Poesia Teatro RCS LIBRI EDUCATION SPA
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- Arnoldo Maggi
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1 Poesia Teatro RCS LIBRI EDUCATION SPA
2 Il progetto, il coordinamento degli autori e la revisione dei testi dell antologia Iride sono stati curati da Giancarlo Leucadi; l impostazione didattica e i contenuti sono stati discussi e condivisi dal curatore con gli autori. Gi autori di questo volume: Narno Pinotti per la sezione Poesia; Vittoria Longoni per la sezione Epica; Anna Flocchini per la sezione Teatro. Le schede di collegamento sono di Danila Faenza, Lisa Galligani, Alessandra Riga, Cinzia Manco. Coordinamento editoriale: Paolo M. Mazzoni Redazione: Lisa Galligani, Alessandra Riga Ricerca iconografica: Cinzia Manco Impaginazione: Federica Giovannini, Massimo Vallese, Firenze Progetto grafico e copertina: Anna Huwyler, Monza Stampa: Lito Terrazzi, Firenze Il materiale illustrativo proviene dall archivio iconografico della Nuova Italia. L editore è a disposizione degli eventuali aventi causa. La realizzazione di un libro presenta aspetti complessi e richiede particolare attenzione in tutte le fasi della lavorazione. Revisioni e riletture vengono effettuate più volte; ciò nonostante, sappiamo per esperienza che è molto difficile evitare completamente errori o imprecisioni. Ringraziamo sin da ora chi vorrà segnalarli alla redazione. Per segnalazioni relative al seguente volume scrivere a: La Nuova Italia/RCS Libri S.p.A. - Redazione Scuole Secondarie di 2 grado Via E. Codignola, Scandicci (FI) [email protected] Le fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di ciascun volume dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall art. 68, commi 4 e 5, della legge 22 aprile 1941 n Le riproduzioni effettuate per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da AIDRO, corso di Porta Romana 108, Milano, [email protected] ISBN Proprietà letteraria riservata 2007 RCS Libri S.p.A., Milano 1 a edizione: febbraio 2007 Ristampe
3 Giancarlo Leucadi Anna Flocchini Vittoria Longoni Narno Pinotti Poesia Teatro La Nuova Italia
4 Indice IV Poesia Strumenti per l analisi del testo poetico 1. Il testo poetico 2 2. Temi e motivi della poesia 3 3. Gli aspetti metrici e ritmici 5 4. La rima Le principali forme strofiche La principali figure di suono Le principali figure di parola Le principali figure semantiche 26 modulo1 L amore e il tempo il tema RCS LIBRI EDUCATION SPA L amore e il tempo 32 COLLEGAMENTI [il film] Le conseguenze dell amore di Paolo Sorrentino 33 Caio Valerio Catullo, Viviamo, mia Lesbia, e amiamo [da Carmina] 34 COLLEGAMENTI [la parola] Malocchio e invidia 34 Francesco Petrarca, Erano i capei d oro a l aura sparsi [da Canzoniere] 36 Camillo Sbarbaro, Padre che muori tutti i giorni un poco [da Pianissimo] 39 COLLEGAMENTI [il quadro] Ritratto del padre dell artista di Paul Cézanne 40 Pablo Neruda, Posso scrivere i versi più tristi questa notte [da Venti poesie d amore e una canzone disperata] 43 COLLEGAMENTI [il film] Il postino di Massimo Troisi 44 Samuel Beckett, Vorrei che il mio amore morisse [da Tre poesie] 46 COLLEGAMENTI [il film] Match Point di Woody Allen 46 Sandro Penna, Ditemi, grandi alberi sognanti [da Poesie] 48 COLLEGAMENTI [la musica] Blu(e) notte di Roberto Vecchioni 49 Nazim Hikmet, I miei giorni sono fette di melone [da In esilio] 51 Fabrizio De André, Canzone dell amor perduto [da Tutto Fabrizio De André] 53 Raymond Carver, L altra vita [da Voi non sapete che cos è l amore. Saggi, poesie, racconti] 55 José Saramago, Stelle poche [da Probabilmente allegria] 57 Stefano Benni, Le piccole cose [da Ballate] 59 COLLEGAMENTI [dal libro al mondo] Innamoramento e amore 59 SINTESI 61 VERIFICA 62
5 modulo 2 Paesaggi ed emozioni il tema Paesaggi ed emozioni 64 COLLEGAMENTI [dal libro al mondo] L impronta umana sull ambiente e lo sviluppo sostenibile 65 Ugo Foscolo, Alla sera [da Poesie] 66 COLLEGAMENTI [la parola e il mito] Zefiro o il vento di ponente 67 Percy Bysshe Shelley, Ode al vento di ponente [da Prometeo liberato: un dramma lirico in quattro atti, con altre poesie] 69 Emily Dickinson, Alla finestra ho per paesaggio [da Poesie] 74 Arthur Rimbaud, Sensazione [da Poesie] 77 Giovanni Pascoli, Novembre [da Myricae] 79 COLLEGAMENTI [il quadro] Estate di San Martino di Alfred Sisley 80 Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto [da Ossi di seppia] 82 Carlo Betocchi, Un dolce pomeriggio d inverno [da Altre poesie] 85 Cesare Pavese, Passerò per Piazza di Spagna [da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi] 87 Pablo Neruda, Ode al cane [da Odi elementari] 89 Vittorio Sereni, Dall Olanda: Amsterdam [da Gli strumenti umani] 92 COLLEGAMENTI [dal libro al mondo] Anna Frank 93 Biagio Marin, Parole de Falco I [da Tra sera e note] 95 SINTESI 97 VERIFICA 98 indice modulo 3 La vita e la morte il tema La vita e la morte 100 COLLEGAMENTI [il film] La vita è bella di Roberto Benigni 101 Edgar Lee Masters, Aner Clute e Lucius Atherton [da Antologia di Spoon River] 102 COLLEGAMENTI [la musica] Non al denaro non all amore né al cielo di Fabrizio De André 104 Sandro Penna, La vita è ricordarsi di un risveglio [da Poesie] 106 Nazim Hikmet, Alla vita 108 Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi [da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi] 110 Eugenio Montale, Avevamo studiato per l aldilà [da Xenia] 112 COLLEGAMENTI [la parola] Xenia, xenos 112 COLLEGAMENTI [la musica] Samarcanda di Roberto Vecchioni 114 SINTESI 115 VERIFICA 116 V
6 modulo 4 Il male di vivere il tema Il male di vivere 118 COLLEGAMENTI [il quadro] L urlo e Disperazione di Edvard Munch 119 Charles Baudelaire, Spleen [da I fiori del male] 120 COLLEGAMENTI [la parola] Spleen 120 Umberto Saba, La capra [da Canzoniere] 123 Camillo Sbarbaro, Taci, anima stanca di godere [da Pianissimo] 125 COLLEGAMENTI [il romanzo] La nausea di Jean Paul Sartre 126 Eugenio Montale, Spesso il male di vivere ho incontrato [dal Ossi di seppia] 128 Vasco Rossi, Vita spericolata [da Bollicine] 130 SINTESI 133 VERIFICA 134 modulo 5 La poesia e il nostro tempo il tema La poesia e il nostro tempo 136 COLLEGAMENTI [il film] La tigre e la neve di Roberto Benigni 137 Thomas Merton, Immagini per un apocalisse IV fra le rovine di New York [da Immagini per un apocalisse] 138 Raffaello Baldini, Furistìr [da Furistìr] 141 COLLEGAMENTI [il film] La sposa turca di Fatih Akin 143 Giorgio Caproni, Versicoli quasi ecologici [da Res amissa] 145 Giorgio Caproni, Lorsignori [da Res amissa] 147 COLLEGAMENTI [il film] Lord of War di Andrew Niccol 147 Jamie McKendrick, Storia antica [da The Marble Fly] 150 COLLEGAMENTI [il film] Bowling for Colombine di Michael Moore 151 SINTESI 153 VERIFICA 154 modulo 6 La poesia lirica nel mondo classico VI il genere L origine della poesia lirica occidentale 156 La poesia lirica in Grecia e a Roma 156 Saffo, Per me è chiaro che è uguale a un dio 158 COLLEGAMENTI [la scultura] Saffo abbandonata di Giovanni Dupré 158 Mimnermo, Noi, come le foglie 161 Caio Valerio Catullo, Infelice [da Carmina] 163 COLLEGAMENTI [il quadro] Lesbia piange il passero di Lawrence Alma-Tadema 163
7 Orazio, Gusta l oggi [da Odi] 165 SINTESI 167 VERIFICA 168 modulo 7 La lirica italiana dalle origini al romanticismo il genere La poesia in Italia: dalla lirica cortese a Leopardi 170 COLLEGAMENTI [la parola] Gentile 170 COLLEGAMENTI [la scultura] Le tre Grazie di Antonio Canova 172 Dante Alighieri, Tanto gentile e tanto onesta pare [da Vita Nova] 173 Cecco Angiolieri, «Becchin amor!». «Che vuo, falso tradito?» [da Sonetti] 176 COLLEGAMENTI [la parola] Parodia 176 Francesco Petrarca, Levommi il mio penser in parte ov era [da Canzoniere] 178 Francesco Petrarca, Movesi il vecchierel canuto e biancho [da Canzoniere] 180 Ugo Foscolo, A Zacinto [da Poesie] 182 COLLEGAMENTI [il mito] La nascita di Venere 183 Giacomo Leopardi, A Silvia [da Canti] 185 SINTESI 189 VERIFICA 190 modulo 8 La poesia lirica tra Ottocento e Novecento il genere La poesia dal romanticismo al decadentismo 192 COLLEGAMENTI [il quadro] Il bacio di Gustav Klimt 193 Charles Baudelaire, Corrispondenze [da I fiori del male] 194 COLLEGAMENTI [il quadro] L atelier di Gustave Courbet 195 Arthur Rimbaud, Vocali [da Poesie] 197 COLLEGAMENTI [la musica] A.R. di Roberto Vecchioni 198 Giovanni Pascoli, X Agosto [da Myricae] 200 COLLEGAMENTI [la leggenda] La notte di san Lorenzo 201 Giovanni Pascoli, L assiuolo [da Myricae] 203 Gabriele D Annunzio, La sera fiesolana [da Alcyone] 206 COLLEGAMENTI [il luogo] Il Vittoriale degli italiani 208 Guido Gozzano, La differenza [da La via del rifugio] 210 COLLEGAMENTI [il film] L albero degli zoccoli di Ermanno Olmi 211 SINTESI 213 VERIFICA 214 RCS LIBRI EDUCATION SPA indice VII
8 modulo 9 La lirica italiana dal primo Novecento agli anni Sessanta il genere La poesia nell Italia del Novecento: fra tradizione e rottura 216 COLLEGAMENTI [il quadro] Les demoiselles d Avignon di Pablo Picasso e Le bagnanti di Paul Cézanne 217 Aldo Palazzeschi, Chi sono? [da Poemi] 219 Salvatore Quasimodo, Ed è subito sera [da Acque e terre] 221 Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo [da Giorno dopo giorno] 223 COLLEGAMENTI [il film] Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg 224 Eugenio Montale, Cigola la carrucola del pozzo [da Ossi di seppia] 226 Eugenio Montale, Forse un mattino andando in un aria di vetro [da Ossi di seppia] 228 Umberto Saba, Amai [da Canzoniere] 230 Umberto Saba, Ulisse [da Canzoniere] 232 Giorgio Caproni, Ultima preghiera [da Il seme del piangere] 234 COLLEGAMENTI [la musica] Vedrai vedrai di Luigi Tenco 236 Edoardo Sanguineti, Questo è il gatto con gli stivali [da Purgatorio de l Inferno] 238 COLLEGAMENTI [il quadro] Lattina di zuppa Campbell e Bottiglie di Coca cola verdi di Andy Warhol 239 Giovanni Giudici, Tempo libero [da La vita in versi] 241 SINTESI 243 VERIFICA 244 modulo10 Giacomo Leopardi VIII l autore Giacomo Leopardi 246 La vita e l opera 246 COLLEGAMENTI [la poetica] Il dibattito sul romanticismo in Italia 247 Le concezioni della natura 248 Il passero solitario [da Canti] 249 COLLEGAMENTI [la parola] Solitario, romito, strano, solingo: aggettivi della solitudine 250 L infinito [da Canti] 253 La sera del dì di festa [da Canti] 256 Alla luna [da Canti] 259 COLLEGAMENTI [la parola] Le parole della memoria. Rimembrare, rammentare, ricordare 259 Il sabato del villaggio [da Canti] 261 A se stesso [da Canti] 264 COLLEGAMENTI [la parola] Inganno 264
9 COLLEGAMENTI [il quadro] Solitudine di Antonio Fontanesi 265 SINTESI 267 VERIFICA 268 modulo11 Giuseppe Ungaretti l autore Giuseppe Ungaretti 270 La vita e l opera 270 L Allegria 270 COLLEGAMENTI [l arte] Arte e guerra 271 Il porto sepolto [da L Allegria] 273 Stasera [da L Allegria] 275 Sono una creatura [da L Allegria] 277 COLLEGAMENTI [la parola] Trincea 277 Universo [da L Allegria] 279 San Martino del Carso [da L Allegria] 281 Mattina [da L Allegria] 283 Vanità [da L Allegria] 285 Soldati [da L Allegria] 287 COLLEGAMENTI [il film] La grande guerra di Mario Monicelli 287 SINTESI 289 VERIFICA 290 indice modulo1 L epica antica Epica il genere L epica dell Oriente antico, della Grecia e di Roma 294 Le caratteristiche generali dell epica 294 L antica epica d Oriente 294 L epica greca 295 COLLEGAMENTI [l arte] L epica, soggetto dell arte senza tempo 296 L epica romana 297 Ettore prepara l attacco al campo greco [da Iliade] 298 COLLEGAMENTI [il film] Troy di Wolfgang Petersen 301 La morte eroica. Patroclo uccide Sarpedonte [da Iliade] 303 COLLEGAMENTI [il mito] Gli dèi in Grecia e a Roma 304 Sul mare insidioso. La tempesta [da Odissea] 308 Mostri ammaliatori. Le sirene [da Odissea] 312 IX
10 La fine di Troia: l inganno del cavallo [da Eneide] 315 COLLEGAMENTI [il quadro] L incendio di Troia di Nicolò dell Abate 317 La missione di Enea: la profezia della moglie Creusa [da Eneide] 319 il tema modulo 2 L epica medievale il genere Coraggio e paura 322 L epica del coraggio presuppone la paura 322 COLLEGAMENTI [il film] Braveheart di Mel Gibson 323 Il duello tra Ettore e Aiace [da Iliade] 324 COLLEGAMENTI [la parola] Duello 324 L esplorazione della terra dei Ciclopi [da Odissea] 329 COLLEGAMENTI [il quadro] Il ciclope di Odilon Redon 331 Il dio del Tevere incoraggia Enea [da Eneide] 333 COLLEGAMENTI [il mito] Il mito dell Arcadia 334 SINTESI 337 VERIFICA 338 RCS LIBRI EDUCATION SPA L epica nell Europa medievale 340 Le caratteristiche generali dell epica medievale 340 La morte di Orlando [da Chanson de Roland] 342 COLLEGAMENTI [la parola] Reliquia 343 L amore tra Crimilde e Sigfrido [da Poema dei Nibelunghi] 346 COLLEGAMENTI [il quadro] Crimilde vede in sogno la morte di Sigfrido di Johann Heinrich Füssli 348 X il tema Il cavaliere e la dama 350 Le donne, i cavallier, l arme, gli amori 350 COLLEGAMENTI [il film] Il primo cavaliere di Jerry Zucker 351 Tristano e Isotta [da Romanzo di Tristano] 352 COLLEGAMENTI [dal libro al mondo] Morire d amore 354 Perceval e la damigella della tenda [da Perceval] 357 COLLEGAMENTI [la leggenda] La leggenda del Santo Graal 359 Lancillotto e Ginevra [da Lancillotto o Il cavaliere della carretta] 361 COLLEGAMENTI [il film] King Arthur di Antoine Fuqua 364 SINTESI 367 VERIFICA 368
11 Teatro Strumenti per l analisi del testo teatrale 1. Che cos è il teatro? 370 COLLEGAMENTI [la parola] Le parole del teatro Il testo teatrale 372 COLLEGAMENTI Dal testo teatrale alla messa in scena 376 COLLEGAMENTI Cinema e teatro: due linguaggi diversi 378 modulo1 Il teatro dalle origini al Settecento il genere Tragedia e commedia 380 Le caratteristiche della tragedia e della commedia 380 Un po di storia del teatro 380 Eschilo, «Che devo fare? Avrò ritegno a uccidere mia madre?» [da Coefore] 383 COLLEGAMENTI [il quadro] Il rimorso di Oreste di William-Adolphe Bouguereau 385 Plauto, «Perché hai allungato le mani su ciò che era mio?» [da Aulularia] 387 COLLEGAMENTI [il mito] Castore e Polluce 389 William Shakespeare, «Solo il tuo nome mi è nemico» [da Romeo e Giulietta] 392 COLLEGAMENTI [il film] Romeo e Giulietta: dalle scene al grande schermo 395 Molière, «Siete la favola di tutto il mondo» [da L avaro] 398 COLLEGAMENTI [il fumetto] Zio Paperone o dell avarizia pennuta 400 Carlo Goldoni, «Vivo onestamente, e godo la mia libertà» [da La locandiera] 404 COLLEGAMENTI [la parola] Misoginia, misantropia, misandria 405 COLLEGAMENTI [la musica] Carmen di Georges Bizet 407 indice il tema L identità 410 La ricerca di sé sul palcoscenico 410 COLLEGAMENTI [il cinema] La commedia degli equivoci al cinema 411 Sofocle, «L uomo che cerchi sei tu» [da Edipo re] 412 Plauto, «Dove ho perso la mia identità?» [da Anfitrione] 417 COLLEGAMENTI [la parola] Sosia e anfitrione 418 COLLEGAMENTI [il mito] Mercurio 419 COLLEGAMENTI [il film] Johnny Stecchino di Roberto Benigni 420 Carlo Goldoni, «Son un Armeno da Bergamo» [da La famiglia dell antiquario] 423 COLLEGAMENTI [dal libro al mondo] Le maschere della commedia dell arte 424 SINTESI 429 VERIFICA 430 XI
