è inimmaginabile. Ci stanno lavorando in tanti, una singola cella di calcolo quantistica compatibile to più interessante è quello della Unsw di Sidney, dalla University of New South Wales di Sidney alla con gli attuali processi di fabbricazione dei microchip, non aspettiamoci forti cambiamenti a breve», Ibm, dalla Microsoft fino alla canadese D-Wave, che il 21 marzo ha annunciato di esser Capellini, docen- spiega Giovanni vicina alla realizte di fisica della zazione del primo modello completo. E questo proprio mentre il fondatore della Black- Berry, Mike Lazaridis, appena due giorni prima aveva fatto sapere di aver stanziato cento milioni di dollari nella nuova Quantum Valley canadese, a Waterloo, in Ontario. Si è convertito alla causa dopo aver visto cosa c era in ballo e aver assistito a una dimostrazione delle potenzialità del computer quantistico. «Nulla ti può preparare a ciò che vedremo a breve», è stato il suo commento a caldo. A differenza dei nostri computer, che ragionano attraverso i transistor usando il sistema binario fatto di zero e di uno (bit), acceso o spento, quello quantistico adopera un approccio diverso. L elemento base, il qubit, è multilivello: può esser formato da un numero elevato di componenti, l equivalente del transistor, e ognuno può possedere non due ma molteplici stati. Risolve problemi di una complessità incredibile perché la sua struttura interna è di incredi- JAIME D ALESSANDRO materia all Università Roma Tre e visiting professor nell ateneo australiano. «Dietro però si nasconde un sogno molto reale: superare Silicon Valley. E le sperimentazioni sul computer quantistico sono solo una delle strade possibili». La legge di Gordon Moore, uno dei padri della Intel che nel 1965 scrisse un articolo in cui prevedeva che le prestazioni dei microprocessori sarebbero raddoppiate ogni dodici mesi, potrebbe venire archiviata. E con lei l era dei processori fatti solo di silicio. Fino a oggi è su questo materiale che sono stati inseriti i transistor, scolpiti grazie alla nano litografia in maniera sempre più minuta. Dai 180 manometri di un Pentium 4 di tredici anni fa, si è passati agli 80 e poi giù per arrivare ai 32 e ai 22 di oggi, fino ai 16 di domani e agli 11 di dopodomani. Una corsa alla miniaturizzazione grazie alla quale i 2300 transistor di una cpu (acronimo di central processing unit, ovvero il processore) del 1971 sono au- L EVOLUZIONE Viene costruito il Whirlwind, un simulatore di volo, il primo computer a reagire in tempo reale alle azioni degli utenti Esce il Pdp-1 della Dec, super computer per laboratori di ricerca. Al Mit lo usano per creare il primo videogame: Space War È l anno dello Xerox Alto, padre di tutti i personal computer. Esce anche l 8008 di Intel, il primo microprocessore a 8 bit L Altair 8800 è uno dei microcomputer più famosi Appartiene all era dei computer autocostruiti Il primo personal computer di successo, l Apple II, arriva nei negozi È anche l anno del Commodore Pet

11 39 I MATERIALI Grafene Singolo strato di grafite Ultrasottile, diecimila volte più conduttivo del silicio In assoluto è il materiale migliore, ma è poco compatibile con i processi produttivi attuali Semiconduttori compositi Vengono già usati nei lettori laser (cd e dvd) Non raggiungono i livelli del grafene, ma hanno buona compatibilità coi processi produttivi Germanio Parente del carbonio e del silicio, ha proprietà conduttive migliori (meno di grafene o semicoduttori). L unico compatibile con i processi di produzione attuali GLI ALTERNATIVI Quantistico Usa unità di calcolo che vanno oltre il linguaggio binario dei pc attuali fatto di zero e di uno. Potenza straordinaria, quanto le difficoltà di costruirlo