«IL GRANDE PAN (NON) È MORTO». LA LEGGENDA DELLA MORTE DI PAN DA PLUTARCO A D ANNUNZIO. 1. Il racconto di Plutarco

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1 1 «IL GRANDE PAN (NON) È MORTO». LA LEGGENDA DELLA MORTE DI PAN DA PLUTARCO A D ANNUNZIO «Mais, lui disais-je, qu est-ce que le dieu Pan a de commun avec la révolution? - Comment donc? répondait-il ; mais c'est le dieu Pan qui fait la révolution. Il est la révolution. - D'ailleurs, n'est-il pas mort depuis longtemps? Je croyais qu'on avait entendu planer une grande voix au-dessus de la Méditerranée, et que cette voix mystérieuse, qui roulait depuis les colonnes d'hercule jusqu'aux rivages asiatiques, avait dit au vieux monde : LE DIEU PAN EST MORT! - C'est un bruit qu'on fait courir. Ce sont de mauvaises langues ; mais il n'en est rien. Non, le dieu Pan n'est pas mort! le dieu Pan vit encore, reprit-il en levant les yeux au ciel avec un attendrissement fort bizarre... Il va revenir». Charles Baudelaire, L'École païenne (1853) 1 1. Il racconto di Plutarco Nella luce sempre più fioca che prelude al crepuscolo del mondo antico, anche la voce degli oracoli si va affievolendo, fino a tacere quasi del tutto. Intanto una nuova luce sorta da Oriente diviene sempre più brillante, e risuona sempre più forte un altra voce. È in questa atmosfera da Götterdämmerung che Plutarco, solitario custode dell antica sapienza delfica, compone il suo Peri; tw'n ejkleloipovtwn crhsthrivwn, più noto col tradizionale titolo latino di De defectu oraculorum, variamente reso in traduzione italiana 2. Com è noto, il dialogo (narrato da Lampria, fratello di Plutarco, al destinatario Terenzio Prisco) ha come interlocutori principali il grammatico Demetrio di Tarso e il teologo Cleombroto di Sparta, i quali, rispettivamente reduci dalla Britannia e dall Egitto, si incontrano a Delfi poco prima dei giochi pitici presieduti da Callistrato (probabilmente nel 63 d.c.). Alla conversazione, che ha appunto lo scopo di indagare le cause della progressiva estinzione degli oracoli, partecipano anche altri personaggi: il platonico Ammonio, maestro di Plutarco; il cinico Didimo, pittoresco personaggio che per il suo carattere intemperante abbandona ben presto la discussione; Eracleone di Megara, acerbo praticante di studi filosofici; lo storiografo (suggrafeuv") Filippo, quasi certamente da identificarsi con lo stoico Filippo di Prusa, menzionato nel settimo libro delle Quaestiones convivales (710 B). È proprio costui che a un certo punto del dialogo introduce l enigmatico racconto sulla morte del Grande Pan, dichiarando di averlo udito dal suo conterraneo Epiterse. Lo spunto è offerto dall opinione espressa da Cleombroto, il quale spiega l attuale eclisse degli oracoli col fatto che a essi presiedono non gli dèi ma i dèmoni, intermediari tra la sfera divina e quella umana, i quali sono da ritenersi responsabili di taluni aspetti negativi della religione e risultano per di più soggetti alle passioni umane e alla morte: è dunque naturale che la loro scomparsa 1 In questo breve saggio Baudelaire sembra ironizzare sulla moda del neopaganesimo, rappresentata dal giovane rivoluzionario che inneggia al ritorno di Pan nelle piazze di Parigi. Tuttavia Roberto Calasso (La letteratura e gli dèi, Milano 2001, pp ) ha riletto il pamphlet in chiave parodica, sostenendo che il poeta francese finge di assumere la posizione dei suoi avversari con l intento di chi «gli allor ne sfronda» per mettere in evidenza la debolezza delle loro tesi. 2 Fra le traduzioni italiane più recenti quelle di A. RESCIGNO, L eclissi degli oracoli, Napoli 1995, e di V. CILENTO, L oracolo al tramonto, Milano 2002; Il silenzio degli oracoli è il titolo dato dal musicista S. SCIARRINO a un componimento per quintetto a fiati (Ricordi, Milano 1989).

2 2 determini anche una momentanea crisi della sfera oracolare cui essi sono preposti. A Eracleone, che contesta la tesi di Cleombroto, sostenendo che i dèmoni non possono morire, ribatte appunto Filippo, narrando quanto segue (419 B-D): 17. «Peri; de; qanavtou tw'n toiouvtwn ajkhvkoa lovgon ajndro;" oujk a[frono" oujd ajlazovno". Aijmilianou' ga;r tou' rjhvtoro", ou kai; ujmw'n e[nioi diakhkovasin, Epiqevrsh" h\n pathvr, ejmo;" polivth" kai; didavskalo" grammatikw'n. Ou to" e[fh pote; plevwn eij" Italivan ejpibh'nai new;" ejmporika; crhvmata kai; sucnou;" ejpibavta" ajgouvsh": ejspevra" d h[dh peri; ta;" Ecinavda" nhvsou" ajposbh'nai to; pneu'ma, kai; th;n nau'n diaferomevnhn plhsivon genevsqai Paxw'n: ejgrhgorevnai de; tou;" pleivstou", pollou;" de; kai; pivnein e[ti dedeipnhkovta": ejxaivfnh" de; fwnh;n ajpo; th'" nhvsou tw'n Paxw'n ajkousqh'nai, Qamou'n tino" boh'/ kalou'nto", w{ste qaumavzein. jo de; Qamou'" Aijguvptio" h\n kubernhvth" oujde; tw'n ejmpleovntwn gnwvrimo" polloi'" ajp ojnovmato". Di;" me;n ou\n klhqevnta siwph'sai, to; de; trivton ujpakou'sai tw'/ kalou'nti: kajkei'non ejpiteivnonta th;n fwnh;n eijpei'n ojpovtan gevnh/ kata; to; Palw'de", ajpavggeilon o{ti Pa;n oj mevga" tevqnhke. Tou't ajkouvsanta" oj Epiqevrsh" e[fh pavnta" ejkplagh'nai kai; didovntwn ejautoi'" lovgon ei[te poih'sai bevltion ei[h to; prostetagmevnon ei[te mh; polupragmonei'n ajll eja'n, ou{tw" gnw'nai to;n Qamou'n, eij me;n ei[h pneu'ma, paraplei'n hjsucivan e[conta, nhnemiva" de; kai; galhvnh" peri; to;n tovpon genomevnh" ajneipei'n o} h[kousen. wj" ou\n ejgevneto kata; to; Palw'de", ou[te pneuvmato" o[nto" ou[te kluvdwno", ejk pruvmnh" blevponta to;n Qamou'n pro;" th;n gh'n eijpei'n, w{sper h[kousen, o{ti oj mevga" Pa;n tevqnhken. Ouj fqh'nai de; pausavmenon aujto;n kai; genevsqai mevgan oujc ejno;" ajlla; pollw'n stenagmo;n a{ma qaumasmw'/ memigmevnon. Oi a de; pollw'n ajnqrwvpwn parovntwn tacu; to;n lovgon ejn ÔRwvmh/ skedasqh'nai, kai; to;n Qamou'n genevsqai metavpempton ujpo; Tiberivou Kaivsaro". Ou{tw de; pisteu'sai tw'/ lovgw/ to;n Tibevrion, w{ste diapunqavnesqai kai; zhtei'n peri; tou' Panov": eijkavzein de; tou;" peri; aujto;n filolovgou" sucnou;" o[nta" to;n ejx ÔErmou' kai; Phnelovph" gegenhmevnon». 17. «Circa la morte di tali [dèmoni] ho udito un racconto da un uomo non scervellato e neanche fanfarone. Si tratta di Epiterse, mio concittadino e maestro di grammatica, padre del retore Emiliano, le cui lezioni alcuni di voi hanno seguito. Costui raccontava di come una volta, diretto per mare in Italia, si fosse imbarcato su una nave che trasportava preziose mercanzie e un gran numero di passeggeri. La sera, quando già si era giunti in vista delle isole Echinadi, il vento cessò di spirare e la nave, sospinta dalla corrente, giunse nei pressi di Paxos. La maggior parte dei viaggiatori era sveglia, e molti stavano ancora bevendo dopo aver consumato la cena, quando all improvviso si udì una voce che sembrava provenire dall isola di Paxos: era come se qualcuno chiamasse a gran voce Thamus!. La cosa suscitò meraviglia, poiché questo Thamus era il timoniere egiziano della nave, e pochi a bordo ne conoscevano il nome. Chiamato dunque per due volte, Thamus se ne stette in silenzio, ma alla terza rispose a chi lo chiamava; allora la voce levandosi ancora più forte gli disse: Quando giungerai a Palode, annunzia che il grande Pan è morto. Avendo udito ciò seguitava a narrare Epiterse tutti ne rimasero turbati; e mentre discutevano fra loro se fosse meglio eseguire il comando oppure non farci caso e proseguire oltre, Thamus comunicò la sua decisione: se giunti in quel luogo ci fosse stato vento, avrebbe continuato tranquillamente a navigare, ma se ci fosse stata bonaccia e calma piatta, avrebbe annunziato ciò che aveva udito. E siccome quando arrivarono a Palode non vi era né spirare di vento nè moto ondoso, Thamus, con lo sguardo rivolto verso terra dalla prua della nave, ripetè il grido che aveva udito: Il grande Pan è morto!. E non aveva ancora finito di pronunciare quella frase, che si udì un forte lamento misto a un tono di stupore, come proveniente non da una sola persona, ma da molte. È poiché parecchi erano i presenti, in breve tempo la notizia dell evento giunse anche fino a Roma, e Thamus fu mandato a chiamare dall imperatore Tiberio. E Tiberio prestò tanta fede al racconto, che volle informarsi e fare ricerche su quel Pan. Gli studiosi che gli stavano intorno in gran numero congetturarono che si trattasse del figlio di Ermes e di Penelope». Il brano è costellato di punti oscuri che, come si vedrà, hanno determinato esegesi disparate e spesso opposte, favorite dal fatto che «cette légende est un hapax: aucun parallèle, aucune variante, aucun commentaire issu du polithéisme gréco-romain ne vient au secours de l interprète» 3. Il testo plutarcheo può comunque essere analizzato secondo due prospettive, fra 3 PH. BORGEAUD, La mort du grand Pan. Problèmes d interprétation, «RHR» 1 (1983), p. 5.

