SISSAKO BÉLA TARR MAZZACURATI CODOGNO TOMIC LA TOILETTE ZANETTI PUTIGNANO MISOGINIA ROCK GASLINI, INTERVISTA INEDITA BUK SPARAGNA MANDRAKE LNRZ

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1 SISSAKO BÉLA TARR MAZZACURATI CODOGNO TOMIC LA TOILETTE ZANETTI PUTIGNANO MISOGINIA ROCK GASLINI, INTERVISTA INEDITA BUK SPARAGNA MANDRAKE LNRZ

2 (2) ALIAS DO MY JOB ELIMINO I CATTIVI AMERICAN A partire da una autobiografia monodimensionale scritta da un cecchino impenitente Clint Eastwood fa un film scomodo e feroce. E che parte non favorito L APPROFONDIMENTO Indicazioni di voto sui candidati agli Oscar di SILVANA SILVESTRI Abbiamo voluto in questo numero di Alias che precede gli Oscar segnalare le nostre preferenze che si sono concentrate su Clint Eastwood e su Abderrahmane Sissako autore di Tibuktu, poesia sublime, candidato come miglior film straniero. Sia American Sniper che Timbuktu parlano di venti di guerra sia pure in modo diametralmente opposto, con la messa in scema della tecnologia militare il primo e della cultura millenaria il secondo. Sulle pagine del quotidiano ci sono già stati vari interventi su Sniper, ma avevamo la necessità di un approfondimento - pensiamo che anche i nostri lettori siano divisi su questo film - così da poterlo leggere anche tra le righe, a più voci. Ricco di insegnamenti utili (bisogna tenere tutti e due gli occhi aperti quando si vuole mirare il bersaglio, indossare una gonna di velluto a coste se non si vuole essere importunate in un bar, non abbandonare mai il fucile a terra dopo aver sparato), è poi difficile concentrarsi sullo stile volutamente scabro, ad andamento circolare, perché tanti sono gli elementi esterni del drammatico presente che interagiscono con lo schermo. Nel voler mettere bene in chiaro la pulsione principale del protagonista, difendere la patria, separare il bene dal male, bisogna saper cogliere la complessità di quel percorso indicato dal regista, una costruzione non così elementare a fronte della scarna filosofia (si direbbe di frontiera) del protagonista. Una filosofia da cowboy che Clint Eastwood riesce a mettere in scena come fosse un western, tutto girato sui tetti come in cima alle montagne, secondo gli insegnamenti del maestro Allan Dwan. Così poche idee in testa ha Chris Kyle - del resto non bisogna pensare troppo se si vuole colpire l obiettivo, come ci insegnano anche i film sul baseball - tanto la sua mira è infallibile, più di cento sono le sue vittime uccise allo scopo di proteggere le spalle ai marines che pattugliano le strade. Ma il suo compito non ha termine finché non uccide il nemico principale, «il macellaio» che opera con fucile e cellulare. Bisognerebbe a questo proposito analizzare anche le inquadrature che indugiano sulle sue ciglia folte e ricurve come quelle di una diva del passato. In quelle ciglia svolazzanti come farfalle si cela un po dell elemento occulto del film, l assenza di elemento femminile. La donna non fa per il cavaliere solitario che dopo aver ucciso i banditi non accetta la stella di sceriffo e se ne va al galoppo oltre l orizzonte. Meglio morire che tornare a casa fra i cuscini del salotto. Nelle pagine da «American Sniper» e in alto a destra Clint Eastwood di LUCA CELADA LOS ANGELES E non favorito, American Sniper arriva all anticamera dell Oscar quantomeno come il film del 2014 che ha fatto più discutere, il più politico e «attuale», grazie anche al processo appena cominciato in Texas all assassino del protagonista della storia, Chris Kyle. Eastwood qui c è già stato: l Oscar alla carriera ha precedentemente portato a casa statuette per Gli Spietati e Million Dollar Baby e assortite nomination per Mystic River e Lettere da Iwo Jima. Nessuno di quegli acclamati lavori della sua opera matura si è però mai avvicinato a Sniper per il clamore suscitato. Stavolta Clint, che pure nella sua lunga filmografia si è occupato di guerra e quasi enciclopedicamente di violenza, si trova nell occhio di un ciclone di polemiche senza precedenti. Sui meriti politici del suo film si sono espressi critici, politici e intellettuali. Coperto di gloria al botteghino (con incassi americani di otre 300 milioni di dollari Sniper è di gran lunga campione di incassi di tutti i 37 lungometraggi diretti da Eastwood) è stato attaccato e deriso come opera militarista e patriottica, un apologia dell intervento americano in Iraq e Afghanistan, ode al machismo yankee e incitamento al cecchinaggio. «Mio zio è stato ammazzato da un cecchino nella seconda guerra mondiale» ha detto Michael Moore, «a noi hanno sempre insegnato che i cecchini sono vigliacchi». Sul presunto fascism di Sniper si è espresso Seth Rogen che lo ha paragonato a Stoltz Der Nation il fittizio film di propaganda su un eroico franco tiratore nazista inventato da Quentin Tarantino per Bastardi Senza Gloria. Noam Chomsky ha dichiarato Sniper un espressione della propaganda di stato e della mentalità terrorista delle politiche estere americane. A favore del film ha invece parlato John McCain, il guerrafondaio senatore che lo ha definite «compassionevole rappresentazione di un nobile guerriero americano», un film sui dolorosi sacrifici dei reduce (che se potesse aggiungiamo come principale paladino di nuovi interventi in Siria, Iraq e Ucraina, lui imporrebbe volentieri ad una nuova generazione di «nobili guerrieri»). Le dichiarazioni di McCain più comprensibili forse dell ingenuità di Chomsky sono comunque emblematiche di un fondamentale equivoco, quello che addossa al film la colpa del sui successo: dato che molti conservatori lo hanno «adottato» ne consegue che è un opera di destra. Con analoga fallacia si postula che siccome Sniper assume la soggettiva di un navy seal che scalpita per andare «laggiù» a punire i nemici degli Usa, si macchia dello suo stesso peccato. È la motivazione che ha indotto molta critica di sinsitra ad attaccare il film come propaganda. Durante la promozione del film ho personalmente assistito al fuoco di fila di una platea di giornalisti che a Bradley Cooper, autore di una delle migliori interpretazioni dell anno, rinfacciava l intervento americano in Medio Oriente. È vero, il film è sulla guerra, sulla mentalità che la produce e la alimenta nell intimo, quindi sulle radici dell interventismo. Ma si ha l impressione che molti critici esigano una narrazione programmatica, che reclamino una correttezza politica inequivocabile. Ma è poprio la propaganda ad essere la narrazione delle certezze, fosse pure virtuosa. Questo film invece è molto più complicato e potente in virtù delle sue ambiguità. Non è Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale, semmai è Sentieri Selvaggi. Anche nei film «d autore» della sua prolifica maturità, infatti, l idioma di Clint Eastwood è il genere. In Sniper il suo eroe è un Achille pieno di taciturna e livida minaccia che porta la mortifera vendetta al nemico, alle sue donne e i suoi bambini. Tornato traumatizzato dal fronte come un Callaghan inceppato finirà per perire di quella stessa violenza. Nella rimarchevole interpretazione di Cooper si tratta di uno dei personaggi più autentici del canone del cinema di guerra. Vero redneck, Kyle è sicuro delle sue semplici verità, il «cane pastore» pronto a fare il proprio dovere e il proprio «mestiere»: do my job eliminare i bad guys. Sono i termini esatti che usano i marines e i poliziotti d America. Loro cacciano i «cattivi», rivendicando con la parola un giustizialismo fieramente manicheista che non va tanto per il sottile. E in quell «job» c è l etica protestante, utile a colonizzare le praterie, eliminare gli indiani o aggiustare il carburatore di un pick-up. Questa è l America che forse meglio di qualunque regista ci sa restituire Clint Eastwood in Sniper. Kyle parte per la guerra come un Ethan Edwards, l ossessivo, suprematista cacciatore di indiani di Jon Ford in Sentieri Selvaggi, per citare appunto un altro grande film disprezzato da generazioni di critici «di sinistra». Per questo John Wayne di turno però non ci può essere «Coming Home» se non nella versione da incubo dell omonimo film di Hal Ashby: finirà a fissare inebetito i replay della guerra da cui non riesce più a tornare.a partire da una autobiografia monodimensionale scritta da un cecchino impenitente Eastwood fa un film scomodo e feroce. Dalle semplici certezze di Kyle estrae complicate verità a partire dalla dissociazione di un paese che esporta le guerre e le metabolizza nella banalità del quotidiano, nascondendo i pendolari della morte dietro montagne di retorica e indifferenza illudendosi di non doverne pagare il prezzo. Al suo psichiatra il protagonista del film dice di non avere alcun rimorso. «Sappiamo», ha detto Eastwood, «che è vero l esatto contrario». Un numero inquietante di soldati americani parlano e pensano come Kyle. Li trovi qui in California nei minimarket di Oceanside vicino alla base marine di Camp Pendleton o nei tattoo parlor di Twentynine Palms, l altro principale centro di addestramento per le spedizioni mediorientali. E li vedi di ritorno pochi anni dopo, annientati dal PTSD destinati ad ingrossare le legioni di reduci fantasma. Clint li mette sullo schermo con la loro erotica attrazione per la bandiera e quella fatale per le armi da fuoco, Il requiem di Clint apre uno spiraglio su quell incomprensibile ethos americano. Quel luogo oscuro e misterioso che è il patriottismo così intrinseco alla psiche nazionale e che nella scena finale del film spinge i «patrioti» a sventolare la stars and stripes al corteo funebre di Kyle, disposti bisognosi di perpetuare la narrazione così fondamentalmente americana anche quando «l eroe» è stato divorato dalla sua stessa violenza nella conclusione così perfettamente, ineluttabilmente circolare. I patrioti che acclamano il film sono capaci di immaginare la battaglia finale di Kyle come una gloriosa difesa di Fort Apache, ma nella lente di Clint Eastwood è chiaramente una caotica ritirata da una guerra futile e sanguinosa, un altra evacuazione da Saigon. D altronde ciò che pensa Clint ce lo ha spiegato ancora una volta a dicembre. «Quando è scoppiata la seconda guerra mondiale avevo 11 anni e nella mia vita ho assistito a molti mutamenti di opinione riguardo al patriottismo». Ha dichiarato alla presentazione del film, «quindi provengo da una generazione in cui il patriottismo era articolo di fede. Però già quattro anni dopo eravamo di nuovo in azione in Corea. Ricordo di aver pensato come fosse ironico che ci avevano appena finito di dire che non ci sarebbero state più guerre e di colpo eccomi reclutato. Era il 1951 e ci chiedevamo cosa diavolo ci stessimo a fare laggiù. Col Vietnam poi se lo chiese anche un mucchio di altra gente: perché continuavamo a farlo e quando sarebbe finita una volta per tutte? ( ) Oggi vogliamo esportare la democrazia in altri paesi che non la vogliono nemmeno. ( ). È tragico che sia così ma credo anche che quando fai un film sulla guerra impari qualcosa su te stesso cominci davvero a riflettere sul ruolo che il tuo paese ha nelle guerre». A parlare è un regista che ha elaborato la violenza in 60 anni di carriera l uomo che nei suoi film è ripetutamente tornato alla guerra, alle guerre, giungendo ad osservare la battaglia di Iwo Jima con occhi giapponesi. Di recente i navy seals hanno preso il posto di marines e green berets nell immaginario filmico nazionale, quello d autore come Zero Dark Thirty, quello ambiguamente destrorso come Captain Phillips e quello autenticamente fascista come Act of Valor o il più osceno Lone Survivor. Lungi da quelle deliranti fantasie, American Sniper è un altro ritratto americano nella galleria di Clint che promette di rimanere come documento cinematico di questa guerra come lo furono per il Vietnam film come Apocalypse Now o il Cacciatore; se non un mea culpa, comunque un necrologio del secolo americano. Perché Sniper mette agli atti qualcosa di profondamente vero politicamente e umanamente e cosa altro sennò dovrebbe fare il vero cinema?

3 di ALESSANDRO CAPPABIANCA SNIPER WAR MOVIE LA POSIZIONE DELLO SPETTATORE Le due facce del doppio, strategia del cecchino L analogia tra macchina da presa e arma da fuoco è sempre stata nel DNA del cinema americano, tra war-movies e scene di caccia, tra western e film di gangster. Il colpo (letale) percorre la distanza in un attimo, la rende insignificante senza annullarla, come se lo spazio stesso, il fatto stesso d essere identificabili in uno spazio, uccidesse. Nei war-movies in particolare, quando si filma una battaglia, nessuno muore se non è inquadrato dall obbiettivo (della mdp), e dunque ogni entrata in campo, ogni inquadratura in cui compare, rappresenta, per il personaggio, un potenziale pericolo si sa che la morte, indipendentemente dal coraggio e dalla qualità dell addestramento, può arrivare in modo casuale, all improvviso, da un colpo sparato magari a casaccio. Difficilmente, nella guerra moderna, il nemico si incontra spesso neanche lo si vede, per quanto, in un film, campo di battaglia e campo dell inquadratura coincidano. Nella guerra, lo spazio aperto ridiventa spazio del pericolo (di morte) per eccellenza, tornando in un certo senso a essere quello che era per l uomo della preistoria: luogo di possibili agguati e assalti improvvisi (da parte di animali feroci, di uomini d una tribù rivale, ecc.), ma anche luogo della caccia, dove è necessario inoltrarsi non solo per fare provvista di cibo, ma per provare la propria forza, la propria astuzia, le proprie armi luogo, dunque, del faccia a faccia radicale, dello scontro, del mors tua vita mea, e di conferma della propria identità. Nella guerra moderna, tuttavia, dove ci si uccide (più che altro) a distanza, difficilmente il pericolo lo si vede arrivare. Il colpo che ferisce o abbatte sopraggiunge invisibile o meglio, è visibile solo l impatto (distruttivo) sul corpo che è stato colpito. Su questo si basa la strategia del cecchino, del tiratore scelto ben appostato e nascosto, in una postazione tale da permettergli di dominare il più possibile il campo visivo. La posizione del tiratore scelto in agguato coincide dunque con quella d una mdp piazzata strategicamente in modo da offrire la massima visibilità (campo totale) della scena di battaglia, poiché è proprio la visibilità, ossia l ingresso nell inquadratura, a designare i possibili bersagli. Lo spazio aperto è solcato da innumerevoli traiettorie letali, che formano al suo interno una rete invisibile di morte, tessuta di fili altrettanto invisibili. Entrare in questo spazio significa esporsi, assumere, senza saperlo, il ruolo di vittima potenziale. Il tiratore, colui che vede, è il dominus che, decidendo della vita e della morte altrui, trova conferma Chris si scinde, diventa due, è lui e in qualche modo è anche il suo antagonista Mustafà, tiratore scelto siriano che gli si contrappone della propria esistenza. Chris Kyle è sposato, ha figli, ma esiste (prima di tutto glielo ha insegnato suo padre) perché è capace di uccidere cervi, a caccia, o iracheni, in guerra, anche se per questa seconda attività gli occorrono alibi ideologici. Certo ma Clint Eastwood sa, o almeno le sue immagini mostrano, al di là delle intenzioni esplicite o implicite, al di là delle semplificazioni sempre operate dai diversi schieramenti ideologici,, che le cose sono sempre alquanto più complicate. Può darsi che nel mirino del tiratore patriottico, dell eroe col quale le immagini tenderebbero a farci identificare, venga inquadrato un bambino, un piccolo «terrorista» al quale la madre ha appena consegnato una granata da scagliare contro i soldati americani. Quale sarà allora la posizione dello spettatore (occidentale)? Non oscillerà forse dolorosamente, proprio come Chris Kyle (almeno, il Chris Kyle del film)? No, il patriottismo non basta. L esportazione della democrazia denuncia la sua natura di pretesto. In un attimo, un nugolo di polvere gialla accecante mette in crisi le ragioni dell eroe. La sua personalità, salda in apparenza, si sgretola. Chris si scinde, diventa due è lui, e in qualche modo è anche il suo antagonista Mustafà, il tiratore scelto siriano che, a distanza, gli si contrappone. Chris Kyle 1/vs/Chis Kyle 2. C è perfino un accenno di somiglianza, e comunque è flagrante la somiglianza delle rispettive inquadrature. Tra l altro, tutti e due sono sempre inquadrati mentre sparano nella stessa direzione, non in direzioni contrapposte (quasi fossero errori di montaggio!). Lo spazio, abbiamo detto, è percorso da traiettorie letali invisibili. Clint Eastwood è un regista che non potrebbe essere più alieno dall utilizzo di qualunque effetto speciale elettronico. Eppure, nel filmare il colpo decisivo che Kyle 1 indirizza verso Kyle 2, usa un effetto alla John Woo. Il proiettile si vede, si vede mentre solca lo spazio partendo in ralenti. Tra tutte le traiettorie invisibili, questa non lo è. Un filo nero, pesante, come un cordone ombelicale, lega attraverso lo spazio le due facce del Doppio. Alla fine, un mesto corteo funebre attraversa l America, tra bandiere che non riescono più a sventolare in un accenno di pioggia che somiglia a un lutto delle cose - ma per chi è quel funerale, se non per le illusioni che si sono trasformate in incubo? war movie LA MESSA A FUOCO A casa dopo la tempesta ++di BRUNO ROBERTI È subito chiaro in American Sniper che ad essere messo in questione è la posizione dello sguardo, nonché la sua responsabilità, e ancora: che cosa sia giusto vedere, come mirare giusto non tanto rispetto a un nemico presunto, che nel film assume continuamente lo statuto contraddittorio del nesso visibilità/invisibilità, rovesciando, quasi nonostante l apparenza paranoica di implicare una costruzione del nemico, quel nesso nei confronti di se stessi, del corpo che spara che nello stesso tempo è il corpo che gira (evidente l assimilazione tra to shoot come sparare e to shoot come girare, di diretta derivazione fulleriana). Non è tanto il nemico esterno quanto il nemico interno, la cattiva coscienza e il senso di colpa americano, la paranoia del salvare e del salvarsi, la contraddizione, il crisma, connesso allo spirito di sacrificio, all iperprotezione (inoculata e introiettata dal nome del padre come è esplicitato nel pranzo di famiglia di Chris, in cui il destino cristico di eroe sacrificale e di salvatore inscritto nel suo nome gli viene come marchiato nello sguardo). Tale l introiezione della funzione scopica, del mirino, che viene come incorporata dalla pelle e dal respiro di Chris: ogni volta che si inquadra (e insieme si raddoppia l inquadratura, si re-inquadra) la vittima è il respiro affannoso di Chris che sentiamo, ed è un respiro che ci racconta molto più del suo essere vittima predestinata (della propria stessa leggenda, del proprio stesso nome, e insieme di tutta la paranoia salvazionistica dell America) che della sua mira di carnefice. Quel respiro è anche l angoscia di essere inquadrati mentre si inquadra, di essere visti mentre si vede, spiati mentre si spia, presi di mira mentre si viene presi di mira. Ecco allora che emerge a poco a poco una figura tipica del cinema di Eastwood: il doppio/fantasma/senza nome. È l altro cecchino, cui genialmente il film conferisce lo statuto di nemico interiore, di doppio persecutorio (come nel miglior perturbante freudiano connesso al vedere, all essere spiati, al timore di essere cavati gli occhi, come nel Mago Sabbiolino di Hoffmann). Il fantasma venuto dal nulla è sempre per Eastwood l «altro senza nome», una sorta di funzione anonima e invisibile del vendicatore che prende improvvisamente parvenza, anche nei grandi western eastwoodiani (e in American Sniper, il western è continuamente invocato dai rodei, dal Texas, dai cavalli, dai fucili, dal chiamarsi cowboy ). Comprendiamo a poco a poco come Chris, detto Leggenda, sia destinato a soccombere alla sua stessa leggenda, ad essere fulminato, eliminato, guardato/ucciso da un ulteriore doppio, dacché il primo doppio pensava di averlo sconfitto, dunque introiettato, nel duello a distanza, di tipo western, in cui la mira giusta colpisce (con un colpo, un proiettile, che è anche un movimento di proiezione, un movimento di macchina in falso ralenti, sorta di omaggio a Sergio Leone) il proprio riflesso nascosto (che solo i propri occhi possono vedere, perché alligna proprio nei propri/nostri occhi). Questo doppio che sbuca fuori, ancora dal nulla, alla fine del film è, ancora più evidentemente, un altro se stesso, anzi un fantasma collettivo, il fantasma del senso di colpa e dell immaginario ossessivamente espiatorio e istericamente allucinatorio dell America: un reduce disturbato che in qualche modo riproduce il disturbo visivo-auditivo di Chris, che quando ritorna vede e sente altro. Durante una festa di bambini la posizione dello sguardo è spostata, è ancora scartata a distanza, Chris sente i rumori allucinatori della battaglia e noi vediamo i suoi occhi che vedono altro, eppure non vediamo più questo «altro» minaccioso che si nasconde dietro il suo sguardo. Qual è allora la giusta distanza, la giusta mira, l aggiustamento dello sguardo, la messa a fuoco, un mirare giusto che possa stabilire relazione, procurare incontri, confrontare situazioni della memoria, modi di stare dentro e fuori di sé, in un territorio di riconoscimento e non di misconoscimento? È una domanda sulla guerra, è una domanda sul cinema, è una domanda su se stessi e sull altro da se. «Moi je suis un autre» diceva Rimbaud, ed è ciò che a Chris è precluso, è nascosto alla vista, è oggetto-soggetto di misconoscimento (proprio perché si vuole a tutti i costi salvare l altro non in quanto altro, ma in quanto rassicurantemente simile a sé, salvo scoprire che quell altro è il sé, il come-se pur restando irriducibilmente altro). Nessuna mira infallibile può riconoscere ciò. È se stesso come fantasma americano, come leggenda americana che Chris cerca di prendere di mira, misconoscendosi. Da subito questo movimento di rinculo (tipico del calcio del fulcile, del rimbalzo dello sparo) è evidente, da subito è applicato al corpo del film, come al corpo stesso del soldato americano. Le spalle nude, nella scena del bar all inizio, diventano un mirino, e i tiratori scelti, i cecchini sono gli stessi commilitoni. L inquadrare il bambino con la bomba all inizio, il prendere la mira, la sospensione (vitale e mortale insieme) del respiro viene ad essere incorporato dal montaggio stesso del film. Il film sembra iniziare ma poi si sospende e riinizia dalla stessa sequenza di inquadrature. Un bambino sta per essere ucciso e, con uno stacco che è un ritorno a casa nel tempo, un altro bambino (se stesso bambino, come a dire che quel bambino iracheno era se stesso, moi, un autre ) spara a un cervo (come in un doppio Minnelli: A casa dopo l uragano e Castelli di sabbia). È un falso inizio che fa da lungo interludio: è a casa in Texas che comincia tutto: genealogia di un addestramento, di una iniziazione, di un genocidio, di un sacrificio ( pedagogia di un eroe come ha scritto Edoardo Bruno sul nuovo numero di Filmcritica). Dopo di che il film ritrova il suo inizio nello sparo sul bambino. Ma chi è la vittima e chi il carnefice? Oppure siamo tutti insieme, implicati nel film, vittime e carnefici del nostro sguardo, dannati e salvati nei turni in cui è suddiviso il film. Mi viene da dire: turni/tournage : andata-ritorno a distanza sui set, sui teatri di guerra. Ed è dopo la tempesta di sabbia, dal deserto a casa, da casa al deserto, e così via, laddove più niente è possibile vedere, e l intera inquadratura è obnubilata dalla polvere (sabbia e sparo), oppure laddove, come nella citazione di San Paolo, vedremo faccia a faccia e non più come nell enigma di uno specchio, che tutto si compie e nello splendido finale, tutto è rovesciato (come nei mirini del Salò pasoliniano): ed è, letteralmente, il funerale della Leggenda Americana. ALIAS GERENZA Il manifesto direttore responsabile: Norma Rangeri a cura di Silvana Silvestri (ultravista) Francesco Adinolfi (ultrasuoni) in redazione Roberto Peciola In copertina Clint Eastwood (3) redazione: via A. Bargoni, Roma Info: ULTRAVISTA e ULTRASUONI fax tel e impaginazione: il manifesto ricerca iconografica: il manifesto concessionaria di pubblicitá: Poster Pubblicità s.r.l. sede legale: via A. Bargoni, 8 tel fax sede Milano viale Gran Sasso Milano tel fax tariffe in euro delle inserzioni pubblicitarie: Pagina ,00 (320 x 455) Mezza pagina ,00 (319 x 198) Colonna ,00 (104 x 452) Piede di pagina 7.058,00 (320 x 85) Quadrotto 2.578,00 (104 x 85) posizioni speciali: Finestra prima pagina 4.100,00 (65 x 88) IV copertina ,00 (320 x 455) stampa: LITOSUD Srl via Carlo Pesenti 130, Roma LITOSUD Srl via Aldo Moro Pessano con Bornago (Mi) diffusione e contabilità, rivendite e abbonamenti: REDS Rete Europea distribuzione e servizi: viale Bastioni Michelangelo 5/a Roma tel Fax