Chimico Usa al posto dei transistor elementi chimici che reagiscono in maniera complessa generando un elevata potenza di calcolo. La ricerca è in fase embrionale A Dna L elemento base sono gli acidi nucleici e la loro capacità di codificare informazioni. La ricerca è in una fase più avanzata rispetto a quella del computer chimico mentati arrivando agli oltre sette miliardi nel processore grafico della nvidia Gk110 del Ma c è un limite a tutto e c è anche in questo caso. Limite fisico, perché ormai siamo vicini al numero massimo di transistor che si possono inserire nel silicio, e limite strutturale. O meglio: economico. Una fabbrica di microchip costa tanto, almeno cinque miliardi di dollari, e sono sempre meno le multinazionali che hanno le spalle abbastanza larghe per produrli. Nel campo di quelli per pc, ad esempio, sono rimaste solo Intel e Amd, entrambe americane. Di qui l idea, anzi la necessità, di un salto. Un passaggio tecnologico che permetta di mischiare le carte in tavola e rendere questo mondo accessibile ad altri. Come è accaduto nel settore dei televisori, quando l avvento dei pannelli lcd ha consentito alle aziende coreane il sorpasso su quelle giapponesi. O come è successo con l iphone, che ha cambiato gli equilibri portando al declino di Nokia e Motorola e al predominio di Apple e Google. Ma stavolta in gioco c è molto di più: da un lato un mercato, quello dei microprocessori, che secondo Idc varrà a fine 2013 poco più di quaranta miliardi di dollari; dall altro la base stessa di ogni forma di calcolo artificiale del futuro. La nuova Silicon Valley, o forse dovremmo dire le nuove Silicon Valley, nasceranno partendo da una legge appena scritta: more than Moore, oltre Moore. È il motto di una generazione diversa di computer, molto più a portata di quello quantistico, che usa materiali come il germanio, i semiconduttori compositi o il grafene, diecimila volte più veloce del silicio. Sfruttando però, ed è questo l aspetto più importante, le infrastrutture produttive attuali. «A Berlino, presso l Innovation for High Performance Microelectronics per esempio», racconta Capellini, «unendo al silicio elementi in purezza di carbonio e germanio sono arrivati a un processore che lavora alla frequenza record di 500Ghz». Una enormità, basti pensare che le cpu in commercio arrivano a 3 o a 4Ghz. Quindi quello tedesco è cento volte più veloce. Ma il bello è che a Berlino hanno usato una tecnologia vecchia di anni e molto economica, Gli esperti sono formalmente unanimi: in linea generale, il computer che meglio si adatta alle vostre esigenze è quello commercializzato due giorni dopo che ne avete acquistato un altro Dave Barry scrittore quella a 130 nanometri. In pratica, invece di puntare direttamente a un veicolo che monta un nuovo tipo di motore, rivoluzionario ma difficile e costoso da costruire, hanno preferito realizzare un propulsore ibrido. Offre miglioramenti sostanziali, grazie all impiego di materiali nuovi, uniti a soluzioni e componenti tutt altro che all avanguardia e di facile reperibilità. Poi certo, all orizzonte c è anche il computer quantistico e con lui gli altri che adoperano logiche completamente diverse da quella binaria. Si stanno sperimentando gli acidi nucleici del Dna come una sorta di transistor evoluto o ancora elementi della chimica. Ma qui siamo più in una puntata di Star Trek che nel nostro futuro prossimo. Ci vorranno infatti decine di anni prima di vedere qualche applicazione concreta. Ed è probabile invece che la Silicon Valley verrà superata molto, molto prima L Ibm immette sul mercato l Ibm 5150, meglio conosciuto come Pc Ibm È il primo di una lunga serie La seconda rivoluzione Apple: il Macintosh L anno dopo esce l Amiga: comincia l era moderna dei computer con Windows La Intel lancia il primo processore Pentium: come dice il nome siamo arrivati alla quinta generazione di processori Microsoft mostra il primo computer tablet, ma è nel 2007 che Steve Jobs cambia il mondo della telefonia lanciando l iphone Apple lancia l ipad per navigare sul web, inviare , guardare foto e video, ascoltare musica, giocare ai videogame

