Athos Zontini. Storia del Napoli

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1 Athos Zontini Storia del Napoli 1

2 Athos Zontini Nato il primo marzo 1914 a Bagnoli Irpino e scomparso dopo una breve ma fatale malattia il 30 novembre 1992, iniziò la sua carriera sportiva in atletica leggera, stabilendo numerosi record nazionali ed europei nella staffetta 4x400 metri, nel mezzofondo e nei 100 metri piani. Nel 1936 rappresentò l Italia alle Olimpiadi di Berlino. Debuttò in Serie A nel calcio professionistico con Mister Garbutt, che gli affidò il ruolo di difensore nel campionato e militò con la squadra partenopea per tre stagioni consecutive, giocando la sua ultima partita contro il Novara il ventotto febbraio Abbandonò in seguito il calcio per laurearsi in medicina e partecipare alla seconda guerra mondiale dove fu decorato al valor militare. Al suo rientro in Patria, dopo una lunga prigionia nel lager tedesco di Ziegenhein, iniziò a lavorare presso l Ospedale dei Pellegrini e a collaborare con la squadra del Napoli di cui fu medico sportivo per circa diciassette anni. Fu eletto Assessore alla Sanità durante le elezioni comunali del 1961 e tentò di opporsi alle intemperanze di Lauro, rassegnando, infine, le dimissioni da entrambi gli incarichi. 2

3 Premessa La Storia del Napoli che mio padre scrisse nella prima metà degli anni sessanta è un diario ideale della vita trascorsa in azzurro, che coincide, in gran parte, con la sua biografia di atleta, calciatore e medico sportivo. Galantuomo d altri tempi, non sempre riuscì a condividere i valori della società emersa dal dopoguerra, nuova, ma non necessariamente migliore, i cui ideali erano oramai diversi da quelli della sua giovinezza. La sua storia è dunque il racconto vivo e reale delle tante vicissitudini di cui fu, in parte, protagonista e condivise con lealtà e passione fin dai tempi lontani e gloriosi di Garbutt e Sallustro. Ringraziamenti Ringrazio mio figlio Martino che mi ha aiutato e sostenuto nelle ricerche e nella fase di pubblicazione, incoraggiandomi a portare a termine il progetto; mia sorella Gemma che, nonostante i suoi impegni professionali, mi ha coadiuvato mettendo a disposizione i ricordi di famiglia di cui è stata custode durante la mia lunga assenza. Ringrazio Gaetano Valente, amico di sempre, fin dalla nostra ormai lontana giovinezza, che mi è stato vicino in questa come in altre occasioni facendomi sentire il conforto di un affetto sincero e, infine, Nicola Schinco, un nuovo amico, appassionato sportivo e collezionista che ha reso possibile con la sua affettuosa ed efficace collaborazione la pubblicazione di questo libro. Leandro Zontini 3

4 1 C era una volta Naples Foot-Ball Club Il calcio moderno nacque in Inghilterra con la fondazione, nel 1857, dello Sheffield Football Club, primo club calcistico al mondo, nel cui ambito furono elaborate le Sheffield Rules che codificavano le regole del nuovo gioco, per distinguerlo da analoghe discipline e dal rugby in modo particolare. Il virus, che suscitava ovunque ampio consenso e partecipazione, si diffuse in Europa verso la fine del diciannovesimo secolo, trasformando la passione in tifo, epiteto che richiama appunto l idea di febbre e di delirio. Nacquero così quelli della domenica, i primi malati della nuova pandemia che in poco tempo invase anche la nostra città; già nel 1904, infatti, l inglese William Poths, impiegato della Cunard Line (un agenzia marittima che aveva i suoi uffici nel porto di Napoli), coadiuvato da appassionati e sostenitori come Bayon, Anatra, Cattarina, Conforti e Bruschini, fondò il Naples Foot- Ball & Cricket Club, prima rappresentativa calcistica cittadina, che, nel 1906, per meglio evidenziare la sua vocazione, assunse il nome di Naples Foot- Ball Club con Amedeo Salsi presidente. L ardimentoso esempio del Napoli contagiò la Partenopea Virtus, gloriosa società polisportiva tuttora in attività, che fondò la Sportiva Napoli sotto la direzione di Guglielmo Matacena, pioniere e mecenate del calcio partenopeo che gestiva una trattoria al vicolo Tre Re a Toledo, spendendo gran parte dei suoi guadagni per finanziare la squadra. Il seme germogliò in tutta la Campania e da esso spuntarono l Audace, che vantava tra i suoi giovani migliori Amedeo Casacchia, la Juventus, con i fratelli Padula e Guido Cavalli, l Elios, con Cappellieri, Siracusa, Faccani e Giovannetti. Nelle file del Naples affluivano, nel frattempo, giocatori stranieri di comprovata esperienza che trasformarono il Club di Salsi in un vero squadrone. La possibilità di poter contare su tante squadre indusse il presidente a varare la Coppa Salsi, primo torneo ufficiale tenuto a battesimo sul campo di Bagnoli. La squadra, composta da Kock, Garozzo, Del Pezzo, Little, Steinegger, Marin, Michele Scarfoglio, Mc Pherson, Chaudoir, Potz e Oesterman, furoreggiò, dispensando goal a palate e travolgendo le rivali con uno scarto clamoroso, anche se il merito, nonostante qualche nome nostrano, andava soprattutto agli stranieri. Scarfoglio proveniva, infatti, dalla Svizzera e Carlo Garozzo dal Cairo; Oesterman e Kock erano tedeschi, Marin danese, Steinegger svizzero tedesco, Chaudoir belga, Little, Potz e Mc Pherson inglesi. Quanto erano costati tanti stranieri alle modeste casse del Napoli? Nemmeno un centesimo, in realtà, poiché erano tutti impiegati nelle società estere di navigazione che avevano preso d assalto il nostro porto agli inizi del novecento. 4