3 3 di loro interconnesse: la prima, di tipo sincronico, riguarda l interpretazione che di esso è possibile dare nell ambito del sistema religioso presente nel macrotesto dei Moralia e, più in generale, nel quadro delle credenze e dei rituali che caratterizzano il periodo storico in cui il dialogo vide la luce 4 ; la seconda, di carattere diacronico, attiene alla fortuna che la leggenda della morte di Pan ha avuto nella cultura letteraria successiva, particolarmente in quella otto-novecentesca. Il presente studio è soprattutto rivolto a questa seconda prospettiva, ma non può ovviamente prescindere dalla prima, proprio per quella interconnessione di cui si è appena parlato. I problemi cominciano già a partire dal riferimento al dio Pan, che a detta di Filippo deve essere considerato un daivmwn e per giunta mortale, circostanze di cui non esiste alcuna attestazione nei testi antichi; per di più, l epiteto mevga" non è usuale con riferimento a questa divinità e sembrerebbe rimandare a forme cultuali di origine orientale, come quelli dei Megavloi Qeoiv di Samotracia o della frigia Megavlh Mhvthr: le uniche attestazioni di mevga" (anzi di mevgisto") come epiteto di Pan risalgono a epoca piuttosto tarda e si trovano in qualche iscrizione relativa a ipostasi sincretiche del dio, come quella che lo identificava con Khnum, il dio-capro (travgo") venerato a Mendes, nel Basso Egitto, e invocato ritualmente come Pa;n qeo;" mevgisto" (C.I.G. 4714) L interpretazione ritualistica A partire da quest ultimo dato si sviluppa un filone interpretativo che ha il suo iniziatore in W.H. Roscher 6, anche se la tesi da lui sostenuta è già in nuce in alcuni scritti di F. Liebrecht 7. L autore del monumentale Ausführliches Lexikon der griechischen und römischen Mythologie spiega il racconto di Plutarco col pianto rituale sulla morte del travgo" di Mendes, sottolineando il fatto che l autore tiene a informarci sull origine egiziana di Thamus, come se volesse fornire al lettore una chiave di lettura dell enigmatico episodio, facendo del timoniere una sorta di (inconsapevole?) celebrante del rito. Questa tesi viene ripresa diversi anni dopo da G. Soury 8, il quale si sofferma soprattutto sul particolare, già messo in evidenza da Roscher 9, della repentina caduta del vento (ajposbh'nai to; pneu'ma), dietro cui sarebbe da vedere un ulteriore allusione alla morte del Pan egizio, identificato in questo caso con il dio dell aria Shu. Accanto ai contributi di questi due studiosi vanno ricordati quelli di G.H. Gerhard, che fra il 1915 e il 1916 dedicò alla morte del Grande Pan diversi lavori 10, in cui si accostava il racconto plutarcheo a cerimonie di varia origine ruotanti intorno a una divinità della vegetazione che muore e risorge. Tale divinità fu poi individuata da altri studiosi nell egizio Osiride o nel semitico Adone, anche fra di loro identificati 11. A un ulteriore assimilazione di Adone-Osiride con Min, il dio di Panopolis invocato come Qeo;" mevga" o 4 Secondo K. ZIEGLER, Plutarco (1949), trad. it., Brescia 1965, p. 97, la data di composizione del dialogo è collocabile intorno all anno 100 d.c. 5 Erodoto (II, 46) ci informa di questo culto, identificando senz altro con Pan il dio di Mendes. A. BERNAND, Pan du désert, Leiden 1977, riporta diverse epigrafi egizie dedicate a Pan, fra cui una proveniente da Wadi Semna, nell Alto Egitto, che reca la dedica Pani; qew'i megivstwi (l. 12) ed è databile agli ultimi anni del principato augusteo (pp. 118 ss.). Sul carattere straniero di tale appellativo si può ancora vedere il classico B. MUELLER, MEGAS THEOS, Diss. Phil. Halens. XXI, 3, W.H. ROSCHER, Die Legende vom Tode des grossen Pan, «Jahrb. f. klass. Philol.» 145 (1892), pp ; si veda anche, dello stesso autore, la voce Pan in Ausführl. Lex. der gr. und röm. Mythol., col F. LIEBRECHT, Tammuz-Adonis, «ZDMG» 17 (1863), pp ; Zur Volkskunde. Alte und neue Aufsätze, Heilbronn 1879, pp G. SOURY, La démonologie de Plutarque. Essai sur les idées religieuses et les mythes d un Platonicien éclectique, Paris 1942, pp W.H. ROSCHER, Die Legende cit., p G.H. GERHARD, Der Tod des grossen Pan, «Sitzungsber. der Heidelberger Akad.» 5 (1915); Zum Tod des grossen Pan, «WS» 37 (1915), pp ; Nochmals zum Tod des grossen Pan, «WS» 38 (1916), pp Così G. MÉAUTIS, Le grand Pan est mort, «Musée Belge» 31 (1927), pp ; TH. HOPFNER, Plutarch über Isis und Osiris, I, Prag 1940, p. 44.

