Domenica. Nel silenzio l acqua è un vivido blu-cobalto, di Repubblica. l energia nucleare.

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1 Domenica La DOMENICA 5 FEBBRAIO 2006 di Repubblica il fatto I vignettisti islamici e lo slalom fra i tabù ELENA DUSI e GUIDO RAMPOLDI la memoria Jack London fotografo del Big One ALBERTO FLORES D ARCAIS e JACK LONDON L emergenza gas e il caro petrolio spingono Bush e l Europa a rilanciare l energia nucleare. Ma Rifkin avverte: Non è la via giusta CENTRALE NUCLEARE DI HEIDENFELD, GERMANIA - FOTO REUTERS/MICHAEL URBAN MAURIZIO RICCI OLKILUOTO Nel silenzio l acqua è un vivido blu-cobalto, quell azzurro sfumato sul grigio che, qui al Nord, si vede nel cielo d inverno dopo il tramonto o subito prima dell alba. Mi spiegano subito che non c è niente di romantico, di pittoresco e neanche di naturale: è solo il riflesso sulle pareti di acciaio inossidabile delle luci che illuminano le vasche di lavoro. Una centrale atomica, infatti, vive sott acqua. Il cuore di questo cubo color rosso pompeiano che si eleva per 60 metri sopra l abetaia della costa finlandese sono le quattro piscine che ho davanti, piene d acqua blu: l acqua che si riscalda dentro il reattore per essere convogliata nella turbina che genererà elettricità, l acqua che lo raffredda, l acqua dove i bracci meccanici stivano i fasci quadrati di sottili tubicini che contengono il combustibile esaurito. È un immagine diversa dal mondo dell energia che conosciamo. Niente petrolio saudita o gas russo: al loro posto, uranio australiano, arricchito in Spagna. Niente fumi o polveri inquinanti: la ciminiera che si alza nel cielo, a poche centinaia di metri in linea d aria dai campi dei contadini e dalle case al mare della borghesia di Helsinki, succhia aria, non sputa veleni. Niente anidride carbonica: in materia di effetto serra, un reattore è a tasso zero. I pericoli, qui, sono tutti dentro, sotto il pelo dell acqua. Nel cilindro con la cupola affusolata si tiene sotto controllo una frantumazione degli atomi d uranio, in linea di principio non diversa da quella della bomba atomica. Nelle vasche accanto, le barre di tubicini piene di neutroni sono state reinserite nei fasci di barre di uranio, interrompendo il processo di reazione. Ma adesso le barre spente sono radioattive. Quando esco dal grande cubo rosso il contatore Geiger che mi hanno attaccato addosso segna 0,0001, lo stesso valore che darebbe se lo portassi fra le mura di casa. La radioattività è rimasta sott acqua. Il problema di una centrale atomica è tenercela. Olkiluoto 1 e la sua gemella contigua, Olkiluoto 2, sono in funzione ormai da un quarto di secolo. Come le altre 437 centrali nucleari in esercizio oggi nel mondo, convivono da sempre con questi dubbi e queste paure. Per vent anni, dal giorno del 1986 in cui il nome di una di queste centrali Cernobyl è uscito dal mazzo indistinto per imprimersi indelebilmente nella nostra memoria, sono sembrati dei relitti del passato, da seppellire appena possibile, come un ramo cieco nell evoluzione dell homo sapiens. segue nelle pagine successive con un intervista di ANTONIO CIANCIULLO le storie Serafini, l Enciclopedia impossibile PINO CORRIAS cultura Americani, come perdere un mondo TOM BISSEL e VITTORIO ZUCCONI la lettura Tabloid: lo sport del tiro al potente ENRICO FRANCESCHINI e JOHN LLOYD spettacoli Il genio scandaloso di Truman Capote NATALIA ASPESI e AMBRA SOMASCHINI

2 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 5 FEBBRAIO 2006 la copertina Sfida energia Su un isola del Baltico, la Finlandia è diventata il primo Paese dell Occidente ad avviare la costruzione di un impianto atomico dopo Cernobyl. Una decisione presa prima del caro-petrolio, che la rende oggi ancor più vantaggiosa. L opinione pubblica è favorevole e i comuni interessati hanno ingaggiato una dura lotta per assicurarsi la centrale 2006, operazione Olkiluoto la rinascita del nucleare MAURIZIO RICCI (segue dalla copertina) Non è più così. La corsa pazza del prezzo del petrolio, la scoperta che il gas russo può arrivare a singhiozzo hanno rimescolato le carte sul tavolo. La Francia ha ripreso a progettare nuove centrali, negli Usa stanno riesumando vecchi studi di fattibilità, in Gran Bretagna, in Svezia, in Germania il dibattito