5 Per mancanza di avversari validi il Naples si vide costretto a imbastire incontri occasionali con squadre di marinai che avevano la ventura sportiva di sbarcare alla vecchia Immacolatella. Capitò così, un bel giorno, a bordo dell Arabik, la squadra inglese che aveva umiliato i grifoni del Genoa 1893, antesignani e campioni del calcio in Italia, che le avevano buscate per tre a zero. Il Naples vinse per tre a due, con goal di Mc Pherson, Scarfoglio e Chaudoir, lasciando gli inglesi a bocca aperta. L equipaggio dell Arabik, accorso al campo di Bagnoli con propositi bellicosi, portò, invece, in trionfo, con grande spirito sportivo, i vincitori. Venne poi la coppa Lypton, indetta dall omonimo industriale di the che aveva base a Palermo, dove, tra l altro, la maggior parte dei giocatori era di origine maltese; il Naples si aggiudicò la vittoria per due a uno al novantesimo minuto di una partita incandescente che trascinò il pubblico all entusiasmo più schietto. Per la prima volta nella storia del calcio meridionale l esito della gara fu comunicato nella stessa giornata con una telefonata al numero 358 di casa Bruschini in Via San Severo alla Pietrasanta dove si erano riuniti i soci del Club blu- celeste. L Unione Sportiva Internazionale L equilibrio tra i giocatori del Naples Football Club, scarsamente affiatati per ragioni etniche e linguistiche, non poteva, tuttavia, che essere precario. Nel 1911 Bayon e Steinegger, provocarono, infatti, una prima scissione che dette vita all Unione Sportiva Internazionale nella quale affluirono amici e dissidenti con Stolti presidente; il timone del Naples passò dunque nelle mani di Emilio Anatra, socio del Savoia e skipper di grande fama. L Unione Sportiva Internazionale indossava una casacca blu con collo e paramano bianchi e la sigla USI sul petto; il biglietto per accedere al campo di Agnano costava cinquanta centesimi ma già allora i portoghesi, evitando il botteghino, scavalcavano le montagnelle che circondavano il campo per godersi tranquillamente lo spettacolo. La squadra, nelle cui fila confluirono gradualmente molti giocatori di formazioni minori, attratti dal prestigio del Club, poteva ormai contare su atleti come Steinegger, Fowles, lo svizzero Jenni, il portiere Giuseppe Cangiullo, Paduli e De Giuli (ex juventini), Mascoli e i fratelli Matecena provenienti dalla Società Sportiva Napoli. Dopo aver subito cocenti sconfitte nei primi derby cittadini i dirigenti del Naples capirono che, per arginare il pericolo, bisognava attrezzarsi; Gaetano Del Pezzo, in veste di organizzatore, ingaggiò dunque i danesi Thorthenson e Hansen e schierò in porta Guido Cavalli (ex baluardo della Juventus) ben noto per le sue formidabili respinte di piede e di pugno, con la speranza di poter fronteggiare l agguerrita rivale. La gente cominciava a guardare con maggiore simpatia i pazzi della palla rotonda e correva ad applaudirli, incuriosita, con crescente entusiasmo. Il vento, tuttavia, stava cambiando direzione; sulla bocca di tutti echeggiavano, infatti, le note di una canzone che ci avrebbe accompagnati a Tripoli, bel suol d amore, almeno nelle intenzioni del poeta: l Italia partiva in armi alla conquista della Quarta Sponda. Nel breve intervallo tra l impresa africana e la Prima Guerra mondiale, il Naples vinse, a Roma, la coppa Noli da Costa e sconfisse la Roman (tre a zero) e la Virtus Juventusque di Livorno (due a zero), schierando in campo Cavalli, Garozzo, Piccini, Dalia, Hellul, Del Pezzo, Bruschini II, Reichlin II, Eastwood, Reichlin I e Bruschini I. Nel maggio 1915, con l entrata in guerra del nostro Paese, i giovani idonei alla leva militare partirono in massa e i calciatori partenopei non fecero eccezione. 5

6 Chaudoir, Defendi e Teodoro Capocci non tornano più, mentre, tra i reduci, alcuni non furono più in grado di toccare un pallone, come Eastwood che perse una gamba sul fronte francese. Quelli che furono risparmiati dal destino tornarono all antica passione al termine del conflitto; le casacche, allora, riaffiorarono dalla naftalina e il pallone riprese la sua corsa sui verdi prati dei campi sportivi. Le porte di pietra Il 1919 fu l epoca d oro della Villetta, un area pianeggiante di fronte Via Caracciolo, dove giocatori affermati non disdegnavano di togliersi la giacca e schierarsi in campi improvvisati con le porte formate da pietre o cataste di libri. Come dimenticare Cassese, Lobianco, Jaquinto, Matarazzo, Gigliesi, Bruschini III e il terzino De Manes, considerato il re della Villetta? Come non ricordare Ernesto Ghisi, Parodi, i fratelli De Palma, Osvaldo Sacchi, Gennaro Maisto? La nostra città contava in quel periodo ben cinque squadre che partecipavano al Campionato di Prima Divisione, vale a dire il Naples, l U.S. Internazionale, la Bagnolese, la Pro Napoli e la Puteolana. L Internazionale vinse il primo campionato campano del dopoguerra, precedendo in classifica la Puteolana, la Pro Napoli, il Naples e la Pro Caserta. Fu proprio allora che cominciò a fare le prime apparizioni un ragazzetto alto e sottile, con i capelli arruffati e i calzoni corti al ginocchio, il cui nome divenne presto leggendario nell ambiente sportivo napoletano e nazionale; Attila Sallustro non aveva che undici anni ma le sue sorprendenti qualità calcistiche non sfuggirono a Emilio Reale, Presidente dell Internazionale e pioniere del calcio partenopeo, che, nel 1921, riuscì ad accaparrarselo. Sallustro e Massimo Pensa erano i ragazzi più in gamba del momento; insieme costituirono un duo rimasto famoso nella memoria dei tifosi e degli appassionati sportivi. Il Naples, sotto la guida affettuosa e tenace del buon Molfesi badò a migliorare i suoi ranghi in vista del Campionato Regionale che, sebbene ricco di emozioni e di agonismo, terminò in pareggio tra i due massimi Club cittadini costretti ad affrontarsi di nuovo sul campo Oncino di Torre Annunziata dove i blu celesti la spuntarono per uno a zero; i giocatori del Club di Agnano, mortificati per lo smacco, si tapparono in casa per sfuggire ai commenti mordaci della tifoseria. La Bagnolese vinse il girone, con sette punti, seguita dalla Puteolana, penalizzata per aver fatto giocare alcuni elementi sotto falso nome; il Naples aveva totalizzato cinque punti e l Internazionale due. Bagnolese e Naples disputarono quindi le semifinali interregionali con le squadre del Centro Italia. La capolista dovette affrontare il Pisa e la Fortitudo di Roma mentre il Naples dovette battersi con il Livorno e la Lazio, che sconfisse in casa per quattro a due, pareggiando, nel ritorno, per quattro a quattro: un esordio davvero lusinghiero; Fulvio Bernardini difendeva la porta laziale mentre il Naples schierava il quindicenne Ghisi, in posizione di centravanti, e Ninò Bruschini, diciottenne, all ala destra che infilarono due goal a testa, siglando la trasferta. Bernardini, da quel giorno, non volle più saperne di restarsene tra i pali; e fu la sua fortuna. L Internazionale, punta nell orgoglio, ingaggiò l austriaco Bino Shasa, primo allenatore nella storia del calcio locale, competente dal punto di vista tecnico ma piuttosto indeciso e remissivo, specie con i calciatori più anziani; come trainer di prima squadra non ebbe fortuna. Lasciò invece un eccellente ricordo per la sua opera appassionata e paziente nei confronti delle giovani promesse e fu il primo a intuire le qualità di Sallustro e a infondergli fiducia nei propri mezzi insegnandogli le malizie dell arte. Le stagioni successive non furono propizie ai due maggiori sodalizi partenopei a causa del crescente antagonismo tra le squadre e tra gli stessi giocatori. 6

7 Fu, invece, l anno del Savoia che riuscì a rappresentare i colori regionali nelle semi finali del Campionato Centro- Meridionale. Le due grandi rivali compresero allora che era giunta l ora di tendersi la mano e concentrare il meglio delle reciproche forze per tentare la scalata alla vetta del Calcio Nazionale; dalla loro fusione nacque l Internaples, che esordì nella stagione in casacca azzurra con collo e paramano celesti. 7

