Regium Lepidi Incontri nel tempo

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1 Regium Lepidi Incontri nel tempo I. 185 a.c. Fondazione. Per Lucio Cassio Primo, centurione romano, la giornata stava per terminare. Era stato distaccato presso quell accampamento con il suo reparto di veterani per garantire protezione e organizzazione a quell insediamento, posto sulle rive di un piccolo torrente a una giornata di cammino tra le due colonie di Modena e Parma. La vegetazione era lussureggiante, un misto di cespugli, alberi d alto fusto, roveti presso le rive del torrente, pozze d acqua stagnante residui della precipitazione primaverile di alcuni giorni prima, macchie formate da alberi e cespugli a stento penetrabili, erba alta tutt intorno. E poco cambiava nel territorio ondulato circostante che a nord si perdeva a vista d occhio e verso sud era limitato da una striscia di colline che si scorgevano nella foschia. In quell ambiente selvaggio erano di conforto il viavai dei coloni, dei soldati e degli schiavi indaffarati nei lavori destinati a creare di quell area un insediamento civile e le solide palizzate, il terrapieno e il fossato che delimitavano l accampamento. Ma quella terra avrebbe potuto, un domani, dopo una buona dose di sudore e di fatica, diventare una buona terra coltivabile e dare buoni frutti. Se ne intendeva lui, che proveniva da una famiglia di agricoltori che coltivavano da generazioni il loro pezzo di terra nei pressi di Roma. Chissà, forse un domani, terminato il suo servizio nelle legioni, avrebbe potuto stabilirsi anche lui come colono in quel luogo che chiamavano Regium. Alcuni anni prima aveva dovuto arruolarsi nella legione, era un suo dovere, il dovere di cittadino romano ad imporglielo. Avrebbe preferito fare il contadino, coltivare la sua terra, curare il bestiame come i suoi antenati, ma non aveva avuto scelta. La Repubblica era costantemente minacciata dai nemici e le sue legioni invincibili avevano bisogno di nuove braccia a brandire gli scudi e le spade che avevano reso Roma padrona dell Italia e propagatrice di civiltà nelle terre occupate dai barbari. Con la memoria tornò agli eventi di alcuni anni prima quando con le legioni del console Marco Emilio Lepido giunse per la prima volta in quella zona. Era quello davvero un grand uomo, un 1

2 vero aristocratico romano, un vero comandante. Si dice che la sua famiglia facesse già parte del patriziato a Roma all epoca dei primi re e che, da allora, il potere degli Emili Lepidi fosse aumentato fino a farne una delle famiglie più potenti della città: gente nata per comandare, dura, spesso spietata, ma sicuramente col favore degli dei, vista la gloria e le vittorie con le quali avevano guidato Roma. La spedizione del console aveva come obiettivo quello di pacificare le zone a nord della catena appenninica, sottomettere le popolazioni ribelli dei Liguri e garantire sicurezza alle colonie di Piacenza e Cremona, già da tempo abitate da coloni romani e che erano minacciate nella loro crescita da quelle popolazioni che si ostinavano a non voler riconoscere il dominio e la grandezza di Roma. Era a quei tempi solo una giovane recluta, sottoposto ad un pesante addestramento, alla quale si chiedeva di obbedire agli ordini, combattere, insomma di fare il suo dovere di legionario romano. Il nemico era sfuggente, non affrontava mai l esercito consolare in campo aperto. Non avrebbero avuto scampo. Bisognava stanare quei selvaggi sulle loro montagne, nei loro boschi, dirupi, cime, luoghi difficilmente accessibili per soldati armati pesantemente come i legionari romani. Si iniziò a razziare e a distruggere i villaggi e le greggi per costringerli a venire allo scoperto. I Liguri per proteggere le loro famiglie e quel poco che avevano si ritirarono sulla cima di alcune montagne e le fortificarono, fidando nell asperità dei luoghi e nella loro conoscenza del territorio. La loro speranza era che, dopo un lungo e infruttuoso assedio, i romani se ne andassero e li lasciassero tornare alla loro miserabile vita di sempre fatta di pastorizia e razzie. Ma si sbagliavano. Marco Emilio Lepido non voleva certo passare per uno di quei consoli che portavano a termine il loro mandato senza aver combinato nulla di buono, senza aver accresciuto la gloria della Repubblica e della propria famiglia. Cinse d assedio una delle più importanti di queste alture fortificate dove si asserragliavano alcune migliaia di nemici tra uomini atti alle armi, vecchi, donne, bambini, e tutto quello che avevano potuto salvare dai loro villaggi. La montagna che i Romani dovevano prendere era la più strana che Lucio avesse mai visto, non terminava con una punta più o meno arrotondata, come tutte le altre, ma era come una grande roccia tronca, come un braccio proteso verso il cielo troncato da un netto colpo di spada. La via più accessibile per la sommità era ostruita da diverse linee di palizzate e molto ben difesa. Già molti valorosi legionari erano stati uccisi o feriti nell inutile attacco frontale a quelle difese. I Liguri si difendevano come demoni, si doveva riconoscere a quei barbari una certa fierezza, come quella degli animali braccati fin dentro alla loro tana e che difendono i loro cuccioli dai cacciatori. Inoltre nella notte erano temibili le sortite di piccoli gruppi di guerrieri 2

