L a recente affermazione di una forza jihadista sunnita

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1 ttip, l'eterno alibi dell'eccezione culturale di Evelyne Pieiller pagine n n n Recensioni e segnalazioni alle pagine 22 e 23 n n n Pubblicazione mensile supplemento al numero odierno de il manifesto euro 1,50 in vendita abbinata con il manifesto n. 7/8, anno XXI, luglio/agosto 2014 sped. in abb. postale 50% n Il viaggio del «populismo» GéRARD MAUGER n Brezza di sinistra su New York eric altermann n Kiev, radici economiche del conflitto Julien vercueil n Salvare il lago Ciad romano prodi n Argentina, fine del kirchnerismo? José natanson n Thailandia, dodicesimo colpo di Stato David camroux n Nuova Caledonia, società inquieta alban bensa ed eric wittersheim n Strano destino del software libero sébastien Broca Sommario dettagliato a pagina 2 STATI FANTASMA IN MEDIORIENTE La disintegrazione irachena L offensiva dello Stato islamico in Iraq e nel Levante (Isis) ha sorpreso solo chi non ha seguito l evoluzione del paese dopo il ritiro delle truppe statunitensi. L incompetenza del potere centrale e la sua politica di favoritismi rispetto agli sciiti hanno creato le condizioni per un insurrezione sunnita. di PETER HARLING * L a recente affermazione di una forza jihadista sunnita nel nord-est dell Iraq è spettacolare, nel vero senso del termine. È un cattivo vaudeville: il paese, in un certo senso, ha un terrorista nell armadio. Quando questo irrompe in scena, il primo ministro sciita Nuri al Maliki si finge sorpreso, grida all assassino e chiede ai suoi amici di dargli manforte per cacciare di casa l intruso. Eppure, quel jihadista lui lo ha fatto entrare, lui lo ha nutrito. I suoi amici, in particolare gli iraniani, lo sanno, ma per il proprio tornaconto si prestano al gioco. Infatti il terrorista è un ottima scusa per nascondere gli errori di quello che dopo tutto rimane il loro uomo a Baghdad. Insomma, nel giugno 2014, jihadisti sunniti, operanti sotto il nome di Stato islamico dell Iraq e del Levante (Isis, conosciuto anche con l acronimo arabo, Daash), quasi senza combattere conquistano Mossul, la seconda città del paese o la terza, a seconda delle cifre alle quali ci si riferisce. Altre località, in questa zona a maggioranza araba sunnita, cadono rapidamente, con il disintegrarsi TRAGEDIA AEREA O intervento militare? I misteri della strage di Ustica Immagini del Museo per la Memoria di Ustica di Bologna Matteo Renzi, presidente del Consiglio, ha deciso di aprire gli archivi degli anni 70 e 80, due decenni carichi di violenze e intrighi. Da tempo le famiglie delle 81 vittime della strage di Ustica, morte apparentemente senza motivo, aspettavano l accesso ai documenti confidenziali. Anche la Francia, in prima fila fra i sospettati, ha deciso di collaborare con la giustizia italiana per svelare un mistero di portata geopolitica. inchiesta di Andrea Purgatori * Sono le 20,08 del 27 giugno 1980 quando il DC9 della compagnia Itavia (1) decolla da Bologna con 113 minuti di ritardo. A bordo, i quattro membri dell equipaggio e settantasette passeggeri, fra i quali tredici bambini. Dopo aver superato gli Appennini, il DC9 percorre l aerovia Ambra 13 che, sorvolando il Tirreno, porta a Palermo, destinazione finale. La visibilità è perfetta e le comunicazioni sono quelle di routine. Ma alle 20,59, secondo le registrazioni, il comandante si rivolge improvvisamente al secondo pilota. Una mezza parola soltanto: «Gua» Forse «Guarda!». Nessuno sa che cosa volesse dire. La voce si interrompe bruscamente; il segnale radar scompare sopra la piccola isola di Ustica, a sessanta chilometri dalla costa siciliana. Il DC9 si spezza in tre e si inabissa in mare, a metri di profondità. Comincia allora una partita a poker le cui carte sono truccate dai governi, dalle autorità militari e dai servizi segreti di quattro paesi (Italia, Francia, Stati uniti e Libia). Una partita estenuante, dalla posta in gioco inconfessabile: occultare la verità sull esplosione in volo di un aereo di linea, con la morte di ottantuno passeggeri. Ecco il segreto di quella che in Italia è chiamata «la strage di Ustica». continua a pagina 10 all'interno del dossier alle pagine 7-10 continua a pagina 14 * Consigliere speciale dell International Crisis Group per il Medioriente. * Già inviato del Corriere della sera, attualmente collaboratore dell Huffington Post. Ha seguito fin dagli inizi lo schianto del DC9. Autore di Ustica. Storia di un indagine, Plus, Pisa (1) Compagnia aerea privata fallita nel 1981, dopo l'incidente. Fu imprevidente quell eletto dell Illinois, quando nell ottobre 2002 pronosticò che l invasione dell Iraq sarebbe servita solo «ad attizzare le fiamme in Medio Oriente, a incoraggiare i peggiori impulsi nel mondo arabo e a incentivare il reclutamento di al Qaeda?» O aveva ragione l allora vicepresidente degli Usa Robert («Dick») Cheney a promettere che i soldati americani sarebbero stati «accolti come liberatori»? Eppure è proprio quest ultimo che oggi ha l incredibile faccia tosta di accusare il primo il presidente Barack Obama di aver agito in Iraq da traditore e da sprovveduto, arrivando addirittura a concludere: «Raramente un presidente degli Stati uniti ha commesso tanti errori a scapito di tanta gente (1)». Per il momento Obama esclude il dispiegamento di truppe americane contro le forze jihadiste che controllano una parte dell Iraq (si legga il nostro dossier a pag. 7). Ha però accettato di inviare al regime di Baghdad trecento consiglieri militari, postulando al tempo stesso la sostituzione del primo ministro Nuri al Maliki. Già un altra volta, quasi sessant anni fa, gli Stati uniti avevano fornito i loro «consiglieri militari» a un regime autocratico e corrotto: quello vietnamita di Ngo Dinh Diem. Ma un giorno, esasperati per l ingratitudine del loro protetto, hanno consentito (o commissionato) il suo assassinio. Ciò che è avvenuto in seguito l escalation militare e il dilagare dell incendio in tutta l Indocina, con milioni di morti spiega forse perché stavolta il popolo statunitense non sembra incline ad accodarsi ai guerrafondai. Colpa di Obama? di Serge halimi Il bilancio dell intervento delle potenze occidentali nel mondo arabo è altrettanto catastrofico per quei popoli. Tirchie quando avrebbero potuto contribuire allo sviluppo economico e sociale della Tunisia e dell Egitto, rinunciando ad esempio ai loro crediti, non hanno badato a spese per distruggere il nemico di turno, in nome dei grandi principi umanitari: gli stessi principi che non si preoccupano mai di applicare ai loro protetti regionali che si tratti di Israele, del Qatar o dell Arabia saudita (2). Il 13 giugno il presidente Obama ha imputato al Paese devastato dagli Usa la responsabilità della tragedia che sta vivendo. «Nel corso di quest ultimo decennio le truppe americane hanno affrontato grandi sacrifici per offrire agli iracheni la possibilità di costruire il proprio avvenire». Travisando così la storia, ha incoraggiato i neo-conservatori, per i quali il disimpegno Usa è sempre sinonimo di declino americano e di caos universale. Secondo John McCain la guerra in Iraq era «vinta» prima che l attuale presidente entrasse alla Casa bianca. Per questo senatore repubblicano non c è crisi internazionale che non si risolva con l invio dei marines. Perciò il 15 marzo scorso ha chiesto l invio di truppe americane in Ucraina, e il 13 maggio un intervento militare in Nigeria. Nel 2002 Barack Obama non voleva «attizzare le fiamme in Medioriente». Saprà dar prova della stessa perspicacia nei mesi a venire? (1) Dick e Liz Cheney, «The collapsing Obama doctrine», The Wall Street Journal, New York, 18 juin (2) Si legga «Impunità saudita», Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo Nel Qatar, decine di migliaia di operai stranieri lavorano nei cantieri per la Coppa del mondo di calcio del 2022 in condizioni che rasentano la schiavitù.

2 2 luglio 2014 Le Monde diplomatique il manifesto L arte di uccidere Jaurès J ean Jaurès non ha aspettato il centesimo anniversario del suo assassinio per restar vittima di strumentalizzazioni. Durante la sua campagna presidenziale del 2007, Nicolas Sarkozy lo aveva citato frequentemente, arrivando a pronunciare il suo nome fino a trentadue volte nello stesso discorso: «Lui rifiutava la lotta di classe», affermava all epoca. Due anni più tardi, è l estrema destra che, su un manifesto elettorale, attribuisce al pensatore socialista una citazione falsa «Per chi non ha più niente, la patria è l unico bene», per concludere che «Jaurès avrebbe votato Front national». Non essendoci limiti alla sfacciataggine di certi dirigenti politici, attualmente il Partito socialista (Ps) approfitta delle commemorazioni del 1914 per paragonare l avversario della guerra a... François Hollande. «Le scelte del presidente sono in continuità con quelle di Jaurès», afferma Henri Nallet, presidente della Fondazione Jean-Jaurès, in un video diffuso sul sito dell Eliseo. La fondazione, presieduta da un ex ministro socialista diventato un dirigente dei laboratori Servier e diretta dal comunicatore Gilles Finchelstein (Havas Worldwide), è ufficialmente incaricata di organizzare le celebrazioni del centenario. È la sola autorizzata ad assegnare il marchio «2014, anno jaurèsiano» a ogni tipo di iniziativa, in particolare quelle che lei stessa ha promosso: mostre, conferenze, spettacoli di teatro, una fiaccola itinerante che attraversa le città del Tarn, un «cabaret brechtiano»... Notoriamente vicina al Ps, essa partecipa all iniziativa lanciata da Holland e dal suo team, che possono contare anche sul sostegno di alcune multinazionali. Così, lo spettacolo «socialista» dell anno, guidato dall ex ministro Paul Quilès e intitolato «Una voce per la pace», è sponsorizzato da Veolia, Lvmh, Eiffage, Vinci o ancora Orange (1). A prima vista, la continuità tra il fondatore de L Humanité e l attuale presidente della Repubblica non è affatto evidente. Per il primo, «il Partito socialista è un partito di opposizione continua, profonda, a tutto il sistema capitalista, per cui tutti i nostri atti, tutti i nostri pensieri, tutta la nostra propaganda, tutti i nostri voti devono essere diretti alla soppressione più rapida possibile dell iniquità capitalista (2)». Una concezione piuttosto lontana da quella di Hollande, che nel 2012 così si vantava: «La sinistra è stata al governo per quindici anni nel corso dei quali abbiamo liberalizzato l economia, aperto i mercati alla finanza e alle privatizzazioni (3).» Peraltro, il presidente stesso riconosceva, in un intervista agli Inrockuptibles (14 gennaio 2012), di considerare il guerrafondaio Georges Clemenceau «più potente» e «più fecondo» del pacifista Jaurès «anche se non ha sempre fatto delle buone scelte». Per accostare personalità tanto distanti, ci sono due soluzioni. La prima consiste nel «jauresizzare» Hollande, nel renderlo più radicale, nel fargli ritrovare le radici del socialismo inteso, secondo le parole del suo presunto antenato, come un «diritto di comproprietà dei mezzi di produzione» e la possibilità, per ogni individuo, «d apportare il suo contributo in termini direttivi e fattivi alla conduzione del lavoro comune». Essendo questa ipotesi inverosimile, si è deciso di «hollandizzare» Jaurès, eliminando dal suo pensiero ogni dimensione sovversiva. Un operazione del genere non può procedere senza acrobazie. Si può innanzitutto giocare stupidamente con le parole. L illustre parlamentare socialista diceva di essere «riformista»? Egli avrebbe necessariamente approvato il «patto di responsabilità» (4), che, stando alle parole pronunciate dal capo di Stato a Carmaux il 23 aprile, è «fedele allo spirito della riforma, allo spirito della conquista, allo spirito dell ambizione che Jaurès poteva avere a suo tempo». Evidentemente, il concetto non ha lo stesso significato sulla bocca dei due uomini. Laddove l attuale presidente della Repubblica «riforma» sottomettendosi alla volontà degli imprenditori di «abbassare il costo del lavoro», il presidente del primo * Autore dello spettacolo Rallumer tous les soleils. Jaurès ou la nécessité du combat, Editions de l Armandier, Parigi, in libreria a settembre di Jérôme Pellissier* e Benoît Bréville Brahim Rais Omaggio a Jean Jaurès Partito socialista della storia francese lodava «delle riforme quelle nettamente orientate alla proprietà sociale» e destinate a «far saltare in aria i capitalisti» (5). Altro procedimento possibile: innalzare Jaurès al rango di «grand uomo», e renderlo così accettabile. Se si crede a Hollande, colui che partecipò alla redazione della legge sulla separazione delle Chiese e dello Stato nel 1905 non è più soltanto «l uomo del socialismo», ma «l uomo di tutta la Francia». La stessa antifona è riecheggiata nel discorso del presidente dell Assemblea nazionale Claude Bartolone, il 29 aprile scorso: «Jean Jaurès, se è un nume tutelare, d ispirazione costante per la sinistra francese, possiede un tale spessore storico da appartenere a tutta la nazione.» Quanto allo storico Rémy Pech, egli ritiene, su La Dépêche (23 marzo 2014), che noi siamo tutti «gli eredi di Clemenceau. E di Jaurès. Le lotte che essi hanno condotto sono ormai acquisite. Tutti i partiti politici repubblicani possono richiamarsi a questi grandi uomini». Ma il secondo voleva porre l esercito sotto il controllo del popolo, sopprimere le caste e le classi, abolire il lavoro dipendente. Quanti partiti si battono per questo tipo di programma? Comunque, i media e i dirigenti politici preferiscono non menzionare questi aspetti del pensiero di Jaurès, per concentrarsi sui suoi lati più inoffensivi. Via la «lotta di classe»: l espressione è assente dal discorso di lancio dell «anno jaurèsiano» pronunciato da Hollande, da quello del segretario del Ps Jean-Christophe Cambadélis, dalla mostra organizzata all Archivio nazionale, ecc. Spazio alla «dimensione umana del personaggio», per riprendere le parole del presidente socialista del consiglio generale di Tarn-et-Garonne (6). Si può così elogiare il cronista de La Dépêche du Midi «che era il suo giornale», secondo Jean-Michel Baylet, e non quello che fondò L Humanité per contrastare una «stampa venale ( ) in mano al potere o alla finanza (7)»; celebrare l amante del Tarn piuttosto che il militante politico che analizzava il mondo con il prisma della «lotta incessante del lavoratore salariato che vuole affermare la sua libertà e del capitalista che vuole tenerlo alle sue dipendenze (8)»; glorificare il critico letterario prolisso, ma tacere delle sue battaglie contro l «Internazionale delle bombe e dei profitti»; incensare il brillante oratore e dimenticare il suo anticolonialismo visionario, che lo portò a domandarsi nel 1912: «Chi avrà il diritto di indignarsi ( ) se le violenze alle quali si abbandona l Europa in Africa finissero per esasperare la fibra logorata dei musulmani, se l islam un giorno rispondesse con il fanatismo e una vasta rivolta all aggressione universale (9)?». Il personaggio celebrato nel 2014 permette di tacere l uomo detestato, insultato, minacciato, sbeffeggiato all inizio del XX secolo; colui che fu bersaglio dell odio costante dei nazionalisti così come degli affaristi, dei clericali, dei colonialisti, degli antisemiti, dei militaristi, dei diplomatici, e di tutta la loro stampa. Tutti quelli ai quali egli s indirizzava nel 1913, a Chambre: «Nei vostri giornali, nei vostri articoli, da parte di chi vi sostiene, c è contro di noi, è chiaro, un perpetuo invito all omicidio». Jaurès, ci spiegano spesso, sarebbe morto a causa del suo pacifismo. Egli è stato «assassinato dalla guerra», secondo Cambadélis; ucciso da un «fanatico», stando a Hollande. È molto conveniente denunciare un atto individuale, allorquando è un intera parte della Francia, i suoi scrittori, i suoi deputati, la sua stampa e perfino l entourage del suo presidente Raymond Poincaré, che gridava, borbottava, metteva per iscritto il suo desiderio di vederlo morto. Una Francia vendicativa che, nel 1919, assolve il suo assassino e condanna la sua donna alle spese (10). Nel 1924, al fine di ostentare l immagine di una sinistra unita, il governo di Edouard Herriot decide di trasferire le ceneri di Jaurès al Pantheon (11). Il deputato comunista Ranud Jean vi scorge una mistificazione che aveva l obiettivo di «dissimulare dietro il suo grande nome la mancanza di una maggioranza che delude tutti i giorni le speranze che i lavoratori avevano riposto in lei». «Così, prosegue, i preti delle religioni decadenti, man mano che la loro fiamma si spegne, che la loro fede perde di autorevolezza, moltiplicano le immagini sante a uso e consumo dei fedeli illusi.» A novant anni di distanza questa constatazione è ancora attuale. (1) Venti anni fa Quilès presentava già uno spettacolo di suoni e luci su Jaurès nella sua circoscrizione. Si legga Serge Halimi, «La tranquillité perturbée de Jean Jaurès», Le Monde diplomatique, settembre (2) Lille, 26 novembre Tutti i testi citati in questo articolo sono consultabili online, sul sito (3) Le Monde, 29 febbraio (4) Si legga Frédéric Lordon, «Le imprese non creano il lavoro», Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo (5) Prefazione alla raccolta «Etudes sociales», Les Cahiers de la quinzaine, Parigi, (6) Intervista con Thierry Carcenac, La Dépêche, Tolosa, 8 febbraio (7) Arringa durante il processo del giornale Le Chambard, 4 novembre (8) Lille, 29 novembre (9) «L ordre sanglant», L Humanité, Parigi, 22 aprile (10) Condanna a pagare in tutto o in parte delle tasse di un processo. (11) Sul trasferimento delle ceneri di Jaurès, leggere Paul Nizan, «Tous au Panthéon», Le Monde diplomatique, settembre (Traduzione di V. C.) In questo numero luglio/agosto 2014 Pagina 3 «Populismo», una parola itinerante, di Gérard Mauger Pagine 4 e 5 Una lieve brezza di sinistra spira su New York, di Eric Alterman Gli Stati uniti multano le banche, di Ibrahim Warde Pagina 6 Le radici economiche del conflitto ucraino, di Julien Vercueil Pagine 7-10 Dossier: Stati fantasma in Medioriente Frontiere senza nazioni, di Vicken Cheterian Kirkuk, la Gerusalemme curda, di Allan Kaval «Voglio Mossul», disse Lloyd George, di Henri Laurens La disintegrazione irachena, seguito dalla prima dell articolo di Peter Harling Pagina 11 Una speranza di pace: salvare il lago Ciad, di Romano Prodi Pagina 12 e 13 Argentina, verso la fine del kirchnerismo?, di José Natanson - Cile, l agenda del governo e il futuro energetico, di Sara Larraín Pagine 14 e 15 I misteri della strage di Ustica, seguito dalla prima dell inchiesta di Andrea Purgatori Pagina 16 Dodicesimo colpo di Stato in Thailandia, di David Camroux Pagina 17 Trasformare il deserto cinese in vigneto, di Boris Pétric Pagine 18 e 19 In Nuova Caledonia, la società in ebollizione, la decolonizzazione in sospeso, di Alban Bensa ed Eric Wittersheim Pagine 20 e 21 Ttip, l eterno alibi dell eccezione culturale di Evelyne Pieiller A Bruxelles, la cortina fumogena della consultazione pubblica, di Leo Noleti Pagine 22 e 23 Diploteca. Calvo Ospina, un giornalista contro il potere. Recensioni e segnalazioni Pagina 24 Lo strano destino del software libero, di Sébastien Broca Chiuso in redazione il 9 luglio Ad agosto siamo in ferie: il prossimo numero sarà in edicola il 16 settembre. BUONE VACANZE! a cura di Geraldina Colotti, tel. (06) via Bargoni Roma traduzioni Alice Campetti, Marinella Correggia, Valerio Cuccaroni, Elisabetta Horvat, Emilio Pezzola, Francesca Rodriguez ricerca iconografica Giovanna Massini, Nora Parcu, Anna Salvati iscrizione al Trib. stampa n.207/94 del dir. resp. Norma Rangeri Realizzazione editoriale Cristina Povoledo SAGP srl, via Nomentana, Roma pellicole e stampa Sigraf spa, via Redipuglia 77, Treviglio (Bg) pubblicità Concessionaria esclusiva Poster pubblicità srl Roma 00153, via Bargoni, 8 tel. (06) fax Milano 20135, via Anfossi, 36 tel. 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3 Le Monde diplomatique il manifesto luglio UNA SOLA ETICHETTA PER TUTTI GLI OPPOSITORI ALLE POLITICHE DI BRUXELLES «Populismo», una parola itinerante L antivigilia dello scrutinio europeo dello scorso 25 maggio, nel corso del suo ultimo comizio elettorale a Villeurbanne, il primo ministro francese Manuel Valls lanciava un appello solenne all «insurrezione democratica contro i populismi». «Populismo»: chi non ha sentito ripetere cento volte, dalla bocca dei sondaggisti, dei giornalisti, dei sociologi, questo termine in cui vengono raccolti alla rinfusa gli oppositori siano essi di destra o di sinistra, votanti o astensionisti alle politiche messe in atto dalle istituzioni europee? L inconsistenza del sostantivo deriva dalla diversità dell uso che ne viene fatto. Nella sfera politica, la storia del termine svela l estensione del campo di riferimento: dalla visione incantata dei contadini trascinati alla rivolta dal populismo russo (narodniki) alla rivolta dei fittavoli del People s Party negli Stati uniti della fine del XIX secolo, dai populismi latino-americani (Getulio Vargas in Brasile, Juan Perón in Argentina) al maccartismo, dal poujadismo al lepénismo nel XX secolo, da Vladimir Putin a Hugo Chávez nell era della mondializzazione, dall United Kingdom Independence Party (Ukip) ad Alba dorata nell Europa del XXI secolo, oppure da Marine Le Pen a Jean-Luc Mélenchon nell odierno Esagono. Quest ultima confusione, volgarizzata, è stata illustrata (in senso proprio) dal disegnatore Plantu nel settimanale L Express (19 gennaio 2011), rappresentando la dirigente del Front Girando da un campo all altro, da un secolo all altro, da un continente all altro, il termine sembra aver perso ogni consistenza. In modo tale che, chi si impegna a spiegarne il senso, commette il classico errore, citando Ludwig Wittgenstein, di «cercare di trovare la sostanza dietro al sostantivo (3)». Pretendere di definire il populismo, come propone il politologo Pierre-André Taguieff (4), con un diretto riferimento al popolo, non esclude nessuno nel contesto delle società occidentali: questo tipo di pratica attiene alla democrazia, «governo del popolo, a parte del popolo, per il popolo». Quand anche si volesse limitare il marchio populista a uno stile di riferimento che privilegi la vicinanza e il carisma del capo, sostenuto dalla propaganda televisiva, non si capisce quale attuale dirigente potrebbe sfuggirvi (5). Definire il populismo come un invito alla rivolta contro le «élite» (economiche, politiche, mediatiche) porterebbe egualmente a includere nel novero dei sospetti François Hollande quando, dalla tribuna del Bourget il 22 gennaio 2012, denunciava il suo «vero avversario: il mondo della finanza, che non ha né nome né volto», o Nicolas Sarkozy quando annunciava a Tolone «la fine di un capitalismo finanziario che ha imposto la sua logica a tutta l economia contribuendo a pervertirla» (25 settembre 2008). La politologa Nonna Mayer considera che la xenofobia rappresenti la caratteristica maggiormente condivisa dai movimenti definiti populisti dalle analisi post-elettorali (6): nel «mosaico eurofobo» tracciato da Le Monde (28 maggio 2014), quattordici dei sedici partiti sono anti-immigrati. Ma alcuni editorialisti, leggendo nella contestazione delle istituzioni europee * Sociologo. Le elezioni europee dello scorso maggio hanno visto la crescita dei partiti ostili alle politiche condotte dall Unione. Al di là di questa comune opposizione, nient altro unisce queste formazioni: le une rinverdiscono l ideologia nazionalista-conservatrice dell estrema destra, mentre le altre rivendicano l appartenenza alla sinistra radicale. Una distinzione trascurata dai commentatori. Come ha potuto imporsi una simile confusione? di GÉRARD MAUGER * Due visioni del popolo national (Fn) e il candidato del Front de gauche alle presidenziali del 2012, entrambi con il braccio alzato a sfoggiare una fascia rossa mentre leggono lo stesso discorso: «Tutti marci!» In campo letterario il termine «populismo» fa il suo ingresso, nella lingua francese, nel 1929: il «partito preso della scrittura» insorto contro il romanzo borghese, ma in forma apolitica, si contrappone agli scrittori comunisti e al loro stereotipo proletario; questo movimento letterario si propone di «descrivere semplicemente la vita della gente comune (1)». Nell universo delle scienze sociali, guidate da una volontà politica di riabilitazione del popolare, il termine applica il relativismo culturale allo studio delle culture dominate (Volkskunde o Proletkult). Ignorando o sottovalutando i reali rapporti di potere, dà credito alle culture popolari di una forma di autonomia e ne celebra la capacità di resistenza, fino a rovesciare la gerarchia dei valori e a proclamare «l eccellenza del volgare», prendendo altresì di contropiede una forma corrente di disprezzo che rimanda le classi dominate all incultura, alla natura, o addirittura alla barbarie. Tipico della borghesia e della piccola borghesia acculturata, questo razzismo sociale si basa sulla «certezza insita in una classe di avere il monopolio della definizione culturale dell essere umano, e quindi delle persone che meritano appieno di essere riconosciute tali (2)». una forma di ostilità nei confronti degli stranieri, attribuiscono l etichetta populista alla sinistra radicale greca, spagnola o francese (Syriza, Podemos, Front de gauche), anche se poco sospetta di razzismo. Bisogna allora interrogarsi su quale sia la loro rappresentazione del popolo e interrogarsi sulla sostituzione di un marchio con un altro. Schematicamente si possono distinguere tre figure di «popolo» (7). «Populismo» deriva dal latino populus, e democrazia si forma sulla radice greca dêmos, entrambe le parole significano «popolo». Il popolo a cui fa riferimento la democrazia è l insieme del corpo civico, il popolo-nazione. Da qui una sempre possibile deriva nazionalista una forma contemporanea, meno fustigata dell altra, esalta la «competitività della Francia in un mondo globalizzato». In quanto al popolo cui si rivolgono i populisti, questo corrisponde a due diverse definizioni. Nella versione di destra, è più ethnos che dêmos: il popolo invaso o minacciato di invasione si oppone allo straniero e all immigrato. Più o meno apertamente xenofobo e, nella Francia contemporanea, antiarabo o islamofobo, difende l identità del popoloethnos che si presume culturalmente intatto e omogeneo, contro quelle popolazioni figlie dell immigrazione e reputate inassimilabili. Si presenta come nazionale; a questo riguardo le strategie elettorali dell Unione per un movimento popolare (Ump) e del Fn sono identiche, anche se contrapposte sull Europa e la mondializzazione. In questa visione di destra, per formare un alleanza a priori e improbabile con le classi popolari, ma elettoralmente necessaria, basta sostituire alla loro visione del mondo, «loro (quelli che stanno in alto)»/«noi (quelli che stan- reuters no in basso)», un approccio che contrapponga il «noi (quelli che stanno in basso)» a «quelli che non lavorano e non vogliono lavorare» (disoccupati, immigrati, assistiti); in pratica, si tratta di mobilitarsi contro un «loro» che stia al di sotto del «noi» (8). Si riattizza così il conflitto latente fra stabili e marginali (9) giocando sul timore del declassamento. L affiliazione alle classi medie rivendicata dagli ambienti popolari, l ostentazione dell onestà e la stigmatizzazione morale dei delinquenti e dei perdigiorno consente di smarcarsi dalla rappresentazione dominante che assimila le classi lavoratrici alle classi pericolose. Per questo la destra propone delle misure come la limitazione dell immigrazione detta «del lavoro», o sbandiera la sua volontà di contenere il reddito dei beneficiari dei salari minimi sociali, imponendo loro un attività socialmente utile. Così facendo preserva la specificità di chi «lavora sodo» e favorisce l alleanza fra una frazione in declino delle classi dominanti (i piccoli impenditori) e la frazione stabile delle classi popolari. Nella versione di sinistra, all opposto, il termine popolo designa il popolo operaio, il piccolo popolo celebrato da Jules Michelet, il popolo-plebe, «quelli che stanno in basso»; e, sul piano politico, il popolo mobilitato contro «quelli che stanno in alto», la borghesia, le classi dominanti, l establishment, i privilegiati, i detentori del potere economico, politico, mediatico, ecc. In quanto ai contorni di questo «popolo popolare», se la classe operaia ne è stata a lungo il centro e l avanguardia (il populismo diventato operaismo), oggi si tende a includere anche gli impiegati prevalentemente donne e una parte più o meno estesa del mondo contadino e della piccola borghesia (insegnanti, personale sanitario, tecnici, ingegneri, ecc.). Si tratta, nel caso francese, di più dei tre quarti degli attivi, di cui operai e impiegati da soli rappresentano la metà. «Siamo il partito del popolo» diceva il dirigente comunista Maurice Thorez il 15 maggio 1936 (prima che quel partito diventasse, molti decenni più tardi, quello della «gente», secondo Robert Hue). Questo tipo di «populismo», di ispirazione più o meno marxista, difensore delle classi popolari in quanto sfruttate, oppresse, in lotta contro le classi dominanti, si presenta spesso come socialista. Le rappresentazioni che si riferiscono al popolo-ethnos (populismo nazionale) e quelle che invocano, al contrario, il popolo-plebe (populismo socialista) si oppongono così come la destra si contrappone alla sinistra. Ma i sostenitori di un populismo popolare coltivano volentieri per convinzione quanto per necessità una visione incantata, talvolta estetizzante, di un popolo idealizzato. Attribuiscono all «uomo comune», lavoratore sfruttato e dominato, una rivendicazione spontanea di uguaglianza. Postulano un insieme di virtù indissociabili dall ethos popolare tradizionale: solirivelino Our silence darietà, autenticità, naturalezza, semplicità, onestà, buon senso, lucidità, se non addirittura saggezza. Queste qualità sono cristallizzate nella nozione di «decenza comune» (common decency) cara allo scrittore britannico George Orwell: «I lavoratori manuali, in una civiltà industriale, possiedono un certo numero di tratti imposti dalle loro condizioni di vita: la lealtà, l assenza Questo genere di progetto politico si serve del «razzismo di classe» espresso, inconsapevolmente, da chi è tenuto a commentarlo. Secondo la loro penna, un popolo «cattivo elettore», implicitamente ridotto allo stato di plebaglia, soffrirebbe di una propensione innata alla chiusura e al ripiegamento su se stesso, di un risentimento tipico del cattivo studente di fronte alle élite (il che dimostrerebbe il basso livello di scolarità) e di una incultura politica: le pulsioni, la credulità e l irrazionalità, che gli vengono attribuite, lo spingerebbero verso argomenti semplicistici e ne farebbero una facile preda per i demagoghi. Per converso, questo discorso riserva alle cosiddette élite le virtù dell apertura, dell intelligenza, della sottigliezza e (1) Philippe Roger, «Le roman du populisme», in «Populismes», Critique, n , Parigi, gennaio-febbraio (2) Claude Grignon e Jean-Claude Passeron, Le savant et le populaire, Parigi, Gallimard- Seuil, 2004 (1 ed. 1965). (3) Ludwig Wittgenstein, Libro blu e libro marrone, Torino, Einaudi, (4) Pierre-André Taguieff, L illusione populista: dall arcaico al mediatico, Milano, Bruno Mondadori, (5) Si legga Serge Halimi, «Le populisme, voilà l ennemi!», Le Monde diplomatique, aprile (6) Nonna Mayer, «Le populisme est-il fatal?», «Populismes», Critique, op.cit. (7) Lo propone Jacques Rancière con «L introvabile populismo», in Che cos è un popolo, Roma, DeriveApprodi, Le «24 glosse sull uso della parola popolo» proposte nella stessa opera da Alain Badiou, possiamo senza difficoltà ridurle a tre: «nazionale», «operaio», «razziale». (8) Cfr. Robert Castel, «Pourquoi la classe di calcolo, la generosità, l odio per i privilegi. A partire da queste disposizioni sviluppano la loro visione della società futura, il che spiega come l idea di uguaglianza stia nel cuore del socialismo dei proletari (10)». Tuttavia non si può sostenere che i discorsi securitari e xenofobi del Fn siano privi di eco presso le classi popolari. Nelle ultime elezioni europee, se il 65% degli operai si è astenuto (come il 68% degli impiegati e il 69% dei disoccupati), più del 40% dei votanti avrebbe votato questo partito, ossia all incirca il 15% di questo gruppo nel suo intero (secondo l istituto Ipsos). È contemporaneamente poco e molto: se è vero che il primo partito degli strati popolari resta quello dell astensione (11), una parte di questi vota l estrema destra, convinta «che per loro non si fa nulla, mentre sia quelli che stanno in alto sia quelli che stanno in basso prosperano a loro spese (12)». In questo caso, il successo dell offerta del Fn spiega la capacità di questo partito di alimentare la confusione fra il popolo-ethnos e il popolodêmos. Inoltre, afferma un alleanza tra una parte delle classi medie e una parte delle classi popolari diretta contemporaneamente contro i molto poveri e i molto ricchi la stessa strategia dispiegata da Putin in Russia. Le pulsioni di un elettorato «plebeo» della superiorità morale. La denuncia del popolo popolare, incarnato nell immagine del «beauf» (13), machista, omofobo, razzista, islamofobo ecc. si ricongiunge così con la filosofia conservatrice della fine del XIX secolo e con la sua sfiducia nei confronti delle folle e della democrazia quella di Hippolyte Taine e Gustave Le Bon. Queste turpitudini sarebbero l esatto contrario delle virtù di cui si fa credito alle «élite», le quali, per statuto, sono considerate rigorosamente impermeabili a questo tipo di sviamento. Cosicché, oggi come ieri, vengono ad affrontarsi due rappresentazioni diametralmente opposte: il razzismo di classe degli uni serve a denunciare il populismo degli altri. ouvrière a perdu la partie», in La montée des incertitudes. Travail, protections, statut des individus, Parigi, Seuil, (9) Su questa distinzione tra established e outsiders, cfr. Norbert Elias e John L. Scotson, Strategie dell esclusione, Bologna, Il mulino, (10) The New English Weekly, Londra, 16 giugno Citato da Jean-Claude Michéa, Orwell, anarchiste tory, Castelnau-le-Lez, Climats, (11) Si legga Céline Braconnier e Jean-Yves Dormagen, «Il significato dell astensionismo», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio (12) Robert Castel, «Pourquoi la classe ouvrière a perdu la partie» op.cit. (13) Il «beauf» è un personaggio inventato dal fumettista Cabu negli anni 1970, stereotipo della persona razzista, sessista e omofoba. Nello stesso periodo, anche il fumetto di Binet Les bidochons raffigurava personaggi dai tratti simili. (Traduzione di A.C.)

