AMICHE DI MARZO: SONO TROPPE LE ASSENTI

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1 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Costituzione della Repubblica Italiana, Principi Fondamentali, Articolo 3 Reg. n 2425 del 26/03/2009 C.F marzo 2011 Amiche di marzo Tutti i nomi della scintilla Rassegna stampa Appuntamenti AMICHE DI MARZO: SONO TROPPE LE ASSENTI Olga, Tanja, Lamara e poi Elvira, Elzada, Ida, Zemina, Ajna, Lejla, Rada, Melita, Chaimaa, Eva sono donne, di età diverse, con le quali in questi anni ho condiviso i pensieri più complessi, i momenti più difficili, le scritture più ardue; oltre a speranze, lutti, allegrie, discorsi sull amore. Con loro e con le mie amiche storiche, quelle che da anni e anni fanno luce nella mia vita. Nessuna delle donne delle quali ho fatto il nome tranne Eva, che è sinta è nata in Italia; ci sono arrivate trascinate dalle guerre, dai flussi migratori, dalle difficili disgregazioni degli stati multinazionali nati e morti nel Novecento. Sono entrate nella mia vita e restano a farne parte, per fortuna. Donne provenienti da altri luoghi del mondo sono, a vario titolo, nella vita di molte di noi; con loro viviamo, pensiamo, studiamo; spesso ci aiutiamo a invecchiare, a crescere figli, a morire. Ma, tranne rari casi, non sono con noi nei momenti della partecipazione alla vita politica, dell occupazione della scena pubblica. Nemmeno l 8 marzo, almeno a Mantova. E, come a Mantova, nella maggior parte delle città italiane. E questo da tempo mi mette profondamente a disagio perché non è imputabile a nessun potere maschile ; dipende solo ed esclusivamente da noi, da un vuoto nella percezione di quel soggetto politico complesso che siamo oggi noi donne. Come gli uomini, tranne poche eccezioni, ci siamo abituate a pensare all interno di un universo culturale e linguistico autoreferenziale, quello della cultura maggioritaria. Uno sguardo più attento alla storia di genere ci aiuterebbe ad allargare i nostri orizzonti. Per una volta è una voce maschile, quella di un grande storico americanista e studioso delle fonti orali come Alessandro Portelli ad aprire il mio sguardo e a dare conforto al disagio mio e di altre, credo; a commuovermi. Riportiamo su questa Newsletter di Articolo3 il suo scritto, 8 marzo, i nomi della scintilla (il Manifesto, 8 marzo 2011, qui sotto pubblicato integralmente grazie alla redazione del giornale). Che cerca, risalendo ai nomi, le provenienze delle 145 operaie morte nell incendio della Triangle Shirtwaist Factory di New York, nel marzo del Immigrate, donne, operaie: tre volte senza diritti. E, per di più, spesso minorenni. Molte erano italiane, alcune ispaniche. A colpirmi è anche il fatto che ben 102 erano ebree, proletarie provenienti dagli shtetl dell Europa orientale: spesso in fuga, oltre che dalla povertà, dall antisemitismo. La storia dell 8 marzo dovrebbe costringerci a un pensiero plurale che infranga pregiudizi di ogni tipo; dovrebbe indurci a promuovere pratiche di ascolto reciproco per costruire insieme una nostra forza che nessuno possa usare per scopi minori. Se nelle nostre iniziative non coinvolgiamo le cittadine migranti, le concittadine sinte e rom, le rifugiate, quelle che appartengono alle minoranze religiose e, in generale, tutte quelle che fanno parte di qualche minoranza discriminata, se non sappiamo dare voce a una molteplicità di racconti diversi sul lavoro, sull amore, sulla nascita, sull infanzia, sulla malattia, sulla nostalgia, se non riusciamo a fare questo allora qualcosa non va nel nostro modo di prendere parola e di porgere ascolto. Cioè nel nostro senso politico della vita. Maria Bacchi Con piacere segnaliamo che a Brescia, a Varese e a Milano, per portare alcuni esempi, ci sono gruppi di donne che hanno cominciato a ragionare nella prospettiva di incontro con le donne migranti. MB