sullo smantellamento delle vecchie centrali è diventato o sta diventando il dibattito sul loro ammodernamento. In Italia il ministro dell Industria, Scajola, si chiede come superare il referendum che ha bandito dalla penisola le centrali atomiche. Tutte parole, finora. Fino a che non si arriva qui, su quest isola del Baltico che solo un rigagnolo separa dalla costa finlandese. Ciò che conta, a Olkiluoto, non sono i grandi cubi rossi di OL1 e OL2, ma l enorme buco alle loro spalle dentro cui, dal maggio scorso, si muovono i trattori e dal quale cominciano ad innalzarsi i pilastri di cemento che reggeranno OL3. Olkiluoto 3 non è solo una centrale grande da sola come le altre due messe insieme. È, soprattutto, la prima centrale atomica che viene costruita, da dieci anni a questa parte, in Occidente, sull una o l altra delle sponde dell Atlantico. Nel 2009, se i programmi saranno rispettati, Olkiluoto 3 comincerà a produrre elettricità. L impatto è quello di un messaggio, un manifesto: il nucleare c è, e ne abbiamo bisogno. In realtà i primi a giocare al ribasso, a negare a Olkiluoto 3 il carattere di una pietra miliare, di una svolta epocale a favore del nucleare, sono i finlandesi. All Associazione delle industrie dell energia, a Helsinki, Pekka Tiusanen nega che si tratti di una nuova strategia: «Fatti i conti, tenendo conto delle previsioni di aumento della domanda nazionale di energia, con OL3 la quota del nucleare sul totale rimarrà più o meno quella di adesso, fra il 27 e il 30 per cento». Al ministero dell Industria Riku Huttunen, che segue specificamente la divisione Energia nucleare, spiega che la decisione non ha niente a vedere con l attuale crisi dei mercati petroliferi. «Governo e Parlamento hanno approvato la centrale nel 2002, quando, anzi, i prezzi di gas e petrolio erano favorevoli». Alla base della scelta, continua Huttunen, l obiettivo di assicurare un mix equilibrato delle fonti di energia e, soprattutto, di restringere la dipendenza dall estero della Finlandia, che è priva di risorse proprie. Huttunen non lo dice, ma per estero, qui, si intende la Russia che, ancora oggi, soddisfa più del 40 per cento della domanda complessiva di energia (petrolio compreso). E anche se Huttunen, come qualsiasi buon finlandese, non lo ammetterebbe mai ad alta voce non c è niente in Finlandia che dia più fastidio e ansia che dipendere dai russi. Un miglior mix di approvvigionamento energetico e una minore dipendenza dall estero sono, tuttavia, le parole d ordine che in questi giorni risuonano da un capo all altro d Europa e Huttunen e i suoi colleghi non possono negarsi il compiacimento di aver anticipato i tempi. Nello scenario della via finlandese al 439 NEL MONDO È il numero delle centrali nucleari operanti nel mondo Gli impianti forniscono il 17 per cento dell energia elettrica mondiale Parla il presidente della Foundation on Economic Trends Rifkin. L unica strada sicura è l idrogeno «D ire che le ultime dichiarazioni del presidente Bush rappresentano una svolta della politica energetica americana significa fare dell umorismo». È secco e tagliente il giudizio di Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends e profeta dell era dell idrogeno: il rilancio, da parte della Casa Bianca, del nucleare e delle rinnovabili come alternativa al petrolio non lo convince. Eppure Bush ha usato un espressione che pochi avrebbero pensato di sentirgli pronunciare: «L America è intossicata dal petrolio». Non sono parole troppo pesanti per un semplice lifting politico? «Bush cerca di fronteggiare una situazione che gli sfugge di mano proprio mentre le elezioni di mid term si avvicinano: la sua popolarità ha raggiunto il minimo, la crescita economica rallenta, il prezzo della benzina cresce. In queste condizioni era necessario tentare qualcosa di spettacolare. Ma questa amministrazione americana è storicamente condizionata dalle lobby dei combustibili fossili e del nucleare. Se si vanno a vedere i fatti concreti, si scopre che la Casa Bianca non spende una parola sull efficienza energetica e riduce i fondi per la ricerca sul solare, sull eolico e sulle biomasse a 2 milioni di dollari all anno: un terzo del costo dello stadio di baseball di Washington. È una presa in giro». Sul nucleare però Bush ha lanciato un