4 4 luglio 2014 Le Monde diplomatique il manifesto Preoccupato dall aumento delle diseguaglianze, Una lieve brezza di sinistra N ew York diventerà New Havana (la «Nuova Avana»)? Da quando il democratico Bill de Blasio è stato eletto sindaco della principale città americana, il 5 novembre 2013, questo timore attraversa il Partito repubblicano, che ha definito il successore di Michael Bloomberg come il suo «principale nemico progressista». Secondo il New York Times, «i dirigenti repubblicani vedono nella giovane amministrazione de Blasio l incarnazione dei loro timori di fronte all avanzata di una nuova sinistra». La quale si caratterizza principalmente per un «disdegno populista verso i ricchi, una simpatia ostentata verso le organizzazioni di lavoratori così come una costante preoccupazione per le diseguaglianze di reddito» (1). Fin dalle primarie democratiche per la carica di sindaco di New York, de Blasio in effetti ha messo le diseguaglianze al centro della sua agenda, ripetendo in continuazione che la storia di New York era diventata il «racconto di due città» (2): quella degli ultraricchi e quella di tutti gli altri. Il suo programma risolutamente sociale gli ha permesso di guadagnare l investitura da parte del suo partito battendo in particolare la candidata favorita dai media, sostenuta dal potente sindaco uscente (3), e poi di battere con un enorme scarto (il 72% dei voti) il suo avversario repubblicano, Joseph («Joe» ) Lhota. * Giornalista, Sebbene siano governate da democratici, la maggior parte delle grandi città statunitensi lasciano che la segregazione sociale aumenti e si approfondisca. A New York, il «tutto per i ricchi» sembra però conoscere una battuta d arresto dal novembre scorso, con l elezione del sindaco Bill de Blasio. Stando alle violente resistenze che si trova ad affrontare, per lui cambiamento non è una parola vana. di Eric Alterman * Nel discorso d investitura, il 1 gennaio 2014, confermava la rotta del suo mandato: «Siamo stati eletti per porre fine alle diseguaglianze economiche e sociali che minacciano di distruggere la città che amiamo». A New York, dove il potere economico è onnipresente, un tale programma prevede una difficile corsa a ostacoli. Appena pronunciata la frase, un editorialista della rivista on line Slate, Matt Yglesias, scrive un tweet pieno di sfumature: «Per la sua investitura, de Blasio sale sul palco in compagnia dei corpi imbalsamati di Lenin, Mao e Ho Chi Minh». Qualche giorno dopo, il processo al comunismo assume un tono burlesco. New York è appena stata colpita da una spettacolare tempesta di neve; le strade sono bloccate. I tabloid si precipitano a intervistare i cittadini irritati dai problemi di spazzamento della neve nel quartiere ultrachic di Upper East Side a Manhattan. Il sindaco de Blasio, gli «volta le spalle», insorge una residente sul New York Post. «Rifiutando di spalar via la neve nell Upper East Side, dice: Non sono uno di loro» (4). La frase fa il giro di internet e passa sui media locali e nazionali in particolare quelli di Bloomberg. Ma de Blasio resta fedele ai propositi che lo hanno portato al successo elettorale. Per diventare sindaco di una città così multiculturale, questo figlio di immigrati ha potuto contare sulle sue origini familiari (tedesco da parte di padre e italiano da parte di madre), e sulla sua situazione coniugale: è sposato con un afroamericana. La sua severa critica alle perquisizioni della polizia ingiustificate (lo «stop and frisk») che subiscono le persone di colore, ha sedotto una parte dell elettorato. Ma quel che sembra avergli assicurato la vittoria, è il suo messaggio economico, il nocciolo del suo programma. Per una tassa sui paperoni New York è la terza città più diseguale degli Stati uniti, che sono al terzo posto nella classifica dei paesi ricchi meno egualitari al mondo. Nel quartiere di Wall Street, i bonus versati ai traders dollari a testa in media nel 2013 e gli stipendi che superano i 20 milioni di dollari l anno, come quello di Lloyd Blankfein, presidente di Goldman Sachs nel 2013, non suscitano alcuna emozione. L amministrazione Bloomberg era interamente dedicata al benessere e al comfort di questa minoranza newyorkese, con la scusa che è quella che contribuisce maggiormente alle entrate fiscali della brooklyn, New york, maggio 2014 Le immagini di queste pagine ritraggono l'esposizione di Kara Walker «Una sottigliezza», omaggio ai lavoratori dei campi di cotone. L'opera è allestita la raffineria Domino Sugar che sarà presto demolita città: il 5% dei nuclei familiari che si spartisce il 38% dei redditi globali. Con appartamenti venduti a decine di milioni di dollari a un élite globalizzata, l isola di Manhattan brilla più che mai. Ma, a poca distanza, una parte non trascurabile della classe media newyorkese scivola lentamente verso la povertà. Tra il 2008 e il 2011, secondo i dati dell ufficio anagrafico statunitense, il reddito medio delle famiglie è sceso del 6%. Alla fine del 2011, la metà delle famiglie della città aveva un reddito una volta e mezzo inferiore a quello che determina la soglia di povertà; il 17% delle famiglie in cui un membro lavora a tempo pieno, e il 5,2 % delle famiglie in cui due membri hanno un occupazione, vivono al di sotto di questa soglia. Nello stesso periodo, gli affitti sono esplosi. Tra il 2005 e il 2012, l affitto medio, correlato l inflazione, è aumentato dell 11%, mentre il reddito degli affittuari è cresciuto solo del 2%. Secondo il Centro Furman per l immobiliare e le politiche urbane, oltre la metà degli affittuari di New York spende almeno un terzo del proprio reddito per l affitto (5). La misura principale della campagna di de Blasio, combattuta da tutti i suoi rivali, è la creazione di un fondo speciale per l istruzione universale fin dalla più giovane età, finanziato con una tassa dello 0,05% sui redditi che superano i 500mila dollari. La proposta riveste soprattutto un carattere simbolico: il sindaco di New York non può decidere da solo un tale prelievo fiscale. Deve ottenere l avallo del governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo. Ora se è vero (1) Michael Barbaro e Michael M. Grynbaum, «Republicans cast de Blasio as a leading liberal foe», The New York Times, 14 maggio (2) Cfr. Nathaniel P. Morris, «de Blasio s tale of two cities hits home», The Washington Post, 7 marzo La formula «racconto di due città» riprende il titolo di un opera di Charles Dickens. (3) Si legga Renaud Lambert, «Marchio Tory in salsa pop?», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno (4) Jennifer Gould Keil e Frank Rosario, «De Blasio getting back at us by not plowing: Ues residents», The New York Post, 21 gennaio (5) «NYC housing, 10 issues for NYC s next mayor», Furman Center for Real Estate & Urban Policy, università di New York, Dopo Bnp-Paribas, Deutsche Bank e Crédit Agricole? L annuncio di sanzioni statunitensi contro la banca francese mette in allarme un settore poco abituato alle rimostranze. di Ibrahim Warde * * Professore associato alla Fletcher School of Law and Diplomacy (Medford, Massachussets). Autore di Propagande impériale & guerre financière contre le terrorisme, Agone-Le Monde diplomatique, Marsiglia- Parigi, 2007 L informazione pubblicata il 29 maggio dal Wall Street Journal, seconda la quale la multa inflitta a Bnp-Paribas potrebbe ammontare a 10 miliardi di dollari ha provocato uno shock. La banca è accusata di aver infranto, tra il 2002 e il 2009, attraverso la sua filiale svizzera, gli embarghi imposti dagli Stati uniti a Cuba, Iran e Sudan. Il caso illustra perfettamente l evoluzione della giurisprudenza e della prassi giudiziaria in materia di finanza internazionale. Da alcuni mesi, altri due istituti francesi, la Société générale e il Crédit Agricole, si trovano in una posizione delicata nei confronti delle autorità statunitensi. Prima ancora di questo annuncio, il presidente François Hollande aveva scritto al suo omologo statunitense, il 4 giugno, per avvertirlo del «carattere sproporzionato delle sanzioni previste» contro Bnp-Paribas. Dal canto suo, Christian Noyer, governatore della Banca di Francia, aveva espresso il suo stupore nel vedere il diritto statunitense applicato a transazioni «conformi alle regole, leggi, regolamenti a livello europeo e francese e alle norme stabilite dalle Nazioni unite» (1). Forse non sarebbe rimasto così sorpreso se avesse osservato meglio gli sviluppi politici degli ultimi decenni. Fin dalla fine degli anni 1980, quando esplodeva il dibattito sul declino statunitense di fronte all avanzata in particolare del Giappone, la politologa britannica Susan Strange insisteva sul «potere strutturale» degli Stati uniti, «il potere di determinare il quadro dell economia mondiale che ha permesso di scegliere e modellare le strutture in seno alle quali gli altri paesi, le loro istituzioni politiche, le loro imprese e i loro professionisti devono operare» (2). Durante gli anni 1990, l arsenale di sanzioni predisposto durante la guerra fredda nei confronti di paesi e individui «nemici degli Stati uniti» si è notevolmente sviluppato. L extraterritorialità ha segnato un passo avanti, nel 1996, con l Iran and Libya Sanctions Act (Ilsa), che permetteva a Washington di imporre sanzioni a imprese di paesi terzi che facevano affari con l Iran e la Libia. Tuttavia, è soprattutto dopo l 11 settembre che il potere statunitense sulle banche internazionali si è rafforzato nel quadro della «guerra finanziaria al terrorismo». Il controllo dei flussi finanziari si è così esteso a livello mondiale. Nuovo aspetto del «privilegio esorbitante» di cui parlava in passato il generale de Gaulle, tutte le transazioni in dollari, anche quando non erano effettuate sul territorio degli Stati uniti, rientravano ormai nel diritto americano. Infine, i poteri dell Autorità di controllo degli scambi con l estero (Office of Foreign Assets Control, Ofac), incaricato, presso il dipartimento del Tesoro, della corretta applicazione delle sanzioni, sono aumentati regolarmente. «Che cadano delle teste» Gli Stati uniti sciato il gruppo. Ma Lawsky ha lanciato un altra minaccia: quella di un divieto temporaneo delle operazioni di compensazione in dollari dei clienti di Bnp-Paribas, perfino di un ritiro puro e semplice della loro autorizzazione. Ma le grandi banche internazionali hanno ignorato queste trasformazioni. La Bnp-Paribas, mal consigliata, ha moltiplicato le sue azioni maldestre. Ha ignorato gli avvertimenti, come la visita nel 2006, presso la sua sede di Parigi, di Stuart Levey, all epoca sottosegretario al Tesoro per il terrorismo e il servizio informazioni finanziarie, che era venuto a mettere in guardia i dirigenti sui rapporti che la banca intratteneva con l Iran. La banca francese ha continuato a fare affari con paesi sotto embargo, soprattutto con il Sudan. In totale, le autorità statunitensi hanno stimato a 30 miliardi di dollari l ammontare di queste transazioni illecite. La banca ha tardato ad ammetterlo, mentre in questi casi, è abitudine negli Stati uniti chinare la testa e fare atto di contrizione. Di conseguenza è stata considerata come «non cooperativa». Le autorità statunitensi avrebbero previsto 16 miliardi di multa (circa 10 miliardi di euro), perfino 60 miliardi di dollari (poiché le multe possono arrivare al doppio del totale delle transazioni illecite) mentre la banca aveva impegnato solo 1,1 miliardi di dollari. Direttore del dipartimento dei servizi finanziari (Dfs) dello Stato di New York, che guida il gioco in questo caso, Benjamin Lawsky ha rincarato la dose. Volendo essere l iniziatore di sanzioni più «creative», ha preteso che «cadano delle teste». È così è stato, dal momento che Georges Chodron de Courcel, che presiedeva il consiglio di amministrazione di Bnp-Paripas Ginevra, e altri dirigenti, hanno la- Questo caso illustra il grande ritorno delle agenzie di regolamentazione finanziaria. Nel marzo scorso, il quotidiano britannico Financial Times stimava che l ammontare delle multe pagate negli Stati uniti dalle banche statunitensi o estere negli ultimi cinque anni raggiungeva i 100 miliardi di dollari. Per il solo 2013, è arrivato a 52 miliardi (3). Tra gli statunitensi, JP Morgan Chase, la prima banca del paese, detiene il record, con 13 miliardi pagati per le sue responsabilità nella crisi immobiliare. Sarà probabilmente seguita immediatamente da Bank of America, che, impegnata nella fase finale dei negoziati con lo Stato federale, dovrebbe versare 12 miliardi di dollari per lo stesso tipo di abuso. La maggior parte dei grandi istituti finanziari internazionali sono anch es- (1) Sébastien Pommier, «Ils veulent sauver le soldat Pnb-Paribas», L Express, Parigi, 4 giugno (2) Susan Strange, States and Markets, Pinter, Londra, (3) Richard Mc Gregor e Aaron Stanley, «Banks pay out $100 bn in US fines», Financial Times, Londra, 25 marzo 2014

5 Le Monde diplomatique il manifesto luglio il nuovo sindaco trova avversari sul suo cammino spira su New York Le ambizioni di de Blasio rischiano quindi di scontrarsi contro l ossessione anti-imposte di Cuomo. I due uomini si mostrano amici in pubblico e si presentano come alleati politici, ma appaiono piuttosto come due «migliori nemici» all interno del Partito democratico. Le loro divergenze riflettono il conflitto che oppone i sostenitori di un economia più egalitaria, che ripongono le loro speranze in dirigenti come de Blasio o la senatrice Elizabeth Warren, e l ala destra del partito, più preoccupata della libertà delle imprese e riunita attorno a Cuomo o Hillary Clinton. Con gli Stati incaricati di distribuire le prestazioni fiscali e riscuotere le imposte, qualsiasi sindaco ha interesse a intrattenere buoni rapporti con il proprio governatore, soprattutto se vuole portare avanti politiche audaci. Cuomo ha un atteggiamento ambiguo, che questo aspirante all investitura democratica per l elezione presidenziale del 2016 si dice progressista sulle questioni sociali è favorevole al controllo delle armi da fuoco e al matrimonio omosessuale, egli rivendica però un certo conservatorismo economico. Particolarmente in materia fiscale. In una lettera agli abitanti dello Stato, si vantava, nel dicembre 2011, di aver «stabilito il primo tetto alle imposte sulla proprietà», riportato le imposte della classe media «al loro livello più basso dal 1953» e le tasse sulle società «al loro livello più basso dal 1968». L atteggiamento ambiguo del governatore destinato soprattutto a conservare le proprie chances per le elezioni del Quando i sondaggi indicavano che l opinione pubblica era favorevole, si è associato al candidato alla carica di sindaco di New York per difendere il progetto d istruzione pre-scolare universale. Ma una volta giunto il momento di finanziarlo, si è ferocemente opposto all imposizione di una nuova tassa. Al termine di un braccio di ferro durato varie settimane, de Blasio ha finalmente ottenuto dallo Stato un finanziamento dell iniziativa per un periodo di tre anni. Il nuovo sindaco non ha dato prova della stessa tenacia sulla questione delle charter schools, scuole pubbliche finanziate da fondi privati che sfuggono al controllo dei sindacati insegnanti (6). Questi istituti accolgono una piccola percentuale di studenti newyorkesi (appena il 6%). Mentre la maggior parte dei progressisti vi vedono un mezzo per sabotare la scuola pubblica privandola dei suoi finanziamenti e dei suoi alunni più motivati, i repubblicani e i gestori dei fondi pensione, sempre preoccupati di ridurre il ruolo dello Stato, le difendono con le unghie e con i denti. Quando de Blasio ha criticato il principio di queste scuole, Cuomo è corso in loro aiuto, obbligando il sindaco a una marcia indietro umiliante. Agli occhi dell opinione pubblica, il primo è apparso come un novizio, e il secondo, come un politico esperto. Ma de Blasio non serba rancore. Quando, a fine maggio 2014, il Working Family Party, una colazione di militanti sindacali, associativi, ecc., vicino al Partito democratico, si è diviso sul sostegno da fornire a Cuomo per il rinnovo del suo mandato nel 2015, il sindaco si è battuto in suo favore dietro le quinte. Un sindaco di New York non può permettersi di sfidare il suo governatore soprattutto quando quest ultimo gode dell appoggio del mondo della finanza. Cuomo ha già a disposizione oltre 33 milioni di dollari in vista della sua rielezione l anno prossimo, e per il momento non ha alcun avversario credibile... La questione degli alloggi sarà cruciale per sondare la determinazione di de Blasio. Durante la campagna, ha promesso di creare duecentomila nuove unità abitative ad affitto agevolato. Secondo la maggior parte degli esperti, l obiettivo sarà molto difficile da raggiungere. Lui stesso parla del «più grande e più ambizioso dei programmi di alloggi a canone agevolato avviato da una città di questo paese in tutta la storia degli Stati uniti». Il settore immobiliare esercita un influenza notevole sull apparato politico newyorkese, e diventa importante non scontentarlo. I ricchi, che pagano milioni di dollari per un appartamento di fronte a Central Park, vogliono anch essi essere coccolati, assicurarsi i servizi di un portierato, disporre di Per il momento, la sua strategia si sta rivelando efficace, come testimonia il caso «Domino Sugar». Da vari anni, il futuro di questa vecchia raffineria di zucchero nel cuore di Brooklyn suscita accesi dibattiti. Nel 2012, il promotore Jed Walentas ha acquistato il terreno, promettendo di costruire uffici per le imprese di nuove tecnologie, ma anche alloggi, di cui 660 ad affitto agevolato. Il sindaco ha giudicato questa cifra insufficiente. Malgrado le minacce del promotore di abbandonare il progetto, e gli attacchi da parte della stampa, ha tenuto duro, e Walentas si è impegnato a costruire quaranta abitazioni a canone agevolato in più. De Blasio ha capito allora che qualsiasi politica a favore dei poveri e delle classi medie rischiava di provocare Il caso Domino Sugar piscine e di palestre; non hanno alcuna voglia di condividere il loro quartiere e ancor meno gli ingressi degli immobili! con la plebe che prende la metro. Pertanto de Blasio si barcamena facendo l equilibrista, mostrandosi favorevole alla promozione immobiliare, ma anche attento a sviluppare l offerta a favore delle classi medie e popolari. dei bracci di ferro simili con la classe agiata, i suoi alleati nella capitale dello Stato di New York, Albany e i media che la difendono. Ha quindi lanciato la scommessa di offrire dei servizi reali alle persone, per sottolineare lo scarto esistente tra le preoccupazioni dei media e i loro problemi quotidiani. Fintanto che l economia della città andrà bene, dovrebbe essere in grado di realizzare la promessa del «progressismo urbano» che è andata perduta negli anni Los Angeles, Seattle, San Francisco, o anche Chicago seguiranno l esempio newyorkese? Eric Alterman (6) Si legga Diane Ravitch, «Il voltafaccia di una ministra americana», Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre (Traduzione di F. R.) si nel mirino dei regolamentatori americani. Nel 2012 l olandese Ing e la britannica Standard Chartered hanno dovuto saldare multe (rispettivamente per 619 e 667 milioni di dollari) per transazioni con paesi sotto embargo. Un altra britannica, Hsbc, ha pagato 1,9 miliardi di dollari per complicità nel riciclaggio di denaro, aiuto all evasione fiscale e aggiramento dell embargo. Un certo numero di banche svizzere è stato a sua volta pizzicato per aver aiutato degli americani a frodare il fisco. Il Crédit suisse si è preso una multa da 2,6 miliardi di dollari; è stato il primo in vent anni a dichiararsi colpevole. Insomma, cose mai viste dalla fine degli anni 1980, quando lo scandalo delle casse di risparmio aveva portato a cause intentate per frodi e abusi. 800 responsabili erano stati condannati a pene detentive. Ma, subito dopo, il sistema di regolamentazione finanziaria ha conosciuto una fase di laissez-faire senza precedenti dal tempo delle riforme introdotte dal New Deal. L ideologia della deregolamentazione totale aveva in effetti modificato il dato. Presidente della Riserva federale dal 1987 al 2006, Alan Greespan ripeteva in continuazione che la sola regolamentazione capace di favorire l innovazione finanziaria, motore, secondo lui, della crescita economica, era quella multano le banche del mercato auto-regolatore; quelli che infrangevano le sue leggi condannavano i loro paesi al declino. L espansione folgorante dei mercati finanziari così come l apparente ottimo stato di salute economica degli Stati uniti (oltre dieci anni di continua espansione a partire dal marzo 1991) ne erano la prova. Con il pretesto di una modernizzazione giudicata necessaria, alcune leggi importanti misero in atto questi principi liberali. Pertanto, il Gramm-Leach- Bliley Financial Services Modernization Act del 1999 ufficializzava la fine della separazione tra banche commerciali e altri settori finanziari, mentre il In questo mondo in cui tutto, o quasi, era tollerato se non permesso, si applicava la regola del «pas vu pas pris (finché non ti scopro, non ti faccio niente)». Quando scoppiò la crisi finanziaria nel 2008, i regolamentatori erano disarmati i subprime e i Credit default swaps all origine del crollo del sistema non erano illegali e soprattutto smarriti. Le banche responsabili della crisi avevano d altronde preso in ostaggio un economia reale minacciata dalla depressione. Nelle sue recenti memorie, l ex ministro delle finanze Timothy Geithner descrive così il suo dilemma: «Il furore populista del momento reclamava una vendetta biblica, ma scegliemmo Commodity Futures Modernization Act del 2000 favoriva la crescita esponenziale dei prodotti derivati, al di fuori di qualsiasi controllo effettivo. I regolamentatori stessi, che dovevano combattere gli strappi alla legalità, erano impregnati di questa ideologia. Da qui la loro compiacenza raramente smentita salvo in materia di terrorismo o di sanzioni economiche. Quando una banca si faceva acchiappare, ci si limitava a una tirata d orecchie: la prospettiva di una piccola multa, «senza riconoscimento né contestazione dei fatti che gli vengono rimproverati» secondo la formula abituale, non aveva alcun effetto deterrente. Valigie di banconote ed eserciti di avvocati di gettare acqua sul fuoco, anche se questo avrebbe permesso a qualche piromane di sfuggire al giusto castigo» (4). In realtà, i piromani sono diventati i principali beneficiari delle enormi sovvenzioni destinate a salvarli dall incendio che avevano appiccato. Estremamente costose per i contribuenti, queste sovvenzioni (stimate a circa miliardi di dollari [5]) hanno permesso al settore finanziario, e in misura minore all economia del paese, di riprendere fiato. Alcuni regolamentatori, a lungo criticati per la loro clemenza, hanno allora cambiato tattica anche se interi settori della finanza sfuggono ai loro fulmini. Vogliono dimostrare che costa caro sfidare la legge. Hanno dunque scelto di colpire là dove possono, e cercano soprattutto di farlo sapere. Anche presso le banche, i whistleblowers (lanciatori di allarme) sono incoraggiati a denunciare eventuali infrazioni, in cambio di un compenso finanziario e la garanzia di mantenere il posto. Si capisce, in queste condizioni, l aumentato potere dei dipartimenti per la conformità regolamentare (compliance), che impongono una vigilanza totale per assicurare che le leggi siano scrupolosamente rispettate. Armati di nuovi poteri grazie alla legge Dodd-Frank, votata nel 2010, spingono sull acceleratore. Senza però rendere il sistema più sicuro o più stabile. La risoluzione delle liti, e in particolare l ammontare delle multe, è arbitraria, poiché la gestione di queste crisi implica numerosi attori in un contesto mobile. Le varie agenzie governative sono motivate da una serie di considerazioni legali, ideologiche, finanziarie e politiche. Per le agenzie federali, le relazioni internazionali possono svolgere un ruolo non trascurabile, mentre quelle che dipendono dagli Stati, come il Dfs dello Stato di New York, sono guidate da retro pensieri elettoralisti e da preoccupazioni di politica interna. Quanto alle banche nel mirino, sono consigliate da eserciti di avvocati e consulenti, essenzialmente nel campo della comunicazione e delle pubbliche relazioni. In questo contesto, le strategie adottate, come il reclutamento di ex alti funzionari passati al privato, possono avere un ruolo determinante. La situazione di Hsbc, per esempio, impantanata in un groviglio di casi di riciclaggio di denaro, evasione fiscale e altre violazioni, appariva disperata. La banca aveva in particolare organizzato il trasferimento di valige piene di soldi per un cartello della droga messicano. Ne è uscita bene, con una multa di 1,9 miliardi di dollari, e senza conseguenze penali. Bisogna dire che ha avuto la buona idea di assumere come direttore degli affari giuridici Levey, l ex sottosegretario al Tesoro per il terrorismo e il servizio informazioni finanziarie. Lo stesso che, nel 2006, aveva fatto il giro delle grandi banche europee, tra cui Bnp-Paribas, ma anche probabilmente Hsbc per ingiungere loro di non fare affari con i paesi sotto embargo, in particolare l Iran... Ibrahim Warde (4) Timothy F. Geithner, Stress Test: Reflections on financial crisis, Crown Publishers, New York, (5) Karen Weise, «Tallying the full cost of the financial crisis», Bloomberg Businessweek, New York, 14 settembre (Traduzione di F.R.)

