CORSO DI SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA (GRUPPO ABELE)

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1 CORSO DI SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA (GRUPPO ABELE) Il corso presenta interventi di: Luigi Ciotti (presidente del Gruppo Abele e di Libera, associazioni, nomi e numeri contro la mafia gruppoabele.org) Franco Floris (direttore di Animazione Sociale gruppoabele.org ) Michele Gagliardo ( bububu.teen.con-percorsi con i giovani del Gruppo Abele gruppoabele.org) Leopoldo Grosso (vicepresidente del Gruppo Abele- gruppoabele.org) Pino Maranzano (responsabile dell Aliseo realtà impegnata nel contrastare la diffusione dell alcolismo Paola Molinatto (collabora ad Animazione Sociale - gruppoabele.org ) Duccio Scatolero ( professore di Criminologia alla Facoltà di Psicologia di Torino e collaboratore di Spazi d Intesa, realtà del Gruppo Abele che si occupa di gestione dei conflitti - ) Guido Tallone (Gruppo Abele, gruppoabele.org) MODULO 3 FENOMENOLOGIA DELLA DEVIANZA: PERCORSI DI INCLUSIONE ED ESCLUSIONE INTRODUZIONE di Luigi Ciotti LEZIONE 1 Il processo di esclusione: la sofferenza grande domanda di Leopoldo Grosso Vivere e sopravvivere nell Incittà: un Drop in frequentato da immigrati a Torino di Paola Molinatto LEZIONE 2 Minori stranieri in carcere: la scommessa di un patto per la legalità di Leopoldo Grosso Il rimpatrio dei minori stranieri di Leopoldo Grosso Allegato 1: Le scorciatoie della repressione di Paolo Vercellone Allegato 2: Ragazzi di (mala)vita di Franco Occhiogrosso Allegato 3: Dalla Scuola in carcere al carcere-scuola. Esperimenti al «San Michele» di Alessandria di Pietro Buffa LEZIONE 3 Etica e prostituzione: l incontro possibile di Luigi Ciotti La relazione d'aiuto nel contesto "prostituzione" di Leopoldo Grosso 1

2 LEZIONE 4 La tossicodipendenza di Leopoldo Grosso La prevenzione attiva alle tossicodipendenze di Leopoldo Grosso L insinuarsi dell alcoldipendenza di Leopoldo Grosso Consumo, abuso e politossicodipendenza di Leopoldo Grosso La sottovalutazione del consumo di cocaina di Leopoldo Grosso LEZIONE 5 Le comunità per minori di Luigi Ciotti Allegato 1: LE COMUNITÀ PER MINORI: GOVERNARE IL PLURALE A cura di Luciano Tosco LEZIONE 6 Crescere in ambiente mafioso di Luigi Ciotti Allegato 1: Vittime assolute di R. Scifo I figli dei collaboratori di Luigi Ciotti Quel prete prendeva i ragazzi dalla strada di Luigi Ciotti Allegato 2: dai verbali della requisitoria finale del processo per l assassinio di Pino Puglisi 14 aprile 1998 Allegato 3: Educazione a delinquere di Franco Occhiogrosso INTRODUZIONE di Luigi Ciotti Vorrei partire da una considerazione che mi sembra chiara e davanti agli occhi di tutti; stiamo vivendo in un momento di grande stagnazione e di ambiguità rispetto al problema della droga nel nostro paese. Credo che tutti abbiamo toccato con mano come, in questo momento, siano ridotti ed insufficienti la responsabilità e l'impegno da parte delle istituzioni riguardo le politiche sulle tossicodipendenze. Ma devo dire di più: c'è stagnazione, ambiguità, ritardo rispetto, più complessivamente, alle politiche rivolte al mondo della marginalità, del disagio, dell'esclusione sociale. L'Italia continua a restare l'unico paese in Europa che non ha un Dipartimento che si occupi di giovani con le adeguate attenzioni, con i necessari investimenti di risorse e strumenti. Di loro ci si "preoccupa" ma non ce ne si occupa veramente. L'Italia, al pari di quasi tutti i paesi industrializzati, è un paese dove l'esclusione sociale è in progressiva espansione, dove si approfondiscono povertà vecchie e nuove, nelle quali è sempre più facile entrare ma è sempre più difficile fuoriuscirne. Ormai, come testimoniano i dati e le ricerche della Commissione povertà e di altri autorevoli organismi, sono sempre più numerose le famiglie monoreddito che valicano la cosiddetta "linea di povertà"; cioè avere un lavoro non è più, di per sé, garanzia sufficiente per non essere, ufficialmente e a tutti gli effetti, poveri. Ma anche analizzando la povertà più "tradizionale" e più estrema, possiamo renderci conto di quanto si siano moltiplicati i volti del bisogno e di come questi si intreccino anche con la questione delle dipendenze e del disagio giovanile. Guardiamo il "popolo della strada". Chi di noi operava sulla strada anni fa, ricorda che negli anni '70 i cosiddetti "barboni" avevano un'età media di anni; oggi l'età 2

3 media si è abbassata (il 30% dei senza fissa dimora ha tra i 18 e i 24 anni; un altro 30% è tra i 25 e i 34 anni). Ma, oltre al fatto anagrafico, sono mutate altre caratteristiche significative: è cresciuto il numero delle donne (sono circa il 25%); il 16,3% ha un titolo di studio superiore (il 13,9% ha un diploma, il 2,4% ha una laurea: rispettivamente il 39,1% e il 63,6% di questi ultimi sono stranieri); il 9,1 è sieropositivo e in Aids; il 29,1% è composto da alcolisti dichiarati; almeno il 15% è formato da persone tossicodipendenti; circa il 10% è rappresentato da ex ricoverati in ospedale psichiatrico. Solo il 15,9% vive sulla strada per propria scelta. Il 21,7% è stato cacciato dalla famiglia perché tossicodipendente o sieropositivo. Il 9,6% è stato abbandonato dalla famiglia in età evolutiva, il 6,3% è figlio di genitori a loro volta senza fissa dimora. Per il 43,5% la strada è stata una conseguenza della disoccupazione.da questa sintetica "fotografia" ci accorgiamo che le dipendenze talvolta nascono dentro una realtà di povertà e, in altri casi, la producono a loro volta. Questo vale anche a dire che non si può ragionare di droghe senza misurarsi anche con i più generali contesti di bisogno e di esclusione. Le politiche relative alle tossicodipendenze vanno sempre saldate ad una serie di altri interventi. Per ragionare di politiche concrete, di risposte realistiche, innanzitutto bisogna togliere questo problema dall'astrattezza e anche dall'emotività e dalla strumentalizzazione. La questione droga entra ogni giorno nelle case di tutti con immagini di cronaca, con un certo tipo di disinformazione, di produzione di stereotipi e pregiudizi, che non corrispondono però alla realtà delle persone e del fenomeno. Immagini e stereotipi che poi diventano un cavallo da cavalcare o uno spauracchio da agitare e su cui speculare, com'è stato ai tempi della 162 per coagulare consenso sociale intorno alla filosofia punitiva che ne è stata alla base. Ebbene, io credo che il vero problema sia quello della verità; quella verità attenta, puntuale, scientifica che non ha sufficienti canali di diffusione. Io credo che bisogna creare un tavolo di riflessione, analisi e proposta, non solo degli addetti ai lavori, ma che sappia coinvolgere molte voci "dal di dentro", i nuovi volti del mondo giovanile, affinché possano portare dei contributi. Altra considerazione di fondo della quale sono estremamente convinto è il rapporto con la strada. La strada è per molti di noi il luogo di riferimento, dove siamo nati, dove abbiamo operato, dove sono cresciuti i nostri gruppi. La strada è stata il nostro punto di riferimento, simbolico ma anche operativo, e lo dovrebbe essere ancora di più, anche per le istituzioni e per i servizi pubblici. La strada chiede di leggere i cambiamenti e le trasformazioni; la strada chiede di mettere al centro la persona e i suoi bisogni fondamentali, dunque di mettere l'accento sulla riduzione delle sofferenze e sull'attenzione alle persone. L'abbandono, la deriva, l'esclusione, la segregazione, varie forme di marginalità, creano un danno che progredisce in due direzioni: la prima va verso la persona emarginata, che vede sempre più ristretti i propri spazi di sopravvivenza, percepisce gli altri sempre più in un contesto difficile come nemici e non solo, ma, lasciandosi travolgere dalle situazioni, dà sempre meno valore alla propria vita 3