messaggio di rilancio molto chiaro. «In questo momento l attività della lobby nucleare è fortissima: stanno spingendo in Europa, in Asia e in America. Ma se si vuole fare il nucleare bisogna dire con chiarezza che le tasse devono aumentare perché è un industria che per sopravvivere ha bisogno di forti finanziamenti pubblici: è troppo cara per un mercato liberalizzato». Si può anche decidere che, essendo l energia un bene strategico, occorre uno sforzo pubblico. «Anche se è una contraddizione non indifferente per i teorici della liberalizzazione estrema dell economia, si può decidere di mettere da parte il mercato e ricorrere agli aiuti di Stato. A questo punto però sorgono altri due problemi. Il primo è che l uranio è una risorsa scarsa: potrebbe finire prima del petrolio. Riconvertire il sistema energetico mondiale tarandolo su una materia prima limitata quanto quella che si vuole abbandonare non è una scelta lungimirante». E il secondo problema? «La tecnologia nucleare ha superato i 60 anni. All inizio, quando si progettavano le prime centrali, si diceva che c erano dei problemi di sicurezza, che c erano dei problemi di trasporto delle scorie, che c erano dei problemi di smaltimento dei rifiuti radioattivi, ma che con il tempo e con gli investimenti in ricerca tutti questi problemi sarebbero stati superati. Da allora è passato più di mezzo secolo e nel frattempo, nonostante il ANTONIO CIANCIULLO Jeremy Rifkin fiume di denaro speso, non solo quei problemi sono sempre lì, irrisolti, ma nel frattempo si sono aggravati. Oggi il nucleare è la più irresponsabile delle scelte anche perché tutto il ciclo di lavorazione dell uranio, dalle centrali ai siti di stoccaggio, rappresenta un target ideale per i terroristi. E non si tratta solo di considerazioni accademiche: due mesi fa il governo australiano ha arrestato un gruppo di terroristi che stavano per mettere in atto il piano d attacco a una centrale nucleare». Lei boccia il nucleare senza appello ma anche i rischi legati al sistema energetico attuale sono altissimi. «È vero. Il prezzo del barile di petrolio è destinato a raggiungere i 100 dollari. E la moltiplicazione degli episodi climatici estremi, dagli uragani alle alluvioni, fa capire a tutti che la exit strategy dal petrolio è urgente. Due mesi fa su Science è stata pubblicata una ricerca che mostra come non ci sia mai stata tanta anidride carbonica in atmosfera negli ultimi 650 mila anni. Siamo di fronte a un bivio in cui si decide il futuro della nostra specie. Da una parte c è la vecchia strada che ci porta a proseguire dritti verso il disastro. Dall altra c è la strada del cambiamento: le fonti rinnovabili che danno energia pulita e consentono di accumulare l idrogeno necessario a ripulire le città dallo smog». C è chi considera questo progetto un utopia. E in alcuni casi, ad esempio il fotovoltaico, le fonti rinnovabili non sono competitive. «Siamo nella fase nascente di queste tecnologie. Non ci sono differenze significative con le difficoltà che hanno accompagnato l inizio delle due grandi rivoluzioni industriali basate sul carbone e sul petrolio. L opinione pubblica è favorevole, la società civile è disponibile, il mondo scientifico è pronto per questo terzo salto. Quello che manca è la leadership politica». Che ruolo può avere l Italia in questo progetto? «Per l Italia è una grande occasione. Il vostro paese può diventare l Arabia saudita delle fonti rinnovabili: avete sole, vento, biomasse agricole, idroelettrico, geotermia. Potete essere al centro di un Europa che apre una nuova era economica basata sulle rinnovabili e sull idrogeno e in grado di creare milioni di posti di lavoro». Per ora i passi in questa direzione sono molto timidi anche a livello europeo. «Nel 2002 l Unione europea ha dato semaforo verde all investimento di quasi due miliardi di euro per la creazione della piattaforma tecnologica per l idrogeno. E nel settembre scorso, a Bruxelles, 50 eurodeputati di tutti i gruppi politici, guidati da Vittorio Prodi, eletto nelle liste della Margherita e fratello dell ex presidente della Commissione, si sono impegnati a sostenere il manifesto per l idrogeno verde, quello ottenuto da fonti rinnovabili. Dopo l euro, l energia pulita può essere per l Europa il motore di unità e di crescita».