12 40 LA DOMENICA I sapori Etichette Verdicchio sugli asparagi, pinot nero con la gallinella, con la pastiera il moscato passito Quali bottiglie scegliere (e con quali piatti) per un brindisi buono e giusto Torta Pasqualina Due sfoglie sovrapposte accolgono il ripieno di bietole, cagliata fresca, uova, formaggio grattugiato, noce moscata e maggiorana Variante con carciofi Uova ripiene Tonno, acciughe, capperi, rosso d uovo, un cucchiaio di maionese e poco limone per farcire i mezzi bianchi sodi Sopra, una strisciolina di peperone Abbinamento: Richiari Alta Valle della Greve Bianco, Podere Poggio Scalette Prezzo: 18,50 euro Abbinamento: Lambrusco Rosé di Modena Spumante Metodo Classico, Cantina della Volta Prezzo: 12 euro Casatiello Impasto di farina, acqua, lievito, strutto e pepe. Una volta steso, si farcisce con pecorino, salame e uova intere. Si cuoce arrotolato a ciambella. Ottimo sia caldo che freddo La sorpresa fuori dall uovo Abbinamento: Lu Patri Nero d Avola 2010 Baglio del Cristo di Campobello Prezzo: 12 euro Lasagne Sfoglia d uovo, gialla o verde, alternata a strati di ragù di carne, besciamella e parmigiano La variante vegetariana prevede pesto, fagiolini e zucchine Abbinamento: Terre d Este Apice Rosso Malbo Gentile 2009, Boni Luigi Prezzo: 16 euro Abbacchio al forno Aglio e rosmarino per steccare la carne Poi infornare con olio e quindi irrorare di vino bianco dopo 20 minuti di cottura quando si aggiungono le patate Abbinamento: Sodole 2007 Tenute Guicciardini Strozzi Prezzo: 13 euro LICIA GRANELLO Pasquacon chi vuoi, dice il proverbio. Che però non consiglia né dove, né come, né, soprattutto, mangiando cosa. Preservati dai precetti laici e rassicurati dalla resurrezione cristiana, i menù pasquali attingono alle tradizioni popolari più radicate come alle nuove realtà sociali, con le piccole grandi rivoluzioni alimentari annesse. In scia che si scelga l agnello o il cous cous, la colomba o i dolci di marzapane naturalmente c è il vino. Un tempo si chiamava vino delle feste, dichiarazione di impotenza enogastroeconomica a reggere per tutto l anno il piacere di bicchieri adeguati a cibi altrettanto buoni e golosi. Ma se per trecento giorni abbondanti si mangiava per soddisfare la fame e si beveva per calmare la sete, nelle occasioni importanti le feste, appunto il sostentamento si trasformava in godimento (pancia mia fatti capanna!) e la bottiglia in celebrazione. Il senso del rituale è rimasto intatto: a cambiare in maniera evidente sono le coordinate della nostra realtà alimentare, infarcita di gusti nuovi, poco ortodossi o, al contrario, di gusti iperconosciuti, ma abbinati in maniera inusuale. Chi è cresciuto forte della dicotomia bianco vs rosso, ha dovuto aggiornarsi. Altrimenti, impossibile scorrere l elenco dei pinot neri per cercare l etichetta giusta a solleticare il sapore rapinoso e mascalzone di un pesce in guazzetto. O accompagnare un piatto di uova con una flute di bollicine rosé, eleganti e nobili come poche altre, pur se nate nelle popolarissime vigne emiliane. Questione di cultura vinaria. La crisi obbliga chi non sa a spendere semplicemente meno, senza troppo domandarsi in cambio di cosa. Ma gli enocuriosi o quanti possono contare sui consigli di un negoziante in