4 ed è sempre più disposta a giocarsela per ben poco, esponendosi di più e con rischi di conseguenze devastanti. La seconda direzione va verso la società in cui il soggetto, la persona che fa fatica, si muove: il danno recato a se stessi e agli altri è un danno alto, soprattutto se misurato in relazione al poco utile ricavato dell'atto, soprattutto se misurato all'atto microdelinquenziale. E l'esasperazione di chi si aggrappa all'economia illegale della sopravvivenza, la storia dei nostri amici insomma, che per farsi, per sbattersi si aggrappano a questa economia illegale della sopravvivenza, capovolgendo le regole della razionalità di chi intende far profitti: non gran profitto con rischi minimi, come sarebbe la regola della razionalità, ma grandi rischi con minimi profitti, perché chi si sbatte sulla strada e chi vive sulla strada per sopravvivere si accolla rischi alti. Allo stesso modo il danno di chi ha avuto, per esempio, l'auto danneggiata per un furto di un oggetto all'interno dell'auto, ma è solo un esempio, è generalmente superiore al valore dell'oggetto di per sé, non solo a quanto viene venduto sul mercato della ricettazione. Ecco che allora il danno recato a sé e agli altri è un danno alto, se misurato in relazione al poco utile. C'è un terzo passaggio: il danno per sé e per gli altri non è solo economico-legale. La sicurezza riguarda anche la salute, per cui il danno è anche sanitario. Condizioni di vita decenti e la possibilità di cura per le persone tossicodipendenti, per gli amici che vengono da lontano, immigrati, irregolari, per chi è emarginato a vario titolo o non accede ai servizi, consentono al singolo di non ammalarsi e di non peggiorare. Ma costituiscono anche un investimento preventivo per la salute complessiva della popolazione e della gente, perché si diminuiscono le possibilità di contagio, d'infezione, si contiene la diffusione di malattie diverse. E' allora importante prendersi cura : curare le persone ai margini significa condurre più complessivamente una vantaggiosa politica di sanità pubblica. Un quarto passaggio. Sul piano dei costi sociali, dei costi dell'apparato giudiziario e della magistratura e di tutto quello che comporta, della sanità, l'investimento di risorse in servizi che contrastino l'emarginazione e tutelino la salute, rappresenta un risparmio economico da non sottovalutare. Bisogna avere il coraggio di fare queste scelte e conviene investire in questa direzione. Non è solo il considerare il costo di un carcere o di un ospedale rispetto ad una struttura di accoglienza, che è mediamente cinque, sei, sette volte inferiore. Certo, i conti li abbiamo fatti carta e penna alla mano con chi di questo se ne occupa e ne ha la responsabilità a livello nazionale. Oggi un ragazzino minore in carcere, ad esempio, costa quattro milioni al giorno; per gli adulti i parametri sono diversi, ma bisogna considerare anche il danno recato alle vittime dei reati, a chi subisce tutto questo, il carico degli operatori della giustizia, di tutti i diversi apparati. Conviene non essere miopi e credere e investire gradualmente in una direzione diversa, valorizzando le risorse, le capacità non utilizzate o mal utilizzate delle persone che sono in difficoltà, di un mondo marginale che cerca di sopravvivere in 4

5 lotta con gli altri e che, invece, può diventare protagonista di un processo attivo, e dove questo è stato fatto si sono ottenuti risultati concreti, che non sono fantasia, ma pratica, quotidianità. Ancora un quinto passaggio: sono necessarie politiche d'integrazione, cominciando dal sopperire ad alcuni bisogni materiali di base: un posto per dormire, per mangiare, dove lavare i propri vestiti, fino alla possibilità di un lavoro compatibile con la propria salute, ecc. Queste politiche sono il pilastro portante di una attività sociale che ha ricadute fondamentali sia sul piano del problema dell'opinione pubblica che su quello della sanità. E facile dirlo qui, ma provate a ripeterlo in alcune zone d'italia, in alcune città. Parlare di riduzione del danno per qualcuno sembra parlare di morte, di resa, di cronicizzazione delle persone. Pensare ad altri progetti, altri percorsi, non esclude il resto. Ma quello che ci lega qui è la preoccupazione d'inventarci di tutto per fare in modo che nessuno resti un passo più indietro degli altri, per stanare, agganciare, accompagnare storie che hanno rotto i rapporti con i servizi o non li hanno mai avuti. Le comunità devono uscire dalla convinzione di essere il toccasana. Sono una realtà importante da sostenere, da incoraggiare. Ma è necessario anche aprire percorsi nuovi: la riduzione del danno l'abbiamo ribattezzata la cura della vita, perché vuol dire impegno per la vita. Certo, nessuno qui vuole semplificare, ma c'è da chiedersi che cosa si doveva, si poteva fare, perché le unità di strada, che lavorano seriamente, dove sono diventate operative hanno salvato vite e hanno aperto vie nuove per dare dignità, percorsi, futuro alle persone. Non è facile per nessuno e nessuno ha le ricette in tasca. Però, nessuno, in nome di partiti, di fazioni, di ideologie, di guerre di religione, può impedire una ricerca che ha come obiettivo dare speranza e vita alle persone. Invece, voi vedete che proprio tutte queste normative, decreti, leggi, vengono giocate si questi punti. C'è tanta gente che ha rinunciato rispetto a questo, che ha fatto una scelta di politica tiepida, mentre non si possono fare compromessi in questo ambito, perché c'è in gioco la vita delle persone. Gli interventi di strada consentono di contattare o di ricontattare le persone, significa rimetterle nel circuito dei servizi, rioffrire un'opportunità di relazione e di riferimenti, che non sono solo quelli materiali cui ho accennato prima, anche se c'è bisogno pure di quello. Questo che comincia sulla strada è il primo indicatore dell'integrazione; soprattutto, è un rimettere in gioco le risorse, le capacità di una persona, per quanto per molti siano ridotte, limitate. Il rafforzamento dell'autostima delle persone è possibile, come la valorizzazione delle conoscenze che ci sono dentro ciascuno di noi. E chi di noi ha avuto l'esperienza della strada diretta o indiretta sa che la strada aggiunge dei modi nuovi di sapere, che anche nella sua fatica è una risorsa, che tocca a noi fare in modo che diventi una risorsa, valorizzando le conoscenze non sfruttate. C'è un sesto passaggio che mi sta a cuore. Bisogna capire e fare capire che l'esclusione genera violenza. Mi ricordo che all'inizio del Gruppo Abele per tre anni 5

6 scelsi di dormire sui treni di Porta Nuova a Torino con chi aveva solo quella come casa: m'ha cambiato la vita. E me l'hanno cambiata il dormire d'inverno o d'estate sui treni, le retate, le etichette, i giudizi, le situazioni. Pur non giustificando questo modo di vivere, sia ben chiaro, mai: per me la legalità resta sempre un punto fermo. Ma bisogna anche far capire che è l'esclusione che genera violenza, perché io tante volte mi sono trovato a tirare la cinghia, a fare la fame, ad avere freddo. Non giustifico la violenza, ma a volte non se ne poteva più: c'era rabbia dentro rispetto a chi stava dall'altra parte, che semplificava e giudicava. La violenza a sua volta genera ulteriore esclusione, ci si ritira sempre di più, ci si esclude sempre di più. E' una spirale perversa in cui i timori, le paure, di una maggioranza d'inclusi che si sentono minacciati fanno scaturire reazioni che alla fine negano agli esclusi i diritti di cittadinanza. Io l ho visto a Torino a San Salvario o a Porta Palazzo, ma tutti li abbiamo visti in altre zone. Qui c'è un problema di rispetto: il diritto alla sicurezza è un diritto sacrosanto che tutti hanno e, quindi, c è bisogno di attenzione nei confronti dei cittadini, delle loro ansie e paure, quindi anche di una corretta informazione, un accompagnare le persone, formare i formatori perché li aiutino, per far superare le scorciatoie, i timori delle persone. Il diritto alla sicurezza è un diritto sacrosanto che impone un rispetto per tutti i cittadini. Però, poi nessuno deve utilizzare questo solo a sua misura; ed è un diritto che hanno ancora maggiormente in questo senso le persone più fragili, le persone più deboli, le persone che sono in maggiori difficoltà. L'investimento sulla sicurezza dei cittadini passa attraverso la garanzia di diritti di cittadinanza di tutti e nel creare opportunità, spazi, riferimento, ecc. Un altro piccolo punto: gli interventi di riduzione del danno hanno bisogno, secondo noi, di quattro direttive. La prima: il lavoro di strada, di cui ho già detto. L'istituzione che incontra ancor oggi più tossicodipendenti è il carcere: non sono i servizi, non sono le nostre comunità. Ecco che la prima direttiva di applicazione diventa il lavoro di strada, l'agganciare, l'accompagnare le persone. La seconda: una politica farmacologica che, insieme con l'offerta di opportunità sociali, come casa e lavoro, elimini il rapporto con la piazza e l'illegalità, consentendo strategie progressive d'integrazione. Ci vuole coraggio, ma anche che noi non siamo tiepidi nel trovare un modo per realizzare tutto questo. Terzo: ripari d'accoglienza e terapeutici che, a partire da una tensione e da un indispensabile approccio, in questo senso assistenziali, possano consentire di sviluppare relazioni, di fare uscire dall'isolamento la persona, d'innescare spinte riabilitative e di emancipazione dalle dipendenze. Quarto: la protezione della salute dall'overdose e dalla propagazione delle malattie infettive. 6