3 DOMENICA 5 FEBBRAIO 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 FOTO ROGER RESSMEYER/CORBIS Repubblica Nazionale 33 05/02/2006 nucleare c è, però, un terzo elemento, a prima vista inaspettato: l ecologia. Il dibattito sul rilancio del nucleare ha profondamente lacerato, quattro anni fa, governo e partiti. Ma sempre meno, dicono i sondaggi, l opinione pubblica. Nel 2001, riferisce Tiusanen, i finlandesi si dividevano a metà, fra favorevoli e contrari al nucleare. Oggi il 41 per cento è a favore e solo il 27 per centro contro. È Kyoto a far impallidire il ricordo di Cernobyl. «La gente riferisce Hanna Tuominen, dell Agenzia di sviluppo degli enti locali della regione di Olkiluoto si rende conto che il nucleare non contribuisce all effetto serra». È uno slittamento di prospettiva che fa a pugni con parole d ordine radicate nel movimento ecologista, ma può indicare che l atteggiamento generale dell opinione pubblica verso il nucleare non è più scontato. I finlandesi (contrari all adesione alla Nato, proprio perché dispone di armi atomiche) sono stati pronti a distinguere fra usi civili e militari dell atomo. E a premiare i rischi dell effetto serra sul ricordo degli orrori di Cernobyl. Probabilmente, anche facendo di conto. Perché Kyoto costa. Un preoccupato Tiusanen sottolinea che, anche con la nuova centrale, nel 2012 la Finlandia sarà in debito di 11 milioni di tonnellate di anidride carbonica, rispetto agli impegni sottoscritti: «Al costo attuale di 20 euro a tonnellata dice Tiusanen equivale a oltre 200 milioni di euro». Più ancora dei sondaggi, comunque, vale quello che è avvenuto davvero sul posto. Come i nuclearisti italiani non immaginerebbero neanche nei loro sogni più selvaggi, i comuni interessati, anziché approntare blocchi stradali, hanno ingaggiato una dura lotta per assicurarsi la centrale. «Per fortuna dice Hanna Tuominen abbiamo vinto noi. Ci porta 5 mila posti di lavoro, benedetti in una regione dove la disoccupazione oscilla fra il 12 e il 18 per cento. E anche una bella fetta di tasse immobiliari». Tutto ciò non sarebbe stato possibile se il rilancio finlandese del nucleare non si fosse preoccupato di rispondere a due quesiti chiave. Il primo sono le scorie. La legge prevede che la sistemazione dei residui radioattivi avvenga a cura e a spese dei proprietari delle centrali. Con pagamento in anticipo. Il governo, spiega Huttunen, calcola ogni anno il costo di questo smaltimento (compreso il costo di smantellamento futuro delle centrali) e ne impone l accantonamento in un apposito fondo: «Abbiamo in cassa, oggi, 1,4 miliardi di euro. Se chiudessimo domani tutte le centrali, sarebbe tutto già pagato». Per mettere dove i residui radioattivi? In un area, sempre a Olkiluoto, dove verranno stivate (a 500 metri di profondità) tutte le scorie prodotte sia dalle tre centrali dell isola, sia delle altre due nell est della Finlandia. Il secondo quesito è la sicurezza. E la risposta, dice il direttore del progetto, Martin Landtman, «sono mura belle spesse e profonde». Il nuovo reattore sarà protetto da una doppia cupola di cemento, sufficiente a reggere lo schianto di un jet. Anche i sistemi di sicurezza (quattro strutture gemelle, in modo da I CANTIERI È il numero delle centrali nucleari in costruzione soprattutto in Asia, ma dei nuovi impianti sei sono in costruzione da oltre 20 anni averne una sempre in grado di funzionare) sono posizionati in modo da non poter essere colpite contemporaneamente dall impatto di un aereo. All altro capo, cioè in fondo, un guscio di metallo e cemento è studiato per raccogliere, contenere, espandere e raffreddare una eventuale fusione del nucleo, tipo Cernobyl. Naturalmente, 11 settembre e Cernobyl sono gli incidenti che ti aspetti, mentre, ammette Landtman, «il problema con l energia atomica è quello che non ti aspetti». La sicurezza, insomma, è inevitabilmente destinata a restare una scommessa. Anche sulle scorie, peraltro, quella finlandese non è una ricetta buona per tutti gli usi. La Finlandia ha un sottosuolo stabile, a prova di terremoto, una garanzia non esportabile. Mentre, in caso di rilancio generalizzato del nucleare, le scorie diventerebbero un problema planetario: uno studio del Mit di Boston calcola che il mondo avrebbe bisogno, ogni 3-4 anni, di un deposito dell ampiezza di quello sotto le Yucca Mountains, che il governo americano non è ancora riuscito a varare. Il rischio maggiore, tuttavia, è che guardare a Olkiluoto porti a sovrapporre la risposta nucleare ai pro Il nuovo reattore sarà protetto dal rischio dello schianto di un jet e dell eventuale fusione del nucleo. Ma la