4 (4) ALIAS di SILVANA SILVESTRI Città misteriosa, Timbuktu è stata per almeno due secoli, dal 1300 al 1500 considerata la città dell oro, città inaccessibile nel deserto del Mali. Ma non certo per Abderramane Sissako un principe del deserto oltre che del cinema, che ha l ha scelta come titolo simbolico del suo ultimo film, in concorso agli Oscar come migliore film straniero. E un tesoro lo è veramente Timbuktu, patrimonio dell umanità dell Unesco (quattro siti protetti sono stati distrutti da Al Qaeda), dove si conservavano preziosi manoscritti e le opere di Avicenna e dove è stato ritrovato un manoscritto di Averroè, prima che gli jihadisti dessero fuoco a intere biblioteche, capitale spirituale dell Africa sud sahariana dalle 150 scuole coraniche. Finché l esercito francese e maliano hanno ricacciato gli estremisti ed è stato possibile tornare a vivere. Questo film segna, diceva il regista il senso di liberazione degli abitanti. È una risposta altissima alla barbarie che raccoglie e srotola antichi fogli, riporta come trasportata dal vento parole che non si possono azzittire, le parole stesse dei padri. L antilope che sembra volare sulle dune nell incipit, in assenza di sonoro, è una visione di cinema come poche altre volte abbiamo visto (un cervo improvviso nel cinema di Zanussi, i cavalli al galoppo in Jancso). Il suo colore si mimetizza con quello della sabbia e il silenzio che, appunto, non è assenza di sonoro, ma presenza silente. È un potente simbolo della cultura del Mali e con la sua corsa folle mette in scena l energia vitale di un essere padrone del luogo. Si farà presto a capire che la sua stessa esistenza è minacciata da individui che sparano in aria per stancare la preda, così come sono abituati a fare con gli abitanti del posto. Individui in jeep e mitraglietta, le Sissako, principe del deserto Nella città simbolo della spiritualità africana prende vita un poema di resistenza alla barbarie che vorrebbe cancellare ogni traccia di civiltà, nomination all Oscar come migliore film straniero sole dotazioni di cui si ha notizia, possedute realmente dai fanatici. Il film in apertura mette a confronto due entità contrapposte, l una dotata di grazia e civiltà, l altra non appartenente in ogni caso al genere umano, tantomeno animale, basterebbe lo sguardo perso e il ronzio di cervelli che hanno perso le coordinate. Il titolo in francese quando è stato presentato a Cannes era «Timbuktu, Le chagrin des oiseaux» (il dolore degli uccelli) e questo non fa che sottolineare la gerarchia degli esseri raccontati nel film. La civiltà antica del luogo è spazzata via dai colpi a ripetizione che si incattiviscono su simboli che non possono difendersi, le statue di legno che rappresentano qualcosa di ancestrale, diventati chincaglieria sui marciapiedi di Parigi, un segnale che ci aveva trasmesso anche Iosseliani. Eppure da una bocca spalancata di un simulacro, certamente un oggetto rituale, esce fumo, come un grido muto, una divinazione. Vengono mitragliate divinità, mitici antenati, coppie primordiali, oggetti tramandati nei secoli, a colpire una spiritualità considerata sacrilega. Invece di annunciare la vendita della verdura con l altoparlante il veicolo gira per il paese ricordando a tutti che è vietato fumare, è vietata la musica, il gioco del calcio e, sia ben chiaro, che le donne devono portare le calze e i guanti e gli uomini devono tenere i pantaloni arrotolati alla caviglia. Oltre alla poesia anche l humour fa parte dello stile di Sissako. La musica si sa tocca corde non controllabili, Chahine di quel divieto aveva tratto un opera magnifica con il suo Al-Massir (il Destino, 1997). Le reazioni non tardano a farsi sentire («coprite il capo» «Se ti dà tanto fastidio non guardare» oppure: «mettiti i guanti» dicono alla pescivendola che, da par suo, sa come rispondere per le rime). E se proprio non si può giocare a pallone si può discutere sulla supremazia di Zidane e Messi o mettere in scena una plastica, ottima scema di partita di calcio giocato da due squadre di ragazzini senza profferire un solo grido, senza pallone, ma con gesti eloquenti, una scena che ha un che di cinema dell est che lui ben conosce, un che di spirito yiddish, che in questo contesto fa un impressione travolgente. Con lo stesso spirito lo sberleffo all ossessione per la nudità (da parte di questi impotenti masticatori di viagra, come si legge nelle cronache di questi giorni) viene risolta in maniera del tutto inaspettata. L andamento poetico del film potrebbe essere esso stesso musica, ritmo suonato sulle poche corde delle arpe africane, i versi scarni dei poemi maliani (Dio sa perché/il cieco avvoltoio/vola dal suo ramo...). È infine una leggerezza che fa male al cuore tanto incide in profondità ed è allo stesso tempo accusatorio e liberatorio per la gente, un modo per scacciare le immagini dell orrore. Nei corsi della storia si BIOGRAFIA Un maestro del cinema internazionale Abderrahmane Sissako è nato a Kiffa in Mauritania nel 61, è vissuto in Mali, ha studiato alla scuola di cinema di Mosca, il Vgik, realizzando Oyktyabr (Ottobre), un titolo emblematico, cortometraggio che fece subito scalpore alla sua uscita. Si è stabilito poi a Parigi e l Africa con le sue storie al limite del surreale è entrata nei suoi film successivi: mentre in Ottobre il gelo moscovita agghiacciava lo studente africano in La vie sur terre (1998) racconta il ritorno al villaggio, per cercare la vera vita e cercare se stesso. In Heremakono (Aspettando la felicità, 2002) presentato al Certain Regard a Cannes, dove ottenne il premio Fipresci della critica internazionale e primo premio Fespaco nel 2003: un ragazzo in abiti occidentali che non sa più parlare la lingua del suo paese, torna ma con la valigia sempre pronta, in un affascinante intreccio di personaggi inaspettati. Ci mostra come con gli stessi occhi si possono vedere e raccontare non il particolare del paese natio, ma l universale del genere umano oggi in gran parte sradicato e regala agli spettatori l annullamento della distanza con personaggi in cui ci si può rispecchiare. Bamako del 2006 (fuori concorso a Cannes) racconta i contrasti all interno di una famiglia mentre nel cortile comune si tiene frattanto un avvenimento inaspettato, un processo che vede la società civile africana accusare la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, interpretato da veri avvocati. Un film sugli effetti della globalizzazione sull Africa. è già sentire parlare di questi fantocci, ma come opporsi se non con le loro stesse armi? Addestramento e fulmineo spostamento di obiettivo? Sissako contrappone invece la pazienza millenaria, la consapevolezza, l accettazione della paura, la certezza di essere nel giusto, di aver interiorizzato gli insegnamenti dei padri. Non vogliono fuggire, gli abitanti del luogo e abbandonare le terre degli antenati, ricche di acqua e di quel poco che basta a vivere. La loro stessa vita è una preghiera. In qualche caso tra gli insegnamenti ricevuti (insieme a un arma), c è anche come difendersi dai soprusi, anche se la via del ritorno sarà lunga come il rimorso, lungo il gigantesco corso d acqua, presenza non secondaria del film. Sulle grandi tragedie Sissako è in grado di indugiare, ma lasciare traccia indelebile di una lapidazione attraverso una brevissima scena spoglia e filtrata attraverso le vibrazioni dell atmosfera rovente. Sono gli assassini in jeep che invece dovrebbero avere paura della potente maledizione lanciata da qualche marabù, ancora in circolazione, nei loro variopinti abiti e presi dalla cura dei galli simbolo di combattività.

5 ALIAS (5) A pag. 4 scene di «Timbuktu» e un ritratto di Abderrahmane Sissako Marco Grosoli è l autore della prima monografia dedicata al grande regista ungherese, «Armonie contro il giorno. Il cinema di Béla Tarr», l artista che ha realizzato l utopia di un legame tra etica ed estetica di GIANLUCA PULSONI Armonia prestabilita: così si potrebbe dire, con necessaria semplificazione Leibniz definiva quell'ordine in grado di spiegare la relazione tra soggetto pensante e mondo sensibile. Ora, proviamo a compiere l'esercizio di spostarci idealmente nel tempo, dall'epoca del grande filosofo tedesco a oggi. Poi, di limitare pragmaticamente il campo: dalla filosofia al cinema. Infine, di ipotizzare teoricamente tale nozione non in modo prescrittivo, ma più come una suggestione, una linea guida quasi poetica. Ecco, a partire da un intendimento del genere si potrebbe pensare di introdurre il senso di un cinema come quello di Béla Tarr, quantomeno per come uno studioso rigoroso come Marco Grosoli lo analizza nel suo bel libro, Armonie contro il giorno. Il cinema di Béla Tarr (Bébert Edizioni, Bologna; 15 euro), prima monografia italiana dedicata al grande cineasta ungherese e che tra l'altro presenta una appendice di interviste al regista e a due suoi collaboratori, a cura di Michael Guarneri. Oltre a suggerirmi il rimando a Leibniz, qui la lettura di Grosoli mi suggerisce come il caso Tarr sembri conferire alla nozione di armonia prestabilita sfumature utopiche, fuori e dentro l'immagine. Partiamo dal fuori, da Tarr oggi. Il libro ci introduce subito alla situazione odierna, qualcosa che forse molti già in parte sanno. E cioè che Tarr non fa più film da Il cavallo di Torino (2011), e non fa più film per scelta volontaria, radicale, perché ha forse detto e dato tutto, dedicandosi invece a partire dal 2012 alla sua scuola di cinema a Sarajevo. Cosa dire in merito? Da una parte, che forse con lui si ripete una esperienza che per esempio si è vista altrove, con uomini di genio come un Rimbaud, gente per cui solo il silenzio espressivo come cambiamento e non come morte poteva seguire l'apice toccato, conferirgli quel senso da sempre ricercato. Dall'altra e qui arriviamo al punto l'impressione è che grazie a tale gesto, Tarr sembra forse aver realizzato l'utopia di un legame tra estetica e etica che riesce a pochi, ieri come oggi, una sorta di propria armonia prestabilita e in questo, quindi, aver spostato il senso dell'utopia da obiettivo tendenzialmente ideale a condizione, per così dire, intrinsecamente reale come una continuità nella discontinuità: «È forse legittimo chiedersi a chi mai possa venire in mente, oggi, un'idea del genere, mossa da un così splendido ottimismo pedagogico, di un illuminismo umanista quasi utopico ed anacronistico. Per non parlare poi della forza di volontà per metterla in pratica. La risposta, in un mondo meno ottuso di questo, dovrebbe risultare ovvia: a qualcuno che comunemente è noto per il suo pessimismo, per l'oscurità della sua visione, per la sua diffidenza verso le utopie, per aver dipinto a più riprese una umanità prossima alla fine.» Nell'analisi, il libro segue una struttura classica, focalizzando l'attenzione sulla produzione di Tarr dall'inizio alla fine, con due particolari variazioni dalla norma. La prima è la scelta di cominciare a partire da un lavoro della maturità, un corto in grado di «racchiudere in maniera più compiutamente ed efficacemente sintetica tutto il suo cinema»: Béla Tarr armonia prestabilita Prologo, parte di un lungometraggio collettivo dal titolo Visions of Europe (2004) un corto stupendo, visibile facilmente in rete per chi non l'avesse mai visto. La seconda variazione riguarda l'organizzazione di certi capitoli, dal momento che il terzo e il quarto raggruppano lo studio di più film (sono quelli relativi alla In pagina al centro ritratto del regista, a sinistra in alto «Il cavallo di Torino», sotto «Macbeth», «Satantango», «L uomo di Londra» prima parte della sua produzione). Nello specifico, la lettura che Grosoli compie del cinema di Tarr offre una serie di spunti importanti en passant: il capitolo dedicato al monumentale Satantango (1994) è un gioiellino ma per necessità di sintesi non si può che focalizzare l'attenzione su solo uno di questi spunti, forse il più indicativo in generale: il tema dell'armonia come appunto indicato nel titolo, e in una sua accezione filosofica, come sistema di relazioni tra n. parti. Ora, di riflesso, questo rimanderebbe a quanto detto, alla suggestione dell'armonia prestabilita. Cosa lega tutto? Quello che la monografia sembra far trasparire è come, in ogni film, l'orchestrazione tra messa in scena e stile sembri rappresentare una sorta di rovescio del migliore dei mondi possibili, cioè l'emersione del fondo/basso continuo di una rappresentazione della vita a partire dalla fine, da un «tempo della fine»: una rappresentazione data da una trama coesa di estremi, materialismo e metafisica, dove non si sente più il bisogno «di uno sguardo verso il futuro, ma di uno sguardo che sappia guardare in faccia le inconsistenze del presente». L'utopia qui è da considerarsi nell'etimo, la suggestione stessa di una armonia prestabilita come una sorta di forma chimerica, tanto orizzonte inarrivabile quanto destino cieco, inespugnabile. Pessimismo cosmico? Al riguardo, Grosoli argomenta e ci dice di no: nel cinema di Tarr la reazione sembra possibile, ma passerebbe da «un semplice atto di pura negatività attraverso cui, qui ed ora, prendiamo le distanze rispetto alle illusioni dell'esistente». In proposito, come eco e chiusa, non posso non pensare ai versi di un grande poeta: «Poetry supporter, if you're here to find / How poems can grow from (beat you to it!) SHIT / find the beef, the beer, the bread, then look behind.»