3 che attaccavano silenziosamente i posti di guardia degli accampamenti facendo poi scoprire all alba i cadaveri mutilati delle sfortunate guardie. Dopo alcune settimane di inutile assedio e numerose perdite il console decise di cambiare strategia. Selezionò 300 tra i legionari più giovani ed agili, Lucio fu tra quelli, armati alla leggera, senza scudi, elmi e armature, vestiti di nero, col viso e le mani oscurati col carbone. Si trattava di dare quella notte la scalata alla parete verticale di quella rupe imprendibile e di attaccare alle spalle l accampamento avversario, mentre il grosso delle truppe avrebbe sferrato un attacco frontale. A capo della missione fu posto il giovane nipote del console, Caio, che come membro dell importante famiglia doveva guadagnarsi una fama di buon soldato prima di proseguire la carriera politica fino ai più alti livelli. Iniziarono la scalata della parete rocciosa con fatica, se li avessero scoperti in quel momento sarebbe stata la fine. Sentivano in lontananza i clamori dell assalto notturno scatenato dai loro compagni sull altro lato della montagna. Dopo non poco tempo e fatica giunsero inosservati sulla sommità della rupe e al buio iniziarono la rapida avanzata per prendere alle spalle i nemici. Forse quella notte avrebbero messo termine a quel lungo assedio. Il pendio sulla cima era in lieve discesa e accelerarono la corsa per giungere al più presto a contatto col nemico, il giovane Caio in testa, fin che una sentinella nascosta nel buio li avvistò e con alte grida fece accorrere un gruppo di guerrieri che attaccarono con rapidità e ferocia la retroguardia. Lucio, non ricorda se per istinto o per calcolo, si era tenuto sempre vicino a Caio Emilio, i due si trovarono presto isolati dal resto dei compagni nella calca del combattimento quando ad un tratto Caio fu assalito e atterrato da un enorme e terrificante guerriero ligure comparso dall oscurità che brandiva una spada e stava per trafiggerlo. Lucio agì in un attimo, senza pensare. Colpì col suo gladio il braccio del ligure che brandiva la spada e con un calcio lo fece rotolare lontano dal giovane tramortito dall impatto. Non era considerato tra i primi nel combattimento nel suo reparto, ma in quel momento si sentì decuplicare le forze, era la sua vita contro quella del nemico. E la rapidità era tutto. Il guerriero ferito e sanguinante si stava rialzando con un terribile urlo e Lucio gli era già addosso a trafiggerlo al petto prima forse che se ne rendesse conto. Aiutò Caio ad alzarsi, nel frattempo i compagni avevano respinto l assalto e avevano ripreso la corsa verso il retro delle linee nemiche che cecavano di resistere all assalto frontale dei loro compagni. Non appena si resero conto di essere attaccati alle spalle furono presi dal panico e cominciarono a fuggire da tutte le parti. I Romani scavalcarono allora le palizzate che restarono indifese ed iniziò la strage dei nemici. Alcuni giorni più tardi mentre stava riposando nella tenda del suo reparto giunse di fretta un littore, con tanto di fascio e scure a dirgli che il console lo attendeva immediatamente. Fu preso dal panico. Perché il console voleva vedere un semplice legionario come lui? Che colpe aveva commesso? Gli vennero alla mente le scene di crudele esecuzione a bastonate 3

4 comminate a sventurati legionari anche per piccole mancanze. Brutali senza dubbio, ma giustificate. Cosa ne sarebbe stato dell esercito romano se fosse venuta a mancare la disciplina, e ognuno non avesse fatto il suo dovere? Quelle punizioni erano forse necessarie a fare delle legioni l esercito più forte del mondo. Ma mai avrebbe pensato che potesse toccare a lui. Non c era nulla da fare. Indossò le sue armi e seguì il littore cercando di mantenere la calma. Nello spiazzo al centro dell accampamento lo attendeva uno schieramento formato dal console, i littori, e due centurie schierate e armate di tutto punto. Marco Emilio Lepido era alto, austero, impassibile, gli occhi grifagni, un vero patrizio romano. Gli ordinò di andare verso di lui, gli chiese il nome. Ma non riusciva a ravvisare né in lui e nemmeno nei presenti atteggiamenti tali da fargli pensare ad una punizione. Piuttosto il console pronunciò un breve discorso di elogio nei suoi confronti, lodando il suo valore nel combattimento di alcune notti prima. Ad un suo cenno venne verso di lui il nipote Caio che gli pose sul capo una corona di rami di quercia intrecciati. Proruppe un acclamazione dai ranghi schierati. Era stato insignito della corona civile, una delle più ambite decorazioni dell esercito, assegnata per aver salvato la vita ad un cittadino romano. Da allora la sua vita cambiò. Dopo pochi giorni venne promosso al grado di centurione in sostituzione di uno perito nei combattimenti sulle montagne, ma, cosa ancor più importante, divenne un uomo di fiducia di Marco Emilio Lepido che da quel momento in poi lo avrebbe incaricato di missioni delicate e chiesto consigli, come quello di stabilire il luogo per la costruzione di una colonia. Consigliò quello in cui si trovava anche se la landa sembrava desolata e abbandonata, abitata quasi solo da animali selvatici. La terra era buona e lui lo sapeva: era e restava un contadino. Con buone braccia e perizia agraria si poteva trasformare l incolto in campi coltivati, dove seminare frumento, vite e allevare mandrie al pascolo. Quella volta il console gli diede retta. Aveva in mente l idea geniale di realizzare una grande strada che collegasse le città romane da Rimini fino a Piacenza. Sarebbe stata una grande opera destinata a garantire il collegamento alle colonie poste sulla stessa linea ai piedi delle colline, avrebbe garantito rapidi spostamenti per le truppe e per i commerci e la civilizzazione di quelle terre. Doveva esserci un luogo di sosta ogni giorno di cammino per garantire il riposo e la sicurezza ai viandanti. La distanza tra Mutina e Parma era troppa per essere coperta in un solo giorno e così Regium venne scelto come luogo dove creare un insediamento, chissà, forse un giorno sarebbe diventato una città. Già da alcuni giorni Lucio aveva notato un gruppetto eterogeneo di tre schiavi che spesso si aiutavano tra di loro nel pesante lavoro di estrazione di sassi dal torrente, che dovevano servire alla costruzione della strada. Trascorrevano assieme i rari momenti di riposo, dividevano lo scarso vitto che veniva loro assegnato. Eppure non potevano essere più diversi tra di loro. Una volta calato il sole e tornati i lavoratori all accampamento Lucio decise di avvicinarli: 4