7 Tutto questo significa che le politiche di riduzione del danno, nel momento in cui riescono allo scopo dell integrazione, hanno il duplice vantaggio di essere di aiuto alla persona in difficoltà, ma anche di proteggere la comunità sociale dai rischi e dai danni, e quindi svolgono un controllo sociale leggero e propositivo in questo senso; inoltre, credo che ci sia bisogno di formazione, di informazione attenta per far crescere il grado di conoscenza e di consapevolezza della gente, e di un grande investimento educativo del progetto complessivo che aiuti anche a scendere in profondità rispetto a tutto questo. In questo modo si intreccia la riduzione del danno con la prevenzione del danno, cioè si investono di responsabilità e di proposte le istituzioni locali, le agenzie educative, le reti di sostegno sul territorio, il sistema penale e carcerario, i centri sociali e terapeutici. L'esperienza "sul campo" del Gruppo Abele ci ha insegnato che i processi di emarginazione delle persone producono una loro minore responsabilizzazione. Più sei emarginato meno hai gli strumenti, le opportunità, la capacità di progettarti, di gestirti autonomamente. Occorre dunque rovesciare l'approccio punitivo del "fare toccare il fondo", del "creare terra bruciata", che tanti guasti, ingiustizie e sofferenze aggiuntive ha prodotto per tanti giovani, e valorizzare invece i percorsi di riassunzione di responsabilità all'interno di un recupero di dignità e di qualità della vita. Ancor prima di una scelta di astinenza. Perché la dignità e il rispetto delle persone, la tutela della loro salute, non può essere sottoposta a condizione, pur se l'obiettivo auspicabile è naturalmente quello di liberarsi da ogni tipo di dipendenza. È per questo che noi crediamo moltissimo al problema della riduzione del danno, anche a costo di critiche e incomprensioni. Contro quei facili moralismi e semplificazioni che, al di là delle grandi affermazioni di principio, non operano per dare dignità e qualità della vita alla gente. Le grandi e belle dichiarazioni di principio non servono, se poi si lascia tutto sulle spalle di chi è più fragile, di chi fa più fatica, di chi viene privato di diritti e, assieme, di parola, di responsabilità. Così intesa, la riduzione del danno può ridare autonomia alla persona e maggiore responsabilità alle istituzioni per quello che a loro compete. Si devono mettere insieme motivazioni, competenze, esperienze, servizi, sia nelle politiche carcerarie e penali, sia nella lotta contro l'esclusione sociale, oltre che nello specifico delle dipendenze. Si tratta, dunque, di mettere complessivamente in campo strumenti ed interventi sul piano culturale, educativo, economico, sociale, per ridurre l'area dell'esclusione e quella del disagio, per contrastare tutti quei processi di impoverimento materiale e spirituale che colpiscono fasce sempre più larghe di persone. Ci tengo a sottolineare questo aspetto perché le semplificazioni che sento fare in Italia sulla riduzione del danno non tengono conto di tutto ciò, delle evidenti implicazioni, delle necessarie sinergie. Riduzione del danno (e lo dobbiamo gridare con forza all'esterno) costituisce anche un contributo educativo. Ridurre i rischi non significa rinunciare ad educare, a informare, a camminare insieme. Certamente la nostra scelta è di accompagnare, non di portare, in un rapporto deresponsabilizzante di tutela, come qualcuno fa. Ridurre i danni non significa 7

8 rinunciare ad agire sul piano della prevenzione e della dissuasione. È uno strumento in più, non uno in meno. È una risorsa ulteriore per attivare momenti di crescita e di riflessione pedagogica. Punire è sempre più facile che non educare. Proibire è assai semplice, più oneroso è convincere, cioè vincere con, vincere assieme. La riduzione del danno va vista come integrata e integrabile con l'obiettivo di liberazione dalle sostanze: accompagnare, non portare; questa è una risposta carica di valenza etica. Riduzione del danno, per me si traduce in cura della vita, perché siamo chiamati ad aiutare tanta gente che vive nella strada a sopravvivere, perché un filo non si spezzi. Così possiamo educare ed educarci a vivere. Ancora una parola su un altro nodo: le comunità. Anche qui lo dico in senso propositivo e con profondo rispetto, ma anche con umiltà. Do sempre ai miei amici quattro chiavi da aggiungere a quelle di casa che la strada ci ha insegnato. La prima: siamo tutti chiamati ad incontrare le persone e ad affrontare i problemi e non viceversa. La seconda: siamo chiamati ad accompagnare, non a portare. La terza: non bastano le sole risposte tecniche se pure importanti, c è bisogno di un faccia a faccia, di una relazione. La quarta: partire sempre dalle persone; non tanto dai loro problemi, di cui uno deve tenere conto, ma soprattutto dai loro bisogni. 8

9 LEZIONE 1 Il processo di esclusione: la sofferenza grande domanda di Leopoldo Grosso Inizierei da due premesse. La prima, la deriva marginale non è quasi mai un evento improvviso. Non è un fatto veloce, né un avvenimento a dimensione semplice. E invece un processo complesso, relativamente lungo, abbastanza lento. E il paradosso è che ci sarebbe tempo per prevenirlo. E il risultato, sempre, di un incrocio, di un interazione in negativo tra processi sociali da una parte e vissuti relazionali dall altra parte; tra situazioni oggettive ed impotenze soggettive. Quindi, oggettivazione e soggettivazione dell emarginazione sono binari intrecciati. La difficoltà, infatti, nell affrontarla e nel risolverla, è perché si ha a che fare con questo impasto: per cui non è sufficiente mutare la situazione oggettiva, come non basta fare un buon lavoro col soggetto. L aiuto materiale, l offerta di relazioni, la capacità di ridefinizione di sé e di usare l aiuto proposto, sono i tre aspetti essenziali del percorso reintegrativo, riparativo, riabilitativo: se ne manca uno, o se i pesi specifici di ognuno di questi tre aspetti non sono ben dosati, il rischio di fallimento cresce. La seconda premessa riguarda la questione del dolore che ha molto a che fare con l emarginazione. Diciamo che è un punto di diramazione. Fare i conti o meno può essere un punto di svolta. Già Freud indicava tre fronti di sofferenza per l uomo: i fattori ambientali sfavorevoli (fame, freddo, carestia), il proprio corpo (che si ammala o con il quale non si va d accordo), i rapporti con gli altri. La terza fonte, dice, è forse quella che genera il dolore più forte, più intenso. Il dolore però, in genere, offre una chance: interroga. Una caratteristica del dolore è quella di costringere la persona ad insistere sul perché. E domanda di senso. Il dolore apre l interrogazione sul senso perché stravolge l ordinario. La sofferenza può diventare il luogo di una grande domanda. Una domanda capace di escludere orizzonti impensabili ed impensati; e paradossalmente la sofferenza può rilanciare la vita. A volte si dice che il dolore rende migliori, fa crescere: è vero? Beh! Prima cautela: innanzitutto il dolore devasta. La devastazione, o meglio ancora, la rielaborazione dell esperienza della devastazione, può aiutare, può trasformare, può aprire nuove possibilità. Quindi il dolore può anche aiutare, ma solo nel caso 1) che sia riconosciuto, che non sia negato; 2) che ci sia la possibilità nel frattempo, di intrecciare legami, per cui ci si accorge che si può ancora contare per qualcuno. Se ci sono queste due condizioni, c è possibilità di andare oltre. Con l emarginazione però c è un problema. L emarginazione quasi sempre non affronta, non si confronta col dolore, lo rifugge, o meglio, cerca in tutti i modi di anestetizzarlo: che vuol dire cercare non sentirlo, cercare di non provarlo e, soprattutto, non pensarlo. L operazione che deve riuscire è non pensare il dolore. Quindi, rimuovere il dolore è la strada più affollata che l emarginazione tenta di imboccare, ma che purtroppo non porta molto lontano perché in qualche modo bisogna stordirsi; però l esperienza di stordimento 9