2 Grazie alla redazione de Il Manifesto, che ieri ci ha permesso di avere in formato elettronico l articolo nella stessa giornata di pubblicazione 8 MARZO. TUTTI I NOMI DELLA SCINTILLA di Alessandro Portelli Il Manifesto, 8 Marzo 2011 Oggi vorrei parlare di Francesca Caputo. Aveva diciassette anni. Morì cento anni fa, in un giorno di marzo del 1911, asfissiata o bruciata, insieme con altre 145 donne, nell'incendio di una fabbrica, la Triangle Shirtwaist Factory, a New York, Stati Uniti d'america. Donna, operaia, immigrata - tre volte senza diritti. Anzi, quattro: era anche minorenne. Vorrei parlare di lei, ma questo è tutto quello che so: il nome, l'età, dove lavorava, dove abitava (81, Degraw Street, Brooklyn), dove e quando è morta. Ma basta a commuovere e a fare rabbia, perché ci dà i contorni di una vita, e così ci ricorda una cosa elementare che però dimentichiamo spesso di fronte alle tragedie di massa. Quel 25 marzo a New York, come il 24 marzo 1944 a Roma, come in qualunque bombardamento in Afghanistan o in Libia, non è accaduta una strage, un massacro - ma: centoquarantasei omicidi sul lavoro, trecentotrentacinque esecuzioni a sangue freddo, una per una. C'è una struggente canzone di Utah Phillips, il grande folksinger anarchico scomparso pochi anni fa, che racconta un'altra strage, ventisei lavoratori migranti sepolti senza nome in una fossa comune a Yuba City, California, negli anni '60: «se avessi una lista, se solo li sapessi, vi canterei i loro nomi uno per uno, e arrivato alla fine li ricanterei di nuovo». I rituali e i monumenti più efficaci e struggenti della nostra epoca - dalla commemorazione dell'11 settembre a quella delle Ardeatine, fino al monumento di Washington ai caduti americani del Vietnam sono infine nude liste di nomi. I nomi delle vittime dell'incendio della Triangle Shirtwaist Factory li conosciamo, e adesso una lista li mette finalmente insieme, con le età, persino gli indirizzi. Con Francesca Caputo morirono Vincenza Billota, che di anni ne aveva 16; e Michelina Cordiano, che ne aveva 25 e abitava a Bleecker Street, in quel Greenwich Village allora ghetto di immigrati e futuro quartiere degli artisti dove in altri tempi sarebbe andato ad abitare Bob Dylan; e Annie L'Abate, sedici anni anche lei - la stessa età di Tillie Kupferschmidt. Morirono con loro Daisy Lopez Fitze, Nettie Leibowitz, Bettina e Frances Maiale (18 e 21 anni), Caterina, Lucia e Anna Maltese (39, 20, 14 anni: madre e figlie?), Rosie Makowski, Sadie Nussbaum (18 anni anche lei), Providenza Panno, che ne aveva 43, e Antonietta Pasqualicchio, sedicenne; e Golda Schpunt, Jenie Stiglitz, Clotilde Terranova, Frieda Velakovski... C'era anche qualche uomo: Theodore Rotten, Israel Rosen (17 anni). Nomi di italiane, qualche nome ispanico (Loped, Del Castillo), soprattutto nomi ebraici, ben 102: il 1 marzo (centesimo anniversario secondo il calendario ebraico), nel cimitero di Staten Island, davanti a una tomba dove sono ammucchiati 22 dei loro corpi (4 uomini, 18 donne), poche decine di persone si sono radunate in una giornata di vento ad ascoltare dalla voce del Rabbi Shmuel Plafker intonare i loro nomi ebraici: Leah bas Leib (Lizzie Adler), Chaya bas Eli ben Zion (Ida Brodsky), Sarah bas Mordechai (Sarah Brodsky), Aidel bas Asher (Ada Brook), Masha bas Meir (Molly Gerstein), Rashka Mirel bas Reb Moishe Leib (Mary Goldstein), Dina bas Dovid (Diana Greenberg), Perel bas Tzvi (Pauline Horowitz), Rivkah bas Yosef (Becky Kappelman)... Erano addette alla macchine da cucire, facevano un nuovo tipo di camicette, con la fila di bottoni sul davanti come quelle degli uomini, molto alla moda. Lizzie Adler era arrivata in America solo tre mesi prima, e aveva già cominciato a mandare soldi alla famiglia in Romania; Sara Brodsky avrebbe dovuto sposarsi dopo un mese, e il fidanzato riconobbe il corpo dall'anello di fidanzamento che aveva ancora al dito. Venivano dagli shtetl dell'europa orientale e dai paesi dell'italia del Sud, italiane ed ebree: le grandi ondate migratorie a cavallo del ventesimo secolo, le donne di cui era fatta l'industria di New York, la Ladies' Garment Workers Union, la Amalgamated Clothing Workers' Union, sindacati un tempo militanti in una New York proletaria, migrante, femminile - sindacati di donne diretti sempre da uomini... La tragedia della Triangle Shirtwaist Factory fu la scintilla di una campagna per la sicurezza sul lavoro: morendo, queste donne hanno salvato molte vite future.