8 2 Associazione Calcio Napoli Ascarelli Giorgio Ascarelli, che aveva assunto la Presidenza del sodalizio azzurro, era convinto che il calcio richiedesse studio e disciplina, a prescindere dalle doti atletiche o agonistiche di ciascun giocatore; decise quindi di affidare la squadra alle cure di Carlo Carcano, ex calciatore alessandrino, che portò con sé il giovanissimo Giovanni Ferrari, una delle migliori promesse del Calcio Italiano. Sotto la sua direzione, l Internaples dominò, incontrastata, il Campionato Regionale di Prima Divisione, riuscendo a segnare ben centotrenta goal! La formazione prevedeva Ferrari alla mezzala sinistra, Ghisi, giunto ormai all apogeo della fama e della carriera, in posizione di centravanti, e Sallustro all opposta mezzala; Fariello, (cui subentrò poco dopo Fiorini) giocava all ala destra mentre l irruento e velocissimo Osvaldo Sacchi all ala sinistra. Si vedeva finalmente una squadra capace di suscitare grandi consensi e maggior interesse per il gioco del calcio. Il tifo esplose irresistibilmente; la squadra aveva trovato il sostegno e il calore del generoso pubblico napoletano che per anni ha continuato a lottare con i suoi atleti, accompagnandoli con affetto immutato anche nell ora della sfortuna e della tristezza. In Campionato gli atleti compirono autentici prodigi; Sallustro era cresciuto per classe ed esperienza mentre Ghisi, con il suo prestigio, galvanizzava i compagni. Nelle semifinali l Internaples passò ancora di successo in successo superando la pur salda Anconetana per quattro a zero e vincendo contro la gloriosa Fortitudo per tre a uno sul Campo dell Arenaccia; dopo le semifinali, il sodalizio azzurro dovette affrontare l Alba di Roma per la finale decisiva del titolo di Campione Centro- Meridionale e fu una vigilia d armi da cardiopalmo. Nervosismo e stanchezza erano quasi tangibili e, per di più, Carcano era in rotta con la Dirigenza; la squadra, che risentiva dell atmosfera negativa, scese in campo con i nervi scossi e i muscoli intorpiditi, proprio quando avrebbe dovuto esprimere il meglio di sé. Il comportamento del pubblico romano fu, tra l altro, particolarmente aggressivo; sul campo volavano, infatti, pomodori, arance marce e oggetti contundenti di varia natura. L Internaples, disorientata, cercava invano, nella bolgia, di ritrovare il suo profilo migliore; i giocatori si giravano smarriti verso i bordi del terreno di gioco per incrociare lo sguardo del loro allenatore, aspettando inutilmente un consiglio, un suggerimento. Carcano, invece, assisteva rassegnato alla sconfitta, inespressivo e silenzioso, immobile come una statua, con il volto rigato dalle lacrime; l Alba vinse per sei a uno, facendo crollare ambizioni, sogni e speranze. Per andare in finale si sarebbe dovuto vincere, la domenica successiva, con uno scarto di sei punti in ossequio alla regola del quoziente reti. Fantasie. Sette giorni dopo, all Arenaccia, l Internaples riuscì, infatti, solo a pareggiare per uno a uno; il pubblico applaudì ugualmente i suoi ragazzi e rispose alle provocazioni dell incontro precedente con una furibonda bagarre che condusse alla prima squalifica del Campo della nostra storia calcistica. Carcano andò via portando con sé Giovanni Ferrari che divenne poi una stella di prima grandezza del firmamento nazionale; lo sconforto regnava sovrano in quella calda estate del 1926 ma la Provvidenza stese una mano al Club azzurro che riuscì a evitare la retrocessione per il rotto della cuffia. La Lega aveva, infatti, deciso d istituire due gironi di sedici squadre; le vincitrici di ciascun girone si sarebbero battute per il titolo nazionale mentre le otto perdenti 8

9 erano destinate alla retrocessione. Ascarelli sfruttò abilmente l occasione per chiedere e ottenere un posto al sole per la sua Internaples che, insieme all Alba e alla Fortitudo, costituì, per l appunto, la terna vessillifera del calcio centro- meridionale in seno all eletta schiera degli squadroni del Nord. Accadde, tra l altro, in quella torrida estate, un evento destinato a marcare la storia del calcio partenopeo; Ascarelli, incoraggiato dagli eventi favorevoli, avanzò, infatti, durante una riunione del Consiglio Direttivo, una storica proposta. Signori disse Per ragioni condivisibili all epoca dei nostri natali, coloro che ci hanno preceduto hanno attribuito alla squadra che oggi rappresentiamo nomi diversi, accomunati, tuttavia, da un accento straniero. Propongo, dunque, che il nostro sodalizio si chiami d ora in poi, e, mi auguro, per sempre, Associazione Calcio Napoli. La proposta fu accolta all unanimità, con un lungo, interminabile applauso. Alle soglie del Campionato si cercò, nel poco tempo a disposizione, di dare alla squadra una struttura adeguata; furono acquistati Kreutzer, famoso centro mediano del Torino (che fungeva anche da allenatore), Giuseppe Pirandello, proveniente dal Palermo, terzino destro d impressionante potenza, Gariglio I, proveniente dal Brescia, Paolo Innocenti, dal Bologna, Catapano, prelevato dalla Pro Italia di Taranto e De Martino, dalla Stabia. Kreutzer, affiancato da Bino Shasa con il compito di occuparsi della preparazione dei giovani, intuì per primo che Sallustro era un centravanti piuttosto che una mezzala, forte nella manovra e nel dribbling, velocissimo e formidabile nello sfondamento con i suoi tiri improvvisi da ogni posizione e pregevole nel gioco di testa. Il Veltro passò dunque al centro della prima linea ed Ernesto Ghisi alla mezzala destra. Al via del Campionato Nazionale il Napoli schierava in formazione Pelvi, Pirandello, Innocenti, De Martino, Kreutzer, Minter (unico giocatore straniero con cittadinanza italiana), Gariglio I, Ernesto Ghisi, Attila Sallustro, Jaquinto, Sacchi. Giocavano in riserva Catapano, Valente, Marra, Costa, Pollio, Ventura, Latella e Gorini. Il debutto fu deludente; la squadra, che mancava di esperienza e di affiatamento, era debole in difesa e nutriva un certo timore reverenziale nei confronti dei più illustri avversari. Lo stesso Kreutzer, che nei primi quaranta cinque minuti di gioco riusciva a tenere in pugno le redini della squadra e della partita, calava di colpo alla distanza. Il continuo succedersi di disfatte provocò, di conseguenza, una crisi paurosa nell organizzazione della Società e Ascarelli, amareggiato, si dimise; un improvvisata pentarchia formata da Coppola, Elia, Pichetti, Reale e Zinzaro, dette vita ad un nuovo Consiglio Direttivo, presieduto da Nicola Sansanelli, ma le sconfitte continuarono a succedersi con sconcertante regolarità. La navicella azzurra giunse in porto con cinquantuno goal subiti, nove segnati e un solo punto acciuffato in casa contro il Brescia con cui aveva pareggiato per zero a zero. Il ciuccio di Fichella Con tipico umorismo napoletano un anonimo avventore del Bar Brasiliano in Galleria, dove si riunivano i tifosi, traendo ispirazione dal primo simbolo dell Associazione Calcio Napoli (un cavallo rampante in campo blu), affermò un giorno che la squadra poteva essere paragonata più al ciuccio di Fichella afflitto da trentatré piaghe e la coda fradicia che al focoso destriero d imperiale retaggio; nell aneddotica popolare, infatti, il povero asinello, non riuscendo a trainare al mercato il carretto colmo di fichi, si abbatteva al suolo e non c era più modo di farlo rialzare, come accadeva al Napoli di quegli anni. I redattori del Vaco e presse, un foglio umoristico locale, presero spunto dall episodio per ritrarre la squadra con 9