6 6 luglio 2014 Le Monde diplomatique il manifesto Commercio estero dell Ucraina in percentuale sul totale KIEV MESSA Indice CON 100 nel LE 1992SPALLE AL MURO DAI SUOI BENEFATTORI Le radici economiche del conflitto ucraino Russia EUROPA RUSSIA Evoluzione del prodotto interno lordo (Pil) L oligarca Petro Poroshenko, eletto il 25 maggio alla presidenza dell Ucraina, dovrà contemporaneamente rispondere alle tentazioni secessioniste delle regioni russofone ASIA e riconoscere le conseguenze sociali del programma preparato dal Fondo monetario internazionale. Un analisi ALTRO delle dimensioni economiche della crisi, spesso ignorate, permette di capire meglio perché il paese è sprofondato nella violenza. Asia, ma anche i prodotti trasformati destinati alla Russia. Alla fine degli anni 2000, prendono forma due progetti di integrazione regionale, proiettando il paese di fronte al dilemma: associazione con l Unione europea o Unione doganiera con la Russia? I termini di questa scelta obbligata non prendono neanche in considerazione Ucraina la coesione economica e sociale dell Ucraina, terzo escluso da questa logica binaria. Debito pubblico e saldo corrente in percentuale del Pil, inflazione in variazione Debito pubblico Inflazione Nell autunno 2013, il governo sa già che dovrà trovare 3 miliardi di dollari per far fronte alle scadenze del 2014; a questi si aggiunge 1 miliardo di obbligazioni in euro rimborsabili nell anno. Inoltre, Naftogaz, compagnia ucraina del gas, accumula più di 3 miliardi di dollari di insoluti con il suo fornitore russo Gazprom. Finora l inflazione è rimasta debole, per l atonia della crescita, per una politica monetaria restrittiva e per i buoni raccolti. Ma il sistema finanziario è fragile e si intensificano le pressioni sulla moneta nazionale, la hryvnia, il cui tasso di scambio è sopravvalutato da molti mesi. Come nel- N ella crisi politica ucraina la Russia del 1998, prima del crac, in Fonti possiamo per i tre scorgere grafici: la Julien drammatica conclusione di una traiettoria mondo degli affari e la gestione politica Vercueil; Fmi; Ucraina Servizio si sta creando statistico una dell Ucraina frattura tra il finanziaria diventata insostenibile nel e sociale del paese. corso degli ultimi mesi del Nel luglio 2010, il governo ha firmato un Alla fine di ottobre 2013, una missione del Fondo monetario internazionale accordo con il Fondo monetario internazionale (Fmi), ricevendo in cambio si reca a Kiev. E pone le sue condizioni: un prestito di 15,5 miliardi di dollari, il governo deve rendere la hryvnja flottante, ridurre le sue spese, aumentare con l impegno di spostare l età della pensione da 55 a 60 anni quando la «immediatamente il prezzo del gas e del speranza di vita rimane inferiore di dieci anni rispetto alla media europea e di un calendario per i successivi aumenti, riscaldamento per le famiglie e adottare raddoppiare i prezzi interni dell energia. fino a coprire i costi (1)»; in caso contrario, il programma di assistenza non Sei mesi dopo, l accordo è stato bloccato perché il governo temporeggiava può essere firmato, privando l Ucraina nell aumento delle tariffe del gas. di una cifra che oscilla tra i 10 e i 15 miliardi di dollari in valuta. La Commissione europea annuncia che, in caso di accordo con l Fmi, contribuirà con 840 milioni di dollari supplementari. Il paese finisce così in un vortice. L attività è sostenuta solo dal consumo delle famiglie, alimentata dall indebitamento privato e dall aumento delle spese sociali destinate a tenere a bada il malcontento (+16% nel 2012). Malgrado l alternanza dei gruppi politici al potere, dalla fine dell Urss, l economia ucraina patisce l assenza di un consolidamento istituzionale. L evasione fiscale, la corruzione e la predazione hanno raggiunto anche le sfere più alte dello stato. Alcune fonti considerano che il peso del settore informale oscilli tra il 25 e il 55% del prodotto interno lordo (Pil). Il paese non ha ancora recuperato il livello produttivo raggiunto dall Ucraina sovietica (si vedano i grafici). I due disequilibri ricorrenti dell economia, il deficit di bilancio e quello dei conti esteri, continuano ad aumentare, nel contesto dell indebitamento in valuta. * Professore associato di economia all Institut national des langues et civilisations orientales (Inalco). di JULIEN VERCUEIL* Commercio estero dell Ucraina in percentuale sul totale EUROPA Le potenziali conseguenze di un aumento brutale del prezzo dell energia, tanto per la popolazione quanto per l industria della regione orientale del Donbass, sono all origine delle esitazioni del presidente ucraino. Così la stessa settimana, incontra il presidente russo Vladimir Putin a Soči, dove hanno senza dubbio discusso di una soluzione alternativa a quella dell Fmi. Il 21 novembre 2013, Viktor Yanukovich sospende la firma dell accordo di associazione con l Unione europea (2). Questo voltafaccia scatena le proteste a Majdan, la piazza dell Indipendenza di Kiev. Le grandi linee della proposta russa vengono annunciate solo il 17 dicembre, con un azione tattica di Putin per riprendere il controllo della situazione. Il suo piano prevede un prestito di 15 miliardi di dollari, la riduzione di un terzo del prezzo del gas venduto al suo vicino e l alleggerimento del debito contratto da Naftogaz con Gazprom, il tutto senza precise condizioni. È uno sberleffo all Fmi e all Unione europea. Ma, dopo il rovesciamento del potere e la fuga di Yanukovich, il 22 febbraio, i nuovi dirigenti ucraini riaprono il dialogo con l Fmi Questo passo indietro può essere capito solo osservando l inserimento internazionale dell economia ucraina sul lungo periodo. Quest ultima si trova bloccata da molto tempo in produzioni dallo scarso valore aggiunto. Innanzitutto, le materie prime e i semilavorati che il paese esporta verso Europa e RUSSIA ASIA ALTRO Fonti per i tre grafici: Julien Vercueil; Fmi; Servizio statistico dell Ucraina Dal maggio 2009, l Unione europea ha proposto una partnership all Ucraina, alla Bielorussia, alla Moldavia, all Armenia, alla Georgia e all Azerbaigian. L offerta non comprende la Russia, con la quale i negoziati di partnership strategica si sono arenati nel 2006, con la «guerra del gas». Per l Ucraina, questo avvicinamento deve essere confermato con la firma di un accordo di libero scambio completo e approfondito (Aleca o Dcfta in inglese). Putin reagisce resuscitando un progetto di integrazione dei paesi della Comunità degli stati indipendenti (Csi) che raggruppa le ex repubbliche sovietiche, con il mirino puntato su una Unione economica euroasiatica (3). Il suo piano si sviluppa rapidamente: nel 2010 Russia, Kazakistan e Bielorussia proclamano l entrata in vigore di un Unione doganale. Data l importanza della Russia nei suoi scambi esterni (circa il 30%), l Ucraina non può fare orecchie da mercante. Nell ottobre 2011, Yanukovich firma il trattato di libero scambio intra-csi. In seguito, propone una configurazione «3+1» ai paesi dell Unione Nonostante la fragilità di questi argomenti, la loro eco in Russia è molto potente. Il Cremlino alla parola fa seguire le azioni: alcuni prodotti dolciari ucraini (quelli dell industria Roshen, che appartiene a Petro Poroshenko, presidente del paese dal maggio 2014) insieme ad altri prodotti alimentari sono dichiarati pericolosi per la salute dei russi. I blocchi doganali che ne seguono strangolano gli esportatori ucraini. Dal canto loro, i responsabili dell Unione europea cantano regolarmente le lodi del libero scambio e dell Aleca. Un rapporto del 2007 della Commissione europea concludeva, proprio al momento opportuno, che «l apertura del mercato combinata con il miglioramento della governance interna potrebbe condurre l Ucraina a una crescita a due cifre (7)». Stefan Füle, commissario europeo per la politica di vicinato, promette agli ucraini sei punti annui di crescita supplementari in caso di associazione con l Unione europea. Ma queste stime si basano su modelli le cui ipotesi (8), che non sono mai state messe in discussione, sono molto distanti dalle condizioni di funzionamento dell economia del paese. Evoluzione del prodotto interno lordo (Pil) Indice 100 nel 1992 Russia Ucraina saldo corrente doganale, continuando però a dare la priorità alla Aleca. Questo atteggiamento esitante indispone i dirigenti russi che rifiutano la controproposta (4). Nel 2013, le pressioni aumentano su tutti i fronti. La Russia elabora una retorica anti-aleca. Secondo Sergei Glazyev, consigliere del presidente Putin, la firma dell accordo con l Unione europea sarebbe un atto «suicida» che equivarrebbe a «uccidere la bilancia commerciale ucraina» (5). Con l «inevitabile» reazione protezionista dell Unione doganale, le esportazioni verso la Russia dei prodotti agroalimentari e dei beni strumentali (ossia il 50% del totale) colerebbero a picco. Glazyev lo afferma: «La prima opzione [l Unione doganale] assicurerà le condizioni necessarie allo sviluppo sostenibile dell economia ucraina e migliorerà le sue strutture; la seconda [l Aleca] provocherà il suo degrado e la bancarotta (6)». Imprenditori e popolazione divisi Cosa ne pensano i più influenti imprenditori ucraini? Sono divisi, come la popolazione. A partire dal 2013, i lavori dell Istituto polacco di affari internazionali indicavano i principali beneficiari dell Aleca in Poroshenko, Andrey Verevskiy il cui gruppo Kernel esporta verso l Unione europea e Yuriy Kosiuk, re delle carni bianche con Myronivsky Hliboproduct. I perdenti risulterebbero essere gli oligarchi più vicini a Yanukovich. Suo figlio Alexander Yanukovich, Rinat Akhmetov e Dmytro Firtash fino ad allora avevano ottenuto il 40% degli appalti assegnati dal regime. Ora, la loro rendita politica verrebbe fortemente minacciata dalle regole dell Aleca (9). Difficile non scorgere, dietro la povertà degli argomenti di una parte e dell altra, la posta normativa che questi progetti di integrazione rappresentano. Nel 2009, uno dei promotori più zelanti, il ministro degli esteri svedese Carl Bildt, sottolineava l interesse dell Aleca, che andava ben oltre al semplice accordo di libero scambio: «Noi applichiamo la legislazione sull energia e quella sulla concorrenza a Ucraina, Moldavia, Serbia, favorendo così delle trasformazioni fondamentali sul lungo periodo (10)». Esportando le sue istituzioni, l Unione europea si assicura un posto privilegiato nella concorrenza attraverso le norme e nel loro stesso nome, obiettivo massimo della globalizzazione (11). La Russia ha invece ereditato il vecchio sistema dell Urss che, se pur lacunoso, obsoleto e pesante, regola ancora i rapporti economici tra i paesi della Csi. Considerando il contagio provocato dalla loro diffusione, l approdo delle norme europee in Ucraina rischierebbe di coinvolgere l insieme dei paesi post-sovietici per effetto domino. La reazione della Russia deve essere quindi letta anche nell ottica di una lotta per la sopravvivenza di un sistema sul quale si basa ancora il suo complesso militar-industriale. (1) Fondo monetario internazionale, comunicato stampa n , Washington, Dc, 31 ottobre (2) Si legga Sébastien Gobert, «L Ukraine se dérobe à l orbite européenne», Le Monde diplomatique, dicembre (3) Si legga Jean Radvanyi, «Il Cremlino tra esercito e diplomazia», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio (4) «Convergences et divergences dans l espace eurasiatique. Panorama économique», in Jean-Pierre Pagé (dir.), «Tableau de bord des pays d Europe centrale et orientale et d Eurasie», Les études du Ceri, n 202, Parigi, dicembre (5) «Russia weighing tougher Ukraine sanctions», Ukraine journal, Kiev, 18 agosto (6) Sergei Glazyev, «Who stands to win? Political and economy factors in regional integration», Russia in global affairs, Mosca, 27 dicembre (7) «Trade sustainability impact assessment of the free trade area in the framework of the enhanced agreement between the Eu and Ukraine», Rotterdam, 5 aprile (8) Tutti gli agenti hanno la stessa razionalità; tutti i mercati sono perfettamente concorrenziali; tutte le aziende funzionano a piena capacità produttiva; i fattori di produzione sono perfettamente sostituibili; i disequilibri esterni vengono corretti im- Debito pubblico e saldo corrente mediatamente. in percentuale del Pil, inflazione in variazione Gli scontri hanno aggravato la crisi economica nel Con la mobilitazione di 27 miliardi di dollari in prestiti, di cui 17 miliardi anticipati per due anni dall Fmi, l accordo firmato in maggio pone l economia in condizione di assistenza respiratoria. saldo corrente Nonostante un aggiustamento più progressivo (12) di quello concordato nell ottobre 2013, questo provocherà a partire dal 2014 un aumento di circa il 50% dei prezzi dell energia e la ripresa dell inflazione. Contemporaneamente, i rapporti con la Russia sono condizionati dalla minaccia di una nuova escalation protezionista. In mancanza di uno stimolo fiscale e nonostante la svalutazione della hryvnia, che limita la pressione della concorrenza, il crollo del Pil dovrebbe raggiungere il 5%. Si può quindi prevedere un inasprimento dei movimenti sociali, specialmente nel sud e nell est industriali, dove essi si mescoleranno ai conflitti separatisti già attivi. Poroshenko, vincitore al primo turno delle elezioni presidenziali, ha ottenuto una legittimità istituzionale che mancava al governo provvisorio. Ma la sua squadra deve raccogliere sfide impegnative. A breve termine, deve ricostruire il credito dello Stato, per aiutare l economia a uscire dalla logica della predazione (13), controllando sempre la sostenibilità dei conti esteri. A lungo termine, è necessario ristrutturare il sistema finanziario. E inoltre convertire una delle economie più dispendiose al mondo (rispetto ai paesi avanzati, consuma dieci volte più di energia per unità di Pil) in un sistema di sviluppo che investa innanzitutto nell efficienza energetica e nel miglioramento della qualità e dei servizi della produzione. L Ucraina deve disporre del tempo necessario alla realizzazione dei suoi obiettivi ma anche recuperare i suoi rapporti con la Russia. Con l accordo di associazione firmato il 27 giugno 2014, appare evidente che l impianto istituzionale sarà di ispirazione europea. Ma il suo orientamento economico ha interesse a rimanere multipolare, perché gli scambi con la Russia possono aiutare il paese a uscire da questa difficile situazione. (9) Piotr Kosinski e Ievgen Vorobiov, «Do oligarchs in Ukraine gain or lose with an Eu association agreement?», Pism Bulletin, n 86 (539), Varsavia, 19 agosto Debito pubblico (10) «Adress by H. E. Carl Bildt, the swedish foreign minister, after receiving the inaugural Bela foundation award», The Bela foundation, Bruxelles, 9 dicembre 2009, Inflazione (11) Si legga il nostro speciale sul Ttip, www. monde-diplomatique.fr/gmt (12) «Ukraine», Imf country report, n , Fmi, maggio (13) Leggere Jean-Arnault Dérens e Laurent Geslin, «L Ucraina passa da un oligarchia all altra», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile (Traduzione di A.C.)

7 DOSSIER Le Monde diplomatique il manifesto luglio STATI FANTASMA IN MEDIORIENTE Diversamente da quanto affermano molti commentatori, gli accordi Sykes-Picot, conclusi nel 1916 tra Francia e Gran Bretagna, non hanno definito le frontiere del Medioriente, piuttosto hanno tracciato delle aree di influenza. Queste poi sono cambiate in maniera sensibile dopo la prima guerra mondiale, con negoziati che hanno dato vita agli Stati del XX secolo. Ma quest architettura, imposta da fuori, non sembra più in grado di rispondere alle sfide attuali. Frontiere senza nazioni di VICKEN CHETERIAN * «L Europa sta preparando nuovi accordi Sykes-Picot?», mi chiedeva un giorno un collega a Beirut, a proposito degli accordi segreti franco-britannici che nel maggio 1016, ridisegnarono la mappa del Medioriente (si legga il riquadro a pagina 8). La sua domanda partiva da due constatazioni: lo sgretolamento del vecchio sistema mediorientale risalente alla fine della prima guerra mondiale; l evidente capacità e volontà da parte dell Europa di instaurare un nuovo ordine politico nella regione. La mappa attuale del Medioriente è, in effetti, ingannevole. Le frontiere che delimitano i territori di Iraq, Siria, Libano, Turchia, Yemen ecc. sono ormai fittizie e non riflettono più la realtà sul campo. La frontiera siro-irachena, per esempio, ha smesso di esistere almeno dal Sul lato iracheno, lo Stato islamico dell Iraq e del Levante (Isis) controlla una gran parte della provincia desertica di Anbar e ampie aree di Falluja; si è appena impossessato di Mossul. L Isis è anche presente sull altro lato della frontiera, nel cuore del nord siriano, da Abu Kamal fino a Rakka e Aleppo. Niente ferma gli uomini e le armi dell Isis su questa frontiera che era internazionale. Idem a ovest, sulla frontiera siro-libanese. Il Libano serve come base logistica ai ribelli siriani, i quali vi hanno goduto di una libertà di movimento piuttosto ampia fino alla riconquista di Qalamun e del krak dei Cavalieri da parte del regime siriano, nel maggio D altra parte, nel maggio 2013 i combattenti libanesi di Hezbollah sono massicciamente intervenuti nella battaglia di Qusayr, quando i fedeli al regime hanno perso terreno. Ma in realtà, la frontiera fra Siria e Libano era caduta molto tempo prima, nel 1976, quando Damasco mandò truppe nel paese vicino, in preda alla guerra civile. Anche alla frontiera meridionale della Turchia, le forze ribelli siriane si spostano senza incontrare ostacoli ed evacuano i loro feriti verso Antakya (Antiochia) o Gaziantep. Ma inquieta Ankara l emergere, in ampi territori del nord siriano, del Partito dell unione democratica (Pyd), legato al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) turco. Dopo il vertiginoso moltiplicarsi degli attacchi curdi nel cuore della Turchia, le due parti hanno finito per firmare, nel gennaio 2013, un cessate il fuoco che non ha mancato di sorprendere (1). Sulle mappe, niente indica questa ascesa dei curdi, né l instaurazione nel nord dell Iraq di uno Stato di fatto, il governo regionale del Kurdistan, che dallo scorso maggio estrae petrolio senza il consenso delle autorità centrali irachene (2) e che, dopo la conquista di Kirkuk da parte dei peshmerga i combattenti curdi in giugno, ha favolose risorse di oro nero (si legga l articolo a pagina 8). Le frontiere del Medioriente, dunque, sono state totalmente cancellate. È il risultato dello sfaldamento degli Stati della regione, iniziato durante la guerra civile libanese del L invasione statunitense dell Iraq, nel 2003, ha distrutto il regime di Saddam Hussein, ma anche le istituzioni del paese. Da allora imperversa una guerra civile incessante, con il suo corredo di violenze. Dopo il ritiro delle truppe statunitensi, nel dicembre 2011, nessun partito è riuscito a far regnare l ordine né a mettere in campo un sistema in grado di funzionare. Malgrado la ripresa della produzione petrolifera e i miliardi di petrodollari che affluiscono nelle casse, l Iraq continua ad essere attraversato da sconvolgimenti politici (3). Le proteste nonviolente del 2011 contro la povertà e la corruzione sono state una testimonianza del malcontento popolare, ma le manifestazioni del 2013 sono state represse duramente, il che ha preparato il ritorno dei jihadisti e la loro conquista di diverse città dell Iraq occidentale, fra le quali Mossul. * Giornalista. Sommario del dossier PAGINE 8 E 9 Kirkuk, la Gerusalemme curda, di Allan Kaval «Voglio Mossul», disse Lloyd George, di Henri Laurens PAGINa 10 La disintegrazione irachena, seguito dalla prima dell articolo di Peter Harling Le immagini del dossier sono opere Serwan Baran, estratte dalla serie «Whispering», 2012 Le frontiere internazionali non frenano a sufficienza il movimento dei rifugiati, il cui numero è ormai di due milioni per gli iracheni e due milioni ottocentomila per i siriani (4) (senza contare, per questi ultimi, i sei milioni e mezzo di sfollati interni, ovvero il 40% della popolazione totale). Queste massicce migrazioni hanno prodotto una divisione dei territori su base confessionale, con la scomparsa dei gruppi minoritari. Nel 1914, in Medioriente i cristiani erano il 20% della popolazione; ora sono il 5%. Dopo la guerra in Iraq, antiche comunità come i mandeisti, gli Chabak e i Sarliyas-Kakaivas hanno patito a tal punto che è in pericolo la loro stessa esistenza. Si tratta semplicemente dello sfaldamento del Medioriente che era emerso alla fine della prima guerra mondiale o dopo gli accordi Sykes-Picot? Purtroppo, la crisi sembra più grave: più che alla fine di vecchi accordi regionali messi in essere dai britannici e dai francesi, nella regione si assiste al puro e semplice fallimento del moderno Stato nazione. In generale, gli analisti osservano la situazione attraverso due prismi: le ingerenze esterne e le divisioni confessionali. Una gran mole di articoli, rapporti di think tank e documenti di orientamento si riferisce alla lotta fra sciiti e sunniti, o alle mire delle grandi potenze che destabilizzano la regione per indebolirla e dominarla. Gli interventi stranieri, fra i quali possiamo ricordare anche la creazione di Israele nel 1948, esercitano certamente una grande pressione sugli Stati. Ma questo non può nascondere le ragioni interne del fallimento degli Stati arabi. Le «primavere arabe» ne hanno distrutti alcuni, ma dall interno. Tutti i problemi socioeconomici della regione demografia a lungo galoppante, disoccupazione giovanile, concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi (5) hanno provocato situazioni insostenibili. Sicuramente l importanza che gli analisti attribuiscono al ruolo degli attori esterni è esagerata (6). Questa visione ben consolidata risale al declino dell Impero ottomano, dovuto, secondo i sultani, all intervento delle potenze cristiane. Gli ottomani avevano giocato abilmente sulla rivalità fra russi e britannici per sopravvivere, ma, ai fini interni, avevano anche coltivato un discorso antioccidentale e antieuropeo con conseguenze disastrose per i loro sudditi cristiani. Bisogna riconoscere che l Impero ottomano era sopravvissuto, nel XIX secolo, essenzialmente grazie al consenso europeo sul suo mantenimento: quando gli eserciti di Mehmet Ali avanzarono su Costantinopoli, furono gli eserciti europei, con il comando russo, a salvare gli ottomani dall invasione egiziana (nel 1833 e 1840). (7). Durante la guerra di Crimea, poi, le grandi potenze occidentali presero le parti dell Impero ottomano contro i russi ( ). Le ragioni della disintegrazione dell Impero ottomano vanno cercate nelle sue stesse dinamiche. Nel XIX secolo, furono varate tre grandi riforme per modernizzare lo Stato e fare dei sudditi ottomani dei cittadini in senso pieno: i Tanzimat nel 1839, l editto di riforma nel 1856 e la monarchia costituzionale che sarebbe stata sospesa in capo a due anni nel Il fallimento di queste riforme, la rivoluzione dei Giovani turchi nel 1908 e la loro decisione di entrare in guerra a fianco della Germania spiegano la divisione dell impero meglio della tesi della cospirazione esterna. Allo stesso modo, gli Stati arabi moderni hanno ereditato vecchie contraddizioni ottomane, soprattutto le divisioni e le tensioni confessionali derivanti dal sistema del millet (comunità religiosa protetta). Teocrazia musulmana, l Impero ottomano aveva accordato alle sue minoranze religiose (greca ortodossa, armena, ebrea e siro-ortodossa) l autonomia nella gestione delle loro questioni interne, e si affidava anche a sudditi cristiani per amministrare il potere e proteggerlo attraverso l ordine militare dei giannizzeri. Ma, nella seconda metà del XIX secolo, l impero perse alcuni territori nei Balcani, e i cristiani scesero a un quarto della popolazione totale. Il sultano Abdulhamid II decise allora di rafforzare l ideologia islamica, alienandosi ulteriormente i millet cristiani, vittime di violenze. La Francia introdusse il sistema ottomano del millet anche in Libano. Le comunità religiose gestivano in modo autonomo i propri affari interni e godevano di quote in tutte le istituzioni nazionali. Così, il presidente del paese doveva essere obbligatoriamente maronita (cristiano), il capo del Parlamento sciita, e il primo ministro sunnita. Nel contesto successivo alla seconda guerra, mentre la regione era divisa fra regimi monarchici conservatori e Stati repubblicani ispirati dal nazionalismo arabo, questo sistema costituiva un eccezione. Ma nel corso dei due decenni che seguirono, il panarabismo, senza riuscire a unificare la regione, minò la legittimità dello Stato nazione. Dopo il colpo di Stato baathista del 1963, la Siria fu diretta da una casta che si opponeva fortemente alla legittimità del suo stesso Stato, perché mirava all unità panaraba. Il regime censurò e represse diversi dibattiti interni: le classi abbienti siriane non hanno mai trovato una cultura o uno spazio politico comuni (8). L ideologia ha soffocato le differenze esistenti nella società, mentre si è affermato un potere dinastico repubblicano con successo in Siria, ma non in Egitto, Libia o Yemen, dove le «primavere arabe» hanno cambiato le carte. La differenza fra «repubbliche» e monarchie arabe (Giordania, Marocco, paesi del Golfo), ormai, non è più significativa. In Iraq come in Siria o in Egitto, un altro fattore importante è stata la debolezza dei proprietari terrieri e delle classi medie urbane, perché ha impedito la creazione di uno spazio politico autonomo. Al momento dell indipendenza, questo è sfociato nell intervento dell esercito, che ha utilizzato per fini demagogici gli slogan sull unità araba, la liberazione della Palestina e la giustizia sociale. Poi, nel corso degli ultimi trent anni, le istituzioni militari e la burocrazia governativa hanno mostrato la propria incapacità nel gestire la situazione e, con l aggravarsi della crisi economica, hanno intensificato la repressione. Le «primavere arabe» hanno finito per polverizzare gli Stati repubblica, già rosi dall interno. Quanto alle monarchie, confortate dall ascesa dell islam politico al quale si richiamano, ormai si trovano di fronte a una contestazione proprio nel nome della religione. continua a pagina 9 (1) Si legga «Storica occasione per i curdi», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio (2) «Iraq files case against Turkey over Kurdish oil exports», The Daily Star, Beirut, 24 maggio (3) In Iraq, la produzione di petrolio è ariva a 3,5 milioni di barili al giorno all inizio del 2014, superando dunque quella del 1979, anno dell arrivo al potere di Saddam Hussein. Si stima che il paese abbia le terze riserve di gregio al mondo. (4) «Syria Regional Refugee Response», Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, Ginevra, giugno 2014, (5) Gilbert Achcar, Le peuple veut. Une exploration radicale du soulèvement arabe, Actes Sud, Arles, (6) Il miglior resoconto della spartizione del Medioriente è quello di David Fromkin, A Peace to End all Peace: Creating the Modern Middle East, , Henry Holt & Company, New York, (7) Si legga Ghislaine Alleaume, «L œuvre inachevée de Méhémet Ali», in «L Egypte en mouvement», Manière de voir, n 135, giugno-luglio (8) Cfr. Patrick Seale, The Struggle for Syria, Oxford University Press, 1965.