5 Lucio: C è qualcuno tra voi che parla la lingua dei latini? Aulo: Io la parlo abbastanza bene signore, i miei compagni la stanno imparando. Lucio: Dalla tua parlata capisco che sei etrusco. Come mai ti trovi con questi altri due che non appartengono sicuramente alla tua gente? Come ti trovi schiavo addetto alla costruzione delle strade tu che mi sembri una persona colta ed istruita? Aulo: Non sbagli, sono etrusco di nascita. Mi chiamo Aulo. Nella mia terra natia, a Volterra, ero un architetto. Avevo appreso da mio padre l arte della costruzione delle case, dei palazzi dei ponti e di tutto quello che può costituire una città. Alcuni nemici della mia famiglia mi hanno denunciato alle autorità romane come appartenente ad un complotto per l insurrezione dell Etruria contro il dominio di Roma, sono stato riconosciuto colpevole e mi è stata salvata la vita solo per le mie competenze nelle costruzioni. Ecco perché sono uno schiavo addetto a questi lavori. I miei compagni hanno storie diverse. Il gigante gallo che vedi accanto a me è Brito, un gesato, un guerriero e un mercante una volta temibile, nato molto lontano da qua. Con la sua tribù passò le Alpi per venire in aiuto ai propri fratelli che combattevano i romani nella valle del Po, ma vennero sconfitti e lui fu fatto prigioniero e schiavo. L altro che vedi è Cicono, un ligure, pastore di greggi, la sua gente abita da tempo immemorabile queste terre, fu fatto prigioniero nelle guerre sull appennino degli ultimi anni. E un grande conoscitore del territorio in cui siamo ora perché vi è nato e le montagne, i sentieri e le valli di questa terra per lui non hanno segreti. Lucio: Perché allora se tanto diversi sono i vostri popoli, tanto diverse le vostre storie, state insieme e non nei gruppi con quelli delle vostre razze? Aulo: Stiamo sempre insieme per poterci aiutare. La nostra condizione è durissima. La nostra sorte infelice ci ha portato a scontrarci con la potenza di Roma, abbiamo perso. Ma la vita continua e la speranza di migliorare la nostra situazione non è cessata. Tra noi siamo d accordo che la ribellione ci può portare solo altre sofferenze e morte e così lavoriamo senza lamentarci aiutandoci a vicenda per alleggerirci le sofferenze e sperando in un futuro migliore, e ci consoliamo pensando che la strada che stiamo realizzando servirà a migliorare se non le nostre, le vite di chi abiterà queste terre. Lucio: Fate bene a non lamentarvi e a non ribellarvi contro la potenza di Roma. D altra parte le vostre nazioni in passato attaccarono Roma e cercarono di sconfiggerla, ma senza fortuna. Questo vuol dire che gli dei hanno deciso che è la civiltà di Roma che si imporrà nel mondo e non quella etrusca o gallica, né tantomeno ligure. Aulo: Quel che dici è vero. Roma agli albori della sua storia fu sottomessa per lunghi anni ai re etruschi, prima di liberarsene. Ma io non ho partecipato a quegli eventi e non penso di esserne personalmente colpevole. 5

6 Brito: Le mie genti furono chiamate in Italia dalle tribù galliche già stanziate da anni in queste terre, ma io ho seguito la mia gente e quanto mi ordinava il mio capo. Eravamo più forti e valorosi dei romani, ma tutto il loro esercito combatteva come un sol uomo. Ognuno di noi invece combatteva solo per la propria gloria o la propria sopravvivenza e siamo stati sconfitti. Forse hai ragione, romano, è il vostro mondo che è destinato ad imporsi sugli altri per volere degli dei. Cicono: Le mie genti anni fa aiutarono i Cartaginesi nelle guerre contro i romani. I nostri capi pensavano, che venendo loro da lontano, una volta vinti i romani se ne sarebbero andati e si sarebbero poi limitati a scambiare con noi i loro prodotti. Se avessero vinto i romani che abitano l Italia prima o poi si sarebbero presi le nostre terre, le nostre case e le nostre greggi. Speravo di vivere tra le montagne, gli alberi e i torrenti come i miei antenati come persona libera. Ma così gli dei non hanno voluto. La guerra è finita e il nostro popolo sottomesso. E solo per l amicizia di questi due compagni che trovo la forza per lavorare ogni giorno. Lucio si fermò pensieroso, fissò un attimo i tre prima di andarsene, in silenzio. Una volta giunto alla tenda delle guardie chiese del capoposto e gli disse: Mi raccomando, tratta bene quei tre, e se ci fossero dei problemi con loro voglio essere il primo a saperlo. 6