gamba hanno imparato che in Italia si producono vini sempre più buoni, e anche rispettosi del territorio, liberi dai pesticidi (da non confondere coi fertilizzanti, che avvelenano la terra ma non sono altrettanto pericolosi per l uomo), su su fino alla certificazione biologica. Il tutto, lontano dai soliti noti e a prezzi onesti, che riconoscono il lavoro e la dignità dei vignaioli, senza ricarichi indecenti. È il bello del nuovo artigianato alimentare, guidato da una generazione di giovani contadini decisi a vincere la sfida per una agricoltura diversa, lontana dai grandi numeri, accessibile a quanti vogliano conoscerla enotecari in primis e sana. Se avete deciso di evitare l esecuzione dell agnello pasquale, regalatevi il brivido di uno squisito chardonnay chiantigiano per esaltare la golosità carnale (ma rigorosamente vegetariana!) della torta pasqualina. Per saperne di più, organizzate il prossimo weekend in quel di Verona, dove tra una settimana esatta comincia la quarantasettesima edizione del Vinitaly, quasi centomila metri quadrati e oltre quattromila espositori pronti a farvi assaggiare il meglio della produzione nazionale. Nello stesso fine settimana, la fiera ViniVeri di Cerea, alle porte di Verona, e Villa Favorita a Sarego, Vicenza, offrono il più importante panorama europeo di vini naturali (pesticidi free), per un brindisi buono, pulito e giusto. Agnello Cosciotto al forno in salsa di melograno Contorno di patate arrosto e asparagi Vino Pasqua di

13 41 Verona. Gli indirizzi DOVE DORMIRE B&B CORTE DELLE PIGNE Via Pigna 6/A Tel Doppia da 90 euro, colazione inclusa RELAIS 900 Via San Leonardo 5 Tel Doppia da 120 euro, colazione inclusa AGRITURISMO S. MATTIA Via Santa Giuliana 2 Tel Doppia da 95 euro DOVE MANGIARE OSTERIA PONTE PIETRA Via Ponte Pietra 34 Tel Senza chiusura, menù 40 euro PANE E VINO Via Giuseppe Garibaldi 16 Tel Chiuso martedì, menù 30 euro OSTERIA LA FONTANINA Portichetti Fontanelle 3 Tel Chiuso dom. e lunedì, menù 45 euro Gallinella in guazzetto Fumetto con testa, lisca, vino bianco e odori. Peperone spadellato e messo da parte, nello stesso olio, pesce a tocchi, peperone e brodo per 10 minuti DOVE COMPRARE ENOTECA S. ANASTASIA Via Abramo Massalongo 3 Tel ENOTECA DAL ZOVO Viale della Repubblica 12 Tel ANTICA BOTTEGA DEL VINO Vicolo Scudo di Francia 3 Tel Asparagi alla parmigiana Bollitura verticale nel cestello (gambi immersi, punte al vapore) Asciugati e adagiati nel piatto, si rifiniscono con burro nocciola e parmigiano Abbinamento: La Pineta Pinot Nero 2011 Podere Monastero Prezzo: 20 euro Abbinamento: Verdicchio dei Castelli di Jesi Superiore 2009, Andrea Felici Prezzo: 11 euro A tavola La mia enoteca GIORGIO PINCHIORRI Vengo da una famiglia di contadini emiliani. Pavullo, appennino modenese, agricoltura eroica a settecento metri di altezza, pascoli e orti in pendenza, l attesa lungo via Giardini nella speranza di vedere sfrecciare una Ferrari in prova...una famiglia, la nostra, piena di figli, nipoti, cugini. E perciò, da quando sono bambino, Pasqua con chi vuoi ha sempre voluto dire a casa con la mia famiglia, tutti a Messa e poi tutti a tavola. Annie ai fornelli, ma anche i figli, Antonella e Sandro, non si sottraggono al sacro esercizio della cucina. E io, che non so cuocere neppure un uovo, come al solito mi occupo dei vini. Il vino di casa era fatto con l uva Tosca, una specie di Sangiovese più rustico. Bicchieri forti, terragni, ingentiliti a volte con le uve zuccherine del Sud. Una scuola di vita di cui vado orgoglioso, e che ho ritrovato quando abbiamo deciso di organizzare un orto e un piccolo allevamento nel modenese, a un ora da qui, per garantire al ristorante carni e verdure sane e