10 non è solo con la droga o il ricorso all alcol, c è anche l uso improprio delle questioni che entrano in gioco: c è l attivarsi freneticamente, il fare tante cose pur di tentare, di non pensare a questo, e questo permette e facilita la rimozione. C è anche il consumare: le esperienze di consumo sono speso esperienze di gratificazioni sostitutive; c è il rischiare ( per provare più forte ancora) perché vivere al limite permette di non pensare la sofferenza ordinaria. Ci sono altre vie classiche: l identificarsi con l aggressore. Tra gli emarginati troviamo tante persone prepotenti, che quindi in qualche modo riproducono in piccola scala, qualche genere di prepotenza subita. Allora possiamo dire che l emarginazione è la cronicizzazione di un disagio, di una difficoltà mai affrontata nel modo giusto, quasi mai neanche pensata. E un imbuto senza sbocco, è passività, è in qualche modo una pietrificazione dei vissuti. E il progressivo venire meno. Nel marciare lentamente verso il margine sociale, dove si è ancora emarginati, dove si spera ancora che avvenga quel qualcosa ben individuato e precisato che, però, non avviene. Nello slittamento del margine ad oltre il margine, al di là di esso, si comincia a sperare qualcosa di diverso, la speranza perde la sua individuazione, rimane solo l attesa che avvenga qualche cosa per cambiare la situazione; quindi la speranza non è più individuata, è diventata qualcosa di più generico, di meno afferrabile, è più collegata al bisogno di non star male, che all individuazione precisa di ciò di cui abbiamo bisogno per poter star meglio. Infine, nella stagnazione cronicizzata dell emarginazione la speranza sbiadisce del tutto. Diventa prima luce fioca, poi viene meno e dà luogo a passività, a lasciarsi andare da una parte, o dal vicolo cieco della rabbia non finalizzata. E prima che la domanda si faccia muta, in genere incontriamo la pretesa. Chi sta male dimentica spesso il garbo e non pratica la riconoscenza (forse non l ha mai imparata). Chi soffre si attende sempre qualcosa dagli altri, più spesso, pretende. E così che la domanda di aiuto è spesso aggressiva, potremmo dire che è come una sassata sul vetro. Capita come ai bambini, e non solo a loro, quando stanno male. Come vi dicono che stanno male? Facendovi star male, vi passano la sofferenza. Con chi ce la si prende? Con chi sta più vicino, con chi accudisce, con i familiari, con gli infermieri, con i volontari. Ma l aggressività la rabbia, lo sfogo, a volte la cattiveria, sono però un segno di speranza, una prima bussola. Intanto, è un buttar fuori anziché un tenere dentro, è un attivarsi male, anziché passivizzarsi. Winnicot infatti ha definito la delinquenza giovanile come un segno di speranza perché c è ancora vita, c è ancora protesta, c è ancora in qualche modo, pur distorto, richiesta di relazione. A volte invece la rabbia non c è più, la ribellione scomposta e non finalizzata si esaurisce anch essa. Che succede? L aggressività è rimasta dentro: non viene più buttata fuori sull altro, non permette più un movimento scomposto, comunque, di relazione ma l aggressività fa una manovra ad U, automobilistica, e si dirige contro se stesso; e tutte le volte che l aggressività si rivolge contro il soggetto, la soluzione è sempre la stessa, diventa depressione. Si rinuncia a combattere. I processi autodistruttivi a questo punto, 10

11 subiscono un accelerazione e si saldano in maniera quasi definitiva, con i processi oggettivi dell esclusione. Sul versante oggettivo, oggi ci dibattiamo tra povertà materiali (sette milioni di poveri in Italia, trecentomila ogni anno), culturali (i giovani ultras) e relazionali ( i contesti di solitudine, i ghetti di un noi senza confronto). All interno di queste tre povertà, si evidenziano tre diversi insiemi di emarginati: i primi, gli emarginati per mancanza di autonomia ( non sono solo gli anziani, i disabili, le persone smarrite, ma anche alcuni pazienti psichiatrici cronicizzati); gli emarginati per mancanza di senso, che in qualche modo non trovano più se stessi; e infine, gli emarginati per mancanza di diritti ( per esempio le persone extracomunitarie, ma non solo). Questi tre insiemi assumono forme e configurazioni diverse, molto spesso s incrociano, si sovrappongono, ma i processi sono simili anche se i binari che imboccano sono parzialmente diversi. Primo passaggio, è l esperienza della delusione; secondo passaggio è una reattività inconcludente all esperienza della delusione: non si costruisce un atteggiamento positivo, non si riesce a costruire, è qui che il disagio si cronicizza: rabbia, risentimento, rivendicazione; e infine il terzo passaggio, è in genere la passività e insieme ad essa, l incalzare, in crescendo, della solitudine. L emarginazione non fa molti distinguo cronologici. Picchia di più sulle età più deboli, ad esempio bambini: un solo esempio, le carriere scolastiche tutte prevedibili, ma assolutamente al momento stesso, quasi sempre imprevedibili dei minori di famiglie multiproblematiche, sono poi quelle che vanno ad affollare il carcere minorile e che non arrivano alla terza media. L altra età su cui l emarginazione picchia duro sono gli anziani, dove la dimensione principale è la solitudine, poiché non si conta più per qualcuno, dove molto spesso c è l impossibilità di fare qualcosa, dove viene a mancare uno scopo. Ma bambini e anziani fondano il loro stato marginale su un identico attore principale che è l adulto, il quale rende difficile, problematica e sviata la vita di entrambi. L adulto è il vero target preventivo. E l adulto che dev essere per primo preso in carico quando ci si occupa dell emarginazione di bambini e degli anziani, dei non autosufficienti. E poi anche l adulto è vittima di se stesso e si indebolisce: disoccupazione, alcol, malattie, equilibri personali che vanno in crisi. Oggi è in aumento l emarginazione più pesante: i senza fissa dimora crescono; è caratteristico un nuovo furto d uso che si diffonde in città, quello dell automobile, ma non per farsi un giro come avveniva negli anni passati, ma per dormirci dentro al notte. Oggi per i senza fissa dimora, dove tra atteggiamento di rabbia e passività, il confine diventa labile, la politica di discriminazione o di accoglienza passa attraverso il diritto ad una residenza. Per far ottenere una residenza, anche se è solo formale, è una lotta con i comuni. E perché è importante? Perché permette di ottenere una carta d identità e il libretto sanitario per esercitare certi diritti di cittadinanza. Ma in molti casi i comuni non lo fanno. Là dove c è più emarginazione di questo tipo, c è maggiore solitudine, c è più disperazione e un minor senso di responsabilità per se stessi e gli altri. Quindi una 11

12 politica di rifiuto porta ad un accoglienza di tutti gli aspetti negativi delle dinamiche marginali. VIVERE E SOPRAVVIVERE NELL INCITTÀ: Un «Drop in» frequentato da immigrati a Torino di Paola Molinatto Immaginate di dormire in una fabbrica abbandonata. Di essere soli. Di non capire bene la lingua. Di vagare per la città da mattina a sera. Alla ricerca di un lavoro, di cibo, di un posto in cui lavarvi, cambiarvi e lasciare le vostre cose. Immaginate di aver scelto la condizione di migrante, spinti da una scommessa sulla vita, e di essere al centro del guado. Immaginate, anche solo per un momento, i pensieri, la stanchezza, la determinazione e le emozioni degli abitanti invisibili delle nostre città. Un Incittà è il tempo riunito, non soltanto nei nomi, nelle case e nelle statue, ma in quel che non si vede. Un Incittà custodisce le gioie, i dolori, ogni sentimento, ne fa una rugiada che la veste e che tu percepisci senza poterla mostrare. Questo è un Incittà, e questo era Saint-Pierre. La dolce, carezzandogli le dita, lo interrompeva gentilmente, Se questo è un Incittà, qui è proprio così. Il mio Esternome le restituiva la carezza e in testa aveva un pensiero vizioso. (Patrick Chamoiseau) Alexandru, Mustafa, Mohammed, Abdel, Florian, Haddady e Slavko li ho incontrati in un pomeriggio di dicembre. A Torino, in un ex fabbrica situata al numero 18 di via Pacini, quartiere Barriera di Milano. Parzialmente ristrutturato, l edificio ospita un «Drop in» gestito dal Gruppo Abele e frequentato soprattutto da immigrati. Alexandru È la prima persona a dirsi disponibile per un intervista. Mi dice che ha tempo e voglia di chiacchierare. Alexandru è un ragazzo alto e robusto. È di nazionalità rumena. Viene dalla Transilvania. Mi chiede: «Conosci Dracula?». Aggiunge che i rumeni dell Ovest sono diversi dagli altri. «Noi siamo i migliori». Per arrivare in Italia ha pagato tre milioni. Ha viaggiato su un camion. Non ha incontrato difficoltà. Alexandru ha finito il liceo, dove ha studiato filologia e storia. È stato allevato dai nonni. I suoi genitori sono in Italia già da otto anni. Sono separati. Frequentano i dormitori cittadini. La sorella vive in Romania. Alexandru ha lavorato con una ditta di traslochi e ha anche accudito le pecore per un azienda agricola. Non è in buoni rapporti con la famiglia. Attualmente vive in una casa abbandonata. È privo di documenti. Gli chiedo come immagina la sua vita tra qualche anno. Mi risponde: «In galera. Oppure sposato». Racconta che ha dei precedenti penali. È stato arrestato due volte. La prima volta per una rissa. In quel periodo faceva la guardia del corpo e il buttafuori. Inoltre aveva lavorato con persone che facevano dei prestiti. La seconda volta è stato arrestato per furto. Lui non c entrava. L hanno coinvolto. «Comunque in prigione non si stava male. Faceva caldo. Mi davano da mangiare. C erano la doccia e la palestra». «Vorresti sposarti?». «Mi piacerebbe. Anche se non so se è un bene o un male. Vorrei anche dei bambini. Comunque se mi sposo è per sempre. Io non sono come mio padre». Alexandru parla volentieri. È affabile e polemico allo stesso tempo. Sembra sfogare una tensione a lungo trattenuta. Gli dico che ho la sensazione che lui sia molto 12