4 4 mevgisto", pensa J. Hani, marcando la comune iconografia itifallica delle tre divinità 12. All interno di questa esegesi ritualistica se ne sviluppa una ulteriore, che fa anch essa perno sul nome del timoniere, ma proponendone un interpretazione del tutto diversa e originale. In un articolo del 1907 S. Reinach 13 sostiene infatti che la misteriosa frase udita dai passeggeri della nave e dal suo nocchiere, preceduta dalla triplice invocazione del nome Thamus, non fosse quella riferita da Epiterse, cioè Pa;n oj mevga" tevqnhke, ma sarebbe da correggere in Qamou'" Qamou'" Qamou'" pa;nmega" tevqnhke : «Cela posé, le problème est résolu; car Thamous est le nom syrien d Adonis et Panmegas, le très grand, peut être une épithète de ce dieu. Comme le pilot portait par hasard le nom de Thamous, assez fréquent en Égypte, il a cru et les passegers ont cru avec lui qu on l appellait» 14. L identificazione del soggetto di tevqnhke con Tammuz, l antico dio semitico della vegetazione di cui ogni anno si celebravano la morte e la resurrezione, è senz altro ingegnosa, oltre che suggestiva, ma in ultima analisi non fa che confermare l originaria intuizione di Roscher: il dio di cui si annunzia la morte non è il Pan arcadico, caro alla letteratura pastorale, ma la divinità venerata con diversi nomi (Osiride, Tammuz, Adone) in tutta l area che va dall Egitto, alla Siria e alla Palestina e poi importata anche in Grecia, e dunque il lamento che segue al funebre annunzio ripetuto da Thamus presso Palode è il pianto rituale che accompagnava la celebrazione del rito a lui dedicato; quanto al nome del timoniere, anche senza accettare in toto la tesi di Reinach, non pare plausibile che esso possa considerarsi «solo un caso di antroponimia» 15, ma è più probabilmente da ritenersi un allusivo indizio finalizzato a una lettura liturgica dell episodio narrato da Epiterse. 3. L interpretazione folklorica Un secondo filone interpretativo è quello di tipo folklorico, che non mette l accento tanto sul nome del timoniere, quanto sul tema della voce (fwnhv) da cui proviene il misterioso annunzio e sul lamento (stenagmo;") che lo accompagna. Anche questo tipo di esegesi ha il suo archegeta, che è W. Mannhardt 16. Grande studioso di tradizioni popolari germaniche, egli individua appunto nel folklore di quelle popolazioni ricorrenti sequenze narrative che fanno riferimento alla morte annunziata di uno spirito della vegetazione e al relativo lamento che la accompagna, stabilendo poi una connessione tra esse e il racconto riferito da Plutarco, in cui il pianto funebre viene da lui attribuito alle schiere dei Panivskoi, sorta di replicanti minori del dio che nell altro dialogo plutarcheo De Iside et Osiride (356 D) annunziano insieme ai Satiri la morte del dio egizio. Agli studi dell etnologo tedesco ne seguirono altri, che estesero l area di questi racconti popolari oltre i confini della Germania: una sistematica mappatura delle varianti di essi in tutta l Europa del nord si deve allo statunitense Archer Taylor 17, mentre specifiche ricerche furono in seguito dedicate ai paesi baltici e alla Finlandia 18. In tali narrazioni la struttura-tipo, 12 J. HANI, La mort du grand Pan, «Association Guillaume Budé», Actes du VIII e Congrès (Paris, 5-10 avril 1968), Paris 1969, p S. REINACH, La mort du grand Pan, «BCH» 31 (1907), pp. 5-19; l articolo fu poi ripreso dallo stesso autore in Cultes, mythes et religions, III, Paris 1908, pp REINACH, La mort cit., pp. 13 s. Ovviamente non si tratterebbe di correggere il testo tràdito, ma di supporre un fraintendimento da parte del narratore. 15 A. RESCIGNO, commento a Plutarco. L eclissi degli oracoli cit., p. 330 n A. MANNHARDT, Wald- und Feldkulte: I. Der Baumkultus der Germanen und ihrer Nachbarsstämme, Berlin 1875, pp ; II. Antike Wald- und Feldkulte aus nordeuropäischer Überlieferung erläutert, Berlin 1877, pp ; A. TAYLOR, Northern Parallels to the Death of Pan, «Washington Univ. Studies» X, Humanistic Series n. 1 (1922), pp ; 18 Per queste ultime zone geografiche si vedano soprattutto i due articoli pubblicati su «Classica et Mediaevalia» 3 (1940) da I.M. BOBERG (Noch einmal die Sage vom Tode des grossen Pan, pp ) e da G. HERMANSEN (Der grosse Pan ist tot, pp ).

5 5 ridotta all essenziale (ma con innumerevoli varianti) 19, è la seguente: un attante umano (un contadino, un macellaio o altro) ode una voce misteriosa o incontra un personaggio (talvolta un essere demonico come un nano o un folletto) il quale gli chiede di recarsi in un determinato luogo e di annunziare a gran voce che qualcuno è morto (spesso si tratta di un entità connessa col mondo infero e/o stregonesco, come Roberto il Diavolo, protagonista di diverse leggende medievali, o il Re dei Gatti o la diabolica Salomè); all annunzio seguono pianti e lamenti di provenienza indeterminata, che atterriscono l ascoltatore e lo fanno fuggire. Quanto all origine di tali racconti e al loro rapporto con la tradizione classica, le conclusioni di Taylor lasciano la questione in sospeso, rimettendone la seconda parte agli antichisti, ma finiscono col proporre una spiegazione fondamentalmente razionalistica del fenomeno acustico che sta alla base di essi: «Why the story of the death message was attached to Pan and the problems wich this attachment raises in Greek mythology are still to be examined. Indeed, whether the northern tales are truly analogous to the Greek account is perhaps for the classical scholar to decide. The answer to that question, if it still needs to be answered, will not shake the truth of what has been arrived at here, viz., the voice of loud lament in these northern stories is an hallucination, an auditory illusion, and not a myth relating to the spirits of vegetation» 20. Con quest ultima affermazione Taylor si pone in netto dissenso con le conclusioni cui erano giunti quei sostenitori della tesi ritualistica che, come Mannhardt e Gerhard, avevano stabilito un rapporto fra la morte del dio e quella del personaggio ricorrente sotto diversi nomi nei racconti del folklore europeo. Peraltro c è da osservare che, soprattutto nella tradizione latina sono presenti diverse manifestazioni di voces profetiche, come quella che, secondo Virgilio si udì alla morte di Cesare 21 ; certe volte, come nel caso appena citato, esse sono di provenienza misteriosa, certe altre appartengono a deità agresti, come Fatuus 22, Pico e Fauno 23, quest ultimo comunemente assimilato allo stesso Pan. 4. L interpretazione cristiana Quasi tutti gli studiosi che si sono occupati dell enigmatico racconto plutarcheo sono concordi nel riconoscere, al di là delle differenti chiavi di lettura, che non si tratta di un episodio romanzesco, essendo la sua sostanziale veridicità comprovata, oltre che dalla personalità storica del testimone 24, anche dalla seconda parte del racconto stesso, quella che vede entrare in scena addirittura l imperatore Tiberio, indotto dalla sua superstiziosa curiositas prima a convocare presso di sé Thamus e poi a interrogare gli studiosi di mitologia 25 dei quali si circondava. L interesse di Tiberio per Pan era anche accresciuto dall identificazione di questo dio con la figura zodiacale del Capricorno, di cui il suo predecessore Ottaviano Augusto aveva fatto il proprio segno natale, facendone incidere l effigie sul retro di alcune monete che recavano il suo ritratto e assegnandolo come insegna a 19 Nel citato volume di Taylor (n. 16) il dettagliato elenco delle varianti, ordinate per zone geografiche, occupa le pp TAYLOR, Northern Parallels cit., p Vox quoque per lucos vulgo exaudita silentes / ingens (georg. 1, 478 s.). In effetti Virgilio non dice espressamente che la vox annunziasse l uccisione del dittatore, ma lascia intendere che così fosse. 22 Varr. Lat. 6, Ov. fast. 3, 285 ss. 24 Epiterse di Nicea è menzionato in Steph. Byz. s.v. Nivkaia; del figlio Emiliano si parla anche se in termini assai poco lusinghieri in Sen. contr. 10, 5, È forse questo il senso da attribuire all espressione tou;" peri; aujto;n filolovgou", in cui il termine lovgo" del composto potrebbe significare «racconto leggendario». Svetonio (Tib. 70) ricorda la vera e propria mania dell imperatore per le genealogie mitiche, su cui interrogava spesso gli eruditi (grammaticos) della sua corte con domande peregrine quali «chi era la madre di Ecuba» o «cosa cantavano di solito le Sirene».