sicurezza resta inevitabilmente una scommessa I PAESI Sono gli stati che nel mondo producono energia elettrica con le centrali nucleari. I primi nella corsa furono Usa e Gran Bretagna (1951). Poi arrivò l Urss blemi posti, qui ed ora, dalla crisi dell energia. I finlandesi hanno cominciato a discutere la centrale nel 1999 e la produzione inizierà, salvo intoppi, nel Partire ora con un progetto di centrale significa averne l elettricità nel 2016, quando la situazione del petrolio, del gas o delle nuove tecnologie del carbone potrebbe essere assai diversa da quella di oggi. E la via del nucleare è una di quelle in cui le conversioni a U non sono possibili. Un impianto come Olkiluoto 3 ha un costo di 3 miliardi di euro e dovrà funzionare al 90 per cento della capacità per i prossimi 60 anni. Altrimenti diventerebbe un baratro mangiasoldi. È la sua condanna. Ecco perché l energia atomica non è un giocatore come gli altri al tavolo dell energia: come il contrabbasso in un complesso jazz è quella che dà sempre il tempo a tutti. Il suo premio è che il combustibile costa una frazione infinitesimale, un ventesimo del costo complessivo. Costruire una centrale a gas di uguale potenza costerebbe un quarto, a carbone la metà, ma il combustibile può arrivare a due terzi del costo complessivo. In altre parole, una centrale atomica costa costruirla, una centrale a gas o a carbone alimentarla. Nel primo caso, quello che conta sono i tassi d interesse, nel secondo i costi del combustibile. Due anni fa, lo studio del Mit dichiarava il nucleare non competitivo, a meno di sussidi pubblici o di una tassa sull anidride carbonica 3-5 volte superiore ai valori attuali. Oggi, con il boom del prezzo del gas, probabilmente, dicono gli esperti, una centrale atomica è economicamente competitiva, ma potrebbe non esserlo più fra sei mesi. Il problema è che, per non diventare un disastro finanziario, deve restare competitiva almeno per i anni necessari a ripagare il prezzo dell investimento. Sono degli scommettitori arrischiati, allora, i finlandesi? Niente affatto. Olkiluoto, come spiega Landtman, «non ha un rischio di mercato». I proprietari delle centrali sono le stesse industrie della carta o della metallurgia, nonché le varie municipalità, che consumeranno la sua produzione. A prezzo di costo. In altre parole, si assicurano forniture stabili a prezzi stabili. Olkiluoto, dal canto suo, si garantisce un mercato stabile e sicuro: se i suoi proprietari andassero a cercare elettricità altrove, perderebbero nei conti della centrale quello che avrebbero guadagnato altrove in energia più a buon mercato. Non è una situazione facilmente ripetibile: Steve Thomas, dell università di Greenwich, la paragona a quella di un monopolio dove i prezzi sono controllati e adeguati ai costi. In questo caso, sostiene, i finanziatori (tre quarti dell investimento per Olkiluoto è stato rastrellato sul mercato internazionale) hanno probabilmente concesso tassi favorevoli, intorno al 5 per cento. Gli stessi investitori, aggiunge, di fronte ad una centrale in un mercato deregolato, chiederebbero tassi assai più alti, il per cento. Uno pensa a Cernobyl e alle scorie, ma il futuro del nucleare è, almeno altrettanto, nei salotti delle banche.

4 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 5 FEBBRAIO 2006 il fatto Satira pericolosa Vietato toccare Allah, Maometto e l autorità religiosa. Ma in tutti gli altri campi, nei paesi islamici, l umorismo disegnato sta guadagnando terreno. Nel mirino i nemici di sempre, Stati Uniti e Israele, ma anche le tirannie di casa, la loro corruzione e la mancanza di libertà Lo slalom fra i tabù dei vignettisti arabi ELENA DUSI Repubblica Nazionale 34 05/02/2006 OCCIDENTE E ISLAM Sopra, tre tavole di Imad Hajjaj. La prima ironizza sul dito puntato contro arabi e musulmani dopo l 11 settembre. Nella seconda si scherza su un matrimonio celebrato nell era dei metal detector. Nella terza si fa umorismo sul peso di Sharon sui destini del mondo, quello arabo in particolare TAVOLE FATALI Sopra, due vignette di Naji al-ali, il disegnatore palestinese assassinato nel 1987 a causa delle sue denunce contro la corruzione degli uomini di Arafat. Il protagonista delle sue tavole si chiama Handala Un unico tabù: non toccare l islam. Per il resto la satira nel mondo arabo non si ferma davanti a niente. I nemici di sempre, Israele e gli Stati Uniti, si guadagnano decine di caricature pungenti ogni giorno, con qualche fuoripista antisemita o anche solo di cattivo gusto. Ma è sul fronte della politica interna che i pallettoni della satira molto più di qualunque articolo riescono