7 II. 22 anni dopo. Crescita. Un gran lavorio fremeva tutt attorno. Lucio si fermò un attimo ad osservare la cittadina che stava prendendo forma. La strada principale scorreva dritta nel mezzo e dopo l attuazione della centuriazione, che aveva suddiviso alla maniera di un accampamento delle legioni gli spazi circostanti, il centro abitato cominciava a prender forma. Già accanto alle tende e alle baracche che i primi coloni avevano eretto in fretta e furia per ripararsi iniziavano a prendere forma lentamente i primi edifici in muratura. Nulla di simile a quanto aveva visto a Roma, ma qualcosa di molto simile a quanto si stava realizzando nelle altre colonie nate pochi anni prima di Regium. Molti altri coloni erano arrivati dal Lazio dopo i primi e questo aveva dato un ulteriore impulso alla crescita del piccolo centro. Quando aveva terminato la sua onorata carriera di centurione e aveva deciso dove stabilirsi e cosa fare l essere cliente della potente famiglia degli Emili Lepidi aveva avuto la sua importanza e aveva dato i suoi frutti. A lui quel luogo piaceva, lo aveva visto nascere dall inizio, era stato partecipe alla sua fondazione. Agli Emili Lepidi interessava avere un uomo di cui potersi fidare in ognuna delle colonie dell area padana, che iniziava ad essere una parte importante degli interessi e della politica romana. Era ritenuto uno dei cittadini più potenti e rispettabili della colonia, grazie alle terre che il collegio decurionale gli aveva assegnato, alla sua perizia agricola e ai suoi cospicui risparmi di centurione. Infatti aveva accumulato una invidiabile ricchezza che, insieme alle sue amicizie altolocate, gli grarantivano una buona tranquillità per gli anni a venire. Mentre camminava sulla via principale, intento a schivare le pozzanghere e le galline e gli altri animali domestici che entravano ed uscivano dai cortili delle case che costeggiavano la strada, pensò che in tanti anni non si era mai pentito di aver acquistato quei tre schiavi tanto diversi tra loro che aveva visto quella sera di ventidue anni prima intenti al lavoro di selciatura della strada consolare. Si stava dirigendo al foro, posto nel luogo di intersezione tra gli originali cardo e decumano. Era accompagnato da un servo molto alto e robusto, seppur non più giovanissimo. Dalla struttura fisica, dai lineamenti e dai lunghi capelli rossi lo si poteva identificare come appartenente all etnia gallica. Durante il percorso veniva salutato con rispetto dai cittadini che incontrava, ma con nessuno si fermò a parlare. Andava di fretta, era molto che pensava a quel giorno e finalmente era arrivato. Arrivò nel foro, alla confluenza delle strade. Dominava la piazza il tempio dedicato a Diana, il nume caro al suo vecchio comandante Marco Emilio Lepido. Altri edifici in muratura iniziavano a circoscrivere l area del foro, altri ancora erano in progettazione. Tra i gruppi di 7

8 persone che animavano la piazza individuò presto i suoi vecchi servi e amici nei pressi del cantiere del tempietto di Giano, dove si erano dati appuntamento: Lucio: Ave a voi, Aulo e Cicono. Aulo e Cicono: Ave a voi, Lucio e Brito. Lucio: Vi ho convocati qui, o miei fedeli, distogliendovi dai vari impegni che da tempo ci dividono. Tu Aulo, sempre impegnato nel costruire nuovi edifici nelle mie proprietà o per accrescere lo splendore di questa nostra nuova città. Tu, Cicono, che custodisci e accresci le mie greggi facendole prosperare nelle vallate degli Appennini così vicini e così impervi. E tu, Brito, spesso in giro per l Italia per curare i miei interessi, vendere i miei raccolti e difendere e far prosperare le mie imprese agricole. Ebbene, ricordo quando vi ho visto la prima volta, sono stato colpito dal vostro saper lavorare insieme e dalla vostra concordia nonostante le vostre diverse origini e competenze. Questo ha fatto sì che vi riscattassi e vi volessi a lavorare con me. Per la legge romana siete miei schiavi, ma voi sapete che per me siete solamente amici. E giunto finalmente il giorno che anche di fronte alla legge e al popolo voi diventiate uomini liberi. Domani arriverà a Regium un pretore di Roma ed è una grande occasione per fare di voi uomini liberi e cittadini romani con la cerimonia della manomissione. Ognuno di voi avrà il necessario fin da ora per vivere, ognuno di voi conosce un mestiere ed è un maestro nel praticarlo. Sarete liberi di fare le scelte che riterrete opportune, ma mi fareste felice se decideste di restare a Regium e di continuare a collaborare con me. Aulo: Oh Lucio, ti rendiamo merito di essere stato un buon padrone e soprattutto un grande amico. Tu che sei venuto in questa terra, che le nostre genti abitavano da prima della tua gente, tu che sei venuto da conquistatore e che hai vinto i nemici e insieme col tuo esercito ti sei appropriato di questi luoghi, avresti potuto eliminarci o umiliarci, invece ci hai trattato dignitosamente e ora ci rendi perfino liberi. Ma perché tutto questo? I tuoi concittadini, i romani, si comportano in ben altro modo con i loro servi. Cicono: Avresti potuto lasciarci marcire nei lavori di fatica, avresti potuto sfruttare ogni goccia del nostro sangue e lasciarci morire esausti ai bordi della strada che stavamo costruendo, come accadde a tanti sciagurati compagni. Perché ci hai salvati e ora ci rendi la libertà? Brito: Molti miei compagni sono morti combattendo le legioni, molti altri si sono lasciati morire piuttosto che sottostare alla schiavitù. Solo a me e a pochi altri è toccata una sorte migliore. Dicci, Lucio, cosa ti ha spinto ad un comportamento tanto benevolo? La bontà e la pietà non sono certo tra le doti che gli altri popoli riconoscono ai romani. Lucio: Cari amici, come ben sapete non ho scelto io la carriera militare, ma l ho perseguita per dovere di nascita. Non ho mai tratto godimento nel massacrare i nemici, appropriarmi dei loro averi e delle loro terre e ridurre in servitù intere popolazioni. Ma l ho fatto perché era il 8