6 6 delle legioni 26. Intrattenendo un ambiguo rapporto di attrazione-repulsione verso l astrologia 27, il successore di Augusto non poteva non attribuire alla notizia della morte di Pan un significato di minaccia per il suo potere, e si sentì rassicurato solo quando i filovlogoi lo convinsero che non si trattava del Pan cretese 28, fratello di latte di Zeus e suo alleato nella lotta contro i Titani, il quale per questo ebbe dal re degli dèi l onore del katasterismòs 29, ma di quello arcadico, figlio di un dio e di una donna mortale 30, e dunque soggetto egli stesso alla morte. Ci siamo di proposito soffermati sulla singolare reazione di Tiberio all annunzio della morte di Pan perché la figura di questo imperatore risulta particolarmente adatta a introdurre il nuovo filone interpretativo cui è intitolato il presente paragrafo. Senza arrivare al paradosso dantesco che colloca il «terzo Cesare» su un gradino superiore a tutti gli altri reggitori dell impero romano perché fu sotto il suo regno che Cristo venne crocifisso (Par. VI, 82-90), è pur vero che la sua figura sfuggente e per certi versi enigmatica si presta particolarmente a certe fascinose suggestioni cui anche alcuni studiosi non sono riusciti a sottrarsi. Ecco come Ph. Borgeaud commenta la diffusione della notizia riferita nel dialogo plutarcheo: «Un tel événement s inscrit dans le climat d une époque marquée par la frèquence des signes et des prodiges ainsi que par l importance, dans l Empire, de certains mouvements de type messianique révolutionnaire. Il parait certain que, dans un contexte de ce type, Tibère entendit parler aussi de la mort du Christ, c est-à-dire d un homme accusé de se prétendre roi, et que certains considéraient comme un dieu, exécuté en Judée sous le mandat du procurateur Pilate» 31. In questo clima ominoso si inserisce la tradizione, riferita da Tertulliano (apol. 5, 2), secondo la quale Tiberio, dopo aver ricevuto da Ponzio Pilato un informativa sul caso Gesù di Nazareth, l avrebbe sottoposta al senato col proprio parere favorevole (cum praerogativa suffragii sui) perché fosse riconosciuta la liceità della nuova religione; nonostante i senatori respingessero la proposta, il principe sarebbe rimasto nella sua opinione (Caesar in sententia mansit), minacciando addirittura di mandare sotto processo chi denunziava i cristiani (comminatus periculum accusatoribus Christianorum). Ovviamente la notizia è fantasiosa, ma di fatto ha contribuito ad accrescere le suggestioni di cui si diceva prima, anche in concomitanza con quella plutarchea sull interesse di Tiberio per l annunciata morte del Grande Pan, una coincidenza su cui così si esprime ancora Ph. Borgeaud: «Que la rumeur annonçant la mort du grand Pan soit parvenue aux oreilles d un empereur qu a dû 26 In realtà il princeps era nato sotto il segno della Bilancia (23 settembre del 63 a.c.), ma scelse come suo segno ufficiale il Capricorno perché astrologicamente associato a doti come la fermezza di carattere e la prontezza di decisione, con lo specioso pretesto di essere stato concepito nel mese di gennaio. I successori di Augusto, a cominciare da Tiberio, mantennero il Capricorno come simbolo imperiale. 27 Svetonio (Tib. 69) definisce Tiberio «dedito all astrologia» (addictus mathematicae) dopo aver ricordato (Tib. 36) che fece prima espellere gli astrologi (mathematicos), ma poi, cedendo alle loro suppliche, li perdonò (veniam dedit). Si veda anche Tac. ann. 2, 32, dove si parla di delibere senatorie de mathematicis magisque Italia pellendis emanate sotto il suo principato 28 Su questa figura divina, che si basa sull equazione Pavn = Zavn, si veda A.B. COOCK, Zeus, II.1, Cambridge 1925, pp Questo Pan è menzionato negli Aratea di Germanico ai vv , un passo che non trova riscontro nell originale greco ed è stato palesemente interpolato dal traduttore latino per motivi di propaganda politica: in esso l espressione divorum laetior aetas (v. 555), riferita al regno di Giove, allude infatti anche a quello di Augusto, la cui apoteosi astrale è descritta immediatamente dopo (vv ). 30 Nello pseudo-omerico Inno a Pan (v. 34) il dio è frutto dell unione di Ermes con una nuvmfh/ ejuüplokavmw/, in cui il sostantivo nuvmfh potrebbe però significare semplicemente «fanciulla»; di essa si cita solo il nome della madre, Driope. Quanto alla Penelope di cui si parla in Plutarco, già in Erodoto (2, 145) essa è ricordata come madre di Pan, ma non è chiaro se sia da identificarsi con la moglie di Odisseo o con un omonima ninfa. La prima delle due possibili versioni si trova nei Dialoghi degli dèi di Luciano (2 [22]), ma risale a Duride di Samo (FgrHist 76 F 21), il quale affermava che Pan sarebbe nato dal rapporto sessuale di Penelope con tutti i pretendenti. 31 BORGEAUD, La mort du grand Pan cit., p. 11.

7 7 préoccuper (pur des raisons politiques évidentes, vu la situation tendue de la Palestine à l époque) l avènement d un dieu nouveau, mort (et ressuscité) sous son règne, cela constitue une coïncidence troublante» 32. Circa un secolo dopo Tertulliano, Eusebio di Cesarea riprendendo il tema della morte di Pan nella sua Praeparatio evangelica (5, 17), la collega esplicitamente a quella salvifica di Cristo, avvenuta nello stesso periodo (katav Tibevrion) nel quale oj hjmevtero" Swthvr [ ] pa'n gevno" daimovnwn ejxelauvnein tou' tw'n ajnqrwvpwn ajnagevgraptai bivou, w{ste h[dh tina;" tw'n daimovnwn gonupetei'n aujto;n kai; ijketeuvein mh; tw'/ perimevnonti aujtou;" Tartavrw/ paradou'nai. Secondo questa interpretazione del brano plutarcheo, «la mort du grand Pan symboliserait donc, vu aussi le jeu de mots pa'n gevno" que semble faire Eusèbe, la défaite de l esprit du mal raprésenté par le divers démons» 33, alcuni dei quali rivolgerebbero al Cristo trionfante suppliche lamentose (lo stenagmo;" di cui parla Epiterse) per non essere da lui precipitati negli inferi. Si badi bene che Eusebio, come si è detto, instaura un rapporto cronologico fra la morte di Pan (cioè degli dèi pagani) e quella di Cristo, che apre la via alla salvezza del genere umano ed è inoltre annullata dalla sua resurrezione, ma non spinge la sua lettura simbolica dell episodio fino a identificare lo stesso Gesù col dio morto dell annunzio. Ciò è invece quello che faranno diversi autori successivi, il primo dei quali è imprevedibilmente l eterodosso e dissacratore François Rabelais 34. Nel quarto libro del Pantagruel (cap. 28) il protagonista narra «une pitoyable histoire touchant le trespas des Heroes», la quale altro non è se non la traduzione quasi letterale del brano plutarcheo 35 ; alla narrazione si accompagna il seguente commento: «Toutes foys je le interpreteroys de celluy grand Servateur des fideles, qui feut en Judée ignominieusement occis par l envie et iniquité des Pontifes, docteurs, presbtres, et moines de la loi Mosaïcque. Et ne me semble l interpretation abhorrente: car à bon droict peut il estre en languaige Gregoys dict Pan, veu que il est le nostre tout, tout ce que sommes, tout ce que vivons, tout ce que avons, tout ce que esperons est luy, en luy, de luy, par luy. C est le bon Pan, le grand pasteur, qui, comme atteste le bergier passioné Corydon, non seulement a en amour et affection ses brebis, mais aussi ses bergiers. A la mort duquel feurent plaincts, souspirs, effroys, et lamentations en toute la machine de l Univers, cieulx, terre, mer, enfers. A ceste miene interpretation compete le temps, car cestuy tresbon, tresgrand Pan, nostre unique Servateur, mourut lez Hierusalem, regnant en Rome Tibere Cæsar» 36. Come si vede, Rabelais rovescia la lettura eusebiana dell episodio, a partire dal senso paretimologico del nome Pan, che l autore della Storia ecclesiastica intende come riferito a tutti i dèmoni, mentre quello del Gargantua interpreta come «le nostre tout»; Rabelais piega inoltre i tratti bucolici di Pan all iconografia evangelica del Buon Pastore (assimilandolo addirittura al Coridone virgiliano), e interpreta i pianti e i lamenti seguiti all annunzio come quelli dell intero universo che piange sulla morte del Salvatore, laddove per Eusebio sono dovuti ai dèmoni che 32 Ibid., p. 11 s. 33 SOURY, La démonologie de Plutarque cit., p In realtà non pochi commentatori moderni di Rabelais identificano l interpretazione dell autore di Gargantua con quella di Eusebio (così ad es. M. Boulenger nelle note all edizione da lui curata per la Bibliothèque de la Pléiade, Paris 1934), ma come scrive A.J. KRAILSHEIMER, Rabelais and the Pan Legend, «French Studies» 2 (1948), p. 158, «this association between Eusebius and Rabelais is misleading». Dello stesso autore si veda anche l articolo The Signifiance of the Pan Legend in Rabelais Thought, «The Modern Language Rev.» (1961) 56.1, pp Il brano viene portato come esempio delle qualità di traduttore di Rabelais da J. PLATTARD, L Œuvre de Rabelais. Sources, inventions et composition, Paris 1910, p Il passo è citato secondo l edizione di P. JOURDA, Le quart livre des faicts et dicts héroïques du bon Pantagruel, in Rabelais. Œuvres complètes, Tome II, Paris 1962, p. 124 s.