10 l immagine del ciuccio che, attraverso la vignetta, divenuta nel frattempo famosa, entrò a far parte dell araldica calcistica nazionale. Contagiato dall atmosfera di sconforto, il viennese Kreutzer fece pubblico voto di tornarsene a casa a piedi se la squadra avesse mai vinto una partita. E fu di parola. Il Napoli, al termine del Campionato, partecipò, infatti, alla Coppa C.O.N.I., un torneo di consolazione tra le escluse dal girone finale, comportandosi in maniera veramente brillante e vinse, a Roma, contro l Alba per due a uno, suscitando effusioni di gioia tra giocatori e dirigenti che, prima del rientro, offrirono un simpatico banchetto al quale parteciparono tutti meno il biondo austriaco che aveva tenuto parola, privando però il Napoli del suo centromediano e allenatore in un momento piuttosto delicato. La classifica raggiunta nella Coppa C.O.N.I. non legittimava alcuna speranza di vittoria ma le prove sempre più lusinghiere e incoraggianti degli azzurri avevano un po risollevato il morale del pubblico, infondendo nuove speranze nella dirigenza della squadra che vedeva approssimarsi la campagna soci Bino Shasa, rimasto solo dopo la scomparsa di Kreutzer, assegnò senza esitazioni il ruolo di centro mediano al diciassettenne Attila Sallustro, ignorando obiezioni e perplessità. Ha il senso della posizione sosteneva è preciso e intelligente nei passaggi, ha un tocco perfetto della palla e tanto fiato per resistere in campo anche più del necessario. Aveva ragione. Attila giocò nel ruolo assegnatogli con entusiasmo e convinzione, senza far rimpiangere nessuno, nemmeno il disperso viennese. Dopo la vittoria sull Alba, il Napoli superò il Livorno per uno a zero ma perse, clamorosamente contro l Alessandria per nove a uno! Si riprese, poi, superando l Andrea Doria per due a zero, pareggiò a Brescia (zero a zero) e a Napoli, con la Alba, (uno a uno) e perse nuovamente, a Napoli, contro l Alessandria per uno a due in una partita che suscitò una ridda di critiche e di polemiche. La classifica finale ci vide al terzo posto, a pari punti con il Brescia, con tre vittorie, tre pareggi, quattro sconfitte, dodici goal fatti e diciannove ricevuti. Quel terzo posto e quei nove punti in classifica rappresentavano un netto miglioramento nei confronti del precedente campionato e furono decisivi per la permanenza della squadra nei ranghi della Divisione Nazionale. A norma di regolamento, infatti, il Napoli avrebbe dovuto retrocedere in Prima Divisione ma il successo nella Coppa C.O.N.I. e l alto senso sportivo dei dirigenti federali permisero nuovamente alla squadra partenopea di continuare a giocare nel girone A della Divisione Nazionale. Il disastro dell anno precedente indusse i Dirigenti partenopei a correre ai ripari e la campagna acquisti fu condotta con maggiore acuzie e su più vasta scala, puntando soprattutto su giovani promettenti anche se poco conosciuti. Le finanze azzurre, d altronde, dopo le dimissioni del munifico Ascarelli, non consentivano lussi particolari e, gli incassi, all epoca, erano piuttosto modesti. Shasa fu licenziato e al suo posto subentrò l austriaco Rolf Steiger. Furono ingaggiati Costa e Tosini dall Alessandria, Biagio Zoccola dal Bari, Gariglio II e Innocenti II dal Livorno, Cassese dalla Bagnolese e il centro sostegno Pino Ghisi, reduce dal servizio militare a Roma dove aveva giocato con la Fortitudo. Al via del Campionato il Napoli schierava in formazione Pelvi, Pirandello, Innocenti, Zoccola, Ghisi II, Cassese; Innocenti II, Ghisi I, Sallustro, Costa e Gariglio I. Nella prima partita casalinga gli azzurri superarono la Reggiana per tre a uno ma furono poi sconfitti dal Milan (cinque a uno) e dal Cremona con un desolante cinque a zero. Si sperò che il fattore campo valesse a ridare foga e successo all undici partenopeo ma anche all Arenaccia incassammo quattro reti senza segnare nemmeno il goal della bandiera, scatenando amarezze e delusioni, critiche e parole grosse. 10

11 Il Consiglio Direttivo entrò di nuovo in crisi e Gustavo Zinzaro di fronte a tanti tentennamenti e dimostrazioni di sfiducia prese atto delle dimissioni dell organo direttivo e assunse con coraggio la carica di Commissario Straordinario. Steiger lasciò il posto a una commissione tecnica composta da Felice Scandone, Mario Argento e Gianni Terrile, ex giocatore dilettante genovese. Dopo due mesi di alterne vicende fu eletto un nuovo Consiglio Direttivo presieduto da Emilio Reale, Gustavo Zinnaro e Pasquale De Rosa, valente chirurgo dell Ospedale dei Pellegrini e già valoroso terzino dilettante degli anni trascorsi. Alla Commissione tecnica, che pure aveva funzionato nel miglior modo possibile, subentrò l ungherese Ferenk Molnàr, uomo di grande temperamento ma rude ed esplicito fino all imbarazzo nell esprimere giudizi e opinioni tra l altro non sempre fondati se si pensa al suo vaticinio calcistico nei confronti di Attila Sallustro. Il busto di Pippone Il Napoli, leggermente migliorato, si discostava appena dal fanalino di coda collocandosi al terzultimo posto, con quindici punti all attivo, ventitré goal segnati e cinquantaquattro ricevuti; che batoste, ragazzi! Milan- Napoli cinque a uno; Cremonese- Napoli cinque a zero; Alessandria- Napoli undici a uno e Torino- Napoli undici a zero sotto il rullo compressore del trio Baloncieri, Libonati e Rossetti! A proposito di questo Campionato, mi piace ricordare un episodio abbastanza indicativo della passione e attaccamento dei giocatori di allora verso i propri colori sociali. In una partita disputatasi all Ilva, contro la Cremonese, Innocenti riportò la frattura della clavicola sinistra che gli venne curata con apparecchio gessato piuttosto ingombrante. Dopo una ventina giorni, tuttavia, pregò il Professor De Rosa di togliergli il gesso per scendere in campo la domenica successiva contro la Lazio. De Rosa si lasciò convincere e lo accompagnò all Istituto Ortopedico Salvati, a Piazza Dante, dove gli fu confezionato uno busto di celluloide per proteggere l osso fratturato. Pippone scese in campo la domenica successiva e cominciò brillantemente la partita, resistendo benissimo negli scontri con gli avversari ma i giocatori laziali notarono qualcosa di strano addosso al terzino azzurro e avvisarono l arbitro che gli chiese di disarmarsi e terminare la gara senza il busto protettore. Innocenti, incurante del dolore, obbedì prontamente. Era addirittura felice perché, con la sua presenza, il Napoli era riuscito a piegare la Lazio per due a uno! Ciott il proteiforme Anche quell anno si disputò la Coppa C.O.N.I. e ancora una volta il comportamento degli azzurri che si classificarono al terzo posto con quattordici punti (sei vittorie, due pareggi, quattro sconfitte, ventinove goal segnati e ventidue subiti) fu particolarmente brillante. Il terzultimo posto nella classifica finale del Campionato comportava, in ogni caso, la retrocessione, ma il presunto intervento di San Gennaro e quello più concreto di alcune Autorità cittadine, convinsero i dirigenti della Federazione Italiana Gioco Calcio a concedere una seconda solennissima scoppola alla squadra partenopea che fu di nuovo ammessa a disputare il massimo Campionato. 11