6 (6) ALIAS LA MOSTRA La cura del corpo, la nascita dell intimità e di una ritualità legata alla pulizia nella rassegna parigina presso il Musée Marmottan Monet, visitabile fino al 5 luglio. Dal Medioevo a oggi, la conquista di un tempo tutto per sé, che rende felici i voyeurs Quando il bidet è un fatto pubblico di ANNA MARIA MERLO PARIGI La cura del corpo è più una questione culturale, con una lunga storia alle sue spalle, che un semplice problema di igiene personale. Georges Vigarello, lo storico specialista della storia dell igiene e della rappresentazione del corpo nella cultura occidentale, che ha pubblicato libri diventati dei classici come Le sale et le propre, l hygiène du corps depuis le Moyen Age, Histoire de la beauté o Le Sentiment du soi, Histoire de la perception du corps (tutti pubblicati da Seuil), ha curato, assieme alla storica dell arte Nadeije Laneyrie-Dagen la mostra La Toilette, nascita dell intimo al Musée Marmottan-Monet (fino al 5 luglio). È un racconto che si snoda attraverso un centinaio di opere arazzi, quadri, sculture, fotografie, incisioni dell evoluzione dei rituali legati alla cura di sé, dal XVI secolo fino ai nostri giorni, con tanto d invenzione di una nuova pratica: la creazione di uno spazio specifico nelle case, che ha comportato una nuova gestualità, attraverso la quale l individuo si appropria di un tempo che gli appartiene esclusivamente. La mostra mette in scena la nascita di una recente psicologia e abitudini sociali, fino ad arrivare ad interrogare la società dei consumi di oggi, dove l intimità conquistata si intreccia con l esibizione. Nella cultura occidentale non c è, infatti, solo la conquista progressiva del «pulito», ma contemporaneamente l approfondimento dell «intimo». Con il Rinascimento, i bagni pubblici, che erano ancora frequenti nel Medioevo, spariscono. L acqua è vista con diffidenza, come possibile vettore di malattie, la peste, i danni ai denti, etc. Il corpo viene vissuto come fosse una spugna, minacciato dall assorbimento dei veleni contenuti nell acqua. Le rappresentazioni del bagno, come quelle dell Ecole de Fontainebleau (nel dipinto che rappresenta Gabrielle d Estrées, favorita di Henri IV e di sua sorella, per esempio) o in un arazzo degli Episodi della vita signorile (conservato al Musée de Cluny) offrono una visione ideale del «bagno»: corpi femminili immobili, in posa, che trasmettono una volontà di distinzione, senza nessun riferimento al quotidiano, a gesti di igiene. L oggetto di queste raffigurazioni è un nudo femminile visto in forma idealizzata, immerso in una natura prolifica. Il bagno è solo un pretesto. All inizio della modernità, spiega Vigarello, le rappresentazioni del bagno sono «quasi mitologiche», spesso si legano al simbolismo della fecondità. Nel Rinascimento la pratica del bagno è rara, riguarda solo l élite sociale e attorno a questa attività è ammessa la presenza di varie persone, domestici, ma anche visitatori, di sesso opposto. Nel XVII secolo sparisce, nella realtà e nell immaginario. Il termine toilette nasce in questo secolo: il primo significato è quello della «stoffa» riposta su un mobile, che serve a pulire, poi il termine designerà il mobile stesso e, infine, i gesti dell igiene corporale. La toilette è «secca», senza acqua, i gesti sono codificati, riguardano la pettinatura, il trucco, i vestiti. È un atto sociale, realizzato alla presenza di domestici e visitatori. La credenza diffusa era che, poiché l acqua era pericolosa, la pulizia avveniva cambiando la biancheria, pulendosi con la stoffa, per impedire l invasione di pulci e pidocchi. I poveri, però, non avevano questa possibilità. A ricordarcelo è La femme à la puce, di Georges de la Tour, un quadro del 1638, che In alto Cagnaccio di san Pietro, «Femme au miroir»; 1927; a sin., Bettina Rheims «Karen Mulder portant un très petit soutien-gorge Chanel», 1996; al centro, Anonyme (École de Fontainebleau), Portrait présumé de Gabrielle d Estrées et la Duchesse de Villars au bain, XVI ; François Boucher «L Œil indiscret» ou «La Femme qui pisse», 1742 Edgar Degas, «Après le bain, femme s essuyant», 903 rappresenta una domestica mentre schiaccia una pulce che si è annidata sul suo corpo. Nicolas Régnier, in Jeune femme à sa toilette (1626) dipinge una vanitas, con il vaso da notte dietro lo specchio, come memento mori. Nel XVIII secolo, l acqua comincia a tornare progressivamente nelle camere dei ricchi. Vengono inventati nuovi accessori, come il bidet (nel 1725), che richiedono un po di intimità. La toilette si scinde, una parte diventa più privata, l altra resta pubblica. Il secolo è libertino. La bella che fa la toilette, anche se non esistono ancora spazi specifici, cerca di isolarsi, ma spesso c è l «intruso» che sbircia (o la cameriera, come in un quadro di François Eisen, 1742, che allontana una bambina mentre la dama si avvicina al bidet). È del 1742 il curioso insieme di quattro pitture di François Boucher, che doveva ornare uno spazio privato (per soli uomini, come un fumoir), realizzato per il finanziere Randon de Boisset: due quadri «scoperti» - con due dame infiocchettate, una in rosa, vista di schiena, che prende per mano un bambino, l altra in verde che gioca con un cane - nascondono due altre pitture «coperte», sempre le due dame, nella stessa posizione, ma una con il sedere all aria perché appena alzatasi dalla chaise percée e l altra, La Femme qui pisse, che urina in una vaschetta (e c è sempre un voyeur sullo sfondo). Molto più tardi, anche Lacan terrà «coperta» l Origine du monde di Courbet, di cui era diventato proprietario. All inizio del XIX secolo, il costume cambia. Madame de Genlis, nel Dictionnaire des étiquettes (1818) rileva: «Bisogna ammettere che esistevano di pessimo gusto. Per esempio, l abitudine diffusa tra le donne di vestirsi di fronte agli uomini e di farsi dipingere davanti alla toilette». La porta dello spazio dedicato all igiene si chiude. Verso la fine del secolo, l acqua corrente comincia ad arrivare negli appartamenti delle grandi città. E i pittori si appropriano del tema «donna alla toilette». Rappresentano corpi non più idealizzati, con gesti quotidiani e nuovi, la sensualità domina, l ambiente diventa quotidiano. Edgas Degas e Suzanne Valandon sono tra i primi a immortalare il corpo nella quotidianità, evocando la sensazione erotica che si prova a contatto con l acqua. A metà degli anni 20 del 900, Pierre Bonnard dipinge Marthe, la sua compagna, immersa nella vasca da bagno, in uno stato di fusione tra pelle e acqua, elemento di «distensione» (il termine è stato inventato allora con questa accezione) più che di igiene. L intimo ormai fa parte del quotidiano. Poi, da Cézanne a Kupka, Picasso o Léger, trionferanno le geometrie, il colore, le dissonanze, ma al di là delle questioni formali, il tema della toilette (Le rouge à lèvres di Kupka, 1908, Femme à la montre di Picasso, 1936) continuerà a rimandare alla vanitas, al tempo che passa e non perdona, al futile narcisismo. Ci penserà il mercato a sfruttare questo filone, con la diffusione delle «linee» cosmetiche (le case Helena Rubinstein, Esthée Lauder o Elisabeth Arden nascono dopo la prima guerra mondiale). Fotografi e artisti (come Cagnaccio di San Pietro) insisteranno sull immagine liscia e rassicurante della donna alla toilette, padrona ormai della propria intimità. Fino ad arrivare - con le due ultime opere in mostra - a una vera e propria «sfida» del prendere cura di sé, con Erwin Blumfeld (Studio per una fotografia pubblicitaria, 1948) e Bettina Rheims (Karen Mulder portant un très petit soutien-gorge Chanel, 1996), con l immagine del nostro secolo di una donna che guarda con decisione l obiettivo, mentre ha la faccia ricoperta da una maschera di bellezza. L atteggiamento è quello di chiedere: «Ma cosa volete? Mi sto occupando di me stessa e ne sono fiera».

7 ALIAS (7) «FLOTEL EUROPA» In un canale di Copenhagen una grossa nave, la «Flotel Europa», ospita circa mille profughi dalla Bosnia ed Erzegovina: é il 1992 e tutti sono in attesa di un responso alla loro richiesta di asilo, per ora non c é altro luogo dove il governo danese possa alloggiarli. Un Hotel che galleggia, nel limbo della storia. Ma visto che le storie si possono raccontare in tanti modi, un giovane regista di Sarajevo, Vladimir Tomic, che in quella barca, allora dodicenne, ha vissuto per molti mesi con la madre e il fratello, ripercorre la sua biografia ripescando vecchi Vhs usati come lettera da spedire a casa, descrivendo l inizio di una nuova vita. Flotel Europa, un documentario low budget con coproduzione danese e serba, presentato all ultima Berlinale nella sezione «Forum» e premiato come miglior lavoro di questa rassegna dal quotidiano tedesco Tagesspiegel, è un assemblaggio di questi ricordi video, come un romanzo di formazione con la voce off dello stesso regista, qualche frammento di un vecchio film jugoslavo partigiano (Bosko Buha, 1978), un corto circuito tra identità e l atto stesso del cinema. In mezzo scorre tanta ironia nel descrivere la vita quotidiana, le prove tecniche di una integrazione dentro un «microcosmo» ritrovato in cui le ombre e le bombe arrivano ugualmente, attraverso i telegiornali dentro una fumosa sala tv, come immersi in una surreale crociera ai margini della iperlevigata Danimarca. Un recupero del girato (da altri e chissà dove finito negli anni) e poi digitalizzato. Tomic è bravo a restare sempre un passo indietro alla commozione gratuita, anche mentre tutto è confuso e di idilliaco non c è davvero nulla: scorci di manifestazioni, assemblee di protesta per una vita stipata in cabina, conflitti interni, e con un dolce distacco viene raccontata anche la storia di chi non ha avuto abbastanza forza per resistere. Qual è il rapporto finale tra memoria, il video e l identità? Per il regista, già autore di lavori che scavano nelle pieghe della sua memoria, seppur in modo meno ironico che in Flotel Europa, come Lost generation o Echo (http://www.vladimirtomic.com/), il video è una prova di qualcosa che davvero esiste e non può più spacciarsi per inesistente, dell invisible che viene a galla e che nei fatti crudi e nudi si traduce nella giornata smarrita di un giovane in fuga, adolescente come tanti, e con curiositá e discrezione entriamo in una nave ferma in un canale e vediamo ciò che è sempre difficile vedere adesso che la storia è (forse) cambiata e ci si chiede dove stanno «tutti questi che scappano» e se fosse davvero possibile fare ore e ore di filmati di un giorno qualunque e se alla fine, come in Flotel Europa qualcuno organizza balli di gruppo tradizionali, jam sessions, o esasperato scaraventa nel canale la televisione che solerti volontari della croce rossa ricomprano e saldano al muro. Infine il cinema come reperto archeologico. Ci si chiedeva che fine potessero fare le belle storie una volta che avremmo visto i film su un francobollo del Nicaragua invece eccoci ancora qua a verificare che non é successo niente di irreparabile, che un tremolante sistema analogico, oltre a essere vivo e lottare assieme a noi, ha tutta la consistenza della memoria, nelle sue imprecisioni e tragicommedie e che nulla gli impedisce di maritarsi felicemente con le «cose di BEATRICE ANDREOSE PADOVA In Carlo Mazzacurati ironia e disperazione convivono, in molti suoi film la malavita veneta è in bilico tra tenerezza e crudeltà, i suoi protagonisti sono perdenti ed emarginati più che criminali. Massimo Carlotto, anch'esso padovano, usa invece la sua scrittura a mo' di bisturi per raccontare il lato oscuro del nord est. Lo scrittore di noir descrive in diretta la mutazione antropologica del Veneto in cui corruzione e criminalità diventano prassi sociale. Sembra ricordare l'uno e l'altro Barbara Codogno, patavina doc, che reca con sé anche una cifra del tutto personale ovvero una discreta sfumatura femminile per la sua insostenibile propensione alla scrittura adrenalinica. Nel suo ultimo romanzo pulp noir Tutti figli della serva, Gaffi editore, pp.198, scrive «La verità, la menzogna, un lavoro onesto, una rapina, una moglie, una puttana, un politico...quale era la differenza tra le cose? Che differenza c'era? Erano tutti figli della stessa serva. I schei», il denaro, la pecunia, i schei sono il sottile ma solidissimo filo che lega tra loro l'ipocrisia borghese e la ferocia malavitosa. E sono anche la trama che lega tra loro i fatti, tra cui un omicidio, ed i numerosi personaggi che con mirabile intreccio si inseguono come in un Al centro da «La giusta distanza» di Carlo Mazzacurati, sotto: «La sedia della felicità», a destra il ritratto di Barbara Codogno, in alto un ritratto di Mazzacurati RECENSIONI gioco di prestigio, comparendo e scomparendo all'improvviso per riaffiorare, come un fiume carsico, alla fine della storia. Vi è Marta, la protagonista, che fugge disperata da un matrimonio col medico ospedaliero, borghese arcaico che le assicura casa elegante e abiti firmati conditi con violenza e droga, per capitombolare nel cuore della malavita padovana grondante di sesso, ferocia e corruzione. Diventa Susy, abbandonando persino il suo nome, si libera dall'ipocrisia ma non dalla alienazione di una vita di merda che la insegue ovunque, anche nel monolocale a 400 euro al mese dove all'arcella, dietro la stazione dei treni di Padova, si rintana senza lavoro e senza soldi. Vi sono i diversi personaggi attinti a piene mani dalla cronaca nera dei quotidiani locali, tutti con un soprannome: Beppi, René (un omaggio a Vallanzasca?), il Conte, Caena de Oro, lo Zingaro, il Buso, il Ministro, il Senatore. La memoria scorre veloce alla Mala del Brenta ed alla banda Maniero. Ma non ci sono criminali piacenti nel racconto di Barbara. Sono tutti col respiro affannoso, impegnati a frequentare e sodomizzare giovanissime prostitute rigorosamente dell'est per non finire in pantofole con una moglie «vecia e rompicojoni», corroborati dal Viagra, il Rolex, vestiti firmati ed auto di grossa cilindrata. Un mondo pieno di gente «ignorante, cattiva e senza scrupoli» in cui la protagonista, che si libera dal matrimonio di convenienza in cui si era cacciata spinta dalla umile famiglia di provenienza, come ancora spesso succede nella provincia italiana dove conta solo l'apparenza, cerca di sopravvivere. Maschi e femmine, nessuno esce bene dal confronto. L'universo maschile é feroce, si barcamena tra droga, sesso, truffe, intrighi e LIBRI BARBARA CODOGNO corruzione. Nemmeno il mediocre ed innocuo Tommaso, vecchio amante, free lance di professione, si salva. Vive spacciando erba coltivata ai bordi del vicentino lago di Fimon, in una serra ricavata nel giardino dei borghesissimi genitori, famosi architetti padovani. In quanto all'universo femminile il corpo della donna è solo materia da manipolare, sfruttare, usare per il piacere maschile. Sono tutte delle poveracce. Quelle più attempate convivono con un matrimonio ricco di solitudine e corna, le giovanissime sono bambine disperate che vendono il proprio corpo subendo ogni violenza, il tutto ovviamente per i schei. Marta no, non si vende a buon mercato, è un diamante, lei sa anche far male. É l'opposto del politico di turno pagato dalla malavita per finanziare la campagna elettorale, piuttosto onerosa, i santini, i manifesti da affiggere un po' ovunque nel Polesine o del colonnello della finanza che sniffa la coca peruviana facendosi piste sulla sua rivista preferita Guardia di finanza oggi. Tutti danno vita ad una banda sgangherata che alla fine salterà per il più banale dei reati, una truffa del pesce. Lo sfondo dell'intreccio, scolpito mirabilmente, è un paesaggio acido, «una notte buia e senza luna», un girone dantesco da cui non si esce se non stecchiti. Un mondo dove il laborioso e mite Veneto che un tempo votava Dc ed ora Lega nord e Pdl, si trasforma in una realtà a tinte fosche, in un ambiente sfregiato da capannoni industriali che si succedono l'un l'altro «cubi di cemento che si incastravano tra loro in angosciose geometrie». Scrittura matura quella di Barbara che senza retorica o compiacimento, in uno scenario tanto greve, sa intravvedere il filo della poesia ed a tratti della nostalgia per la natura violentata quando parlando della zona industriale padovana scrive di pietre resistenti «il cemento aveva cancellato anche la storia di una periferia agricola, di una vera lingua di pianura che andava incontro al mare sorridendo. C'era ancora qualche irriducibile: tra una rimessa d'auto e una azienda di frigoriferi si incuneava, a volte, una vecchia casa colonica con la corte ancora piena di galline che razzolavano tra le immondizie gettate in corsa dagli automobilisti con gli occhi e i polmoni pieni del fumo di scappamento dei Tir». Facile intuire dunque che oltre ad essere un romanzo Tutti figli della serva è anche una profetica testimonianza sulla corruzione strettamente connessa ad una economia che si regge sull intreccio tra imprenditori senza scrupoli, politici conniventi, professionisti senza etica che operano attraverso la falsificazione di fatture e bilanci, l evasione fiscale, il riciclaggio e il voto di scambio. Inatteso e sorprendente il finale del romanzo dove Marta risoluta, come solo chi ha paura e solo come chi vede con lucidità l'abisso sa esserlo, cerca un riscatto e lo trova nella tenebra che acceca, nella speranza che ad aspettarla vi sia la risalita verso la libertà. Entrano in scena borghesia e malavita padovana. E Marta, una protagonista che sa come vendere cara la pelle Nel laborioso Veneto tutti figli della stessa serva, il denaro LIBRI Carlo Mazzacurati il cinema del futuro di S.S. Quel senso di smarrimento che prendeva a volte nel vedere i film di Carlo Mazzacurati, terre di confine, pianura veneta, località balneari fuori stagione, proveniva dal suo stesso decentramento rispetto ai luoghi canonici del nostro cinema. I suoi erano i luoghi dei film oltre che della sua terra. A colmare quello spaesamento viene la prima monografia completa dedicata al regista recentemente scomparso che ha curato Antonio Costa per la collana Elementi di Marsilio (euro 12.50), con una introduzione che affronta i primi tre film e alcune importanti indicazioni critiche e affida a giovani studiosi delle università il confronto con gli altri dodici film della filmografia (con un capitolo finale dedicato ai documentari e a Ritratti). Dei suoi ventitré anni passati a Roma Mazzacurati parla come di un lungo «servizio militare» a sottolineare la sua distanza dai canoni cinematografici di questa città del cinema. Il libro non solo ci riporta come in una ideale moviola i film del regista, ma ci fa ripercorrere gli anni di traformazione e declino del nostro paese e in particolare del nord est: quando uscivano i suoi film non si poteva immaginare cosa sarebbe successo del paese nei dieci anni successivi, ma le tracce erano già ben visibili. "Tutto comincia con Notte italiana presentato alla Settimana della critica nell 87" e già il titolo è significativo. I film successivi lasciano a volte spaesato il pubblico: come Costa mette bene in evidenza questo deriva in parte dalla sua formazione di appassionato di cinema, frequentatore di cineclub, di quella fucina animata a Padova da Piero Tortolina e dai suoi «allievi» tra musical e nouvelle vague. In un momento di grande clamore berlusconiano c era bisogno di fare silenzio e di avere davanti un «foglio bianco». Quanti si aspettavano piccanti intrighi di provincia rimasero spiazzati dalle nebbiose atmosfere», dai primi cassintegrati in quel western-eastern che è Il Toro, dai delinquenti «mona» della Lingua del Santo, dai primi campi nomadi, da Vesna la prima immigrata dall est, le prime rapine a Padova che una volta era la più ricca città del mondo. Un cinema che racconta l Italia come sarebbe diventata.