9 mio dovere di cittadino romano. La fortuna o forse il valore mi portarono ad acquisire onori e amicizie riservate a pochi, ma la mia passione era e resta l onesto lavoro agricolo, far fruttare la terra per produrre ricchezza e benessere per me e per la mia famiglia. Ho sfruttato la mia posizione e le mie amicizie altolocate per cercare di ottenere tutto questo e anche per trasformare in una colonia questo luogo che trovai così selvaggio e incolto. Ma da solo avrei potuto fare ben poco. Che avrei fatto senza la tua abilità e perizia di costruttore Aulo? Io al più avrei costruito una capanna e un recinto, ma solo con la tua arte è stato possibile erigere edifici in muratura che sopportassero le intemperie e garantissero protezione e conforto ai suoi abitantie che abbellissero il luogo. Che avrei fatto senza la tua conoscenza delle terre, delle acque, dei boschi, degli animali e delle cime, o Cicono, tu che in questi luoghi sei nato e sempre hai vissuto? Come avrei potuto impiantare una così florida attività agricola in una regione così lontana e diversa dal mio natio Lazio, senza il tuo aiuto? E come avrei potuto dedicarmi ai miei interessi, Brito, senza avere un gigante gallo che mi proteggesse dai nemici anche solo con la sua mole e il suo viso truce? Una persona di cui potermi fidare come di me stesso e che fosse in grado di condurre i miei affari forse anche meglio di quel che avrei saputo fare io? Sappiate quindi che quel che mi ha mosso inizialmente è stato cogliere in voi qualità tali che avrebbero potuto completarci a vicenda ed aiutarci. Constatare che vi garantivate reciproco aiuto, sebbene apparteneste a stirpi nemiche per tradizione, mi ha fatto capire che una vera forza può derivare dalla concordia tra uomini di buon senso che lavorino ad un unico obiettivo e che siano in grado di mettere ognuno il proprio talento a disposizione degli altri. Inoltre, per mettere in atto i miei progetti non avrei bisogno di schiavi, ma di veri amici. La guerra, le devastazioni, le uccisioni non possono durare in eterno e arriva prima o poi la pace, dove finalmente sono le vere qualità dell uomo che possono affermarsi. Aulo: Oltre che fortunati siamo anche onorati di averti avuto come padrone, protettore e amico. La nostra è un storia molto bella, degna di essere ricordata e portata come esempio, ma difficilmente troveremo uno storico che ne scriva e la tramandi alle generazioni che verranno. Stavo lavorando alla preparazione della pietra angolare di questo tempietto dedicato a Giano, e su questa pietra inciderò i nostri nomi a ricordo, se non per gli uomini almeno per gli Dei, della nostra piccola ma grande storia. 9