12 modulo2 Il teatro moderno e contemporaneo il genere La drammaturgia nell Otto e Novecento 432 Una nuova forma teatrale: il dramma borghese 432 La drammaturgia novecentesca 433 COLLEGAMENTI [la libro al mondo] Le compagnie che hanno fatto grande il teatro 434 Henrik Ibsen, «Tu non mi capisci, e nemmeno io ho capito te...» [da Casa di bambola] 435 COLLEGAMENTI [il quadro] La signora triste di James Ensor 437 Anton Čechov, Tragico contro voglia [da Tragico contro voglia] 440 COLLEGAMENTI [il film] Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher 442 Luigi Pirandello, «Conviene a tutti far credere pazzi certuni» [da Enrico IV] 446 COLLEGAMENTI [il film] Enrico IV di Marco Bellocchio 448 Bertolt Brecht, «Io credo nell uomo» [da Vita di Galileo] 451 COLLEGAMENTI [il film] Galileo: i film sulla vita dello scienziato 455 Eugène Ionesco, «Non ho avuto il tempo di conoscere la vita» [da Il re muore] 457 COLLEGAMENTI [la musica] La vita è un dono di Renato Zero 459 Tennessee Williams, «Quante cose ho io che non potrei descriverti!» [da Lo zoo di vetro] 462 COLLEGAMENTI [il cinema] Tennessee Williams e il cinema 465 Harold Pinter, «Tutto è passato» [da Tradimenti] 468 COLLEGAMENTI [il film] Storie di amori e infedeltà di Paul Mazursky 471 Dario Fo, «La giullarata dell ubriaco» [da Le nozze di Cana] 474 COLLEGAMENTI [la musica] Ho visto un re di Dario Fo 476 XII il tema L incomunicabilità 480 L incapacità di comunicare messa in scena 480 COLLEGAMENTI [il cinema] I maestri dell incomunicabilità 481 Luigi Pirandello, «Crediamo d intenderci, non ci intendiamo mai!» [da Sei personaggi in cerca d autore] 482 Samuel Beckett, «Che facciamo adesso?» «Aspettiamo» [da Aspettando Godot] 486 COLLEGAMENTI [il cinema] Charlie Chaplin: l indimenticabile Charlot 490 Alan Ayckbourn, «Due chiacchiere al parco» [da Confusioni] 493 COLLEGAMENTI [dal libro al mondo] Il valore dell ascolto 496 SINTESI 499 VERIFICA 500
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14 Strumenti per l analisi del testo poetico 1 Il testo poetico 2 Che cos è la poesia? Non ti illudere: alla domanda non c è risposta. Tenteremo di chiarire alcuni aspetti della poesia, senza voler dare definizioni univoche e sempre valide, perché qualsiasi regola, non appena formulata, è di certo già stata violata da qualche poeta. Non c è poesia senza un lettore, perché il poeta affida la comprensione e l interpretazione dei suoi versi ai lettori. Una volta stampati, essi non gli appartengono più: chiunque in qualsiasi epoca sarà libero di leggerli o no, di giudicarli e citarli, amarli o detestarli, e soprattutto di vedere in suoni, parole e immagini di quelle poesie tutto ciò che vorrà. Anche cose che l autore non intendeva dire o non poteva sapere? Sì. Per questo in fondo leggiamo poesia di secoli o millenni fa: perché la nostra sensibilità di uomini moderni trova ancora in quei testi parole che dicono anche a noi qualcosa di interessante, bello, utile, nuovo o angoscioso. Il lettore insomma deve mettere la sua ragione e le sue emozioni nella lettura, deve poter riconoscere in una poesia echi o pensieri o intuizioni stimolanti per sé. Ogni poesia, dunque, potrebbe essere stata scritta anche e proprio per te: tocca a te capire se ha qualcosa da dirti. E se accade, sei tu che la fai essere poesia. La poesia è un bisogno Si dice di solito che un testo poetico è scritto senza alcun fine pratico immediato. La definizione è un po grossolana: svariati autori scrissero per pagare debiti, o perché speravano così di lasciare un impiego che detestavano. Più interessante notare che la poesia c è sempre stata: dovunque noi riusciamo ad avere tracce scritte di una civiltà, di qualunque epoca, là troviamo testi poetici. La poesia è un po come il gioco o il sogno, che possono sembrare un inutile perdita di tempo: sta di fatto che per tutti gli uomini, in modi diversi ma in tutte le età della vita, giocare e sognare è necessario, anzi vitale. Giocare con le parole Un bambino impara a parlare imparando a ripetere il suono delle parole, e tutti i bambini si divertono a ripetere parole solo per sentire il suono della propria voce, poi a storpiarle o gridarle o cantarle, o ancora ad accostarle perché avevano un suono simile o armonico. Qui sta una radice della poesia, che è una sorta di gioco con le parole fatto da bambini cresciuti: ritmi, accenti, pause, rime, figure retoriche sottolineano il suono, l accostamento o l armonia delle parole. Ogni poesia va letta ad alta voce, e ogni poesia andrebbe, ove possibile, gustata e recitata nella lingua in cui è stata scritta. Ma giocare con i suoni implica anche giocare con i significati delle parole. Pensa a una delle prime parole che hai pronunciato, mamma. Forse non te ne rendi conto, ma questa parola risveglia un mondo di sensazioni fisiche e di emozioni fortissime: calore, tenerezza, abbraccio, nutrimento, piacere, vita, amore, dolore, collera, gelosia, possesso, odio, mancanza, abbandono. La poesia cerca di esprimere, trasmettere e risvegliare immagini, ricordi, sogni, emozioni, ideali associandoli alle parole e lasciando che la sensibilità del lettore faccia il resto. Addensare significati In tedesco poesia si dice Dichtung (pronuncia: dìhtunk): la parola deriva alla lontana dal verbo latino dictare, che nel Medioevo significava «dettare ad alta voce un testo (latino)», come faceva l insegnante con i
15 suoi allievi, per far loro imparare le regole di lingua, composizione, stile a partire appunto dai testi di autori classici (al tempo non c erano manuali, anzi i libri erano rari e costosi, dunque dettare era indispensabile). Questo ci rivela che la poesia ha a che fare con la cultura: per scrivere e capire poesie non c è niente di meglio che leggere i versi di altri e scoprire che cosa, nei loro versi, è efficace ed emozionante o invece malriuscito e goffo, e perché. Farsi, insomma, una cultura poetica. Il tedesco ha un altra parola identica, Dichtung, di senso del tutto diverso, che vuol dire «guarnizione» ma che deriva dall aggettivo dicht, «denso, fitto». E in fondo la poesia è proprio questo: l arte di rendere le parole cariche di tanti significati, di addensare emozioni, sensazioni e fantasie in poche righe, sfruttando al meglio il suono, la disposizione, l accostamento, i legami di somiglianza e perfino la mancanza delle parole. La poesia ha parlato e parla di tutto e tutto può essere materia di poesia: da un oca in un fosso alla morte, da un ragazzo che cattura una lucertola a Dio, dall omicidio al sesso. Proprio perché densa di significati, la poesia non ne ha uno solo. Perciò non esiste una lettura giusta : ogni interpretazione di una poesia, purché si fondi su parole e caratteristiche del testo e non contraddica apertamente il testo stesso o il suo contesto, è di per sé giusta. 2 Temi e motivi della poesia I testi poetici sono un po come quadri, in cui a una o più persone, scene o figure poste in primo piano, disegnate con cura e dettaglio, e fanno da contorno altre figure minori e uno sfondo o paesaggio che costituiscono l ambientazione del dipinto. Come l occhio individua dapprima le figure più evidenti e curate, ma riceve impressioni anche dai colori dello sfondo o dalla scena nel suo insieme, così in ogni testo poetico di solito si possono individuare alcuni motivi più insistiti o ricorrenti che insieme costituiscono il tema o i temi del componimento e che sono collocati, secondo un certo ordine, in un contesto. Ulisse Nella mia giovanezza 1 ho navigato lungo le coste dalmate 2. Isolotti a fior d onda emergevano, ove raro un uccello sostava intento a prede 3, 5 coperti d alghe, scivolosi, al sole belli come smeraldi 4. Quando l alta marea e la notte li annullava 5, vele sottovento sbandavano 6 più al largo, per fuggirne l insidia 7. Oggi il mio regno 10 è quella terra di nessuno 8. Il porto accende ad altri 9 i suoi lumi 10 ; me al largo sospinge ancora il non domato spirito, e della vita il doloroso amore. 1. giovanezza: è una forma antica di giovinezza. 2. dalmate: la Dalmazia è la regione che si estende lungo la costa orientale dell Adriatico, dal golfo di Rijeka (Fiume) a nord alla foce del fiume Drin a sud. Il suo litorale calcareo è alto, frastagliato e costellato da oltre 500 fra isole e isolotti. 3. ove raro... a prede: dove di tanto in tanto un uccello marino si posava, pronto a tuffarsi per ghermire un pesce. 4. smeraldi: pietre preziose di color verde brillante. 5. annullava: li rendeva invisibili, celati poco sotto il pelo dell acqua e nascosti dal buio. Nel mare Adriatico l oscillazione delle maree è scarsa. 6. sottovento sbandavano: si muovevano con difficoltà a zig-zag, perché veleggiavano in direzione opposta a da Umberto Saba, Canzoniere quella del vento. 7. l insidia: il pericolo nascosto. 8. terra di nessuno: nella prima guerra mondiale era, propriamente, la fascia di terreno fra le proprie trincee e le nemiche: impensabile avventurarvisi senza essere facile bersaglio di fuoco. 9. ad altri: per qualcun altro. 10. lumi: le luci che guidano le imbarcazioni ad attraccare nel porto. gli strumenti 3
16 Riconoscere il contesto Per capire lo sfondo di questo quadretto in versi occorre prima di tutto sapere, almeno a grandi linee, chi sia stato quell Ulisse che dà il titolo alla lirica: nel mito antico Ulisse era un eroe greco, re di Itaca, che aveva seguito Agamennone e gli altri campioni achei nella spedizione contro Troia. Conquistata la città dopo un assedio di dieci anni, i vincitori avevano violato i templi e le donne dei vinti, disprezzando ogni norma sacra. Alcuni dèi, infuriati dalle offese ricevute, avevano così deciso di vendicarsi rendendo doloroso e difficile il ritorno in patria dei greci vincitori. In particolare, come racconta l Odissea di Omero, Ulisse si era attirato l ira di Poseidone, dio del mare, per averne accecato il figlio Polifemo: perciò aveva peregrinato su acque e terre del Mediterraneo e aveva patito ogni sorta di sofferenze e pericoli per ben dieci anni prima di rivedere Itaca. Ulisse insomma è legato nella nostra cultura alle idee di viaggio avventuroso, forza di sopportazione, curiosità, nostalgia della patria. Ma all infuori del titolo il testo non nomina più Ulisse, anzi il poeta parla in prima persona («ho navigato»): dunque è utile sapere che Saba nacque e visse gran parte della vita a Trieste, città sull Adriatico, che è un mare basso e che lambisce, proprio poco a sud di Trieste, le coste della Dalmazia. Hai ora due serie di notizie che, insieme, chiariscono il contesto della lirica: la prima è di contenuto mitico, la seconda riguarda la storia personale dell autore. Comprendere il contenuto RCS LIBRI EDUCATION SPA Tracciato il contesto, è molto utile fare una sintesi del contenuto della lirica: vv. 1-6: il poeta ricorda che da giovane amava andare in barca a vela lungo le coste della Dalmazia, punteggiate di piccoli isolotti insidiosi come scogli a pelo d acqua; il paesaggio, incontaminato, gli appariva bello. vv. 6-9: il buio e l alta marea rendevano invisibili quegli scogli, perciò gli altri naviganti viravano al largo. vv. 9-13: ancor oggi Saba si sente a casa in quelle acque pericolose: le luci del porto nella notte sono rassicuranti per altri, ma non attraggono lui. La sua navigazione non è ancora finita, l amore per la vita e la curiosità lo spingono ancora avanti. L analisi delle parole-chiave Le idee principali sono espresse con parole-chiave, che sono appunto come chiavi capaci di aprire e svelare il contenuto, perché esprimono idee fondamentali o ripetute. In Ulisse di Saba (vedi p. 3) sono parole-chiave «giovinezza», «ho navigato», «a fior d onda», «raro», «uccello», «scivolosi», «belli», «alta marea», «notte», «sbandavano», «fuggirne», «insidia», «oggi», «regno», «terra di nessuno», «porto», «lumi», «al largo», «sospinge», «ancora», «spirito», «vita», «doloroso amore». In questo elenco individuiamo alcuni gruppi semantici. 4 Viaggiare sul mare aperto («ho navigato», «vele», «sbandavano», «al largo») e il suo contrario approdare («porto», «lumi»): s istituisce così un opposizione chiara fra il poeta e gli altri. Saba amava e ama esplorare quelle acque costiere, anche se pericolose, mentre altri preferivano evitarle al calare del buio e dirigersi in quelle sicure del porto. Il paesaggio bello e incontaminato («raro», «uccello», «belli», «smeraldi», «regno», «terra di nessuno»): quel tratto di mare e i suoi isolotti erano popolati solo da animali, e proprio la natura così selvaggia appare bella al poeta, tanto che se ne sente sovrano. Il pericolo («a fior d onda», «scivolosi», «alta marea», «notte», «fuggirne», «insi-
17 dia»): gli isolotti si vedono appena e sono perciò pericolosi come scogli. Di qui due atteggiamenti opposti: Saba corre il rischio di un naufragio, altri cercano la sicurezza. Nota anche che una parola chiave di pericolo è accostata a una di bellezza: «scivolosi, belli»: il pericolo e il fascino sono fusi nel paesaggio. Il passato («giovanezza», «ho navigato») e il presente («oggi», «ancora»): Saba confronta la sua giovinezza con il presente di uomo maturo, e scopre che in lui qualcosa è rimasto immutato negli anni. La curiosità e l ansia di vivere («sospinge», «non domato spirito», «vita», «doloroso amore»): ora forse il poeta non naviga più, ma in lui è rimasto vivo lo spirito curioso e indagatore della giovinezza, che lo spinge ancora dove altri non osano. È amore per la vita, sete di vedere e conoscere, anche a prezzo di rischi e sofferenza. Individuare il tema e i motivi A questo punto possiamo capire che Saba intende dirci qualcosa di sé attraverso i motivi del viaggio per mare, fitto di pericoli ma anche di bellezze, e della solitudine, che è dolore ma anche indipendenza. Il tema è dunque la riflessione di un uomo maturo sul proprio carattere e sul proprio modo di vedere e affrontare la vita: essa è dolorosa e travagliata, ma nonostante questo, o forse proprio per questo, va vissuta ed esplorata fino in fondo, alla ricerca di bellezze e scoperte che magari altri, impauriti, non colgono. Fermarsi in porto è rassicurante, ma significa aver rinunciato al viaggio, aver perso il gusto di cercare e di conoscere se stessi: è come ammettere che si è morti dentro, dichiararsi sconfitti prima di aver raccolto la sfida. A questo punto è chiaro che la figura di Ulisse si sovrappone a quella di Saba: entrambi sono viaggiatori curiosi e instancabili, provati ma mai domi. Il motivo mitico e quello concreto della geografia dalmata, familiare al poeta, chiariscono il tema autobiografico. gli strumenti 3 Gli aspetti metrici e ritmici Che cos è un verso Il testo poetico ha di norma uno o più significati, espressi dalle parole che, collocate in un certo ordine, formano frasi e periodi, ma ha anche un ritmo, ossia una cadenza che si sente leggendolo ad alta voce ed è fatta sia da una successione ordinata di accenti e pause, sia dall accostamento studiato di suoni (vocali e consonanti). Perciò una lirica si può scomporre in due tipi di unità: sintattiche (complementi, frasi, periodi); ritmiche (componenti di versi, versi interi, strofe), formate da una successione di accenti, dal ricorrere prevedibile di certe pause o dal ripetersi di certi suoni in posizioni fisse. Il verso è l unità ritmica fondamentale e in genere almeno parzialmente autonoma (non è quella minima, perché si può talvolta scomporre in parti più piccole) di un testo poetico. Il sostantivo verso deriva dal verbo latino verto, «volgere, voltare, andare a capo». Il verso, infatti, non corrisponde a un intera riga di testo: il testo poetico non è continuo, come quello in prosa, ma è caratterizzato da un sistematico andare a capo. Unità ritmica fondamentale significa tre cose: ogni verso ha perlopiù un suo ritmo, tradizionale o nuovo, ma riconoscibile, dato dalla successione degli accenti e delle pause, sicché per fare un verso non basta andare a capo prima della fine della riga; come un mattone non basta a capire com è fatta una casa, un verso da solo non basta a far capire il ritmo di una lirica, che va letta e ascoltata per intero; 5