12 Giovanni Maresca di Serracapriola, già calciatore militante nell Internazionale e nell Internaples, assunse la presidenza della Società azzurra, coadiuvato dal Maggiore Zinzaro e dal Cavalier Emilio Reale. La Cassa Sociale di Piazza della Carità era, tuttavia, più francescana che caritatevole e molti lodevoli progetti restarono in pectore. Il Club si limitò, pertanto, a pochi acquisti, indubbiamente più ragionati di quelli degli anni precedenti. Molnàr fu sostituito da Fisher, un austriaco piuttosto sfortunato che, dopo qualche tempo, decise di andarsene, sostituito dal simpaticissimo Gianni Terrile, giornalista e provetto giocatore dell Andrea Doria di Genova all età della pietra del calcio nazionale. Autentico gentlemen, Terrile non assunse mai le arie e le pretese dei grandi trainers. Seppe invece, con molto senso pratico e buona dose di energia, ridare vigore morale e atletico alla compagine azzurra che espresse in quel Campionato un finale sorprendente, ricco di notevoli affermazioni. Andiamo per ordine. Il Campionato italiano di massima divisione era sempre articolato su due gironi, A e B e, questa volta, al Napoli toccò il girone B. La squadra cercò di potenziare le sue schiere acquistando dal Casale l indimenticabile Ciott (al secolo Carlo Buscaglia), il giocatore più versatile, eclettico ed estemporaneo che io abbia mai conosciuto, inesauribile motorino capace di ricoprire ogni ruolo con disinvolta maestria. Napoli sportiva lo ricorda ancora oggi per la potenza, l esuberanza, l ardore e la caparbia tenacia con cui si batteva in difesa dei nostri colori. A distanza di tanti anni mi sembra giusto esprimere un omaggio affettuoso, anche in nome di tutti gli sportivi napoletani, nei confronti di un atleta grande e generoso come pochi seppero essere. Con lui furono acquistati l ala sinistra Fenili, dalla Lazio, il centromediano Roggia, dal Novara, Scacchetti, terzino destro, dal Modena, l ala destra Rizza, dal Brescia e, infine, Valeriani, portiere valoroso, e Federico Stella, dal Palermo. Cominciava così, all insegna della speranza e dell avventura, la terza fatica dell Associazione Calcio Napoli che schierava in formazione Valeriani, Pirandello, Innocenti I, De Martino, Roggia, Catapano, Buscaglia, Ghisi I, Sallustro I, Pampaloni, Fenili. Il ritorno di Ascarelli Gli azzurri iniziarono il girone piegando il Verona per tre a zero sul campo dell Ilva di Bagnoli e vinsero, la domenica successiva, contro il Pistoia per uno a zero, sovvertendo i pronostici che li davano per spacciati. La compagine partenopea, che sembrava davvero trasformata, offriva finalmente gioco, spettacolo e soddisfazione. Il dolore, tuttavia, era in agguato. Di ritorno da Roma, dopo una folgorante vittoria sul campo della Rondinella contro la Lazio moriva, infatti, Giuseppe Pirandello colpito, a soli venticinque anni, da una sincope causata da una banale endovenosa. Al suo posto subentrò il poderoso Sacchetti, mentre Ghisi I fu sostituito da Buscaglia con Gondrano Innocenti all ala destra. Il Napoli cominciò a piacere per davvero, a entusiasmare i suoi appassionati. Superò, infatti, la Fiorentina per sette a due, il Venezia e l Ambrosiana (entrambi per quattro a uno) e 12

13 sconfisse in un esaltante crescendo il Verona (tre a zero), il Brescia (quattro a zero) e la Biellese addirittura per cinque a zero. Quell anno la F.I.G.C. aveva istituito la Divisione Nazionale B, limitando la massima divisione a sedici formazioni, circostanza che aveva scatenato una lotta serrata tra le squadre di centro classifica. Il Napoli era alla soglia dell ambito traguardo, l aveva a portata di piede eppure non riusciva a raggiungere il traguardo. L ennesima crisi interna della Società minacciava, infatti, ancora una volta, di compromettere il rendimento della squadra. Mancavano i soldi, l intesa e l affiatamento; mancava una guida sicura e un punto di riferimento in seno al Consiglio Direttivo. Mancava tutto, in sostanza, a parte la buona volontà dello sparuto drappello di atleti che continuavano a battersi sul terreno di gioco. Ore tragiche, insomma, fino a quando, nel pieno di tanta amarezza, tornò Ascarelli, come un raggio di sole in mezzo alle nuvole grigie della tempesta. Giocavo con i boys quando il Presidente riprese il timone della squadra, offrendo affetto, esperienza, simpatia e, naturalmente, denaro, senza nulla chiedere in cambio, nemmeno la riconoscenza dei napoletani cui donò uno Stadio costruito a sue spese al Rione Luzzatti che portò il suo nome fino a quando l umana ingratitudine e i pregiudizi dell epoca decisero altrimenti. Il ritorno di Ascarelli galvanizzò la squadra che riuscì a superare la crisi terminando il Campionato all ottavo posto, a pari punti con Lazio. I due Club, legati per consuetudine da rapporti cordiali, furono dunque costretti a lottare per l agognata vittoria. Noblesse oblige La battaglia, sebbene accanita, terminò con un nulla di fatto, a reti inviolate da entrambe le parti. Per l incontro di qualificazione, che ebbe luogo la domenica successiva, fu scelta l Arena di Milano. La Lazio segnò il primo goal per merito di Spivach ma Sallustro, per niente intimorito, pareggiò le sorti della gara infilando, con eleganza da torero, la porta laziale. Pochi minuti dopo Buscaglia partì in velocissima fuga fin verso la bandierina del corner calciando un lunghissimo cross raccolto di testa da Sallustro e spento sui piedi di Innocenti II che, a volo, mise in rete con rara potenza. Tripudio in campo e delirio sugli spalti dei tifosi napoletani! A venti minuti dalla fine il Napoli conduceva per due a uno. Un giornale dell epoca (il Mezzogiorno), aveva organizzato un particolare servizio d informazioni telefoniche durante il corso della partita; in Piazza San Ferdinando, sotto i balconi del giornale, la folla consultava febbrilmente gli orologi con il cuore in gola e il respiro mozzato dall emozione quando il balcone si aprì per annunciare che la Lazio aveva pareggiato. Un ondata di gelo calò sulle migliaia di tifosi. Si profilava l ombra del terzo incontro e, con esso, l incertezza del risultato. Ascarelli, però, si recò a Roma per perorare ancora una volta presso Leandro Arpinati, Presidente della F.I.G.C., la causa del suo Napoli che aveva comunque raggiunto ventinove punti, dimostrando di sapersi battere degnamente contro avversari più quotati e più esperti. Lazio e Napoli non partirono mai alla volta di Padova, dove l incontro si sarebbe dovuto disputare, poiché, nel frattempo, la Federazione aveva deciso di aumentare il numero delle squadre della Divisione Nazionale A da sedici a diciotto, consentendo, quindi, a entrambi i Club di restare in serie A. 13

14 3 Un Mister a Napoli Willy Garbutt Perorando la causa del Napoli Giorgio Ascarelli aveva promesso un campo da gioco adeguato e, di ritorno da Roma, si accinse senza indugi a realizzare il programma illustrato ai dirigenti federali. I primi di agosto del 1929 si gettarono, infatti, le fondamenta del nuovo 14

