Modello di Paranza Modello di Paranza Un altro piccolo ma significativo tassello va ad aggiungersi alla ricostruzione storica della marineria adriatica, fatta da secolari gesta di ardimentosi pescatori, di abilissimi maestri d'ascia e di scafi dalle forme arcaiche la cui origine si perde nella notte dei tempi. È stato completato il grande modello per il nascente Museo della Civiltà Marinara delle Marche, San Benedetto del Tronto, che si è inaugurato il 30 gennaio 2011. Lo ha realizzato, studioso di imbarcazioni tradizionali che da 35 anni, prima a Chioggia dove la sua famiglia aveva un cantiere navale, e poi a Venezia nel suo laboratorio, raccoglie ogni testimonianza storica su questo argomento e ne realizza sia i modelli che le repliche in scala naturale. È in scala 1:10, lungo un metro e sessanta, largo cinquantacinque centimetri, con il pennone che arriva a due metri e sessanta di altezza. Costruito in cinque mesi di intenso lavoro, con gli stessi materiali originali: rovere e larice e con l'armo latino dotato di tutte le manovre funzionanti. Per la ricostruzione filologica delle forme e dei dettagli si è avvalso degli scarni appunti degli ultimi testimoni oculari e soprattutto delle immagini d'epoca, che testimoniano forme e manovre che lasciano interdetti per la loro difficoltà e pericolosità. Come partire e arrivare a vela in spiaggia, virando alla prima secca e sollevando velocemente un timone di cinque metri di altezza. O ridurre e imbrogliare la vela arrampicandosi come scimmie su un'antenna lunga anche venticinque metri, per sollevare e raccogliere a mani nude la spessa tela irrigidita dal sale. Nella costruzione sono stati ripetuti anche i vari rituali apotropaici rispettati dai maestri d'ascia per allontanare la malasorte: come gli occhi scolpiti sulla prua, i Pag. 1-11
simboli sacri dipinti sulle aste, la moneta sulla scassa dell'albero e la pessa benedetta, l'ultima parte di fasciame che prima di essere messa in opera veniva portata in chiesa per la benedizione. Le paranze erano diffuse in tutto il medio e basso Adriatico, simili ai nostri trabaccoli, quindi con carena tonda, lunghe dagli otto a quindici metri, pesanti fino a cinquanta tonnellate. Armate prima con vela latina e poi con quelle al terzo. Sembra che il nome derivi da paro, cioè dall'usanza di navigare in coppia rimorchiando la rete a strascico. Il loro destino come tutti gli scafi tradizionali è terminato dopo la seconda guerra mondiale quando per la motorizzazione sempre più spinta hanno ceduto il campo ai moderni motopescherecci. Quello che vogliamo mostrarvi oggi è la sequenza delle varie fasi di lavorazione di questo splendido modello. Per maggiori informazioni comunque vi rimandiamo al seguente link, dove potrete ammirare anche la consegna del modello al Museo della Civiltà Marinara delle Marche e altre chicche: http://www.veniceboats.com/paranze-modelli.htm Pag. 2-11
Progettazione Come successe per le altre nostre ricostruzioni abbiamo potuto basarci unicamente sugli scarni appunti dei costruttori e soprattutto sul materiale fotografico, mancando ogni tipo di piano di costruzione attendibile. Le fotografie sono state scalate, raddrizzate e importate in programmi di grafica vettoriale. Mediante il confronto con le persone è stato possibile ricavare una serie di misurazioni utili per la ricostruzione. Ribadisco comunque che questa è solo una prima ricostruzione ipotetica e per nulla esaustiva. La ricerca dovrebbe continuare ed essere integrata e corretta con l'aiuto di foto più dettagliate, da maggiori misurazioni e possibilmente dai sesti originali Determinazione delle dimensioni delle ferramente del timone e dei dettagli costruttivi della poppa Pag. 3-11
Rilievo delle dimensioni del piano velico, in entrambi i casi si noti le enormi dimensioni di timone vela e scafi proporzionati con le persone a bordo Ogni singolo particolare, ogni singolo pezzo di legno, ogni singola parte di questo modello è stato creato manualmente seguendo le antiche tradizioni navali Controllo della simmetria dello scafo lasciandolo in equilibrio sulla chiglia Pag. 4-11
Posa del trincarino o sfrisetto Una bella vista di scorcio che permette di controllare l'avviamento della fiancata Pag. 5-11
Come dicevamo prima, nell'esecuzione del modello ci siamo attenuti alle antichissime tradizioni marinaresche, che venivano tramandate di generazione in generazione, e che si trovano anche nelle imbarcazioni archeologiche greche e romane. Nella foto sotto, infatti vediamo la posa della Pessa benedetta. Si è voluto riproporre esattamente la stessa operazione di allora: attorniati dall'equipaggio al completo, viene posata l'ultima parte del fasciame che sigillava definitivamente lo scafo. Prima di essere posta in opera, era portata in chiesa per essere benedetta dal prete in segno di buon augurio per la tenuta della nave. Pag. 6-11
Come erano di buon auspicio ed allontanavano la malasorte gli occhi a prua Altra tradizione era la posa della moneta nella scassa dell'albero Pag. 7-11
Qui vediamo il modello pronto per la fase di pitturazione. In questa fase, dice Penzo, abbiamo cercato di restituire la superficie scabra della pece e delle pitture povere fatte con olio di lino e terre colorate. Sono visibili i comenti dei corsi di fasciame, i fori dei chiodi, ed anche i tratti incerti del pennello. Non quindi la solita superficie a specchio tipica di quasi tutti i modelli e delle ricostruzioni attuali che danno un senso complessivo leccato molto lontano dalla realtà di questi rustici scafi. Pag. 8-11
Altre immagini della fase di costruzione: la zogia di prua del modello di Paranza Finitura dell'armo: Pag. 9-11
Collaudo dell'armo alle varie andature, in modo da controllare il corretto assetto della vela e delle manovre Gran lasco Bolina stretta Fil di ruota Pag. 10-11
Abbandonando il timone la barca correttamente va all'orza e si mette a filo di vento La consegna del modello al Museo Da sinistra l'assessore alle Politiche Culturali Margherita Sorge, Giovanni Gaspari Sindaco di San Benedetto del Tronto, il Vescovo monsignor Gervasio Gestori e. Foto Roberto Zavagno Pag. 11-11