18 l unità ritmica (il verso o la strofa) non deve per forza coincidere con l unità sintattica (la frase o il periodo), sicché una frase o un pezzo di frase, anche se di senso compiuto o autonomo, possono essere più brevi o più lunghi di un verso o di una strofa. Versi piani, tronchi, sdruccioli Il verso è nella maggior parte dei casi una sequenza di sillabe metriche toniche e atone disposte secondo un certo ritmo. Dunque nel verso hanno grande importanza gli accenti, che in ciascuna parola cadono sempre su una vocale, quella su cui calchiamo o fermiamo la voce: Le vocali accentate (e le sillabe che le contengono) si dicono toniche, le vocali senza accento (e le rispettive sillabe) atone. Però le sillabe di un verso non si contano sempre tutte (vedi p. 7): quelle che si contano e che costruiscono il verso si chiamano sillabe metriche. Del pari, non tutti gli accenti delle parole hanno la stessa importanza, perché per formare un verso regolare è indispensabile che gli accenti cadano in certe posizioni: questi si chiamano accenti ritmici o ictus. L accento più importante in ogni tipo di verso è l ultimo, ossia l accento dell ultima parola del verso. Ora, in italiano le parole si raggruppano, a seconda della posizione del loro accento, in cinque categorie: 1. parole piane, con la penultima sillaba tonica: cà-ne, can-cèl-lo, mo-vi-mén-to, al-le-grì-a; 2. parole tronche, con l ultima sillaba tonica: cit-tà, tor-nò, per-ché; 3. parole sdrucciole, con la terzultima sillaba tonica: tà-vo-lo, sa-lù-ta-no, sù-bi-to; 4. parole bisdrucciole, con la quartultima sillaba tonica: di-cià-mo-ce-lo; 5. parole trisdrucciole, con la quintultima sillaba tonica: lì-be-ra-me-la, mè-ri-tate-lo. Escludendo le bisdrucciole e trisdrucciole, rarissime nella lingua e mai usate in poesia, a seconda dell ultima parola un verso si dice piano, tronco o sdrucciolo. Dato che le parole italiane sono per la stragrande maggioranza piane, il più frequente è il verso piano, che viene usato come modello per il ritmo e la posizione degli accenti. Perciò: se il verso è piano (la sua ultima parola è piana; quindi è un verso modello), si scandiscono e contano tutte le sillabe metriche, e il totale così ottenuto dà il nome al tipo di verso. Nell esempio, tratto dal Canzoniere di Francesco Petrarca, hai un endecasillabo piano, ossia un verso che si conclude con una parola piana e ha 11 sillabe: Fiamma dal ciel su le tue treccie piova Fiam- ma dal ciel su le tue trec- cie pio- va se il verso è tronco (la sua ultima parola è tronca) al numero delle sillabe metriche si aggiunge uno. La parola tronca infatti non ha altre sillabe dopo quella tonica: è come se nel computo si aggiungesse alla tronca la sillaba mancante della più comune piana. 6 Nell esempio, tratto dal canto XXXII dell Inferno di Dante Alighieri (v. 66), hai un verso di 10 sillabe, che però essendo tronco è come se ne contasse 11, perciò è un endecasillabo tronco:
19 se tosco se, ben sai omai chi fu se to- sco se, ben sai o- mai chi fu se il verso è sdrucciolo (la sua ultima parola è sdrucciola), dal numero delle sillabe metriche si sottrae uno. La parola sdrucciola infatti ha, dopo la sillaba tonica, altre due sillabe, mentre la comunissima parola piana ne ha solo una: è come se nel computo si togliesse alla sdrucciola la sillaba anomala in più. Nell esempio, tratto da Uccelli di Umberto Saba, hai un verso formato di 12 sillabe, che però essendo sdrucciolo è come se ne contasse 11, dunque è un endecasillabo sdrucciolo: più mi piace quel cielo, quelle rondini più mi pia- ce quel cie- lo, quel le ron- di [ni] [12] I tipi di versi Nella tradizione lirica italiana un verso prende il nome dal numero delle sillabe metriche nella sua forma piana, di gran lunga la più comune. In altre parole, a definire il tipo di verso non è il numero delle sillabe, ma la posizione dell ultimo accento. In pratica, conta le sillabe metriche fino all ultimo accento compreso e poi aggiungi sempre uno, senza curarti se dopo di esso vi siano altre sillabe. Ecco lo schema dei tipi di verso, ordinati per numero di sillabe metriche da due a quattordici (tra parentesi quadre le sillabe che non si contano come metriche): TIPO DI VERSO Ultima Esempi Sillabe metriche sillaba toniche tonica bisillabo 1 a pia-no sempre e solo la 1 a fran-ta (Giuseppe Ungaretti) trisillabo 2 a M il-lu-mi-[no] sempre la 2 a d im-men-so (Giuseppe Ungaretti) quadrisillabo 3 a co-sì fred-da a volte la 1 a o la 2 a, (o quaternario) co-sì du-ra sempre la 3 a (Giuseppe Ungaretti) quinario 4 a sen-ti nel cuo-re 1 a o 2 a e sempre (Giovanni Pascoli) la 4 a senario 5 a Fan-ta-sma tu giun-gi, sempre la 2 a e la 5 a tu par-ti mi-ste-ro (Giovanni Pascoli) settenario 6 a stet-te la spo-glia [im]-me-mo-[re] una o due delle or-ba di tan-to spi-ro prime quattro (Alessandro Manzoni) e sempre la 6 a ottonario 7 a Chi vuol es-ser lie-to, si-a: sempre la 3 a e la 7 a di do-man non c è cer-tez-za (Lorenzo de Medici) gli strumenti RCS LIBRI EDUCATION SPA 7
20 novenario 8 a Do-v e-ra la lu-na? ché il cie-lo di norma la 2 a e la no-ta-va [in] un al-ba di per-la 5 a e sempre l 8 a (Giovanni Pascoli) decasillabo 9 a Que-sto bel cap-pel-li-no vez-zo-so sempre la 3 a, la 6 a (Lorenzo Da Ponte) e la 9 a endecasillabo 10 a Sem-pre ca-ro mi fu que-st er-mo col-le sempre la 4 a e/o la (Giacomo Leopardi) 6 a, sempre la 10 a ; libere le altre, mai però la 5 a né la 9 a dodecasillabo 11 a un vol-go di-sper-so re-pen-te si de-sta: sempre la 2 a, 5 a, 8 a (o senario in-ten-de l o-rec-chio, sol-le-va la te-sta e l 11 a (= due doppio) (Alessandro Manzoni) senari accostati, ciascuno con accenti su 2 a e 5 a ) alessandrino 13 a Su [i] cam-pi di Ma-ren-go / bat-te la lu-na; fo-sco sempre 6 a e 13 a (o settenario (Giosue Carducci) (= due settenari doppio) accostati, ciascuno con accento su 6 a ); libere le altre, mai però la 5 a né la 12 a I due tipi di verso di gran lunga più usati nella tradizione italiana sono il settenario e l endecasillabo. Le principali regole di prosodia Stabilire quante siano le sillabe metriche di un verso, dunque dove cadano i suoi accenti e di che tipo sia il verso stesso, è compito della prosodia. I principali fenomeni di cui tener conto nel computo delle sillabe sono: dieresi e sineresi per l incontro di due vocali contigue dentro una parola; dialefe e sinalefe per l incontro di due vocali, di cui l una alla fine di una parola e l altra all inizio della parola seguente. Si parla di sineresi quando due vocali contigue in una parola sono contate come una sola sillaba metrica: è il caso di gran lunga più frequente; se invece le si vuole scandire come due sillabe distinte, si ha una dieresi, che si segna di solito con due puntini sulla prima delle due vocali. Ecco un verso, tratto dal Canzoniere di Francesco Petrarca, contenente due sineresi (ca-pei, capelli, e au-ra, vento, sono due bisillabi): E-ra-no i ca-pei d o-ro a l au-ra spar-si E uno, tratto dal sonetto Alla sera di Ugo Foscolo, contenente una dieresi («quï-ete», di norma bisillabo, qui è scandito come trisillabo): For-se per-ché del-la fa-tal quï-e-te Nella sinalefe (segnata con ) la vocale finale di una parola e quella iniziale della parola successiva si scandiscono come un unica sillaba; invece nella dialefe (segnata con ) si contano come due sillabe distinte. 8 Questo esempio è tratto dal canto X (v. 60) dell Inferno di Dante Alighieri: Mio figlio ov è? e perché non è teco?
21 Mio fi glio-o v è? e per- ché non è te- co? Per scandire questo endecasillabo bisogna prima porre la sinalefe tra la -o finale di figlio e la o- iniziale di ov è, che si uniscono così a formare la 3 a sillaba metrica; poi dividere con una dialefe la -e finale di ov è dalla seguente e, che formano così due sillabe metriche distinte, la 4 a e la 5 a. Di norma, due vocali contigue di parole successive si uniscono con sinalefe e si contano come un unica sillaba metrica. La dialefe è più rara. Ora, nell esempio dato non si potrebbe fare l inverso, mettendo la dialefe fra le due o e la sinalefe fra le due e? In fondo, sono due coppie di vocali uguali: Mio figlio ov è? e perché non è teco? Mio fi glio o v è? e per- ché non è te- co? La risposta è no, e per due motivi: uno fonetico e di sintassi: viene spontaneo da un lato unire nel computo le due «o», perché sono unite anche nella pronuncia, e dall altro separare le due «e», perché appartengono a due frasi diverse e la prima è tonica (voce del verbo essere), mentre la seconda atona (congiunzione coordinante); uno metrico, decisivo: mettendo prima la dialefe e poi la sinalefe, la «è» di «ov è», che è e dev essere fortemente accentata, viene a formare la 5 a sillaba metrica; ma nel verso endecasillabo la 5 a sillaba metrica non può mai essere tonica. gli strumenti TESTO A L accento ritmico o ictus Anche se in italiano quasi ogni parola ha un suo accento, nel verso importano solo gli accenti ritmici o metrici, quelli cioè che danno al verso il suo particolare ritmo armonico e gradevole. All infuori delle posizioni obbligatorie (vedi sopra la tabella), non c è una regola precisa per dire se un accento sia ritmico o no: bisogna leggere molti versi ad alta voce e abituare l orecchio a riconoscere la regolarità di certe successioni di sillabe toniche e atone. Per il ritmo dei vari tipi di verso hanno speciale importanza: la posizione degli accenti ritmici (o ictus, «colpi» della voce sulle sillabe toniche); le pause metriche. L accento ritmico o ictus coincide con gli accenti naturali delle parole più marcate dalla voce nella recitazione e produce nel verso un alternanza di posizioni forti (quelle su cui cade un ictus) e posizioni deboli (quelle su cui non cade alcun ictus). In tutti i tipi di verso l ultimo ictus cade sulla penultima sillaba metrica (che coincide con l ultima sillaba se il verso è tronco, con la terzultima se è sdrucciolo). Gli altri accenti metrici cadono: in posizioni fisse nei versi parisillabi (quadrisillabo, senario, ottonario, decasillabo); in posizioni variabili nei versi imparisillabi (trisillabo, quinario, settenario, novenario, endecasillabo). Per comprendere in che modo la posizione degli ictus incida sul ritmo leggi questi passi: Quant è bèlla giovinézza che si fúgge tuttavía! Chi vuol èsser lieto, sía: di domán non c è certézza. da Lorenzo de Medici, Trionfo di Bacco e Arianna 9
22 TESTO B Già le dèstre hanno strétto le dèstre già le sácre paròle son pòrte: o compágni sul lètto di mòrte, o fratèlli su líbero suòl. da Alessandro Manzoni, Marzo 1821 TESTO C Dólce e chiára è la nòtte e sènza vènto, e quèta sovra i tétti e in mèzzo agli òrti pòsa la lúna, e di lontán rivèla seréna ogni montágna. O dònna mía, già táce ogni sentièro, e pei balcóni rára tralúce la nottúrna lámpa: da Giacomo Leopardi, La sera del dì di festa Gli accenti ritmici su posizioni fisse producono un andamento nettamente cadenzato, che negli ottonari del testo A è rapido e vivace, nei decasillabi del testo B ampio e solenne. Invece, negli endecasillabi del testo C le posizioni degli accenti ritmici sono assai variabili, perché ad esempio nei primi tre versi cadono sulle sillabe: 1 a, 3 a, 6 a, 8 a, 10 a ; 2 a, 6 a, 8 a, 10 a ; 1 a, 4 a, 8 a, 10 a. Ciò contribuisce a un ritmo lento, ampio e disteso, in perfetta armonia con il paesaggio notturno descritto dal poeta. La pausa primaria e la cesura RCS LIBRI EDUCATION SPA Oltre alla disposizione degli ictus, per determinare l andamento ritmico di un verso sono importantissime anche le pause metriche. La più significativa è la pausa primaria, posta alla fine di ogni verso e indicata graficamente andando a capo; ma endecasillabi e versi doppi (come il dodecasillabo, formato da due senari accostati) hanno, oltre alla pausa primaria, una seconda pausa metrica interna al verso: la pausa secondaria o cesura (segnata con ). Nell endecasillabo la cesura cade sempre tra due parole e divide il verso in due emistichi (propriamente mezzi versi ) di misura differente. Infatti, oltre all accento principale fisso, che cade sempre sulla 10 a sillaba metrica, l endecasillabo deve avere accentata o la 4 a o la 6 a sillaba metrica (talvolta tutt e due, ma mai nessuna delle due). In base alla posizione della cesura l endecasillabo si definisce: a maiore se la cesura cade dopo la parola che porta l ictus di 6 a sillaba metrica, di modo che il primo emistichio forma un settenario e il secondo un quinario (il primo emistichio è maggiore del secondo): Nel mezzo del cammín di nostra víta Nell esempio, tratto dal canto I (v. 1) dell Inferno di Dante Alighieri, gli ictus cadono sulla 2 a, 6 a, 8 a e 10 a sillaba metrica. a minore se la cesura cade dopo la parola che porta l ictus di 4 a sillaba metrica, di modo che il primo emistichio forma un quinario e il secondo un settenario (il primo emistichio è minore del secondo): 10 Qui si parrá la tua nobilitáte Nell esempio, tratto dal canto II (v. 9) dell Inferno di Dante Alighieri, gli ictus cadono sulla 1 a, 4 a e 10 a sillaba metrica.