a bucare la barriera della censura e a centrare i regimi tirannici. Corruzione, ipocrisia, mancanza di libertà, povertà, ottusità del potere, soggezione agli Usa, terrorismo: nessun articolo li ha attaccati con tanta veemenza come le vignette di cui ormai quasi tutti i giornali arabi quotidiani, settimanali o pubblicazioni sul web sono forniti. In questo senso si può parlare della satira come di una delle punte di lancia del riformismo nel Medio Oriente. «I vignettisti hanno più margine di libertà» conferma Imad Hajjaj, palestinese, uno degli autori più prolifici di oggi, che lavora fra l altro per il quotidiano londinese in lingua araba Asharq al- Awsat. «Possiamo usare simboli, doppi sensi. Possiamo ricorrere alle espressioni dialettali. Siamo in grado di dare alle nostre caricature una prospettiva molto aggressiva. Piena di umorismo, certo, ma molto aggressiva». E se in un paese occidentale capita che a cadere per una causa siano più spesso i giornalisti, in Medio Oriente nella lista delle morti violente compare anche una manciata di disegnatori satirici. Il più famoso, il palestinese Naji al-ali, prese una revolverata in pieno volto a Londra, il 22 luglio del 1987, dopo aver condannato in migliaia di tavole Arafat e la sua corte corrotta. Ma a decretare la sua condanna a morte fu più probabilmente una vignetta che alludeva all amicizia fra il rais e la sua biografa ufficiale, la giornalista egiziana Rashida Muhran. Per quel disegno due anni prima Naji Al-Ali era stato costretto a rifugiarsi a Londra. «I cinesi prosegue Hajjaj dicono che un immagine vale mille parole. È verissimo. Le vignette sono semplici da leggere e hanno la magìa dell ironia: breve, concentrata, divertente. Tutto questo è doppiamente vero nel terzo mondo, dove abbiamo tassi di analfabetismo altissimi e tante persone che non amano leggere. Molti sono costretti a parlare di politica solo in privato, per paura di repressioni. In queste condizioni un vignettista può diventare una star, e le sue caricature possono essere riprodotte sugli striscioni delle manifestazioni di piazza». Negli anni Ottanta accadeva proprio questo con Naji al-ali e il protagonista dei suoi disegni: Handala. Era un ragazzino palestinese scalzo e malvestito. Appariva sempre di spalle, costernato di fronte alle scene di corruzione della leadership palestinese, all incapacità di tenere testa a Israele nelle trattative, alle divisioni e alla povertà del suo popolo. Il suo nome ricorda un erba dal sapore amarissimo. Qui i disegnatori - dice Imad Hajjaj, uno degli autori più prolifici del Medio Oriente - sono più liberi dei giornalisti In posti con molti analfabeti e molta gente che non ama leggere la vignetta dà un informazione breve, concentrata, divertente In queste condizioni noi possiamo anche diventare delle star Oggi la lista dei personaggi-bersaglio si è arricchita. Il leader egiziano che impedisce al suo popolo di votare (è accaduto nelle legislative di dicembre), le fazioni palestinesi dipinte come tanti bebè che si azzuffano fra loro (con il commento «dov è papà?»), l ottuso governante che sfoglia un manuale di democrazia (peccato che lo stia impugnando capovolto). «Avete visto che noi governi sopravanziamo i popoli in fatto di riformismo?», dice un tiranno in sella a una tartaruga mentre un cittadino rimane incatenato senza poter muovere un passo, in una vignetta pubblicata dal quotidiano giordano ad-dustur nel giugno del In Arabia Saudita, al-yaum ha ritratto una semplice bottiglia: al suo interno i popoli protestano e urlano slogan, ma il tappo con su scritto potere assoluto garantisce che il movimento non defluisca. Manca il nome di Mubarak, ma il riferimento è evidente nella tavola in cui «un vecchio leader che è rimasto in carica cinquant anni» con le fattezze di Satana arringa la folla: «Amici miei, il diavolo che conoscete è sempre meglio di quello ignoto», dice. A pubblicare questa vignetta è stato il quotidiano del Bahrain Akhbar al-khalij a settembre del 2005, in occasione delle elezioni presidenziali in Egitto. Anche il terrorismo merita una netta condanna, nelle vignette arabe. Per citare solo alcune delle caricature più recenti, il fenomeno è dipinto come una piovra che estende i suoi tentacoli sul pianeta, come la morte che con la falce taglia le vite dei bambini, come un serpente, un pugnale che colpisce gli arabi alle spalle, una figura satanica che dà fuoco al mondo. In questo opinione pubblica, governi arabi e cancellerie occidentali vanno d accordo. Ma è un eccezione, perché nella satira araba soffia fortissimo il vento dell anti-americanismo. Imad Hajjaj ha disegnato per Asharq al-awsat una mano americana che tende una sedia sottile