13 arrabbiato con la vita. Alexandru: «Se sono arrabbiato bevo. Ma non mi piace. Ho paura della mia forza». Poi aggiunge: «Più che arrabbiato sono confuso. Ho dentro tanta rabbia e tanta delusione. Vorrei cambiare il mondo». «Hai dei sogni?». «Io non sogno mai». Alexandru rimane con me tutto il pomeriggio. Interviene al momento giusto, mette a loro agio le persone, fa da traduttore. Mi è di grande aiuto. Mustafa Ha l aria molto giovane. Mi dice che ha ventitré anni e che ha fatto le scuole medie. È emigrato dal Marocco per cercare lavoro. La famiglia è povera. Lui manda i soldi a casa. È a Torino da tre anni. Ha lavorato ai Mercati Generali. Ha anche tentato di mettersi in proprio, vendendo merci acquistate da connazionali a Porta Palazzo. I vigili gli hanno sequestrato tutto. Prima è stato in Spagna. È riuscito a lavorare con la frutta per quattro mesi. Poi è venuto via perché non c erano possibilità di sopravvivenza. Chiedo a Mustafa com è arrivato in Italia. Mi risponde così: «Sono passato dalla Turchia. Ci sono arrivato in volo direttamente dal Marocco. Ho attraversato la Grecia a piedi. Sono arrivato a Forlì nascosto in un container. Ho temuto di morire. Ero con dei kurdi. Avevamo cinque o sei bottiglie di acqua a testa. Sono finite presto. Siamo rimasti per tre giorni senza acqua e senza cibo. Faceva un caldo infernale. Eravano completamente disidratati. Eravamo terrorizzati. Non credevamo di uscirne vivi». «Quanto hai pagato?». «Sei milioni». Mustafa mi racconta che adesso vive in una fabbrica abbandonata con altre persone. «Era uno schifo. Abbiamo pulito». «Riuscite anche a cucinare?». «Sì. Ma adesso c è il Ramadan». Chiedo a Mustafà quali siano i suoi progetti. Mi risponde che vuole rimanere in Italia. Probabilmente in Grecia avrebbe potuto trovare lavoro. Ma la Grecia non è l Italia. Lui vuole vivere in Occidente. «Pensi di farcela?». «Posso resistere fino a Natale. Non di più. Purtroppo il lavoro lo trova solo chi ha degli amici». Gli chiedo di spiegarsi meglio. Mustafa non parla correntemente in italiano. Mohammed è un suo amico. Finora è rimasto ad ascoltare. È lui a parlare. «È semplice», mi dice. «Il lavoro vero lo si trova solo con il permesso di soggiorno. Per il lavoro nero ci vogliono gli amici. E gli amici vogliono un contributo, la metà della paga giornaliera». Lui ha paura della criminalità organizzata. Non vuole finire in un brutto giro. Neanche dai connazionali si può sperare in un aiuto. Mustafa. «E pensare che basterebbe poco. Con un milione potrei rimanere qui. E mantenere la mia famiglia. Con quella cifra in Marocco si vive come dei re». Prima di andarsene mi chiede se l articolo che sto scrivendo può aiutarlo. Gli rispondo di no. Aggiungo che però penso che sia importante che si conoscano vicende come la sua. Ringrazio Mustafa e Mohammed del loro racconto. Ci salutiamo. Abdel Vive in Italia da sedici anni. È disegnatore industriale e tecnico navale. Parla in spagnolo e in francese perfettamente. Il suo italiano è scorrevole ed efficace. Ha studiato. La sua intenzione era di entrare in Polizia o in Marina. Non ci è riuscito. «La realtà mi dice è che i posti ci sono solo per i ricchi». Abdel è giunto in Italia nel È entrato legalmente. Non ha precedenti penali. Ha chiesto il permesso di soggiorno, ma senza successo. Lavorando in nero non è riuscito a dimostrare di essere sul territorio italiano fin da allora. «Ho fallito perché non avevo una prova». Aggiunge: «Gli italiani hanno bisogno di noi. Io ho due figli. So disegnare. Posso fare il fresatore. E invece ho paura di finire come un barbone». Gli chiedo della sua famiglia. Mi risponde che la moglie e i figli vivono in Marocco. Non li vede da quattro anni. Non va da loro per non dover rientrare clandestinamente in Italia. Spera in una sanatoria. Si mantiene lavorando 13

14 occasionalmente ai Mercati Generali. Gli è anche capitato di essere preso in prova per tre giorni come disegnatore da una ditta dell indotto FIAT. «Lavori bene, mi hanno detto. E poi: Hai il permesso di soggiorno?. Alla fine non mi hanno preso». Abdel manda i soldi a casa. «Loro vivono dieci volte meglio di me. Io ho dormito qui una settimana. Da stasera torno in strada. Per affittare una casa occorre il permesso di soggiorno. Non se ne esce». Poi aggiunge: «È un dato di fatto. Gli italiani vogliono fare degli immigrati dei delinquenti. I pusher hanno bisogno di cavallini. E ci siamo noi». Gli chiedo se pensa ancora di trovare una soluzione. Mi risponde che è rimasto in Italia per questo. Se non dovesse riuscire, tenterà ancora in Spagna prima di tornare nel suo Paese. Riflette. Mi dice: «L uomo è l unico animale che si adatta a qualsiasi situazione. Un leone, portato al polo Nord, non sopravvive. L uomo sì. Ovunque. Guardami. Ho perso venticinque chili in tre anni. Ma devo farcela». «Questo posto ti aiuta?». Risponde di sì. C è la luce. Si fa la barba, una doccia. Può lavarsi i vestiti. Talvolta riesce anche a dormire. Abdel mi dice che viene al Drop in soprattutto per rilassarsi e per dimenticare. Ma anche: «Tra di noi dovremmo aiutarci. Questo posto deve diventare un associazione di immigrati. Solo così cambierà qualcosa». Gli chiedo: «Sei cambiato?». Mi risponde: «È cambiato il modo di ragionare. Sono confuso. Ho la testa piena di pensieri. Fatico a prendere una decisione. Un minuto prima penso di andare in Spagna. Un minuto dopo sono a Biella, perché un amico mi ha detto che posso trovare un lavoro. Vado avanti a tentoni». Poi dice: «Io ho i miei ideali. Non voglio spacciare. Non voglio diventare così. Il mio sogno? I documenti a posto. Un lavoro. Un milione e due. Un milione e mezzo al mese. Cinquecentomila lire per l affitto. Altrettanto per mangiare. Quello che rimane per il resto. Io e mia moglie che andiamo al supermercato. Lei potrebbe lavorare in una famiglia. Occuparsi degli anziani. Anche lei ha studiato». Gli domando se vuole dirmi ancora qualcosa. Abdel. «Sono come un naufrago in alto mare che sta cercando di salvarsi e ha già bevuto parecchi litri di acqua. È lì a metà. Con la testa né sopra né sotto l acqua». Abdel rimane per qualche minuto. Poi ci saluta. Un amico è venuto a cercarlo. Forse ha trovato una macchina per questa notte. Florian È Alexandru a presentarmi Florian. Vuole che io parli con lui, che ascolti la sua storia. Florian ha un espressione allegra sul viso. È palesemente di buon umore. Mi informa che la palestra del Drop in non è sufficientemente pulita e che le cyclette non funzionano. Aggiunge che è di nazionalità rumena. È in Italia da quattro mesi. Prima è stato in Turchia e in Jugoslavia. In quest ultimo Paese gli è stato ritirato il passaporto, poiché il visto turistico era scaduto. È entrato in Italia dal confine orientale, passando per i boschi. A Gorizia le forze dell ordine lo hanno sorpreso a dormire in un cassonetto dei rifiuti. Gli hanno consegnato il foglio di espulsione. Lui l ha strappato e ha continuato il suo viaggio. È stato a Trieste, Venezia, Milano e Brescia, per non più di quindici giorni in ogni città. Ora è a Torino. Ha trovato una bicicletta con cui gira per le strade cittadine alla ricerca di un lavoro. «Come pensi di andare avanti?». Florian ha un diploma professionale da muratore. Suo padre era alcolizzato. Lui ha vissuto in orfanotrofio. Ha fatto il militare e si è trovato male. Nella vita gli è capitato spesso di essere picchiato. Per questo non sopporta di assistere a dei soprusi, specie se da parte di adulti nei confronti di ragazzi più giovani. «Dove dormi?». Non sono sicura di aver capito bene, ma credo che la descrizione di Florian corrisponda a una conduttura fognaria vicino al Po, a cui accede togliendosi scarpe e calze, per non bagnarsele. Ha delle coperte e finora non ha avuto freddo. «Come mangi?». «Questo non è un problema», risponde Florian. I suoi punti di riferimento sono la mensa di via Nizza, quella della Caritas presso la chiesa di Sant Antonio e il Mac Donald s. «Basta aspettare che buttino via i panini. Spesso sono ancora caldi. Non sono male». Alexandru lo interrompe. Vuole farmi capire che lui e Florian sono diversi. Lui, specie se è arrabbiato, tiene per se tutto quello che 14