8 8 luglio 2014 Le Monde diplomatique il manifesto DOSSIER Kirkuk, la Gerusalemme curda I primi beneficiari del caos iracheno potrebbero essere i curdi. Hanno approfittato dei combattimenti per impadronirsi di Kirkuk, che considerano come la loro capitale storica. Ma il sogno di uno Stato unificato è ancora lontano, perché i curdi non possono rimanere fuori dalle convulsioni che scuotono la regione. E, in Iraq come nei paesi vicini, essi rimangono profondamente divisi. dal nostro inviato speciale ALLAN KAVAL * Sulla strada che porta da Kirkuk, città appena passata sotto il controllo del governo regionale del Kurdistan, a Haouidja, località sunnita sulla quale sventola da qualche giorno la bandiera dello Stato islamico dell Iraq e del Levante (Isis), le jeep del convoglio militare curdo fanno bruscamente retrofront. L autista del primo veicolo ha oltrepassato senza rendersene conto l ultimo check-point curdo, correndo verso le postazioni del nemico che si trovano a meno di un chilometro, per poi accorgersi dell errore. Il fatto è che la frontiera è recentissima: gli edifici in cemento di quello che era un installazione delle forze di sicurezza irachene hanno appena cambiato occupante. Sbiaditi dal sole e dalla polvere, i colori dell Iraq federale sono visibili su uno dei loro muri, ma i giovani peshmerga (1) hanno già piantato la loro bandiera, quella del Kurdistan. Ad alcune centinaia di metri, la strada passa sotto un ponte che segna il limite da non oltrepassare: gli uomini dell Isis aspettano sull altro lato. Dopo due giorni senza scontri, non è il caso di tentare il diavolo. L armamento è leggero. Gli uomini si riposano. Non ci si batterà, per oggi. «Siamo qui per la sicurezza dei territori curdi abbandonati dall esercito iracheno, non per essere coinvolti in una guerra civile», dichiara il generale Sherko Fatih, che dirige le forze curde di stanza nella regione. Il Kurdistan iracheno, sfuggendo di fatto alle autorità di Baghdad sin dalla fine della guerra del Golfo ( ) e avendo ottenuto il riconoscimento istituzionale della propria autonomia dopo la caduta di Saddam Hussein, vede realizzarsi le sue storiche aspirazioni territoriali con il crollo, nel nord del paese, di uno Stato centrale dominato da partiti arabi sciiti. Le forze armate irachene sono state disperse dall offensiva lanciata su Mossul e nelle zone popolate da sunniti dall eterogenea alleanza di islamisti, nazionalisti e baathisti che avanza nel solco dell Isis. Hanno lasciato dietro di sé le basi, le armi e un vuoto securitario che i pershmerga si sono affrettati a colmare nei territori «contesi». Dal 2003, le principali formazioni politiche curde, il Partito democratico del Kurdistan (Pdk) e l Unione patriottica del Kurdistan (Upk), facevano concorrenza allo Stato centrale su questa banda intermedia di terra. Il vero fronte della nuova guerra in Iraq è altrove: nelle città conquistate dalle milizie sunnite dell Isis. I suoi combattenti affrontano i miliziani e i volontari che rispondono in massa all appello alla jihad lanciato dall ayatollah Ali al Sistani, la massima autorità sciita del paese. Ai margini di questa guerra confessionale, i curdi consolidano le loro conquiste. Una nuova frontiera di chilometri si estende dalla città di Khanakin, vicina alla frontiera con l Iran, alle zone curde della Siria, minacciate dall Isis e passate dal luglio 2012 sotto il controllo del ramo siriano del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), cioè il Partito dell Unione democratica (Pyd). Lungo una diagonale che taglia l Iraq in due dal nord-ovest al sud-est si susseguono ormai i check-point che segnano il nuovo confine fra il Kurdistan e le zone insorte. Periodicamente si verificano scontri ma si è lontani da una guerra totale. Per un ex funzionario baathista di Kirkuk, che ha il polso dei gruppi armati presenti, «il loro comune avversario, lo Stato centrale sciita, nel nord dell Iraq non esiste più: curdi e arabi sunniti hanno tutto l interesse a mantenere rapporti di buon vicinato». Esportare petrolio passando dalla Turchia La confessionalizzazione a oltranza della scena irachena porta così a un paradosso: i nazionalisti arabi sunniti, che sono una parte importante dei gruppi alleati all Isis, sostengono la necessità di una certa intesa con i curdi. «Ci possono essere degli scontri e anche dei morti, ma succede perché il movimento sunnita non è né unificato né sufficientemente controllato ai suoi capi. Al livello più alto, si evitano i danni», spiega un attivista vicino agli insorti. Questa situazione paradossale ha permesso al movimento curdo in Iraq di soddisfare la sua rivendicazione fondamentale: il controllo della città e della provincia di Kirkuk, la «Gerusalemme dei curdi» nel discorso nazionalista. Ci vivono importanti minoranze turkmene e arabe. Dal 2005, la loro sorte era appesa all articolo 140 mai applicato della Costituzione irachena, che prevedeva un censimento e la tenuta di un referendum su un eventuale annessione al Kurdistan autonomo. A Kirkuk, il ritiro delle forze irachene non ha fatto che confermare la supremazia dei curdi. Dominando il consiglio provinciale dopo l invasione statunitense del 2003, si sono appropriati degli equipaggiamenti militari disponibili. Hanno ormai il monopolio della forza e non sono pronti a cederlo se si dovesse assistere a un tentativo di ritorno dello Stato centrale. Si dissipano così le finzioni giuridiche e istituzionali destinate a organizzare la spartizione del potere fra Hussein (2). I curdi, che si erano (1) Letteralmente «quelli che vanno davanti alla morte»: nome dei membri delle forze armate del Kurdistan iracheno, retaggio degli anni di guerriglia contro lo Stato centrale. (2) Si legga Vicken Cheterian, «Occasione storica per i curdi», Le monde diplomatique/il manifesto, maggio Dallo smembramento dell Impero ottomano ai progetti dei jihadisti MAR EGEO MAR MEDITERRANEO EGITTO (1922) Smirne (Izmir) Il Cairo 1. Israele dichiara la propria indipendenza il 14 maggio L'anno successivo, occupa il 78% della Palestina. Gaza dipende dall Egitto; la Cisgiordania e Gerusalemme Est sono annesse dalla Giordania. Mandati votati dalla Società delle Nazioni (Sdn) nel: 1920 per il Libano, la Siria e l Iraq 1922 per la Palestina, per la quale la Gran Bretagna ritaglia l'emirato di Transgiordania Potenze mandatarie: Francia Gran Bretagna Istanbul TURCHIA Ankara MAR NERO CIPRO Aleppo (1960) SIRIA (1943) LIBANO (1943) Beirut Damasco PALESTINA 1 Gerusalemme Amman Canale di Suez Sangiaccato di Alessandretta ceduto alla Turchia nel 1939 Adana TRANSGIORDANIA Akaba (1946) Al-Jouf MAR ROSSO Medina Territorio turco secondo il trattato di Sèvres del e dopo le conquiste di Ataturk avallate dal trattato di Lisbona nel 1923 Regno di Abdelaziz Ibn Saud Possedimenti britannici Zone neutre (1899) Data di indipendenza Trabzon Hejaz (conquistata nel 1925) Erzurum Mossul UNIONE SOVIETICA Distretto di Kars Bagdad IRAQ (1932) Najaf Abadan Bassora KUWAIT (1961) Kuwait Territorio autonomo dei curdi secondo il trattato di Sèvres del 1920 Area con popolazioni curde Kurdistan iracheno: regione autonoma del Kurdistan riconosciuta nel 2005 Confini dell emirato che lo Stato islamico in Iraq e nel Levante (Isis) intende creare Zone conquistate dall Isis e dai suoi alleati sunniti al 26 giugno 2014 Fonti: Gerald Blake, John Dewdney e Jonathan Mitchell, The Cambridge Atlas of the Middle East and North Africa, Cambridge University Press, 1987; Olivier Da Lage, Géopolitique de l Arabie saoudite, Complexe, 1996; carta originale annessa ai testi dei trattati di Sèvres (1920) e di Losanna (1923); Istituto curdo di Parigi; Mehrdad R. Izady, università Columbia, New York, 1998; Medias24.com; Institute for the Study of War. Erbil Kirkuk Tbilisi Erevan Tabriz ARABIA SAUDITA (unificata nel 1932) Baku Vilayet di Mossul, attribuito definitivamente all Iraq dalla Sdn nel 1925 Conquista curda di Kirkuk km MAR CASPIO IRAN BAHREIN (1971) QATAR (1971) aprile 2013 dai nostri archivi «Voglio Mossul», disse Lloyd George di HENRY LAURENS * Nel 1919, in piena guerra mondiale, Parigi e Londra negoziano lo smembramento dell Impero ottomano. Un primo abbozzo viene tracciato dai diplomatici François Georges-Picot e Mark Sykes. Le frontiere del Vicino oriente tracciate dai vincitori dopo la fine del conflitto alla fine saranno diverse. Ma questa divisione rimarrà nota con il nome di «accordi Sykes-Picot». Estratti. Nel suo diario, l 11 dicembre 1920, Maurice Hankey, segretario del governo britannico, annota: «Clemenceau e Foch hanno traversato (il mare) dopo l armistizio e sono stati accolti con tutti gli onori dai militari e dalla folla. Lloyd George e Clemenceau si sono recati all ambasciata di Francia... Una volta rimasti soli, Clemenceau disse: Bene. Di che cosa dobbiamo discutere? Della Mesopotamia e della Palestina, rispose Lloyd George. Mi dica che cosa vuole, chiese Clemenceau. Voglio Mossul, disse Lloyd George. La avrà, disse Clemenceau. Nient altro? Sì, voglio anche Gerusalemme, ha continuato Lloyd George. La avrà, disse Clemenceau». ( ) La divisione del Medioriente in più Stati ( ) è avvenuta contro la volontà delle popolazioni, facendo ricorso a una retorica liberale che l impiego della forza svuotava di ogni significato. Rispetto all evoluzione politica dell ultimo decennio ottomano, allorché la cooptazione dei notabili e la costituzione di un sistema elettorale, anche se largamente imperfetto, avevano creato le premesse per un autentica rappresentatività politica, l autoritarismo franco-britannico costituisce un duraturo regresso. Intesa come divisione territoriale, la spartizione è durata soprattutto perché le nuove capitali e le loro classi dirigenti hanno saputo imporre la loro autorità sul nuovo paese. Ma gli eventi del furono sentiti come un tradimento degli impegni presi (innanzitutto come un tradimento dei diritti dei popoli a disporre di se stessi). Soprattutto le élite locali furono espropriate del loro destino. Quando tornò in auge il nazionalismo arabo, esso non riconobbe la legittimità della spartizione, e fece appello alla costituzione di uno stato unitario come panacea di tutti i mali della regione. Gli stati reali furono così tacciati di illegittimità, e indeboliti fin dall'inizio. La costituzione di una homeland nazionale ebraica, poi, trascinò la regione in un ciclo di conflitti di cui ancora oggi non si vede la fine. ( ) * Docente al Collège de France.

9 DOSSIER Le Monde diplomatique luglio impadroniti con la forza nel 2008 di una parte dell enorme campo petrolifero di Kirkuk, potrebbero ora acquisirlo per intero. Ashti Hawrami, il loro ministro delle risorse naturali, nei giorni successivi al ritiro iracheno ha annunciato la costruzione di infrastrutture che permetteranno di pompare il petrolio, ufficialmente sempre sotto il controllo federale, e di mescolarlo a quello prodotto sul territorio del governo regionale. L esportazione verso i mercati internazionali avverrebbe in seguito in modo autonomo, passando per la Turchia. Il 21 giugno 2014 ha avuto luogo la prima consegna di grezzo prodotto nel Kurdistan iracheno: è stato spedito dal porto turco di Ceyhan verso quello di Ashkelon, in Israele. Essendo in posizione di forza, i curdi potrebbero strappare a Baghdad, la cui sovranità sull insieme del territorio iracheno è tuttora riconosciuta a livello internazionale, un accordo favorevole. Per bocca del suo primo ministro, Nechirvan Barzani, il governo regionale si è pronunciato in favore della formazione di una zona araba sunnita autonoma intorno a Mossul. Ma sarebbe sbagliato concludere che il suo rafforzamento in quanto entità autonoma escluda la sua partecipazione al gioco iracheno. Questo comprende un insieme di dinamiche politiche delle quali Baghdad rimane uno dei poli, così come Ankara e Tehran per via dell influenza iraniana sulla classe politica sciita in Iraq. Le élite curde hanno ancora interesse a giocare la propria influenza all interno dello Stato iracheno, anche in un ambiente nel quale le frontiere si confondono e si moltiplicano gli attori statali e non che entrano nell equazione. Inoltre, i curdi iracheni non formano un entità coerente che agisca sulla base di un programma comune ben compreso. Il Pdk e l Upk rimangono in una certa misura dei partiti-stato dotati di territori e forze armate proprie; perseguono interessi autonomi e mantengono alleanze talvolta divergenti. Così, il Pdk domina il settore degli idrocarburi, il che ne determina l allineamento sulle posizioni diplomatiche di Ankara, viste le ambizioni della Turchia nel campo energetico. L Ukp, percorso da potenti divisioni interne, ha relazioni migliori con l Iran e, di conseguenza, con il Pkk: quest ultimo si oppone all influenza del Pdk nel Kurdistan turco e soprattutto nel Kurdistan siriano, che vuol veder rimanere sotto il controllo dei suoi alleati locali. La nuova frontiera non è una linea chiara Benché i responsabili sui due fronti cerchino di minimizzare queste divergenze, il caos nel quale è precipitato l Iraq tende ad alimentarle. Secondo il generale Jabbar Jawar, segretario generale del ministero dei peshmerga del governo regionale, nella parte sud-orientale del Kurdistan iracheno l Upk domina e collabora con l esercito federale, tuttora posizionato lungo alcune decine di chilometri prima della frontiera con l Iran. Nel nord-ovest è il Pdk a dominare, ed è più incline a trovare un linguaggio comune con alcune componenti del movimento sunnita. Peraltro, Kirkuk, con le sue basi militari e le sue risorse, si situa al tempo stesso alla frontiera fra l Iraq arabo e il Kurdistan, e sulla linea di contatto fra le zone d influenza dell Upk e del Pdk. Controllata dall Upk dopo la caduta dell ex regime, dopo la partenza delle truppe irachene la città è tornata a essere oggetto di disputa fra le due principali formazioni kurde. Questa tendenza allo smembramento è acuita, nei territori in passato contesi con Baghdad, dalla compresenza di diverse popolazioni. Alle divisioni fra curdi, turkmeni e arabi si aggiungono differenze confessionali, perché queste tre comunità sono attraversate dalla linea di separazione fra sciiti e sunniti. Negli interstizi del controllo di sicurezza esercitato dall Upk e dal Pdk in modo congiunto o separato pullulano milizie fondate su questi tanti modi di essere «l altro» di qualcuno. Esse aggregano, sulla base della loro affiliazione, i membri delle ex forze di sicurezza federali. Ognuno di questi gruppi armati trova alleati lontani contro nemici vicini. La nuova frontiera del Kurdistan non è una linea chiara, ma una zona composita e devastata, fatta di punti controllo, di enclave, di sacche nelle quali autorità varie fondate in primo luogo sulla forza cooperano, si ignorano, si fanno la concorrenza o si combattono. A una decina di chilometri dal centro di Kirkuk, dove la vita continua normalmente pur in prossimità della guerra, la località di Taza, abitata da turkmeni sciiti, dà un saggio di questa realtà. Il vicino villaggio di Bechir, anch esso turkmeno e sciita, è stato da poco conquistato dai membri di tribù sunnite sistemate là dal regime di Saddam Hussein nel 1986, e cacciate via poi, nel 2003, dagli abitanti originari. Grazie all Isis, hanno trovato il modo di reimpadronirsi delle terre e dei beni dei loro vicini. Nelle strade silenziose di Taza circolano giovani armati che vanno alla moschea. Là, in divisa militare, con il turbante religioso, il rappresentante locale dell ayatollah al Sistani rivolge agli uomini un appello al martirio per la riconquista di Bechir. Nel cortile della moschea si trovano alcuni membri non giovani del partito sciita al Dawa, tornati dall esilio in Iran con l acconciatura e la barba dei guardiani della rivoluzione. Si preparano a partecipare a una riunione presieduta da comandanti della milizia Badr, che si coordinano con milizie sciite dislocate in zona sei mesi fa dal governo centrale. Ad alcuni chilometri di distanza, con un carro armato sovietico e alcuni blindati recuperati nel 2003 dai peshmerga dell Upk nelle installazioni militari di Saddam Hussein, un centinaio di combattenti curdi ha preso posizione sul canale che separa Taza dalle forze sunnite. Controllano il ponte che porta sull altro lato. Una delegazione del Pkk di passaggio vi ha appeso una bandiera con il ritratto del suo capo, Abdullah Öcalan, prigioniero in Turchia. Un po oltre, lungo i bordi di questa via d acqua larga una decina di metri, una tenda dell Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati ripara dal sole una decina di adolescenti armati, sotto un vessillo in onore di Ali (3). Un giovane che nel 2003 non aveva nemmeno dieci anni porta a tracolla un kalashnikov modificato per assomigliare a un fucile d assalto statunitense. Con indosso una giacca mimetica e una maglietta che imita quelle della squadra olimpica di Lione, si fa fotografare con un poliziotto disertore che ha risposto all appello alle armi lanciato dall ayatollah al Sistani, mentre, in sottofondo, colpi di fucile mirano a un bersaglio ignoto. ALLAN KAVAL (3) Genero del profeta Mohammed, venerato dagli sciiti. (Traduzione di M. C.) Frontiere senza nazioni continua da pagina 7 Per tutta la sua storia, l islam è stato una forza unificatrice. Il profeta Mohammed arrivò a unire le tribù nomadi della penisola araba, le quali lavorarono alla costruzione di un impero sotto l influenza dei suoi successori. Sotto il vessillo dell islam si ritrovavano anche dinastie non arabe, come i Samanidi dell Asia centrale e i Selgiuchidi, convertitisi dopo la conquista araba. L islam riunì diverse etnie e tribù che optarono per un regime politico comune, mentre cristiani ed ebrei si videro assegnare uno statuto inferiore ma protetto, quello di dhimmis. islam politico contemporaneo ha rotto con la dimensione L universale di questa religione, diventando man mano un fattore di divisione anziché di unione. È rappresentato tanto da monarchie conservatrici quanto da gruppi armati jihadisti dall ideologia reazionaria. In Siria, jihadisti sciiti (Hezbollah libanesi, Asaïb Ahl al-haq iracheni) combattono contro jihadisti sunniti, rivelando l abisso che separa le diverse fazioni islamiche. In Iraq, il capo giordano Abu Mussab al Zarkaui ha sempre tenuto le distanze da Osama bin Laden, anche dopo avergli giurato fedeltà, nell ottobre 2004, un anno e mezzo prima di essere ucciso. In Siria, il Fronte al Nusra, affiliato ad al Qaeda, si è formato agli inizi del 2012 sotto il comando di Abu Mohammed al Julani. Ma il capo dei jihadisti iracheni, Abu Bakr al Baghdadi, ha poi annunciato la creazione dell Isis; scatenando una lotta senza esclusione di colpi fra le due branche jihadiste, tanto che il capo di al Qaeda, Ayman al Zawahiri, ha disposto, evidentemente senza grandi effetti, la dissoluzione dell Isis. Abu Khaled al Suri, emissario personale di al Zawahiri, che aveva ricevuto il compito di porre fine al conflitto fra i due movimenti, è stato assassinato ad Aleppo nel febbraio La violenza interconfessionale è indice della disintegrazione sociale e politica di un paese che, in preda a una profonda crisi, vede il suo spazio politico ridursi al confessionalismo. «In Iraq non c è più una visione nazionale, riconosce Falah Mustafa Bakir, capo del dipartimento affari esteri nel governo regionale del Kurdistan. Fine. Gli sciiti voteranno per degli sciiti, i sunniti per dei sunniti, i curdi per dei curdi.» Eppure, anche se gli scontri in Medioriente hanno preso una strada confessionale, essi non sono così per natura, e sovrastimare questa dimensione potrebbe portare a conclusioni affrettate. Nel caso siriano, ad esempio, un analisi confessionale farebbe pensare che il conflitto oppone ai sunniti una coalizione fra alauiti e sciiti; ma questa lettura non tiene conto delle tensioni e degli antagonismi fra la dinastia Assad e il potere del primo ministro iracheno Nuri al Maliki in Iraq. Si potrebbe anche essere indotti a credere che Bashar al Assad miri a costituire un mini-stato alauita sulle montagne della costa; ma non è così, perché le forze lealiste si battono in tutto il paese, e sono ancora presenti sia nel nord, a Kamechliev, sia nell est, a Deir ez-zor, sia nel sud, a Deraa. Il potere vuole mantenere il controllo su tutta la Siria, e non creare uno Stato alauita o un altro surrogato di nazione. Allo stesso modo, quando si parla di opposizione sunnita, si potrebbe supporre un unità e una coesione fra i gruppi di combattenti, ma non è affatto così. Malgrado le previsioni che davano per imminente la sua fine politica nel 2011, poi nel 2012, il regime di Assad è sopravvissuto, a prezzo di orribili violenze che hanno distrutto tutte le infrastrutture urbane e il tessuto sociale del paese, provocando milioni di sfollati e rifugiati. L assenza di un processo di dialogo fra il regime e i suoi oppositori (9) fa della violenza l unica soluzione possibile. La sopravvivenza di Assad dipende essenzialmente dalla natura dell opposizione. Egli si è sforzato di accreditare la tesi di un conflitto militare fra un regime nazionalista, laico e progressista, protettore delle minoranze, e islamisti fanatici. Allo stato attuale, la sua principale vittoria oltre a quella di essere riuscito a mantenere il potere tanto a lungo è di aver convinto il mondo che egli fronteggia jihadisti salafiti, che avrebbero campo libero se egli cadesse. I fedeli al regime e i ribelli siriani si combattono in una guerra asimmetrica; ma l asimmetria non si riferisce alla quantità o alla qualità delle armi a disposizione dei due campi. Riguarda, piuttosto, il contrasto che vede da una parte i lealisti dotati di un esercito centralizzato e di un comando integrato, e dall altra una miriade di gruppi armati più o meno uniti che formano alleanze in perpetuo mutamento. L esercito siriano può decidere dove e quando concentrare le forze per schiacciare i nemici, ma non ha la capacità di controllare il terreno. Tutti questi conflitti distruggono le basi ideologiche dei sistemi politici. Il Baath siriano, con la sua dottrina panaraba, combatte una guerra a fianco della Repubblica islamica dell Iran contro i propri oppositori, sostenuti dagli Stati arabi del Golfo, come Arabia saudita e Qatar. E la guerra in Siria manda in frantumi i principi sui quali si fonda il compromesso costitutivo del Libano dalla sua indipendenza, alla fine della seconda guerra mondiale: i maroniti non cercano il sostegno della Francia, e i musulmani mantengono le distanze dal nazionalismo arabo. La partecipazione di Hezbollah alla guerra in Siria mette in discussione anche la neutralità del Libano. La lotta palestinese, causa sacra dei nazionalisti arabi, ha perso centralità. I regimi arabi l hanno usata e ne hanno abusato, i movimenti islamisti vi hanno fatto riferimento, ma non l hanno mai considerata propria. Negli sconvolgimenti regionali, è stata in gran parte dimenticata. Le forze che scontrano in campo cercano di impossessarsi del retaggio del passato, ma non hanno alcun progetto alternativo all interno delle frontiere dello Stato-nazione: nessuna di loro si batte per il Libano, l Iraq o la Siria. Rappresentano interessi locali, tribali, tutt al più confessionali, e compiono violenze che distruggono tutto al loro passaggio, senza cercare di ricostruire. Quando non regnerà più il caos, la mappa politica della regione sarà fortemente cambiata. Ma a che cosa assomiglierà? VICKEN CHETERIAN (9) Cfr. «Violence et politique en Syrie», in Bertrand Badie et Dominique Vidal (a cura di) La Cassure. L Etat du monde 2013, La Découverte, Parigi, (Traduzione di M.C.)