15 stadio che sarebbe sorto sul terreno acquitrinoso del Rione Luzzatti. I lavori proseguirono a ritmo febbrile, giorno e notte, consentendo, in tempi da record, la realizzazione dell opera che fu ultimata nel febbraio del 1930, diciassette giorni prima la prematura scomparsa del suo artefice. Avviata la realizzazione del campo, Ascarelli rivolse le sue attenzioni alla campagna acquisti. Una ridda di emissari partì in ogni direzione incrociandosi con osservatori che rientravano per riferire l esito delle trattative. La sede sociale di piazza della Carità, in quei mesi di canicola, era un cantiere operoso, stracolmo di telegrammi, dove si tenevano riunioni plenarie fino a notte inoltrata. Il Napoli sborsò quell anno la cifra, iperbolica per quei tempi, di mezzo milione di lire per l acquisto di nuovi giocatori che avrebbero contribuito a elevare la squadra a stella di prima grandezza nel firmamento nazionale. Vennero giù, infatti, quelli che fecero il grande Napoli che tutti amarono e che restò scolpito nel ricordo e nell ammirazione del pubblico; con loro comparve l indimenticabile Mister Garbutt, trainer autorevole e buono al tempo stesso, sobrio nella vita e sul campo; un galantuomo più unico che raro tra i tanti che ho conosciuto al timone della squadra. E ne ho visti parecchi. Il suo talento era, d altronde, ben noto. Tecnico del Genoa dal 1912 al 1927, William Garbutt aveva allenato squadre nazionali olimpioniche ed era, infine, passato alla Roma, vincendo una Coppa CONI. Con lui vennero giù Cavanna (portiere, dal Vercelli), Marietti (portiere, dalla Fiumana), Vincenzi (terzino destro, dal Torino), Vojak (mezz ala destra, dalla Juventus), Mihalich (mezzala sinistra, dalla Fiumana) e Perani (ala destra, dall Atalanta). Il Napoli, così rinnovato, si presentò deciso ad assumere un ruolo rilevante sul palcoscenico della stagione che si giocava ancora all Arenaccia, in attesa del nuovo stadio al Rione Luzzatti. Il primo giorno di convocazione per l inizio degli allenamenti eravamo tutti presenti, vecchi e nuovi, titolari, boys e riserve e con noi c era Mario De Palma in veste di massaggiatore. Ascarelli e Garbutt arrivarono insieme, come vecchi amici, confabulando e sorridendo. L inglese si fermò davanti a noi, cacciò via la pipa di bocca, si tolse il cappello e salutò con il suo inconfondibile accento anglosassone mentre il Presidente faceva le presentazioni. Amici cari e fedeli, ho il piacere di presentarvi il vostro nuovo allenatore. E inutile che vi dica chi sia. Molti lo conoscono già e gli altri impareranno presto. Vi lascio in buone mani sperando che non vorrete deludermi. Nato a Hazel Grove (Inghilterra) il nove gennaio 1883, William Thomas Garbutt si era arruolato in giovane età nell esercito dove, con la squadra degli Artiglieri, giocava nel ruolo di attaccante. Iniziò la sua carriera, dopo il congedo, con la maglia del Reading, giocando nella Southern League dal 1903 al 1905 per poi passare al Woolwich Arsenal con cui debuttò in First Division il ventitré dicembre contro il Preston North End. Con il Blackburn, che lo aveva ingaggiato nel maggio 1908, fece registrare ottantadue presenze in quattro stagioni prima di subire un grave infortunio che compromise la sua carriera. Ritornò all Arsenal nel 1911 per poi ritirarsi definitivamente nel 1912 e trasferirsi a Genova per lavorare nel Porto. Il trenta luglio 1912, in seguito a una sollecitazione di Vittorio Pozzo, fu assunto come allenatore dal Genoa che guidò dal 1912 al 1927, incarnando il prototipo dell allenatore professionista. Durante il primo conflitto mondiale combatté sul fronte francese riportando una ferita al ginocchio destro e tre medaglie al valor militare. La consuetudine di designare gli allenatori con il titolo di Mister iniziò proprio con lui che, con un pizzico di snobismo britannico, non desiderava altri appellativi. Lo vidi per la prima volta in quell estate del 1929, mentre ci passava in rassegna con il suo sguardo penetrante. Signori, disse, per fare una grande squadra occorrono grandi giocatori, tra i quali emergono, a volte, autentici fuori classe. Se ce ne saranno, me ne rallegrerò. Diversamente, mi 15

16 accontenterò di giocatori grandi, di coloro cioè che hanno coraggio, entusiasmo e cuore generoso. Vorrei incontrarvi tutti nella mia stanza per stringere la mano a ciascuno di voi e conoscervi personalmente. Il suo personalmente era, tra l altro, un grosso quaderno su cui registrava il primo colloquio e il curriculum di ciascuno che comprendeva nome, età, professione, titoli scolastici, ruolo di gioco, attitudine specifica di calciatore, comportamento agonistico, ammonizioni, infortuni subiti, condotta nell ambiente sportivo e fuori di esso, abitudini alimentari e voluttuarie. I suoi appunti sono stati per molto tempo la nostra biografia. Come eravamo Un giorno, durante un allenamento, Garbutt si accorse dell assenza di un giocatore. Allo, Zontini, dove essere Scauta? chiese a me che ero allora capitano dei boys. All ospedale risposi turbato pare che abbia la tubercolosi. Non disse nulla, ma il suo sorriso si spense. Sapemmo, in seguito, che si recava spesso a trovare il povero Scauta, giocatore di talento che viveva in miseria, per portargli cibo, indumenti, e qualche lira che, con innata eleganza, gli lasciava nello stringergli la mano al momento del commiato raccomandando di non comprare sigarette. Ragazzi, ci disse un giorno, dopo l allenamento, il nostro amico Scauta sta per morire. Andiamo a trovarlo in ospedale. Sono certo che gli farà piacere. Andammo tutti. Quando ci vide, il volto scavato dal male sembrò ritrovare un po di colorito e gli occhi, vivi e lucidi, si velarono di un pianto sottile, tenero e silenzioso come un muto ringraziamento. Allo Scauta, gli disse Garbutt per alleviare la tensione, è ora di alzarsi da questo letto, basta fare il poltrone, pensa che fra due settimane dobbiamo incontrare il Livorno e tu devi riprendere il tuo posto di terzino.capito? Forza, fare presto a guarire del tutto, ormai stai bene, non ti pare?. Parlava con tale naturalezza il caro Mister che lo guardammo sbalorditi. Due settimane dopo incontrammo i boys del Livorno sul campo dell Arenaccia con la fascia del lutto sul braccio; Scauta era morto qualche giorno prima. Gli sarebbe tanto piaciuto giocare quella partita che dedicammo a lui, vincendo per due a zero con un goal di Sallustro III e uno mio. Al via del Campionato il Napoli schierava in formazione Cavanna, Vincenzi, Innocenti; De Martino, Roggia, Zoccola; Perani (Buscaglia), Vojak, Sallustro, Mihalich e Fenili. La squadra cominciò a sorprendere fin dalla prima partita a Torino, sul campo della Juventus che vinse per due a tre dopo un combattimento aspro e incerto fino all ultimo secondo; la domenica successiva pareggiammo in casa con il Brescia (uno a uno) e nella terza partita riuscimmo a piegare brillantemente il Milan per due a uno; fummo poi sconfitti a Bologna per tre a uno e pareggiammo in casa con il Livorno per uno a uno. Gli azzurri, in effetti, cominciavano a trovare l armonia e l affiatamento, la giusta carburazione e il giusto ritmo. Il grande avvenimento dell annata calcistica era divenuto improvvisamente il trio Vojak, Sallustro e Mihalich, i cui nomi acquistarono presto sapore di leggenda. Periodo aureo 16