23 L enjambement L enjambement (tradotto in italiano con «ponte», «inarcatura» o «spezzatura») si ha quando l unità sintattica non coincide con l unità metrica (verso o strofa), sicché la fine di un verso non coincide con la fine di una frase di senso compiuto, anzi vengono separati in due versi successivi due elementi che per senso e sintassi dovrebbero essere strettamente uniti: Leggi l ultima terzina (vv ) del sonetto A Zacinto di Ugo Foscolo (a destra trovi la parafrasi): Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra: a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura. Tu non avrai altro che la poesia di questo tuo figlio, o terra che mi hai dato la vita, perché per me il destino ha stabilito una sepoltura senza le lacrime delle persone care. Nel primo verso (v. 12) la pausa primaria coincide con una pausa sintattica che è marcata anche dalla virgola e che isola la frase di senso compiuto, «Tu non altro che il canto avrai del figlio», dal vocativo, «o materna mia terra». Nel verso seguente invece ciò non avviene: la pausa primaria cade fra il predicato verbale («prescrisse») e il soggetto («il fato»), che dovrebbero essere strettamente uniti. Questo fenomeno, per cui la sintassi non rispetta la misura del verso ma per così dire trabocca nel verso successivo, si definisce con il termine francese enjambement che indica appunto lo scavalcare, andare oltre. gli strumenti L enjambement sul piano ritmico attenua o annulla l effetto della pausa primaria; sul piano semantico lega due versi strettamente e mette in evidenza, proprio separandoli, due termini particolarmente significativi. Leggi le prime due terzine del II canto dell Inferno, in cui Dante Alighieri si accinge con Virgilio al viaggio attraverso il mondo dei dannati (a destra trovi la parafrasi): Lo giorno se n andava, e l aere bruno toglieva gli animai che sono in terra da le fatiche loro; ed io sol uno m apparecchiava a sostener la guerra sì del cammino e sì della pietate, che ritrarrà la mente che non erra. Era il tramonto e l aria buia della sera induceva tutte le creature che vivono sulla terra a riposarsi dalle fatiche della giornata; io invece, da solo mi preparavo a sostenere la battaglia di un viaggio faticoso e angoscioso, che la mia memoria, che ricorda tutto fedelmente, rievocherà. Nelle due terzine vi sono almeno tre netti enjambements (vv. 1-2; 3-4; 4-5). Sul piano ritmico contribuiscono a fondere i versi in due periodi dall andamento ampio e disteso, com è richiesto dal momento solenne. Sul piano semantico richiamano l attenzione su alcune parole assai significative: «l aere bruno» (soggetto separato dal suo verbo «toglieva»): indica non solo il buio della sera sulla terra, ma anche la tenebra sotterranea, cupa e soffocante, dell inferno in cui Dante sta per entrare; «ed io sol uno» (soggetto separato dal suo verbo «m apparecchiava»): marca il contrasto fra tutte le altre creature che, giunte a sera, si possono abbandonare al riposo, e Dante che, solo fra tutti, si appresta al più terribile dei viaggi, intrapreso non solo per salvare se stesso prendendo coscienza dei propri peccati, ma anche per giovare con la sua testimonianza poetica a tutti gli altri uomini; «guerra» (oggetto separato dalle sue specificazioni «del cammino... della pietate»): la metafora (vedi p. 28) del viaggio infernale come guerra sottolinea non solo la difficoltà e la fatica, ma anche il dolore che attendono Dante. 11
24 4 La rima La rima è uno dei tratti più caratteristici della poesia italiana: con pochissime eccezioni, tutta la lirica italiana dei secoli XII-XV è rimata, e fino a tutto il XVIII secolo la rima resterà usatissima, tanto che fin dalle origini il termine rime indicava i componimenti poetici in generale. Essa è fondamentale perché: segnala all orecchio la fine dell unità ritmica (il verso, talvolta la strofa) e lo aiuta a percepirne e goderne il ritmo; tesse una rete di rimandi sonori che dànno ritmo e musicalità al testo; stabilisce spesso tra le parole importanti legami semantici. Definizione e tipi Due parole o due versi sono in rima quando presentano identici suoni a partire dall ultima vocale accentata. A seconda dell accento, si avranno rime piane quali fràne: campàne (di gran lunga le più frequenti), sdrucciole quali elàstico: fantàstico (rare e difficili, perché le parole sdrucciole sono poco numerose), o tronche quali nascerà: libertà. Ai fini della rima il suono di e aperta si considera identico a quello di e chiusa, così come il suono di o aperta e quello di o chiusa: perciò cènto ( e aperta) fa rima sia con rallènto ( e aperta) che con paviménto ( e chiusa); allo stesso modo fióre ( o chiusa) fa rima sia con amóre ( o chiusa) che con cuòre ( o aperta). A seconda della sua posizione nel verso la rima può essere: finale, quando lega parole poste in fine di verso (è il caso di gran lunga più normale): vo mesurando a passi tardi e lenti, e gli occhi porto per fuggire intenti da Francesco Petrarca, Canzoniere XXXV al mezzo, quando lega una parola in fine di verso con un altra che si trova alla fine del primo emistichio di un altro verso (ossia posta subito prima della cesura): ornare ella si appresta dimani, al dì di festa, il petto e il crine. da Giacomo Leopardi, Il sabato del villaggio Nell esempio, una rima al mezzo lega «appresta» a «festa», che è l ultima parola del primo emistichio di un endecasillabo a maiore. interna, quando lega una parola in fine di verso con un altra che si trova dentro un altro verso (ma non alla fine di un emistichio): lo sciabordare delle lavandare Esistono inoltre alcuni particolari tipi di rima. da Giovanni Pascoli, Lavandare Rima identica: lega due parole identiche sia per suono che per significato. 12 L esempio più noto si trova nella Commedia di Dante Alighieri, dove «Cristo» rima sempre e solo con sé stesso, perché per il poeta cristiano nessuna parola era abbastanza sacra da essere degna di rimare con il nome del Salvatore:
25 sanza battesmo perfetto di Cristo tale innocenza là giù si ritenne. Riguarda omai ne la faccia che a Cristo più si somiglia, ché la sua chiarezza sola ti può disporre a veder Cristo. da Dante Alighieri, Paradiso XXXII, A parte casi eccezionali come questo, in genere la rima identica veniva evitata, perché usare la stessa parola era ritenuto segno di scarsa abilità tecnica. Rima equivoca: lega due parole identiche per suono (omofone) ma diverse per senso: Ove l bel viso di madonna luce, et m è rimasa nel pensier la luce. da Francesco Petrarca, Canzoniere XVIII Nell esempio, «luce» è prima voce del verbo lucere che significa brillare, risplendere, poi sostantivo. Rima ricca: lega due parole che presentano identici suoni anche nelle lettere precedenti l ultima vocale tonica: Ahi lasso, or è stagion de doler tanto a ciascun om che bene ama Ragione, ch eo meraviglio u trova guerigione ca morto no l ha già corrotto e pianto. da Guittone d Arezzo Nell esempio, le due parole «Ragione» e «guerigione» sono identiche a partire non solo dall ultima vocale tonica (-óne) ma dall ultima sillaba tonica (-gióne). Rima siciliana: nel volgare illustre dei poeti siciliani (XIII secolo; vedi modulo 7, p. 170), erano in rima parole che invece, quando più tardi (XIII e XIV secolo) furono tradotte dai poeti toscani nel proprio dialetto, presentavano vocali diverse. Così invalse l uso di ammettere, in casi speciali, la rima fra una e chiusa e una i, o fra una o chiusa e una u : gli strumenti RCS LIBRI EDUCATION SPA Di quel che udire e che parlar vi piace noi udiremo e parleremo a voi, mentre che l vento, come fa, ci tace. Siede la terra dove nata fui da Dante Alighieri, Inferno V Nell esempio, «voi» nel volgare siciliano illustre suonerebbe vui ed è perciò tollerato in rima con «fui». Rima ipèrmetra: lega una parola sdrucciola e una piana o viceversa, che sarebbero in rima perfetta se a quella sdrucciola si togliesse l ultima sillaba: È l alba: si chiudono i petali un poco gualciti; si cova dentro l urna molle e segreta, non so che felicità nuova. da Giovanni Pascoli, Il gelsomino notturno 13
26 Nelle crepe del suolo o su la veccia spiar le file di rosse formiche che ora si rompono ed ora s intrecciano a sommo di minuscole biche. da Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto Nei due esempi, la parola sdrucciola «pètali» sarebbe in rima con la piana «segréta» se alla prima si levasse l ultima sillaba -li,«véccia» sarebbe in rima con «s intrécciano», se quest ultima fosse resa piana togliendole la sillaba finale -no. Rima irrelata: si dice irrelato il verso che, in un testo costruito secondo uno schema di rime, non rima con nessun altro. Pare una contraddizione, perché una rima lega per definizione almeno due parole o versi: ma il fatto che in una strofa o in un intera lirica un solo verso non sia in rima con altri mette in risalto proprio quel verso e in specie la sua ultima parola: E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. da Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto Nell esempio dato, il verso centrale della cinquina è irrelato (-àglio), mentre il primo rima con il quarto (-àglia) e il secondo con il quinto (-ìglia), sicché è in speciale rilievo, al centro della strofa e in fine di verso, la parola «travaglio». Rima composta o rotta: è formata non da una parola, ma da due o più parole distinte, che vanno lette insieme d un fiato, talvolta spostando artificiosamente l accento sulla sillaba metrica richiesta dal tipo di verso: Quand io veggio dal ciel scender l aurora co la fronte di rose et co crin d oro, Amor m assale, ond io mi discoloro, et dico sospirando: Ivi è Laura ora. da Francesco Petrarca, Canzoniere CCXCI 1-4 io sarei messo già per lo sentiero, cercando lui tra questa gente sconcia, con tutto ch ella volge undici miglia, e men d un mezzo di traverso non ci ha. da Dante Alighieri, Inferno XXX Dei due esempi, il primo, che è anche una rima ricca, non richiede spostamento di accento (ma sinalefe: «Laura» «ora»), mentre il secondo sì («non ci ha» va letto come se fosse nóncia). 14 Combinazioni e schemi di rime La rima è un legame fra parole e versi; dunque non è solo una figura di suono, perché il suo ripetersi a intervalli prevedibili serve a costruire molte forme strofiche della tradizione lirica italiana (vedi pp ). La rima insomma non ha senso in sé, ma in quanto parte di uno schema di rime, in cui certi versi siano legati dalle rime in combinazioni (perlopiù) regolari. Gli schemi di rime sono costruiti con lettere dell alfabeto: a lettera uguale corrisponde rima uguale; la lettera maiuscola indica il verso endecasillabo (il più versatile della tradizione italiana), la minuscola altri tipi di verso (perlopiù il settenario). Ecco nella tabella le combinazioni più frequenti.
27 Ricorrenza della rima Schema Esempi Baciata: A (-eco) E per compagni ne menai con meco due versi successivi rimano fra loro. A tutti i peccati o di Turco o di Greco Luigi Pulci, Morgante Alternata: A (-agne) Quel rosignol che sì soave piagne i versi dispari rimano con i dispari, B (-orte) forse suoi figli, o sua cara consorte, i pari con i pari. A di dolcezza empie il cielo e le campagne B con tante note sì pietose et scorte. Francesco Petrarca, Canzoniere CCCXI Incrociata: A (-arsi) Erano i capei d oro a l aura sparsi, rimano fra loro i versi estremi B (-ea) che n mille dolci nodi gli avolgea, (primo e ultimo) di una strofa B e l vago lume oltra misura ardea e quelli centrali (secondo e terzo). A di quei begli occhi, ch or ne son sì scarsi. Francesco Petrarca, Canzoniere XC Replicata: A (-agge) Sì ch io mi credo omai che monti et piagge due strofe o gruppi di versi sono B (-empre) et fiumi et selve sappian di che tempre legati da rime che si ripetono nello C (-ui) sia la mia vita, ch è celata altrui. stesso ordine (primo con primo, A Ma pur sì aspre vie né sì selvagge secondo con secondo e così via). B cercar non so ch Amor non venga sempre C ragionando con meco, et io co llui. Francesco Petrarca, Canzoniere XXXV Invertita: A (-oi) E monna Vanna e monna Lagia poi due strofe o gruppi di versi sono B (-enta) con quella ch è sul numer de le trenta legati da rime che si ripetono C (-ore) con noi ponesse il buono incantatore: in ordine invertito (primo con C e quivi ragionar sempre d amore, ultimo, secondo con penultimo B e ciascuna di lor fosse contenta, e così via). A sì come i credo che saremmo noi. Dante Alighieri, Rime IX Incatenata: A (-uti) Li miei compagni fec io sì aguti, i versi estremi (primo e terzo) B (-ino) con questa orazion picciola, al cammino, di una terzina rimano con il verso A che a pena poscia li avrei ritenuti; centrale della terzina successiva B e volta nostra poppa nel mattino, o precedente. È detta anche terza C (-olo) de remi facemmo ali al folle volo, rima perché ogni rima si ripete B sempre acquistando dal lato mancino. tre volte (salvo che nella prima C Tutte le stelle già de l altro polo e nell ultima terzina di un canto). D (-asso) vedea la notte, e l nostro tanto basso C che non surgëa fuor del marin suolo. Dante Alighieri, Inferno XXVI gli strumenti 5 Le principali forme strofiche Si chiama strofa un unità ritmica e metrica piuttosto ampia, formata da un numero vario di versi, legati fra loro da rime che seguono un certo schema e si ripresentano, nello stesso ordine o in un ordine variato (vedi la tabella sopra), in ciascuna strofa dello stesso testo. Molto spesso la strofa è anche un unità sintattica, ossia racchiude una o più frasi di senso compiuto o uno o più interi periodi, ed è perciò chiusa da un segno d interpunzione forte. Teoricamente anche un verso isolato può essere una strofa; in pratica, come la rima, così la strofa ha senso non solo in sé, ma soprattutto perché unita ad altre, identiche, variate o diverse, forma una struttura fissa e armoniosa. Ecco i caratteri delle principali strofe della tradizione italiana. 15
28 NOME DELLA STROFA Numero di versi Schema di rime Distico 2 baciata (AA BB CC) o alternata (AB AB AB) Terzina 3 vario Quartina 4 alternata (ABAB) o incrociata (ABBA) Cinquina 5 vario Sestina 6 vario Ottava 8 ABABABCC Stanza di canzone o ballata vario vario 16 La canzone La canzone è la forma più alta della nostra tradizione letteraria: si chiamò così perché in origine era cantata, forse anche con accompagnamento di musica. La importarono in Italia i poeti della cosiddetta scuola siciliana (fiorita verso la metà del XIII secolo alla corte di Federico II di Svevia, re di Sicilia, vedi modulo 7, p. 170), prendendo a modello la canzo provenzale. Attraverso i poeti dello stil novo (vedi modulo 7, p. 171) la canzone giunse a Francesco Petrarca ( ) che la regolò nella sua forma canonica, chiamata da allora in poi canzone petrarchesca. La canzone petrarchesca è formata da alcune strofe (in genere da cinque a sette) di endecasillabi e settenari, dette stanze, e da una strofa finale più breve e facoltativa, detta congedo, legata alle stanze da almeno una rima. Ogni stanza dev essere identica alle altre per numero di versi, alternanza di endecasillabi e settenari (o formula sillabica), schema di rime. In Petrarca ogni stanza è sempre divisibile in due parti: la fronte (suddivisa a sua volta in due piedi, identici fra loro) e la sirma (talora divisibile in due volte); fronte e sirma non devono avere rime in comune, ma tra i due si trova spesso, a mo di cerniera, un verso che rima con l ultimo verso della fronte e prende il nome di chiave o concatenazione. RCS LIBRI EDUCATION SPA Ecco la prima stanza della canzone Chiare, fresche e dolci acque di Francesco Petrarca (Canzoniere CXXVI): Suddivisioni interne { { 1 piede fronte 2 piede { chiave { { 1 a volta sirma 2 a volta { Schema di rime Chiare, fresche e dolci acque a (-acque) ove le belle membra b (-embra) pose colei che sola a me par donna; C (-onna) gentil ramo ove piacque a 5 (con sospir mi rimembra) b a lei di fare al bel fiancho colonna: C herba e fior che la gonna c leggiadra ricoverse d (-erse) co l angelico seno; e (-eno) 10 aere sacro, sereno, e ove Amor co begli occhi il cor m aperse: D date udïenzia insieme f (-eme) a le dolenti mie parole estreme. F da Francesco Petrarca, Canzoniere CXXVI La proporzione di endecasillabi e settenari è variabile: la prevalenza di endecasillabi dà un ritmo più solenne ed è perciò adatta a contenuti più alti, quella di settenari un ritmo più leggero, cantabile, usato per temi più leggeri. Il modello petrarchesco sopravvisse fino all Ottocento, quando Giacomo Leopardi ( ) sperimentò la canzone libera, rompendo ogni regola tradizionale salvo quella dell uso di endecasillabi e settenari.