15 trova. «Florian invece distribuisce i panini. È fatto così. Io no. Posso essere anche molto cattivo, se voglio. Dipende dagli altri». Chiedo a Florian che cosa pensa che gli accadrà. Risponde che vuole trovare un lavoro e farsi una vita qui, in Italia. «Non sono disperato», precisa. «Poco alla volta ce la farò». Aggiunge che la strada non gli fa paura, che sa cavarsela. Alexandru ne è convinto. «Florian è calmo. Parla bene con la gente. Vedrai. Ci riuscirà». «Come ti trovi al Drop in?». Ribadisce che è insoddisfatto della pulizia e dell attrezzatura della palestra. Sostiene che gli operatori non se ne preoccupano. Gli faccio presente che si tratta di spazi autogestiti e che quindi potrebbe cercare una soluzione con le persone che utilizzano la palestra. Florian è d accordo su questo punto, ma aggiunge che non tutti si comportano allo stesso modo. Sorride. Poi mi dice che gli operatori aiutano di più i marocchini. E che lui è disposto a pulire la palestra, se gli danno da dormire. Inoltre avrebbe bisogno di un dizionario. «C è il corso di lingua, ma non posso migliorare il mio italiano stando con i marocchini che imparano l alfabeto». Alexandru conferma la necessità di un dizionario e i limiti del corso di lingua. Florian e Alexandru convengono anche sull importanza di poter disporre di alcuni pesi e di un attrezzo per boxare. Mimano alcuni pugni nell aria. «Un punching ball?», chiedo. «Sì, ma anche un sacco, di quelli grossi». Florian: «Io non lavoro. Devo scaricare le mie energie». E poi: «Vieni. Ti faccio vedere la palestra». Haddady Entra nella stanza e chiede se può dire anche lui qualcosa. Si toglie il Montgomery beige e si informa del lavoro che stiamo facendo insieme. «Volete un caffé?», chiede con premura. Poi comincia a raccontare di sé. Viene dal Marocco. I suoi genitori sono anziani. Quando può manda loro del denaro. In città ha un fratello sposato, con una bambina e una casa molto piccola. Lui dorme dove capita. In macchina. Per la strada. Dipende. In francese aggiunge che è una vergogna. L Italia fa parte del gruppo dei sette Paesi più potenti del mondo. Gli chiedo se riesce a lavorare. Risponde che ha un baccalaureato in lettere moderne. Venerdì e sabato ha lavorato ai Mercati Generali. Ha guadagnato centomila lire. «Guarda», aggiunge. Indica due ferite che ha sul volto. Una sul naso e una sullo zigomo. «Mi sono cadute addosso delle casse. Mi sono fatto male, ma non ho potuto dire niente. Vado avanti così». Poi Haddady racconta che ha vissuto in Francia. Che lì la situazione è diversa. Alterna frasi in francese e in italiano. A Parigi ha lavorato per la Croix Rouge e in una Boutique, uno «Sleep in» del 14 arrondissement. Si lamenta del fatto che qui, al Drop in, non ci sia un adeguato servizio di sostegno sul piano umano e psicologico. Mi dice che in Francia sono più organizzati. Ci sono molti operatori e persone come lui che li affiancano. Per Haddady è stata un esperienza importante. Ha lavorato come «pari» nella Croix Rouge, dove lo hanno aiutato a disintossicarsi. Prima si faceva. Un po di tutto. Cocktail di farmaci, alcol, droga. Adesso ha smesso. «Anche per questo mi dice è importante avere una persona con cui parlare». «Ti senti solo?». «Vivi per strada. E questo significa che non puoi avere una donna. È peggio del carcere. Siamo liberi. Ma siamo ancora più soli. Per fare l amore dobbiamo avere dei soldi. Ma quello non è amore, né affetto. Oppure ti masturbi. Senza una casa non esisti». «Che cosa significa dormire per strada? Che cosa sogni?». «Cauchemars, seulement. Tu comprend? Spesso non riesco a dormire. Oppure sogno di trovarmi di fronte a un muro o a degli ostacoli, che devo cercare di superare». «La strada ti ha cambiato?». «Sono sempre lo stesso. Forse un po più nervoso. Sono malato». Haddady è venuto in Italia per il permesso di soggiorno. Sono passati più di quindici mesi da quando ha presentato la domanda. Pensa di rimanere in Italia, eventualmente anche per poter fare ricorso. Adesso deve andare. Si scusa e ci saluta. 15

16 Slavko È arrivato in Italia nel mese di marzo di quest anno. È di nazionalità serba. Ha un cappello da baseball e occhi pungenti. Si esprime con difficoltà in italiano. Viene dalla Voivodina. Con l aiuto di Alexandru mi dice che ha combattuto nella Bosnia Erzegovina nel 1993 e nel Faceva parte di un reparto medicoinfermieristico dell armata jugoslava. Gli chiedo che cosa abbia fatto successivamente e lui mi risponde che ha fatto la guerra per vivere. È stato allevato dai nonni e mi pare di capire che sia orfano dei genitori. Mi dice di essere stato profondamente choccato dal bombardamento NATO. Gli chiedo com è stato, come l ha vissuto. Mi risponde così: «Dovevi essere lì per capire». Poi aggiunge: «In Bosnia è stato peggio». Con i suoi occhi ha visto i morti. E altre cose che non può raccontare a una donna. Anche dei bambini non può raccontarmi. Non è facile parlare con Slavko. Ogni sua frase sembra chiudere il discorso. Però continuiamo a chiacchierare. Alexandru si comporta come un traduttore professionista. È molto preciso nel riferirmi le parole di Slavko. Talvolta ne discute con lui, sono entrambi impegnati affinché io capisca bene quello che mi viene detto. Spesso mi domandano che cosa sto scrivendo nei miei appunti. In due occasioni mi chiedono di non scrivere ciò che hanno raccontato. Cerco di rassicurarli al riguardo. Alexandru mi dice che lui ha visto la guerra della strada. È un concetto che ripeterà più volte. Chiedo a Slavko dei suoi progetti. Vuole una vita normale, tranquilla. Se non adesso, almeno quando sarà vecchio. «Sei ottimista? Credi che ce la farai?». Mi risponde di sì. Sì, certo. Vuole un futuro. Una casa. Un lavoro. Se si comporta onestamente, vuole essere trattato bene anche dal datore di lavoro. Non vuole la carità. Solo casa e lavoro. In ogni caso, ce la farà. Da solo. «Gli operatori non possono aiutarci. Nessuno può farlo. Dobbiamo aiutarci da noi stessi». «Quanto potrai resistere?». «Aspetto di ottenere il permesso di soggiorno. Spero in una sanatoria. Se trovo una brava persona che mi aiuta rimango qui. Ho bisogno di una mano. Qui, al Drop in, c è una piccola mano. Viceversa farò da me». «Hai degli amici? Qualcuno che possa aiutarti?». Risponde con il primo di una serie di secchi «No comment». Lo ringrazio per il suo contributo. Slavko vuole continuare. «Mi interessano le tue domande». Mi chiede: «Perché gli italiani si preoccupano tanto per gli animali e non per le persone? Se gli italiani ci riservassero lo stesso trattamento che rivolgono ai cani la nostra situazione migliorerebbe». Gli domando se è soprattutto amarezza quella che sente dentro. Risponde di no. «Come ti immagini tra qualche anno?». Ci pensa. Poi dice che vuole una legge che gli permetta di lavorare. Provo a insistere senza successo. Allora gli chiedo se pensa di trovare una compagna, di farsi una famiglia. Risponde: «Le donne italiane non guardano gli stranieri». No, non gli interessano. Loro (gli stranieri) non esistono per le italiane. Non hanno né una casa, né un lavoro, né una macchina. E poi, lui deve prima risolvere il suo problema. Dopo saprà rispondermi al riguardo. Dopo potrà dire a se stesso: «Sono un uomo. Sono fiero di me». «Adesso lo sei?». (Pausa.) «Ho fatto un grande passo in avanti, perché sono in Italia. Adesso devo farne un secondo». Non so come, ma a un certo punto parliamo di politica. Slavko sostiene che Berlusconi è un mafioso e un affarista. Mi offre un quadro della situazione politica italiana da fare invidia a quello di noti editorialisti. È analitico e preciso nelle sue affermazioni. Chiedo a lui e ad Alexandru che cosa pensano dei diritti politici per gli immigrati. «Vi interesserebbe votare?». Rispondono entrambi affermativamente, con sicurezza. Slavko aggiunge: «Mi importa quasi di più di quello che riuscirò a fare. Ho lasciato tutto. Sono qui. È anche il mio mondo». E poi: «Ho disertato dall esercito jugoslavo quando sono stato richiamato per andare a combattere nel Kossovo. Credi che potrei chiedere asilo politico in Italia?». Con noi ora c è anche Aldo, un operatore del Drop in. Conosce bene Slavko. Mi dice che stanno cercando di capire e di inquadrare la sua situazione dal punto di vista giuridico. Slavko mi chiede se posso aiutarlo. Se posso informarmi. Dice che ha paura. Ha paura di essere fermato e rimpatriato. Gli chiedo com è arrivato in 16