buone come quelle della mia infanzia. Anche sui vini, il lavoro dell Enoteca non è mai scontato: etichette straordinarie, ma anche vini inaspettati a prezzi contenuti. Condivido la passione della ricerca con un grande enologo, Carlo Ferrini. A San Gimignano abbiamo scovato un Sangiovese magnifico. Quella è terra di Vernaccia, eppure il Sodole 1985 dà dei punti a bottiglie che costano dieci volte tanto. Bisognerebbe che le enoteche facessero scelte meno commerciali, per supportare la passione di tanti piccoli vignaioli sempre di più al centro-sud, il futuro dell enologia italiana a cui va tutta la mia gratitudine di innamorato del vino. (Giorgio Pinchiorri gestisce con Annie Feolde l'enoteca Pinchiorri di Firenze, ristorante tre stelle Michelin con annessa una delle cantine più prestigiose del mondo) Colomba Lievitazioni multiple per l impasto di farina, latte, burro, uova e zucchero, arricchito coi canditi Glassa di albume e farina di mandorle Abbinamento: Muffato della Sala 2009 Castello della Sala Antinori Prezzo: 19,50 euro Pastiera Pasta frolla farcita con grano cotto, ricotta di pecora, acqua di fiori d arancio, zucchero, vaniglia, latte, scorza di limone, uova e canditi Abbinamento: Chambave Moscato Passito Prieuré, La Crotta di Vegneron Prezzo: 18 euro Uova di cioccolato Cioccolato al latte o fondente, temperato (portato a 45º, poi a 27º, poi a 31º), fatto scivolare nelle due metà dello stampo Decori a piacere Abbinamento: Marsala Superiore Riserva 1986 Marco de Bartoli Prezzo: 28 euro

14 42 LA DOMENICA L incontro Scomunicate Sinéad O Connor L ho sempre detto ai miei bambini: metà delle persone è perbene, gli altri sono bastardi.la cantante irlandese dalla vita dannata (disturbi mentali, provocazioni politicoreligiose, scandali sessuali) ci apre la porta di casa: Ho avuto quattro figli da quattro mariti Senza di loro sarei diventata una tossica. E forse sarei morta a ventisette anni come Jimi Hendrix, Kurt Cobain o Amy Winehouse GIUSEPPE VIDETTI BRAY (Dublino) Si affanna in cucina come una massaia, mentre una giovane collaboratrice domestica ammucchia nel cesto una montagna di biancheria da stirare. Bray, mezz ora di macchina da Dublino, villetta vista mare. «La riconoscerà», assicura Sinéad O Connor al telefono: ha un nome italiano, Montebello, e un angolo è dipinto con i colori della bandiera giamaicana. Da qualche anno, in rotta di collisione con la chiesa cattolica, si è avvicinata alla fede rastafari. Anche se all ingresso, ad accogliere gli ospiti, c è una statua della Vergine Maria a grandezza d uomo. «Ho smesso da tempo di credere alle religioni organizzate», spiega la cantante mentre prepara il caffè. «Sono una cortina di fumo che distrae la gente dallo Spirito Santo. Hanno tradito il principio fondamentale, che è quello dell amore incondizionato; dobbiamo cominciare a separare l idea di Dio dalle religioni». Assaggia il caffè dal mug, come si fa col biberon dei neonati per assicurarsi che la temperatura sia giusta. «Rovente», borbotta. Ne versa un po nel lavandino e aggiunge latte freddo. Assaggia di nuovo. «Perfetto». Me lo porge e m invita a seguirla al piano di sopra. La stanza dipinta color cielo è luminosissima. Sulle pareti, enormi raffigurazioni della trinità indù. Sinéad accende la prima sigaretta della giornata. I bambini sono a scuola, la casa è un oasi di silenzio. La presenza dei piccoli è testimoniata da peluche di tutte le dimensione sparsi ovunque, dalle cartacce dei muffin dimenticate negli angoli, dal cartello che la mamma tiene bene in vista sopra il frigo: niente I giornalisti mi descrivono come se fossi una pazza in realtà sono solo una che ama fare le cose alla luce del sole FOTO GETTY