17 Se ne accorse subito la Roma che dovette sostenere l urto di un Napoli scatenato che andò in vantaggio due volte, con Vojak e Sallustro, e per due volte fu raggiunto. Negli ultimi minuti un tiro formidabile di Fenili entrò nell angolo alto a sinistra della porta romana, sfondò la rete e passò oltre! L arbitro non convalidò perché vide il pallone solo fuori della rete. Seguirono discussioni, appello al guardalinee, polemiche ma fu tutto inutile: al fischio finale il direttore di gara confermò, infatti, il pareggio. L attacco azzurro, considerato, giustamente, come la linea più efficiente e realizzatrice del momento, viveva il suo periodo aureo. Vittima di questo stato di grazia fu il povero Modena che, al termine di una prova superlativa, si ritrovò con due palloni di Sallustro, altrettanti di Mihalich e uno di Vojak in fondo alla rete senza riuscire a segnare nemmeno il goal della bandiera. Dopo ventuno partite di Campionato, unica tra le diciotto squadre della Divisione Nazionale A, il Napoli aveva segnato come minimo un goal a partita. Gli sportivi napoletani, dopo tante pillole amare, erano pazzi di gioia. Ricordo ancora il corteo di migliaia di persone festose che inalberavano cartelli di osanna e gagliardetti azzurri, accalcate alla stazione di Mergellina in attesa del treno che riportava a Napoli la squadra vittoriosa sul Modena; gli azzurri accolti da urla di entusiasmo irrefrenabile furono portati in trionfo tra il delirio della folla. Il moro Vincenzi, ci rimise l orologio (del bisnonno, diceva lui), Roggia una scarpa e Garbutt la famosa pipa che, appena fuori della mischia, sostituì, imperturbabile, con un altra, pescata dalla tasca dell impermeabile; sosteneva, infatti, che il vero fumatore doveva averne almeno tre! Vincemmo ancora contro la Triestina (quattro a tre) l ultima partita del girone d andata sul Campo del Rione Luzzatti finalmente terminato nel febbraio del 1930; nella prima giornata del Girone di ritorno contro la Juventus lo stadio era un vero spettacolo, gremito di gente in ogni ordine di posti che inalberava grandi drappi azzurri e cartelli Forza Napoli e Ciuccio fa tu. E la storica partita fu degna del contesto. Debuttava con la Juventus in Italia la mezzala sinistra Renato Cesarini, il più grande giocatore che io ricordi di aver visto in quel ruolo; l italo- argentino era un autentico prestigiatore del pallone, funambulo, giocoliere e acrobata al tempo stesso. Aveva fiato, intelligenza, cuore; e tanta classe da poterne vendere la metà. Al suo fianco giocava il formidabile Raimundo Orsi, oriundo argentino, che alternava al calcio il violino nei momenti di malinconia per la sua terra lontana. Addio, Presidente! Fu una partita incandescente. La Juventus partì di scatto galvanizzata da un Cesarini in grande forma presente ovunque fosse la palla e, nel primo tempo, passò in vantaggio con un goal di Munerati e uno di Orsi; nel secondo tempo però, gli azzurri con un gioco brioso e sapiente, riuscirono a superare il famoso trio Combi- Rosetta- Calligaris e a pareggiare con due reti del piccolo grande Buscaglia in vena di prodezze. In vista della trasferta a Brescia (dove vincemmo per due a uno) e del successivo incontro con il Milan, Garbutt aveva deciso di condurre la squadra in romitaggio ad Arona. Nel pomeriggio di venerdì quattordici marzo qualcuno avvertì i responsabili della squadra, che era in visita a Stresa, di mettersi in contatto con l albergo. Innocenti corse al telefono e ritornò poco dopo, pallido come un fantasma. Il Presidente è morto, mormorò sconsolato. Bisogna rientrare subito per i funerali. 17

18 Una peritonite fulminante aveva, infatti, stroncato la vita di Giorgio Ascarelli, a soli trentasei anni. Dopo la mesta cerimonia e l ultimo commosso saluto, addolorati e confusi, gli azzurri partirono in treno per Milano dove, con il lutto al braccio, sconfissero clamorosamente il Milan a San Siro per tre a zero. Un omaggio postumo al grande Presidente. Napoli milionaria La gioia per i trentasette punti conquistati e per il quinto posto in classifica era offuscata, naturalmente, dalla scomparsa del vero artefice del nostro successo. Si giunse, nonostante tutto, al Campionato con Giovanni Maresca di Serracapriola presidente. Il Consiglio Direttivo era composto da Emilio Reale, Andrea Carafa d Andria, Eugenio Coppola, Davide Pichetti, il dottor Iannuzzi, Pasquale De Rosa, Giusto Sènes, Manfredini, Del Monte, Riccio e Dumontet. La Società acquistò Enrico Colombari, autentico asso del Calcio Nazionale, centro sostegno e laterale ambidestro del Torino, detto Banco di Napoli, o quarto di milione perché da solo era costato la bella cifra di duecento cinquantamila lire, seguito da Luigi Castello, terzino destro della Dominante di Genova, Aldo Bandini, terzino sinistro del Livorno, Ettore Fontana, mediano sinistro della Dominante, Mariano Tansini, ala sinistra del Milan e Giuseppe Rizza, ala destra del Brescia. L arrivo di nuovi giocatori e il ricordo ancora vivo del brillante comportamento nel precedente Campionato legittimarono previsioni eccessivamente ottimistiche suffragate dalla stampa sportiva pressoché concorde nel ritenere la squadra in odore di scudetto. La compagine azzurra era formata da Cavanna, Vicenti, Innocenti; Colombari, Roggia, Fontana; Buscaglia, Vojak, Sallustro I, Mihalich e Tansini, allenati da Willy Garbutt che preferiva formazioni d attacco piuttosto che di difesa. La condotta degli azzurri, che durante il girone d andata terminarono in seconda posizione, a pari punti con la Roma, non smentì le previsioni. Ricordo, tra le partite più belle, lo scontro con la Juventus a Torino, dove, a sorpresa, sconfiggemmo i Campioni d Italia per due a uno e la vittoria per due a zero contro il Bologna all Ascarelli. Alla fine del girone d andata il Napoli era secondo in classifica con venticinque punti, nove partite in casa, nove vittorie, otto partite fuori casa, tre vittorie contro Juventus, Milan e Casale, un pareggio con la Triestina e quattro sconfitte contro Roma, Genoa, Ambrosiana e Torino. Il girone di ritorno iniziò male, con la partenza per il servizio militare di Attila Sallustro, assegnato prima al Genio di Caserta e trasferito, in seguito, al Distaccamento del Campo Sportivo Militare dell Arenaccia. Il cambiamento di vita e di abitudini influì sul grado di forma del biondo centrattacco, indebolendo, di conseguenza, l offensiva del quintetto napoletano. La squadra, alla fine del Campionato, fu squalificata una prima volta per invasione di campo durante l incontro con l Ambrosiana, terminato per due a due, e, poi, per la seconda volta, in occasione della sconfitta con il Torino per uno a zero, su un rigore inesistente. Il Napoli precipitò al sesto posto in classifica con trentasette punti, diciotto partite vinte, quindici perse e una pareggiata. Si cominciò a parlare di stanchezza, d infortuni, di arbitraggi, di mille cose, insomma, che potevano esser vere oppure no, finché Garbutt, stanco di chiacchiere, andò dritto al nocciolo della questione. 18