5 DOMENICA 5 FEBBRAIO 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 Tawfik.Quell ironia è figlia della sconfitta Repubblica Nazionale 35 05/02/2006 e sgangherata (la democrazia) a una corpulenta signora (il mondo arabo). «Prego madame», dice lo zio Sam, facendo presagire il collasso. Spiega Shujaat Ali, disegnatore politico del sito Internet di al-jazira: «I sentimenti anti-americani sono una realtà nel mondo arabo, non siamo noi vignettisti a inventarli. Come per qualunque giornalista, il nostro lavoro cerca la realtà al di là delle rappresentazioni che il potere ci offre. Dopo, sta alla nostra professionalità trasmettere un messaggio equilibrato. Non esageratamente violento, ma nemmeno morbido. I lettori si allontanano subito da un disegnatore accondiscendente». Alla base dei ritratti poco accattivanti riservati agli Stati Uniti non ci sono solo la guerra in Iraq o la questione palestinese. «Gli Usa sostiene Hajjaj hanno appoggiato per decenni i nostri dittatori corrotti, li hanno riforniti di fucili e carri armati che sono stati usati per ucciderci». Solo davanti alla religione non c è licenza artistica che valga. Lo sanno l iraniano Manushehr Karimzadeh, condannato a dieci anni di carcere nel 1993 per aver dipinto un personaggio vagamente somigliante a Khomeini e il quotidiano Arab Times: la sua sede fu devastata dagli integralisti nel 1996 dopo la pubblicazione di una vignetta con un fedele che prega e la linea di Allah che suona occupata. Per il resto, la satira in forma di musica, letteratura, teatro e vignette è pane quotidiano in Medio Oriente. «Nel mondo arabo spiega Hajjaj la maggior parte dei media è estremamente formale, controllata dal governo, noiosa, lontana anni luce dalla gente. Per questo i lettori, che hanno fame di libertà, si rivolgono a forme alternative di comunicazione: i piccoli quotidiani, il teatro satirico, alcuni siti Internet che trasformano molti dei nostri problemi quotidiani in umorismo. Se non abbiamo la possibilità di cambiare la realtà, che almeno ci lascino riderci su. Non è solo una consolazione, è anche una sfida». I grandi magazzini In alto, un anziano arabo chiede alla commessa: Scusi, ho solo dieci lire in tasca, qual è la cosa più economica qui dentro?. La ragazza risponde: Di sicuro la cosa più economica sei tu. La vignetta è di Imad Hajjaj, che pubblica i propri lavori sul sito La tortura Qui sopra, una vignetta del palestinese Imad Hajjaj che ironizza sulle immagini dei maltrattamenti dei detenuti iracheni nel carcere di Abu Ghraib Valutazione di Importanti Strumenti Musicali a Milano il 15 Febbraio a Roma il 16 Febbraio a Ginevra il 13 Febbraio a Lugano il 14 Febbraio Lo specialista degli strumenti musicali Philip Scott sara in Italia e in Svizzera per delle valutazioni gratuite di strumenti ad arco in previsione delle aste primaverili che avranno luogo a Londra. Per informazioni si prega di contattare: Cecilia Grilli tel fax GUIDO RAMPOLDI N ella nuova ironia araba Younis Tawfik, scrittore iracheno da tempo in Italia, vede in controluce «amarezza, delusione». Un senso di sconfitta. Di morte. «Ricorrono immagini malinconiche. La colomba della pace ferita, sgozzata. La morte della terra araba, le lacrime dell amata, la crisi dell identità araba. E il senso d un dominio altrui, cui si accompagna un auto-sarcasmo, come a dire: siamo ridotti proprio male!». Quando nasce questo timbro cupo, desolato? «Negli ultimi anni, direi soprattutto a partire dal Ma diventa più forte dopo l occupazione dell Iraq, quando si sposa all idea d un Occidente egoista, ingiusto, indifferente agli arabi. È un po un ritorno al senso di sconfitta che investì gli arabi dopo la guerra del 1967». Ma la vera novità non è forse una capacità di ironizzare su stessi? «Senza dubbio l autocritica è cresciuta molto e oggi direi che è un atteggiamento comune ai popoli arabi. S è fatta più ragionata, più serena. E più serrata. Arriva quasi all auto-accusa quando allude alle complicità di cui al-qaeda gode nella religione e nella politica. C è un programma della tv irachena, per esempio, che ironizza parecchio sul terrorismo e sulle figure che stanno dietro al terrorismo. Però in quegli sketch anche l idea di democrazia suscita un ironia forte. Lo stesso motivo torna in altri programmi arabi, dove l ironia diventa tagliente». Un ironia figlia della delusione? «Sì. Per esempio lo sketch che ora le racconto. A notte fonda un padre di famiglia torna a casa ubriaco; urla, canta a squarciagola; abbassa la voce, gli dice la moglie, i bambini dormono; e lui: siamo in