8 (8) ALIAS Dopo Parigi ogni illusione ingenua sull integrazione della cultura teocratica islamica con la società multietnica e policulturale contemporanea è venuta meno * Abbiamo scelto di pubblicare l intervento di Sparagna, direttore di Frigidaire, dal volume «Je suis Charlie» (Sagoma editore) in cui compaiono i contributi dei principali protagonisti della satira italiana (tra gli altri Moni Ovadia, Staino, Vinicio Capossela, Marco Carena, David Riondino, Fabrizio Casalino, Vincenzo Costantino, Collettivo Democomica 32, Alessandra Faiella, Mauro Fratini, Filippo Giardina, Paolo Hendel e Marco Vicari, Luca Klobas, Velia Lalli, Massimiliano Loizzi, Amadeus, Paolo Migone, Maurizio Milani, Flavio Oreglio, Max Pisu, Cochi Ponzoni, Spinoza.it). Il libro sarà presentato domenica 22 alle ore nella sala Wolinski al Foro Boario nel corso di «Modena Buk Festival», festival della piccola e media editoria, diretto da Francesco Zarzana, con 100 case editrici, 60 incontri, reading, eventi teatrali. di VINCENZO SPARAGNA* Passata la piccola febbre della obbligata solidarietà ai martiri di Charlie Hebdo, morti per non aver voluto cedere alle minacce integraliste, è scattata l ora dei distinguo e delle prudenti ritirate. Un coro di personaggi americani ed europei, laici o religiosi, che, pur continuando a deprecare gli esiti sanguinari della censura a Charlie, avanzano critiche sempre più nette al giornale per aver «offeso» gli islamici con le sue irriverenti vignette su Mohamed. E questo nel cuore di società che dicono di avere a loro fondamento la libertà di pensiero e d espressione. Contemporaneamente, nei paesi musulmani folle oceaniche inneggiano al gesto dei fratelli Kouachi e del loro complice Coulibaly, considerandoli martiri di un azione che avrebbe giustamente punito gli odiati nemici del profeta. In questa tenaglia assurda tra la preoccupata moderazione occidentale e la minaccia planetaria dell islamismo radicale si trovano allo scoperto e in pericolo tutti coloro che vogliono conservare la propria libertà di pensiero e d espressione, non solo i satiri e i vignettisti di prima linea, ma anche gli scrittori, i poeti, i musicisti, i pensatori eretici di ogni scuola e nazionalità. Il massacro di Parigi è in questo senso uno spartiacque fondamentale. Prima del 7 gennaio, nonostante le fatwe lanciate contro Rushdie ed altri «bestemmiatori», le stragi di cristiani, yazidi e musulmani di diversa fede in Siria, Irak o Nigeria, le lapidazioni di donne in Arabia Saudita e Afghanistan, le condanne a morte per apostasia in Sudan o Pakistan, si poteva pensare che la sfida islamista fosse circoscritta ai paesi di tradizione musulmana. Oggi non è più così. Siamo di fronte a un capovolgimento totale della prospettiva. Tutto il mondo è coinvolto in una inedita sharia planetaria, che prevede la morte di chiunque non voglia piegarsi al rispetto verso un profeta trasformato in una caricatura postmoderna del vero Maometto, predicatore certo discutibile e anche guerriero, ma che agiva nei confini di una civiltà medioevale lontanissima dall attuale condizione del pianeta. Questa inversione del rapporto tra Occidente e Oriente, che capovolge a specchio la colpevole e arrogante visione coloniale di un mondo diviso tra civiltà e barbarie e considera barbarie i diritti Non arretrare di un solo tratto umani e civiltà il fanatismo religioso, non è stata ancora pienamente intesa in Occidente. E sembra sfuggita di mano anche ai promotori originari della visione integralista dell Islam che sono i regnanti d Arabia, ovvero la dinastia wahhabita dei Saud, e, su un altro versante, paradossalmente opposto, gli ayatollah sciiti al potere in Iran. Dopo Parigi infatti ogni illusione ingenua sull integrazione della cultura teocratica islamica con la società multietnica e policulturale contemporanea è venuta meno. Difendere i diritti universali della persona è diventato impossibile se non si combatte la predicazione dell obbedienza alle regole che un Dio astratto e crudele impone alla vita di tutti. Per questo il moderatismo di tanti commentatori è imbelle e preoccupante quanto e più del pacifismo degli anni 30 rispetto all avanzata del nazismo. Le esitazioni occidentali e le concessioni a Hitler produssero allora la Seconda Guerra Mondiale con la infinita scia di sangue che conosciamo. Oggi i consigli di prudenza rivolti addirittura ai vignettisti perché non provochino l ira islamista, possono avere alla lunga un risultato anche più tragico. Il diavolo, quando si presenta, va affrontato e preso per le corna, oppure la sua coda ci trascinerà tutti in un inferno senza ritorno e forse perfino in un pazzesco olocausto nucleare. Più presto lo si capirà, meglio sarà anche per gli apprendisti stregoni occidentali che pensavano di esportare la democrazia e hanno solo globalizzato con le loro irresponsabili gesta militari l incubo terrorista. FUMETTI Mandrake the Magician e il perfido Cobra nel deserto orientale di SERGIO MICHELI Successe a Lucca in occasione della sedicesima edizione del Salone dei Comics che ebbi la fortuna d incontrare Lee Falk: un nome che, per i giovani di oggi, non dice nulla. Ma per chi ha vissuto in Italia l introduzione di quei racconti disegnati e pubblicati nella stampa dedicata ai ragazzi, ha fatto un esperienza che è stata unica, oltre che avvincente. Aspettavamo settimana per settimana l uscita di quello straordinario giornalino, L Avventuroso, edito da Mario Nerbini di Firenze, che per noi rappresentava l oggetto più desiderato Avevamo da poco imparato a leggere e a scrivere e consideravamo la lettura una conquista e un passatempo importante per la nostra emancipazione, quando in questo settimanale cominciarono a uscire storie a fumetti avvincenti e trascinanti per come si narrava l avventura, assolutamente nuovi

9 ALIAS (9) Da sinistra: Vincenzo Sparagna al tavolo da disegno; le vignette contenute nel libro «Je suis Charlie» sono di Staino, Pietro Vanessi (PV),Rita Pelusio,Luca Giorgi; il logo di Buk, il festival della piccola e media editori. Ritratti di Moni Ovadia, Paolo Hendel e Vinicio Capossela. Al centro Mandrake e alcune delle prime tavole del fumetto. A pag 9 tavole di «Golem» di LRNZ (Lorenzo Ceccotti) edito da Bao e inediti fino ad allora. Era più che altro l impegno, quindi la fantasia, di un grande scrittore di soggetti pieni di straordinari intrecci e di continui colpi di scena che non facevano altro che imprimere movimento e azione a quelle figure di carta di protagonisti del racconto. Quest uomo dalla mano eccellente, era Phil Davis. Più tardi si volle sapere chi fossero gli autori, qual era il posto di provenienza di quei fumetti. In questa immagine la sorveglianza delle autorità preposte dal fascismo non aiutava il lettore curioso. Il Min.Cul.Pop. (Ministero della Cultura Popolare), proprio all inizio degli anni Trenta, sosteneva di apporre il commento della vignetta, a guisa della spiegazione della storia, collocando alla base una frase a rime baciate, così come si procedeva (in modo culturalmente più valido) nel Corriere dei Piccoli e nell organo della GIL (Gioventù Italiana del Littorio), Il Balilla, un settimanale che veniva distribuito nelle scuole. Inoltre l editore italiano doveva cancellare il copyright, che segnalava la data di pubblicazione del fumetto. Ora, si deve affermare che se quelle storie con balloon riuscivano a riscuotere il plauso del lettore, vuol dire che quell intreccio, oltre a un significato appariscente, nascondeva problemi occulti e significati più profondi che possono o non possono emergere da un esame approfondito e scientificamente valido. In definitiva si affaccia quella possibilità che contempla il fenomeno tipico dell arte figurativa, cioè quello della doppia ambiguità. Non è un caso che la trama di questi fumetti attinga da una realtà che più o meno si renderà concreta in qualche modo nel prosieguo del tempo come una sorta di intuizione ante litteram, tuttavia con riferimenti alla realtà del presente. Ed è proprio nel personaggio di Mandrake (su cui, fra l altro, Federico Fellini aveva pensato ad un film che doveva essere interpretato da Marcello Mastroianni, purtroppo mai realizzato), che possono intravedersi riflessi sulla realtà del mondo di oggi. Lee Falk deve molto a Phil Davis se questo fumetto è riuscito a imporsi fra i più avvincenti di tutti i tempi. Al bravo disegnatore che usa i vari Nel primo numero, come è spesso accaduto, anticipa i tempi un personaggio misterioso che evoca il presente piani attuati nel cinema, tanto da rendere il fumetto parente stretto dell universo immaginifico riflesso sullo schermo, tale operazione si presenta simile a uno story-board. Ebbene, sarà proprio nella prima storia di Mandrake (pubblicata esattamente ottant anni fa) quando entrerà in scena il personaggio «Il Cobra», che, come segno di malvagità, è in lotta contro il bene di cui Mandrake (insieme al suo servo negro Lothar) è uno strenuo sostenitore. Il Cobra viene dunque presentato come un soggetto cattivo, perfido e cinico senza possibilità di redenzione. Anche lui esercita le arti magiche rimanendo sempre nascosto nel suo rifugio segreto in una località misteriosa del deserto orientale. Veste sempre un costume tipico dei paesi asiatici, con una lunga tonaca e un cappuccio che lo colloca sul genere degli abbigliamenti così come abbiamo visto Bin Laden riprodotto sui giornali e alla Tv. Così, attraverso gli invadenti messaggi iconografici dei mass-media, possiamo riconoscere, data anche la folta barba, la figura del criminale delle Torri Gemelle di New-York. Così è il Cobra-Bin Laden come ci è dato vederlo dall impeccabile penna di Phil Davis, ottant anni dopo la sua prima apparizione. GRAPHIC NOVEL GOLEM, DI LRNZ Grandi occhi per guardare meglio la rivoluzione di VIRGINIA TONFONI Tra le tecnologie sviluppate dagli shorai, i guerriglieri che si oppongono alla «democrazia» delle corporazioni che regola il mondo in Golem (di LRNZ Lorenzo Ceccotti, Bao Publishing, 2014) c è anche quella del foresight, una speciale visione della realtà prossima, degli eventi che si stanno per materializzare. Viene da pensare che Lorenzo Ceccotti, aka LRNZ, che firma oggi il suo primo libro, quella capacità l abbia sviluppata mentre ne concepiva il soggetto, sin dagli anni del liceo. L Italia, «repubblica fondata sull amore» che ha immortalato nella graphic novel, uscita in libreria lo scorso 9 di gennaio ma annunciata dall editore Bao Publishing già nel 2014, è un paese postcapitalista appartenente all Eurasia, un unica zona monetaria dove ogni transazione avviene in pseudo (ironico nome della valuta globale figlia del defunto euro) e dove solo chi è connesso sopravvive. Un'esistenza controllata da quattro grandi corporazioni che, grazie al rapido sviluppo delle nanotecnologie, ne gestiscono tutti gli aspetti -alimentazione, comunicazione, sanità e mobilità- e che rispondono a un solo presidente accentratore e manipolatore. Nelle prime pagine del libro l autore ci guida attraverso spazi familiari in cui avvengono piccoli riti quotidiani: dalla colazione in casa dei Crotone dove Steno vive con la madre Edea, al prelievo al bancomat, da dove si può tentare la fortuna e vincere di più di quello che si preleva e dove, a ben vedere, c è gente che dopo essersi sparata un colpo in testa viene gentilmente invitata dagli ausiliari sanitari a non morire per strada e infine nel traffico, in auto, dove tutte le superfici sono interattive. Basta questa manciata di tavole a farci capire che in Golem la tecnologia non ha più un ruolo accessorio nella vita, piuttosto è la vita stessa. È questa la premessa che ci introduce nella Roma del 2030, scrupolosamente restituita nell accuratezza di dettagli come vestiti, pettinature, logotipi, pubblicità e ambienti. Qui il primo enorme merito di LRNZ: con uno stile graficamente impeccabile che attinge sia dalla tradizione orientale che da quella occidentale, l autore crea una realtà inquietante nella sua verosimiglianza e nello splendore della sua complessità, scegliendo ogni volta il tratto e la colorazione che meglio aderiscono al momento della storia che vuole mostrare, colmando ogni tavola di riferimenti classici e contemporanei, senza mai venire meno al flusso della narrazione nella quale il lettore viene trascinato con prepotenza. Così il Golem, mostro buono della tradizione ebraica, dà il titolo a un opera dalle cui pagine si affacciano con la stessa disinvoltura Tarkovskij e Miyazaki, dove si rintracciano le atmosfere fantastiche di Moebius e quelle opprimenti di qualche episodio di Black Mirror. Un lavoro denso ed esteso nelle sue 270 pagine che narrano una vicenda di appena un paio di giorni, nella quale vengono sì inseriti i dovuti flashback per risalire agli antefatti dell incresciosa situazione politico economica contro la quale Steno lotterà, ma che nel complesso mostra un alto indice di condensazione: profondamente stratificato, nel suo ritmo da action movie, il libro rapisce anche il lettore più attento, che dovrà tornare alle pagine più dense in cerca dei numerosi riferimenti. Sin dalla copertina l outsider Steno Critone ci guarda con occhi grandi, cerchiati da due mezzelune scure, lo sguardo blu spaventato e consapevole come quello di un adulto, come quello di chi nonostante gli incubi che lo perseguitano, non vuole piegarsi al palliativo chimico e smettere di sognare. Dentro ai suoi occhi vive una delle assi della narrazione: la funzione del sogno nella rivoluzione, la forza dell'ideale individuale nel cambio sociale. Le soluzioni per ribellarsi alla dittatura ipertecnologizzata Steno le troverà nel proprio passato, sul quale regna un importante segreto. Per accostarsi a un racconto tanto complesso, LRNZ si affida dunque al linguaggio del fumetto nelle sue infinite declinazioni: mischia la linea chiara con poeticissime tavole pittoriche, per poi tornare all estremo dinamismo delle scene d azione con gabbie fuori bolla e linee cinetiche applicate al tratto stesso che esaltano il senso di precarietà di una lotta giusta per quanto pericolosissima. Dal punto di vista grafico, la solida codificazione di ogni elemento veicola un messaggio più o meno celato che, se nella densità di elementi può in un primo momento sfuggire al lettore, non ne inibisce lo stupore per l'uso del colore o quello della luce e lo richiama in seguito a rintracciarne il significato. A chiosare la pienezza di significati e di significanti che riflette sapientemente l atto d amore su cui si regge la storia, LRNZ ne sfonda, letteralmente, le pagine: strizzando l occhio al tema della tecnologizzazione del reale, dal libro si può scaricare una app sul proprio telefono e accedere a contenuti extra. Musica di sottofondo, siti delle corporazioni che regolano il mondo euroasiatico, ma anche pagine esplicative di riferimenti nascosti, offrono un autentica navigazione intertestuale di una graphic novel molto attesa quanto fondamentale per lo sviluppo futuro del genere nel nostro paese.