10 III. 220 anni dopo. Una vasca in via Emilia. Mario aveva appena ricevuto la tanto attesa visita dell amico Tullio dalla vicina città di Mutina ed era orgoglioso di mostrargli la sua città tanto cresciuta e abbellita negli ultimi anni. Passeggiavano sulla via Emilia a est dell abitato, dove Mario aveva appena accolto Tullio, nella zona dove erano poste parte delle sepolture più importanti della città. Mario: Vedi, caro amico, non c è posto migliore dove io possa iniziare a mostrarti questa città. Tutto quello che siamo lo dobbiamo a coloro che ci hanno preceduto, e proprio qui, tra queste tombe ho l orgoglio di mostrarti quella di un mio antenato che è annoverato tra i fondatori di Regium. Si addentrarono in un viottolo che serpeggiava tra le sepolture e dopo pochi passi si fermarono davanti ad un cippo con alcune iscrizioni e fregi, posto al centro di un aiuola ben curata. Mario: Ecco, Tullio, questa è la tomba del mio illustre antenato Lucio Cassio Primo. Di lui si dice che abbia servito nelle legioni del console Marco Emilio Lepido quando conquistò per Roma queste terre e che poi abbia contribuito alla fondazione della colonia ed al suo ampliamento. La corona civile che vedi scolpita in bassorilievo testimonia il suo valore di soldato e gli onori che gli furono riconosciuti già in vita. A lui risale la ricchezza ed il prestigio attuale della mia famiglia. Tullio: Sarei onorato ed orgoglioso di poter vantare tra i miei antenati uomini di tale fama. Ma devo accontentarmi di un oste che tra i primi pose la sua taverna lungo la via Emilia e da quell attività e dalla sua avveduta gestione giunse ad essere tra gli uomini più facoltosi della nostra città fino a garantire alla nostra famiglia il censo equestre. Ma ora mostrami, o Mario, questa tua città che nelle tue lettere mi descrivi come bellissima e che, sebbene vicina, non ho mai avuto occasione di visitare. Si riportarono sulla via Emilia e si incamminarono verso ovest. Man mano si avvicinavano al centro le abitazioni ai margini della strada si facevano più frequenti. Terminata l area della necropoli a destra e sinistra le abitazioni si alternavano ad i negozi ed alle botteghe degli artigiani. La strada brulicava di viandanti e tutt attorno fervevano le tante attività tipiche di una cittadina di provincia posta su un importante strada consolare al centro di una delle regioni più 10

11 ricche e produttive d Italia. Si udiva il rumore dei martelli e delle incudini dalle botteghe dei fabbri ferrai e dei maniscalchi, le bancarelle dei vasai, lo schiamazzo delle contadine che pubblicizzavano la loro mercanzia e la offrivano ai passanti, il vociare dentro e fuori le taverne poste all ingresso del centro cittadino, dove si potevano ristorare i viandanti e le loro cavalcature e dove gli sfaccendati trascorrevano le loro giornate bevendo e giocando ai dadi. La strada era solida e ben selciata e su di essa si potevano scorgere i solchi scavati nella pietra dal continuo passaggio dei carri. Una volta entrati nel centro della città, sempre seguendo la strada maestra poterono ammirare a destra ed a sinistra le ville appartenenti alle più importanti famiglie di Regium, alcune delle quali vantavano la discendenza dai primi coloni romani e laziali circa 200 anni prima. Davanti ad alcune delle abitazioni si ergevano porticati al di la dei quali si intravedevano i giardini interni, le fontane, le pitture, i mosaici per abbellire gli interni e per mostrare l opulenza e l importanza dei proprietari. La bellezza e l imponenza delle costruzioni ed i loro sgargianti colori mostravamo come nei municipi di provincia si fossero diffuse, assieme alle leggi e alle usanze, le tecniche di costruzione e i gusti architettonici della grande Roma. Dopo alcuni minuti giunsero nel foro al centro dell abitato, dove un ampia piazza, cuore delle attività pubbliche cittadine, era contornata dagli edifici pubblici più importanti. Al centro dominavano le statue degli imperatori Augusto e Tiberio, che avevano finalmente garantito decenni di pace e prosperità all impero dopo un periodo di guerre civili e di instabilità. Si potevano ammirare i templi principali della città ornati da maestosi colonnati e da sculture che raffiguravano gli dei e le dee ai quali erano dedicati. Su un lato della piazza si ergeva la basilica, luogo dove i magistrati svolgevano le loro funzioni giudiziarie e dove si tenevano le assemblee degli organi di governo del municipium. Una volta descritti e ammirati i monumenti contenuti nel foro Mario e Tullio proseguirono lungo il principale asse viario cittadino e continuarono a notare a destra e a sinistra le lussuose abitazioni delle famiglie più importanti della città con le vie secondarie che si dipartivano ad angolo retto per determinare il reticolato tipico della città romana. A sinistra scorsero una costruzione alta e anomala rispetto a quelle circostanti. Si trattava del teatro cittadino con il muro che costituiva la scena a ridosso della strada e più all interno dell isolato le strutture che sostenevano le gradinate. Così come a Roma anche nelle città di provincia compagnie di attori itineranti tenevano le loro rappresentazioni per il divertimento della cittadinanza. Tullio: Ah, vedo che anche per voi reggiani sono importanti gli svaghi oltre che il duro lavoro. Devo però farti notare, caro amico, che non ho notizia che a Regium ci sia un anfiteatro come quello che abbiamo a Mutina per poter godere dei giochi dei gladiatori e altre 11

12 rappresentazioni di natura ben più spettacolare e gradita al popolo delle commedie che si possono vedere in teatri come questo che mi stai mostrando. Mario: Hai ragione Tullio, non abbiamo ancora un anfiteatro come il vostro, ma nelle riunioni dei maggiorenti della città già si parla di costruirne uno in un area non lontana da questo luogo, più avanti, sulla destra, dove ora ci sono solo alcune casupole di legno e che potrebbero presto lasciar spazio ad una costruzione che metta Regium al passo con gli altri più importanti municipi dell area padana. Proseguirono la loro camminata fin dove il lusso e la frequenza della abitazioni iniziarono a ridursi, lasciando spazio ad orti e frutteti fino a giungere ad un ponte su un torrente che Mario definì come Crostolo, che lambiva la parte più occidentale del centro urbano. Mario invitò Tullio a percorrere a ritroso l ultimo pezzo di strada per giungere alla sua villa, dove lo avrebbe ospitato e dove avrebbero potuto parlare oltre che delle loro città, di politica e della conduzione dei loro affari. 12