29 Nella canzone libera sono liberi il numero delle stanze, la lunghezza e la posizione di endecasillabi e settenari di ciascuna stanza; non vi è alcuno schema fisso di rime e i versi possono rimare liberamente o essere irrelati. Questa nuova forma strofica è nota anche come canzone leopardiana. Il sonetto Il nome sonetto, dal provenzale son («melodia, suono»), sottolinea il legame originario fra parole e musica di questa forma metrica. Secondo la tradizione lo avrebbe inventato verso la metà del Duecento un poeta della cosiddetta scuola siciliana (vedi modulo 7, p. 170), Giacomo da Lentini, isolando la singola stanza di una canzone; dai poeti siciliani il sonetto passò allo stil novo e a Petrarca (vedi modulo 7, p. 171) e durò almeno fino ai primi dell Ottocento, per esser poi recuperato anche da alcuni poeti del Novecento. Il sonetto è composto da 14 endecasillabi, suddivisi in due quartine e due terzine e legati da quattro o cinque rime; fra quartine e terzine non vi possono essere rime in comune. Nelle quartine si incontrano due rime alternate (schema ABAB ABAB) e, a partire dallo stil novo, anche incrociate (schema ABBA ABBA); rarissimi gli schemi diversi. Nelle terzine lo schema prevede tre rime replicate (CDE CDE) o invertite (CDE EDC), oppure due rime replicate (CDC CDC) o alternate (CDC DCD); qui le variazioni sono assai frequenti, ad esempio con gli schemi CDE DEC, CDD DCC, ma nessun verso rimane mai irrelato. gli strumenti Suddivisioni interne 1 a quartina (rime incrociate) { 2 a quartina { 1 a terzina (rime invertite) { 2 a terzina { Guido, i vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento, e messi in un vasel ch ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio, 5 sì che fortuna od altro tempo rio A non ci potesse dare impedimento, B anzi, vivendo sempre in un talento, B di stare insieme crescesse l disio. A Schema di rime A (-io) B (-ento) B A E monna Vanna e monna Lagia poi C (-oi) 10 con quella ch è sul numer de le trenta D (-enta) con noi ponesse il buono incantatore: E (-ore) e quivi ragionar sempre d amore, e ciascuna di lor fosse contenta, sì come i credo che saremmo noi. E D C da Dante Alighieri, Rime IX Considerato una forma metrica meno solenne della canzone, il sonetto divenne con il Canzoniere di Francesco Petrarca ( ) la forma strofica più comune della lirica italiana e fu ampiamente usato soprattutto dai poeti del Cinquecento e Seicento, che vi apportarono numerose innovazioni formali. Nell Ottocento fu rinnovato da Ugo Foscolo; nel Novecento lo ripresero fra gli altri Saba, Caproni, Betocchi, Raboni. Il madrigale I primi esempi di madrigale nella letteratura italiana risalgono al Trecento. Si tratta di un componimento breve, per lo più endecasillabi, formato da due o tre terzine, cui segue un distico a rima baciata o un verso isolato. 17
30 Suddivisioni interne 1 a { terzina (rima replicata) { 2 a terzina distico (rima baciata) { Schema di rime Nova angeletta sovra l ale accorta A (-orta) scese dal cielo in su la fresca riva, B (-iva) là nd io passava sol per mio destino. C (-ino) Poi che senza compagna et senza scorta A 5 mi vide, un laccio che di seta ordiva B tese fra l erba, ond è verde il camino. C Allor fui preso; et non mi spiacque poi, D (-oi) sì dolce lume uscia degli occhi suoi! D da Francesco Petrarca, Canzonierie CVI A partire dal Cinquecento il madrigale conosce una nuova fortuna, ma cambia del tutto la struttura: il madrigale cinquecentesco non è più suddiviso in terzine e distici, ma si compone di endecasillabi e (in prevalenza) settenari liberamente rimanti. Resta tuttavia un testo breve, che in genere non supera i dodici versi. Ai primi del Novecento però Gabriele D Annunzio riprese, pur con alcune innovazioni, la forma antica del madrigale. L ottava rima L ottava rima, o semplicemente ottava, è una strofa di otto endecasillabi legati da quattro rime che seguono lo schema fisso ABABABC: tre rime alternate nei primi sei versi, seguite e distinte da un distico a rima baciata. L esempio più antico nella lirica italiana è il Filostrato di Giovanni Boccaccio ( ), ma a farne la fortuna fu soprattutto la poesia epico-cavalleresca, perché sono scritti in ottave tutti i poemi italiani del genere: i più famosi furono L Orlando innamorato di Boiardo, L Orlando furioso di Ariosto e La Gerusalemme liberata di Tasso. Suddivisioni interne tre distici a rima alternata { distico a rima baciata { Schema di rime Signori e cavallier che ve adunati A (-ati) per odir cose dilettose e nove, B (-ove) stati attenti e quïeti, ed ascoltati A la bella istoria che l mio canto muove; B e vedereti i gesti smisurati, A l alta fatica e le mirabil prove B che fece il franco Orlando per amore C (-ore) nel tempo del re Carlo imperatore. C da Matteo Maria Boiardo, Orlando innamorato La terza rima Può essere considerata un sistema strofico anche la struttura di terzine a rima incatenata (o terza rima) resa famosa dalla Commedia di Dante Alighieri, nella quale quasi tutte le rime ricorrono tre volte a versi alternati, perché i versi estremi (primo e terzo) di ogni terzina rimano con quello centrale della successiva, così da incatenare fra loro le terzine. Il primo e l ultimo anello della catena hanno però rime usate solo due volte. La prima rima di ogni canto lega infatti solo i versi estremi della prima terzina; inoltre, i canti sono sempre formati da un esatto numero di terzine più un verso isolato che rima con il verso centrale dell ultima terzina, il quale rimarrebbe altrimenti irrelato. 18 Riportiamo le prime due terzine e gli ultimi sette versi del I canto dell Inferno:
31 Note metriche 1 a terzina { (A ricorre 2 volte, da B in poi ogni rima ricorre 3 volte) { 2 a terzina penultima terzina (fino a U ogni rima ricorre 3 volte) { ultima terzina (V è ultima rima e ricorre 2 volte) { verso isolato in rima con il terzultimo { L ode Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita. Schema di rime A (-ita) B (-ura) A Ahi quanto a dir qual era è cosa dura B esta selva selvaggia e aspra e forte C (-orte) che nel pensier rinova la paura! B [...] [...] E io a lui: «Poeta, io ti richeggio T (-eggio) per quello Dio che tu non conoscesti, U (-esti) acciò ch io fugga questo male e peggio, T che tu mi meni là dov or dicesti, sì ch io veggia la porta di san Pietro e color cui tu fai cotanto mesti». Allor si mosse, e io li tenni dietro. U V (-etro) U Nella letteratura italiana l ode si afferma a partire dal Cinquecento per imitazione dei poeti antichi latini e greci, in particolare Pindaro, Anacreonte e Orazio (in greco antico odé significava «canto» poetico). Note metriche I versi dispari sono sdruccioli; i versi pari sono piani e rimano fra loro; l ultimo verso è tronco e rima con il rispettivo di ciascuna strofa Nella sua forma più comune l ode è formata da strofe che presentano lo stesso numero e tipo di versi e lo stesso schema di rime (piane, ma anche tronche e sdrucciole). Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro, così percossa, attonita la terra al nunzio sta. da Alessandro Manzoni, Il cinque maggio Un particolare tipo di ode è l ode pindarica formata, sul modello delle odi di Pindaro, da una terna di strofe che si ripete più volte: le prime due, strofe e antìstrofe, hanno identica struttura metrica; la terza, epòdo, ha uno schema di rime e metri diversi. V gli strumenti RCS LIBRI EDUCATION SPA Il verso sciolto Si dice in versi sciolti un componimento scritto in versi regolari ma non legati da uno schema di rime fisso. La forma più comune nella lirica italiana è quella dell endecasillabo sciolto, che si è affermato a partire dal Cinquecento e ha riscosso grande fortuna fino all Ottocento. Tra i testi più famosi ricordiamo il poemetto Il giorno di Giuseppe Parini, il carme Dei Sepolcri di Ugo Foscolo e alcuni dei Canti di Giacomo Leopardi, tra cui il celebre idillio intitolato L infinito (vedi p. 253). Eccone i primi versi: 19
32 Sempre caro mi fu quest ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell ultimo orizzonte il guardo esclude. Il verso libero Il verso libero è la forma più comune della lirica italiana nel Novecento: teorizzato dapprima dal poeta Giampiero Lucini ( ), si affermò soprattutto grazie ai futuristi e a Gabriele D Annunzio, che prese spunto dai simbolisti francesi come Baudelaire e Rimbaud. Come dice il nome, tale verso è libero, privo dei vincoli della metrica tradizionale: non ha una misura regolare né una prevedibile successione di accenti o pause metriche, né si raggruppa in strofe riconoscibili o costanti; anche le rime sono libere, quando non del tutto assenti. Il verso libero può assumere perciò una grandissima varietà di forme. Tipo di verso Note metriche Vi arriva il poeta senario regolare Una terzina seguita da una quartina e poi torna alla luce coi suoi canti endecasillabo regolare nessuna rima e li disperde quinario varie misure di versi Di questa poesia settenario regolare mi resta trisillabo quel nulla trisillabo d inesauribile segreto novenario irregolare da Giuseppe Ungaretti, Il porto sepolto 6 Le principali figure di suono Oltre alla rima, altre figure di suono contribuiscono a dare al testo poetico particolari effetti fonici o di significato. Assonanza: lega due o più parole o versi che, a partire dall ultima vocale accentata, hanno le stesse vocali ma consonanti diverse, come mattìno: sospìro, bàmbola: àncora: Esterina, i vent anni ti minacciano grigiorosea nube che a poco a poco in sé ti chiude. da Eugenio Montale, Falsetto Consonanza: lega due o più parole o versi che, a partire dall ultima vocale accentata, hanno le stesse consonanti ma vocali diverse, come piànto: contènti, rèttile: tròttola. Ecco un esempio di assonanza (gruppo nt ) fra parole di uno stesso verso: Placida notte, e verecondo raggio della cadente luna; e tu che spunti da Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo 20 In questa strofa di Montale, invece, tutti i versi, oltre che da rime regolari, sono legati dalla consonanza del gruppo gl :
33 E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. da Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto Allitterazione: uno stesso suono (vocale, consonante o gruppo di vocali o consonanti) è ripetuto in diverse parole a distanza ravvicinata: esta selva selvaggia et aspra e forte da Dante Alighieri, Inferno I 5 Nell esempio, oltre all assonanza fra «esta», «selva» e «selvaggia», l allitterazione dei suoni s, t e r suggerisce l idea di un paesaggio aspro e angosciante. In questi versi, tratti da Il tuono di Giovanni Pascoli, invece, l allitterazione delle dentali t e d e della alla liquida r ricorda il rumore di un tuono che si annuncia brontolando lontano, mentre l allitterazione di b, m e n e delle vocali cupe o e u evoca il suo fragore quando esplode: gli strumenti E nella notte nera come il nulla a un tratto, col fragor d arduo dirupo che frana, il tuono rimbombò di schianto. Qui l allitterazione è così insistita ed efficace da sfiorare l onomatopea. Onomatopea: il suono delle parole imita o riproduce un rumore naturale o artificiale o un verso di uomo o animale. L onomatopea si definisce: propria: quando è costituita da fonemi, di per sé privi di significato, che fanno parte del verso, come din don dan, tic tac, toc toc, miao, bau bau e così via; impropria: quando è costituita da parole di senso compiuto che suggeriscono col loro suono un certo rumore: balbettio, bubbolio, chacchiericcio, sussurrare, tintinnare. In questi versi di Giovanni Pascoli (L assiuolo) trovi prima due onomatopee proprie («fru fru» e «chiù») e poi una impropria («tintinni»): sentivo un fru fru tra le fratte; sentivo nel cuore un sussulto, com eco d un grido che fu. Sonava lontano il singulto: chiù... [...] (tintinni a invisibili porte che forse non s aprono più? ) Paronomàsia o bisticcio è l accostamento di due parole di suono molto simile (magari perché derivate alla lontana da una stessa radice) ma di significato diverso: anzi mpediva tanto il mio cammino, ch i fui per ritornar più volte vòlto. «E questa sorte che par giù cotanto, però n è data, perché fuor negletti li nostri vóti, e vòti in alcun canto». da Dante Alighieri, Inferno I da Dante Alighieri, Paradiso III
34 Nel primo esempio il sostantivo «volte», plurale di volta, è accostato a «vòlto», participio passato del verbo volgere ; nel secondo il sostantivo «voti», plurale di vóto (religioso), è vicinissimo all aggettivo vòti, forma toscana del plurale di vuoto. Un famoso uso della paronomasia è nel Canzoniere di Petrarca, che insiste in un continuo gioco di rimandi fonici e semantici tra il nome della donna amata, Laura, e parole come «l aura» (ossia il vento), «l oro», il «lauro» (la pianta dell alloro), e «l aurora». Così, di volta in volta la paronomasia associa il nome e l immagine della donna amata a immagini o cose piacevoli: i capelli dorati di Laura arricciati dal vento; il suo sguardo luminoso e la sua pelle candida come l aurora; il bisticcio «Laura»/«lauro» suggerisce infine il legame tra la donna amata e l alloro, pianta sacra al dio della poesia Apollo e dunque simbolo della gloria poetica, ma collegata anche al mito di Dafne, la ninfa che, amata proprio da Apollo, si trasformò in alloro per sfuggire alla corte serrata del dio. Figura etimologica èl accostamento di due parole che hanno la stessa etimologia: L animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto. RCS LIBRI EDUCATION SPA da Dante Alighieri, Inferno XIII Nell esempio, con la figura etimologica (rafforzata da un chiasmo: vedi p. 24) il dignitario reale Pier delle Vigne rimarca che le calunnie di alcuni cortigiani invidiosi erano false e lui era un uomo «giusto», ma che, suicidandosi per sdegno e per sfuggire il disonore, egli divenne «ingiusto» agli occhi di Dio e fu perciò dannato. 7 Le principali figure di parola Le figure di parola riguardano la disposizione delle parole nei versi o in genere nelle frasi e sono importanti sia per il registro espressivo, perché contribuiscono a innalzare lo stile, sia per il significato, perché mettono in evidenza parole, espressioni o enunciati. Per sottolineare un idea o un azione o intensificare una qualità in poesia il mezzo più comune ed efficace è la ripetizione, purché sia intenzionale e in armonia con il ritmo del verso o la struttura delle strofe. Si parla in questi casi di iterazione, che designa un insieme di figure (anafora, epifora, anadiplosi, epanalessi) accomunate appunto dalla ripetizione voluta e curata di parole, versi o parti di verso e perfino frasi. Anafora: è la ripetizione di una o più parole all inizio di due o più versi, enunciati o periodi successivi: Per me si va nella città dolente, per me si va nell etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. da Dante Alighieri, Inferno III Nell esempio, la frase «per me si va» rappresenta anche un parallelismo, perché occupa sempre la stessa posizione nel verso, ossia il primo emistichio dell endecasillabo. Gli elementi ripetuti infatti si trovano in posizioni corrispondenti e parallele. Il parallelismo può anche coinvolgere parole o parti di frase simili, purché il ricorrere di strutture e suoni sia ricercato ed evidente:
35 5 Ritornava una rondine al tetto: l uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de suoi rondinini. Ora è là, come in croce, che tende 10 quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell ombra, che attende, che pigola sempre più piano. Anche un uomo tornava al suo nido: l uccisero: disse: Perdono; 15 e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole in dono. Ora là, nella casa romita, lo aspettano, aspettano in vano: egli immobile, attonito, addita 20 le bambole al cielo lontano. da Giovanni Pascoli, X Agosto, 5-20 Nota il parallelismo fra i verbi («ritornava» e «tornava»), i complementi di moto a luogo («al tetto» e «al suo nido», entrambi in fine di verso), l iterazione di «l uccisero» in identica posizione nel verso e nella quartina e di «cielo lontano» alla fine di un distico; pur con variazioni, anche «Ora è là» e «Ora là» si corrispondono all inizio di due strofe. Sono paralleli fra loro anche «cadde» e «disse», voci di verbi diversi ma uguali per tempo, modo e persona, poste inoltre in uguale posizione nel verso e nella strofa. In generale il parallelismo vuole indurre il lettore a paragonare cose o idee all apparenza assai diverse e dunque a chiedersi perché il poeta le abbia volute accostare. gli strumenti Epifora: speculare all anafora, consiste nella ripetizione di una o più parole alla fine di due o più versi, enunciati o periodi successivi. Anadiplosi: è la ripresa all inizio di un verso o di una frase dell ultima parola del verso o della frase precedente: Innocenti facea l età novella, novella Tebe, Uguiccione e l Brigata e li altri due che l canto suso appella. da Dante Alighieri, Inferno XXXIII Nell esempio, l aggettivo «novella» è ripetuto per sottolineare da un lato la giovane età («età novella») dei figli di Ugolino, lasciati morire di fame con il padre, dall altro la crudeltà di Pisa che li condannò e che per questo gesto spietato appare una «nuova Tebe», città in cui i miti antichi ambientarono crimini orrendi. Epanalessi: consiste nel raddoppiare una parola o espressione ripetendola all inizio, al centro o alla fine di un verso (unità ritmica) o di una frase o periodo (unità sintattica): Non son colui, non son colui che credi da Dante Alighieri, Inferno XIX 62 Questa figura è molto usata nella lingua quotidiana: Corri, corri subito qui! ; Hai ragione, ragione da vendere ; Una domanda mi tormenta: perché? perché? ; Pensaci, amico, pensaci. Un altro modo assai comune di dare rilievo a una parola o a un concetto è la prolessi, che in greco antico significava «anticipazione»: l ordine abituale o atteso delle parole o del discorso viene alterato anticipando, ossia mettendo al primo posto l informazione o la parola a cui si vuol dare più importanza, anche se essa secondo la logica o la sintassi 23