8 8 implorano Cristo di non precipitarli nell abisso del Tartaro. Al di là delle profonde differenze che le separano, le due interpretazioni hanno però in comune, come osserva R. Flacelière, «qu elles attribuent à l annonce de la mort du grand Pan une valeur de révélation surnaturelle en liaison avec l apparition du christianisme» 37 : sarà questa la chiave di lettura che caratterizzerà le numerose riprese della leggenda nei secoli successivi. 5. Pan e Cristo Buon Pastore nella letteratura europea fra XVI e XVII secolo. L identificazione di Pan con Cristo è senz altro legata al nome di Rabelais, anche per la fortuna che ebbe il suo romanzo, ma già nel secolo precedente l umanista Paolo Marsi (Paulus Marsius) nel suo commento latino ai Fasti di Ovidio (I, 397) 38 riferiva una tradizione, attribuita a non meglio specificati viri sanctissimi, secondo la quale l episodio narrato da Plutarco sarebbe avvenuto xix anno Tiberii, quo quidem Christus passus est e che la voce udita a Paxos non si sarebbe riferita al dio Pan, ma avrebbe annunziato che totius et universae naturae dominus passus erat, in base alla diffusa paretimologia che assimilava Pavn a pan'. Nello stesso secolo XVI vi sono altri esempi meno noti che propongono la medesima chiave di lettura del brano plutarcheo, come quello contenuto nel Christianae Philosophiae Praeludium dell umanista francese Guillaume Bigot (G. Bigotius) 39 e presente anche in due opere dell astronomo e poligrafo Guillaume Postel (G. Postelius) 40. Questi scritti sono certo antecedenti al IV libro del Pantagruel (pubblicato nel 1552), ma rimane dubbio se Rabelais li conoscesse e ne fosse stato dunque influenzato 41. Significativo appare, comunque, che Postel, citando a memoria il brano di Plutarco, lo modifichi leggermente proprio nel punto in cui viene riferito il fatidico annunzio, non solo usando l aoristo ajpevqane anziché il perfetto tevqnhken, ma aggiungendo anche il vocabolo qeov", come fa Rabelais («Pan le grand Dieu estoit mort»): quum fueris juxta Palodes clama toto conatu o{ti Pa~n qeo;" ajpevqane, e interpretando la frase come Deus universitatis obiit 42. Quanto al testo di Bigot, si deve a Plattard l dentificazione di «deux détails communs aux récits de Bigot et de Rabelais, et étrangers à Plutarque» 43 : si tratta dell ancoraggio a Paxos (Bigot: cum prope insulam nomine Paxon anchoram navem fixisset = Rabelais: «estant là abourdée») e del particolare relativo ad alcuni dei passeggeri addormentati (Bigot: aliis vero dormientibus = Rabelais: «aulcuns des voyagiers dormans»). Non è comunque nostro proposito addentrarci nell intricatissima questione, qui appena accennata, riguardante la vera origine dell equazione Pan = Cristo, comunemente attribuita all autore del Gargantua, e per la quale rimandiamo ai già citati studi di Krailsheimer, Plattard e Screech (si vedano le nn. 34, 35 e 41): basterà solo dire che il punto di intersezione tra le due figure è dato, oltre che dal brano plutarcheo, anche dall immagine del Buon Pastore contenuta nel verso virgiliano (ecl. 2, 33) Pan curat oves oviumque magistros, assimilabile per facile allegoria a quella evangelica. Uno dei primi esempi su questo versante interpretativo è rappresentato da alcuni versi contenuti nella raccolta bucolica del poeta elisabettiano Edmund Spenser Shepheardes 37 R. FLACELIÈRE, Plutarque. Œuvres morales, Tome VI: Dialogues Pythiques, Paris 1974, p P. Ovidii Nasonis Fastorum libri cum commentario Pauli Marsi, Venetiis G. BIGOTIUS, Christianae Philosophiae Praeludium, IV, Tolosae 1549, p. 442 s. 40 G. POSTELIUS, De orbis terrae concordia, I.7, Lutetiae 1544, p. 50; De Etruriae regionis originibus, Florentiae 1551, p Uno studio approfondito sull argomento è in M.A. SCREECH, The Death of Pan and the Death of Heroes in the fourth Book of Rabelais. A Study in Syncretism, «Bibliothèque d Humanisme et Renaissance. Travaux et documents» 17 (1955), pp (ora in EIUSD., Some Renaissance Studies: Selected Articles with a Bibliography, ed. by M.J. Heath, Genève 1992, pp ). 42 POSTELIUS, De Etr. reg. cit., p PLATTARD, L Œuvre de Rabelais cit., p. 292 s. n. 2.

9 9 Calender (1579). Nell ecloga intitolata Julye si legge (v ): And wonned not the great God Pan upon mont Olivet: Feeding the blessed flocke of Dan, which dyd himselfe beget? L identificazione di Pan con Cristo quale Buon Pastore è del tutto evidente, ma l espressione «the great God Pan» sembrerebbe rimandare anche all oj mevga" Pa;n del brano plutarcheo, probabilmente attraverso la mediazione del «Pan le grand Dieu» di Rabelais. Quasi contemporaneamente a Spenser, il poeta francese Pierre De Ronsard riprende invece il tema dell identificazione fra Pan e il Demonio. Nel VII dei suoi Hymnes (Les Daimons, 1555) alcuni degli Angeli ribelli sobillati da Lucifero si trasformano (vv ) en Dryades des bois, en Nymphes, et Napées, en Faunes bien souvent, en Satyres, et Pans, qui ont le corps pelu, marqueté comme Fans, ils ont l orteil de Bouc, et d un Chevreil l oreille, la corne d un Chamois et la face vermeille comme un rouge Croissant Soprattutto negli ultimi due versi il viso vermiglio dei Pani, paragonato alla Mezzaluna rossa, fonde probabilmente il colore dello sconcio Priapo (il ruber custos degli orti ricordato in Tib. 1, 1, 17), col simbolo anticristiano per eccellenza, tanto che nei versi finali dello stesso inno il poeta invoca Dio perché ricacci questi esseri demoniaci «loing de la Chrestienté, dans le païs des Turcz». Nel successivo secolo XVII John Milton ripropone invece l dentificazione tra Pan e Cristo nell elegia On the Morning of Christ s Nativity (1629), dove c è una sorta di contaminatio fra i pastori della poesia bucolica e quelli del Presepe (vv ): The Shepherds on the lawn, Or ere the point of dawn, Sate simply chatting in a rustic row; Full little thought they than, That the mighty Pan Was kindly com to live with them below. Più tardi lo stesso Milton nel IV libro del suo Paradise Lost (v ) inserirà nel Giardino dell Eden la figura di un «Universal Pan», il quale non è ovviamente Cristo, ma rientra pur sempre nell intento generale del poema, che è quello di conciliare tradizione poetica pagana e verità teologica cristiana: Universal Pan Knit with the Graces and the Hours in dance Led on th Eternal Spring 44. Questi alcuni dei numerosi esempi 45 che dimostrano come fra i secoli XVI e XVII 44 Tutta la descrizione sarà poi ripresa da Ippolito Pindemonte in una fedele traduzione della quale riportiamo i versi appena citati: «E intanto Pan, l universal Rettore / Con l Ore e con le Grazie unito in danza / Guida appo sé la Primavera eterna» (in Le prose e poesie campestri d Ippolito Pindemonte, con l aggiunta d una dissertazione su i giardini inglesi e sul merito in ciò dell Italia, Verona 1817, p. 248). 45 Per un elenco più ampio e ragionato di testi si veda P. MERIVALE, Pan the Goat-God. His Myth in Modern Times, Cambridge, Massachussets Il volume (che tratta della figura di Pan in generale e non solo della sua morte ), si sofferma però prevalentemente sugli autori di lingua inglese (che in verità si sono dedicati in maggior numero a questo tema). A sua parziale integrazione si può consultare il succinto articolo di L. KARL, Sur la mort de Pan dans Rabelais et quelques versions modernes, in Mélanges offerts à M. Emile Picot membre de l Institut par ses amis et ses élèves, I,

10 10 continuino a coesistere le due opposte visioni cristiane del dio dei pastori. Tuttavia tali testi prescindono in genere dal motivo della sua morte annunziata sotto il regno di Tiberio, motivo da cui si erano originate le due diverse interpretazioni, anche se talvolta lo presuppongono. 6. La morte di Pan nella letteratura europea: dal XIX al XX secolo. Nel 700 il prevalere del gusto arcadico e classicheggiante si traduce in genere nel ritorno a una visione tradizionale e oleografica di Pan, sfrondata dalle implicazioni allegoriche e mistiche che l avevano caratterizzata in precedenza. In ogni caso non vi trova quasi nessuno spazio il motivo plutarcheo della morte del dio 46. È col Romanticismo che torna a risuonare l inquietante grido da cui erano stati turbati i passeggeri della nave guidata da Thamus. In un frammento dell incompiuto poema Aristomenes datato settembre , Byron riprende il motivo plutarcheo del silenzio degli dèi e cita in maniera esplicita il racconto di Epiterse: The Gods of old are silent on their shore. Since the great Pan expired, and through the roar of the Ionian waters broke a dread voice which proclaimed the Mighty Pan is dead. Nel verso che segue l autore rimpiange il mondo felice perito insieme al dio («How much died with him!»), ed è questo un motivo comune a tutta la generazione dei poeti romantici di ispirazione classica, quella stessa che in Italia trova il suo maggiore esponente in Foscolo, così come in Inghilterra in Keats e Shelley 48 e in Germania in Schiller e Hölderlin. Il manifesto di questo struggente anelito verso l Ellade perduta, quello stesso che più tardi Carducci chiamerà felicemente «un desiderio vano de la bellezza antica» (Nella piazza di San Petronio, v. 20), può essere considerata la lirica di Schiller Die Götter Griechenlands, che risale al 1788, ma preannunzia già il nuovo clima culturale di cui si è appena detto. In essa non c è un esplicito riferimento a Pan, ma nell VIII strofe la descrizione dello sfrenato corteo dionisiaco di cui fanno parte Fauni e Satiri evoca in qualche modo la sfera più inquietante della religiosità ellenica, quella cui appartiene anche il dio semiferino dalla prorompente sessualità: Das Evoe muntrer Thyrsusschwinger und der Panther prächtiges Gespann meldeten den großen Freudebringer, Faun und Satyr taumeln ihm voran; um ihn springen rasende Mänaden, ihre Tänze loben seinen Wein, und des Wirthes braune Wangen laden lustig zu dem Becher ein. Non è comunque un caso che proprio dai versi di Schiller tragga origine, per ammissione della stessa autrice, uno dei più celebri testi in lingua inglese dedicati al tema della morte di Pan, la lunga ballata The Dead Pan di Elizabeth Barrett Browning (1844). Nella nota introduttiva che la precede la lirica essa cita come fonti della sua ispirazione sia il Paris 1923, pp Una delle poche eccezioni, che riguarda però l ambito musicale, è rappresentata dall opera lirica Der Tod des großen Pan, musicata da Georg Bronner su testo di Heinrich Hinsch agli inizi del secolo (1702). 47 Il frammento venne pubblicato nel 1901 da E.H. Coleridge in Works of Lord Byron, I, London & New York, p. 566 (vd. MERIVALE cit., p. 253 n. 36). 48 È significativo che entrambi questi poeti abbiano scritto un inno dedicato a Pan: un Hymn to Pan Keats (nel poema Endymion) e un Hymn of Pan Shelley. In nessuno dei due testi si fa comunque riferimento alla morte del dio, che è visto piuttosto in modo assai simile all «Universal Pan» di Milton.