13 IV anni dopo. Ritrovamenti. Antonia, Anna e Stefano sono tre giovani studenti di archeologia. Un corso di studi bellissimo, che si può intraprendere solo con una grande passione, non certo per le prospettive di grandi guadagni o di folgoranti carriere. Antonia era di Reggio Emilia, aveva condotto gli studi nel liceo classico della città ed aveva sempre primeggiato nello studio delle lingue greca e latina e nella storia. Fin da piccola era stata affascinata da quanto aveva potuto osservare durante le visite coi nonni nel museo cittadino. E fu ancor più impressionata quando comprese che la città dove viveva tanti anni prima era stata una città romana, sì come quella Roma fantastica e potentissima che si studia sui libri di storia. Anna era originaria di Agrigento, spesso diceva scherzando che proveniva dalla Magna Grecia, ed era rimasta impressionata fin da bambina dai maestosi ed imponenti monumenti della civiltà greca nella sua città. Per lei l architettura e la storia greca erano una dimensione familiare, come e più della realtà quotidiana, avevano sempre fatto parte della sua cultura e del proprio orizzonte. Quando al termine delle scuole superiori si trattò di scegliere la facoltà a cui iscriversi non c era stata nessuna scelta da fare. Era già stata fatta da tanto tempo senza che lei mai se ne fosse resa conto. Per Stefano la storia era un po diversa da quelle delle sue compagne di studio. Era nato in Senegal, orfano fin da bambino era stato accolto ed allevato all interno di una missione cattolica dei padri francescani. Uno di questi raccontava spesso ai bambini della missione storie degli antichi popoli della sua terra d origine, l Italia, e a Stefano questi racconti di genti così lontane nello spazio e nel tempo sembravano fiabe fantastiche. Solo più tardi crescendo e studiando scoprì che erano storia vera e propria. Scoprì che gli Etruschi, i Sanniti, i Latini, non erano un invenzione fiabesca del padre francescano, ma erano veramente esistiti in una terra lontana e tantissimi anni prima, ed in Italia si potevano ancora trovare resti di queste civiltà. Negli studi era veramente molto portato, di gran lunga il miglior allievo della missione e come vincitore di una borsa di studio ebbe la possibilità di realizzare il sogno della sua vita: andare all università di Bologna e studiare archeologia. Il professore aveva parlato ai ragazzi di un progetto che si proponeva di ridefinire la topografia storica in età romana della città di Reggio Emilia e per questo c era bisogno di volontari per un meticoloso lavoro di identificazione e catalogazione dei vari siti e dei relativi reperti dove si potessero ritrovare tracce della Reggio romana. In alcuni casi si trattava di rivedere e verificare testimonianze già rilevate negli anni passati, ma c era anche la possibilità 13

14 di nuove scoperte tramite l utilizzo di nuove tecnologie e ricognizioni in aree mai in precedenza investigate. Per Antonia fu naturale offrirsi per prima vista le sue origini reggiane ed invitò i sui amici Anna e Stefano, che avrebbe potuto ospitare a casa sua senza grossi costi e problemi per le quattro settimane della ricerca. Gli amici aderirono con entusiasmo contenti di abbandonare temporaneamente lo studio dei voluminosi manuali e di dedicarsi ad una ricerca sul campo. Antonia aveva sentito raccontare dai suoi genitori che due loro vecchi amici che vivevano in una zona centralissima della città, nei pressi della via Emilia, avevano uno scantinato sotterraneo. Contattò i due anziani coniugi e spiegò loro le ragioni della sua richiesta. Si trattava di calarsi nella loro cantina sotterranea e cercare resti dell antica Reggio romana. I due vecchietti sorrisero a quella strana richiesta della figlia dei loro amici. Loro in quella cantina c erano stati tante volte, ci tenevano le cose vecchie ed ingombranti e non più utilizzate, qualche bottiglia di vino buono, ma degli antichi romani non avevano mai trovato traccia. Comunque sarebbe loro sembrato maleducato negare il permesso di una visita a quella giovane ragazza così gentile ed entusiasta e concordarono un appuntamento per alcuni giorni dopo. I tre ragazzi giunsero puntuali all appuntamento, nonostante l ansia di scendere nella cantina al più presto dovettero accettare di buon grado il tè e i pasticcini offerti dalla gentile padrona di casa. Alla fine furono condotti ad una scala a chiocciola che scendeva per circa quattro metri al di sotto del piano terra. La profondità giusta, pensarono, quella dove furono ritrovati la maggior parte dei mosaici di epoca romana a Reggio. Una volta scesa la scala si ritrovarono all interno di un ambiente piuttosto ampio ma col soffitto alto poco più di due metri, pieno di vecchi mobili, con alcuni scaffali appoggiati alle pareti contenenti bottiglie e cianfrusaglie che si erano accumulati nel tempo. Il pavimento era selciato da ampie piastrelle di color marrone. Nessun affresco e nessun mosaico, ovviamente. I 2 anziani signori si guardarono sorridendo in silenzio e risalirono la scaletta lasciando i ragazzi soli nella cantina, convinti che i tre Indiana Jones sarebbero risaliti dopo poco mestamente disillusi nelle loro speranze. Ma erano così educati e gentili che non potevano negar loro l accesso alla cantina nella quale riponevano così tante speranze. Antonia, Anna e Stefano si guardarono perplessi. Anna: E ora che facciamo in tutto questo casino? Mica possiamo metter su uno scavo archeologico qua sotto. Quei signori è già tanto se ci hanno concesso di venire qua giù, non possiamo certo cominciare a bucare il pavimento o a fare dei carotaggi nel sottosuolo. Antonia: Già, però è un peccato. Qua vicino, a un isolato di distanza, proprio a questa profondità circa 30 anni fa fu trovato un bel frammento di mosaico del I secolo a.c. Non è che possiamo far molto senza autorizzazioni però fin che ci siamo guardiamoci attorno. 14