10 (10) ALIAS SPORT Il documentario di Carlo A. Sigon e Simone Scafidi racconta il campione che ha vinto tutto, sempre fedele a se stesso ZUPPA DI PESCE di FABIO FRANCIONE «Nel gioco dei centrocampisti e perfino dei difensori è previsto ma non è raccomandabile il dribbling, termine inglese la cui traduzione è praticamente impossibile». Quando Gianni Brera ammonì in queste righe i tanti «venezia» del calcio italiano ancor oggi c è qualcuno duro d orecchi (e di piedi) non si conosceva ancora «la virgola» di Javier Zanetti detto Pupi, il capitano dell Inter del Triplete. L unico giocatore al mondo capace di correre e scartare gli avversari al primo come all ultimo secondo di una qualsiasi partita, poco importa se amichevole, della nazionale o di Champions League. Ritiratosi a più di 40 anni, dopo aver vinto tutto, alla fine dello scorso campionato, Zanetti è rimasto nell Inter, vivendo come calciatore e poi dirigente il passaggio di mano della squadra milanese dalla famiglia Moratti a quella del magnate indonesiano Erick Thohir: un cambiamento a suo modo epocale che però non ha minimamente intaccato il suo stile, fedele sempre a se stesso. Due cineasti italiani, Carlo A. Sigon e Simone Scafidi, che da anni battono terreni e forme visive commerciali e indipendenti, tra pubblicità e web series di genere con qualche escursione più propriamente cinematografica (di Sigon si ricorda il sottovalutato La cura del Gorilla, mentre del secondo tra qualche mese uscirà Eva Braun) hanno legato il loro nome alla complessa impresa di raccontare un uomo così normale nella sua quotidiana esistenza quanto magnifica in quella sportiva, quando è più facile prendere storie tutto genio e sregolatezza. Di questo e di molto altro si è discorso con uno dei registi di Javier Zanetti, capitano da Buenos Aires, Simone Scafidi, alla vigilia dell uscita del film, distribuzione Nexo Digital in 170 sale, un solo giorno il 27 febbraio prossimo con tanto di kermesse ad inviti all Auditorium Pirelli di Milano. Un lavoro cominciato anni fa che però era partito se non ricordo male in altro modo, non è così? Esattamente quattro anni, anzi era il 2010, il periodo del Triplete e Zanetti si rese immediatamente Capitan Zanetti da Buenos Aires disponibile. Comunque, con Carlo si voleva lavorare insieme da anni. Avevamo scritto anche un copione per un film sugli scandali finanziari che nessuno però voleva produrre. Sta il fatto che una costola di quel film riguardava anche il mondo del calcio e essendo tutti e due interisti è stato come dire facile immaginare di celebrare in qualche modo la nostra squadra; e chi ci poteva essere di più distante dalla «pazza» Inter se non Zanetti, il capitano più vincente della sua storia? Un uomo specchiato, senza lati oscuri. Un uomo che ha sposato la fidanzatina della scuola. Un uomo umile con i piedi ben piantati per terra, lontanissimo dai calciatori glamour che vanno per la maggiore che si dividono tra veline e tatuaggi. E i finanziamenti sono arrivati Da Moratti e da Luchino Visconti di Modrone, altro interista. Curiosamente quando presentammo il progetto dall entourage di Moratti ci fu detto che un film su Zanetti avrebbe potuto essere noioso. Al di là della riconoscenza per quello che aveva fatto per l Inter, Zanetti non era poi così interessante rispetto a calciatori come Zamorano o Cordoba, questi sì che avevano avuto una vita movimentata. D altronde quando lo avevano comprato dal Banfield, Zanetti era la seconda scelta, dopo Rambert, centravanti che alla Pinetina ha resistito pochi mesi, mentre il capitano ci ha edificato la sua seconda casa. Curiosamente i ricordi di Mazzola e di Moratti divergono su questo punto. Ma, tornando all uomo Zanetti, tu e Carlo invece avete creduto alla possibilità di documentare la sua storia A noi invece interessava proprio questo. Per noi Zanetti è una specie di blocco di marmo. Si fanno da sempre film sui geni del calcio, fuori e dentro il campo da gioco, con tutte le loro debolezze. Facile prendere Maradona o Gascoigne, ma avere messo le mani sulla storia di Zanetti è stata una bella sfida. Personalmente siamo legati a Zanetti soprattutto ai momenti «drammatici» passati da quell Inter che non vinceva mai e che come dire incespicava all ultimo ostacolo. Ed infatti non a caso il film si apre con le immagini della sconfitta all Olimpico del 5 maggio di tredici anni fa. Con le lacrime di Ronaldo Più che Ronaldo, a colpire è stata la dignità di Zanetti. Con lui l Inter non l ha mai persa. Tranne in un episodio che il vostro film racconta con un Foto grande Javier Zanetti, in basso foto di scena espediente drammaturgico. Sì, la presenza di un poeta e scrittore argentino, per giunta cieco, Albino Guaron, che sta dettando al registratore Qui i rimandi a tanta letteratura del 900 sono molti, da Borges al Krapp di Beckett Proprio così Guaron sta dettando un romanzo su Zanetti e la prima volta che va allo stadio assiste al racconto non solo di una bruciante sconfitta, ma anche all unico istante di rabbia del suo eroe, per una sostituzione all ultimo non gradita. Il tema della sconfitta è un omaggio che volevamo fare a Scorsese. Ricordavamo che avevano iniziato un film su Bob Dylan presentandolo in un momento di difficoltà mentre veniva contestato ad un concerto. Al di là delle fascinazioni cinefile, risulta interessante anche lo sviluppo del racconto, sostanzialmente di un protagonista «muto», che s affida non solo all invenzione, ma anche alla testimonianza, sguardo parziale per eccellenza e alle library di repertorio delle trasmissioni sportive, che nei fatti fa virare il film in direzioni inedite per un prodotto inteso classico come il documentario. Zanetti nel film non parla mai. A parlare sono gli altri, compagni di nazionale e avversari come Messi. Chi lo ha allenato come Mourihno, che da consumato professionista si era preparato all incontro, l emozione che traspare con la lacrimuccia ci ha lasciato esterrefatti e pure nel dubbio. Baggio è stato fantastico, l incontro è durato molto di più del montato, umanamente è stato incomparabile e non poteva essere che lui a raccontarci il vero Zanetti. Ogni mattina, sulle 11, ce ne uscivamo con la moto da quell ammucchiata di case basse e dalle terrazze comunicanti tutt attorno a Villa Rufolo. Scendendo adagio dai pendii della Costiera verso il mare di Atrani si annusava il profumo dei glicini che la pioggia intermittente di ottobre rendeva ancora rigogliosi. La casa che ci accoglieva, godendo dell ospitalità di un conoscente del posto, sorgeva a ridosso della Villa la cui impareggiabile balconata a 330 metri di quota si apriva sul fondale di cielo e mare del golfo di Salerno. Proprio in quell anno, 1981, Ravello era finita su un francobollo postale da 200 lire della serie «Ville d Italia». Però non si era scelto di mettere uno scorcio di Villa Rufolo, che pure organizza i concerti wagneriani, ma di Villa Cimbrone (l altra villa celebre di Ravello), che per accedervi si pagava un biglietto da 1000 lire: quattro volte in più delle 250 per visitare la Rufolo, gestita dall ente del turismo salernitano. Con la vecchia Gilera, che partiva soltanto dopo aver martoriato il pedale della messa in moto, scendevamo i sette chilometri fino ad Amalfi. Non era più stagione di nuotate o gite in barca, e allora si oziava nei chioschi di chincaglierie aspettando l ora della trattoria. Ad Amalfi, a ogni angolo di stradina, si trova sempre qualcuno, a cominciare dai posteggiatori, pronto a infilarti in tasca un bigliettino con l indirizzo del locale tipico dove mangiar bene con poche lire. Ma spesso, facendo affidamento a quei bigliettini, si andava incontro, da vittime sacrificali, a delle madornali fregature, e di prezzo e di dubbia qualità delle pietanze. Senza seguire alcuna indicazione, perciò, ci lasciavamo guidare dalle scie di odori di cucina arrivando quasi sempre nel posto giusto. Un aria fumosa c investiva in piazzetta dei Dogi, proveniente da un androne che invogliava a entrare: la frittura di triglie di scoglio chiedeva urgenza a essere assaggiata ancora bollente. Anche se la specialità della casa era un altro piatto: la zuppa di pesce ottobrina. Già, ma perché ottobrina? L interrogativo, tramite il cameriere che ce la portava straripante fino al bordo di piatti profondi, fu girato diettamente al cuoco. Che aveva la risposta pronta e scontatissima: «Siamo in ottobre, ed ecco la zuppa di pesce ottobrina». Allora, nel mese successivo, come si sarebbe chiamata? Novembrina, ovviamente; mentre nel mese precedente avremmo degustato, senz altro, quella settembrina. Sembrava uno scherzo, ma non lo era: la zuppa s identificava con il mese nel quale ci si trovava, assumendone il nome in quanto cucinata con le specie pescate del periodo. Due erano gli ingredienti che non sarebbero mai mancati nella zuppa classica della cucina napoletana: il grongo, affusolato e scivoloso; lo scorfano, scaglioso e dalla spina dorsale velenosa. Per il resto, la preparazione variava con il pescato della stagione e soprattutto del mese in corso. A noi, avventori di ottobre, toccava dunque la zuppa di pesce ottobrina. La quale, sebbene gustosa, non tardava a far sentire negli stomaci tutta la sua pesantezza. Un buon fernet, di solito, aiutava a superare il disturbo. Il ritorno a Ravello con la moto, di pomeriggio inoltrato, era la parte della giornata che si aspettava con più piacere: i grappoli violacei dei glicini, disposti a pergolato lungo i tornanti della strada, sprigionavano nell aria già pungente fresche fragranze e profumi di autunni dimenticati. La zuppa di pesce delle due l avevamo ormai digerita.

11 ALIAS (11) SINTONIE A CURA DI SILVANA SILVESTRI IL FILM KINGSMAN: SECRET SERVICE DI MATTHEW VAUGHN, CON TARON EGERTON, COLIN FIRTH. UK USA Eggsy che ha avuto una giovinezza piuttosto disastrata, ha l occasione di entrare in un organizazione indipendente di servizi segreti britannici con il compito di dare la caccia a un tipo che vuole salvare il mondo. Dal fumetto di Mark Millar. Nel cast Michael Caine, Samuel L. Jackson, Jack Davenport. Esce il 25. PARIS, TEXAS DI WIM WENDERS, CON HARRY DEAN STANTON, NASTASSJA KINSKI. USA Scritto da Sam Shepard è il secondo film «americano» di Wenders, Palma d oro a Cannes, da rivedere su grande schermo dal 25. AUTOMATA DI GABE IBÁÑEZ, CON ANTONIO BANDERAS, MELANIE GRIFFITH. USA Nel 2044 la Terra si sta desertificando. Jacq lavora in una società di robotica e si rende conto che alcuni automi si sono evoluti e minacciano l umanità già in pericolo. Esce il 26 (come tutte le new entry successive). DANCING WITH MARIA DI IVAN GERGOLET, CON MARIA FUX, MARTINA SERBAN. ITALIA Il film documentario racconta l appassionante vicenda di Maria Fux, danzatrice oggi novantenne che ha dedicato la sua attività a danzatori di ogni condizione fisica e sociale, con disabilità e malattie, cambiando la vita di quelli che ha incontrato. Film della Settimana della critica. LE LEGGI DEL DESIDERIO DI E CON SILVIO MUCCINO, CON NICOLE GRIMAUDO. ITALIA Giovanni, personal trainer, promette di cambiare la vita di tre persone e di portarle al successo, ma una di queste potrebbe cambiare la sua vita. Nel cast Maurizio Mattioli, Carla Signoris, Paola Tiziana Cruciani, Luca Ward. MARAVIGLIOSO BOCCACCIO DI PAOLO E VITTORIO TAVIANI, CON RICCARDO SCAMARCIO, JASMINE TRINCA. ITALIA Nella Firenze del 300 colpita dalla peste, dieci giovani si rifugiano in campagna e passano il tempo raccontando storie. Sono le Novelle del Boccaccio che tornano sui nostri schermi, ma in versione d autore. MOTEL THE BAG MAN DI DAVID GROVIC, CON JOHN CUSACK, ROBERT DE NIRO. USA 2014C 0Jack (Cusack) è ingaggiato dal boss della malavita Dragna (De Niro) per un compito di cui né lui né gli altri che sono stati convocati conoscono i termini. Il protagonista potrebbe essere il «motel» del titolo, in cui sono stati fatti arrivare. PATRIA DI FELICE FARINA, CON FRANCESCO PANNOFINO, ROBERTO CITRAN. ITALIA Basato sul libro di Enrico Deaglio, riunisce tre personaggi sulla piattaforma su cui è salito un operaio della fabbrica che sta per chiudere, raggiunto subito dopo da un sindacalista e poi dal guardiano: rappresentano tre aspetti di un unica personalità, l italiano senza via d uscita, tra crimini e stragi, economia distrutta e scarsa speranza. La storia patria bisogna saperla leggere, ci dice il film e il guardiano che tutto conserva, mostra le registrazioni di quanto è avvenuto nel nostro paese in trent anni di storia. Farina mette a confronto, secondo i canoni del film popolare, personaggi che sono il vago ricordo di una commedia all italiana che non può più far ridere ma può destare solo amarezza perché sintesi di tante situazioni che sono passate sotto silenzio, tante fabbriche chiuse e disoccupazione crescente, come si trattasse di un ovvio cambiamento epocale cui non resta che adeguarsi. E al guardiano sono anche sfuggiti alcuni elenchi. THE REPAIRMAN DI PAOLO MITTON, CON DANIELE SAVOCA, HANNAH CROFT. ITALIA Scanio Libertetti, un mancato ingegnere che si guadagna da vivere riparando macchine da caffè, segue un corso di recupero punti in un autoscuola di provincia. Il racconto del suo ultimo anno di vita travolge i suoi compagni di corso. Solo Helena, esperta di risorse umane, sembra capirlo. VIZIO DI FORMA DI PAUL THOMAS ANDERSON, CON REESE WITHERSPOON, JOAQUIN PHOENIX. USA Dal regista di Magnolia. A Los Angeles alla fine degli anni 60, una ex (Katherine Waterston) del detective privato Doc Sportello viene a chiedere aiuto per evitare che il miliardario con cui ha una relazione venga internato dalla moglie e dal suo amante. Una richiesta che porta un sacco di guai. Il film ha ricevuto parecchie nomination (Oscar, Golden Globe, premi della critica). Benicio Del Toro e Owen Wilson nel cast. ZANETTI STORY DI CARLO A. SIGON - SIMONE SCAFIDI. ITALIA Il 27 febbraio si presenta il documentario dedicato a Javier Zanetti, leggenda del calcio mondiale. Nel 1995, quando è ancora un ragazzo, lascia Buenos Aires per andare a giocare nell Inter. Diventa in breve uno dei simboli della squadra nerazzurra, si ritira a 40 anni, dopo aver vinto tutto. BIRDMAN DI ALEJANDRO INARRITU, CON MICHAEL KEATON, ZACH GALIFIANAKIS, EMMA STONE, EDWARD NORTON. USA Un film sui fantasmi, sull ego da tenere sotto controllo, una satira di sottile tessitura sui supereroi al cinema. Il regista arriva alla commedia nera dopo i film messicani assolutamenti neridrammatici e crudeli come Amores Perros, 21 grammi, o il fantascientifico Babel. Il protagonista inseguito da suo doppio, un alter ego piumato e svolazzante vuole dimostrare di poter cambiare vita e montare uno spettacolo a Broadway e nel suo mirino ci sono attori, comparse, critici. Impostato come un film sperimentale, con lunghe riprese realizzate in piano sequenza dopo mesi di preparazione. Nove nomination agli Oscar, tra i favoriti. (s.s.) CINQUANTA SFUMATURE DI GRIGIO DI SAM TAYLOR-JOHNSON, CON JAMIE DORNAN, DAKOTA JOHNSON. USA L occhio algido, elegante/frigido della regista abbassa notevolmente la temperatura del ridicolo che contraddistingue parecchi passaggi della prosa del libro di E.L. James, un caso editoriale internazionale. Sfortunatamente, la coolness e una certa freschezza (in gran parte dovuta alla protagonista, Dakota Johnson, e al lusso minimal del decor) che Taylor Johnson porta al suo soggetto arrivano accompagnati da una quasi totale mancanza di tensione (erotica e non) e da un determinismo a priori che toglie ogni senso di pericolo e/o imprevisto: il film che «le femministe» americane hanno boicottato (senza vederlo) perché promuoverebbe la violenza contro le donne è in realtà un manifesto di empowerment femminile, la parabola di una ragazza che, scoprendo la propria sessualità diventa padrona di se stessa, e mette al guinzaglio lo scapolo inveterato (ovviamente miliardario) di turno. Insomma, una storia vecchia come il mondo e con dei valori da preistoria. (g.d.v) GEMMA BOVERY DI ANNIE FONTAINE, CON FABRICE LUCHINI, GEMMA ARTERTON. LUSSEMBURGO FRANCIA Con un solo film e dalla sua equidistanza lussemburghese Anne Fontaine prende garbatamente in giro nella sua commedia campagnola i vizi e le manie di parigini e londinesi, a partire dalla lettura di un classico che appassiona Martin il protagonista, Madame Bovary. Dalla casa editrice dove lavorava si è ritirato in campagna, dove ha scoperto anche lui la cucina, diventando panettiere. Le coincidenze si accumulano come indizi sulla vicina di casa, e un po alla volta Martin diventa spettatore-regista di una vicenda ben conosciuta. Divertissement letterario e satirico sotto lo sguardo impagabile di Luchini. (s.s.) JUPITER DI LANA E ANDY WACHOWSKI, CON mila kunis, channing tatum 6Cresciuta in un quartiere povero di Chicago dalla mamma russa, Jupiter passa le sue giornate non scrutando il cielo bensì le innumerevoli tazze dei ricchi gabinetti che è costretta a pulire per mantenersi. Ma, come Dorothy, anche Jupiter viene presto risucchiata in un mondo molto più favoloso e stravagante, non da un tornado, bensì perché il suo DNA risulta misteriosamente identico a quello di una donna che, prima di morire, controllava la famiglia più potente dell universo, gli Abrasax. Più operistica (Wagner è la loro cifra) e pittorica che interessata alla tecnologia, la scifi dei Wachowski ha sempre avuto ambizioni politico/filosofiche, che però in Jupiter si perdono presto nei buchi neri delle narrazione. Ci rimane un film confuso, un po noioso, spesso bello da guardare e una love story su pattini dominata da vorticose cadute dall alto verso il basso. (g.d.v.) IL PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL ESISTENZA DI ROY ANDERSSON CON: HOLGER ANDERSSON, NISSE VESTBLOM Vincitore del Leone d oro all ultima edizione della Mostra di Venezia è un operazione che resta intrappolata nei suoi manierismi e nel suo rigore in fin dei conti inerte nel tracciare la parabola discendente della civiltà occidentale. Il film finisce per assomigliare al modello per eccellenza di film d arte e d essai piuttosto che a una creazione urgente, magari imperfetta, ma aperta sull oggi. Nonostante la sua messinscena complessa e coreograficamente articolata, si limita a riproorre la maniera (anche altissima) di un cinema che è stato, senza per questo riuscire a pensarsi come contraddizione rispetto all ogg. (g.a.n.) I TIROMANCINO AL SUPERMARKET GRANDE AMORE Italia, 2015, 3 45, musica: Il Volo, regia: Mauro Russo, fonte: MTV 4Per il trio vincitore di Sanremo ecco un clip confezionato ad arte e studiato per supportare una canzone furbetta che sa toccare le corde dell italiano appassionato di lirica e di melodia. Il playback è interpretato dai tre nella classica residenza lussuosa dalle ampie sale vuote, con la luce che filtra dalle finestre e il ralenti (la fotografia leccatissima è di Benjamin Maier). Ma la vera perla sono le tre narrazioni parallele che citano altrettanti film americani: Ghost, Ritorno al futuro e Spiderman, con i tre tenorini look tra il nerd e il fighetto alle prese con tre fanciulle in tre diverse situazioni sentimentali. Forse Russo ha calcato volutamente la mano cercando di risultare vagamente ironico, ma il risultato è stomachevole, tra il kitsch e lo stucchevole. SONO SEMPRE I SOGNI A DARE FORMA AL MONDO Italia, 2014, 4 30, musica: Ligabue, regia: Valentina Bé, fonte: MTV 9Classico il videoclip composto per quadri, vagamente surreali, con una serie di personaggi colti nei loro gesti (baciarsi, ad esempio), mescolati a immagini di elementi naturali (l acqua, il fuoco), che alludono a una fusione tra uomo e ambiente: il playback di Ligabue è impersonato di tanto in tanto da un ragazzino disteso su un tappeto con un vecchio mangiadischi accanto a lui: chiaramente l alter-ego bambino del cantautore che ripensa al mondo da una prospettiva remota. L uso massiccio del ralenti e dei dettagli aumenta l indice di straniamento di un videoclip onirico, inquietante e a tratti suggestivo, anche se poco originale nella sua struttura. DUE DESTINI Italia, 2001, 5 45, musica: Tiromancino, regia: Riccardo Sinigallia, Frankie Hi-NRG, fonte: Youtube 1Il personale di un supermarket viene sequestrato (tra loro c è anche Pier Francesco Favino) da due terroristi evasi e legato nell ufficio del direttore. Su un monitor scorrono le immagini delle telecamere di controllo, i Tiromancino che suonano il brano, spezzoni del film Le fate ignoranti di Ozpetek (che include anche questo brano), lo stesso Ozpetek che, nei panni di uno speaker del tg, parla dei malviventi; infine gag con un maldestro Zorro che tenta di liberare una fanciulla indifesa (Paola Cortellesi) nelle mani di un cattivo. Nell epilogo un Valerio Mastandrea clochard mangia gelati guardando indifferente i commessi imbavagliati. Un minestrone di parodie e citazioni fatto in famiglia (con amichevoli partecipazioni) e realizzato da uno dei Tiromancino di allora (Sinigallia) e da Frankie-Hi NRG. Due destini non è comunque il solito clip-trailer che collega una canzone al film di cui è colonna sonora. La fotografia è di Vittorio Omodei Zorini, il montaggio di Giuseppe Pagano. MAGICO IL SEGRETO DEL SUO VOLTO DI CHRISTIAN PETZOLD, CON NINA HOSS, RONALD ZEHRFELD, MICHAEL MAERTENS, IMOGEN KOGGE.. GERMANIA 2014 Di tutti i film di Christian Petzold, regista di punta della nuova generazione tedesca comparsa negli anni Duemila, questo è quello che più rimanda all esperienza di Haroun Farocki, magnifico artista scomparso all improvviso lo scorso luglio, sceneggiatore di quasi tutti i suoi film. La protagonista Nelly è una «revenant», uno spettro di sé stessa che ritorna al mondo diventando un altra. Siamo nella Berlino occupata dagli americani alla fine della guerra, una città in macerie nella quale si sopravvive cancellando ogni traccia del passato; il nazismo, lo sterminio dei campi di concentramento, i milioni di morti, ebrei e non solo ai quali nessuna resistenza interna si è opposta. Nelly (Hoss) è sopravvissuta alla deportazione, è viva anche se devastata nell anima e col viso sfigurato da ustioni profonde. Nell ospedale in cui le ricostruiranno il volto il medico le chiede di sceglierne uno ispirato a un attrice famoso, ma Nelly vuole solo tornare come prima, vuole essere se stessa. Petzold entra nella Storia con la potenza del melodramma a sfumature noir di un illusione che è il bisogno disperato della donna di credere che qualcosa, almeno l amore, si sia salvato. non è un film sullo sterminio o sul nazismo; ciò che il regista mette al centro, e con forza disturbante, è l anno zero della Germania, e la vertigine di fronte alla Storia di chi non vuole sapere, ascoltare chi è tornato, nemmeno «riconoscerlo» perché significherebbe riconoscere le proprie colpe. (c.pi.) LA RASSEGNA FILMSOCIALCLUB ROMA, FILMSTUDIO (VIA ORTI D ALIBERT 1/C) 21 FEBBRAIO Oggi, nella sesta giornata della rassegna «FilmSocialClub» si tiene (ore 19) la quinta e ultima lezione di cinema (a ingresso libero fino ad esaurimento posti) dedicata alla Nouvelle Vague, con proiezioni di brani scelti, dal titolo «I due della Nouvelle Vague: Jean Luc Godard e Francois Truffaut», tenuta dal critico Cesare Biarese. Alle ore la proiezione (4 euro) del documentario Dell'arte della guerra di Silvia Luzi e Luca Bellino. sulla resistenza di quattro operai che a Milano nel 2009 tentano, imperterriti, di fermare lo smantellamento dello stabilimento dell INNSE in cui lavorano, appoggiati da centinaia di sostenitori accorsi da tutta l Italia. Alle ore la performance «Ambient Drone Music» con Tau Ceti (Enrico Cosimi) drone performance e Paolo Paolacci ambient suite. Un viaggio nelle possibilità del suono elettronico di Enrico Cosimi, uno dei massimi esperti italiani di sintesi e di strumenti elettronici. Il suo progetto ambientale onirico attraverso le dimensioni cosmiche del suono utilizza la pasta caratteristica dei sintetizzatori analogici e i più avanzati ritrovati digitali. IL CORTO CORTI D AUTORE 5 - MADE IN FRANCE TORINO, CINEMA MASSIMO 3, 25 FEBBRAIO L Alliance française di Torino in collaborazione con il Centro Nazionale del Cortometraggio presentano mercoledì prossimo «Corti d autore Made in France» evento promosso da Aiace nazionale e Museo del cinema, una giornata dedicata alla rigogliosa produzione francese di cortometraggi, oggetto di interesse da parte di giovani autori e registi affermati. Nella selezione che ha inizio alle ore 20.45, sono in programma un petit tailleur di Louis Garrel (The Dreamers di Bertolucci, La jalousie del padre, Philippe Garrel) con Léa Seydoux, una delle due straordinarie protagoniste di La vie d Adèle, Ce n est pas un film de cow-boys, film di Benjamin Parent presentato alla Semaine de la critique a Cannes 2012 e seguito da grande scalpore, La fugue di Jean-Bernard Marlin, che nel 2013 ha vinto l Orso d oro per il miglior cortometraggio a Berlino e il César, protagonista una ragazza marocchina detenuta in un riformatorio. La proiezione sarà presentata da Marion Mistichelli (direttrice dell Alliance Française di Torino) e Jacopo Chessa (direttore del Centro Nazionale del Cortometraggio). Ingresso 3 euro. LA MOSTRA 60 ANNI DEL CINEMA SOVIETICO NAPOLI, ASSOCIAZIONE CULTURALE MASSIMO GORKI (VIA NARDONES 17), FINO AL 22 FEBBRAIO Fino al 22 febbraio è possibile visitare nella sede dell associazione Massimo Gorki a due passi da piazza del Plebiscito una mostra fotografica che raccoglie le immagini di capolavori del cinema sovietico, storiche immagini di grandi successi dell avanguardismo cinematografico russo, che per anni si è caratterizzato per il suo apporto rivoluzionario nel campo della arti visive di inizio novecento. La corazzata Potëmkin di Sergej Mikhajlovic Ejzenštejn, La madre di Vsevolod Illarionovic Pudovkin e il documentario L uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov sono i titoli più famosi ma ce ne sono tanti altri. Le immagini della rivoluzione sovietica più diffusamente entrate nell immaginario del pubblico di massa sono quelle impresse in questi film più che in quelle rare testimonianze video dirette. L associazione Massimo Gorkij continua il lavoro di valorizzazione del patrimonio culturale, politico ed espressivo che per quasi un secolo l Unione Sovietica ha saputo produrre. Un patrimonio ricco, complesso ed espressivamente ineguagliabile.