36 dovrebbe venire dopo. La prolessi non è una figura retorica definita, perché può presentarsi in varie forme tramite diverse figure. È comune sia nella letteratura, in poesia e prosa, che nella lingua parlata, ad esempio nella pubblicità, quando si anticipa il nome del prodotto: Birra XY. Con lei, la serata prende vita. Anastrofe: è l inversione del normale ordine sintattico di due parole o complementi e mette in rilievo la parola o le parole spostate in una posizione inusuale; nell esempio la specificazione «di vecchiaia», che precede il nome «segno» invece di seguirlo: Il ricordare è di vecchiaia il segno da Giuseppe Ungaretti, Un grido e paesaggi Chiasmo: è la disposizione incrociata di due o più elementi, appartenenti a sintagmi o a proposizioni collegate, secondo lo schema: A B B A Il chiasmo si definisce: sintattico: se coinvolge l ordine di parti del discorso o complementi nella frase o nel periodo: ricorditi di me, che son la Pia; Siena mi fé, disfecemi Maremma. da Dante Alighieri, Purgatorio V Nel secondo verso dell esempio si ha prima soggetto, oggetto e verbo («fé» significa fece ), poi verbo, oggetto e soggetto (schema A B C, C B A). semantico: se coinvolge il significato delle parole: Le donne, i cavallier, l arme, gli amori, le cortesie, l audaci imprese io canto da Ludovico Ariosto, Orlando Furioso I 1-2 L esempio mostra un doppio chiasmo: la terna «donne», «amori» e «cortesie», che rimanda all amore, è incrociata con quella «cavallier», «arme» e «audaci imprese», che pertiene alla guerra. Enumerazione: consiste nel creare una sorta di elenco attraverso l accostamento di più sintagmi fra loro coordinati. La coordinazione si dice: per polisindeto quando tra un sintagma e l altro si ripetono delle congiunzioni: E ripensò le mobili tende, e i percossi valli, e il lampo de manipoli, e l onda dei cavalli, e il concitato imperio, e il celere ubbidir. da Alessandro Manzoni, Il Cinque Maggio per asindeto quando i sintagmi sono coordinati solo con segni di punteggiatura o anche, come nell esempio, semplicemente accostati l uno all altro: 24 Poi come s uno schermo, s accamperanno di gitto alberi case colli per l inganno consueto. da Eugenio Montale, Forse un mattino andando in un aria di vetro
37 Climax (in greco la klimax era una «scala»): è una serie di parole (nomi, aggettivi, verbi o avverbi) disposte in modo tale che ciascuna ampli e rafforzi la precedente, facendo salire d intensità l azione o la qualità, come sui gradini di una scala: Come questa pietra del S. Michele così fredda così dura 5 così prosciugata così refrattaria così totalmente disanimata da Giuseppe Ungaretti, Sono una creatura 1-8 Nell esempio, la pietra del monte san Michele, luogo di sanguinose battaglie durante la prima guerra mondiale, è descritta da Ungaretti con una serie di aggettivi sempre più aspri (l ultimo è reso ancora più cupo dall avverbio «totalmente»). Anticlimax: è una scala al contrario, ossia una serie di parole disposte in modo tale che la cosa, il fatto o la qualità calino d intensità o importanza dall una all altra. Piuttosto rara in poesia, l anticlimax si usa talvolta nella lingua quotidiana: Vi prego: mi serve una soluzione, un aiuto, un consiglio, almeno un ideuzza. Endiadi (in greco «una cosa per mezzo di due»): è una coppia di parole o espressioni coordinate (perlopiù nomi o aggettivi), una delle quali indica una cosa o qualità, mentre l altra serve a specificare o precisare la prima. Ad esempio, dicendo arrivò alla gloria e al trionfo non si indicano due mete distinte, piuttosto si intende dire alla gloria del trionfo o al trionfo glorioso : il concetto che viene sottolineato è uno solo (la gloria o il trionfo), e l altra parola serve a precisarlo: equivale in realtà a una specificazione o a un attributo. Ellissi: è la soppressione di un elemento della frase, che in tal modo richiede di essere completata dall interpretazione di chi legge. È frequentissima nel parlato: Fuori! è un ordine ellittico del verbo e di un complemento di moto da luogo ( Va, andate fuori di qui! ). In poesia può servire a lasciare una cosa, persona o idea innominate, specie all inizio di un testo, per sollecitare la curiosità e l attenzione del lettore: gli strumenti RCS LIBRI EDUCATION SPA Prese la vita col cucchiaio piccolo essendo onninamente fuori e imprendibile. Una ragazza imbarazzata, presto... da Eugenio Montale, Trascolorando 1-4 In questo esempio, il primo periodo (vv. 1-3) è ellittico del soggetto «una ragazza imbarazzata», che è nominato nel verso 4. Hýsteron pròteron (in greco «il dopo prima»): consiste nel dire per prima la cosa che è accaduta o accadrà per ultima: che tu mi meni là dov or dicesti, sì ch io veggia la porta di san Pietro e color cui tu fai cotanto mesti. da Dante Alighieri, Inferno I
38 Nell esempio, Dante prega Virgilio di fargli da guida fra i dannati dell inferno («mesti», ossia tristi ) e poi fino alla porta celeste di san Pietro, ma la meta finale (il paradiso) viene detta prima della tappa infernale. Ipallage o enallage: consiste nell assegnare un aggettivo, che per senso è riferito a un certo sostantivo, a un altro sostantivo: e gli alberi discorrono col trito mormorio della rena da Eugenio Montale, Tempi di Bellosguardo Nell esempio la «rena» (la sabbia ) è trita, ossia finemente tritata dal vento e dall acqua, ma l aggettivo «trito» è riferito al «mormorio», al sottile fruscio della sabbia mossa. Nota che l ipallage è anche una figura semantica, perché dà un nuovo significato alle parole coinvolte: «trito» significa detto e ridetto, usuale. Iperbato: è un alterazione dell usuale ordine sintattico di due o più parole che vengono separate, mentre di norma dovrebbero trovarsi vicine; ha funzione simile all anastrofe, perché mette in rilievo una o più parole tramite la loro collocazione inattesa:... Ove più il Sole per me alla terra non fecondi questa bella d erbe famiglia e d animali da Ugo Foscolo, Dei Sepolcri 3-5 Oltre all iperbato «più non fecondi» (l ordine naturale sarebbe: non fecondi più») l esempio offre un doppio iperbato incrociato, perché la posizione delle parole allontana sia l aggettivo «bella» dal suo sostantivo «famiglia» sia i due complementi di specificazione coordinati «d erbe... e d animali». Zeugma: è un tipo di ellissi (vedi p. 25) che si ottiene quando una coppia di parole (A e B) è legata a una terza parola (C) che per grammatica o sintassi sarebbe appropriata solo a una delle due (A o B): parlare e lagrimar vedrai insieme da Dante Alighieri, Inferno XXXIII 9 Nell esempio, «vedrai» regge due infiniti, di cui solo «lagrimar» indica atto che si può vedere, mentre «parlare» si può propriamente sentire; lo zeugma si può intendere come un ellissi a partire da mi sentirai parlare e insieme mi vedrai piangere. 8 Le principali figure semantiche Le figure semantiche o di significato riguardano i significati delle parole e, sebbene siano comunissime anche nel linguaggio quotidiano (come sono del resto anche molte figure di suono o di parola), in un testo poetico acquistano un valore espressivo speciale. Perifrasi: consiste nell indicare una cosa o persona non nominandola direttamente, ma con un giro di parole, per esempio perché è sgradevole o sconveniente ( è mancato all affetto dei suoi cari per è morto ). 26 Per zittire Caronte, il traghettatore dei dannati sul fiume infernale, Virgilio gli dice che Dante, pur essendo vivo, può visitare l oltretomba perché così è stato deciso in paradiso, indicato con una perifrasi come il luogo dove tutto ciò che è voluto da Dio diventa possibile:
39 E l duca a lui: «Caron, non ti crucciare: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare». da Dante Alighieri, Inferno III Iperbole: consiste nel sottolineare un concetto attraverso parole esagerate ( te l ho detto mille volte, morivo dal ridere ): Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino da Eugenio Montale, da Satura, Xenia II Nell esempio l iperbole sottolinea i lunghi anni e la costante familiarità che il poeta visse con la moglie, ora morta. Antifrasi: consiste nell usare una parola con un significato opposto al suo proprio: Godi, Fiorenza, poi che se sì grande che per mare e per terra batti l ali e per lo nferno tuo nome si spande! da Dante Alighieri, Inferno XXVI 1-3 Nell esempio le parole «Godi» e «sì grande» sono antifrastiche, perché il contesto mostra che la città non ha proprio niente di cui rallegrarsi né alcuna grandezza da vantare. Nella lingua parlata si usano spesso antifrasi: Bravo, proprio un bel risultato! può essere un sincero complimento, ma a seconda del tono di voce e del contesto può anche voler dire il contrario ed esprimere disapprovazione e delusione per un fallimento. gli strumenti Litote: consiste nell affermare un concetto negandone il contrario ( non di rado o non bello per dire spesso o brutto ): Non era l andar suo cosa mortale da Francesco Petrarca, Canzoniere XC Nell esempio «non era cosa mortale» sottolinea che il modo di camminare di Laura ne rivela la natura di creatura dalla bellezza sovrumana. Personificazione (o prosopopèa): attribuisce ad animali, piante, oggetti inanimati o idee astratte un aspetto, atteggiamenti o caratteri propri dell uomo ( la voce del vento ): più chiaro si ascolta il sussurro dei rami amici nell aria che quasi non si muove da Eugenio Montale, Ossi di seppia Nell esempio i «rami» sono detti «amici» e il fruscio delle foglie al vento lieve è assimilato a una voce che sussurra. Antitesi: accostamento di due parole o concetti di significato opposto: Pace non trovo, et non ò da far guerra; da Francesco Petrarca, Canzoniere CXXXIV Nell esempio l antitesi (ribadita dal chiasmo: vedi p. 24) si ha ponendo le parole antitetiche (o antònimi) «pace» e «guerra», che esprimono la lacerazione interiore dell amante, all inizio e alla fine del verso. 27
40 Ossìmoro: è la stretta unione in un medesimo sintagma, a prima vista assurdo, di due parole di significato opposto: Pascomi di dolor, piangendo rido da Francesco Petrarca, Canzoniere CXXIV Nel verso citato, «piangendo rido» sottolinea lo stato di confusione del poeta e il suo dibattersi fra emozioni opposte eppure contemporanee. Similitudine: è un paragone tra due persone, cose, o idee fra cui si colgono elementi di somiglianza; il paragone è reso esplicito con nessi del tipo come... (così), quale... (tale), simile a ( sei bello come il sole ). 28 Quali colombe dal disio chiamate con l ali alzate e ferme al dolce nido vegnon per l aere, dal voler portate; cotali uscir de la schiera ov è Dido, a noi venendo per l aere maligno, sì forte fu l affettüoso grido. da Dante Alighieri, Inferno V Come due colombe che, richiamate dal desiderio, con le ali spiegate volano all amato nido, attraversando l aria trasportate dalla volontà (di rivedere i piccoli); così loro uscirono dalla fila di dannati in cui c è anche Didone, volando verso di noi attraverso l aria infernale, tanto efficace fu il mio richiamo pieno d affetto. RCS LIBRI EDUCATION SPA Il primo membro della similitudine, che descrive le colombe, è introdotto da «quali» e occupa la prima terzina, mentre la seguente forma il secondo membro, introdotto da «cotali», che descrive il dato di realtà che il poeta vede. Facendo pensare a purezza e pace, l immagine delle colombe è da un lato in antitesi con l ambiente infernale («aere maligno»), dall altro sottolinea la gentilezza e la nobiltà d animo dei due infelici amanti. Metafora: consiste nel sostituire una parola (o una frase) con un altra il cui significato letterale ha qualche somiglianza con il significato letterale della parola sostituita. La definizione è vaga, ma è difficile essere più precisi, perché la metafora è la figura più usata e varia non solo di tutta la letteratura, ma della lingua in genere, per un semplice motivo: nessuna parola ha sempre un solo, netto e immutabile significato, anzi il linguaggio veicola sempre sfumature, giudizi, emozioni, fantasie. La metafora agisce appunto sui sensi figurati e traslati delle parole, accosta termini che all apparenza non potrebbero stare insieme per far percepire significati nascosti o strani o per fonderli in un concetto nuovo. Un esempio: Paolo è una volpe vuol dire che Paolo è molto astuto, perché questa sua dote richiama l idea comune della volpe, animale a cui le favole attribuiscono la furbizia. Si usa perciò volpe in senso metaforico e non letterale: nessuno, sentendo queste parole, penserebbe che Paolo ha la coda. Un esempio classico: la vecchiaia (A) è l ultima parte della vita (B); la sera (C) è l ultima parte del giorno (D). Sfruttando la somiglianza di rapporto A:B e C:D, si potrà sostituire B, usato in senso letterale, con D, usato in senso metaforico, e viceversa: così si dirà il tramonto, la sera della vita per indicare la vecchiaia, o viceversa la vecchiaia del giorno o il giorno invecchia per indicare il calare della sera. Talora la metafora è l unico modo per esprimere un concetto per cui manca una parola propria; si ha allora una catacrèsi: si dice gambe del tavolo perché i pezzi di legno dritti e lunghi che lo sorreggono hanno una somiglianza di funzione con gli arti che sorreggono l uomo; il collo della bottiglia è quella parte del recipiente che per forma e posizione somiglia al collo di un corpo. Un topos di tutta la poesia occidentale è quello della vita rappresentata con la metafora della navigazione. Un esempio da Francesco Petrarca (Canzoniere CLXXXIX; a destra la parafrasi):
41 Passa la nave mia colma d oblio per aspro mare, a mezza notte il verno, enfra Scilla e Caribdi; et al governo siede il signore, anzi l nimico mio. La nave del mio animo, carica di dimenticanza, passa su un mare tempestoso, a mezzanotte, d inverno, tra Scilla e Cariddi; e al timone siede Amore, che è il mio padrone, anzi il mio nemico. Ogni elemento della quartina ha valenza metaforica: la nave è l animo del poeta, che deve condurre un esistenza travagliata (il mare in tempesta) dalla sorte più sfavorevole (in piena notte e d inverno) e affrontare pericolosissime prove (come Ulisse affrontò l insidia dei mostri marini Scilla e Cariddi). Tutto perché Petrarca è dominato dall amore (il timoniere della nave), un amore infelice e tormentoso (il dominio di un tiranno ostile). Analogia: è un tipo di metafora in cui il legame di somiglianza fra i due elementi non risulta evidente sul piano logico, ma richiede un associazione di idee, spesso laboriosa. Leggi ad esempio la poesia Tramonto di Giuseppe Ungaretti (dall Allegria): gli strumenti Il carnato del cielo sveglia oasi al nomade d amore da Giuseppe Ungaretti, Tramonto La luce rosata del cielo al tramonto è associata al colore della pelle («carnato del cielo»), gli uomini dall animo inaridito sono in cerca d amore come il beduino nomade del deserto cerca riposo e frescura («nomade d amore») nelle oasi, che rappresentano la meta: la speranza di un nuovo amore, che si risveglia nei cuori di fronte alla bellezza sensuale del paesaggio («sveglia oasi»). Il procedimento analogico associa quindi varie immagini: il cielo al tramonto è come la carnagione di una persona amata; il deserto è come la vita senza amore; il nomade è come un animo assetato d amore; l oasi è come una promessa d amore. Ma l oasi, come accade nel deserto, potrebbe anche essere un miraggio, e dunque l amore un illusione: come vedi l analogia racchiude in sé più significati e lascia al lettore una certa libertà d interpretazione. Metonìmia: consiste nel sostituire una parola (o espressione) di significato proprio con un altra che ha con la parola (o espressione) sostituita un affinità logica o materiale: Parole affini Tipo di affinità Esempi sudore: lavoro effetto: causa l ho pagato con il mio sudore (anziché lavoro) gioventù: giovani astratto: concreto che bello vedere tanta gioventù! (anziché tanti giovani) oro: gioiello materia grezza: oggetto finito a mia moglie piace indossare l oro (anziché gioielli d oro) bicchiere: vino contenitore: contenuto ho proprio voglia di bere un bicchiere (sottinteso di vino) Manzoni: romanzo autore: opera a scuola leggiamo Manzoni (anziché I promessi sposi )... io doloroso, in veglia, premea le piume; da Giacomo Leopardi, La sera del dì di festa 29
42 Io gli studi leggiadri talor lasciando e le sudate carte... da Giacomo Leopardi, A Silvia Nel primo esempio «piume» sta per «cuscino» (la materia grezza sta per l oggetto finito); nel secondo «sudate carte» offre invece due possibili metonimie, perché indica o gli studi del poeta, che sono causa di sudore, ossia di fatica (l effetto sta per la causa), o le sue poesie, che sono scritte su fogli di carta (la materia sta per l oggetto finito). Sinèddoche: è la sostituzione di una parola (o espressione) di significato proprio con un altra che che ha con la parola (o espressione) sostituita un affinità quantitativa. Parole affini Tipo di affinità Esempi vela: barca parte: tutto il mare era punteggiato di vele (anziché barche) italiano: italiani singolare: plurale si sa che l italiano è romantico (anziché gli italiani) donna: moglie genere: specie ho sposato proprio una brava donna (anziché moglie) ma io deluse a voi le palme tendo, e se da lunge i miei tetti saluto... da Ugo Foscolo, In morte del fratello Giovanni Magnanimo animale non credo io già, ma stolto, quel che nato a perir, nutrito in pene, dice, a goder son fatto... da Giacomo Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto Nel primo esempio «palme» sta per mani, braccia e «tetti» per case, ossia la parte sta a indicare il tutto; nel secondo «animale» sta per uomo, con sineddoche del genere per la specie. Sinestesìa: consiste nel trasferire il senso di una parola, che propriamente rimanda a un certo ambito sensoriale (vista, udito, tatto, gusto, olfatto), a un ambito sensoriale diverso. È di fatto un tipo di metafora: è assai comune dire colori caldi, fifa blu, musica dolce. Sebbene ricorra in tutta la tradizione lirica, la sinestesia acquista una speciale importanza dalla fine dell Ottocento. La Chioccetta per l aia azzurra va col suo pigolìo di stelle. da Giovanni Pascoli, Il gelsomino notturno 30 Estate sontuosa in città! Sa l aria di cipria e di donne scollate. da Camillo Sbarbaro, Trucioli Nel primo esempio lo sciame di stelle delle Pleiadi (costellazione nota anche come Chioccetta ) è una sensazione visiva, ma il loro brillio debole e intermittente è designato come «pigolio», che pertiene all udito; la sinestesia è facilitata anche dall associazione metaforica fra una chioccia con i suoi pulcini e la «Chioccetta». Nel secondo esempio (tratto da un testo in prosa) l espressione «Sa l aria di cipria» rimanda a una percezione olfattiva o tattile, mentre le «donne scollate» a una visiva.