3 Per decenni ci hanno raccontato la favola degli Stati Uniti come un paese senza classi e senza lotta di classe. Eppure le due ricorrenze che tutto il mondo ricorda il 1 maggio e l'8 marzo vengono tutte da lì, dalla piazza di Haymarket a Chicago nel 1886 dalla Triangle Shirtwaist Factory a New York nel Soprattutto, la più ispirata delle rivendicazioni vogliamo il pane, ma vogliamo anche le rose l'hanno inventata altre donne migranti, le operaie tessili di Lawrence, Massachusetts, nel In questi giorni, in cui la lotta di classe si fa sempre più feroce, sotto forma di offensiva padronale, da Pomigliano d'arco a Madison, Wisconsin, sono le facce delle maestre di scuola e delle impiegate statali in prima fila nella grande protesta contro le leggi antisindacali del Wisconsin a dire che si può ancora resistere. E ce n'è bisogno. Uno degli eventi di commemorazione del disastro del 1911 ha preso la forma di un cerchio di donne che si sono riunite per cucire insieme, e per ricordare le 25 donne uccise non più tardi del dicembre scorso un incendio a Dacca, in Bangladesh, in una fabbrica tessile che produce indumenti distribuiti da marche come Gap e J.C. Penney. A questo serve la memoria, a ricordare non solo il passato, ma soprattutto il presente. E allora, per resistere e non dimenticare, leggiamo e ascoltiamo ancora:... Annie Ciminello, Rosina Cirrito, Anna Cohen, Annie Colletti, Sarah Cooper, Michelina Cordiano, Bessie Dashefsky, Josie Del Castillo, Clara Dockman, Kalman Donick, Celia Eisenberg, Dora Evans, Rebecca Feibisch, Yetta Fichtenholtz... RASSEGNA STAMPA Non molto tempo fa devo aver parlato della mia allergia alle Giornate per/di/contro.... Allergia dovuta non certo alle belle iniziative che si tengono in queste occasioni, ma piuttosto allo scarso riscontro nei restanti 364 giorni dell anno. Settimana ricca quella appena trascorsa, in cui abbiamo avuto la Giornata delle malattie rare, la Giornata internazionale della donna (meglio nota come Festa della donna) e il Primo marzo, giorno dedicato ai migranti. Su tre ben due mi riguardano, quindi ho prestato particolare attenzione, partecipando attivamente e cercando di accendere qualche altro faretto durante tutto l anno. E a leggere di fatti come questo che mi prende lo sconforto, ossia di come le mafie italiane, quelle del Nord in particolare, stiano colpendo anche chi italiano ancora non è, ma contribuisce al nostro benessere: Tratta dei clandestini. Quindici boss nella cupola (Gazzetta di Mantova, 2/3), proprio nel giorno in cui lo stesso quotidiano dava conto della protesta delle persone immigrate a Suzzara (MN): Migranti in piazza: Basta ricatti. Segnaliamo sul tema, dalla rassegna regionale, l interessante intervista Stranieri, la crisi fa più male Se perdi il lavoro perdi tutto (Repubblica Milano, 2/3). La condizione di ricatto è indubbiamente assai diffusa tra la popolazione proveniente da oltre frontiera e allo stato di esclusione e spesso di discriminazione a cui tante persone sono costrette contribuiscono lettere del tenore di quella di Marco Mari, esponente della Lega Nord mantovana: L immigrazione ha impoverito l Italia (Voce di Mantova, 5/3), contraddette dai dati pubblicati poche pagine dopo: Occupazione degli stranieri; ma, si sa, le lettere a volte colpiscono più di un articolo (piccolo). Bella pagina da segnalare quella che riporta l intervista ad Angelo Pezzana, che nei giorni scorsi ha presentato a Mantova il suo