12 (12) ALIAS Ogni genere ha il suo sessismo. Per l hip hop è diventato quasi un cavallo di battaglia, nella scena indie regnano ironia e dissimulazione FENOMENI ANTIFEMMINISMO E OMOFOBIA IN DIECI CANZONI Misoginia d artista. Perché il rock non è «politically correct» di JESSICA DAINESE In un paio d'anni il «re degli hipster» Ariel Pink si è meritato, un'intervista sventurata dopo l'altra, numerosi articoli di biasimo e il titolo di «Robin Thicke dell'indie pop» (su thefourohfive.com nel dicembre scorso. Thicke è la popstar di Blurred Lines, i cui testi e video sono stati criticati aspramente per contenuti misogini e promotori della «cultura dello stupro»). È iniziato tutto nell'agosto del In una intervista con The Wire, Pink afferma che «i maschi beta hanno risolto in modo da non dover cacciare o stuprare la loro preda, per così dire». Quello che intende è che il maschio «beta» (un termine per indicare un uomo meno dominante e quindi socialmente inferiore, e che egli applica a se stesso) ha trovato modi più sottili ed efficaci per portarsi a letto le donne rispetto ai maschi alfa (dominanti), cioè esercitando il suo intelletto e la sua cultura al posto dei muscoli. Con l'implicazione che gli uomini possono, anzi dovrebbero, al fine di conquistare una donna, fingere compassione con la rabbia femminile nei confronti della misoginia tradizionale istituzionalizzata. La storia («la vendetta dei maschi beta») si riduce ancora una volta ad una competizione tra uomini, in cui la donna è, come sempre, l'intermediaria, lo strumento di vendetta, la trophy wife (moglie trofeo). Che l'ambizione di Pink, nonostante la sensibilità sventolata, sia di avere una «moglie trofeo» è cosa confermata da una intervista per The Fader (sempre nell'agosto del 2012) in cui la star dai capelli rosa dichiara: «Voglio avere abbastanza soldi per (mantenere) un'altra persona o due. Voglio mantenerle mentre loro, sai, stanno a casa a friggere le patatine e fare figli (...) Sono un tipo all'antica». Non contento delle critiche ricevute, nel settembre del 2014, in un'intervista per Pitchfork, Ariel Pink dichiara: «Tanto varrebbe che fossi una ragazza, ok? Quando cammino per strada di notte, non sono meno vulnerabile o spaventato di una ragazza. E puoi trovare statistiche che dicono che ci sono più uomini stuprati negli Stati Uniti ogni anno che donne» (affermazione subito dopo da lui stesso riconosciuta come «cazzata»). Un conservatore (per lo meno per quanto riguarda le politiche di genere) accettato (anzi, idolatrato da molti) nella scena indie «progressista» e culturalizzata. «Che gli artisti credano veramente che la misoginia, il razzismo (un disco di Ariel Pink si intitola «Ku Klux Glam», ndr), l'antisemitismo e l'omofobia siano in qualche modo trasgressive nel 2014 è del tutto sconcertante», scrive Alanna McArdle su pitchfork.com («La "barzelletta» di Ariel Pink non è più divertente» è il titolo dell'articolo). La «misoginia hipster» è palese tanto quanto è condonata. Mentre nella scena hip hop il sessismo è più ostentato (e quindi più condannabile e condannato), nella scena indie è più subdolo, mascherato addirittura da atteggiamenti pro-femministi. E quindi riesce spesso a «sfuggire» alle critiche. Come scrisse però l'autrice femminista bell hooks nel 1994, seppur i maschi neri debbano senza dubbio essere ritenuti responsabili politicamente per la loro misoginia, non si deve far passare l'idea che il sessismo, «lo stupro, la violenza maschile contro le donne ecc., sia una cosa che riguarda (solo) i maschi neri». E questo succede nella musica pop: si usano due pesi e due misure nel caso di musicisti neri/hip hop e bianchi/rock. Uno degli aspetti principali della cultura «hipster» è l'appropriazione di stili e manufatti rubati alle varie minoranze/sottoculture (un po' di cultura black, un po' di cultura gay, un tocco di working class e così via). Ma è un'appropriazione superficiale e approssimativa (anche perché gli hipster in genere non appartengono a nessuna di queste minoranze), svuotata dei significati originari, acritica. Gli hipster (usiamo i termini hipster e indie per indicare lo stesso bacino demografico) sono inoltre caratterizzati da un atteggiamento «ironico» (spesso autoironico, e perfino autodenigratorio). Si sentono autorizzati ad usare un linguaggio sessista, razzista e omofobico perché loro lo fanno «in modo ironico», e perché i «veri» razzisti, sessisti, omofobi non sono loro ma gli «altri» (i conservatori). Nel maggio del 2011 Sara Kiersten Quin, del duo indie pop canadese Tegan and Sara, posta sul loro sito una lettera aperta (intitolata «A call for change», un appello per il cambiamento) che inizia così: «Quando gli sproloqui e i deliri misogini e omofobici si concluderanno con delle ripercussioni significative nell'industria dell'intrattenimento? Quando saranno trattati con la stessa serietà delle offese razziste e antisemite?». La lettera è stata scritta in risposta agli applausi quasi unanimi della critica (il solito Pitchfork in testa, ma anche il New York Times) e del pubblico indie (prevalentemente bianco e privilegiato) alla produzione artistica di Tyler, The Creator, un rapper giovanissimo (vent'anni nel 2011), leader del collettivo hip hop Odd Future. Tyler usa frequentemente nei suoi testi (e su Twitter) termini omofobi («faggot», frocio) e sessisti («bitch», cagna o troia), oltre a descrivere scene grafiche di violenza contro le donne. Riviste quali Time Out Chicago e The Guardian hanno sottolineato come lo stupro sia un «tema predominante» di Goblin (il suo disco di debutto, 2011). Nello stesso album The Fader ha contato ben 68 volte l'uso del termine «bitch». Ciò non ha impedito a gran parte della critica (bianca) di lodare gli Odd Future per la loro genialità, innovazione e prolificità. «Perché dovrebbe importarmi di questa musica o della sua genialità quando il messaggio è così ripugnate e irresponsabile?» si chiede Sara nella lettera «(...) è Tyler esente (dalle critiche) perché la gente ha paura delle ripercussioni? L'asserzione inevitabile che i detrattori sono razzisti, o (...) non capire indicherebbe che sei vecchio (o un frocio)? (...) Chi prende le difese delle donne e dei gay ora? Sembra completamente da sfigati

13 ALIAS (13) farlo nel mondo indie rock (...)». Le risposte ad eventuali critiche femministe a canzoni sessiste o omofobiche le conosciamo: «sei troppo sensibile«, «hai un atteggiamento negativo nei confronti del sesso», «non hai senso dell'umorismo», «hai le tue cose?», «si tratta di arte e tu vuoi censurarla», «sei troppo politicamente corretta», «ci sono problemi peggiori al mondo» ecc. Tyler ha risposto alla lettera di Sara con un tweet: «Se Tegan e Sara hanno bisogno di un cazzo duro, che mi contattino!» (ps: sono entrambe lesbiche). Ma queste cose accadono solo negli altri paesi, no? No. La «nostra» scena indie è ugualmente colpevole. Un caso italiano simile a quelli citati è Edda (al secolo Stefano Rampoldi, ex Ritmo Tribale), il cui ultimo album Stavolta come mi ammazzerai? (2014) è stato quasi unanimemente applaudito dalla critica specializzata nazionale, per nulla infastidita dai testi platealmente sessisti (o dalla musica). Nei testi di Stavolta come mi ammazzerai? (ma la stessa cosa si può dire per i suoi dischi precedenti, o per l'iconografia, vedi la copertina di Odio i vivi) le figure femminili (e il sesso) sono trattate quasi sempre in termini negativi: «Lo sai o non lo sai/la ragazza fa l'attrice porno/lei è una succhiacazzi/ma è quello che io voglio/fammela venire, fammela venire/con le sue facce da troia» (Ragazza porno); «So anche che tu sei solo pelle e fica» (Stellina); «Perché sei una puttana da un euro/che non vale mille lire» (Puttana da 1 euro). Ma nel nome di una presunta «autenticità» o «genialità» espressa dall'underdog (perdente) arrabbiato di turno non solo questi vengono «graziati» per i loro testi (o affermazioni) sessisti, ma esaltati. Ecco dieci artisti «indie rock» che hanno dimostrato, attraverso i testi delle loro canzoni e/o attraverso affermazioni pubbliche, atteggiamenti misogini (ne potete trovare altri su misogynisticlyricsthatarentrap.tu mblr.com). FUORI I NOMI Ariel Pink: «Black Ballerina» Delle sue esternazioni misogine abbiamo riferito largamente nell'introduzione. Alla luce di tali interviste, versi come quelli di Black Ballerina, dall'album Pom Pom (4AD, 2014), appaiono per lo meno controversi: «Andiamo, metti il tuo collare da cagna, (...) andiamo, togliti il reggiseno e le mutandine, Condoleezza, arrapami (...)». È chiaro che nel brano si fa riferimento a una spogliarellista, ma altrettanto chiare sono le allusioni a Condoleezza Rice, celebre politica ridotta qui poco rispettosamente a pura fantasia sessuale. Ironia? A noi non fa ridere. Tyler, The Creator: «Bitch Suck Dick» Il leader degli Odd Future Wolf Gang Kill Them All (nome completo del collettivo hip hop), nonostante la giovane età, è già in possesso di un ingente arsenale di rime che celebrano violenza (verso le donne), stupri, e omicidi. Abbiamo scelto quelle di Bitch Suck Dick, dall'album Goblin (XL, 2011): «Colpisci la tua cagna in bocca solo perché dice delle cagate», «Sono gelido cagna, non guardare il mio polso/perché se lo fai, posso accecarti cagna». AssMilk (dal mixtape Bastard, 2009) è ancora più agghiacciante: «Avere una cagna, pronto a pugnalare una clitoride con del vetro (...)»; «Che si fotta il rap, farò l'affittacamere, così da poter stuprare le figlie degli affittuari/ lasceranno la mia casa con un nuovo stomaco, e un bambino dentro«; «(...) allora quando stupro una cagna la tengo ferma (...)». Tolto l'«effetto shock», vecchio quanto il primo album di Eminem, rimangono solo uomini che odiano le donne. Weezer «No One Else» Rivers Cuomo, leader dei losangelini Weezer, si è meritato il titolo di «worst boyfriend ever» (peggior fidanzato di sempre) sul blog myswimsuitissues. Il motivo? Cuomo, al contrario di Tyler, non stupra e non uccide donne nelle sue canzoni. È però, al pari di Ariel Pink, un «maschio beta» hipster affranto dal fatto che gran parte delle donne, a cui affibbia la colpa dei suoi insuccessi (sentimentali e sessuali), non riesca a vedere la sua «anima sensibile». Cosa rende questi uomini infidi? Il fatto che, di primo acchito, sembrino venerare le donne. Sono ossessionati da figure femminili così idealizzate che mai potrebbero trovare un corrispettivo nella realtà, rendendo la delusione inevitabile. Sono anche possessivi a livello patologico, come dimostra il brano No One Else (dal Blue Album del 1994): «Voglio una ragazza che non rida per nessun altro/che quando sono via lasci il suo makeup sullo scaffale/ Quando sono via non lasci mai casa (...)». Ovviamente a queste parole le donne che escono con Cuomo scappano a gambe levate, e lui, abbandono dopo abbandono (lui è sempre la vittima, chiaro), odia sempre più il genere femminile. The Decemberists: «A Cautionary Song» Gran parte dei brani dei Decemberists, band indie folk da Portland che feticizza la vita di fine Ottocento (misoginia inclusa), parlano di donne rapite, schiavizzate, violentate, picchiate, torturate o fatte a pezzi (Odalisque, da Castaways and Cutouts; The Bachelor and the Bride, da Her Majesty The Decemberists; The Island, da The Crane Wife ecc). I testi sono oscuri e spaventosi, ma con la variante di essere ambientati nel diciannovesimo secolo e scritti con linguaggio forbito, quindi più distanti dalla realtà e più «digeribili». E poi anche Colin Meloy, il frontman del gruppo, usa la vecchia scusa dell'«ironia» (da una intervista del 2006 per Venus Zine: «Non sono un misogino. Non sono uno stupratore (...) La gente dovrebbe essere capace di vedere l'ironia»). Sei giustificato a dire qualsiasi cosa insomma, basta che tu non faccia «sul serio». A Cautionary Song (dal primo album Castaways and Cutouts, 2002), è un canto marinaresco su una madre single che si prostituisce a una gang di marinai crudeli per mantenere i suoi bambini. La scena descritta fa pensare a uno stupro di gruppo: la donna, che all'inizio della canzone è «in lacrime», viene imbavagliata per impedirle di «parlare o urlare», e minacciata di non confidare niente a nessuno o «finirà morta». Immaginate la stessa storia ambientata ai nostri giorni e raccontata con un linguaggio moderno: riuscirebbero i Decemberists a farla cantare allegramente in concerto da un pubblico di ragazzi bianchi pretenziosi? Non crediamo. Ma, nello spazio offerto dalla musica della band, ascoltatori solitamente «politicamente corretti» (progressisti, di classe medio-alta, acculturati e prevalentemente bianchi) possono godere senza complicazioni di fantasie violente e misogine (in modo simile al godimento dei critici bianchi per gli Odd Future: non sono cose che riguardano noi, riguardano i ghetti neri o le città portuali di fine Ottocento!). Good Charlotte: «Girls & Boys» La scena emo dei primi anni Duemila è piena di ragazzi melodrammatici colmi di odio per le ragazze che hanno spezzato loro il cuore, e questo brano della band pop punk americana Good Charlotte (dall'album The Young and the Hopeless, 2002) parla proprio di questo. «Alle ragazze non piacciono i ragazzi/alle ragazze piacciono le auto e i soldi», cantano i fratelli Benji e Joel Madden, congedando l'intero genere come niente più di cacciatrici di dote, interessate solo alle «vacanze e allo shopping compulsivo», le donne attraenti più di tutte le altre naturalmente («Alle ragazze con i corpi sexy piacciono i ragazzi con le Ferrari»). E come ottengono quello che vogliono queste ragazze? Con il sesso, chiaro («She'll get what she wants/if she's willing to please»). Fall Out Boy: «Nobody Puts Baby in the Corner» Sempre in ambito pop punk/emo troviamo i Fall Out Boy. Lo stesso Pete Wentz, autore di gran parte dei brani, ha ammesso in un'intervista che «i testi dei FOB era roba assai deprimente e misogina». Un esempio? Nobody Puts Baby in the Corner (da Under the Cork Tree, 2005), che parla di una amante: «Allora indossami come un medaglione attorno alla tua gola/ti appesantirò/ti guarderò soffocare/sei così bella blu». Peggio ancora è la piagnucolosa Tell that Mick He Just Made My List of Things to Do Today, su una ragazza a cui il protagonista augura la morte perché l'ha lasciato per un altro uomo («giochiamo a questo gioco chiamato 'quando prendi fuoco'/ non ti piscerei addosso per estinguerti»). Death Cab for Cutie: «I Will Possess Your Heart» In una lista di «canzoni da stalker», I Will Possess Your Heart della band indie/emo Death Cab for Cutie verrebbe subito dopo In alto a sinistra i Beatie Boys, accanto a loro Tyler, The Creator; nel cerchio i Death Cab for Cutie; in alto Ariel Pink, sotto i Good Charlotte; in basso, da sinistra a destra, The Decemberists, NOFX, Nick Cave, Sara del duo Tegan and Sara e Rivers Cuomo degli Weezer Every Breath You Take dei Police. Inizia così: «Come mi piacerebbe che tu potessi vedere il potenziale/il potenziale di te e me/è come un libro rilegato elegantemente, ma (scritto) in una lingua che non puoi leggere». Caro Ben Gibbard (leader del gruppo), non ti passa per la mente che forse lei sa leggere, ma semplicemente non le piaci? E poi: stare in agguato fuori dalla sua finestra non ti farà conquistare il suo cuore, ma ti può far conquistare un'ingiunzione restrittiva («Ci sono giorni in cui, fuori dalla tua finestra/vedo il mio riflesso»). Il finale è piuttosto chiaro: «Tu respingi le mie avances e suppliche disperate/non ti permetterò di deludermi così facilmente». No significa no, caro Ben. The Beastie Boys: «Girls» Continuiamo con un classico, Girls dei Beastie Boys, dal loro album di debutto Licensed to Ill del In questo caso non ci sono sfumature: «Ragazze, lavate i piatti/ragazze, pulite la mia camera/ragazze, fate il bucato». Gli stessi Beasties si sono scusati, in «età adulta», per la loro (passata) palese mancanza di rispetto nei confronti del genere femminile e degli omosessuali. Ad esempio, nel 1999, tramite una lettera di Ad-Rock (Adam Horovitz, voce e chitarra) pubblicata da Time Out New York. La sua relazione con la musicista e attivista femminista Kathleen Hanna (sono sposati del 2006) l'avrà portato senza dubbio a riflettere sugli errori di gioventù. Nick Cave: «Where the Wild Roses Grow» Cave è ossessionato dalle storie di donne assassinate. Prendiamo Where the Wild Roses Grow (da Murder Ballads di Nick Cave and the Bad Seed, 1996), in cui duetta con Kylie Minogue. In questo brano Cave si prodiga per sedurre la donna perfetta: la sposa cadavere. Come in una qualsiasi «murder ballad» tradizionale, in Where the Wild... una ragazza povera e candida viene sedotta, uccisa e abbandonata. L'omicidio rimane impunito, e l'autore del crimine sembra non essere pentito o disturbato dalle sue azioni. La donna è ricordata non con il suo nome, Elisa Day, ma con il nomignolo «rosa selvaggia», e la sua morte viene considerata inevitabile perché «la bellezza deve morire». È chiaro che Nick Cave interpreta un ruolo in Where the Wild Roses Grow, e che non se ne va in giro a colpire graziose teste femminili con una roccia, ma tra interviste e copertine di dischi, è altrettanto chiaro che l'artista australiano ha qualche problemino nel rapportarsi con le donne. L'album più recente (2013) dei Bad Seeds, Push the Sky Away, ha una copertina discutibilissima: in una stanza si trovano un uomo completamente vestito (lui) e una donna completamente nuda (la moglie); lui sta chiaramente ordinando qualcosa a lei, che sembra vergognarsi mentre si copre la faccia e il seno (ma non la vulva). Un'immagine che non oggettivizza per nulla il corpo femminile, tranquillo Nick. NOFX: «Creeping Out Sara» La punk rock band californiana NOFX è da sempre incorreggibilmente politicamente scorretta. Pescando nel mucchio delle loro canzoni misogine, omofobiche ecc., salta fuori questa Creeping Out Sara (dall'album Coaster, 2009), dedicata, guarda un po', a Sara del duo Tegan and Sara. Nella canzone Fat Mike ci prova con una delle due sorelle (non sa bene quale neppure lui), nonostante sia al corrente del fatto che siano entrambe lesbiche, e le chiede se ha mai fatto una «cosa a tre» con la gemella. Stupisce che, vista la lettera scritta da Sara al rapper nero Tyler, nel caso in questione la replica del duo al brano dei (bianchi) NOFX sia stata piuttosto debole (un tweet in cui dicono di aver scambiato un sacco di e telefonate con i NOFX, un apprezzamento al disco della band californiana Punk in Drublic e un'ammissione che sì, la canzone ha fatto venire i brividi a Sara). Due pesi e due misure?