43 modulo1 L amore e il tempo PREREQUISITI OBIETTIVI Conoscere le caratteristiche di Analizzare i testi poetici dal un testo poetico. punto di vista tematico. Possedere gli strumenti di Analizzare la struttura dei testi analisi del testo poetico. poetici. Comprendere il modo in cui i poeti affrontano i temi dell amore e del tempo. Riconoscere nei testi antologizzati il rapporto tra amore e tempo. Comprendere il rapporto tra il tema e le tecniche adottate dal poeta. RCS LIBRI EDUCATION SPA Tranquillo Cremona, L edera, 1878, Torino, Galleria d arte Moderna. COMPETENZE Saper spiegare in un testo espositivo le caratteristiche di un componimento poetico in relazione al tema. Imparare a parafrasare un testo poetico. Imparare a scrivere un riassunto. Imparare a motivare in un breve testo argomentativo i propri giudizi personali.
44 modulo 1 L AMORE E IL TEMPO L amore e il tempo il tema La poesia d amore L amore è uno dei temi più trattati nella poesia di tutti i tempi e di tutte le culture, che ne sviscerano tutti gli aspetti: innamoramento, passione, intimità, mancanza, comunione di pensieri e di vita, unicità e fascino della persona amata, ma anche l arrugginirsi e il raffreddarsi del sentimento, la sua trasformazione in distanza, rancore e perfino in odio. Sembra che da sempre amore e poesia si chiamino l un l altra. Il primo del resto è spesso rappresentato come una forza sovrumana e fatale, che nasce in modo misterioso e indipendente dalla nostra volontà: proprio come l ispirazione poetica. Amore e giovinezza Tipico dei giovani amanti è anche l urgenza di vivere l amore qui e ora, di tuffarsi nel presente della passione e lasciarsene trasportare: domani, per chi ama, non arriva mai. Così, per Catullo (vedi p. 34), chi è vecchio e indurito nel corpo e nel cuore può solo esprimere giudizi amari e invidiosi sugli innamorati, che sono invece giovani e vivi. E la passione può essere così intensa che mancano le parole per esprimere il valore che la persona amata ha agli occhi dell amante: è il caso della lirica di Saramago (vedi p. 57). Amore e infinito La natura dell amore è stata spesso associata all idea di infinito, di superamento dei limiti corporei e mentali: l amore può essere eterno, cioè durare oltre il limite inesorabile della morte, dà all uomo la sensazione di essere più che mai vivo e forte, esalta le sensazioni fino all estasi o alle allucinazioni. Uno stato di grazia terrena che suscita nell amante continua meraviglia, tanto che ogni amante si augura di rimanervi per sempre. Sole, luce, fuoco, stelle, cielo, vento, volo: tutto ciò che appare bello, illimitato e libero da vincoli rimanda all allargamento dei sensi e all approfondimento delle esperienze che l amore comporta. Giovinezza e primavera L energia, la leggerezza e insieme la forza che chi ama sente nel proprio intimo spiegano forse perché tanto spesso l amore sia associato alla giovinezza vissuta o ritrovata dall amante (come in Penna, vedi p. 48) o, come nella canzone di De André che leggeremo (vedi p. 53), ai colori e profumi della primavera, che è la giovinezza ciclica della natura. 32 Il bacio come atto d amore è un tema che spesso ritorna nell opera dello scultore francese Auguste Rodin ( ), Londra, Tate Gallery.
45 COLLEGAMENTI Passione e attesa Eppure l amore, per quanto possa premere impaziente nel cuore e nel corpo, deve talvolta fare i conti con l attesa, magari perché la persona desiderata non ci ha notato, o ci rifiuta, o ancora è lontana e non può raggiungerci. Il desiderio di unirsi a lei deve così rinunciare al presente per proiettarsi nel futuro, sia pure quello dei sogni: Hikmet (vedi p. 51) sopporta anni di carcere pensando al giorno in cui sarà libero di abbracciare la donna che ama e grazie alla quale anche gli anni di esilio diventano dolcissimi. Per il poeta turco l amore prevale su tutto: sulla crudeltà degli uomini, sulla solitudine, persino sulla morte. Un amore lungo una vita Ardente e impossibile è anche l amore di Petrarca (vedi p. 36 e pp ) per Laura, lei sposata e lui consacrato: regole religiose e morali inviolabili vietano la loro relazione, ma non spengono certo il sentimento. Così, anche se un amore è senza futuro, rimane vivo e presente, anzi dura una vita, perché l amore è la forza principale della vita così come della poesia. Diventare intimi Dopo l ondata di piena dell innamoramento, con il tempo l amore diviene una corrente dolce e tranquilla, alimentata dall intima conoscenza e dalla complicità. Così Benni (vedi p. il film Non sottovalutare... Le conseguenze dell amore L amore può essere un esperienza devastante, in grado di cambiare il destino di un uomo, come accade al protagonista di Le conseguenze dell amore (2004) di Paolo Sorrentino, un film del tutto particolare, per atmosfere e temi, nel panorama del cinema italiano. Titta Di Girolamo (Toni Servillo) è un cinquantenne riservato e scontroso che vive da otto anni in un albergo del Canton Ticino, nella Svizzera italiana; facoltoso, molto elegante, metodico anche nelle trasgressioni, come la dose di eroina che si concede ogni mercoledì e solitario, nessuno sa se abbia un attività, quale essa sia, né le ragioni del suo vivere in albergo. La sua vita scorre, giorno dopo giorno, uguale e monotona, scandita da rituali ossessivi e abitudini ormai cristallizzate, apparentemente senza emozione, senza interessi, senza contatti con il prossimo. La vita di Titta si anima però ogni tanto, quando strani personaggi lo contattano e lui si trasforma in un perfetto e spietato uomo d affari. Di Girolamo, infatti, ha un segreto inconfessabile, anzi, più di uno Ma la sua vita prenderà una direzione drammaticamente diversa il giorno in cui oserà rivolgere la parola a Sofia (Olivia Magnani), la barista del bar dell albergo. Perché nella sua previdente scrupolosità, Titta ha annotato sul 59) osserva anche i gesti più minuti dell amata: saper vedere e amare ciò che nessun altro ha notato è il segno e il piacere speciale di una relazione che affonda le sue radici negli anni, e promette così di rimanere verde per altrettanti anni. L amore dei figli Ma quale relazione è più durevole e stretta di quella con la madre? Nessuna, secondo Freud (vedi p. 235), che rivela che il bambino ama la madre con la stessa gelosia e intensità di uno sposo. Certo, per accettare questa consapevolezza servono tempo e lucido coraggio, ma infine lo sfogo è dolce e liberatorio. Finire d amare L amore è soggetto al tempo, può anche finire, raffreddandosi fino a spegnersi in rancore o persino in odio. Il dolore sordo della mancanza è cantato nei versi di Neruda (vedi p. 43): ciò che pareva grande e infinito come il cielo si fa sempre più piccolo e lontano, come si riassorbe il dolore di un dente cavato. Ci si chiede perfino come sia stato possibile amare quella persona, e si subiscono, come fa Carver (vedi p. 55), il silenzio e la distanza che sono subentrati alla passione. O si può perfino, come Beckett (vedi p. 46), desiderare la morte dell amata, anche solo per il gusto di ribaltare i luoghi comuni della poesia d amore. suo taccuino una raccomandazione a se stesso, «Progetti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze dell amore»... Imprevedibile noir di classe, dalle atmosfere rarefatte e raffinate, il film si giova della maschera impenetrabile di Toni Servillo e del convincente candore di Olivia Magnani, nipote della mitica Anna. Toni Servillo, Olivia Magnani e, a destra, il regista Paolo Sorrentino sul set del film. il tema L amore e il tempo 33
46 modulo 1 L AMORE E IL TEMPO 34 COLLEGAMENTI Caio Valerio Catullo Viviamo, mia Lesbia, e amiamo In questo carme il poeta esorta se stesso e Lesbia, la donna che ama, a godere dell amore. A Lesbia, pseudonimo dietro al quale si nasconde forse Clodia, una nobile donna romana, moglie del console Quinto Metello Celere, Catullo dedicò molte liriche, che testimoniano un sentimento pieno di passione e tenerezza, ma anche la delusione dell abbandono e l amarezza del tradimento Viviamo, mia Lesbia, e amiamo, e ai vecchiacci accigliati e pettegoli non diamo neanche un soldo bucato 1. Il sole può tramontare e risorgere, lui: noi, tramontato il nostro breve giorno 2, abbiamo da 3 dormire un unica, perenne notte. Dammi mille baci, e poi cento, e poi altri mille, e poi ancora cento, e poi subito altri mille, e poi cento. Poi, quando avremo contato mille migliaia di baci, confonderemo i conti per non saperne il totale, e perché nessuna malalingua 4 ci guardi di malocchio, sapendo quanti sono i nostri baci. Metro originale: endecasillabi faleci. 1. non diamo bucato: non diamo nessuna importanza. 2. tramontato giorno: una volta finita la vita. Malocchio e invidia Nella superstizione popolare il malocchio è l influsso malefico esercitato da uno iettatore, un individuo capace di gettare (jettare in napoletano, da cui iettatore ) con lo sguardo sortilegi contro la vittima designata. Al malocchio è intimamente connessa l invidia : etimologicamente l invidioso è colui che guarda con astio e rancore la felicità altrui al punto da storcere gli occhi, guardare di cattivo occhio. Nel testo latino del componimento di Catullo, al v. 12 il poeta afferma di temere che un malus, «persona malvagia», possa invidere, «guardare storto», i due amanti: il verbo invidere allude all incantesimo lanciato da uno iettatore, il malocchio appunto. Si la parola [traduzione del curatore] 3. abbiamo da: siamo destinati a. 4. malalingua: persona che gode a sparlare degli altri, mettendo in giro pettegolezzi e calunnie. credeva infatti che il malocchio consistesse nel pronunciare una formula di maledizione intercettando lo sguardo della vittima. Ma per colpire, lo iettatore doveva sapere qualcosa di preciso della persona designata: conoscere il totale dei baci, per esempio, potrebbe servire a far sì che non vi siano più baci. Secondo una credenza popolare, infatti, quanto più la felicità è nota nei suoi particolari, tanto più è esposta al pericolo dell invidia. Il legame tra il peccato dell invidia e la vista torna anche in Dante: nel Purgatorio (canto XIII) il poeta incontra le anime degli invidiosi, che hanno le palpebre cucite e non possono vedere; ma nella Divina Commedia la pena riflette la cecità morale di chi ha provato dolore e rammarico per i meriti altrui. L AUTORE AUTORE Caio Valerio Catullo RACCOLTA Carmina, 5 I secolo a.c. DATA Caio Valerio Catullo Caio Valerio Catullo nacque a Verona, allora nella Gallia Cisalpina, forse nell 87 o nell 84 a.c. Di famiglia agiata, poté trasferirsi a Roma, che era il cuore del mondo politico e culturale: là vivevano gli uomini più potenti e famosi e i letterati più moderni. Catullo raccolse nelle sue poesie tutte le esperienze offertegli dalla vita frenetica della grande capitale. Tre di esse ci sorprendono, come stupirono e imbarazzarono i suoi contemporanei. La prima è il disinteresse per la politica: Catullo non tentò la carriera militare né ambì alle magistrature (salvo un viaggio nella lontana provincia di Bitinia, nel 57 a.c., al seguito del governatore Caio Memmio). La seconda sono le sue intensissime amicizie e spietate inimicizie. La terza è l intensità dell amore. Buona parte delle liriche di Catullo è dedicata a Lesbia, «la donna di Lesbo»: un nome scelto in onore della poetessa greca Saffo, originaria appunto di Lesbo (vedi p. 158). Dietro lo pseudonimo di Lesbia si nascondeva Clodia, sorella del tribuno della plebe Clodio Pulcro, moglie e poi vedova del nobile Cecilio Metello Celere. Egli stesso curò la pubblicazione del suo libellum, «libretto» che raccoglieva le sue poesie, o almeno di una parte di esse (carmi 1-60), le nugae o «cose da niente, sciocchezzuole», come le definiva. Nella raccolta arrivata a noi compaiono, oltre alle nugae, anche liriche più lunghe, ricchissime di dettagli mitologici eruditi (carmi 61-68). Catullo morì a trent anni, o poco più, nel 54 a.c. RCS LIBRI EDUCATION SPA
47 LABORATORIO SUL TESTO COMPRENDERE Abbandonarsi alla passione Catullo si rivolge all amata Clodia, una nobildonna romana celata dietro lo pseudonimo di Lesbia (cioè donna di Lesbo, in onore della greca Saffo, sublime poetessa d amore originaria di quell isola), con un esortazione che però coinvolge entrambi: abbandonarsi alla dolcezza della passione, che rende piena e bella la vita, senza curare affatto le voci malevole né i giudizi sprezzanti dei vecchi. Ma bisogna farlo oggi scrive Catullo finché siamo vivi e innamorati: il sole scandisce giorni sempre uguali secondo cicli immutabili, mentre l unica cosa perenne per l uomo è la notte buia e fredda dopo la morte. Il conto dei baci Catullo chiede a Lesbia baci appassionati, a centinaia e migliaia, tanti che sarà impossibile contarli. Nessuno, neppure gli amanti, dovrà sapere quanti sono i baci, perché il loro numero potrebbe essere carpito da qualche malintenzionato e usato per lanciare una malia, un incantesimo malefico, contro di loro e il loro amore. I temi ANALIZZARE > STRUMENTI DI ANALISI < > figure di parola (vedi p. 22) > figure semantiche (vedi p. 26) il tema Vivere è amare Fin dal v. 1 il giovane Catullo (morirà a trent anni) congiunge e identifica vivere e amare: l amore dà pienezza e senso al tempo, anzi è l unica cosa per cui valga la pena vivere. Chi è vecchio forse ha dimenticato la dolcezza e la forza della passione, o forse li ricorda con invidia: sparla dei due giovani, appassionati amanti, perché per lui il tempo della passione e dei baci è finito. Al v. 12, alle dicerie dei vecchi si sovrappone lo sguardo dell invidioso, ma le une e l altro sono vanificati dal trasporto con cui Catullo e Lesbia vivono il loro amore e rimangono chiusi fra l esortazione «viviamo e amiamo» (v. 1) e i «baci» (v. 13). L invito a godere del presente Proprio i vecchi, con le loro malignità, sono la prova che il tempo e la passione trascorrono inesorabili. Chi ama riamato è convinto che il suo stato di grazia durerà per sempre, che il sole (l accostamento tra i vv. 1-3 e i vv. 4-6 lascia implicita la similitudine) splenderà su ogni giorno della vita. Ma se l amore riscalda e illumina come il sole, non ci si può però illudere: albe e tramonti non consumano il sole, ma il tempo dell uomo sì («Il sole può tramontare e risorgere, lui: / noi abbiamo da dormire un unica, perenne notte»). E se l amore è vita, oltre la vita non c è altro: buio, freddo e silenzio sono metafore della morte. L amore e il tempo Leggere FARE 1 Perché Catullo esorta Lesbia, ma anche se stesso, ad abbandonarsi all amore? (C è più di una risposta giusta): a) perché desidera dimenticare, nell amore, l invidia dei vecchi; b) perché l amore dà senso alla vita; c) perché si avvicina la notte e il momento in cui Lesbia sarà costretta ad andarsene; d) perché desidera i baci di Lesbia. 2 In quale punto Catullo sembra affermare che l amore ferma il tempo? a) al v. 1, mettendo sullo stesso piano l amore e il trascorrere della vita; b) ai vv. 2-3, affermando che solo chi non ama diventa vecchio; c) ai vv. 4-6, paragonando la vita degli amanti agli infiniti giorni scanditi dal sole; d) ai vv. 7-9, ripetendo la sequenza dei mille baci più altri cento. 3 Quali immagini suggeriscono il trascorrere del tempo nell uomo e nella natura? Che connotazioni vi associa Catullo? 4 Quali figure retoriche trovi nei vv. 7-9? (C è più di una risposta giusta): a) anafora; b) asindeto; c) climax; d) polisindeto. Parlare 5 Anche tu pensi che invecchiare renda difficile o impossibile capire la dolcezza e la bellezza dell amore? Ti sei mai sentito incompreso o mal giudicato per i tuoi sentimenti da persone più anziane? Scrivere 6 Spiega in un breve testo espositivo il significato della similitudine tra il sole e il «breve giorno» dell uomo e delle metafore del buio, del freddo e del silenzio. 35