10 10 luglio 2014 Le Monde diplomatique il manifesto DOSSIER La disintegrazione irachena continua dalla prima pagina dell apparato di sicurezza. Lo Stato iracheno abbandona le sue attrezzature militari, fra le quali i veicoli forniti dagli Stati uniti, lascia dietro di sé numerosi prigionieri generalmente detenuti in modo arbitrario e consegna all avversario ambiti bottini: in particolare oltre mezzo miliardo di dollari depositati in una succursale della Banca centrale. Gruppi armati meno radicali si uniscono al movimento, attribuendosi una parte verosimilmente esagerata di queste vittorie. Fra gli abitanti che non fuggono, alcuni celebrano quella che chiamano «liberazione», «sollevazione», o anche «rivoluzione». I curdi hanno colto l occasione per impadronirsi di un altra grande città, Kirkuk, zona importante sia per le risorse petrolifere che per gli aspetti identitari, il cui controllo da diversi anni era oggetto di contesa con il governo di Baghdad, per non parlare delle altre minoranze locali (si legga l articolo a pagina 8). Questo secondo tour de force, tuttavia, è passato quasi inosservato, poiché tutta l attenzione si è focalizzata sull avanzata dei jihadisti. Secondo al Maliki, i suoi alleati e concorrenti sciiti, l amministrazione statunitense e una buona parte dei media, la loro offensiva pareva irresistibile: tutti dicevano di temere che quelli si impadronissero dei mausolei sciiti di Samarra distruggendoli, scatenando così una nuova guerra confessionale, o che conquistassero la capitale per stabilire un grande emirato esteso ad ampie porzioni di Iraq e Siria. Nel 2012, manifestazioni pacifiche dei sunniti Come reazione, il primo ministro ha chiamato i suoi alla mobilitazione generale. Lo hanno seguito diverse milizie confessionali, delle quali ha tollerato il diffondersi, e figure sciite. L Iran ha dispiegato rinforzi incaricati di organizzare questi contingenti paramilitari e, verosimilmente, di combattere al loro fianco. Gli Stati uniti hanno ridiretto due portaerei nelle vicinanze di questo teatro di operazioni che il presidente Barack Obama in realtà cerca di abbandonare per davvero dal Intanto, sono rimaste senza risposta le questioni più elementari poste da questa débâcle. Come è possibile che un apparato di sicurezza pletorico, fra i più grandi del mondo con un milione di uomini in armi (su una popolazione di circa ventincinque milioni di persone), abbia potuto evaporare in questo modo all avvicinarsi dei jihadisti? Come spiegare la relativa popolarità di questi ultimi, visti i ricordi spaventosi legati ai loro predecessori, tipo al Qaeda, quando nel 2007 dominavano la città di Mossul e praticamente sgozzavano per strada chiunque? Perché i notabili sunniti locali, come la famiglia Noujeifi, alleata di al Maliki, non sono stati capaci di trovare sostegni per tener loro testa? Infine, e soprattutto: qual è il bilancio del primo ministro uscente che, forte del risultato ottenuto alle recenti elezioni parlamentari, voleva sollecitare un terzo mandato? Era arrivato alla carica di primo ministro nel 2006, quando era solo un personaggio incoerente del piccolo partito islamista sciita al Dawa, proprio perché non sembrava una minaccia per nessuno. All epoca, infuriava la guerra civile fra gruppi armati sunniti e milizie sciite. Pur tutti usciti dallo stesso movimento di resistenza all occupazione statunitense, erano divisi da un sentimento crescente di reciproca persecuzione. Il primo ministro sostenne l azione delle seconde, utilizzate come forze suppletive nella lotta contro i primi. L immagine e la strategia politica di al Maliki cambiarono radicalmente nel 2008, quando gli Stati uniti gli diedero i mezzi per uscire da una logica puramente confessionale. Si trattava di costituire milizie sunnite cooptate dal governo per combattere al Qaeda e di riprendere il controllo sulle milizie sciite sempre più fuori controllo. In pratica, in sé il ruolo di al Maliki fu minimo. Ma egli ne ricavò un aura da uomo di Stato che si eleva al di sopra delle logiche da guerra civile per riportare il paese alla stabilità. In seguito ha continuato a identificarsi con questo ruolo di salvatore, sviluppando un culto della personalità che prendeva a prestito molto dell immagine di Saddam Hussein. Questa vicinanza non sembrava inquietare i simpatizzanti sciiti. In nome della sofferenza imputata al precedente regime, o di una pretesa «ingovernalità» del popolo iracheno, decisamente troppo turbolento, sembravano aspirare a veder emergere un capo con lo stesso carattere dell antico tiranno, ma che, stavolta, sarebbe stato della loro stessa confessione. La «lotta contro il terrorismo» diventa rapidamente il principale argomento di al Maliki, perché gli permette di perseguire contemporaneamente una molteplicità di obiettivi. Egli può infatti concentrare sempre più potere nelle sue mani, estendere il controllo sull enorme apparato di sicurezza ereditato dall occupante statunitense e metterlo al servizio dei propri interessi politici. A partire da dicembre 2010, egli concentra un cumulo di cariche: primo ministro, comandante in capo delle forze armate, ministro della difesa e ministro dell interno. La paura del vuoto contribuisce a prevenire qualunque tentativo di sostituirlo e gli assicura un sostegno sufficiente sia da parte degli Stati uniti quanto dell Iran. Sin dalla sua elezione, nel 2008, Obama avrebbe voluto ritirare le truppe al più presto; e Tehran apprezzava un uomo capace di rimanere alla testa dello Stato iracheno badando al tempo stesso a non contrastare mai i suoi interessi. Non è certo appannaggio di al Maliki il ricorso alla «lotta contro il terrorismo» come programma politico di ripiego. Nel mondo arabo, quasi tutti i suoi omologhi lo hanno utilizzato per giustificare gli abusi peggiori. È stato il caso di Hafez al Assad, padre dell attuale presidente, in Siria, dei generali algerini negli anni 90, di Muammar Gheddafi in Libia e di Zine el Abidine Ben Ali in Tunisia. In Yemen, il presidente Ali Abdallah Saleh fino alla sua caduta aveva sviluppato un sistema di perpetuazione del potere basato, fra gli altri elementi, sulla minaccia eternamente utilizzabile rappresentata da al Qaeda. Confrontandosi con animosità, frustrazioni e aspirazioni varie durante le sollevazioni delle «primavere arabe», nel 2011, quasi tutti i regimi coinvolti hanno evocato la lotta contro il terrorismo. Ma il primo ministro iracheno si è distinto per l uso illimitato che ha fatto dello spauracchio. Si è deliberatamente e sistematicamente alienato i sunniti, indebolendo lo Stato, e questo in modo tanto più inesplicabile in quanto si trovava in posizione di forza. In Siria, Assad ha fatto altrettanto a partire dal 2011, ma sotto la pressione di un vasto movimento di rivolta popolare sostenuto da attori esterni che si proponevano apertamente di far cadere il suo regime. Al Maliki ha scelto «a freddo» di trascurare o smantellare le milizie sunnite, spesso di composizione tribale, che gli Stati uniti gli avevano lasciato in eredità, e di mantenere un apparato di sicurezza sempre più confessionale e corrotto. Qualunque forma di opposizione sunnita era bollata come «terrorista», il che dava luogo a una moltiplicazione di arresti e detenzioni arbitrarie e a innumerevoli vessazioni. I sunniti iracheni sono al tempo stesso indignati per un simile trattamento, ispirati dalle sollevazioni del 2011 nei paesi vicini e raffreddati dalla disastrosa militarizzazione dell opposizione in Siria senza parlare del doloroso ricordo della disfatta durante la recente guerra civile. A partire dal 2012, si organizzano per esprimere pacificamente il proprio malcontento. Le prime manifestazioni diventano sit-in permanenti sulle grandi piazze delle città sunnite del paese. Le loro rivendicazioni si riferiscono sempre a un riequilibrio dello Stato, così da riottenere il posto loro spettante. Ma al Maliki rimane sordo. La lenta recrudescenza degli attentati esplosivi in questo periodo non serve a metterlo in guardia, piuttosto gli fornisce il pretesto per ostinarsi (1). A poco a poco, l opzione della violenza, che era stata respinta dai sunniti, inizia a farsi largo anche oltre le frange più estremiste. Le tattiche di sopravvivenza del potere hanno minato le basi istituzionali del paese Parallelamente, il primo ministro decide di schierarsi dalla parte di al Assad, in un conflitto siriano che ha assunto una connotazione confessionale, da una parte un regime ridotto alla sua componente alauita e dall altra un opposizione sunnita. Al Maliki rinuncia a criticare la repressione crescente che, praticata dal suo vicino, adotta forme sempre più abominevoli, e reitera le proprie offerte di mediazione. Apre le frontiere agli sciiti che si offrono come volontari per andare a combattere in Siria, nel quadro di una specie di «sforzo di guerra» pilotato dall Iran. Questi jihadisti, animati da una visione millenarista annunciatrice della fine del mondo, cominciano a transitare senza difficoltà per l aeroporto di Baghdad o per l autostrada che porta in Siria due infrastrutture sensibili attentamente controllate dalle forze governative, ma anche a diffondere una propaganda di odio confessionale, a sfilare nelle strade e a organizzarsi in milizie nello stesso Iraq. L uomo che pretendeva di aver fatto finire la guerra civile è sembrato dunque lavorare a più non posso per resuscitarne gli attori. Che ne pensavano le potenti ambasciate degli Stati uniti e dell Iran? Almeno fino alla crisi di Mossul esse si facevano stranamente eco, garantendo un sostegno incondizionato al potere iracheno. Eppure si moltiplicavano i segni di un disastro imminente. Il risorgere dei gruppi armati sunniti e di milizie sciite sarebbe dovuto bastare a dare l allerta. Peggio ancora, l erosione delle strutture statali è lo scenario catastrofico di fronte al quale si trova l Iraq oggi. La competenza e la coesione dell apparato securitario si sono ridotte man mano che al Maliki ne accentuava la politicizzazione e tollerava un livello di corruzione degno di una repubblica bananiera. Si trattava essenzialmente di uno strumento di redistribuzione clientale; e la partecipazione aberrante dei suoi membri alle ultime elezioni parlamentari spiega in parte lo score del primo ministro. Al Maliki, diminuendo il ruolo dell Assemblea, circondandosi solo di un circolo ristretto di profittatori e tradendo allegramente le promesse, si è privato delle leve politiche necessarie a gestire la crisi. Il sistema giudiziario, addomesticato, non offriva più alcun ricorso credibile. Sul piano economico, quasi nessun progetto di sviluppo aveva visto la luce, tanto la manna petrolifera era oggetto di un saccheggio sistematico. In altri termini, il potere di al Maliki teneva alle proprie tattiche di sopravvivenza le quali, tutte, minavano i fondamenti istituzionali di un paese già molto indebolito. Una crisi con tante domande Ma questo processo di fragilizzazione ha avvantaggiato diversi attori iracheni, alleati politici del primo ministro, i quali beneficiavano della loro parte di torta, o dei suoi rivali, i quali vi vedevano la promessa, a lungo termine, di un indebolimento del loro avversario. L Iran, le milizie sciite, il governo regionale curdo avevano tutto l interesse a una Baghdad il più possibile influenzabile e fragile. Quanto agli Stati uniti, sembravano non pervenuti: la loro «strategia» di ritiro per chiudere un decennio di occupazione militare consisteva nel chiudere gli occhi davanti a tutto quello che avrebbe potuto rallentare l operazione, e a incrociare e dita. Risultato: più al Maliki si rivelava settario e inetto, più falliva, più consolidava la sua posizione. Alla fine del 2012, prima che le manifestazioni sunnite si diffondessero, le sue prospettive di rielezione apparivano limitate. La frustrazione era palpabile soprattutto negli ambienti sciiti: in quel periodo il paese era relativamente stabile, e dunque niente sembrava evolvere. Un anno dopo, l Iraq era di nuovo a ferro e fuoco, con una media mensile di mille morti uccisi, come nel corso del periodo nero , e la popolarità dell uomo forte era velocemente risalita. Anche dopo la presa di Mossul, la sua uscita di scena non sembrava garantita: gli sciiti serravano i ranghi intorno a lui, l Iran gli riservava testimonianze di lealtà, e la paura del vuoto rimaneva forte anche presso attori più ambivalenti. Questa crisi solleva molte domande; ma si avrebbe torto a limitarsi alle conclusioni più evidenti: la responsabilità statunitense in questa débâcle, la personalizazione del problema attraverso la figura di al Maliki o la «minaccia del terrorismo». Ciò di cui si parla meno, ma che occupa un posto centrale, è la pratica del potere e la natura delle istituzioni. La personalità del primo ministro è secondaria: è tutto un contesto che non solo gli ha permesso di comportarsi in tal modo, ma lo ha ricompensato per questo. Quando, nel marzo 2014, ha organizzato una grande conferenza internazionale sulla «lotta contro il terrorismo», per esempio, l organizzazione delle Nazioni unite ha partecipato allo spettacolo e applaudito in sala. Del resto, il male è una piaga regionale. Più Assad ha successo nella sua strategia, più sembra imporsi come parte della soluzione più che del problema. Il maresciallo Abdel Fatah al Sissi, che dirige ufficialmente l Egitto da giugno, concepisce la politica come lo farebbe un funzionario dei servizi segreti militari, ma la sua elezione e, come sempre, la paura del vuoto basta al mondo esterno per dargli carta bianca. In Bahrein, la famiglia regnante non ha ceduto su nulla, ma non ne subisce alcuna conseguenza. La pratica del potere che si diffonde consiste nell abbandonare ogni ambizione di governare sulla scala dello Stato nazione. I regimi non cercano nemmeno più di superare le divisioni esistenti all interno delle loro società, per mezzo dell ideologia, dello sviluppo o della repressione. Investono su queste linee di rottura, le esacerbano e cercano il conflitto. Radicalizzando una parte della loro società, consolidano la loro posizione in un altra e possono così risparmiarsi i programmi costruttivi: è loro sufficiente, per mantenersi al potere, il timore di quel che potrebbe sostituirli. Tendono anche a indebolire il carattere nazionale delle loro istituzioni privandole dell autonomia, così da rendersi indispensabili. Vanno poi a vendersi all estero, in nome della «guerra contro il terrorismo» e forti di un elezione «democratica» che riflette il voto isterico di una parte della società e il boicottaggio funesto dell altra parte. L Iraq mostra in tutta evidenza a che cosa porti, con il tempo, questa pratica del potere. Rimane da chiedersi: perché diavolo entrare in questo gioco? PETER HARLING (1) Si legga Feurat Alani, «Iraq e Siria, guerre parallele», Le Monde diplomatique/il manifesto, gennaio 2014 (Traduzione di M. C.)

11 Le Monde diplomatique il manifesto luglio UNA RISORSA DALLA QUALE DIPENDONO TRENTA MILIONI DI PERSONE Una speranza di pace: salvare il lago Ciad Nel cuore del Sahel, il lago Ciad rischia di scomparire. La sua rivitalizzazione è tanto più indispensabile in quanto favorirebbe la pace in una regione instabile. Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea, è impegnato nella riuscita del programma di salvaguardia. di ROMANO PRODI Il lago Ciad si trova nel cuore di una regione dell Africa centrale caratterizzata da una desertificazione galoppante e da una crescita demografica record. Collocato alle porte del Sahara, dipende dal regime delle piogge che da sempre ne fanno variare fortemente il livello. La topografia particolarmente piatta del suo bacino provoca movimenti spettacolari. Dal 1962, le acque si sono abbassate di quattro metri, riducendo la superficie del 90%. A partire dagli anni 80, le evoluzioni climatiche, con la siccità e la scarsità delle piogge, unite all eccessivo sfruttamento delle risorse da parte dei paesi rivieraschi il 75% delle acque sarebbe deviato a monte, hanno ridotto la sua estensione a meno di chilometri quadrati. Malgrado gli sforzi portati avanti localmente per assicurare una gestione più razionale degli affluenti (soprattutto il Chari e il Logone, che si uniscono a N Djamena), i fabbisogni idrici di trenta milioni di persone per l alimentazione, la pesca, l allevamento, l agricoltura, in un contesto di rarefazione, suscitano tensioni e accelerano la scomparsa di questa risorsa fondamentale. Importante scrigno di biodiversità in questa regione dell Africa, il lago Ciad rischia di subire la stessa sorte del mar d Aral, in Asia centrale. Se non si fa nulla, potrebbe rapidamente scomparire. Nel corso degli ultimi anni, gli Stati della regione si trovano ad affrontare crisi politiche, un aumento della povertà e interventi internazionali: colpi di Stato in Niger e in Centrafrica, violenze in Nigeria, tensioni post-elettorali in Camerun, operazioni militari in Ciad La scomparsa del lago non farebbe che aggravare l instabilità, il che dovrebbe spronare i governi all azione. Due anni fa i paesi rivieraschi, Camerun, Niger, Nigeria e Ciad, e gli altri membri della Commissione del bacino del lago Ciad (Cblt) (1) hanno adottato un piano quinquennale di investimenti ( ) di 900 milioni di euro. Intorno al 10% di questa somma dovrebbe essere destinato agli interventi transfrontalieri gestiti direttamente dalla Cblt, il resto sarebbe amministrato dai paesi membri e destinato alle zone limitrofe al lago. Alla conferenza di Bologna, lo scorso aprile, i donatori hanno confermato il loro sostegno di massima a questo piano; la Banca mondiale, in particolare, potrebbe contribuire ampiamente al suo finanziamento nel quadro del sostegno ai paesi del Sahel. E la Banca africana di sviluppo (Bad), ha già preso l impegno a sbloccare 80 milioni di euro. Il piano prevede interventi destinati a conservare il lago in quanto risorsa necessaria alla lotta contro la povertà, alla stabilizzazione e al miglioramento delle condizioni economiche e ambientali della regione. Non si limita a intervenire direttamente sui livelli idrici e sulla qualità dell acqua disponibile, ma si propone anche di aumentare la produttività degli agricoltori, dei pescatori e degli allevatori del bacino. Mira inoltre a rafforzare i processi di integrazione e collaborazione regionali, impegnando attivamente la popolazione nei processi decisionali e nella salvaguardia delle fonti di reddito. Basta con l attesa di nuovi studi Queste azioni si declinano in sottoprogrammi transfrontalieri e nazionali gestiti da tutti i paesi rivieraschi. Da una parte si tratta di proteggere gli ecosistemi e sostenere le attività economiche locali: riabilitazione dei centri di pesca, sviluppo dell allevamento del bestiame, diffusione di nuove tecniche per proteggere i raccolti da insetti, parassiti e funghi, e le rive del lago dalle erbe infestanti. I progetti mirano ad aumentare la produzione limitando al tempo stesso i danni all ambiente, in particolare quanto all uso dei pesticidi, e proteggendo la biodiversità animale e vegetale. Zona di influenza di al Qaeda del Maghreb islamico (Aqmi) TOGO MALI Niamey BENIN ALGERIA Ibadan Lagos S A H A R A Niger Golfo di Guinea Tahoua Risorse agricole dei paesi rivieraschi Deserto Grande nomadismo pastorizio (cammelli, caprini, ovini) Savana arida con erba rasa Colture alimentari (miglio, sorgo, leguminose, manioca), arachide Allevamento estensivo di bovini, pecore e capre Kaduna Arlit Agadez Aderbissinat Tessaoua Maradi Abuja Enugu Aba Port Harcourt Kano Zaria NIGERIA km Zinder Douala D altra parte, occorre migliorare le risorse idriche del bacino in qualità e quantità, sia mediante la captazione e il dragaggio del Chari-Logone che con l idea molto più ambiziosa di trasferire, nelle stagioni favorevoli, una parte delle acque del fiume Oubangui, affluente del fiume Congo. Il progetto Transaqua, immaginato oltre trent anni fa dall ingegnere italiano Marcello Vichi, preconizzava un infrastrutture multifunzionale suscettibile di avviare un volume considerevole di acqua del bacino del Congo al limitrofo bacino del Ciad (2). Per accelerare questi progetti, i paesi membri della Cblt si sono impegnati a non subordinare più le proprie decisioni alla realizzazione di nuovi studi, dopo quelli, già numerosi, che hanno segnato i 50 anni di vita della Commissione. Infatti, di fronte alla minaccia di una morte imminente del lago, il tempo è contato: occorre agire per invertire la tendenza e ridare speranza alle popolazioni. Il programma di sviluppo sostenibile del lago Ciad (Prodebalt), lanciato nel 2008 con un budget di 60 milioni di euro e finanziato per metà dalla Bad con il concorso dell Unione europea, è stato aggiornato. Prevede in particolare lavori di difesa e recupero dei suoli, la fissazione delle dune su ottomila ettari e la rigenerazione degli ecosistemi pastorali su ettari. I paesi membri della Cblt contribuiscono direttamente alla realizzazione del piano quinquennale, ma lanciano anche un appello internazionale senza precedenti. Il compito di raccogliere i contributi pubblici e privati è affidato a due personalità africane di primo piano: l ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo e l ex ministro degli affari esteri burkinabè Hama Arba Diallo. Sostengono l iniziativa l attuale presidente dell Unione africana, il mauritano Mohamed Ould Abdel Aziz, e la presidente della Commissione dell Unione africana (equivalente della Commissione europea), la sudafricana Nkosazana Dlamini-Zuma. Il piano vuole mettere alla prova la capacità dei paesi africani di affrontare crisi di grande portata. E del resto sarà di stimolo a una maggiore solidarietà internazionale, non solo grazie ad aiuti finanziari ma anche mettendo a disposizione della Clbt tecnici e scienziati di profilo elevato. Per tutte queste ragioni, a Bologna il 4 e 5 aprile 2014 si è svolta una conferenza internazionale NIGER Kumo N Guigmi Diffa Zona di attività di Kousséri Boko Haram Maiduguri Maroua Bénoué Garoua CAMERUN Yaoundé Lago Ciad S A H E L N Djamena Chari Bongor Doba Moundou Logone Guerra civile LIBIA Sarh CIAD con l obiettivo di mettere insieme finanziamenti per il salvataggio del lago Ciad (3). A conclusione dei lavori, la dichiarazione di Bologna ha definito le priorità. Si prevede la costituzione di un comitato di accompagnamento che avrà il compito di proseguire la mobilitazione a livello internazionale. Dovrebbe seguire la creazione di un comitato scientifico mondiale in grado di assicurare al progetto le competenze più qualificate. Coordinamento politico e militare Abéché Il rapporto che ho consegnato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite (Onu) al termine della mia missione come inviato speciale del segretario generale per il Sahel con l incarico di individuare soluzioni che potessero ridurre le tensioni, rafforzare il dialogo e superare i conflitti, suggerisce cinque indirizzi d intervento prioritari, a partire dalla necessità di garantire l approvvigionamento alimentare e idrico delle popolazioni. Ho anche sottolineato i bisogni di queste ultime in materia di infrastrutture, salute, istruzione ed energia. Il piano si concretizza proprio mentre i focolai di violenza interessano territori contigui sempre più ampi. Dopo il Darfur, la Libia, il Sudan e il Mali, la regione attraversa una nuova grande crisi con la destabilizzazione della Repubblica centrafricana e la moltiplicazione degli atti terroristici del gruppo Boko Haram, che devastano in particolare le province settentrionali della Nigeria e del Camerun. Un progetto come quello della rivitalizzazione del lago Ciad corrisponde proprio a una strategia di prevenzione e limitazione dei conflitti. È una delle principali speranze regionali per far fronte alla povertà e alla disperazione della gioventù, ma anche alle guerre e al terrorismo. Il nuovo orientamento politico dei paesi della Cblt ha già prodotto i suoi primi effetti in materia di miglioramento dell ordine pubblico e della sicurezza collettiva. Riuniti nel mini-vertice di Nouakchott, il 16 febbraio, i presidenti di Mauritania, Burkina Faso, Mali, Ciad e Niger hanno creato il «G 5 del Sahel», per coordinare le proprie politiche di sviluppo e sicurezza. Lo guida il capo di Stato mauritano Ould Abdel Aziz, che Darfur REPUBBLICA CENTRAFRICANA GUINEA EQUATORIALE GABON CONGO REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO Savana arida con erba alta Colture alimentari (miglio, sorgo, mais, tuberi), sesamo, caffè, tabacco, banane, tè Allevamento estensivo di bovini Foresta equatoriale Banani, manioca, tabacco, ananas, caffè, tè, sesamo Pesca tradizionale Fonti: Atlas de l Afrique, Jaguar, 2011; Commissione del bacino del lago Ciad; Unep/Grid-Arendal; Nasa s Earth Observing System Program; Jeune Afrique; GlobalSecurity.org Oubangui Congo Colture commerciali Cotone Riso Canna Cacao da zucchero Palme da olio, gomma (caucciù) Acace (gomma arabica) Centrale idroelettrica in servizio in progetto Uele EGITTO Le variazioni del lago Ciad Acqua SUDAN SUD SUDAN Zona di attività dell Esercito di resistenza del Signore (Lra) Aruwimi Vegetazione Conflitto interetnico AGNÈS STIENNE Bacino idrografico del lago Ciad Commissione del bacino del lago Ciad Membro Osservatore Progetti di canali per alimentare il lago Transaqua Oubangui Focolai di violenza, attacchi mortali Flusso di sfollati in fuga dalle violenze definisce il gruppo come «il quadro istituzionale di coordinamento e sorveglianza della cooperazione regionale che vuole rispondere alla doppia sfida di realizzare progetti di sviluppo economico e sociale, e di coordinare le politiche di sicurezza». Nel marzo scorso in Camerun nel corso di una riunione dei ministri della difesa dedicata alla questione è stata decisa la creazione di un contingente militare comune di tremila uomini per la sicurezza delle regioni transfrontaliere del lago Ciad. Il coordinamento fra i paesi membri della Commissione è stato rafforzato in occasione di altre iniziative internazionali, come la conferenza di Parigi, organizzata il 17 maggio scorso per far fronte alla minaccia Boko Haram (4). È il punto di partenza di un ampio programma di salvaguardia la cui realizzazione richiede massimo rigore e trasparenza. Con l aiuto dei donatori, in primo luogo la Bad e la Banca mondiale, sarà importante predisporre un unità di controllo che garantisca la sana gestione di questo progetto. Ne va del suo credito e del suo futuro. Certamente la realizzazione del piano non risolverà da sola i problemi del Sahel e delle regioni più meridionali in particolare quelle del bacino del lago Ciad. Ma può avviare un processo di trasformazione dei metodi di gestione locali, nazionali e regionali. Questo lancerebbe a sua volta una dinamica di sviluppo economico, portatrice di nuove prospettive per le popolazioni interessate, minate dalla povertà e dai conflitti. Lavorare insieme per il miglioramento delle condizioni di vita dei popoli è lo strumento più efficace di cui disponiamo per andare oltre le diffidenze, i rancori e le divisioni che, sotto ogni cielo, sono ostacoli insormontabili al consolidamento della pace e dello sviluppo. (1) La Commissione del bacino del lago Ciad fu creata nel 1964 dai quattro paesi rivieraschi del lago, ai quali si aggiunsero la Repubblica centrafricana e la Libia. Hanno lo status di osservatori altri paesi egualmente interessati al destino del bacino, come Sudan, Egitto, Congo e Repubblica democratica del Congo. (2) (3) Conferenza organizzata presso la Fondazione per la collaborazione fra i popoli. (4) Che ha anche permesso di riconciliare Camerun e Nigeria. (Traduzione di M. C.)

12 12 luglio 2014 Le Monde diplomatique il manifesto DOPO DIECI ANNI, Argentina, verso Il 16 giugno la Corte suprema degli Stati uniti ha confermato la decisione di un giudice statunitense che obbligava l Argentina a rimborsare i fondi speculativi: questi ultimi rifiutano di rinegoziare il valore dei titoli del debito argentino che detengono. L annuncio ha ulteriormente indebolito la posizione della presidente Cristina Kirchner. La sua rielezione al primo turno nel 2011 sembra ormai un lontano ricordo. B uenos Aires, primo marzo La presidente Cristina Fernández de Kirchner, convalescente da un intervento chirurgico, entra nel palazzo del Congresso. Costruito alla fine del XIX secolo, quest edificio dalle reminiscenze greco-romane simboleggia l età dell oro di un Argentina interamente orientata alle esportazioni di prodotti agricoli. Kirchner deve pronunciare il discorso di inaugurazione della sessione parlamentare. Nessuno si aspetta sorprese, perché gli annunci importanti sono in genere riservati ad altri contesti. Ma la sorpresa c è, e non è nelle tre ore di discorso o nelle parole pronunciate, bensì nel tono adottato. Gli anni precedenti, la presidente approfittava dell occasione per attaccare i propri avversari (l opposizione, i media, il padronato) e difendere le proprie decisioni; stavolta, opta per la misura, per la dolcezza perfino. Con stupore l assemblea la ascolta mentre rivolge addirittura dei complimenti ai rappresentati dell opposizione. Il ciclo politico più lungo dopo il ritorno alla democrazia nel 1983 si sta forse chiudendo, con l inizio della transizione in Argentina? È forse «l inizio della fine del kirchnerismo (1)»? È troppo presto per dirlo, comunque certamente il governo si trova in posizione di debolezza. Ma prima di tutto, cos è il kirchnerismo? Identificato con i coniugi Néstor (morto nel 2010) e Cristina Kirchner, eletti senza soluzione di continuità alla presidenza a partire dal 2003, questo movimento politico nato dal peronismo di sinistra si caratterizza per la sua rottura con il neoliberismo del peronismo di destra. Ritorno dello Stato, impegno nel consolidamento di una borghesia * Direttore dell edizione argentina di Le Monde diplomatique. di JOSÉ NATANSON nazionale, programmi sociali, aspro confronto con il padronato e i media privati: una strategia che ha portato a notevoli tassi di crescita. Alcuni mesi fa ha segnato un rallentamento, e da allora si sono susseguite le difficoltà. Prima di tutto sul piano economico. Alla fine del 2013, per la prima volta dall arrivo al potere di Néstor Kirchner dieci anni prima, la situazione dell economia argentina sembra sfuggire al controllo della Casa rosada, il palazzo Per contenere l emorragia di riserve, il governo aveva deciso nel 2012 di introdurre un rigido controllo sui cambi. Ma ha ottenuto il risultato opposto: la fuga dei capitali si è accelerata, tanto verso l estero quanto verso i materassi delle classi medie. È un comportamento abituale in Argentina, dove la popolazione ha preso l abitudine di risparmiare biglietti verdi in caso di crisi. Del resto, come sorprendersi: nel corso degli ultimi tre decenni, il paese ha vissuto due episodi di iperinflazione (nel 1988 e nel 1990), due massicce confische dei depositi bancari (nel 1989 e nel 2001) e una mezza dozzina di svalutazioni. Gli arbolitos (letteralmente «arbusti»), venditori di dollari al mercato nero che aspettano per tutta la giornata agli incroci nel quartiere degli affari della capitale, erano scomparsi dalla vita quotidiana degli argentini; adesso sono di ritorno. I grandi produttori di soia sette aziende concentrano l 82,4% delle esportazioni di questa derrata, le quali sono il 40% del totale delle vendite del paese all estero (4) hanno approfittato di questo delicato contesto finanziario per chiedere una svalutazione del peso, operazione che moltiplica il valore dei dollari contro i quali vendono i loro cereali. Per ottenerla, gli è bastato ammassare la loro presidenziale. Segno di profondo malessere, le riserve della banca centrale si sciolgono come neve al sole. Nel dicembre 2013, sono scese a 27 miliardi di dollari soltanto: sufficienti per meno di sei mesi di importazioni. In seguito alla decisione del governo argentino nel 2001 di non pagare i titoli del debito pubblico in scadenza (2), l Argentina non ha praticamente più accesso al credito internazionale, a differenza degli altri paesi latinoamericani governati dalla sinistra. Le scadenze del suo debito possono essere pagate solo con riserve valutarie. Una posizione che ha permesso all Argentina di sganciarsi dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dai mercati finanziari, ma che si è rivelata molto più acrobatica dopo lo scatenarsi della crisi finanziaria del La crescita ha dato l addio al ritmo «cinese» del periodo , per attestarsi sul 3%. L inflazione è al 30% e non dà segni di rallentamento (3). Le prospettive del consumo, motore principale del modello economico kirchnerista, sono appena state riviste al ribasso. Visto dall Europa è un enigma produzione nei campi. Percorrendo le strade del paese, alla fine del 2013, lungo le recinzioni erano visibili metri cubi su metri cubi di soia in attesa di essere esportati. Nel gennaio 2014, messa con le spalle al muro, la banca centrale ha accettato una svalutazione del 20%. Il 16 giugno, quando l economia sembrava essersi stabilizzata, la Corte suprema degli Stati uniti ha deciso di respingere l appello argentino contro la sentenza di un giudice statunitense che obbligava Buenos Aires a rimborsare i fondi speculativi detti «avvoltoio», di Nml Capital. Questi ultimi avevano acquistato a basso prezzo i crediti degli investitori che avevano rifiutato di partecipare alle ristrutturazioni del debito argentino fra il 2005 e il La Casa rosada, che denuncia una forma di «estorsione», ha già detto che non potrà pagare le somme richieste: 1,5 miliardi di dollari (circa 1 miliardo di euro) per Nml e soci, e dieci volte di più se tutti i detentori di titoli non ristrutturati approfitteranno dell occasione per farsi vivi (avranno tempo per farlo fino al 2015). In questo contesto, l Argentina ha ricevuto sostegni diplomatici importanti a livello regionale: da parte del Mercato comune del Sud (Mercosur), della Comunità degli Stati latinoamericani e Julieta Barderi La Cabra, 2012 caraibici (Celac) e dell Unione delle nazioni sudamericane (Unasur), che in un comunicato del 24 giugno ha denunciato il «comportamento di speculatori che minacciano gli accordi fra debitori e creditori e la stabilità finanziaria a livello internazionale». Malgrado la minaccia di un default nei pagamenti, suscettibile di provocare una crisi finanziaria, la presidenza ha davanti a sé diverse opzioni, fra le quali quella di procrastinare. Nondimeno, l episodio acuisce la difficoltà del paese ad accedere ai mercati internazionali del credito. Ma, sul piano finanziario, le preoccupazioni della presidente Kirchner non riguardano solo fattori congiunturali. L economia argentina dipende dalle esportazioni di materie prime: soia, grano, mais e, sempre di più, minerali. L industria non solo rimane poco competitiva (a parte alcune branche legate all agroalimentare), ma la sua bilancia commerciale evidenzia un deficit strutturale. Per svilupparsi, deve in effetti importare grandi quantità di beni inter- (1) Anne Denis, «Le retour de la crise argentine et le début de la fin du kirchnérisme», Slate.fr, 29 gennaio (2) Si legga Maurice Lemoine, «Argentina e Grecia, due risposte alla crisi», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile (3) Il dato sulla crescita è ufficiale (Indec). Vista la scarsa credibilità degli indicatori ufficiali, quello sull inflazione presenta una media fra le cifre di diversi organismi provinciali, privati e sindacali. (4) Adm, Bunge, Chs Argentina, Dreyfus, Cargill, Nidera e Toepfer. Cile, l agenda del governo di Sara Larraín * Nei primi mesi del governo di Michelle Bachelet, l energia, insieme alla riforma fiscale, ha avuto un ruolo centrale. I ministri hanno subito annullato la parziale decisione del Comitato dei ministri di Piñera sui ricorsi contro l approvazione di HidroAysén, un complesso di cinque megadighe sui fiumi Baker e Pascua nella Patagonia cilena. Alcune settimane dopo è stata lanciata una nuova Agenda energetica, elaborata dal ministro Máximo Pacheco; infine, lo scorso 10 giugno, il governo ha annullato all unanimità il permesso ambientale concesso irregolarmente a HidroAysén nel maggio * Direttrice di Chile Sustentable. Articolo tratto dall'edizione cilena di Le monde diplomatique. La decisione in merito a HidroAysén è il segnale di una svolta nelle decisioni governative in materia energetica e ambientale e permette di «de-hidroaysenizzare» il dibattito nazionale sul futuro del nostro sviluppo energetico. La risoluzione dei ministri ha sbarrato il passo alla discrezionalità e ai vizi amministrativi nelle valutazioni ambientali dei progetti; al tempo stesso ha evidenziato l insostenibilità di una politica che imponeva megaprogetti alle comunità locali e alle regioni, senza chiedere il permesso alle popolazioni. È un fatto molto rilevante, perché finalmente colloca l interesse pubblico e la democraticità dei processi decisionali in materia di sviluppo nazionale al di sopra la cosiddetta «dittatura degli investimenti», frequentemente utilizzata dai nostri governi. L agenda energetica di Michelle Bachelet Per questa ragione, è molto importante analizzare l Agenda Energética di Michelle Bachelet, non solo da un punto di vista tecnico quanto a composizione, diversificazione, costi e sicurezza della matrice energetica, ma anche da un punto di vista politico, per valutare i fattori di equità, sostenibilità ambientale e democrazia della proposta. Quest analisi è importante per dare legittimità al futuro sviluppo elettrico. Il 15 marzo scorso la presidente Bachelet ha presentato al paese la «Agenda de Energía», che dà priorità a sette aree della politica pubblica: il nuovo ruolo dello Stato; la riduzione dei prezzi e una maggiore concorrenza; lo sviluppo di risorse proprie; le reti di trasmissione; l efficienza e la gestione dell energia; il sostegno agli investimenti; la partecipazione popolare e l ordinamento territoriale. Un esame della proposta permette di riconoscere il valore di alcuni strumenti e di mettere in discussione l opportunità di altri. Il merito principale dell Agenda è nel fatto che lo Stato si impegna ad assumere un ruolo nuovo nell orientamento dello sviluppo energetico. Si prevede la creazione di un unità di coordinamento normativo e di un altra in tema di partecipazione e dialogo; una maggiore attenzione a prospettive, accesso ed equità. L Agenda si impegna anche a rafforzare dal punto di vista istituzionale e principale l Enap [Empresa Nacional del Petróleo] per le sue operazioni sul mercato energetico; assicura la presenza del ministero dell energia in tutte le regioni del paese e si impegna a trasformare il Centro per le energie rinnovabili in un Centro di promozione e innovazione per l energia sostenibile, in particolare la generazione distribuita, le reti intelligenti, un programma strategico di sviluppo del solare. Quanto ai mezzi specifici dell Agenda, da notare l impegno a correggere le attuali distorsioni del mercato, riducendo del 30% i costi marginali dell energia nel Sic, entro l anno 2017; si promette anche di riformare il sistema degli appalti per regolare i prezzi e incoraggiare la concorrenza fra i produttori. È anche positivo, e corrisponde alle richieste da parte dei cittadini, l impegno a ridurre del 20% entro il 2025 il previsto consumo di energia, con un Piano nazionale e una Legge per l efficienza energetica. Tuttavia l Agenda Energética di Bachelet presenta anche aspetti preoccupanti. Fra questi va sottolineata la priorità attribuita ai grandi progetti idroelettrici e termoelettrici dal Piano operativo vigente, il quale comprende centrali a carbone come Guacolda 5 e Cochrane 1 e 2, e centrali idroelettriche come Alto Maipo 1 e 2 e Ñuble. Sembra di capire che durante il governo attuale non ci sarà nessun cambiamento nella matrice elettrica. A ciò si aggiunga la priorità e gli incentivi accordati all idroelettrico di grandi dimensioni, per le quali il governo annuncia un ordinamento territoriale dei bacini (a carico dei ministeri delle opere pubbliche, dell ambiente e dell economia); questo appare assurdo, dal momento che lo Stato ha già assegnato i diritti per la generazione di energia idroelettrica alle imprese elettriche, in particolare a Endesa, Colbun e Gener, oggi proprietarie dell 80% dei diritti, secondo quando verificato dal Tribunale sulla libera concorrenza. L Agenda Energética comprende anche riforme legali per facilitare gli investimenti, ma non comprende né prospetta processi di partecipazione cittadina per legittimare da un punto di vista democratico lo sviluppo elettrico, così da superare le disuguaglianze socio-ambientali e gli errori del passato. È dunque preoccupante il fatto che gli aspetti più deboli dell Agenda riguardino la partecipazione popolare, che rimane confinata a strumenti di informazione e dialogo, gestione dei conflitti e consigli consultivi; non c è niente che abbia carattere vincolante.