democrazia, faccio quel che voglio, non è questa la libertà? Questa povera gente ha fatto tanta fatica per portarcela con sacrifici e rischi e vuoi che non la usiamo. Il senso è: qui tutti parlano di democrazia ma i più non hanno capito cosa sia davvero, non sono pronti». Un altra novità non da poco potremmo chiamarla: la fine della deferenza. Neppure il potere adesso è totalmente al riparo dai cartoonist arabi. Cos è successo? «Dopo l occupazione dell Iraq i regimi arabi hanno avuto paura di perdere il controllo della situazione. Così hanno deciso di lasciare agli umori popolari qualche valvola di sfogo. In Egitto, in Marocco, in Libia, perfino in Arabia saudita, ormai si può dire di tutto o quasi. Certo, quando si arriva al re o al rais i toni devono essere più cauti. Ma al di sotto, si può. Perciò spesso i ministri diventano parafulmini di un irritazione generale diretta più in alto». Si sarà accorto che da noi è diffuso uno stereotipo per cui l arabo, se non è un selvaggio o un forsennato, comunque è privo di ironia. Cos è l ironia nella cultura araba? «Un genere letterario antico e di solito misconosciuto. Già nell ottavo secolo il teatro arabo prevedeva un ruolo specifico per l attore che era un po giullare e un po cantante. E questa figura spesso era delegata a mettere alla berlina figure religiose o politiche. La cosa più sorprendente è la paura che questi attori incutevano ad importanti cariche pubbliche». Erano così influenti? «Potevano perfino rovinare carriere. Un testo del nono secolo dopo Cristo racconta la messinscena che costò il trasferimento al giudice supremo d uno dei quartieri in cui era divisa Bagdad. L autore era un attore comico. Costui prima giocò una beffa al giudice dentro la moschea dove quello teneva udienza, e poi la raccontò al pubblico nella rappresentazione teatrale. Il giudice finì in un altra città per fuggire allo scandalo». E il clero islamico tollerava questi affronti o si faceva scudo della fede per proibire l ironia? «Nel periodo del suo massimo splendore l islam non tentò mai di uccidere il sorriso. I primi comics arabi, se possiamo chiamarli così, risalgono al 1100 dopo Cristo, all apogeo dell impero arabo-islamico, quando apparvero i Maqamat, cioè una raccolta di storie ironiche, in prosa rimata o in poesia, illustrate dall artista che fondò la prima scuola di pittura miniaturistica nella storia dell islam, al-wasiti. Dai Maqamat nacquero vari generi di letteratura ironica. E a quel tempo c erano comici che andavano negli ospedali per fare ridere i malati con lo scopo di farli guarire, qualcosa che in Occidente abbiamo scoperto di recente». Quand è che l islam ha perso il sorriso? «Con la dominazione ottomana, dal quattordicesimo secolo in poi. Lì comincia una decadenza che sprigiona un islam cupo, triste, pessimista. Ma anche in quel periodo si diffondono capolavori come Le Mille e una notte, che includono racconti ironici. Ve n è uno, splendido, che narra di un giullare gobbo. Un ricco sarto si convince d averlo ucciso e cerca con la moglie di sbarazzarsene gettando il corpo nella proprietà del vicino, un cristiano; e questi a sua volta fa lo stesso col vicino ebreo. Si chiama La storia del gobbo. Ha una morale implicita: gli uni e gli altri non sono diversi. Il gobbo rappresenta le questioni scomode di cui ciascuno cerca di liberarsi scaricandole sul vicino». E oggi? Qualunque cosa si pensi della reazione suscitata dalla pubblicazione in Danimarca di vignette su Maometto, si direbbe che l islam fondamentalista non abbia alcuna speranza di trovare un compromesso con l ironia. «È impossibile: i fondamentalisti temono l ironia. Il loro scopo è quello di creare una società che viva nella paura del giorno del Giudizio di Dio, e individui che desiderino la morte come mezzo per incontrare Dio. Per quella gente la vita è dolore e il corpo deve soffrire per meritare l aldilà. L ironia è agli antipodi di questa ideologia penitenziale. Eppure l islam non è questo, se stiamo alle scritture. Vi sono brani riferiti al profeta, che lo descrivono mentre ride fino a mostrare i molari. E altri raccontano di sua moglie Aisha, che si affaccia nel cortile della moschea dove di lì a poco canteranno e balleranno attori abissini». Che le pare del modo in cui i cartoonist italiani raccontano gli arabi, i musulmani? «Spesso si avverte sia la paura che incutiamo, sia il desiderio di esorcizzarla ridicolizzando quel presunto nemico. Ma quando le caricature rappresentano noi musulmani come assetati di sangue, come sodali di Bin Laden, questo indubbiamente fa male, ferisce».

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