14 (14) ALIAS RITMI LEAD BELLY INEDITO di F.AD. Dai Led Zeppelin ai Nirvana, il blues di Huddie William "Lead Belly" Ledbetter è considerato una fondamentale fonte di ispirazione. Pezzi come Goodnight Irene, Midnight Special e Where Did You Sleep Last Night hanno fatto la storia del genere e non solo. Per celebrare l artista, il 24 febbraio esce Lead Belly: The SmithsonianFolkways Collection, cofanetto/retrospettiva di 5 cd (oltre 100 pezzi, 16 inediti) inseriti (letteralmente) in un libro/saggio con foto. Lead Belly era un poco di buono con tre condanne: possesso illegale di armi, omicidio e tentato omicidio. Il bluesman si conquistò la libertà (secondo arresto) cantando le lodi del governatore del Texas; ci provò anche la terza volta in Louisiana (qui fu la buona condotta a salvarlo) mentre era detenuto alla Angola, temuta casa circondariale. È qui che il 16 luglio 1933 l etnomusicologo Alan Lomax (con il figlio John) incontra il bluesman, lo registra e lo consegna alla storia. I Lomax - come ricorda nel saggio Jeff Place - giravano le carceri del sud degli Usa convinti che solo in di MARIA GIOVANNA BARLETTA «La musica è una chiave grandissima, per questo uso le lettere quasi fossero note, perché l anima è piena di porte, che vogliono essere aperte» ha scritto Isabella Santacroce (Lulù Delacroix, Rizzoli 2010). Questa particolare ricerca letteraria potrebbe sposarsi naturalmente con l idea di Gaslini della «musica totale», secondo la quale la musica nasce «dall uomo e per l uomo». Lettere come musica, quindi, e note che si raccontano. Giorgio Gaslini nasce a Milano nel 1929, recentemente scomparso, va ricordato non soltanto come uno dei compositori e leader più importanti in Europa, ma come uomo di grandissima cultura (nel 2002 il presidente Ciampi gli ha conferito il premio alla carriera, riconoscimento riservato ai benemeriti della cultura e dell arte). Musicista di formazione accademica, si diploma in ben sei discipline: pianoforte, composizione, polifonia vocale, canto, direzione d orchestra e orchestrazione. In quello stesso Conservatorio di Milano che, tempo prima, ne aveva rifiutato l ammissione per aver commesso l errore di essersi lasciato andare ad un improvvisazione di fronte alla commissione. Approfondisce le sue conoscenze nel campo della musica contemporanea e presenta al secondo festival di jazz di Sanremo, Tempo e relazione, una delle prime opere europee, sintesi tra jazz e musica dodecafonica. Negli anni seguenti compone per il cinema (La notte di Antonioni, Profondo rosso di Dario Argento suonata dai Goblin), per la danza, e non dimentica il canto popolare. Si pensi ad esempio al noto disco in duo con Bruno Tommaso intitolato Canti di popolo in jazz (Pdu, 1975), oppure alla Myanmar Suite, al Trittico popolare che completano il copioso catalogo delle partiture classiche pubblicate dalle Edizioni Suvini Zerboni (comprendendo le cento canzoni dei quattro volumi del Songbook, Velut Luna, 2006, il catalogo Suvini Zerboni vanta circa centosettanta partiture). Inoltre è bene ricordare che il maestro Gaslini ha tenuto, nel corso della sua lunga carriera artistica, circa quattromila concerti in tutto il mondo, inciso cento dischi, per i quali ha ottenuto dieci volte il premio della critica, e creato un linguaggio armonico del tutto personale grazie alla sua arte di far coincidere gli elementi del linguaggio jazzistico con prestiti da compositori FUORI I TITOLI MUSICA JAZZ Tempo e relazione (La Voce del Padrone, 1957) New Feelings (La Voce del Padrone, 1966) Colloquio con Malcolm X (Pdu, 1974) Skies of China (Dischi della Quercia, 1985) Gaslini Plays Sun Ra (Soul Note, 2005) MUSICA CONTEMPORANEA Big Bang Poema per Orchestra Sinfonica, in Gaslini Sinfonico 4 (Velut Luna, 2014) Concerto per Clarinetto in Si bemolle e Orchestra, in Gaslini Sinfonico 4 (Velut Luna, 2014) Giorgio Gaslini Flute Works (Tactus, 2014) Gaslini Songbook (Velut Luna, 2006) Giorgio Gaslini Piano Works (Stradivarius, 2013) (a cura di Davide Ielmini e M.G.B.) Un incontro a Borgotaro a pochi mesi dalla scomparsa, avvenuta lo scorso luglio. Maestro di swing, contemporanea e colonne sonore, con lui il jazz entra nei conservatori OMAGGI UN INTERVISTA POSTUMA AL GRANDE COMPOSITORE L umanesimo delle note. Giorgio Gaslini spiega l alba della musica totale come Arnold Schönberg, Erik Satie o Kurt Weill. L arte compositiva di Gaslini si è infatti espressa oltre che sulla scena internazionale del jazz, anche sul palcoscenico della Scala e ha allietato il pubblico del grande schermo. Numerosi sono i lavori sinfonici, da camera, operistici e sacri (Suite elisabettiana, Ter, Concerto per clarinetto in si bemolle e orchestra, Silver Concert, per citarne alcuni). Musica totale, quindi, come Gaslini stesso la definì nel celebre Manifesto scritto nel 1964 e rivisto in due occasioni (1975/2002); «Musica per l uomo... sintesi delle culture e fusione dei linguaggi ma senza andare nel caos, anzi tralasciando ciò che non conta, inutile sperimentalismo compreso, per mirare all evoluzione dell uomo». Forse per questo motivo, il compositore milanese, ha portato la musica non solo nei conservatori, ma anche in ospedali psichiatrici e fabbriche. A questo proposito è necessario citare l ultimo libro scritto dal giornalista e critico musicale Davide Ielmini intitolato Giorgio Gaslini, l uomo, l interprete, il compositore (Zecchini, Varese 2009) incentrato su un lungo dialogo in cui l autore mette a nudo un musicista coraggioso come pochi, e di grande cultura umanistica. Un grande maestro. La nostra conversazione risale alla scorsa primavera. Ci siamo incontrati a Borgotaro, poco prima di una tavola rotonda organizzata dall Università di Roma Torvergata, in suo onore. Negli ultimi anni il pianista Alfonso Alberti ha interpretato molte composizioni, che vantano la sua firma... Alfonso Alberti è considerato l interprete principe del primo Novecento, del secondo Novecento e del primo Duemila, perché si è dedicato esplicitamente e specificamente a questa musica. Lui si è immerso totalmente in questo tipo di repertorio, rischiando il proprio prestigio e suonando tutto a memoria. Come ha scoperto la sensibilità interpretativa di Alberti? Comprai un disco di Niccolò Castiglioni, forse la prima copia uscita, e ho ascoltato un interprete straordinario. Alfonso Alberti si è immerso in quelle sonorità restituendomi l immagine di Castiglioni, che era poliomielitico, un genio assoluto della musica, un uomo di una cultura umanistica spaventosa. Alberti mi ha restituito la sua estetica sofferta, che riscattava verso una luminosità straordinaria, una musica che rimaneva librata nell aria. Un genio - ho pensato - un pianista che riesca a fare questo e dedichi un disco a un autore che solo oggi viene riconosciuto un grande. Adesso si comincia a parlarne in questo senso e lo si deve anche ad Alfonso Alberti. Come nasce il vostro sodalizio artistico? Ci siamo sentiti veri. Abbiamo vibrato sulle stesse cose ed è nato un sodalizio molto importante, per me, spero anche per lui, e abbiamo cominciato io a scrivere per lui e lui a suonare i miei pezzi e anche a inciderli. «Tempo e relazione» resta una pietra miliare che ha influenzato schiere di musicisti, e tracciato una strada importantissima nel linguaggio jazzistico europeo Ha avvicinato musicalmente l Europa al mondo afroamericano, nel senso che in quel lavoro c era tutto il jazz, ma c era anche la tecnica della scuola di Vienna. Successivamente fondai il festival jazz di Imola e invitai cento e più musicisti provenienti da tutta Europa. Riuscii a far suonare anche Michel Portal, Derek Bailey, tutti i grandi gruppi europei d avanguardia; lì ho lanciato Trovesi, magnifico strumentista poi assunto nel mio quintetto. In un certo senso, dal suo punto di vista espressamente compositivo, è importante recuperare il linguaggio popolare, orale, riorganizzandolo nell idioma. È lì anche che risiede il senso della musica europea legata al jazz Sì, naturalmente le matrici della cultura musicale europea che hanno potuto non dico fondersi, ma confrontarsi con il jazz erano soprattutto la scuola di Vienna, l idioma compositivo di Kurt Weill, Erik Satie, e pochi altri. C era anche la canzone popolare, lei ricorderà la mia incisione in duo con Bruno Tommaso, Canti di popolo in jazz. Da quel momento non mi sono più salvato (sorride, ndr). Questi non sono solo ricordi, sono la sostanza di un percorso storico, un epica musicale che è nata da poche persone in Europa, si è sviluppata, ha avuto un senso storico. La critica americana non accettava che ci fosse qualcosa di importante e unitario in Europa; non lo hanno mai accettato. Dagli anni Settanta in poi le cose sono andate un po meglio, grazie agli incontri tra i musicisti che hanno scavalcato la critica. Lei ha anche portato la didattica jazz nei conservatori Sì, la prima cattedra del biennio di jazz mi fu proposta dal direttore del Conservatorio S. Cecilia di Roma ( ). Ebbe una grandissima risonanza mediatica. Successivamente Marcello Abbado, fratello di Claudio e direttore del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano mi cercò, per comunicarmi che gli studenti avevano creato un dazebao in cui richiedevano l insegnamento del mio corso di jazz, non potevo esimermi. Per due anni ho fatto lezione con due pianoforti a coda e il microfono, nella sala Puccini, facendo rotare i musicisti in una big band che avevo creato per far suonare tutti... erano mille! (sorride, ndr). Da lì è nata una nuova generazione di jazzisti. Quando il jazz diventò materia di studio principale nei conservatori? Dopo quindici anni su mio intervento durante un meeting con il ministero, a Mestre. Cominciai a parlare dell influenza e del fascino che il jazz aveva esercitato sui compositori del Novecento, partendo da Weil, da Stravinsky che scrisse Ragtime Music, ma ci voleva un finale ad effetto che convincesse gli scettici, e fu questo: «Un pomeriggio di domenica a Milano c era il matinée, concerto voluto da Arrigo Polillo con Duke Ellington e la sua orchestra. La sera prima Herbert Von Karajan aveva diretto alla Scala. Dopo il concerto, il maestro Karajan bussa al camerino di Duke Ellington, Duke apre e Karajan si inchina. Adesso ditemi se sedendomi, mi siederò con il marchio d infamia o da voi assolto!» Il jazz passò! I CONCERTI Questi i prossimi appuntamenti in cui verranno proposte le opere del compositore milanese: Quartetto Klimt Quartetto per violino, viola, violoncello e pianoforte in prima esecuzione assoluta. L Aquila DOMENICA 1 MARZO (SOCIETÀ AQUILANA DEI CONCERTI B. BARATTELLI) Carlini/Datteri Koralfandango per fagotto e pianoforte, eseguito dai maestri Paolo Carlini (fagotto) e Fabrizio Datteri (pianoforte) Forte dei Marmi (Lu) DOMENICA 22 MARZO (VILLA BERTELLI) Pavia DOMENICA 19 APRILE (PALAZZO MEZZABARBA) Andrea Monarda Dieci minuti all alba per chitarra, con il chitarrista Andrea Monarda. Roma SABATO 9 MAGGIO (CHIESA DI S. ELIGIO DEGLI OREFICI)