libro Un omosessuale normale. Pezzana, da decenni in prima linea per i diritti delle persone LGBT, è dell idea che non serva alcuna legge nuova dal momento che abbiamo una Costituzione che proclama l uguaglianza. In linea di principio siamo d accordo, ma due righe da aggiungere alla legge Mancino, per la punibilità dei reati commessi sulla base dell odio per le persone omoaffettive, io le avrei pronte. Buone notizie. «Bonus bebè soltanto ai figli degli italiani». La Cassazione boccia le delibere discriminanti (Corriere Milano, 3/3) e «E discriminatorio negare la residenza ad un immigrato solo perché è povero» (Corriere Milano, 8/3). Il Comune di Brescia e quello di Palosco (BG) dovranno ritirare le loro decisioni e pagare le spese legali. Ormai sono numerose le vittorie in sede di

4 giudizio contro questo tipo di provvedimenti e davvero le amministrazioni dovrebbero evitare di prendere decisioni analoghe, giustamente destinate ad essere bocciate (con aggravio di costi). A rischio discriminazione è la proposta fatta dall Amministrazione milanese: Con la residenza a punti niente servizi gratuiti ai cittadini che sgarrano. Quote immigrati e residenza a punti. Prime scintille nel duello Pdl Lega (Giornale Milano 6/3). E infatti discriminatorio assegnare un diritto (residenza, assistenza, istruzione...) sulla base della provenienza o, peggio, privare qualcuno dello stesso perché ha commesso un reato, dal momento che, se si è cittadini italiani, si paga per il proprio errore, ma non per questo si perdono i diritti. Rom e sinti. Cattive notizie da Milano. Di certo le nostre lettrici e i nostri lettori ricorderanno il censimento su base etnica (in che altro modo chiamare una scheda con foto, impronte e le due voci etnia e religione?); di questi giorni è la notizia che il ricorso delle famiglie rom è stato respinto: C è una toga blu: i rom a Milano mai discriminati (Libero Milano, 4/3), Censimenti nei campi rom. Nessuna discriminazione (Corriere Milano, 4/3). Dai giornali non riusciamo a capire la sostanza delle motivazioni del giudice, attendiamo le prossime ore per avere copia della sentenza. Nel frattempo le discriminazioni contro le persone rom e sinte continuano; in particolare seguiamo la vicenda di Brescia di cui abbiamo parlato nelle scorse settimane: Sinti: Il patto di cittadinanza va rivisto: è discriminatorio (Brescia Oggi, 3/3). E la stampa? Come si comporta con queste persone? Torna sulle cronache la vicenda del bambino rom costretto a prostituirsi e il numero degli articoli, i dettagli sui nomi e la famiglia, le lettere di commento, le interviste ai politici si sprecano: una mole di parole di sdegno difficilmente riscontrabile per tutti gli altri casi (centinaia, purtroppo) di maltrattamenti e abusi sui minori. Non abbiamo da segnalare nessun articolo che si interroghi su quella terribile vicenda, al contrario di altri casi di cronaca analoghi in cui i piccoli protagonisti non sono rom: Il diario del bimbo nomade: Ero schiavo di mamma e papà (Libero Milano, 3/3). Una sola lettera tenta di fare chiarezza sulle condizioni delle persone costrette al campo nomadi, in particolare sul caso dei quattro bambini morti a Roma: La morte di quei bambini Rom (Brescia Oggi, 3/3). Buone pratiche. Piscina senza uomini un ora a settimana: nuoto e privacy per donne musulmane (Repubblica Milano, 2/3). Un ora, basta un ora per garantire la convivenza di culture lontane. Allora è vero che si può