17 Italia. Mi risponde che è passato attraverso il Montenegro. Di più non può dirmi. Risponde con una sequenza di «No comment» anche ad altre domande riguardanti l esperienza militare e la diserzione. Discutiamo a lungo della sua situazione. Alla fine concordiamo con Slavko che occorre fare chiarezza su tre questioni: può essere espluso? che cosa rischia, una volta rimpatriato in Jugoslavia? può chiedere asilo politico? Stiliamo anche un breve elenco di enti e associazioni internazionali da contattare per una consulenza giuridica. Ci salutiamo. Slavko ci chiede di fare qualcosa. «Fate in fretta. Non posso aspettare». Fatti Tu dici: cos è l Incittà? È le posizioni che ti dà. Tu dici: cos è l Incittà? È la strozzatura dove le nostre storie si uniscono. E anche i Tempi. Le tenute si dissociavano. Le colline ci piantavano in una deriva immobile. L Incittà mette in movimento, annoda, àncora, impasta e reimpasta a tutta velocità. Ma all uscita non cadi in un culdisacco. Si ricomincia. Come? In un altro modo. Tu dici: cos è l Incittà? Non è un luogo di felicità. Non è un luogo di infelicità. È contenitore del destino. L Incittà non è da prendere. È da capire. (Patrick Chamoiseau) Numeri. Cento, centotrenta, con qualche punta di centocinquanta persone al giorno. Questi numeri esprimono una media approssimativa dei passaggi giornalieri registrati nel corso dell anno 2000 e fotografano l attività del Drop in di via Pacini probabilmente meglio di qualsivoglia racconto o ragionamento. Per farsi un idea di che cosa significhino è sufficiente salire al primo piano dell ex fabbrica situata a fianco del Liceo Scientifico Einstein, in un area caratterizzata dalla presenza di un ampio complesso di edilizia agevolata costruito alla fine degli anni Settanta. I locali, organizzati a mo di spina di pesce, intorno a un corridoio centrale, comprendono un locale-deposito per materiali di consumo e prevenzione, bagni e docce per donne e uomini, una lavanderia con due lavatrici e un asciugatrice, due stanze adibite ad asilo notturno d emergenza (rispettivamente con tre posti letto donne e sette posti letto uomini), una stanza per gli operatori in servizio nelle ore notturne, una palestra, una stanza utilizzata per il corso di italiano, due stanze adibite a incontri tematici e colloqui individuali o di gruppo, un bagno per gli operatori, una cucina. In testa, all inizio del corridoio, c è l ufficio accoglienza; più avanti, sulla destra, un grande salone, arredato con divani, tavoli e sedie, un tavolo da ping-pong. È questo il cuore del Drop in. È qui che le persone sostano, riprendono fiato, bevono un caffé, chiedono informazioni o quant altro. Solitamente c è un gran via vai. In un pomeriggio qualsiasi è facile incontrare quaranta, cinquanta o sessanta persone, per lo più uomini, di provenienza slava o magrebina, nella maggior parte dei casi clandestini. Per il resto, una persona su tre è italiana, spesso con problemi di dipendenza; le donne sono invece relativamente poche, più o meno una su trenta. I dati raccolti nell ultimo anno registrano una media di passaggi mensili, con punte massime di passaggi e punte minime di passaggi, rispettivamente nei mesi di gennaio e settembre. La consistenza dei flussi di persone che frequentano il Drop in, secondo l analisi fatta dagli operatori, sembra non essere influenzata significativamente da variabili stagionali (condizioni climatiche, offerte di lavoro) e invece determinata dal numero degli arresti e delle espulsioni effettuati periodicamente dalle forze dell ordine. Tra le persone che frequentano il Drop in, in media una su quattro utilizza il servizio docce e lavanderia, mentre una su cinquanta impegna gli operatori in attività di counselling. Complessivamente i tossicodipendenti rappresentano circa il 10% delle persone che si recano al Drop in. Nel periodo considerato, accanto agli interventi di riduzione del danno, prevenzione, orientamento e sostegno, si sono svolte alcune attività: corsi di lingua italiana, laboratori teatrali e di creatività, cineforum, palestra. Tutti i venerdì 17

18 pomeriggio c è un assemblea aperta a tutti, che funge di incubatrice per le domande, i problemi e i tanti cul-de-sac in cui le persone si dibattono. Ipotesi. Il Drop in di via Pacini inizia la sua attività nel marzo del Il progetto, che il Gruppo Abele mette a punto partecipando e vincendo una gara d appalto promossa dal Comune di Torino, prende le mosse da una domanda ricorrente. Già da un paio di anni responsabili e operatori del settore Accoglienza si interrogavano sul bacino di utenza raggiunto, trattato e preso in carico, con metodologie diverse, dagli interventi attivati e gestiti in città. Dall osservatorio offerto da due agenzie operanti sul territorio cittadino l Ufficio persone senza fissa dimora del Comune di Torino e l unità di strada attivata dall ASL 4 in collaborazione con il Gruppo Abele emergevano, rispettivamente, due dati. In primo luogo che l 80% degli ospiti dei dormitori comunali presentava problemi di tossicodipendenza. In secondo luogo che il 25% delle persone contattate dal camper nel corso del 1998 era senza fissa dimora. Alcune proiezioni fatte in quel periodo stimavano in il numero delle persone che ogni notte trovava rifugio in fabbricati industriali abbandonati o in altri luoghi di fortuna. Era dunque evidente che una parte consistente delle situazioni di emarginazione grave presenti sul territorio cittadino rimanesse al di fuori del circuito dei servizi socio-sanitari e quindi esclusa da politiche e interventi di sostegno e di riduzione del danno. L idea di un centro diurno a bassa soglia per adulti in difficoltà, con annesso un ricovero notturno d emergenza, nasceva dunque dall ipotesi che fosse necessario diversificare ulteriormente le modalità di approccio ai problemi della tossicodipendenza; anche in considerazione del fatto che, solo a Torino, la popolazione tossicodipendente che non è mai entrata in contatto con i Servizi, o che ne ha interrotto il rapporto, è probabilmente stimabile in unità. L obiettivo prioritario dell intervento è stato fin dall inizio quello di «agganciare il sommerso», vale a dire le persone lontane dal circuito dei Servizi, che abitano la strada tutto il giorno, spesso in condizioni di disagio gravi, girando da una panchina all altra, da un bar all altro, da un vagone ferroviario all altro, senza sapere dove andare. In questa prospettiva, nel 1998, il Gruppo Abele ha predisposto l allestimento di alcuni locali all interno dell ex fabbrica, che in un altra ala dell edificio ospitava già un centro semiresidenziale e un centro crisi per percorsi drug free. Nel giro di pochi mesi, il centro a bassa soglia per adulti in difficoltà è entrato così a far parte dell intero sistema di accoglienze del Gruppo, diventandone un elemento integrante, pur salvaguardando la propria autonomia e focalizzando l attenzione su uno specifico target. Lo si è definito infatti «Drop in», che letteralmente vuol dire «salta dentro», ed è quindi un invito all inclusione, in un tessuto urbano che, come accade altrove, favorisce l esclusione dell altro e la propensione lasciare fuori dalla porta i problemi, nonché, in senso stretto, le persone. Sorprese. Col tempo ci si è assuefatti all idea che il lavoro sociale trovi la sua piena espressione nell incessante sequenza di progetti e interventi attivati da instancabili operatori-ingegnieri (sociali) e/o operatori-urbanisti, per lo più animati da spirito salvifico e ossessionati da ansie di rinnovamento, bonifica e razionalizzazione (anche se di solito non le definiamo così). In questi casi è difficile che ci si confronti con eventi imprevisti. C è un già-saputo che tende a uniformare e a standardizzare la realtà. Qualche volta accade che le cose vadano altrimenti. Qualche volta accade che si faccia sul serio. Così, se si parte con l intento di navigare in mare aperto e di provare ad agganciare ciò ancora che non si conosce (anche se si immagina) è probabile che all amo si trovino delle sorprese. E non sempre, come accade ai pescatori d alto mare, le cose sono così semplici (1). Analogamente, gli eventi inattesi che hanno caratterizzato l esperienza del Drop in di via Pacini, sono stati sostanzialmente tre. Essi ruotano intorno ad alcune questioni che interrogano il senso stesso del lavoro 18