15 ALIAS (15) quei luoghi potessero trovare suoni afro-americani non contaminati dalle musiche popolari del tempo e dal jazz. Nel box ci sono anche e soprattutto i pezzi che Lead Belly suonava a casa di Frederic Ramsey Jr con cui collaborava. Un imperdibile filmino ricostruisce - in un garage adibito a cella - l incontro con i Lomax: https://www.youtube.com/watch?v=q xykqbmucwk INDIE ITALIA Tre scintille nella notte The Love Hereafter è il primo disco di Anthony Admired, giovane cantautore prodotto dalla label anglo italiana Drop&Spiral. Non è un caso che a Londra sia nata la scintilla che ha dato il la a questo disco. Non mancano episodi acustici da «cantautore». Spesso tornano alla mente sonorità anni Ottanta, in territorio 4AD. Ma, sia pur muovendosi nella «forma canzone», la veste guardando dritto in faccia a certi suoni inglesi; trip hop, elettronica d'ambiente, shoegaze. Notturno. Agli esordi sono anche Simone Piva & i Viola Velluto. Il disco è ispirato da Sergio Leone ed Ennio Morricone e cerca di portare il rock a un immaginario western, sia nelle musiche che nei testi. Il risultato è Combat rock e spaghetti western sounds... Secondo disco invece per i salentini Bundamove. Connection (Fiorirari), è un viaggio intenso tra generi e culture musicali differenti ma tra loro «connesse», un mix variegato e complesso. Il funk incontra l intero universo musicale contemporaneo, dal rock al reggae, passando per l electro e il pop. (Viola De Soto) ON THE ROAD Curtis Harding Per la prima volta nel nostro paese, e per una sola data, sbarca la voce nuova del soul statunitense. Bologna VENERDI' 27 FEBBRAIO (COVO) Ex Hex Arriva l'indie rock della band al femminile di Washington Dc. Milano GIOVEDI' 26 FEBBRAIO (LO-FI) Roma VENERDI' 27 FEBBRAIO (TRAFFIC) Bologna SABATO 28 FEBBRAIO (COVO) Pere Ubu Da Cleveland, Ohio, l underground degli anni Settanta. Madonna dell'albero (Ra) SABATO 21 FEBBRAIO (BRONSON) Alison Moyet Di nuovo in Italia la bravissima vocalist, ex Yazoo. Milano MARTEDI' 24 FEBBRAIO (FABRIQUE) Architects + Every Time I Die Serate all'insegna della scena screamo-metalcore. Roncade (Tv) SABATO 21 FEBBRAIO (NEW AGE) Segrate (Mi) DOMENICA 22 FEBBRAIO (MAGNOLIA) The Kooks + Bleachers Nella stessa serata la band indie pop rock di Brighton e il progetto di Jack D'ANGELO BLACK MESSIAH (Sony) Riemerso dopo un lunghissimo oblio, Michael Eugene Archer - in arte D'Angelo - è stato una delle grandi promesse dell'r'n'b con due soli dischi realizzati in 20 anni, capolavori del genere. Il ritorno è ancora una volta spiazzante, in epoca di sintetizzatori gioca tutto in chiave acustica (o quasi), brani complessi e nessuna concessione alle mode se non l'omaggio ai maestri Sly Stone e Marvin Gaye. E se la voce non ha più l'elasticità di un tempo, il genio è rimasto intatto. (s.cr.) DARDUST 7 (Inri/Universal) Anche l'italia ha il suo esponente «neoclassico». Si chiama Dardust, al secolo Dario Faini, e 7 è il suo debutto. I riferimenti sono facilmente riconoscibili in alcuni dei nomi che stanno facendo di questo genere un genere popolare, anche oltre le aspettative, da Nils Frahm a Olafur Arnalds e via dicendo. Le melodiose sonorità del pianoforte, e degli archi, convivono quindi con i sintetizzatori, e sebbene questa musica arrivi dai freddi paesi del nord Europa, riesce a scaldare l'anima. Poi che si riesca a trovare le differenze tra l'uno e l'altro artista, è un altro paio di maniche... (r.pe.) DUO BOTTASSO CRESCENDO (Visage Music/Ma.So.) L organetto diatonico (Simone Bottasso) e il violino (Nicolò Bottasso) costruiscono l impalcatura sonora, accanto a loro percussioni, sax, liuti, corno inglese, archi, tastiere, voce completano la realizzazione di un progetto musicale che pur partendo dal folk piemontese e dal repertorio occitano della musica a ballo, in cui i due si sono formati, canta un canto contemporaneo fatto di incursioni nella world music (Nord Europa e Brasile) e nella musica elettronica, libero e innovativo. (s.fr.) FREE NELSON MANDOOM JAZZ AWAKENING OF A CAPITAL (RareNoise) Pensate al jazz più melodico degli anni d'oro di Coltrane, Mingus, Davis. Pensate a A Love Supreme. Pensate a questa musica che va a finire tra le mani di tre musicisti di Edimburgo che hanno sempre ascoltato doom metal, drone music, dark metal. Il risultato finale è quello che loro stesso definisono DoomJazz. Un disco strambo, che ripercorre a grandi linee i suoni del disco d'esordio dello scorso anno. D'altra parte... squadra vincente non si cambia. Al momento... inimitabili. (v.d.s.) Antonoff dei Fun. Milano DOMENICA 22 FEBBRAIO (FABRIQUE) Kodaline Arriva la alt rock band irlandese. Milano MERCOLEDI' 25 FEBBRAIO (MAGAZZINI GENERALI) Fatso Jetson Desert rock per la formazione californiana. Madonna dell'albero (Ra) MARTEDI' 24 FEBBRAIO (BRONSON) Segrate (Mi) GIOVEDI' 26 FEBBRAIO (MAGNOLIA) Billy Cobham Il grande batterista in concerto nel noto locale meneghino. Milano SABATO 21 FEBBRAIO (BLUE NOTE) Emmett Kelly Conosciuto come The Cairo Gang, arriva il chitarrista e collaboratore di Bonnie Prince Billy. Padova SABATO 21 FEBBRAIO (CO+) Mantova DOMENICA 22 FEBBRAIO (VIRGILIO) Ravenna LUNEDI' 23 FEBBRAIO (MOOG) The Subways L'indie rock'n'roll della band britannica. Sul palco con Purple e Home By Three. Milano SABATO 28 FEBBRAIO (SALUMERIA DELLA MUSICA) INDIE ITALIA/2 CarmenSita in navigazione Avesse inciso e cantato nell'inghilterra chimicamente alterata dello scorcio anni Sessanta, magari all'ufo Club, Carmen Cangiano sarebbe stata ascritta di diritto nelle schiere dei navigatori mentali della psichedelia acida che parte dal rock e dal blues, e arriva chissà dove. Con tanto di harmonium, ukulele, chitarre inquiete. Invece Carmen è italiana, ha un duo con il chitarrista Claudio Fabbrini, CarmenSita, e s'è autoprodotta il notevole Outta Kali Phobia, un disco così fuori moda da essere perfettamente all'avanguardia. A proposito di fuori moda avanti a tutti: Filippo Andreani con il magnifico La prima volta (Master Music), combat rock autorale da un comasco che scrive con i Clash nel cuore, le idee di Piero Ciampi in testa, una lingua ben coltivata: materiale resistente, insomma. C'è rabbia, straniamento, e un senso di soffante, spigolosa claustrofobia in Virale, opera prima de Il Vuoto Elettrico (Dreamin Gorilla), tutta gente che arriva da notevoli precedenti esperienze: è quello che cercano e vogliono. Con una cover da incorniciare di Emilia paranoica. A proposito di memoria. (Guido Festinese) VIJAY IYER TRIO BREAK STUFF (Ecm/Ducale) Il pianista Iyer ottiene qui un esito migliore rispetto a precedenti performance. Nulla di trascendentale: si tratta di un musicista sopravvalutato. Ma questa volta ci offre un jazz garbato e meditato, sprazzi di minimalismo, delicate e sciolte improvvisazioni, rispettose della tonalità. 12 bozzetti. Non eccelsi i partner: Stephan Crump al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria, didascalico assai (ma la colpa è del leader orchestratore). (m.ga.) Azymuth Torna il funk jazz dello storico trio brasiliano anni Settanta. Milano GIOVEDI' 26 FEBBRAIO (BLUE NOTE) Katy Perry La «stellina» del pop a stelle e strisce. Assago (Mi) SABATO 21 FEBBRAIO (MEDIOLANUMFORUM) Gentleman's Dub Club Tre date per la band reggae inglese. Cagliari GIOVEDI' 26 FEBBRAIO (CAMPIDARTE) Milano VENERDI' 27 FEBBRAIO (CS LEONCAVALLO) Firenze SABATO 28 FEBBRAIO (FLOG) Collie Buddz Uno dei massimi esponenti della scena reggae-hip hop. Unica data. Milano DOMENICA 22 FEBBRAIO (TUNNEL) Two for Three Una «carte blanche» con protagonisti Paolo Fresu e Uri Caine. Il duo si esibirà per tre serate in tre repertori differenti, si parte con il jazz e si prosegue con la classica. Milano VENERDI' 27 E SABATO 28 FEBBRAIO (ELFO PUCCINI) Vladislav Delay L'elettronica in continua evoluzione del musicista finlandese. Venezia VENERDI' 27 FEBBRAIO (PHOBIC) ULTRASUONATI DA STEFANO CRIPPA VIOLA DE SOTO GUIDO FESTINESE SIMONA FRASCA MARIO GAMBA GUIDO MICHELONE ROBERTO PECIOLA INDIE ROCK Apparizioni multiformi Riappare il signor Brian Christizio, in arte BC Camplight. Cantante e autore del New Jersey, alquanto sui generis, tanto che dopo due album per «pochi intimi» si è ritirato, dando il suo apporto come musicista su dischi di altri. Dopo il trasferimento a Manchester e l'ascolto reiterato di Pale Green Ghosts di John Grant la decisione di presentarsi alla Bella Union con la proposta di un nuovo lavoro. Proposta accolta ed ecco How to Die in the North, un disco dall'anima multiforme, che va dal pop psichedelico al folk, dai Beach Boys ai Bee Gees, a John Lennon e via dicendo. Dopo quattro anni tornano The Decemberists, una delle band alt folk più amate dal popolo indie. Il loro settimo lavoro, What a Terrible World, what a Beautiful World (Capitol), li restituisce a un livello compositivo che certamente sarà apprezzato. Non stravolgono il loro stile, e costellano il disco di ballate intense e ricordi di psichedelia pop. Anche il cantautore Usa Jesse Malin ha atteso molto prima di tornare. New York Before the War (One Little Indian/Audioglobe) lo vede giocare su ritmiche non usuali per lui, ma il meglio lo dà quando le atmosfere si rilassano e rallentano. (Roberto Peciola) SUSANNE JARVIE SPIRAL ROAD (Brown Music) Nata a Hong Kong, trasferitasi a Toronto, esordisce su disco solo ora questa notevole folksinger. Si tratta di un country essenziale, per nulla retorico dove la voce femminile cristallina è al servizio di 11 proprie ballad che affrontano quasi sempre, autobiograficamente, il tema del viaggio tra solitudini e malinconie. Tra le song in evidenza si possono citare Before and After che apre e conclude l album e la stessa title track. (g.mic.) A CURA DI ROBERTO PECIOLA SEGNALAZIONI: EVENTUALI VARIAZIONI DI DATI E LUOGHI SONO INDIPENDENTI DALLA NOSTRA VOLONTÀ Roma SABATO 28 FEBBRAIO (REBEL REBEL) Verdena La rock band bergamasca torna dopo cinque anni con un nuovo disco, Endkadenz Vol. 1. Rimini VENERDI' 27 FEBBRAIO (VELVET) Marghera (Ve) SABATO 28 FEBBRAIO (CS RIVOLTA) Afterhours Si avvia alla conclusione il progetto Io so chi sono, tour teatrale della formazione di Manuel Agnelli, orfana dello storico batterista Giorgio Prette. Cremona SABATO 21 FEBBRAIO (TEATRO PONCHIELLI) Verona LUNEDI' 23 FEBBRAIO (TEATRO FILARMONICO) Mestre (Ve) GIOVEDI' 26 FEBBRAIO (TEATRO CORSO) Firenze VENERDI' 27 FEBBRAIO (TEATRO VERDI) Senigallia (An) SABATO 28 FEBBRAIO (TEATRO LA FENICE) Paolo Benvegnù L'ex leader degli Scisma con la band che porta il suo nome di nuovo live per presentare il nuovo album, Earth Hotel. Modena SABATO 21 FEBBRAIO (OFF) Ex-Csi Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli e Giorgio Canali JAZZ Perché il sax suona piano Nel jazz contemporaneo l'interplay sax/piano con o senza ritmica è tra i più frequentati: ben vengano dunque anche i confronti tra solisti italiani e statunitensi, a partire da Who Cares? (Fonè Jazz) di Scott Hamilton e Andrea Pozza, un duetto in studio su otto celeberrimi standard a confermare il mestiere di un «vecchio» tenorista mainstream con il giovane genovese a sostenere e integrare temi e assolo. Altra parata di evergreen arcinoti (undici in tutto) in An Evening with Herb Geller & The Roberto Magris Trio (Jmood) a Novi Sad e a Vienna nel 2009: altissimi livelli, con il leader allora ottantenne (mancato poi nel 2013), storico altista del patinato West Coast jazz, capace di modernizzarsi e confrontarsi con un jazz europeo assai dinamico. Infine in Crazeology di Marcello Tonolo Quartet feat. Chris Cheek si invertono i ruoli: a guidare è il pianista veneto che in metà disco allarga la band a settetto, offrendo brani propri (e jazz cover poco frequentate) e ospitando un tenorista di St. Louis alle prese con un jazz moderno che va sul sicuro. (Guido Michelone) DELFEAYO MARSALIS THE LAST SOUTHERN GENTLEMEN (Troubadour Records/Ird) Se al jazz chiedete solo di tramandare con gran classe strumentale e qualche aggiornamento un repertorio lungo un secolo, questo disco può fare per voi. C'è il trombone hard bop maturo e sostanzioso di Delfeayo Marsalis, il fratello più giovane di Wynton e Branford, uno che s'è fatto le ossa con Art Blakey, Ray Charles, Abdullah Ibrahim. Lezione ben assorbita, evidentemente. (g.fe.) di nuovo insieme per celebrare i 20 anni di Ko de Mondo, con la voce di Angela Baraldi. Monte Urano (Fm) GIOVEDI' 26 FEBBRAIO (CINEMA TEATRO ARLECCHINO) Pescara VENERDI' 27 FEBBRAIO (TIPOGRAFIA) Bologna SABATO 28 FEBBRAIO (LOCOMOTIV) Pierpaolo Capovilla Il leader e vocalist de Il Teatro degli Orrori sul palco per presentare il suo album solista, Obtorto collo. Copparo (Fe) SABATO 21 FEBBRAIO (TEATRO COMUNALE DE MICHELI) Crossroads Prende il via la sedicesima edizione di «Jazz e altro in Emilia Romagna», storica rassegna itinerante. Si parte con il progetto Cordoba Reunion di Javier Girotto, con il sassofonista Gerardo Di Giusto al piano, Carlos Buschini al basso e e contrabbasso e Minino Garay alla batteria. Casalgrande (Re) SABATO 28 FEBBRAIO (TEATRO F. DE ANDRE') Como Classica Si rinnova l'appuntamento con il festival dedicato alla musica classica che si chiuderà a maggio. In cartellone questa settimana il duo pianistico Sollini-Barbatano. Como DOMENICA 22 FEBBRAIO (ISTITUTO CARDUCCI, ORE 17.30) BOWIE ALL ASTA L'asta è lì, ferma, immobile. Finora 10 proposte tutte rifiutate. La descrizione su ebay recita: «Foto dell'arresto di David Bowie e Iggy Pop a Rochester NY, rara, unica, mai vista». Per comprarla subito: 20mila dollari (euro ,94). C'è chi sostiene che solo Bowie - patito di ebay - potrebbe permettersela ma tant'è la foto è ancora lì. Effettivamente per i malati di memorabilia rock e in particolare del Duca Bianco (quello è il periodo), questo è uno scatto importante; risale alle 2.25 del 21 marzo 1976 ora in cui l'artista, Iggy, una guardia del corpo (Dwain Voughns) e una ragazza del posto, Chiwah Soo, vengono arrestati. Secondo il quotidiano Democrat and Chronicle, gli agenti trovano nella suite dell'americana Rochester Hotel 182 grammi di marijuana e subito la situazione si mette male con rischio di condanna fino a 15 anni. I quattro finiscono in cella e alle 7 del mattino vengono rilasciati su cauzione di 2mila dollari ciascuno pagata dal management di Bowie. Questi il giorno dopo sarebbe dovuto comparire in tribunale ma i giudici consentiranno all'artista di proseguire lo Station to Station tour (le penali per l'interruzione sarebbero state pesantissime). Bowie ricomparirà in aula a Rochester il 25 marzo giorno in cui verrà scattata la storica foto segnaletica del musicista (recuperata dal banditore d'aste Gary Hess che l'aveva scovata a casa di un poliziotto in pensione di Rochester e che la venderà su ebay nel 2007 per oltre 2mila euro). E qui sta l'importanza dello scatto di questi giorni su ebay. Mentre si sa com'era conciato Bowie il giorno della segnaletica (elegantissimo, in perfetta mise Thin White Duke), nessuno conosceva i retroscena visivi di quell'arresto. Bowie ha le manette ai polsi con l'agente che gliele ha messe che se la ride. Dietro altri agenti (tutti in abiti civili, sotto copertura). Bowie - in disordine e con la cintura penzolante - è accanto a Iggy che gli si appoggia sinuoso su una spalla. Guardano l'obiettivo in una atmosfera che sembra rilassata. Evidentemente chi ha scattato - uno degli agenti o chi per lui - ha ora deciso di monetizzare quell'immagine - tipo Polaroid per le misure - stampata su carta Kodak. Qui l'asta: NKNOWN-Photo-David-Bowie-Iggy-Po p-1976-arrest-rochester-ny-/ ? A questo punto la voglia di risentire il plastic soul di Bowie si riaccende. Oltre a Station to Station si risenta Young Americans e in particolare il singolo Fame a cui - pochi mesi dopo - attinse James Brown per il suo 45 giri Hot. Identico il riff di chitarra. Del resto il chitarrista è sempre Carlos Alomar che nel 68 accompagnava Brown dal vivo. Bowie chiese agli avvocati di non procedere a meno che Brown non fosse arrivato in cima alla classifica. Non avvenne.

16 (16) ALIAS Deni artista della cartapesta, racconta come nascono i carri e come interagiscono con la società nell antichissima manifestazione CARNEVALE MICHELE FUMAGALLO PUTIGNANO (BARI) È indubbio che attorno al Carnevale di Putignano, uno dei grandi appuntamenti italiani del genere, si sviluppa un'aspettativa che va ben oltre il divertimento di una stagione invernale. In realtà, come vedremo anche la prossima settimana, i riti e i miti del Carnevale (travestimento, eccesso, gioia) in questa cittadina della Valle d'itria abbracciano sogni e speranze ben più grandi per il futuro. E si capisce perché in questo periodo di passaggio storico: pesa il vuoto di senso che ci attanaglia, preoccupa la disoccupazione e precarietà lavorativa generale, angoscia In pagina il carro dedicato all Ilva, con annesso operaio l'incapacità di inventare una politica nuova che parta dalle persone. A Putignano il Carnevale riempie di entusiasmo tantissime persone, di voglia di divertirsi ma anche di capire e discutere in profondità, di progettare. Non tutto segue la strada di una politica culturale adeguata alla svolta che occorre ma tanti ci provano. E sono almeno due i punti cardine di questa tradizione che possono rappresentare la metafora e il salto di qualità di Putignano e dell'intera Valle. A partire dalla base di questa festa, cioè i giganteschi carri allegorici che sfilano per la città, vanto di una tradizione di cartapestai apprezzati ovunque per precisione lavorativa e che deve essere la base di un rilancio dell'artigianato di qualità. Per proseguire con i convegni internazionali di studio e di scavo teorico nella filosofia di vita della «maschera», del bisogno che ognuno di noi ha di difendersi da una vita spesso dolorosa e alienata. Due punti che insieme dovrebbero partorirne un terzo: quello della creazione di un grande museo legato a tutto il ciclo carnevalesco e proprio a partire dall'arte dei carri. Oggi ce n'è uno in biblioteca, molto ricco di documenti e foto ma non sufficiente al salto di qualità generale complessivo che occorrerebbe. I sette grandi carri che sfilano ogni anno sono costruiti in circa quattro mesi di intenso lavoro da altrettanti gruppi, ognuno dei quali è formato da dieci elementi guidati da un maestro. Uno di loro (il più bravo, dicono in tanti, e non solo perché il suo gruppo vince spesso la gara, compresa quest'ultima) è Deni Bianco, 40 anni, che quest'anno ha prodotto il carro di 16 metri dedicato allo sfruttamento e all'inquinamento dell'ilva di Taranto, dal titolo semplice: «The Show must go on». Incontro Deni nel grande capannone del carro nei giorni di riposo dalle sfilate e la prima domanda è d'obbligo: hai disegnato un grande domatore avaro di profitti che non distingue più cosa è un uomo mentre continua a sfruttare le maestranze nelle sembianze di un elefante e a inquinare i quartieri a ridosso della fabbrica. Cosa ti ha spinto verso il soggetto Ilva? «Volevo interpretare da tanto tempo la tragedia di Taranto, inizia l'artista -, quel doppio ricatto sul lavoro e sulla salute l'ho sempre vissuto come cosa gravissima. Taranto è una città stretta nella morsa del vivere e morire per la stessa causa, una città in cui ci si sente assediati da fabbriche che producono morte ma anche ineluttabilmente lavoro. I cittadini sono stati per anni strumenti passivi e merce di scambio di un sistema capitalistico e politico avido e corrotto che li ha piegati al ricatto meschino: salute o lavoro. Eppure qualcosa si è mosso con le denunce della magistratura e le lotte di un popolo che non vuole più essere complice. Son venuti molti operai a vedere la loro rappresentazione e forse porteremo il Carro a Taranto il 1 maggio». È un lavoro duro quello del cartapestaio? Ci si può vivere? «Sì alla prima domanda - riprende Deni - è un lavoro duro che puoi fare solo se sei preso da grande passione. E, ovviamente, da grande amore per il luogo dove vivi. Ho sempre sofferto come una grande ingiustizia l'obbligo di allontanarsi dalla propria terra per vivere. Vedi, per me, è una sfida: il piacere di costruire ogni anno delle cose originali che poi vanno ad allietare migliaia di persone nelle strade principali del tuo paese. La colla, i giornali, la pittura: sono cose che mi porto dentro da ragazzino. È faticoso certamente, ma bellissimo. Alla seconda domanda rispondo no, non ci si può vivere. Riceviamo 31mila euro a gruppo, una cifra assolutamente irrisoria per viverci. Allargo quindi il mio orizzonte alle scenografie teatrali e cinematografiche, alle installazioni artistiche». So che non siete d'accordo con la Fondazione che organizza per tema il Carnevale ogni anno. «Infatti - riprende Deni - non siamo d'accordo, noi cartapestai, con l'imposizione di un tema ogni anno. Così diventa uno spettacolo teatrale programmato, mentre il Carnevale deve obbedire alla sua logica che è quella dello sberleffo e dell'invenzione spontanea. Il tema libero è poi fondamentale per artisti come noi che si esprimono davvero meglio al di fuori di canoni che, ripeto, dovrebbero essere di altre espressioni spettacolari non del Carnevale». Ricordo al nostro artista che a Putignano colpisce la discrepanza tra una grande energia messa in moto e i lasciti materiali su cui costruire il futuro. C' è il museo in biblioteca, molto interessante, ma i carri, ad esempio, vengono alla meglio svenduti perdendo anche l'origine della loro produzione. Non sarebbe l'ora di puntare a un grande museo di questa memoria carnevalesca del territorio? IL CARNEVALE PUTIGNANO La maschera e l Ilva. Come travestire di gioia la precarietà

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