11 11 poeta tedesco, sia «a well-known tradition mentioned in a treatise of Plutarch», cui attribuisce però arbitrariamente la concomitanza fra l echeggiare del fatidico grido e «the hour of the Saviour s agony». Scopo della Browning è infatti quello di contestare le nostalgie paganeggianti di Schiller in nome della visione cristiana, in cui la morte di Pan simboleggia quella degli antichi dèi: «It is in all veneration to the memory of the deathless Schiller that I oppose a doctrine still more dishonouring to poetry than to Christianity» 49. La lirica della Browning è formata da 39 strofe di sei versi ciascuna, concluse sempre dal refrain «Pan, Pan is dead» o da sue variazioni quali «Great Pan is dead», «Since Pan is dead», «Now Pan is dead», «Then Pan was dead» e altre simili. Per lungo tratto il lamento viene riferito agli stessi dèi pagani, menzionati in un prolisso catalogo, i quali nella morte di Pan piangono anche il loro stesso crepuscolo. Del lungo componimento riportiamo qui solo due strofe particolarmente significative; quella iniziale, dove alcuni dettagli (il silenzio degli dèi, il paesaggio marino) rimandano al passo di Plutarco, e la XXVII (vv ), in cui la morte di Pan viene fatta cronologicamente coincidere con quella di Cristo sulla croce, esclusa ovviamente ogni identificazione fra le due figure: I. Gods of Hellas, gods of Hellas, Can ye listen in your silence? Can your mystic voices tell us Where ye hide? In floating islands, With a wind that evermore Keeps you out of sight of shore? Pan, Pan is dead XXVII. T was the hour when One in Sion Hung for love s sake on a cross, When his brow was chill with dying, And his soul was faint with loss; When his priestly blood dropped downward And his kingly eyes looked throneward, Then, Pan was dead. Su Elizabeth Browning esercitarono probabilmente un certo influsso anche alcune pagine di Heinrich Heine originariamente contenute in Heligoland Journal e scritte nel luglio del 1830, al tempo della sua polemica con Ludwig Börne 50. In esse la nostalgica evocazione di Schiller si mescola alla consapevolezza che il sangue versato da Cristo sul Golgota ha ucciso per sempre gli antichi dèi, primo fra tutti Pan, sulla cui morte egli riporta poi la versione riferita da Plutarco: «Welch ein Heilquell für alle Leidende war das Blut, welches auf Golgatha floß! Die veißen marmornen Griechengötter wurden bespritz von diesem Blute und erkrankten vor innerem Grauen und konnten nimmermehr genesen! Die meisten freilich trugen schon längst in sich 49 Fra l altro la poetessa tenne presente la libera parafrasi del testo schilleriano composta da J.B. Kenyon (il quale, ignaro del tedesco, l aveva condotta su una letterale traduzione inglese); in questa parafrasi il nome di Pan (che, come si è detto, non compare in Schiller) viene arbitrariamente (ed enfaticamente) introdotto da Kenyon nella strofa finale, del tutto assente nel testo originale: «Idalian Smiles! Jove s lofty brow! / Pan! the Wood-nymphs! all are gone! / Bright as ye were, bright Fictions! now / Ye live in Poet s dream alone». Scritta intorno al 1842, la parafrasi venne poi inserita dallo stesso Kenyon nella sua raccolta poetica in A Day at Tivoli, with Oder Verses, London 1849, pp Sull argomento cfr. il cap. Henrich Heine und die Bible, in G. HARTUNG, Juden und deutsche Literatur, Leipzig 2006, pp

12 12 das verzehrende Siechtum, und nur der Schrek beschleunigte ihren Tod. Zuerst starb Pan. Kennst Du die Sage, wie Plutarch sie erzählt? Diese Schiffersage des Altertums ist höchst merkwürdig 51». Un eco di Heine (ne è forse spia intertestuale la ripresa dell aggettivo «marmoreo») si ha anche in Théophile Gautier, il quale fa pure lui coincidere morte di Pan e avvento di Cristo in Bûchers et Tombeaux del 1852 (vv ): Des dieux que l art toujours révère trônaient au ciel marmoréen; mais l Olympe cède au Calvaire, Jupiter au Nazaréen; Une voix dit: Pan est mort! L ombre s étend. Comme sur un drap noir, sur la tristesse immense et sombre le blanc squelette se fait voir. Negli ultimi decenni del secolo Oscar Wilde riprende nella lirica Santa Decca 52 il tema della morte di Pan e degli altri dèi, cui è succeduto un nuovo sovrano «figlio di Maria» (vv. 1-8): The Gods are dead: no longer do we bring to grey-eyed Pallas crowns of olive-leaves! Demeter s child no more hath tithe of sheaves, and in the noon the careles shepherds sing for Pan is dead, and all the wantoning by secret glade and devious haunt is o er: young Hylas seeks the water-springs no more; Great Pan is dead, and Mary s Son is King. Ma forse gli dèi non sono scomparsi del tutto, perché alcuni di essi potrebbero vivere ancora, celati negli elementi del mondo naturale («Some God lies hidden in the asphodel», v. 10), benché proprio il riferimento all asfodelo «seems to negate this hope in so far as it emphasizes the gulf between man and the Pagan gods, who are either with the dead, dwelling on the plains of asphodel in the Underworld, or hiding among the asphodel flowers on earth, which are also associated with death» 53. All inizio del nuovo secolo Ezra Pound compone l ennesima lirica intitolata Pan is Dead, compresa nella silloge Ripostes (1915). Essa è un vero e proprio threnos amebeo nel quale una schiera di fanciulle viene invitata a piangere col capo chino la morte del dio e a intrecciare corone in suo onore (vv. 1-3): Pan is dead. Great Pan is dead. Ah! Bow your heads, ye maidens all, and weave ye him his coronal. Si tratta di un palese riecheggiamento del frammento di Saffo (140 Voigt) in cui Afrodite esorta un coro di ragazze a innalzare il lamento rituale sulla morte di Adone; ma nella seconda strofa la risposta delle giovani anticipa singolarmente il motivo della terra desolata, quella Waste Land che sette anni dopo avrebbe dato il titolo al celebre poema di Thomas Stearns 51 HEINRICH HEINE, Ludwig Börne. Eine Denkschrift, Zweites Buch, in Sämtliche Werke. Historisch-kritische gesamtausgabe der Werke, Bd. 11, Hamburg 1978, p. 43. La lettera è datata «18 ten Julius 1830». 52 Composta durante il soggiorno del poeta a Corfù, è compresa nella raccolta antologica Poems del Il titolo allude al nome di un monte di quell isola. 53 L. GRENCH, From Propery to Paganism: Oscar Wilde in Greece, in A. MACKAY (ed.), Australasian Soc. for Class. Studies Annual Conference 32 nd (24-27 Jan. 2011), Univ. of Auckland 2011, p. 3 (http: www. ascs. org.au/news/ascs 32/).