13 Le Monde diplomatique il manifesto luglio IL MODELLO HA IL FIATO CORTO la fine del kirchnerismo? medi che non sono prodotti localmente. Si innesca allora il ben noto ciclo: l industria cresce e ha bisogno di importazioni sempre maggiori, che sono coperte dai surplus commerciali del settore agricolo finché questi ultimi non bastano più. «In un certo senso, i surplus provenienti dalle campagne sono il limite all espansione industriale argentina, cioè il limite alla crescita dell occupazione e del benessere», analizza l economista eterodosso Aldo Ferrer (5). Per i neoliberisti, nessun problema: spetta al mercato determinare i settori realmente competitivi dell economia. Per esempio, l agroindustria e le sue ramificazioni finanziarie. Però, questo settore di attività non basta ad assicurare il benessere di un paese di oltre quaranta milioni di abitanti che, in passato, aveva la classe media più numerosa e lo Stato sociale più sviluppato dell America latina. Del resto, gli argentini non sono disposti ad accettare l opzione sudcoreana: i sacrifici oggi, l abbondanza domani. La strategia dei governi Kirchner ha cercato di trasferire verso l industria una parte della ricchezza prodotta dai campi, con diversi tipi di intervento: misure protezioniste, tasse sulle esportazioni agricole ecc. Si è così arrivati a ricostruire una parte del tessuto industriale distrutto durante il periodo liberista e a evitare di accrescere il peso delle materie prime nell economia velocemente come è accaduto altrove nella regione (si vedano il Brasile, o il Perú, pur applauditi dalla stampa finanziaria internazionale [6]). Mentre le esportazioni argentine di materie prime (soia, olio, minerali) sono rimaste stabili nel corso dell ultimo decennio ( ), intorno al 48% del totale, quelle del Brasile sono passate dal 30% al 46% (7). Questa scelta di equilibrio ha consentito di garantire un tasso di crescita due volte superiore a quello del Brasile nello stesso periodo; finché, come in passato, il surplus dell agricoltura argentina si è rivelato insufficiente a coprire il deficit della bilancia commerciale dell industria. Provocando un ritorno alle tensioni politiche. In effetti le difficoltà del governo non sono circoscritte al campo contabile. Quando la produzione di ricchezza si contrae, la corruzione endemica e il clientelismo del potere irritano in misura maggiore la popolazione. Questo spiega senza dubbio il fatto che il Partito giustizialista (Pj) di Cristina Kirchner abbia ottenuto solo il 30% dei voti alle elezioni legislative del 2013, mentre la presidente era stata rieletta con il 54% dei voti al primo turno nel Disponendo della maggioranza relativa, il Pj rimane la principale forza del Congresso; ma questa situazione potrebbe complicare la transizione in occasione delle elezioni presidenziali del 2015, alle quali Kirchner non potrà partecipare poiché la Costituzione vieta un ulteriore mandato. Finora, i presidenti di sinistra in America latina hanno predisposto due tipi di scenario per la propria successione: o una riforma costituzionale - o decisione giudiziale per consentire la candidatura del presidente uscente (come in Venezuela, Nicaragua, Bolivia ), oppure la designazione di un delfino, come fecero Ricardo Lagos con Michelle Bachelet in Cile nel 2006 e Luis Inácio Lula da Silva con Dilma Rousseff in Brasile nel La Casa rosada non può pensare a nessuna delle due strade. Infatti, per farvi ricorso, occorre godere di una grande popolarità ed essere in grado di controllare il proprio partito. E non è più il caso di Cristina Kirchner. Il candidato peronista dovrebbe dunque uscire da primarie di partito, che potrebbero tenersi in agosto. Dato per vincitore in tutti i sondaggi, il governatore della provincia di Buenos Aires Daniel Scioli si distingue per la sua moderazione in campo economico e per il suo posizionamento a destra nel campo della sicurezza: rifiutando di aumentare le tasse, chiede un inasprimento delle pene per i reati contro la proprietà privata. Per l opposizione, i meglio piazzati sono il sindaco della capitale, Mauricio Macri, che dirige il Compromiso para el cambio (Impegno per il cambiamento), di stampo molto conservatore, e l ex uomo di partito kirchnerista Sergio Massa, che ha abbandonato un governo ritenuto troppo di sinistra. Insomma, i tre candidati favoriti per la successione a Cristina Kirchner si collocano tutti alla sua destra politica. Suscitano malcontento la delicata situazione economica e le incertezze politiche, oltre alle cantonate del potere, per esempio nella lentezza nel modernizzare una rete di infrastrutture che è in stato critico. Nel dicembre 2013, uno sciopero della polizia è degenerato in diverse città, dando luogo a saccheggi. Nel marzo 2014, le scuole di diverse province sono rimaste chiuse per 20 giorni a causa di una protesta degli insegnanti. In aprile, alcuni sindacati hanno indetto uno sciopero generale di 24 ore per chiedere aumenti salariali: non era mai successo prima, durante i governi dei Kirchner. Tuttavia, dichiarare la fine del kirchnerismo appare affrettato. Il governo mantiene un importante sostegno fra la popolazione, e ha la maggioranza relativa nei due rami del Congresso. Dopo i sudori freddi di gennaio, è riuscito a contenere il prezzo del dollaro; Uscita a sinistra Certamente, godendo il 40% dei favori nei sondaggi, potrebbe suscitare l invidia del presidente François Hollande. La sua popolarità non è molto più debole di quella di Lagos o di «Lula». D altro canto, il movimento peronista non è dotato di organi di decisione istituzionali e manca di un chiaro orientamento ideologico. Si basa su un articolazione precaria di baronie provinciali e municipali, essenzialmente pragmatica e tale da coprire un ventaglio ideologico estremamente ampio. Come il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) messicano, questa corrente politica rappresenta un enigma per gli universitari europei: può incarnare al tempo stesso la maggioranza e l opposizione grazie alla liquidazione degli stock di soia dopo la svalutazione, ha anche iniziato a ripristinare le sue riserve di cambio. Al tempo stesso, la Casa rosada continua ad attuare ampie politiche sociali: gli aiuti per i bambini delle famiglie povere arrivano a tre milioni e mezzo di persone, il programma di crediti per l edilizia popolare ne riguarda circa quattrocentomila, e il piano di borse di studio per permettere ai giovani di terminare gli studi secondari ha trecentomila iscritti. Il sistema delle pensioni, che interessa quasi il 90% degli anziani, è il più vasto di tutta l America latina. La disoccupazione è stata contenuta a un livello storicamente basso (il 7%) e l aumento dei salari decisi in seno alle commissioni paritarie permette di compensare l inflazione reale. Finora, il kirchnerismo è riuscito a superare i momenti critici andando a sinistra. Di fronte alle difficoltà degli inizi, retaggio della crisi del 2001, ha negoziato al ribasso il debito non arrivato a scadenza e applicato nuove tasse al settore della soia. Nel pieno della crisi mondiale del 2008, ha statalizzato il sistema delle pensioni. Scontrandosi con l agroindustria, ha attuato politiche sociali universali; ha adottato una legge sui matrimoni omosessuali. Nel 2010, intrappolato in una crisi energetica, ha nazionalizzato la compagnia energetica Yacimientos petrolifeos fiscaleros (Ypf) (8). Ed eccolo di nuovo ad affrontare nuove sfide. Riuscirà a mantenere il timone grazie al suo radicamento locale, nelle province e nelle grandi città, e a un ritorno del militantismo fra i suoi ranghi? JOSÉ NATANSON (5) «El pecado original de la economía argentina», Le Monde diplomatique, edizione Cono Sur, marzo (6) Si legga Anna Bednik, «Per tutto l oro del Perú», Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo (7) Cifre della Commissione economica delle Nazioni unite per l America latina (Cepal) (8) Si legga José Natanson, «E Buenos Aires (ri) trovò il petrolio», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno (Traduzione di M.C.) e il futuro energetico Julieta Barderi La Cabra, 2013 Tomás Ives, Afiche, 2011 L Ordinamento territoriale proposto nell Agenda è limitato al settore idroelettrico e sarà realizzato da un tavolo interministeriale. Il messaggio dell Agenda indica che si promuoverà lo sfruttamento massimo di tutti i bacini che presentino disponibilità idriche adatte alla produzione di energia. L egemonia idroelettrica in tutti i bacini del Cile, imposta da governo centrale, e in base alla proprietà dei diritti idrici nelle mani di speculatori e imprese estranee al territorio che vogliono sfruttare, non è una proposta accettabile per le comunità e le regioni. Il nuovo governo deve rivedere e ristrutturare la sua proposta in materia di ordinamento territoriale e partecipazione popolare. È chiaro che il ruolo dello Stato, senza le persone e le regioni, non garantisce che lo sviluppo elettrico sia finalizzato al bene comune e all interesse pubblico. Quale sarà la matrice energetica nel 2025? Negli ultimi dieci anni sono aumentati in Cile i conflitti socio-ambientali legati allo sviluppo di progetti nel campo della produzione di energia elettrica, in particolare quando si pretende di realizzarli in aree densamente popolate, o già inquinate, o prioritarie dal punto di vista turistico, in aree di protezione ambientale o in territori indigeni. Le proteste sono indice di una coscienza e di un coinvolgimento maggiori da parte dei cittadini nelle decisioni sullo sviluppo locale e dei territori. I cileni rifiutano attualmente l installazione di centrali termoelettriche in zone già fortemente compromesse (Guacolda IV -Huasco; Campiche-Puchuncaví; Santa María e Bocamina II in Coronel) e denunciano l assenza di preoccupazione, da parte delle imprese e dello Stato, per gli impatti socioeconomici e ambientali dei progetti energetici sull agricoltura, il turismo, la pesca artigianale, le comunità indigene, le aree protette, le culture e i modi di vita locali. Non sono disposti a continuare ad accettare sui propri territori dei megaprogetti energetici che servono ad alimentare grandi centri urbani o produttivi (del settore minerario) situati a grande distanza; questo di fatto li condanna a una perdita di sovranità sulle proprie fonti idriche e sui propri territori. In diversi ambiti, come la Commissione cittadina tecnica parlamentare, i tavoli regionali sull energia e i movimenti sociali come quelli di Aysén e Magallanes hanno proposto di realizzare piani regionali strategici di sviluppo nel settore elettrico, basati sul criterio della sovranità energetica. Cioè, incentivare la produzione di energie rinnovabili non convenzionali (Ernc) a livello locale e regionale mediante la generazione distribuita; gestire democraticamente i progetti incoraggiando il metodo associativo; incentivare in primo luogo l autoproduzione di energia a livello domestico e commerciale su piccola scala; tener conto delle esternalità nelle diverse opzioni energetiche e mettere in piedi consulte vincolanti a livello di comunità quanto allo sviluppo di progetti sui loro territori. Una politica e una matrice energetica coerente con queste richieste deve optare per le energie rinnovabili non convenzionali che sono decentrate, pulite e permettono di produrre benefici per le comunità e le regioni, e deve rispettare la recente legge 20/25 che impone di sviluppare entro il 2025 fra i e i Mw di energia da progetti Ernc. A questo occorre aggiungere il risparmio energetico che si può ottenere con programmi di efficienza. Secondo il Piano d azione nazionale per l efficienza energetica, il risparmio permetterebbe di evitare la costruzione di Mw, pari a quel che avrebbe prodotto HidroAysén. In questo modo, le Ernc e l efficienza energetica permetterebbero di disporre nei prossimi dieci anni (fra oggi e il 2025) da a Mw: cioè, più di quel che richiederà il paese per quel periodo di tempo; e anzi, molto di più se riusciremo a frenare la prevista espansione mineraria. Lo sviluppo delle Ernc, la produzione domestica di energia e l efficienza energetica sono anche pilastri della cittadinanza e della sovranità energetica, perché permettono alla popolazione, alle organizzazioni, alle comunità e alle città di autoprodurre, rendendosi indipendenti dal mercato elettrico, de-mercificando i servizi energetici; permettono di ridurre le emissioni inquinanti e l impatto ambientale sulle comunità e sugli ecosistemi, rendendo possibile una maggiore giustizia ambientale; e infine consentono di ridurre le emissioni di gas serra e di adattarsi in modo responsabile ai cambiamenti climatici. Per istituzionalizzare questa svolta in materia di sviluppo energetico, occorre anche aggiungere a queste decisioni sulla matrice elettrica un attiva agenda legislativa, che dia priorità alla riforma della Legge generale sui servizi elettrici e al mercato dell energia elettrica, con i seguenti obiettivi: regolare la gestione della domanda e gli obiettivi dell efficienza energetica; stabilire indirizzi per diversificare e de-carbonizzare la matrice, e internalizzare i costi della produzione termoelettrica; regolamentare la produzione e l uso sostenibile della legna da ardere; regionalizzare e democratizzare le decisioni sullo sviluppo del settore elettrico. Sara Larraín (Traduzione di M.C.)

14 14 luglio 2014 Le Monde diplomatique il manifesto TRAGEDIA AEREA O intervento militare? I misteri della strage di Ustica Immagini del Museo per la Memoria di Ustica di Bologna continua dalla prima pagina Nel 2013, due sentenze della Corte di Cassazione italiana hanno attribuito l esplosione a un missile aria-aria, senza identificare la nazionalità del caccia che l avrebbe lanciato. Lo Stato italiano è stato condannato a versare 100 milioni di euro di indennità alle famiglie delle vittime per non aver difeso efficacemente lo spazio aereo. Secondo i magistrati, molto probabilmente il missile era destinato al leader libico Muammar Gheddafi, e le sue «impronte» portano attualmente a un unica sospettata: la Francia. Tracce, indizi, menzogne e testimoni importanti puntano in quella direzione. Il 25 giugno 2007, tre anni prima della morte, l ex presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga fa una dichiarazione clamorosa alla radio nazionale e alla catena televisiva Sky: «I francesi sapevano che l aereo di Gheddafi doveva passare [su quella rotta]. Egli sfuggì all attentato perché il capo del Sismi (2), il generale [Giuseppe] Santovito, lo informò [delle intenzioni dei francesi] poco dopo il suo decollo. Così decise di cambiare strada. I francesi videro un aereo che si era messo dietro il Dc9 nella speranza di sfuggire ai radar. Furono loro, con un aereo della marina, a lanciare il missile...». Decine di commissioni rogatorie rivolte dall Italia agli altri paesi coinvolti non hanno avuto alcun seguito, fino a queste ultime settimane, suscitando nuovi dubbi. Solo pochi mesi fa, il Belgio ha risposto ai giudici di non aver niente da dire sulla tragedia di Ustica e sui suoi aerei da caccia presenti nella base dell aviazione a Solenzara, in Corsica, per ragioni di «sicurezza nazionale». I magistrati del tribunale di Roma Maria Monteleone ed Erminio Amelio hanno identificato quindici militari in servizio a Solenzara in quel periodo. Da pochissimo le autorità francesi, dopo avere a lungo sostenuto di non poterli ritrovare, hanno accettato di rispondere alle domande dei magistrati. Le prime audizioni degli ex militari francesi si sono svolte in aprile. E, per la prima volta in 34 anni, essi hanno ammesso che la sera del 27 giugno 1980 la base di Solenzara non aveva sospeso le attività alle 17 ma a notte fonda. È difficile immaginare che queste dichiarazioni non abbiano ricevuto l avallo del ministero della Difesa francese, che aveva sempre categoricamente e ufficialmente negato questa possibilità. È ancor più significativo il fatto che i magistrati francesi abbiano accordato ai loro colleghi italiani una seconda serie di audizioni, sottolineando la loro «disponibilità» ad andare oltre tutti i «segreti di Stato», e a collaborare concretamente con l inchiesta. Questa svolta potrebbe essere decisiva per risolvere questo intrigo internazionale, che copre un azione di guerra rimasta impunita, perpetrata in tempo di pace, in un periodo di fortissima tensione politica e militare nel Mediterraneo. E, come nell Assassinio sull Orient Express di Agata Christie, dietro la mano del presunto assassino, se ne possono individuare altre. La sera dell incidente, i controllori radar di Roma-Ciampino (all epoca tutti militari) vedono sui loro schermi le tracce di diversi caccia sopra il cielo di Ustica. Tracce che hanno origine o spariscono in mare, come se partissero da una portaerei. Sono convinti che sia coinvolta la VI Flotta e telefonano all ambasciata Usa per avere notizie. Non sanno che intanto il generale Santovito, direttore del servizio segreto militare (Sismi), ha inviato al suo collega francese, Alexandre de Marenches, direttore del Servizio di documentazione esterna e di controspionaggio (Sdece) (3) un telex urgente che, come la risposta, non sarà mai ritrovato per chiedergli: «Cosa avete fatto?» Questo sostiene Francesco Pazienza, braccio destro di Santovito, che aveva assistito a un incontro di quest ultimo con Marenches e la cui testimonianza figura negli atti istruttori. L intrigo internazionale prende forma, mentre l assassino e i suoi complici sono già impegnati a distruggere le prove. All alba del 28 giugno, i giochi sono fatti; la partita di poker truccata entra nel vivo. L ambasciata statunitense fa sapere di non essere direttamente interessata all incidente, nonostante nella notte abbia ricevuto un insolito telegramma dal vicesegretario di Stato, Warren Christopher, che voleva conferme sulla presenza di cittadini degli Stati uniti a bordo del DC9. L Aeronautica italiana avanza l ipotesi che l aereo abbia avuto un guasto meccanico, mentre i suoi ufficiali sono a caccia dei nastri dei radar che hanno inquadrato il cielo di Ustica. E il colonnello Gheddafi ordina alla sua ambasciata in Italia di far pubblicare un sorprendente necrologio per commemorare le vittime del disastro. Nel Mediterraneo la fine degli anni 70 è incandescente. Con gli accordi di Camp David del 1977 e il riconoscimento di Israele, il presidente egiziano Anuar el Sadat ha fatto una scelta di campo epocale, sfilando il suo paese dall area di influenza sovietica. Mosca non gliel ha perdonato. Gheddafi nemmeno. Il leader libico è considerato il nemico numero uno dell Occidente. nella lista delle «canaglie» occupa il posto che sarà di Saddam Hussein e poi di Osama bin Laden: il primo. Un clima di tensione con Gheddafi arsenale di Gheddafi fa paura. Con L i proventi del petrolio ha acquistato dei mirages dai francesi e batterie di missili Scud dai sovietici. È cosciente di essere la pedina di uno scontro più ampio, e cerca di approfittarne soffiando sul fuoco. In quello stesso 1980, manda il suo esercito in appoggio a Goukuni Oueddei contro Hissène Habré, sostenuto da Parigi. Oueddei gli ha promesso, in cambio, che il suo paese si unirà con la Libia. I ripetuti scontri con le truppe speciali francesi si trasformano rapidamente in un conflitto non dichiarato ma sanguinoso. Tanto che il presidente Giscard d Estaing teme non solo di vedersi sottratti i giacimenti di uranio del Ciad, ma anche di perdere la faccia nel suo cortile di casa africano, a qualche mese dalle elezioni presidenziali del maggio Nel 2011, in un libro scritto con Giovanni Fasanella (4), dedicato al silenzio della Francia su Ustica e al tentativo di eliminare Gheddafi, il giudice Rosario Priore, che ha indagato per dieci anni sulla strage, parla dell ostruzionismo francese: «Sia Giscard D Estaing che [François] Mitterrand si sono chiusi come ostriche, ostinandosi a mantenere una linea di protezione assoluta dei segreti di Stato indipendentemente dal colore politico dei governi coinvolti. Ne ho tratto alcune conclusioni preziose nel corso di un lungo incontro (5) con Marenches. ( ) Mi ha detto che le ricerche in Francia non avrebbero avuto risultati in ogni caso, perché se i servizi avevano tentato un operazione contro Gheddafi, non avrebbero lasciato alcuna traccia. Ma ha tenuto a precisare che, secondo lui, il dirigente libico avrebbero dovuto essere neutralizzato, e che questo era un dovere per diversi governi». E l Italia? È una moglie stiracchiata fra il marito americano e l amante libico. Dipende per il 40% del fabbisogno energetico da Tripoli, ha miliardi di commesse e 25mila lavoratori nei cantieri che devono fare grande la Jamahiriya il regime di Gheddafi. Il governo non può permettersi di irritare il colonnello. Quindi, ubbidisce ai suoi diktat. Il Sismi gli salva la pelle in almeno due occasioni: durante la rivolta militare a Tobruk, nell agosto 1980, e avvertendolo di un imminente bombardamento su Tripoli e Benghazi ordinato dal presidente statunitense Ronald Reagan, nel A mo di ringraziamento, Gheddafi, per mezzo del suo ambasciatore, minaccia il ministro degli affari Esteri italiano: esige informazioni sugli oppositori libici rifugiati a Roma o Milano, altrimenti chiuderà i rubinetti del petrolio. Il Sismi darà le informazioni. Il colonnello ha già acquisito il 13% delle azioni della Fiat; ha comprato migliaia di ettari di terreni, fabbriche, edifici. Manda sicari per eliminare gli avversari in esilio. L 11 giugno 1980 alla stazione di Milano viene ucciso Azzedin el Heideiri. Gli statunitensi sono furiosi. Era un informatore della Central Intelligence Agency (Cia): ma il Sismi non lo sapeva. Un improbabile scenario ufficiale Il colonnello non si accontenta. Pretende che i suoi Mig che vanno a fare la manutenzione a Banja Luka, in (ex) Jugoslavia, rientrino utilizzando le aerovie del Tirreno invece che quelle dell Adriatico. Vuole testare le difese aeree delle basi francesi in Corsica (Solenzara) e mostrare alla VI Flotta Usa che è in grado di sorvolare le unità che stazionano nel Golfo di Napoli, e anche la base aerea dell Organizzazione per il Trattato del Nord Atlantico (Nato) a Sigonella. Per riuscirci, deve imporre alla difesa aerea italiana di chiudere gli occhi. E ancora una volta ci riesce. L ordine non scritto che ricevono i controllori radar è di cancellare le tracce del passaggio di caccia libici «nemici» per non innescare l allarme del sistema di difesa integrato della Nato. Un imperdonabile rinuncia alla sovranità nazionale. Soprattutto, uno schiaffo a due paesi alleati: Francia e Stati uniti. Marzo 1994, agli archivi della base del Sismi a Verona, competente in materia di intelligence sul comando della 5 Allied Tactical Air Force (Ataf) della Nato, basata a Vicenza, uno strano incendio distrugge oltre atti relativi al periodo Fra le carte risparmiate dal fuoco, il giudice Priore troverà memoriali classificati come «ultraconfidenziali» e «segreti» che saranno portati agli atti della commissione parlamentare d inchiesta sulla strage di Ustica. Gli atti precedenti al 27 giugno 1980 mostrano la violenza della reazione francese alla violazione del patto fra alleati: il prossimo Mig che volerà sul mar Tirreno sarà abbattuto, ammoniscono minacciosi i servizi segreti francesi. Secondo flashback, 18 luglio Il ministero della Difesa italiano annuncia che un Mig libico si è schiantato sulla Sila, in Calabria. Sono chiamati da Crotone due medici per l autopsia sul corpo del pilota, che porta divisa e stivali dell aviazione italiana; potrebbe trattarsi di uno dei piloti libici formati presso la base dell aviazione italiana di Galatina, in Puglia. L esame avviene nel cimitero di Castelsilano, tra alti ufficiali in divisa e uomini dei servizi che scattano fotografie. Lo stato del cadavere non lascia dubbi: quel pilota non è morto il 18 luglio, ma almeno tre settimane prima. Quasi certamente la sera del 27 giugno, la sera della strage di Ustica. La commissione d inchiesta guidata da un ufficiale che diventerà capo di Stato maggiore dell Aeronautica chiude la faccenda sostenendo che, dopo il decollo da Bengasi, il pilota ha avuto un infarto e il Mig ha volato fino in Calabria con il pilota automatico, precipitando dopo aver esaurito il carburante. (2) Servizio per le informazioni e la sicurezza militare, poi diventato Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise). (3) Servizi di intelligence esteri francesi, ribattezzati Dgse nel (4) Giovanni Fasanella, Rosario Priore, Intrigo internazionale, Chiarelettere, Milano (5) L incontro si è svolto a margine dell interogatorio di Marenches da parte del giudice Priore a proposito dell attentato contro papa Giovanni Paolo II, avvenuto nel maggio 1981.