19 Le ragioni che avete esposto potrebbero essere valide se noi stessimo lottando per la retrocessione. Invece, grazie anche al demerito delle altre squadre, non ci troviamo a questo punto. Il fatto è che voi avete paura! Vi spaventa il peso della responsabilità per il secondo posto conquistato durante il girone d andata. E chi ha paura, si smarrisce. Voglio ricordarvi che abbiamo perso contro l Ambrosiana perché avete abboccato come sciocchi alle provocazioni degli avversari, lasciandovi trascinare in tafferugli, zuffe e indecorosi pugilati che, alla fine, hanno determinato l espulsione di Colombari, artefice primo della nostra sconfitta. Colombari, da buon toscano, tentò una reazione di difesa, alzò un po il tono della voce, disse qualche sproposito e Garbutt, dopo averlo ascoltato, gli additò l uscio degli spogliatoi, pregandolo di non presentarsi più in campo fino a nuovo ordine. Atleta di valore e uomo generoso, Rico Colombari capì di aver sbagliato e si presentò qualche giorno dopo per chiedere scusa. Il Mister gli batté amichevolmente col pugno sulla testa ricciuta e tutto finì lì. Il Mister a scuola A proposito di Garbutt voglio qui ricordare il suo modo d intendere la disciplina. L Ascarelli era dotato di tre spogliatoi per il Napoli oltre e altrettanti per gli ospiti. Gli spogliatoi della Prima Squadra erano destinati solo ai titolari e le rispettive riserve mentre gli altri potevano essere usati dalla squadra B e dai boys. Bisognava bussare per accedere allo spogliatoio dei titolari e, rivolgendosi a loro, bisognava chiamarli signor Vojak, signor Sallustro. Chiunque avesse avuto cose personali da riferire all allenatore doveva farlo nel suo ufficio perché il campo era destinato esclusivamente all allenamento. Garbutt s interessava ai nostri studi, al lavoro, alle nostre ambizioni future, ai nostri hobby. Un giorno mi chiese come andavo a scuola e qual era il mio profitto. Risposi che mi sembrava soddisfacente. Qualche giorno dopo il Professor Ermenegildo La Terza, sportivissimo e colto Preside del Liceo che frequentavo, mi chiamò in direzione per chiedermi come facevo a trovare il tempo per il calcio, l atletica e lo studio, disimpegnando le tre cose abbastanza bene. Volontà, risposi, stringendomi nelle spalle. Cerco di conciliare lo studio con lo sport. Sorrise e mi diede un buffetto sulla guancia. Torni in classe, e continui sempre così. Capii il senso di quelle parole nel successivo incontro con il Mister. Complimenti Athos! Tre otto, quattro sette, un sei, in matematica credo. Professor Bucco, si chiama così? Molto simpatico! Anche simpatico il Professor Finelli, quello di Scienze Bella palestra ha la tua scuola, sai!. Restai di stucco. Era venuto al Liceo per informarsi dei miei studi e della mia preparazione! Faceva così con tutti. Viveva tra noi e con noi, pur mantenendo la necessaria distanza. E ci sentivamo protetti, spronati a fare sempre meglio. Ricordo l anno degli esami di Maturità. Il giorno che uscirono i quadri di scrutinio lo incontrai davanti al cancello della scuola, tranquillo e sorridente, con la sua inseparabile pipa. Allô Athos, come stare? Dura fatica, eh? E ora, all Università, hai già pensato a quale Facoltà ti vuoi iscrivere?. Non potei evitare di abbracciarlo. Non ho mai letto il risultato dei mei esami poiché la sua parola valeva più di qualsiasi riscontro. Uno strano torneo 19

20 Nella nuova stagione calcistica il Napoli provvide ad altri acquisti tra cui Volante che proveniva dall Argentina, Vojak II, dalla Juventus, Benatti (il sorcetto ), dal Lecce, Boltri dal Casale e Bonivento, ex bustocco, dal Vomero. Se ne andarono invece Adamo Roggia e Perani, giocatore brillante e veloce, che interruppe la sua carriera per un grave incidente al ginocchio. I nuovi acquisti non furono decisivi agli effetti della classifica. Volante era certamente un buon centravanti, forte di testa, ma troppo lento per il gioco veloce e ricco d improvvisazioni del calcio italiano; equivaleva, in effetti, al giubilato Roggia, che però aveva il pregio di una combattività irriducibile; Benatti sostituiva Perani ma il sorcetto, piuttosto irriflessivo, non era l ala destra ideale per quel Napoli; Boltri era un mediano tenace, non molto tecnico ma picchiatore e duro a morire che ebbe alti e bassi nelle sue prestazioni e fece più la riserva che il titolare; Bonivento era ormai alla fine della sua lunga carriera. Il Campionato non fu certo brillante, anche a causa dei problemi finanziari del Club che non erano pochi; la situazione economica si era, infatti, aggravata e, la morte di Ascarelli, il cui mecenatismo restava un fenomeno isolato, peggiorava notevolmente le cose. Nessuno voleva o poteva assumersi l impegno personale di sanare le falle della Società e la squadra, con trentacinque punti, scivolò al nono posto della classifica. Il Napoli, spavaldo e corsaro contro le squadre più forti, sembrava stranamente rassegnato contro quelle più modeste. Le dispute all Ascarelli contro il Bologna e la Juventus furono indubbiamente le prove più belle del Campionato. Il Bologna, che non aveva ancora perso una partita, scese in campo sul terreno del Rione Luzzatti con l aria baldanzosa del conquistatore, suffragata da uno spettacolare goal di Fedullo da trenta metri, a fil di traversa, nel primo tempo; Garbutt, nell intervallo, elogiò Cavanna, Vincenzi, e Innocenti e i mediani Colombari e Volante, rivolgendosi poi sarcasticamente agli attaccanti. Pensavo che sareste riusciti a far di meglio contro Monzeglio, Gasperi e Baldi, ma vedo che sono troppo forti per le vostre possibilità. Battersi contro di voi è davvero uno scherzo per gente di quella classe. Vojak, paonazzo, si strappò l inseparabile retina dal cuoio capelluto e cominciò a sacramentare in friulano; Sallustro guardava il Mister a bocca aperta, stentando a credere che fosse proprio lui a parlare così; poi di scatto mollò un pugno sul petto del biondo Mihalich. Adesso gli faremo vedere se è davvero uno scherzo!. Fu un secondo tempo gagliardo, ricco di prodezze del nostro scatenatissimo attacco che fece vacillare le retrovie avversarie sotto l urto pressante delle azioni. Poi una fuga velocissima di Transini; Sallustro e Baldi, volando verso l alto, si contendono la sfera di cuoio ma Sallustro tocca per primo e gira a mezza altezza un pallone smorzato all accorrente Vojak che tira a volo una cannonata che ha il rombo del tuono. Il portiere bolognese vide la palla solo in fondo alla rete. Uno a uno. Il Napoli continuò sullo slancio fino all ultimo secondo della dura contesa e, in un azione tutta personale, Sallustro, scartati tutti gli avversari e superata di prepotenza la roccaforte di Monzeglio e Gasperi, lasciò partire un formidabile affondo che la mano di San Petronio s incaricò di deviare sulla traversa! Il comportamento degli azzurri contro la Juventus fu ancora più brillante e deciso. Il Napoli tenne il campo da dominatore, galvanizzato da Sallustro che, al centro della prima linea, infondeva ai compagni la volontà di vincere; Combi, Rosetta e Caligaris tremarono sotto i colpi del quintetto partenopeo finché il plurinazionale baluardo juventino finì col crollare. Il povero Combi dovette, infatti, raccogliere due volte i palloni del veltro nel fondo della rete. Colombari, Vojak e Sallustro furono convocati in Nazionale per affrontare il quattordici febbraio 1932 la Svizzera sul Campo dell Ascarelli. 20

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