13 13 Eliot, da questi dedicato proprio a Pound, dantescamente definito «il miglior fabbro»: There is no summer in the leaves, and withered are the sedges; how shall we weave a coronal, or gather floral pledges? Nella rassegna per forza di cose parziale che siamo andati facendo, oltre a privilegiare, come già detto, gli autori più noti, si è riservato maggiore spazio ai poeti. Per i prosatori rimandiamo ai due capitoli del volume, più volte citato, di Patricia Merivale: The Benevolent Pan in Prose Fiction (pp ) e The Sinister Pan in Prose Fiction (pp ), ma riteniamo opportuno accennare, se non altro per la statura letteraria del suo autore, al saggio di David Herbert Lawrence Pan in America (1924). Eccone l incipit, che muove proprio dal racconto plutarcheo della morte di Pan: «At the beginning of the Christian era, voices were heard off the coasts of Greece, out to sea, on the Mediterranean, wailing: Pan is dead! Great Pan is dead!. The father of fauns and nymphs, satyrs and dryads and naiads was dead, dead, with only the voices in the air to lament him. Humanity hardly noticed». In realtà, come osserva la Merivale, «Lawrence is far more interested in Pan s rebirth than in his dead» 54, giacché nella sua Weltanschauung paganeggiante e vitalistica, venata di simpatie politiche totalitarie che lo fecero addirittura guardare con favore al fascismo, il dio risorto diventa il simbolo di un ritorno alla natura, liberata dalle scorie della cosiddetta civiltà borghese, una condizione quasi edenica che egli ritrova nei nativi americani del New Mexico, fra i quali Pan è ancora vivo. Un motivo, questo, che è stato ripreso e riferito alla natia India dalla poetessa contemporanea Sujata Bhatt (n. 1956) 55 nella lirica A different Story, uno dei testi più recenti sul tema della morte di Pan (vv. 1-8): Great Pan is not dead; he simply emigrated to India. Here, the gods roam freely, disguised as snakes or monkeys; every tree is sacred and it is a sin to be rude to a book. 7. «Il gran Pan non è morto» in D Annunzio. Il motivo della morte di Pan, che si è visto assai presente nelle moderne letterature europee a partire da Rabelais, non trova il medesimo spazio in quella italiana. La stessa figura del dio dei boschi non risulta fra le più ricorrenti nelle infinite riprese del mito classico e dei suoi protagonisti divini dovute ai nostri autori, e ciò vale in linea di massima anche per la poesia pastorale, più propensa a popolare i suoi pascoli e le sue selve di satiri e di ninfe, riservando a Pan il ruolo di deus otiosus. Del tutto assente nell Aminta del Tasso, il nume capripede compare nell Arcadia di Sannazzaro con i tratti stereotipati della tradizione bucolica 56, tratti che conserverà per lo più anche nella poesia successiva. Così nessuna eco trovano le due opposte interpretazioni che vedevano nella morte di Pan quella di Cristo o quella dei dèmoni pagani. L unica lettura in chiave di sovrasenso (legata alla già ricordata 54 MERIVALE cit., p La raccolta poetica più recente è Point No Point: Selected Poems, Manchester Si possono citare a mo di esempio i vv dell ecloga IX: «E l semicapro Pan alza le corna / a la sampogna mia sonora e bella, / e corre e salta e fugge e poi ritorna».

14 14 paretimologia Pavn = pa'n), è quella di matrice neoplatonica dovuta a pensatori come Marsilio Ficino, che vede nella deità dei boschi e dei pascoli il simbolo stesso del cosmo, come poi sarà l «Universal Pan» di Milton: era questo il tema allegorico del dipinto di Luca Signorelli «Il regno di Pan» o «La scuola di Pan» (1490 c.ca), commissionato al pittore da Cosimo de Medici e andato distrutto durante il secondo conflitto mondiale. Un eco di tale visione misticheggiante si ha anche in un passo del Pastor fido di Battista Guarini, nel quale un Satiro invoca il nume come «o Pan Liceo, / o Pan che tutto se, che tutto puoi» (vv ). Il primo riferimento, anche se indiretto, alla morte di Pan si trova in Carducci, che già aveva cantato il dio come «Pan l eterno» nella celebre lirica Davanti a San Guido (1874) 57. Si tratta del quarto e ultimo sonetto di una corona dedicata a Nicola Pisano e composta nel marzo del 1893 (in Rime e ritmi), nel cui verso finale si legge «o terra, o ciel, o mar, Pan è risorto» 58. In verità non è affatto sicuro che questa resurrezione del dio alluda alla leggenda della sua morte narrata nel passo plutarcheo, giacché potrebbe essere solo una variante del concetto generale già espresso dal poeta circa vent anni prima nella seconda delle Primavere elleniche, la Dorica (in Rime nuove), a proposito del sonno in cui giacciono gli dèi pagani dopo l avvento del cristianesimo, sonno da cui può ridestarli solo la poesia 59. A Plutarco fa invece esplicito riferimento appena sei anni dopo (1899) 60 Gabriele D Annunzio nella lirica L annunzio, la quale, insieme col componimento in terzine dantesche Alle Pleiadi e ai Fati che la precede, costituisce una sorta di preludio all intero corpus delle Laudi. Un riferimento allusivo al maestro Carducci è presente soprattutto nella prima delle due poesie, dove Cristo, cui viene contrapposto in chiave superomistica Odisseo, è apostrofato col dispregiativo etnico «Galileo» 61, lo stesso usato dal poeta maremmano in Alle fonti del Clitumno 62. Ma nella terzina iniziale c è anche una citazione plutarchea destinata a diventare uno dei motti più noti fra quelli che costellano l eroica Weltanschauung del Poeta- Soldato: «Gloria al Latin che disse: «Navigare / è necessario; non è necessario / vivere». A lui sia gloria in tutto il mare!». Si tratta della frase che Plutarco nella Vita di Pompeo (50, 2) attribuisce al condottiero romano, il quale l avrebbe rivolta ai suoi nocchieri, restii a salpare per timore del mare agitato: «plei'n ajnavgkh, zh'n oujk ajnavgkh». Ancora più marcata risulta, come si diceva, la presenza plutarchea ne L annunzio, il cui titolo fa anche da senhal con gusto assai discutibile al nome dell autore 63, come è già chiaro nei versi iniziali del lungo componimento: Udite, udite, o figli della terra, udite il grande 57 «E Pan l eterno che su l erme alture / a quell ora e ne i pian solingo va / il dissidio, o mortal, delle tue cure / ne la diva armonia sommergerà» (vv ). 58 Singolare, anche se quasi certamente casuale, è la corrispondenza fra l invocazione rivolta agli elementi naturali (terra, cielo, mare) da Carducci e la menzione assai simile che ne fa il poeta inglese Roden Noel nella lirica Pan (in A Modern Faust and Other Poems, London 1888): «Pan is not dead, he lives for ever! / Mere and mountain, forest, seas, / Ocean, thunder, rippling river, / All are living Presences» (vv. 1-4). 59 «Muoiono gli altri dèi: di Grecia i numi / non sanno occaso; ei dormon ne materni / tronchi e ne fiori, sopra i monti i fiumi / i mari eterni. / A Cristo in faccia irrigidì ne i marmi / il puro fior di lor bellezze ignude: / ne i carmi, o Lina, spira sol ne i carmi / lor gioventude» (vv ). 60 Ricavo la data precisa della composizione da P. GIBELLINI, La storia di «Alcyone», in Logos e mythos. Studi su Gabriele D Annunzio, Firenze 1985, p «O Galileo, / men vali tu che nel dantesco fuoco / il piloto re d Itaca Odisseo» (vv ). 62 «[Roma] Più non trionfa, poi che un galileo / di rosse chiome il Campidoglio ascese, / gittolle in braccio una sua croce, e disse / Portala, e servi.» (vv ). Ancora più esplicita è la ripresa che D Annunzio fa di questi versi nel Saluto al Maestro (cioè allo stesso Carducci) nella parte finale di Maia: «e la croce del Galileo / di rosse chiome, gittata / sarà nelle oscure favisse / del Campidoglio, e finito / nel mondo il suo regno per sempre (vv ). 63 Nel frontespizio di una raccolta manoscritta datata 1899, che comprende alcune liriche destinate a confluire nell Alcyone (fra cui La sera fiesolana), si legge questa dedica francescana a Eleonora Duse: Incipiunt Laudes creaturarum quas fecit Gabriel Nuncius ad laudem et honorem divinae Heleonorae. Sull argomento si veda B. PALMERIO, Con D Annunzio alla Capponcina, Firenze 1938, p. 79 e A. FORTINI, D Annunzio e il francescanesimo, Assisi 1963, p. 80.