15 Le Monde diplomatique luglio FRANCIA Tolone Base navale militare francese Verona Bologna Ustica Relitto del DC-9 Palermo Mar Mediterraneo ALGERIA Milano Poggio Ballone Radar Elba Corsica Solenzara Base aerea militare francese Sardegna TUNISIA Grosseto Vicenza A p Roma Mar Tirreno p e n n i n i ITALIA Sicilia Sigonella Base aerea militare della Nato Napoli Golfo di Napoli VI flotta statunitense MALTA CROAZIA Mar Adriatico Catania Banja Luka BOSNIA ERZEGOVINA Puglia Calabria Crotone Massiccio della Sila Relitto del Mig libico SERBIA MONTENEGRO KOSOVO ALBANIA Galatina Base aerea militare italiana Mar Ionio km Ricostruzione improbabile, visto che il 18 luglio nel mare Ionio erano schierate decine di navi e aerei della Nato per una esercitazione di difesa (chiamata «Demon Jam») contro le incursioni nemiche, cioè libiche. Intanto il referto che retrodatava la morte del pilota è scomparso, come i campioni prelevati dal cadavere «in avanzato stato di decomposizione», che erano stati portati a Roma. Non è finita. Sui pezzi del Mig ci sono fori provocati da proiettili di cannoncino. Li nota un sottufficiale, ma i superiori glissano. Quando Priore lo scopre, l Aeronautica si giustifica dicendo che i colpi sono stati sparati dopo, per testare la resistenza della lamiera del Mig. Peccato che testimoni in punti diversi della Calabria raccontino di aver visto, la sera del 27 giugno, un caccia inseguito da due aerei che sparavano appunto dei colpi di cannoncino, come se avessero esaurito i missili aria-aria E peccato che il capo stazione della Cia in Italia, Duane Clarridge, sostenga di essere andato a ispezionare il Mig quattro giorni prima del ritrovamento ufficiale come risulta da un appunto in data 14 luglio 1980, trovato sull agenda del generale che guidava il servizio segreto dell Aeronautica, salvo poi ritrattare tutto durante il processo. L ipotesi più probabile è che il Mig abbia partecipato alla battaglia aerea, solo o con un altro apparecchio, e che abbia cercato di fuggire verso l aeroporto di Crotone. Secondo l inchiesta del giudice, in effetti, il capitano dei carabinieri di quell aeroporto Vincenzo Inzolia la notte dello schianto aveva preparato un rifornimento di carburante d urgenza che si suppone destinato al Mig libico in fuga. È stata la Francia (con connivenze) terzo flashback, o la storia di un inchiesta impossibile. Nastri radar, trascrizioni, ordini di servizio coi nomi dei controllori che si trovavano davanti agli schermi radar la sera del 27 giugno: tutto è stato fatto sparire e restano poche carte e testimonianze con cui tentare di ricostruire cosa è avvenuto nel cielo di Ustica. Ma, nel novembre 1980, la registrazione del radar di Roma-Ciampino offre una clamorosa rivelazione. John Macidull, investigatore della Federal Aviation Administration (Faa), l ente statunitense per l aviazione civile, spiega ai magistrati italiani che due segnali rilevati in prossimità del DC9 poco prima della strage appartengono a un aereo militare. Macidull sa quel che dice, è un ex pilota di caccia e diventerà il responsabile dell inchiesta sull esplosione della navetta spaziale Challenger nel La conferma arriva da John Transue, consulente di guerra del Pentagono. Secondo le sue dichiarazioni nel corso del programma «Panorama» della British Broadcasting Corporation (Bbc), nel 1982, il DC9 è stato distrutto da un missile aria-aria sparato da un caccia che punta l aereo civile con una classica manovra d attacco. Svolta nell inchiesta. Emerge l ipotesi che il DC9 sia stato abbattuto per errore. È una verità scomoda e difficile da spiegare. A quale nazione apparterrebbe il caccia che ha sparato? E perché? Gli Stati uniti, i principali sospettati, affermano di non avere nulla da nascondere. Ma quando spiegano i movimenti della portaerei Uss Saratoga, si impantanano in una serie di contraddizioni. Secondo il Pentagono, la portaerei si trovava nella rada del porto di Napoli coi radar principali spenti, per non disturbare le frequenze della televisione italiana. Una portaerei americana con i radar spenti, e proprio quel giorno? Poi si scopre che i nastri dei radar secondari sono stati consegnati ad un comandante della VI Flotta presentatosi a bordo la mattina del 28 giugno, e non si trovano più. Così come l originale del libro di bordo. Distrutto e riscritto in bella copia, senza alcuna nota di rilievo. È difficile credere che quel che accadeva nel cielo di Ustica sia potuto sfuggire alla VI flotta, che si trovava praticamente sulla sua verticale; si può dunque sospettare un implicazione diretta degli Stati uniti, almeno quanto alla volontà di coprire la Francia. La Francia, sospettato numero due, replica seccamente che non aveva mezzi navali nella zona del disastro (secondo il ministero della Difesa, la portaerei Clemenceau era al largo di Tolone e la Foch ormeggiata in porto) né aerei nel cielo di Ustica. Quanto ai caccia della base di Solenzara in Corsica, avevano terminato l attività di volo alle ore 17. Ma la trascrizione di un nastro del radar di Poggio Ballone, che si trova sulla costa toscana vicino Grosseto, ed è sfuggito all operazione di metodica distruzione delle prove, dice il contrario. Si vedono distintamente tracce di caccia in decollo da Solenzara ben oltre la mezzanotte. E addirittura due che vanno verso il basso Tirreno poco prima della strage. Perché questa menzogna? La risposta potrebbero darla i controllori di Poggio Ballone. Ma, quando i magistrati vogliono interrogarli, è troppo tardi. L ufficiale che il 27 giugno comandava la base è morto d infarto a 38 anni, il 9 maggio E il sottufficiale che era davanti allo schermo si è suicidato il 30 marzo 1987 impiccandosi a un albero. La mattina dopo la strage aveva detto stravolto alla moglie e alla sorella che la sera prima l Italia era stata «a un passo dalla guerra». Suicidi, malori, incidenti: sono una ventina le morti misteriose successive alla strage. Le più inquietanti sono collegate al radar di Poggio Ballone e alla base aerea di Grosseto. I magistrati scoprono che il radarista impiccatosi era rientrato da un corso per tecnici radaristi in Francia profondamente turbato: era convinto di essere nel mirino dei servizi segreti di Marenches, che lo ritenevano uno dei depositari della verità sulla strage. E scoprono anche che la sera del 27 giugno, il DC9 è stato incrociato a vista da un caccia F- 104TF della base di Grosseto, sul quale volavano due piloti esperti: Ivo Nutarelli e Mario Naldini. Secondo una serie di rapporti ufficiali della Nato, che decodificavano le trascrizioni radar il primo rapporto viene trasmesso il 2 ottobre 1997 al giudice Priore dal consigliere giuridico dell organizzazione, Baldwin De Vidts, i due piloti italiani, dopo aver incrociato gli altri aerei, rientrano segnalando l emergenza massima come previsto dal manuale dell Alleanza atlantica: volo triangolare sulla base e pulsante della radio premuto per tre volte senza parlare (è la procedura detta «squawk»). Anche in questo caso, impossibile interrogarli. Nutarelli e Naldini sono morti nel 1988 a Ramstein in Germania nella collisione fra i loro aerei, durante un esibizione della pattuglia acrobatica militare delle Frecce tricolori. Inchiesta ostacolata, prove distrutte Potrebbe parlare il relitto, ma al magistrato che vorrebbe recuperarlo il ministero della Giustizia risponde che i sei miliardi di lire necessari per l operazione sono troppi. È il primo ministro Bettino Craxi a sbloccare la situazione nel 1986, dopo uno scontro istituzionale col presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Alla lettera del capo dello Stato, che dopo un incontro con l associazione dei familiari delle 81 vittime, presieduta da Daria Bonfietti, chiede che si faccia luce sul caso, Craxi risponde che se c è qualcuno che conosce la verità è proprio Cossiga, che all epoca era presidente del Consiglio. Ma alla fine trova i soldi per ripescare il DC9 e l operazione è affidata all Institut français de recherche pour l exploitation de la mer (Ifremer), che recupera solo una parte dell aereo. La decisione è criticata dal nuovo capo del Sismi, l ammiraglio Fulvio Martini, che segnala al ministero della difesa «i legami di Ifremer con i servizi segreti francesi». Legami sdegnosamente contestati, il 17 giugno 1987, davanti alla commissione parlamentare d inchiesta sulla strage, dal presidente dell istituto, Pierre Papon, il quale curiosamente precisa che «mettere in dubbio l onorabilità dell Ifremer equivale a dubitare dell onorabilità del governo francese». Ci vogliono altri dieci anni e una seconda operazione di recupero per ricostruire il DC9 pezzo per pezzo in un hangar. Ma anche questo sforzo è inutile. I periti si dividono tra l ipotesi del missile e quella di una bomba piazzata in una toilette. Il giudice Priore ne ricusa due, dopo aver scoperto che si erano messi d accordo con i generali dell Aeronautica. L ipotesi della bomba, su cui puntano proprio i generali, fa acqua da tutte le parti. Primo: non ci sono tracce di esplosivo sui resti delle toilette. Quale congegno fa collassare la struttura di un aereo senza distruggere le parti situate a qualche centimetro dal cuore dell esplosione? Secondo: il DC9 era partito con quasi due ore di ritardo e un congegno a tempo sarebbe esploso quando l aereo era ancora sulla pista, a Bologna. Risultato: i generali vanno sotto processo per distruzione di prove. È il Il 10 gennaio, gli imputati, condannati in primo grado, sono assolti in Cassazione. Applausi scroscianti in aula, ma il sollievo dei generali dura poco. Qualche mese più tardi, Francesco Cossiga, che i militari ritenevano un loro importante alleato nella strategia che consisteva nel negare qualunque responsabilità, fa la sua famosa dichiarazione. Sostiene che è giunto il momento di dire la verità e punta l indice contro la Francia. Secondo Cossiga, a colpire il DC9 fu un caccia dalla portaerei Clemenceau e il pilota, una volta scoperto l errore, si sarebbe suicidato. Non è la prima dichiarazione scioccante di Cossiga. Nel 1990, a Edimburgo, davanti a una quarantina di giornalisti e altrettanti bicchieri di whisky, aveva orgogliosamente ammesso di essere stato uno dei «protettori» di Gladio, la branca italiana della struttura paramilitare segreta chiamata «Stay Behind», creata dalla Nato all indomani della seconda guerra mondiale per contrastare il pericolo dell ascesa del comunismo e far fronte a un eventuale attacco delle forze del patto di Varsavia contro i paesi dell Europa occidentale (6). Ma, sul massacro di Ustica, cos aveva fatto quand era presidente del consiglio? Un silenzio durato 34 anni Il capitano di vascello Jean de Laforcade, all epoca comandante della Clemenceau, avrebbe potuto pronunciarsi sulla veridicità delle rivelazioni di Cossiga. Ma le autorità francesi hanno preferito il silenzio e le menzogne. Lo testimonia la perentoria affermazione secondo la quale la base di Solenzara aveva chiuso le attività alle 17. Eppure i radar italiani non sono stati gli unici a dire che i caccia avevano continuato a volare per sette ore oltre l orario ufficiale di chiusura. Ci sono testimonianze dirette come quella del generale dei carabinieri Antonio Bozzo, che il 27 giugno 1980 era casualmente in vacanza in un hotel accanto alla pista della base insieme a moglie, fratello e cognata, e non riuscì a chiudere occhio fino a tarda notte per colpa dei caccia che decollavano e atterravano. Caccia segnalati anche in un rapporto della Nato del 1997 (7), che non li identifica, con la giustificazione che allora la Francia non faceva parte del dispositivo militare dell alleanza, ma che ritiene le loro tracce corrispondenti a quelle del radar di Poggio Ballone. Il rapporto della Nato è la chiave di volta per comprendere la dinamica di questa strage. Esso conferma la presenza di una portaerei sconosciuta (francese o statunitense: in zona non ce ne sono altre) e di undici aerei militari, tra cui un velivolo radar americano Awacs, che volava sulla verticale dell isola d Elba e ha certamente visto tutto. Altro che cielo deserto! L idea che i magistrati italiani si sono fatti è che il 27 giugno 1980 un Mig libico proveniente dalla ex Jugoslavia «agganciò» il DC9 per nascondersi ai radar, probabilmente per garantire la sicurezza del leader libico, che effettivamente stava per sorvolare la zona con il proprio aereo. Ma l F104 italiano della base di Grosseto vede l intruso e dà l allarme. Poi tutto precipita con l attacco da parte dei caccia francesi decollati dalla Clemenceau o da Solenzara. I quattro paesi coinvolti, suggeriscono i documenti dell inchiesta, si rifugiano nel silenzio, ciascuno preoccupato di nascondere le proprie responsabilità: l Italia per aver permesso la violazione del proprio spazio aereo; gli Stati uniti perché testimoni interessati e forse complici; la Libia in quanto agente provocatore. E la Francia per avere sulla coscienza la morte di ottantuno passeggeri di un volo di linea. Nel 2011, Nicolas Sarkozy finisce di saldare i conti della Francia con la Libia scatenando l intervento militare sfociato nella morte di Gheddafi. Ora il cambiamento ai vertici della politica francese apre un nuovo spiraglio. Anche il decreto firmato dal presidente del consiglio italiano Matteo Renzi, ordinando la declassificazione di tutti i documenti confidenziali relativi agli attentati degli anni 70, può far luce su nuovi elementi di questa tragedia. Ma quanto tempo ancora ci vorrà prima di riuscire a mettere una bandiera sul missile che provocò la strage di Ustica? ANDREA PURGATORI (6) Si legga François Vitrani, «L Italie, un Etat de souveraineté limitée?», Le Monde diplomatique, dicembre (7) Per l esame del materiale radar, la Nato prevede l accordo di tutti i paesi membri. È dunque stata necessaria una mediazione politico-diplomatica durata anni andata a buon fine grazie a Javier Solana, segretario generale dell Organizzazione dal 1995 al (Traduzione di M.C.)

16 16 luglio 2014 Le Monde diplomatique il manifesto L ESERCITO IN SOCCORSO DELLE ÉLITE TRADIZIONALI Dodicesimo colpo di Stato in Thailandia I premier occidentali, normalmente loquaci, hanno accolto con grande discrezione il colpo di Stato dei generali thailandesi. Dopo aver instaurato la legge marziale, il 20 maggio, e rimosso i principali responsabili politici due giorni dopo, l esercito si è attribuito i pieni poteri. Dietro un apparente neutralità, fa il gioco delle élite di Bangkok, che escono regolarmente sconfitte dalle elezioni. D alla fine della monarchia assoluta, nel 1932, la Thailandia ha subìto diciotto tentativi di colpo di Stato, di cui dodici riusciti. Come nell ultimo caso, che risale al 22 maggio 2014, due giorno dopo la proclamazione della legge marziale da parte del comandante in capo dell esercito, il generale Prayuth Chan-ocha. Nei sette mesi precedenti, Bangkok era stata teatro di manifestazioni antigovernative degli ultramonarchici, le «camicie gialle» nel calendario buddista è il colore del lunedì, giorno del compleanno del re Bhumibol Adulyadej. Con la regia del People s Democratic Reform Committee (Pdrc), diretto dall ex vice primo ministro Suthep Thaugsuban (allora membro del Partito democratico), si ponevano come obiettivo il colpo Nel 2001 è seguita la vittoria di un partito di massa, il Thai Rak Thai («I thailandesi amano i thailandesi»). Il suo fondatore, un Berlusconi asiatico, Thaksin Shinawatra, magnate sino-thailandese degli affari ed ex colonnello di polizia il cui feudo si trova a Chiang Mai (nel nord), e non a Bangkok, è stato nominato primo ministro. Tuttavia, il modello democratico non ha saputo resistere all influenza esercitata innanzitutto dal primo ministro e poi dai suoi oppositori sulle istituzioni incaricate di sorvegliare sulla vita politica del paese: la Corte costituzionale, la Commissione elettorale e la Commissione nazionale di lotta alla corruzione. Inoltre, il nuovo sistema contrariava l élite economica, militare e burocratica di Bangkok, raccolta dietro una monarchia che costituisce la chiave di volta dell ordine sociale. Prendevano forma le condizioni propizie al colpo di Stato del 2006 e al rovesciamento su istigazione delle «camicie gialle» del governo Thaksin. Quest ultimo era appena stato rieletto, malgrado la sua reputazione fosse stata macchiata da casi di corruzione e gravi violazioni dei diritti umani, come le duemila esecuzioni extragiudiziarie effettuate nell ambito della «guerra contro la droga». A prima vista, il colpo di Stato del maggio 2014 sembra una riedizione di quello del Anche in questo caso, i militari si sono presentati come guardiani dell unità nazionale e difensori della monarchia. Eppure, le differenze sono notevoli. Nel 2006, gli istigatori del colpo di Stato beneficiavano dell appoggio di un ex generale e ex primo ministro, Prem Tinsulanonda, capo del Consiglio privato del re che poteva perciò essere considerato il rappresentante dello stesso Bhumibol. Nel maggio scorso, non sembra che abbiano ricevuto l avallo del palazzo, neanche tacito. Il re, 86 anni, e la regina Sirikit, 82 anni, vera e propria Lady Macbeth, entrambi molto malati, non fanno dichiarazioni pubbliche da più di due anni. La prospettiva della scomparsa del monarca si avvicina di giorno in giorno e nel colpo di Stato del 2014 si può leggere un tentativo di instaurare un regime destinato a fronteggiare l emergenza. Gli obiettivi sono * Professore associato e ricercatore al Centro di studi e ricerche internazionali (Ceri) di Sciences Po. di DAVID CAMROUX * di Stato giudiziario e militare. Ancora una volta Eppure, nel 1992, quando i cittadini, appartenenti prevalentemente alle classi medie, si erano riversati nelle vie di Bangkok, per denunciare un governo dominato dai militari, spingendo il re Bhumibol a intervenire, il ciclo infernale sembrava essersi finalmente interrotto. Poi, in seguito alla crisi finanziaria asiatica, si era aperto uno spiraglio per l instaurazione di una democrazia moderna sulla base della «Costituzione del popolo» del Questa carta eliminava gli aspetti più appariscenti di un sistema politico neopatrimoniale (1) e incoraggiava la creazione di partiti politici basati su un programma reale. Ritorno di un governo debole tre. Innanzitutto impedire il ritorno al potere di Thaksin, in esilio dal 2006 nonostante il suo partito abbia vinto tutte le elezioni dal 2001 (2005, 2006, 2007, 2011 e 2014). Quindi, ripristinare la situazione di prima del 2001, con un governo e uno stato deboli, in modo da permettere alle élite dell esercito, della burocrazia e del mondo degli affari di conservare il potere. Infine, offrire l occasione ai militari, una volta tornati nelle caserme, di definire le proprie prerogative e di riposizionarsi rispetto all imminente successione. Sotto la legge marziale, in vigore dal 1948 al 1972, poi sotto i governi semicivili, l esercito ha sempre guardato alla monarchia come alla fonte ultima di legittimità. Interviene in suo nome. Il re Bhumibol incarna l ideale del dhamma raja, re-padre caritatevole e pieno di saggezza. Dietro un apparenza di neutralità, la «monarchia di rete», come la definisce il ricercatore Duncan McCargo (2), rappresenta, al pari di una forza politica, una potenza economica la cui ricchezza raggiunge i 30 miliardi di dollari (22 miliardi di euro), detenuti in gran parte dal Crown Property Bureau (3). L erede di Bhumibol, il principe Maha Vajiralongkom, la cui salute mentale solleva i dubbi di molti, oltre a essere impopolare è anche considerato, dai sostenitori della monarchia a Bangkok, vicino a Thaksin e a sua sorella Yingluck, primo ministro destituita. Da qui il dilemma dei militari: come preservare il mito della monarchia se il futuro monarca è indifendibile ai loro stessi occhi? reuters Bangkok, thailandia, 25 maggio 2014 Manifestanti contro il colpo di Stato Quest atmosfera da fine regno spiega il momento scelto per l ultimo colpo di Stato che, dal punto di vista del movimento antigovernativo, sembrava oggettivamente superfluo. In effetti, Yigluck Sinawatra e otto dei suoi ministri erano già stati destituiti il 6 maggio dalla Corte costituzionale. L indomani, la Commissione nazionale di lotta contro la corruzione aveva avviato al Senato (in cui l opposizione è maggioritaria) la procedura per destituirla e renderla ineleggibile, insieme a tutti i membri del suo partito. Lo scontro tra i suoi sostenitori (le «camicie rosse») e le «camicie gialle» era stato per lo più contenuto, così come le violenze. Un governo provvisiorio garantiva l interim; quando le elezioni del febbraio 2014 erano state invalidate, dopo il boicottaggio dell opposizione, una nuova data era fissata per il mese di luglio. In altri termini, ancora prima del colpo di Stato, l opposizione extraparlamentare delle «camicie gialle» aveva raggiunto la maggior parte degli obiettivi, se si esclude l avvio, pur importante, di una riforma costituzionale volta a instaurare un Parlamento e un governo composti in maggioranza da membri nominati e non più eletti. Dal momento che l opposizione parlamentare, rappresentata dal Partito democratico, in vent anni non ha vinto neanche un elezione e che il governo deposto beneficia del sostegno della maggior parte della popolazione, il solo mezzo per prendere il potere è cambiare le regole del gioco. Da qui il colpo di Stato. A questo si aggiunge la lotta per il potere tra le élite politiche ed economiche di Bangkok e quelle delle province. Dalla fine della monarchia assoluta, questa concorrenza è sempre esistita. Si è intensificata negli anni , quando l esercito è uscito di scena rimanendo tuttavia pronto a intervenire e con la professionalizza- Bangkok, thailandia, 25 maggio 2014 Mentre il capo dell'esercito incontra tutte le fazioni rivali, i soldati montano la guardia al Club dell'esercito zione della burocrazia. Da principio, e con la benedizione del palazzo, si era definita quindi una comoda spartizione del potere, in alternanza, tra i membri dell establishment di Bangkok, sostenuti dall esercito, e la funzione pubblica. Una serie di governi di coalizione deboli ha favorito la burocrazia alleata dell esercito nel prendere le redini del potere, riducendo al minimo le imposizioni per quel mondo degli affari di Bangkok che ha così prosperato. La situazione è cambiata con la comparsa, negli anni 1980, di dirigenti e uomini d affari il cui potere nasceva in provincia, come Barharn Silpa-archa. Thaksin e sua sorella sono esempi perfetti di questa transizione sociopolitica. Ciononostante, la semplice dicotomia città-campagna non basta a spiegare la situazione. Bisogna anche sottolineare l importante diversità di classi e di etnie all interno del paese. Al di là dei contadini del nord e del nord-est, molti sostenitori delle «camicie rosse» sono «contadini urbani», parte di quella migrazione interna con un impiego non qualificato nella regione di Bangkok cha ha mantenuto forti legami con il villaggio di origine. È questa popolazione che Thaksin ha emancipato sovvenzionando i villaggi e i cantoni e sviluppando l accesso alle cure mediche e alle infrastrutture. Il governo della sorella ha adottato misure ancora più radicali, come la sovvenzione dell acquisto di riso al 40% in più del prezzo di mercato e l instaurazione del salario minimo a 300 baht (circa 7 euro) al giorno. La popolazione dell Isaan, appartenente all etnia lao, disprezzata dai thai del centro, con la pelle più chiara, non è più disposta ad accettare un ordine sociale neo-feudale (5). reuters Per capire l attuale crisi della legittimità, bisogna risalire alle riforme portate avanti tra la metà degli anni 1850 e gli anni 1920, da tre re successivi, Mongkut, Chulalongkorn e Vajiravudh, per la modernizzazione e il consolidamento dello stato nazione (6). Questi monarchi hanno rafforzato il ruolo di Bangkok come centro del potere e concepito l appartenenza alla comunità nazionale come adesione ai valori della thailandesità (thainess), quali la lingua, le tradizioni e i costumi dei gruppi etnici thai del centro del paese. Un istruzione pubblica efficiente ha lanciato un processo volto a rendere omogenea una società multietnica insegnando la lingua thai standard e riassumendo la storia a un unico schema narrativo: il Siam, com era chiamata un tempo la Thailandia, era il Così, la nuova traduzione sulla scena politica della frattura città-campagna ha dato al malessere thailandese una seconda dimensione, questa volta sociale. Per le classi medie di Bangkok, la popolazione rurale e i suoi cugini poveri di città sono dei «bufali d acqua», onesti ma idioti, incapaci di capire la democrazia. Eppure, queste persone hanno assistito per due volte, nel settembre 2006 e nel maggio 2014, alla destabilizzazione e poi al rovesciamento per mezzo di manovre parlamentari e della strumentalizzazione della giustizia di governi regolarmente eletti. L occupazione del centro di Bangkok, nel aprile-maggio 2010, per mano delle «camicie rosse» favorevoli a Thaksin, ha prodotto una violenta repressione nel corso della quale è stata uccisa una novantina di manifestanti (4), confermando il rischio incombente di una guerra civile in Thailandia. Città, campagna, classi, etnie solo paese del sud-est asiatico a non essere stato colonizzato grazie alla governance avveduta dei monarchi, al suo ordine sociale paternalista e al suo esercito. Tuttavia, al nazionalismo thailandese manca il mito fondatore della patria come quello che si crea nelle guerre di indipendenza, quando si superano anche le fratture sociali e etniche. Da questo punto di vista, la Thailandia non è il Vietnam né l Indonesia. Nel risulta che l identità di cittadino in una nazione, opposta a quella del suddito in un regno, è priva di forza, e le questioni di legittimità restano irrisolte. Gli istigatori del colpo di stato e le «camicie gialle» giudicano legittimi il potere del monarca e la governance posta in essere da uomini virtuosi; per le «camicie rosse» e i loro sostenitori, la fonte del diritto e della legalità va cercata nel processo elettorale. Forse il colpo di stato del 22 maggio assicurerà una stabilità a breve termine. Ma invece di risolverla, si troverà a esacerbare la crisi di legittimità, senza toccare le sue radici sociali profonde e i blocchi del paese. (1) Nel quale una parvenza esterna di stato moderno copre una logica di funzionamento di tipo tradizionale (rapporti clientelari, nepotismo ). (2) Duncan McCargo, «Network monarchy and legitimacy crises in Thailand», The Pacific Review, vol. 18, n 4, dicembre (3) N.d.t. Ufficio che amministra i beni della corona thailandese. (4) Leggere David Camroux e Philip Golub, «Rossi contro gialli, scontro di classe a Bangkok», et Xavier Monthéard, «Monarca, élite e popolo thai», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio (5) Cfr. Charles Keyes, Finding their voice: northeastern villagers and the thai state, Silkworm books, Chiang Mai, (6) Cfr. Marc Askew (dir.), Legitimacy crisis in Thailand, Silkworm books, 2010, e Michael Kelly Connors, Democracy and national identity in Thailand, Nordic institute of asian studies press, Copenhagen, 2007 (1 ed. 2002). (Traduzione A.C.)