15 Stefano: Già, potremmo spostare i mobili, e vedere cosa c è sotto, se anche facciamo rumore i signori mi sembravano un po sordi e non se ne accorgerebbero. Si mi date una mano possiamo spostare questo comò stile impero e vedere cosa c è sotto. Le ragazze aiutarono Stefano prima svuotando il pesante mobile di tutto il suo contenuto, e poi facendolo scivolare col minor frastuono possibile sul pavimento. Niente, ovviamente. Il pavimento piastrellato non dava segni di interruzioni o cedimenti. Bisognava esser li 40 o 50 anni prima quando lo avevano fatto e forse si sarebbe potuto vedere qualcosa di interessante. Ma ora cosa si poteva fare? Stanchi e delusi i tre si disposero a rimettere tutto in ordine quando Anna sentì qualcosa muoversi sotto i suoi piedi. Una piastrella nell area prima coperta dal mobile non era stabile, sembrava sconnessa dalle altre. Sembrava che qualcosa sotto facesse da perno e non avesse permesso alla piastrella di essere posata correttamente. Anna richiamò l attenzione dei suoi amici che iniziarono senza dire una parola a scalzare il pezzo di pavimento con attrezzi del mestiere che si erano portati nella speranza di poterli utilizzare. Una volta rimossa la piastrella videro una punta di una grossa pietra che affiorava dal terriccio sottostante. Sia affannarono a togliere tutto il terriccio per mettere allo scoperto quanta più parte della grossa pietra potevano, badando di ammucchiare ordinatamente tutto quanto estraevano senza sparpagliarlo nell ambiente. Dopo 40 minuti di alacre lavoro riuscirono a liberare una parete del macigno. Di estrarla non se ne parlava nemmeno, era troppo grande, non avevano gli attrezzi e nemmeno l esperienza, e il solo rischio di danneggiarla li tratteneva da operazioni più invasive. Erano riusciti a liberare un lato per quasi 50 cm in profondità e circa 20 cm in larghezza. Coi pennelli avevano cercato di ripulire il più possibile la faccia appena liberata. Quando ebbero terminato non si riusciva a vedere gran che, ma al tatto sembrava che ci fossero delle incisioni al di la di un una specie di rientranza nella roccia. Sudati ed eccitati i ragazzi si guardavano con le stesse sensazioni ed emozioni che avrebbe potuto avere Carter prima di entrare nella tomba di Tutankhamon. Stefano estrasse dallo zainetto una cosa di cui andava molto orgoglioso. Era una sua realizzazione. Era una macchinetta fotografica digitale da poche decine di euro ingabbiata nel fil di ferro che ne costituiva anche una prolunga di circa un metro. E anche i comandi erano attivabili a distanza tramite un ingegnoso sistema di fili di ferro. Predispose il flash, calò nella fenditura il manufatto e scattò. Tirò su la macchina fotografica e nel visore i tre ragazzi emozionati poterono scorgere quattro nomi: Lucius, Britus, Aulus, Ciconus. Da sopra le scale si udì la voce del padrone di casa Allora ragazzi, avete trovato Giulio Cesare? Antonia rispose: Tutto bene signor Lino, tra 10 minuti abbiamo finito. Di minuti ce ne misero un po di più, ma alla fine riuscirono a sistemare la cantina più o meno come era prima. 15

16 Ringraziarono, salutarono e uscirono sulla via Emilia che già cominciava a far buio. Anna: Cosa ne pensate, ragazzi? Antonia: Sono ancora emozionata. La nostra prima scoperta archeologica. E poi quei quattro nomi. Chi li avrà scritti? E Perché? Stefano: L incisone sembra fatta con perizia, da un professionista, non sembrano graffiti occasionali. Anna: Non posso dirlo con sicurezza, ma a parte il primo gli altri potrebbero non essere nomi romani. Antonia: Penso che dovremo riferire tutto al direttore del progetto e al nostro professore e sapranno gestire loro nel modo migliore questo nostro ritrovamento. Anna: Ok ragazzi, andiamo a bere una birra per festeggiare. Direi che ce la siamo meritata. Antonia: Buon idea, stasera offro io. Stefano, il più esperto dei tre, aveva capito subito che il primo era un nome romano, il secondo etrusco, il terzo gallico e il quarto suonava strano, avrebbe potuto essere ligure. Qualsiasi cosa avesse collegato quei nomi, quei quattro personaggi dovevano essere stati in stretto rapporto tra di loro e su un piano paritario. Chissà, forse si trattava di un antico esempio di integrazione tra popolazioni diverse, proprio in quel luogo dove nel crogiolo della storia genti e culture si erano incrociati 2200 anni prima. 16

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