fare. Giornata internazionale della donna - i programmi nella provincia di Mantova: Otto marzo con molto teatro per raccontare donne vere (Gazzetta di Mantova, 8/3), Oggi 8 marzo sia una vera festa (Voce di Mantova, 8/3). Da leggere il provocatorio Se Ruby va al gran ballo (di Maria Antonietta Filippini, Gazzetta di Mantova, 8/3). Angelica Bertellini A regola d Art3. Grande Mantova? Sciocchezze per perder tempo (Voce di Mantova, 8/3). Questo articolo rappresenta un puro pretesto per diffondere dei pregiudizi. L anonimo articolista ripesca un ipotesi amministrativa, quella di assorbire nel Comune capoluogo i Comuni della prima cinta, ma per dimostrarne le difficoltà attuative inventa le risposte dei sindaci ad una delle soluzioni abitative per le famiglie sinte attualmente costrette a risiedere nel c.d. campo nomadi di Mantova. Sarà anche vero che alcuni sindaci hanno risposto di no, ma di certo non Niet e neppure Picche. Abbiamo già commentato queste modalità di discussione sul futuro delle persone articoli e lettere sui giornali, sindaci che si rifiutano a priori di permettere ad una persona di andare a vivere in un comune... e non riusciamo a capire perché proprio ora si debba di nuovo tirar fuori l argomento. Ad ogni modo, questo pezzo, oltre ad essere pretestuoso, riporta informazioni fasulle e tendenziose. Tra queste primeggia, come al solito, la grande foto, che non è del campo di sosta di Mantova come falsamente pretende la didascalia ma è una delle prime che compaiono su internet (nella

5 fattispecie si tratterebbe del campo di Solone), che mostra un degrado che, per quanto un area di sosta non sia un residence, è ben lontano dalla realtà mantovana. Le famiglie inoltre non sono rom, ma sinte e italiane, residenti da generazioni a Mantova. Ancora: [...] nuclei di rom che attualmente stanziano nel capoluogo e che dovranno essere destinati altrove, in ottemperanza peraltro con certe direttive regionali : si tratta di direttive prima di tutto europee, che, come ovvio, impongono che in nessun Paese d Europa possano esistere dei ghetti. Termini come stanziano sono fuorvianti: quelle famiglie non sono affatto nomadi, vivono qui da sempre, sono a tutti gli effetti mantovane. A metà articolo, a proposito del No dei Comuni limitrofi alla possibilità che queste famiglie si comprino una casa normale: [...] tutti per uno, uno per tutti. Ma qui quando si tratta di dividere oneri e nomadi, il tutti per uno svanisce. Resta l uno per tutti, e quell uno è il capoluogo. Non so come definire un articolo come questo (o meglio ho qualche idea da suggerire all Ordine dei giornalisti), ma di certo non si tratta di giornalismo. AB In allegato l indice della rassegna stampa regionale, ogni titolo conduce al formato on-line. Potete sempre consultare la rassegna completa e fare ricerche in archivio. Appuntamenti ASSOCIAZIONI NOMI E NUMERI CONTRO LE MAFIE - COORDINAMENTO DI MANTOVA INNOCENTI DI MAFIA Libera, in occasione della Giornata dedicata alle vittime innocenti della mafia, organizza, tra le tante iniziative anche nelle scuole, una manifestazione pubblica per ricordare le vittime delle mafie lunedì 21 marzo, ore davanti a Villa Azzurra, bene confiscato alla mafia Borgoforte Torna su Redazione: Maria Bacchi, Annarosa Baratta, Carlo Berini, Angelica Bertellini, Elena Borghi, Elena Cesari, Guido Cristini, Fabio Norsa, Antonio Penzo, Eva Rizzin.

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