19 sociale e che sono efficacemente sintetizzate da almeno tre affermazioni ricorrenti tra gli operatori di via Pacini. «La strada ci ha invaso di immigrati». Immigrati più che tossicodipendenti. Tanti. Tantissimi. Con un carico di bisogni, domande e problemi tanto semplici quanto senza soluzione, come lo possono essere soltanto quelli che attengono alla sopravvivenza stessa dell individuo. Persone spesso fornite di titoli di studio, capaci di parlare più lingue straniere, con competenze talvolta straordinarie relativamente alle capacità di adattamento e di sopravvivenza, che hanno girato mezzo mondo, e che tuttavia presentano quell insieme di problematiche caratteristico di chi non possiede né casa, né lavoro, né documenti. I dati emersi dall osservatorio di via Pacini hanno indotto gli operatori a modificare e ad aggiornare le mappe della geografia del disagio e dei percorsi di chi vive in strada. Tali mappe evidenziano tipologie di traiettorie e carriere di adulti in difficoltà, contrassegnate da esperienze e traumi di natura diversa tossicodipendenza, alcolismo, disagio mentale, infezione da HIV, disoccupazione, invecchiamento, migrazione e tuttavia accomunate dal fatto di consegnare le persone alla strada e alla sua logica liminare. «Qui non c è un bel niente da rieducare». L impatto è stato duro. Ha scompaginato le poche certezze che possono accompagnare il lavoro di chi ha scelto di stare a diretto contatto con la strada. Ha mandato a gambe all aria ogni ragionevole aspettativa e previsione. A cominciare dalla consistenza della marea di persone che seguendo il tam tam della strada sono confluite al Drop in. Fin dall inizio tutto è apparso inadeguato: risorse, forze, formazione. Ma è soprattutto rispetto a un modo tradizionale di intendere l accoglienza che i conti proprio non sono tornati. Fine del modello educativo-terapeutico. Non è una novità. Chi lavora nei servizi a bassa soglia ne ha in genere una consapevolezza profonda. Ma è un dato di fatto che la cultura moralistica di cui sono spesso impregnate le politiche di welfare ci abbia abituato a pensare ai destinatari di interventi e politiche sociali con atteggiamenti alternativamente vittimizzanti o colpevolizzanti, a partire dai quali è difficile riconoscere nelle persone, a un tempo, condizioni di abilità e povertà e soprattutto lo status di attori e di soggetti agenti. Davvero la cosa migliore per un immigrato irregolare è di essere inserito nel circuito dei servizi? È necessariamente questa la via attraverso la quale si diventa «buoni cittadini»? «Migliorare la qualità della vita è poco?». Fare il caffé, caricare la lavatrice, stare con le persone, parlarci, riparlarci, provvedere a una medicazione, prestare ascolto, distribuire latte e biscotti, informazioni, materiale di prevenzione, discutere in assemblea, trovare un posto letto, seguire un gruppo di lavoro tematico, prendere in carico una persona, smistarne altre, contattare e ricontattare la «rete», attivare gli abitanti del quartiere, coordinare i volontari e gli operatori pari. La giornata di un operatore è fatta di cose come queste. La domanda è sempre la stessa: «Ha senso quello che facciamo?». Serve? Modifica le situazioni? Produce cambiamento? Che si tratti di domande che si sentono sulla propria pelle e non piuttosto di interrogativi puramente retorici o formali è evidente; basti pensare che nell arco di un anno c è stato un ricambio pressoché completo dell équipe di via Pacini. Migliorare la qualità della vita e, in altri termini, minimizzare la sofferenza socialmente evitabile: questa è la scommessa. Esserci, e con una porta sempre aperta sulla strada. OK. E poi? È sufficiente? È poco? Produce solo frustrazioni (a noi e a loro)? In più, non c è il rischio di ricadere nel paternalismo buonista o nella mensa per i poveri vecchio stampo? Interpretazioni C era un vaevieni incessante, fra il Quartiere dei Miserabili e il cuore dell Incittà. L Incittà era l oceano aperto. Il quartiere era il porto d immatricolazione. Porto d immatricolazione delle bisbocce, porto d immatricolazione delle speranze in libertà, porto d immatricolazione delle sventure, porto d immatricolazione delle memorie che venivano portate da lontano. Ci tornavano per curarsi le ferite e trovare la forza di un assalto vigoroso all Incittà. 19

20 (Patrick Chamoiseau) Le considerazioni e le riflessioni maturate tra gli operatori dell équipe del Drop in sono ovviamente molte e approfondite. Ciò che le contraddistingue, a mio avviso, è innanzi tutto il fatto di indicare costantemente delle contraddizioni più che dei problemi e dei paradossi più che delle soluzioni. Esse delimitano, in questo senso, uno spazio aperto di «impossibilità» che è però anche il solo luogo, forse, nel quale ospitalità e responsabilità, intese come pratiche sia individuali sia collettive, possono provare a concretizzarsi. Tali impossibilità individuano infatti alcuni «tra», alcune terre-di-nessuno, alcuni terrain vague dell intervento sociale e della stessa socialità, che sono altrettante buone ragioni per scegliere di provare a starci dentro e abitarle. Prima impossibilità. Essere un luogo di tregua e un porto di mare. Detto così può sembrare strano, ma in questo periodo una delle preoccupazioni degli operatori del Drop in consiste nel reperire qualche divano, con cui completare l arredamento del salone. Il punto è che essere un luogo di tregua nella fatica dell abitare la strada, concretamente, significa: essere un luogo che non obbliga a essere altro da se stessi, in cui non si chiedono prestazioni o performance di alcun tipo; essere un luogo in cui è possibile pensare, stare in silenzio, ascoltare, parlare (mentre la strada è rumore); essere un luogo in cui ricaricarsi emotivamente (trovando ascolto), riprendere le forze (mangiando qualcosa, riposando), ritrovare se stessi, la propria dignità (facendo una doccia, cambiandosi gli abiti). Da questo punto di vista, il divano e il caffé, lo shampoo e l asciugamano, la siringa pulita e l insulina sono micro interventi essenziali, che consentono di vivere un momento di sosta, di trovare una sospensione temporanea ai ritmi serrati e alla logica darwiniana della strada. Ma è anche vero il contrario. E cioè che il Drop in è un punto di incontro e di confluenza (di persone, informazioni, opportunità), un luogo di immatricolazione e di smistamento, da cui ripartire con nuove energie alla volta del proprio progetto migratorio. Insomma, un porto di mare, e quindi un luogo aperto, trafficato, animato, talvolta febbricitante. In cui è possibile trovare stimoli, orientamenti, in cui ci si sente accolti ma anche provocati e messi in discussione, nonché aiutati ad affermare la propria identità e i propri diritti, ad alzare la testa piuttosto che a pacificarsi con le tante umiliazioni subite. In questo senso il Drop in è anche un laboratorio naturalmente politico, che favorisce l aggregazione degli individui e degli interessi, lo stabilirsi di alleanze tra gruppi e associazioni, e in cui riscoprire il senso della denuncia e la passione della proposta politica. Seconda impossibilità. Rispondere alla committenza della strada e alla commitenza istituzionale. «Ma noi da che parte stiamo?». Anche questa è una domanda molto seria, da parte degli operatori, e niente affatto scontata. Si può si riesce? essere un luogo intermedio, ma anche di traduzione e di traghettamento (nei due sensi ovviamente) di istanze, bisogni e linguaggi tra due rive opposte, quella delle istituzioni (i Servizi) e quella della strada (pur sapendo di appartenere alla prima)? È difficile rispondere, certo. Ma è altrettanto vero che gli operatori del Drop in sono consapevoli della loro inevitabile collocazione al centro del guado. E questo significa, inevitabilmente, fatica, tensione, crisi di identità. La committenza che viene dalle istituzioni parla spesso la langue de bois, alternativamente, del buonismo e del controllo sociale. La committenza che viene dalla strada, non senza qualche rischio di idealizzazione, parla invece la lingua dei problemi concreti di una persona adulta in difficoltà, che richiede interventi volti a un miglioramento concreto della qualità della vita, autovalutato e portato avanti in prima persona. Un esempio. (Anche se inadeguato a esprimere il senso profondo di questa contraddizione.) Fin dall inizio dell attività del Drop in si è scelto di raccogliere una mole anche consistente di dati relativamente ai flussi, alla popolazione di riferimento e alle tipologie di intervento (counselling, servizi docce e lavanderia, interventi di prevenzione e di riduzione del danno) che caratterizzano il servizio a bassa soglia diurno e notturno (per una sintesi, cfr. 20

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