15 15 annunzio ch io vi reco sopra il vento palpitante con la mia bocca forte! uditemi! Udite l annunziatore di lontano che reca l annunzio del prodigio meridiano L imperativo «udite» continua a scandire il seguito della poesia, rivolto prima ai contadini («o figli della terra» al v. 1) e poi ai marinai («o figli del Mare» al v. 32) e accompagnato da una lunga serie di esortazioni relative agli erga che contrassegnano i due gruppi e che il poeta circonfonde quasi di un aura liturgica (e.g. «Ornate di purpuree bende il giogo oneroso» al v. 22 e «Gittate le reti su i giardini del Mare» al v. 44). Finalmente, a partire dal v. 63 inizia a farsi chiaro il contenuto dell annunzio tante volte evocato e sempre rinviato allo scopo di creare un atmosfera di trepidante attesa (vv ): Mentì, mentì la voce dinanzi alle dentate Echìnadi tonante nella calma d estate verso la nave. Il giorno spegneasi entro quell acque, fumido; come una pira ardea Paxo; Achelòo, pensoso di Deianira e del divelto corno dalla forza d Eràcle nell iterata lotta, respirava per la sua vasta bocca nel mare e sola la sua brama era intorno. O padre fecondatore dei piani, re violento, atroce sposo, testimonio eterno sei tu. Mentì la voce che gridò: «Pan è morto!». Che D Annunzio abbia letto il passo di Plutarco e che a esso faccia diretto riferimento lo testimoniano le precise coordinate spazio-temporali citate nei versi: le Echinadi 64, Paxos, la stagione estiva, il crepuscolo. Fra l altro, proprio quei luoghi danno al poeta l occasione per una rapida (e in verità alquanto greve) digressione mitologica sull uccisione di Nesso, avvenuta a opera di Eracle mentre il Centauro, dopo aver rapito Deianira, attraversava il fiume Acheloo, che sfocia proprio nel golfo di Patrasso, dinanzi alle isole Echinadi 65. Segue (vv ) una lunga descrizione della magica ora meridiana, quella stessa entro cui saranno collocate tante liriche di Alcyone (basti pensare a Meriggio), e ancora una volta l effetto di Spannung si prolunga e si dilata fino a raggiungere la sua acme nell incombere ormai prossimo di una prodigiosa epifania (vv ): Tutto era silenzio, luce, forza, desìo. L attesa del prodigio gonfiava questo mio cuore come il cuor del mondo. Ed ecco che la voce menzognera udita tanti secoli prima da Thamus viene ora smentita da un nuovo sconvolgente e veridico annunzio che fa tremare il poeta e tutte le creature, così come in Omero al cenno di Zeus trema l intero Olimpo 66 (vv ): 64 Mi pare sia sfuggito ai commentatori che le «dentate Echinadi» rimandano a due ipotesti carducciani di Rime e ritmi fra di loro contaminati : le «dentate scintillanti vette» dell incipit di Piemonte e i vv di Cadore in cui viene rievocata la vittoria della flotta veneziana sui Turchi presso le isole Curzolari (moderno nome delle Echinadi) nel 1571: «le nere selve, // che pini al vecchio San Marco diedero / turriti in guerra giù tra l Echinadi». L epiteto si spiega con la conformazione frastagliata delle coste di tali isole, il cui nome antico deriva appunto da ejci'no" «riccio». 65 È comunque probabile che alla lettura del passo plutarcheo D Annunzio sia giunto attraverso il riferimento che a esso fa Nietzsche in un luogo della sua celebre opera La nascita della tragedia: «e come una volta ai tempi di Tiberio i naviganti greci udirono salire da un isola solitaria un grido di sgomento: il gran Pan è morto!, così ora un suono di cordoglio echeggiò pel mondo ellenico: la tragedia è morta! (trad. it. di P. CHIARINI, Roma-Bari , p. 106). 66 «Disse, e con le nere sopracciglia il figlio di Kronos fece un cenno: / le splendide chiome del sovrano ondeggiarono /

16 16 E dal culmine dei cieli alle radici del Mare balenò, risonò la parola solare: Il gran Pan non è morto! Tremarono le mie vene, i miei capelli, e le selve, le messi, le acque, le rupi, i fuochi, i fiori, le belve. Il gran Pan non è morto! Tutte le creature tremarono come una sola foglia, come una sola goccia, come una sola favilla, sotto il lampo e il tuono della parola. Il gran Pan non è morto!. Nonostante «il terrore sacro» scatenato dal grido si propaghi «ai confini / dell universo» (vv. 125 s.), solo gli uomini fra tutte le creature non lo avvertono, perché su di essi si stende «l ombra di una croce» (v. 129) che fa loro chinare la fronte. Il poeta è l unico in grado di udirlo, ed è dunque a lui che si rivolge il dio, investendolo di una sacra missione: O tu che canti, / io son l Eterna Fonte. / Canta le mie laudi eterne (vv ). Ed ecco la risposta del cantore (vv ): Dissi: Canterò i tuoi mille nomi e le tue membra innumerevoli, perocché la fiamma e la semenza, l'alveare ed il gregge, l oceano e la luna, la montagna ed il pomo son le tue membra, Signore; e l'opera dell'uomo è retta dalla tua legge. Canterò l uomo che ara, che naviga, che combatte, che trae dalla rupe il ferro, dalla mammella il latte, il suono dalle avene. Canterò la grandezza dei mari e degli eroi, la guerra delle stirpi, la pazienza dei buoi, l'antichità del giogo, l atto magnifico di colui che intride la farina e di colui che versa nel vaso l'olio d'oliva e di colui che accende il fuoco; perocché i cuori umani, come per un lungo esiglio, hanno obliato queste tue glorie, Signore, e che il giglio dei campi è un gaudio eterno. E il dio mi disse: O figlio, canta anche il tuo alloro. Agli albori di quello che sarà definito il secolo breve torna a risuonare l antico grido udito a Paxos e la sua eco rovesciata: a distanza di non molti anni l uno dall altro D Annunzio e Pound, l Immaginifico e il Miglior Fabbro, innalzano al dio capripede l uno un canto di gloria e l altro una mesta trenodia. Sembra che un cerchio si chiuda, ma è quello formato dalle spire dell Ouroboros, il mistico serpente che allude all Eterno Ritorno. Nei secoli l enigmatico nume dei pascoli e delle foreste è morto e risorto subendo innumerevoli metamorfosi: da demone oracolare ridotto al silenzio a osceno Diavolo scacciato dall avvento di Cristo, a figura dello stesso Salvatore, a mistica deità in cui si accentra l unità del Tutto, passando per le leziose iconografie alessandrine e arcadiche e, più di recente, per le inquietanti rivisitazioni della cosiddetta letteratura gotica 67 e della psicologia di matrice sul capo immortale: e fece tremare l Olimpo» (Il. 1, ). 67 Non si può non ricordare il romanzo di Arthur Machen The Great God Pan (1890), che ispirò al maestro dell incubo Howard P. Lovecraft la sua novella The Dunwich Horror (1929).

17 17 junghiana, che con James Hillman ha fatto risorgere gli dèi come archetipi delle nostre categorie culturali e psichiche. Quest ultimo ambito richiederebbe ovviamente una trattazione a parte, che esulerebbe dallo specifico argomento del presente studio; e tuttavia vorremmo concluderlo con una citazione tratta dal saggio che il grande studioso recentemente scomparso ha dedicato a Pan, un passo in cui egli propone una suggestiva interpretazione fra le tante date sulla leggenda della morte del dio: «Un grido percorse la tarda antichità: «Pan, il grande, è morto» narra Plutarco nel Tramonto degli oracoli; tuttavia il detto è divenuto esso stesso oracolare, fino a significare molte cose per molte persone in molti tempi. Una cosa fu annunciata: la natura era stata privata della sua voce creativa. Essa non era più una forza indipendente e vivente di generatività. Ciò che aveva avuto anima, la perdette; o andò perduta la connessione psichica con la natura. [...] La natura cessò di parlarci oppure non fummo più capaci di udirla. La persona di Pan il mediatore, come un etere che avviluppava invisibile tutte le cose naturali di significato personale, di lucentezza, era scomparsa. Le pietre divennero soltanto pietre gli alberi, alberi; le cose, i luoghi e gli animali non erano più questo Dio o quello, ma diventarono simboli o si disse che appartenevano a questo o a quel Dio. Quando Pan è vivo allora anche la natura lo è, ed è colma di Dei, talché lo strido della civetta è Atena e il mollusco sulla riva è Afrodite. [...] Pan non morì mai, dicono molti commentatori di Plutarco, egli venne rimosso. Perciò [...] Pan ancora vive, e non soltanto nell immaginazione letteraria. Egli vive nel rimosso che ritorna, nelle psicopatologie dell istinto che si fanno avanti, come indica Roscher, innanzitutto nell incubo e nelle qualità erotiche, demoniache e paniche ad esso associate» 68. GIANFRANCO NUZZO Università di Palermo 68 J. HILLMAN, Saggio su Pan (1972), trad. it. di A. GIULIANI, Milano 1977, pp

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