IMAGES junk food dal lunedì al sabato pomeriggio. «È per loro che tredici anni fa ho lasciato Londra», racconta, «qui possono fare una vita più sana». Raggomitolata su un cuscino, si sfila il buffo zuccotto rosso: ha la testa rasata come ai tempi di Nothing compare 2U, il brano di Prince che nel 1990 la trasformò in una sorta di eroina. La canterà anche nei due concerti italiani il 2 aprile alla Fenice di Venezia e il 7 all Auditorium Parco della Musica di Roma insieme alle canzoni (bellissime) dell ultimo How about I be me (And you be you)? È quasi incredibile che, dopo gli scontri a volte violenti avuti con la stampa, Sinéad accolga in casa un giornalista. «Non sono mai stata offesa da un italiano», precisa, «ma, è vero, mi descrivono come una pazza. Non posso lamentarmi se qualche volta hanno invaso la mia privacy, sono una che ama fare le cose alla luce del sole. Ho sempre lasciato correre. Penso: poveracci, sono freelance che non riescono a sbarcare il lunario. Gli editori dei tabloid sono sciacalli, le giornaliste sono trattate in modo disumano se non portano le storie che i loro capi si aspettano. Non è solo il music business a essere corrotto, è il mondo intero. Incomincio a spiegarlo ai miei bambini: il cinquanta per cento delle persone è per bene, gli altri sono bastardi». Ha quattro figli da quattro matrimoni. Il primo, Jake, ha venticinque anni, fa lo chef a Londra. Sinéad aveva ventun anni quando è nato. «La maternità mi ha salvato la vita», confessa. «E più di una volta. Se non fosse stato per loro sarei diventata una tossica, nel tipico modo dei rocker intendo. E magari sarei morta a ventisette anni, come Jimi, Kurt o Amy. Sono finita direttamente dall inferno dentro il music business». I suoi genitori erano separati. Per Sinéad la vita con la mamma era un incubo. Con lei restarono i quattro fratelli (con il più grande, in particolare, Joseph O Connor, famoso scrittore, i rapporti ancora oggi sono complicati, anche se è a lui che Sinéad ha dedicato l ultimo disco) mentre lei, a tredici anni, andò a vivere con il papà. E iniziò una nuova vita. Non senza difficoltà. A quindici anni fu sorpresa a rubare in un negozio vizio che aveva ereditato dalla mamma e affidata a un collegio di suore. «Dire che mio padre fosse preoccupato è poco. Ma ci assomigliamo molto, e in fondo mi capiva», racconta. «Cantare era l unica cosa che sapevo fare, a scuola ero una frana, non passavo un esame. Quando guardava le mie pagelle, scuoteva la testa e mormorava: figlia mia, tu finirai male. Venivo espulsa continuamente, perché fumavo o portavo la chitarra in classe. Avevo diciassette anni la mattina che trovai insopportabili le due ore di economia domestica. Chiamai il bassista della band e gli dissi: vienimi a prendere, non ce la faccio più. Non tornai a casa per due settimane, alla fine dovetti chiamare mio padre perché non avevo più un centesimo. Lui si arrabbiò moltissimo, ma sapeva che non sarei tornata indietro e, essendo lui stesso un tenore frustrato, sotto sotto assecondava le mie aspirazioni. Senza la musica sarebbe finita malissimo. Non ho talento per nient altro. Mia madre prima di morire (in un incidente stradale, nel 1985) mi disse scettica: molti sono chiamati, pochi sono gli eletti». Si commuove. Riflette: «L arena del pop è spiritualmente molto, molto corrotta». Dopo l album The Lion and the Cobra (1990) aveva tutte le carte in regola per correre il rischio di diventare la nuova Janis Joplin. Quando nel 93 Jim Sheridan la volle per cantare You Made Me the Thief of Your Heart nella colonna sonora del film Nel nome del padre, Sinéad aveva ancora la chance di diventare, per credibilità e intensità, l alternativa femminile a