48 modulo 1 Francesco Petrarca Erano i capei d oro a l aura sparsi AUTORE Francesco Petrarca RACCOLTA Canzoniere LIRICA XC ANNO / / L AMORE E IL TEMPO È incerta l epoca di composizione di questo sonetto: o o addirittura Esso fa parte delle 263 liriche del Canzoniere che si usano definire scritte «in vita di madonna Laura», ossia dedicate all amata prima che questa morisse di peste nel In verità, viste le molte redazioni e continue revisioni del Canzoniere, la distinzione fra le rime prima e quelle dopo la morte di Laura non è rigorosamente storica, ma rispecchia nella poesia la frattura emotiva nella vita del poeta. Nel sonetto il poeta rievoca la bellezza di Laura, come gli era apparsa quando l aveva conosciuta e se ne era innamorato. Col trascorrere degli anni il fascino della donna è sfiorito, ma il tempo non ha scalfito l amore e la dedizione di Petrarca Erano i capei d oro 1 a l aura 2 sparsi che n mille dolci nodi gli avolgea 3, e l vago lume oltra misura ardea 4 di quei begli occhi, ch or ne son sì scarsi 5 ; e l viso di pietosi color farsi, non so se vero o falso, mi parea 6 : i che l esca 7 amorosa al petto avea, qual meraviglia se di subito arsi 8? Non era l andar suo cosa mortale 9, ma d angelica forma; et 10 le parole sonavan altro, che pur voce umana 11. Uno spirto celeste 12, un vivo 13 sole fu quel ch i vidi; et se non fosse or tale, piagha per allentar d arco non sana 14. da Francesco Petrarca, Canzoniere, testo critico e introduzione di Gianfranco Contini, Torino, Einaudi, 1974 Questo ritratto di donna, particolare di un affresco di Pisanello ( ), ricorda la delicata bellezza di Laura cantata nei versi di Petrarca. 36 Metro: sonetto con schema ABBA ABBA CDE DCE. 1. capei d oro: capelli biondi e lucenti come oro. 2. a l aura: al vento. 3. gli avolgea: li (ossia i capelli di Laura) arricciava. 4. l vago lume ardea: la luce amabile di quei begli occhi (v. 4) brillava più che mai. 5. ch or ne son sì scarsi: che ora sono così impoveriti di essa (di luce). 6. e l viso mi parea: e mi sembrava non so se fosse vero o falso che il suo viso prendesse i colori della pietà, arrossendo delicatamente. 7. esca: sostanza vegetale usata un tempo per accendere il fuoco. È detta amorosa perché allude al fuoco della passione d amore. 8. qual arsi: che c è da meravigliarsi se m infiammai («arsi» d amore) d improvviso? 9. l andar mortale: il suo modo di camminare non era come quello dei comuni mortali. 10. et: e (il medesimo latinismo anche al v. 13). 11. sonavan umana: avevano un timbro diverso da quello d una semplice voce umana. 12. spirto celeste: spirito del cielo, beato del paradiso. 13. vivo: vivido, luminoso. 14. et se non sana: e anche se ora (la sua bellezza) non è più tale, una ferita (d amore aperta da Laura nel suo cuore) non guarisce («non sana») solo perché la corda dell arco (di Cupido) è allentata e non scocca più frecce. Una piaga è una ferita infetta, che non si rimargina.
49 L AUTORE Francesco Petrarca Francesco Petrarca nacque il 20 luglio del 1304 ad Arezzo, figlio di un notaio originario di Incisa Valdarno, esiliato da Firenze con i Bianchi nel Dal 1312 visse con la famiglia a Carpentras, vicino ad Avignone, dal 1305 sede della curia pontificia. Studiò diritto prima a Montpellier e poi a Bologna ma, morto il padre nel 1326, dovette tornare in Provenza, dove coltivò lo studio appassionato e rigoroso dei classici, raccogliendo libri rari (scoprì anche due importanti testi di Cicerone, dimenticati durante il Medioevo). La sede papale era un ambiente internazionale stimolante e insieme percorso da mille intrighi di potere. Lì, il venerdì Santo del 1327, Francesco incontrò nella chiesa di santa Chiara la misteriosa Laura (di lei il poeta ci dice pochissimo) e se ne innamorò. Un amore impossibile: nel 1330 si fece chierico, facendo voto di celibato, per poter studiare senza guai economici grazie alle rendite di terreni ecclesiastici. Tuttavia (fatto tutt altro che raro allora) Petrarca ebbe due figli naturali, Giovanni nel 1337 e Francesca nel Le tentazioni dell amore e la corruzione morale della corte papale lo spingevano però a isolarsi nello studio dei testi sacri e filosofici: nel LABORATORIO SUL TESTO COMPRENDERE Una visione terrena Un vento leggero scompigliava i capelli biondi e lucenti di Laura, tanto che i suoi riccioli stupendi ricordavano al poeta i nodi d amore che lo legano a lei; la sua bellezza, capace di far innamorare («vago», v. 2), risplendeva oltre ogni dire nei suoi occhi luminosi, il cui sguardo è ora invece quasi spento dal passare degli anni. Anche la pelle candida di Laura arrossiva o così era parso al poeta, prendendo il colore tipico della pietà. Niente di strano dunque se Francesco, che aveva un animo nobile e disposto all amore, ebbe un colpo di fulmine per la donna, sentendosi d un tratto bruciare di passione per lei comprò una casa nella sperduta Valchiusa, e lì si immerse nello studio e nella poesia. La sua fama letteraria fu sancita quando nel 1341 fu incoronato poeta in Campidoglio, a Roma. Sempre più spesso viaggiava per ambascerie o alla ricerca di manoscritti di opere rare da acquistare o far ricopiare. A Parma, nel 1348, seppe che Laura era morta di peste nera. Sempre più disgustato dalla corrotta corte papale, si trasferì nel 1353 alla corte dei Visconti, a Milano, dove rimase fino al Fu poi a Padova, a Venezia e dal 1367 sui colli Euganei, ad Arquà. Qui conobbe Boccaccio, di cui divenne amico, e si dedicò a rivedere le proprie opere; vi morì il 19 luglio Petrarca scrisse molte opere in latino, che curiosamente riteneva più importanti di quelle in volgare. Fra le altre: Familiares, 24 libri di lettere di vario argomento ( ); Secretum, trattato morale scritto in forma di dialogo con sant Agostino ( ); i trattati morali De vita solitaria (1346) e De otio religioso (1347); le 12 ecloghe raccolte nel Bucolicum carmen ( ). In volgare scrisse il poema allegorico-didascalico in terzine Trionfi ( ), ma soprattutto il suo capolavoro, il Canzoniere o Rerum vulgarium fragmenta, a cui lavorò dal 1335 alla morte. e insieme celeste In ogni atteggiamento Laura emanava un fascino tale da apparire sovrumana: le sue movenze ricordavano la danza degli angeli più che la camminata di un essere umano, e più dolce di ogni voce umana erano anche le sue parole. Petrarca si dice sicuro di aver contemplato un anima beata discesa dal paradiso e abbagliante come un sole. Né importa che ora la donna sia sfiorita con gli anni: quando una freccia scoccata dall arco di Cupido colpisce, apre una ferita che non si rimargina nel tempo, sicché l amore per Laura continua a far soffrire il poeta, anche se ora lei non è più così bella da far innamorare. RCS LIBRI EDUCATION SPA il tema L amore e il tempo I temi ANALIZZARE > STRUMENTI DI ANALISI < > sonetto (vedi p. 17) > figure di parola (vedi p. 22) > figure semantiche (vedi p. 26) Una passione intatta nel tempo Tema pressoché unico del Canzoniere è l amore di Petrarca per la misteriosa Laura (forse la nobildonna Laura di Noves), di cui il poeta ci dice poco più che il nome e a cui allude con «l aura» del v. 1, un gioco di parole che nella lirica provenzale era detto senhal, «segnale» che celava il nome dell amata. Ma siccome Petrarca concepì il Canzoniere come una sorta di autobiografia in versi, tanto da dedicare alla sua scrittura e revisione gran parte della vita, significa che l amore era inteso dal poeta come il compagno dell intera vita, una passione intatta nel tempo, capace di procurare dopo anni le stesse estasi e sofferenze del primo giorno. 37
50 modulo 1 L AMORE E IL TEMPO Lo stile Il linguaggio: passato, presente Così il sonetto oscilla fra molti verbi al passato (prevale l imperfetto), che ricordano la visione di Laura da giovane, e pochi al presente, che constatano come oggi («or», vv. 4 e 13) quel fascino sia sfiorito («ne son sì scarsi», v. 4), anche se non cessa il tormento d amore. Anzi, forse il dolore è acuito dal contrasto fra perennità e tempo: Laura era così incantevole da parere un angelo (v. 10), una creatura la cui bellezza è eterna, perciò fa ancor più male vedere che invece anche lei è soggetta al decadere e morire di tutte le cose umane. e futuro Insomma l amore, durando molto a lungo, illude Petrarca di poter fermare il tempo nel momento della visione che lo innamorò. Nel sonetto mancano verbi al futuro: oltre il passato della contemplazione e il perenne presente della piaga d amore ci sono, come dice lo spegnersi dello sguardo di Laura, solo la vecchiaia e la morte. Il poeta, in quanto uomo, lo sa bene: forse per questo canta quella visione d incanto, come se, vedendo avvicinarsi il declino, si voltasse indietro cercando di trattenere e far rivivere il passato. FARE Leggere 1 Perché gli occhi di Laura ora «son sì scarsi» della loro luce? a) perché Laura è morta e gli occhi sono privi di vita; b) perché il sentimento del poeta si è affievolito col passare del tempo e non riconosce più negli occhi di Laura quella luce che lo aveva fatto innamorare; c) perché col trascorrere degli anni il fascino di Laura è sfiorito; d) perché con la giovinezza sono venuti meno anche le speranze e i sogni che davano luce allo sguardo di Laura. 2 Nel sonetto domina la vista: completa la tabella con tutti i verbi, nomi o aggettivi che rimandano in modo proprio o indiretto a quel senso. Verso Parola 1 «d oro» 3 Quali parole o immagini alludono all amore come a un fuoco? 4 I capelli di Laura, arruffati dal vento, formano «dolci nodi» (v. 2); visto che «nodo» di solito ha una connotazione negativa, l accostamento a «dolce» produce: a) un antitesi; b) un asindeto; c) un ossimoro; d) uno zeugma. 5 Che differenza c è fra i verbi «avea» (v. 7) e «arsi» (v. 8)? (C è più di una risposta giusta): a) di tempo: il primo è un imperfetto, il secondo un passato remoto; b) di soggetto: quello di «avea» è «l esca», quello di «arsi» è «io»; c) di modo: il primo è un indicativo, il secondo un participio; d) di aspetto: «avea» indica una situazione durevole, «arsi» un azione repentina. 6 L imperfetto si usa di solito per azioni che durano o sono ripetute nel tempo. Quanti sono i verbi all imperfetto nella lirica? Perché, nonostante vi si ricordi una singola visione di breve durata, l imperfetto prevale? Parlare 7 Nel ricordo del poeta la bellezza di Laura è luminosa e piena di fascino, ma il trascorrere del tempo ha trasformato la grazia della donna. Nonostante questo, i sentimenti del poeta non sono mutati: il tormento d amore non «sana». Perché? Lo credi possibile? Scrivere 8 Laura, donna sposata, non corrispose l amore di Petrarca. Scrivi un testo che racconti dal punto di vista di Laura l incontro (visivo) fra i due rievocato nel sonetto, e in cui cerchi di spiegare se la donna non poté o non volle ricambiare quell amore, e perché. Puoi anche costruire un dialogo fra i due. 38
51 Camillo Sbarbaro Padre che muori tutti i giorni un poco AUTORE RACCOLTA ANNO 1914 Camillo Sbarbaro Pianissimo La lirica, tratta dalla raccolta Pianissimo, fu scritta dopo la morte del padre Carlo (1912). In essa il poeta ritrae suo padre che una grave malattia ha reso quasi irriconoscibile Padre che muori tutti i giorni un poco e ti scema la mente 1 e più non vedi con allargati occhi che i tuoi figli 2 e di te non t accorgi e non rimpiangi 3, se penso la fortezza 4 con la quale hai vissuto, il disprezzo c hai portato a tutto ciò che è piccolo e meschino 5, sotto la rude 6 scorza l istintiva poesia della tua anima, il bene c hai voluto alla tua madre, alla sorella ingrata, a nostra madre morta, tutta la vita tua sacrificata e poi ti guardo così come sei, io mi torco in silenzio le mie mani. Contro l indifferenza della vita 7 vedo inutile anch essa 8 la virtù, e provo forte come non ho mai il senso della nostra solitudine. Io voglio confessarmi a tutti, padre, che ridi se mi vedi e tremi quando d una qualche attenzion ti faccio segno 9, di quanto fui vigliacco verso te. Georges Seurat, A tavola, il padre dell artista. Un momento di quotidianità nel ritratto fatto al padre dall artista francese. il tema L amore e il tempo Metro: sette strofe di varia lunghezza e di versi sciolti, in gran parte endecasillabi. 1. ti scema la mente: perdi lucidità a poco a poco. 2. più non vedi che i tuoi figli: vedi e riconosci, con occhi spalancati, solo i tuoi figli. 3. e di te non rimpiangi: e non hai più coscienza del tuo stato, perciò non puoi rimpiangere quello che eri quand eri in salute. 4. fortezza: forza d animo. 5. meschino: gretto, misero dal punto di vista morale. 6. rude: dura, ruvida. 7. l indifferenza della vita: il procedere biologico, meccanico e cieco delle funzioni vitali. 8. anch essa: persino. 9. d una qualche segno: ti faccio segno di stare attento a qualcosa. L AUTORE Camillo Sbarbaro Camillo Sbarbaro nacque a Santa Margherita Ligure (Genova) nel Esordì con le raccolte Resine (1911) e Pianissimo (1914), a cui seguì un lungo silenzio: le sue liriche, spesso brevi ed essenziali come frammenti, dipingono aridi paesaggi liguri ed emozioni ora sottili ora tormentose, ma sempre con sobrietà, quasi sottovoce. Riservato e schivo, il poeta passò quasi tutta la vita in Liguria, insegnando greco e latino, collaborando a riviste letterarie e pubblicando apprezzate traduzioni da greco, inglese e francese. Nel 1920 e 1928 uscirono due raccolte di prose, seguite da varie altre negli anni 60: in esse lo scrittore rivelò fine capacità di ritrarre con delicatezza personaggi, atmosfere, gesti minimi di un mondo che gli appariva vuoto e sbriciolato. La raccolta complessiva Poesie (1961) riunì una nuova stesura delle liriche di Pianissimo e i pochi versi successivi. Collezionò licheni, di cui fu specialista di fama mondiale. Nel 1951 si stabilì a Spotorno (Savona) con la sorella Clelia, a cui era affezionatissimo, e là morì nel
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