Bono degli U2 (lo riafferma con orgoglio: «Sono una cantante di protesta, una missionaria»). Ma era ingestibile, lo star system prese quasi subito le distanze: testarda, imprevedibile, incontenibile. Troppe esternazioni pubbliche, non sarebbe mai diventata la Giovanna d Arco del pop che avevano cominciato a disegnare: le violenze domestiche subìte dalla madre; la sessualità borderline («Sono etero per tre quarti e per un quarto lesbica»); la ribellione contro la chiesa alla fine degli anni Novanta si fece ordinare sacerdotessa col nome di Madre Maria Bernardetta dal vescovo di una chiesa indipendente irlandese, gesto che le valse la scomunica («Che comunque il Vaticano non mi ha mai ratificato»); la pubblica dichiarazione dei suoi malesseri fisici e mentali disturbo bipolare, impulsi suicidi, fino alla recente ricerca di un partner in chat («Se vado avanti così dovrò consolarmi con una banana»). «Dicono che una donna sacerdote è il demonio», attacca, «e i preti pedofili? Non dovrebbero essere i piccoli violentati a essere santificati invece dei papi? Non sarà certo un papa così anziano come Francesco a rivoluzionare la Chiesa e ad aprire il sacerdozio alle donne. La mia idea è che sono tutti nel panico, perché sanno di avere le ore contate». Scatenò un putiferio quando nel corso di un apparizione al Saturday Night Live, il più popolare varietà americano, stracciò in diretta l immagine di Giovanni Paolo II. «Se lo facessi oggi avrebbe più senso», assicura. «In Irlanda, nel 1997, già si parlava dei preti pedofili, negli Usa invece lo scandalo esplose nel 2000, così gli americani non capirono il senso di quel gesto. Ma sa cosa penso? Che la pedofilia è solo la punta dell iceberg, ne verranno fuori di scandali, anche peggiori. Ho guardato le immagini dell elezione del nuovo pontefice. Gli faccio gli auguri, è un papa che promette bene, ma se approfondisci le Scritture capisci che il Redentore è venuto al mondo per far capire alla gente che le religioni sono truffaldine, per esortarla a rivolgersi al Padre senza intermediari, per liberarla col suo sacrificio dal terrore della morte. La chiesa invece pone l enfasi più sulla morte che sulla resurrezione. Sono diventata rastafariana perché è un movimento, non una religione; crediamo fermamente in Cristo, che è anche energia (ecco il senso della stanza in cui ci troviamo), e nell idea di Dio al di fuori dalla religione organizzata. Anche il rifiuto di aprire il sacerdozio alle donne è un abuso perpetrato dall ufficio del Papa, come se non facessimo parte del corpo di Cristo! Il Vaticano non riesce più neanche a rispettare i pontefici, figuriamoci il popolo della Chiesa. Il povero Giovanni Paolo II si trascinava debole e malato in giro per il mondo, esibito alla piazza anche dopo la tracheotomia, quando non riusciva a parlare. Papa Francesco sarà anche l uomo migliore della Terra, ma non ce la farà a salvare il Vaticano». La sera, Sinéad è invitata allo spettacolo di punta della televisione irlandese, il Saturday Night Show. «Sto ancora imparando a suonare la chitarra», dice modesta mentre intona la struggente The Reason with Me. Alla fine dell esecuzione Brendan O Connor (nessun grado di parentela) è commosso, senza parole. Non si aspettava che l artista potesse recuperare dopo tante traversie l intensità di Nothing compares 2U. «Con questo disco ho voluto riconcentrare l attenzione su di me come cantante», conclude Sinéad, «lasciando indietro tutto il resto, il gossip, le polemiche, le stravaganze, o almeno quelle che altri considerano tali facendomi sembrare una matta vera. Finché riesco a scrivere e cantare canzoni, sono salva».

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