17 UN altro ATTORE nella globalizzazione DEL VINO Le Monde diplomatique il manifesto luglio Trasformare il deserto cinese in vigneto Dopo il riflusso della crisi finanziaria, le esportazioni mondiali di vino raggiungono nuovi record, superando, nel 2012, i 22 miliardi di euro. Mentre in Europa i vigneti si riducono, in Asia si estendono rapidamente. I cinesi sono diventati i primi consumatori di vino rosso e dimostrano anche di essere produttori sempre più abili. un inchiesta di BORIS PÉTRIC* N ell arco di quindici anni, la superficie dei vigneti cinesi è raddoppiata. Nel 2013 occupava circa 600mila ettari (1). La Cina potrebbe così diventare un gigante viticolo mondiale, contemporaneamente alla diminuzione dei vigneti europei (3,5 milioni di ettari, di cui 800mila in Francia). Il vino è oggetto di una vera infatuazione. La produzione aumenta molto rapidamente, come anche il consumo, il cui margine di progresso è considerevole un po più di un litro per abitante e per anno, contro i 47 litri in Francia o i 37 in Italia (2). Questo mercato in costante crescita appare come il nuovo eldorado sia per i produttori locali sia per gli esportatori esteri. Nel 2014, Pechino è tra i maggiori clienti della regione bordolese. Quest operazione permette di limitare le importazioni, grazie al trasferimento di capitali e di tecnologie. Lo Stato francese ha così creato un azienda viticola nello Hebei, investendo 2 milioni di euro. Malgrado il successivo abbandono del progetto, quest esperienza ha offerto l opportunità di stringere nuove partnership, di scambiare conoscenze sui vitigni e sulla vinificazione, e di formare i primi esperti cinesi. Li Demei è diventato uno dei migliori consulenti enologici per molte grandi cantine del paese. Anche aziende a capitale francese hanno investito, se pur con risultati modesti. All inizio degli anni 2000, Pernod Ricard ha preferito ritirarsi da una prima partnership complicata con Dragon Seal, rimanendo comunque presente nel Ningxia con la sua azienda Helan Mountains. Castel prosegue la sua avventura con Changyu, nello Shandong. L investimento nella viticoltura, a partire dal 2000, si inserisce in un progetto di sviluppo dell ovest del paese e delle province meno interessate dalla crescita economica. Lo Xinjiang, la Mongolia interna, il Ningxia e lo Shanxi diventano «regioni di investimento prioritarie». Grazie alla viticoltura, le autorità locali sperano di limitare l esodo rurale e di creare posti di lavoro. Compaiono nuovi vigneti, a volte di piccole dimensioni, con l ambizione di produrre vini di qualità. L irrigazione, specialmente vicino al fiume Giallo, permette di impiantare vigneti anche in queste regioni desertiche e fredde. Per evitare i danni del gelo, d inverno le vigne sono rincalzate. «Contribuiamo a bloccare la sabbia e a limitare le tempeste nelle grandi città dell Est, ci spiega un enologo. Abbiamo un ruolo collettivo molto importante: rinverdire il deserto e migliorare la vita dei nostri concittadini» (3). Jian Han, del Château Hansen, nella Mongolia interna, aggiunge: «L evoluzione della nostra società è imprescindibile dallo sviluppo del nostro paese Trasformare la natura è un sogno e un dovere per la società». Dalla metà degli anni 2000, i grandi gruppi non sono più soli. I nuovi ricchi (4) si rivolgono a pedologi, vivaisti, enologi e architetti francesi per avviare vigneti con una buona tenuta. «Il nostro governo ha fatto del vino una priorità e speriamo di continuare ad attrarre * Antropologo, Centro nazionale di ricerca scientifica (Cnrs) Saint-Emilion in Liaoning Nonostante le vigne siano conosciute in Cina da due millenni, la vinificazione e la produzione di massa risalgono agli anni Fino al 1990, solo le province dello Hebei (attorno a Pechino), dello Shandong e dello Xinjiang producevano vino, sotto il controllo di una manciata di grandi aziende statali (Changyu, Dragon Seal, Great Wall o Suntime), ancora padrone del settore. Tuttavia, all alba del XXI secolo, la Cina ha sviluppato nuove cooperazioni con l estero, avviando delle joint venture dal successo straordinario: 59mila società oggi ricevono investimenti in capitali occidentali e permettono di trasmettere progressivamente il know how. Sono state create associazioni con multinazionali quali Miguel Torres, Domecq, Pernod Ricard o Castel. Pechino apre il suo spazio economico, pur conservando alcuni principi. I terreni agricoli rimangono un bene inalienabile e la loro concessione è regolata da contratti d affitto a lungo termine con lo stato o da trattative con i partner locali. investimenti stranieri. Sono già sorte trenta aziende vinicole [nel paese] e ssi stanno organizzando trentacinque tenute. Vogliamo ottenere la Denominazione di origine controllata e fare una bevanda di qualità», confida un responsabile del Ningxia. Domaines Baron de Rothschild (Dbr) si è stabilito nella regione di Penglai (Shandong) associandosi al fondo di investimento China International Trust and Investment Corporation (Citic). Louis Vuitton - Moët Hennessy (Lvmh) ha preferito la provincia dello Yunnan, dove l azienda francese ha creato il marchio Shangri-La, in partnership con il gruppo Vats. I complessi di enoturismo, come la costruzione di una copia di Saint- Emilion a Dalian (Liaoning), sono la risposta sia alla domanda delle classi urbane per il proprio tempo libero sia ai bisogni dei promotori in cerca di nuovi investimenti. La presenza di un vigneto a volte è secondaria in questi ampi complessi in cui sorgono tenute-hotel, campi da tennis, da golf, ecc. Un osservatore, che chiede di restare anonimo, spiega: «Bisogna relativizzare l interesse suscitato dal vino. La creazione di un vigneto permette di ottenere un contratto d affitto per il suolo. Spesso, gli uomini d affari se ne infischiano della vigna. Con l espansione urbana, domani, questa potrà essere sradicata, ma loro manterranno il contratto d affitto Un opportunità considerevole». Per il potere, il vino simboleggia anche l inserimento del paese nella globalizzazione e rafforza l immagine che vuole promuovere. Rifiutando di vedere la sua influenza relegata alla produzione di vini economici, punta su prodotti dotati di una dimensione culturale e identitaria. Il vino deve essere un marchio nazionale nella battaglia mondiale dei «marchi paese». «Il mio sogno è semplice: che la mia produzione diventi l orgoglio della Cina. Siamo sempre più bravi a fare grandi vini e lo proveremo al mondo intero!», si entusiasma un proprietario di vigneti dello Ningxia. L investimento nel vino è visto come contributo a un progetto collettivo cinese e non come la realizzazione di un sogno individuale. Ciò non toglie che il merito di giovani enologi come Emma Gao, dell azienda Silver Heights (Ningxia), o ancora Zhang Jing, della tenuta Jiabelan (Ningxia) sia riconosciuto dalla rivista britannica Decanter o da La Revue du vin de France. Un importante ostacolo all espansione dei vigneti è rappresentato dalla mancanza di terreni adatti alla Smith St Cellars loro crescita. Gli attori della filiera esplorano il vasto territorio cinese alla ricerca del luogo ideale. Vengono consultati stimati esperti ma, come spiega Gérard Colin, enologo francese, «le tre principali regioni Hebei, Shandong e Xinjiang non hanno futuro. Lo Xinjiang ha un problema, perché il rincalzo del vigneto ha un costo ingestibile nel contesto di penuria di manodopera. Per non parlare dell irrigazione e del problema dell acqua. Per lo Hebei, l avanzata della città è impressionante. I contadini preferiscono abbandonare la loro terra e lavorare nell edilizia È più redditizio!». Sullo Shandong, un altro francese, Bruno Paumard, sottolinea l ostacolo climatico: «Un alta umidità sommata al calore provoca malattie. E i trattamenti chimici hanno i loro limiti Non abbiamo ancora trovato il posto ideale per fare del vino». Tuttavia, la Cina nel 2012 è diventata il quinto produttore mondiale e la spettacolare moltiplicazione dei progetti dovrebbe rapidamente portarla tra i primi tre (5). Al tempo stesso, i grandi gruppi cinesi dell agroindustria stanno sviluppando una strategia per l acquisizione dei mezzi di produzione all estero. Per esempio, il gigante Cofco (6) possiede già il Château de Viaud (25 ettari), nel Bordolese. Ha anche acquistato gli 800 ettari della bodega Bisquertt (7), in Cile paese legato alla Cina da un accordo commerciale, e sta cercando di stabilirsi anche in Australia. Le aziende cinesi tentano anche di acquistare marchi esteri per distribuirli direttamente nel loro paese, come Quang Wang, proprietario di un grand cru classificato a Saint-Emilion: Bellefont-Belcier. Nel Bordolese, una cinquantina di aziende è stata venduta a cinesi. Probabilmente alcuni cercano anche di mettere una parte del loro patrimonio al riparo da eventuali vicissitudini politiche. Anche se la regione conta più di 7mila proprietà, queste vendite suscitano un emozione particolare in Francia, che vi vede l avanzata del «pericolo giallo» sul patrimonio viticolo nazionale (8). cina Sistema di coltivazione della vite Imprese cinesi all estero, imprese straniere in Cina: queste acquisizioni riflettono la crescente transnazionalizzazione degli attori e dei territori di raccolta (9). Il successo della produzione ha come primo obiettivo di soddisfare la domanda interna: più dell 80% dei vini consumati proviene dalla Cina (10). Ma non bisogna confondere quel che viene bevuto con quel che viene comprato. Questa crescita trova le sue radici nell onnipresente cultura del regalo. La maggior parte dei vini cinesi che si degustano nelle aziende non è presente sul mercato. «Non abbiamo problemi a smaltire il nostro vino, ci spiega un enologo. Il mio capo è in rapporti con le autorità locali: ne offriamo loro una quantità sostanziosa. In seguito, i responsabili obbligano le aziende a comprare la nostra produzione. Le nostre bottiglie finiscono ai banchetti politici come regali! Non è il mercato della domanda e dell offerta Tutta l economia funziona così. Inserirsi nel vero mercato dei consumatori è un altra cosa». Questa dipendenza tra imprese crea obblighi di acquisto reciproci e le bevande straniere non sfuggono oi non beviamo il vino. È «Ntroppo caro. Preferiamo il baijiu», confessa un contadino che lavora nelle vigne dello Hebei. I seicento milioni delle classi popolari preferiscono quest alcolico tradizionale, o la birra, a un cru cinese. Hong Kong, la più bella cantina del mondo La cultura del vino in Cina è passata in gran parte per Hong Kong, che in pochi anni è diventata il crocevia del commercio vinicolo mondiale. Governatore dell isola tra il 2007 e il 2011, Henry Tang, da collezionista dei grandi cru, ha abolito le tasse su questi prodotti nel Le grandi società di distribuzione hanno allora rafforzato la loro presenza, contemporaneamente alla comparsa di filiali di prestigiose case d asta di Londra o New York, come Aker Merrall, Christie s o Sotheby s. Nel 1998, i responsabili di Vinexpo, organizzato tradizionalmente a Bordeaux, hanno deciso di stabilirsi un anno su due a Hong Kong. Lo scorso maggio, espositori hanno accolto più di 16mila visitatori. Diventata la più bella cantina di bottiglie rare del mondo, l ex colonia britannica rimane una delle porte d accesso al gigantesco mercato cinese. I cinesi «continentali» vi trovano un luogo di evasione e di iniziazione, durante le brevi gite in cui familiarizzano con esperienze sociali vicine alla cultura globalizzata. B.P. alla logica preponderante del guanxi (rete di relazioni) (11). Le bottiglie non vengono necessariamente bevute e spesso diventano soprammobili di lusso. La cultura del vino è incoraggiata come pratica sociale associata alla restaurazione morale della classe politica. Il potere orchestra campagne mediatiche che vantano le sue virtù per la salute, nella speranza di limitare il consumo dei superalcolici. Il baijiu, un acquavite a base di cereali, fa ancora strage tra la popolazione maschile. La sua produzione necessita di terre che i dirigenti vorrebbero liberare per destinarle all alimentazione. Reportage televisivi stigmatizzano alcuni membri del partito ubriachi durante banchetti in cui il baijiu scorre a fiumi. Bere insieme rimane un imperativo, sia negli ambienti politici sia nel mondo economico, per stringere rapporti di fiducia. «Non bere è considerato una mancanza di rispetto verso il tuo partner, racconta un venditore di vino francese. Bisogna ubriacarsi a morte e condividere un intimità molto intensa per poter concludere un contratto. Gli affari mi vanno bene ma ho il fegato distrutto» Il popolo preferisce l acquavite Il vino riguarda solo la popolazione urbana privilegiata e giovane, che adotta nuove pratiche sociali in un contesto misto relativamente inedito, aperto tanto agli uomini quanto alle donne. In quest universo, i vini stranieri, specialmente quelli francesi, godono di un prestigio eccezionale. Gli appassionati non hanno fiducia nella produzione locale. Diversi scandali alimentari, come quello del latte contaminato, hanno contribuito a creare un atteggiamento di sospetto. Mentre il mercato del falso rappresenta un vero flagello, il consumo e la collezione di grandi cru francesi sono uno strumento dei nuovi ricchi per esprimere il loro potere. Dal 2013, la politica anticorruzione del nuovo governo ha avuto qualche effetto sull «economia del regalo», provocando un rallentamento nell importazione dei vini bordolesi. Tuttavia, il vino si è insinuato nell immaginario sociale e la sua produzione e il suo consumo mettono lentamente radici nella nuova realtà del paese. Lo scorso anno, i cinesi sono diventati i primi consumatori di vino rosso nel mondo, davanti ai francesi, con più di un miliardo e 800 milioni di bottiglie (12). (1) Organizzazione internazionale della vigna e del vino (Oiv), «Statistical report on world vitiviniculture», Parigi 2013, (2) Oiv, ibid. (3) Le interviste citate sono state realizzate nel corso di un inchiesta tra maggio e giugno (4) Bruce J. Dickson, Red capitalists in China. The party, private entrepreneurs, and prospects for political change, Cambridge university press, (5) Attualmente, Francia, Italia, Spagna e Stati uniti dominano il mercato, Oiv, op.cit. (6) China National Cereals, Oils and Foodstuffs Corporation (Cofco). (7) Sud Ouest, Bordeaux, 17 febbraio (8) «Un chinois rachète le château de Gevrey- Chambertin», Le Monde, 22 agosto (9) Leggere Sébastien Lapaque, «Il vino dal territorio al marchio», Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre (10) Studio realizzato per Vinexpo Asia-Pacific 2014, (11) Yunxiang Yan, The flow of gifts: reciprocity and social networks in a Chinese village, Stanford, University press, (12) Fonte: International Wine and Spirit Research. (Traduzione di A.C.)

18 18 luglio 2014 Le Monde diplomatique il manifesto Uno statuto transitorio In Nuova Caledonia, la società in ebollizione, In virtù dell accordo di Noumea, firmato nel 1998, la Nuova Caledonia dovrebbe completare il processo di decolonizzazione organizzando entro il 2018 un referendum sull autodeterminazione. Il periodo è stato segnato dall affermarsi dei progetti minerari e da una certa effervescenza culturale. Ma come indica la votazione provinciale del marzo scorso, il dinamismo sociale ed economico fatica a trovare una traduzione politica. di Alban Bensa ed Eric Wittershein * U n visitatore che, di ritorno dopo una lunga assenza, passeggiasse oggi sulla place des Cocotiers o sulle spiagge dell Ansa Vata, a Noumea, non ritroverebbe la Nuova Caledonia precedente agli avvenimenti del Un tempo polarizzata tra un centro senza un vero spazio pubblico, praticamente riservato agli europei, e grandi agglomerati di cemento mal serviti dove si ammassavano kanak e altri oceaniani, la città è diventata a poco a poco più vivace, meno chiusa. Il quadro variegato che offre la Nuova Caledonia attuale riflette i passi avanti compiuti da venticinque anni. Si tratta ormai di preparare l avvenire politico di questo ex territorio d oltremare diventato una «collettività d oltremare sui generis» con uno statuto unico e transitorio. Iniziato un quarto di secolo fa, il processo di decolonizzazione potrebbe giungere al termine da qui a quattro anni. L accordo di Noumea, firmato nel 1988 dallo Stato francese, gli anti-indipendentisti del Raggruppamento per la Caledonia nella Repubblica (Rpcr) e il Fronte di liberazione nazionale kanak e socialista (Flnks), è stato ratificato lo stesso anno con un referendum. Esso invita le diverse comunità a superare i loro antagonismi ereditati dal lungo periodo coloniale per crearsi un destino comune. * Rispettivamente direttore di studi all École des hautes études en sciences sociales (Ehess), coautore (con Yvons Goromoedo e Adrien Muckle) dell opera Les sanglots de l aigle pêcheur Nouvelle-Calédonie, la guerre kanak de 1917, Anacharsis, Tolosa, in uscita a settembre, e professore associato all Ehess, membro dell Institut de relations internationales et stratégiques (Iris), coautore (con Dorothée Dussy) di Villes invisibles. Anthropologie urbaine du Pacifique, L Harmattan, Parigi, Abbonamenti 2014 Al termine del trasferimento della maggior parte delle competenze dallo Stato francese alla Nuova Caledonia, il popolo dovrebbe decidere mediante referendum, entro il 2018, il tipo di sovranità di cui auspica dotarsi. Potrebbe essere o la pura e semplice proclamazione dell indipendenza che supporrebbe il trasferimento dalla Francia delle sue cinque competenze sovrane (1), o forme variabili di autonomia. Dopo lunghi negoziati, il corpo elettorale è stato ridotto alle sole persone iscritte nel 1998 e ai loro discendenti. Le elezioni del maggio 2014 per il rinnovo dei responsabili delle tre province e del Congresso della Nuova Caledonia hanno consacrato l antagonismo tra pro- e anti-indipendentisti. Nelle province Nord e isole Loyauté, la maggioranza kanaki, partigiana di una sovranità totale dell arcipelago, ha lasciato solo 4 seggi ai suoi oppositori, mentre nella provincia Sud si mantiene l influenza dei partiti «lealisti» (trentatré seggi su quaranta). Questi ultimi restano la maggioranza anche al Congresso, benché gli indipendentisti accrescano la loro rappresentanza di due seggi (ne hanno venticinque, e i loro avversari ventinove), avvicinandosi così a una possibile maggioranza. Un tale rovesciamento verrebbe a Dall esplosione del Rpcr, partito anti-indipendentista a lungo tenuto con pugno di ferro da Jacques Lafleur (2), i lealisti contano tre correnti principali: Caledonia insieme (centrodestra), attorno a Philippe Gomès; il Raggruppamento Unione per un movimento popolare (Rump, l Ump locale), presieduto da Pierre Frogier; e il Movimento popolare caledoniano di Gaël Yanno, eletto presidente del Congresso nel maggio scorso. Gli indipendentisti invece si suddividono sempre tra i due principali partiti del Flnks: l Unione caledoniana, formazione storica fondata nel 1953, diretta a suo tempo da Jean-Marie Tjibaou, e il Partito di liberazione kanak (Palika), originariamente di ispirazione marxista, creato nel 1975, Problema di bandiere compensare un rapporto di forze demograficamente sfavorevole ai kanak, che votano indipendentista all 80%, ma che rappresentano solo il 40% di una popolazione di circa duecentocinquantamila persone. e guidato da Paul Néaoutyne, per altro presidente dal 2001 della provincia Nord. La votazione del maggio scorso ha sancito l indebolimento del Partito laburista che, fondato nel 2007, portava avanti un discorso indipendentista radicale, minimizzando i progressi ottenuti dalla firma degli accordi. Queste separazioni interne ai due campi favoriscono strategie spesso simultanee di tensione e di dialogo di cui lo Stato francese è ora arbitro, ora spettatore, ora capro espiatorio sebbene detenga l arma assoluta: quella dei crediti pubblici metropolitani, i cui trasferimenti rappresentano ancora il 16% del prodotto interno lordo (Pil). Laurence Lagabrielle Envers Nel corso della legislatura di cinque anni appena cominciata, il Congresso dovrà decidere dello svolgimento del referendum di autodeterminazione programmato dall accordo di Noumea. Per ciò, dovrebbe trovare una maggioranza di tre quinti, ossia trentadue voti su cinquantaquattro, altrimenti il lancio del processo referendario spetterebbe allo Stato francese. I partiti lealisti, che hanno firmato a maggio un accordo per spartirsi le responsabilità e i posti di potere, sperano di risparmiarsi una consultazione che, ripetono da anni, «non risolverebbe nulla». Gli indipendentisti, da parte loro, ne reclamano sempre lo svolgimento, in nome degli impegni presi un tempo dal Flnks. Allo stato attuale delle intenzioni di voto, non possono vincerlo. Auspicano tuttavia ufficialmente, almeno di andare fino al termine dell accordo di Noumea prima di considerare una soluzione che non sia quella dell accesso alla piena sovranità. Non sorprenderebbe che questo famoso «referendumghigliottina» fosse ancora una volta rimandato a vantaggio di una «soluzione negoziata», come nel Da qualche anno, la vita politica si riduce a scaramucce, liti di ambizioni, battaglie giuridico-tecniche (il congelamento e la revisione delle liste elettorali) o simboliche, chiassose ma senza ricadute tangibili nella vita quotidiana delle popolazioni. Ci sono stati disaccordi, nel 2011, sulla scelta di una bandiera comune alla fine non si andrà oltre la coesistenza fra la bandiera francese e quella di Kanak (3); l impossibilità di scegliere un nome per il paese che raccolga consenso; la battaglia persa per la costruzione di capanne tradizionali nel pieno centro della città di Noumea (alla fine distrutte dai bulldozer); le manifestazioni ricorrenti contro il «carovita», ecc. Qualche vittoria tuttavia è da registrare all attivo dei due campi. Nella provincia Sud, tra il 2004 e il 2009, la destra moderata incarnata da Gomès, eletto deputato dell Unione dei democratici e indipendenti (Udi) all Assemblea nazionale nel 2012, e dal suo movimento Caledonia insieme ha instaurato una politica sociale che trascende le separazioni tra pro- e anti-indipendentisti. Questa strategia di apertura si è tradotta con la promozione di parecchie donne kanaki nei suoi ranghi. Essa è così riuscita a disinnescare numerosi malcontenti e, a volte, a stabilire un dialogo con l altro campo. Gomès, il cui partito si è imposto da qualche anno come la principale forza lealista, figura d altronde tra quegli eletti che si dicono più volentieri «non-indipendentisti» che «anti-». Nella provincia Nord, un intensa politica di sviluppo locale, lanciata dalle autorità e ripresa dalle municipalità indipendentiste, moltiplica le iniziative che rendono il settore sempre più attraente: apertura di biblioteche, di complessi culturali e di supermercati, nuove lottizzazioni per le abitazioni, zone di artigianato in territori legati alla tradizione, realizzazione di un porto turistico, ecc. Inoltre la gestione rigorosa del progetto minerario ha portato all apertura della fabbrica per il trattamento del nichel di Vavouto. Qui gli indipendentisti sono la maggioranza (51%). Con un tasso di crescita compreso da una ventina di anni tra il 3 e il 4%, (1) Giustizia, ordine pubblico, difesa, moneta e affari esteri restano di competenza dello Stato, ma l accordo di Noumea prevede che i neocaledoniani siano formati e associati all esercizio di queste responsabilità. (2) Jacques Lafleur ( ) fu, con il dirigente indipendentista Jaen-Marie Tjibaou ( ), il firmatario degli accordi di Matigno nel (3) Nome dato alla Nuova Caledonia dagli indipendentisti dagli anni Il nichel, una risorsa controversa Tra il 20 e il 30% delle riserve mondiali di nichel si trovano in Nuova Caledonia. A lungo, questo metallo essenziale a numerosi settori dell industria fu esportato sotto forma di minerale grezzo un vero «saccheggio» secondo gli indipendentisti: la manna andava a beneficio essenzialmente di qualche famiglia europea proprietaria dell industria mineraria del territorio. Il Fronte di liberazione nazionale kanak e socialista (Flnks) ha dunque fatto della «pregiudiziale mineraria» un elemento centrale delle negoziazioni con lo Stato francese. L acquisizione del controllo di parecchi giacimenti da parte della Sfinor, una società di economia mista che lavora per conto della provincia Nord, a maggioranza indipendentista, ha permesso di realizzare investimenti importanti nel turismo e nel settore dell acquacoltura. Nel 2013 è finalmente sorto, sulla costa nord-ovest, lo stabilimento per il trattamento del nichel di Vavouto, che ha comportato la creazione di centinaia di posti di lavoro diretti e indiretti. Legato all idea di un indipendenza economicamente valida, il Flnks ha sempre messo al centro del suo discorso la strategia industriale basata sul nichel. Ciò spiega il suo attaccamento a una ridistribuzione dei benefici sotto forma di investimenti pubblici, piuttosto che di canoni accordati ai soli proprietari consuetudinari dei siti dove si trovano i giacimenti. Tiene anche a una partecipazione maggioritaria (51%) in tutti i progetti legati al nichel, sia in Nuova Caledonia sia nel quadro di joint venture per impianti offshore (Corea del Sud, Cina). Altro grande progetto metallurgico nato nella provincia Sud: l impianto di Goro, detenuto al 69% dal gigante minerario brasiliano Vale (1). Questo impianto suscita polemiche a causa del processo di produzione scelto, giudicato troppo inquinante, e perché gli effluenti sono direttamente scaricati nelle lagune neocaledoniane, classificate patrimonio mondiale dall Organizzazione delle Nazioni unite per l educazione, la scienza e la cultura (Unesco). Nel 2012, a margine del summit di Davos, organizzazioni non governative, tra cui Greenpeace, hanno assegnato a Vale il Public Eye Award, che «ricompensa» la peggiore impresa del pianeta. Il gruppo si è impegnato a fare importanti investimenti per preservare le lagune e la loro fauna. Tuttavia, nel maggio 2014, un importante fuga di acido ha causato violenti scontri tra gli abitanti di Saint-Louis (vicino a Noumea) e le forze dell ordine. Indipendentemente dalla strategia scelta, a termine, potrebbe rappresentare il 30% del prodotto interno lordo, contro il 10% di oggi. Questo posto centrale assegnato al «metallo del diavolo» nell economia del Caillou continuerà senza nessun dubbio a farne una sfida politica principale e conflittuale. A. B. ed E. W. (1) Si legga Philippe Revelli, «Tutto il mondo si rivolta contro Vale, gigante delle miniere», Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre (Traduzione di Em. Pe.)

19 Le Monde diplomatique il manifesto luglio che si perpetua la decolonizzazione in sospeso Poum Koumac Provincia Nord Voh Vavouto Nichel Massiccia estrazione mineraria Principali centri minerari Fabbrica metallurgica Barriera corallina Pouébo Acquacoltura (gamberetti) Grande Terra Fonti: La Documentation française; Ifremer. Oceano Pacifico Bourail Poindimié Mar di Corail la Nuova Caledonia si smarca da una Francia metropolitana sempre sull orlo della recessione. Più che al turismo (circa il 4% del Pil) o all acquacoltura, i cui risultati restano ancora timidi, questi buoni risultati sono dovuti all industria del nichel (si legga il riquadro). Altri fattori hanno dato una spinta all economia, al punto da dare l impressione di un paese in preda a una mutazione accelerata: legge sulla defiscalizzazione degli investimenti oltremare, limitata imposizione fiscale. Vi si aggiunga la manna portata dalla Francia: sovvenzioni alle province, finanziamenti di società di economia mista o delle istituzioni locali di Stato, salari dei funzionari arrivati dall Esagono indicizzati all 1,7%... Un ritardo straordinario era stato accumulato prima che la sequenza politica degli anni non imponesse, attraverso gli accordi di Matignon-Oudinot (1988), poi quello di Noumea (1998), misure istituzionali ed economiche dette di «riequilibrio». Negli anni , circa centotrenta anni dopo che la Francia aveva fatto man bassa sulla Nuova Caledonia, i kanak uscivano ancora poco dalle riserve dove erano stati relegati alla fine del XIX secolo. Alla fine di piste polverose, in catapecchie prive di ogni comodità, una popolazione schiacciata dalla segregazione vegetava economicamente e socialmente, mentre nello stesso momento il corso del nichel si infiammava e l arricchimento insolente degli europei si metteva in mostra a Noumea. Durante gli ultimi venticinque anni, molto è stato fatto e continua a essere fatto per mettere fine a questo apartheid inconfessato: collegamenti alla rete elettrica, strade asfaltate, acquedotti, miglioramento dell abitato rurale, costruzione di ospedali, scuole e centri culturali, piani di formazione, lancio di grandi progetti minerari, ecc. Questi progressi hanno favorito la mobilità spaziale e sociale. Hanno permesso un aumento della media dei redditi, l accesso ai consumi e lo sviluppo nella gioventù di aspirazioni nuove. Tuttavia le disuguaglianze si sono ampliate in seno alla società kanak. Sulla costa est, più chiusa e rurale, nelle isole Loyauté e nelle zone senza una dinamica economica particolare, lontano da Noumea o nella sua periferia, si sono sviluppate larvate forme di impoverimento. Nelle zone più favorite, invece, è decollata una classe media, senza parlare della ricchezza accumulata dagli europei più agiati. Malgrado disparità economiche forti (circa il 30% di disoccupazione nelle province Nord e Isole, contro l 8% nel Sud), l arcipelago nel suo insieme gode di un livello di vita elevato. Le infrastrutture pubbliche ne fanno quasi una regione francese come le altre; il suo Pil per abitante lo pone al livello dei principali paesi europei. A Noumea, sul mercato immobiliare, il prezzo medio al metro quadro è significativamente lo stesso di Parigi (tra e euro), e le costruzioni si moltiplicano. La capitale neocaledoniana assume l aspetto della California o della Riviera. Ma, come contrappunto, forme di abitato spontaneo e precario, occupazioni Ponérihouen Ouvea Nuova Caledonia Provincia Sud Saint-Louis Nouméa Goro Lifou Provincia delle Isole della Lealtà Mare 0 50 km AGNÈS STIENNE abusive, si sviluppano su terreni inutilizzati, che gli sforzi della provincia Sud e della municipalità per migliorare l abitato sociale non riescono a sanare (4). Queste disparità riguardano tutti gli oceaniani del Caillou (kanak, migranti per motivi economici dalle isole di Wallis-et-Futuna e di Vanuatu, in particolare), ma anche una frangia non trascurabile di Europei. La grande Noumea e le borgate sempre più urbane della costa ovest attirano ormai un numero crescente di abitanti. Alle disparità sociali si è aggiunto un netto sganciamento delle zone rurali. Se l economia agricola assicura ancora tra il 6% e il 12% delle risorse delle famiglie, la maggior parte dei kanak, come l insieme degli abitanti dell arcipelago, lavorano o cercano un impiego nell industria del nichel, l amministrazione o i servizi. Entrano in concorrenza con altri candidati più o meno qualificati arrivati dalla Francia e persino dallo spazio Schengen. Il fabbisogno di manodopera eccede in effetti il vivaio di salariati neocaledoniani, e l esigenza di qualifiche specifiche conduce i datori di lavoro a cercare addetti nel mondo intero. In primavera, la fabbrica del Nord posseduta dall impresa Koniambo Nickel Sas cercava così di reclutare in Francia, per tre anni, quadri di alto livello. Lavoratori dipendenti neocaledoniani tentano di far valere la legge favorendo l impiego locale, la quale, benché iscritta nell accordo di Noumea, è stata adottata solo nel Ma questa misura, per altro molto difficile da mettere in pratica, concerne solo le imprese con più di venti persone. Al di sotto di queste cifre, l assunzione è libera. Numerosi operai, impiegati, interinali e intermittenti, cacciati dalla crisi in Francia e in Europa, si sono precipitati nella breccia. Autorizzati a prendere patentini senza dover veramente dare conto delle loro competenze, questi nuovi avventurieri dell impiego hanno saputo trarre vantaggio dell espansione economica della Nuova Caledonia accettando salari più bassi di quelli richiesti dai lavoratori locali. Le tensioni sui cantieri si moltiplicano. In questi ultimi anni sono scoppiati gravi conflitti sociali e alcuni dirigenti politici o sindacali non esitano a spingere allo scontro con le forze dell ordine. Nel 2009, Gérard Jodar (deceduto nel 2013), uno dei dirigenti dell Unione sindacale dei lavoratori kanak e degli sfruttati (Ustke), è stato condannato a un anno di reclusione senza condizionale. Il diritto del lavoro, ma anche i diritti delle donne, la protezione dell ambiente e, in maniera più generale, il dibattito democratico soffrono di ritardi, persino di passi indietro che pesano sul futuro. La prigione del Campo Est a Noumea, denunciata come la peggiore di Francia e popolata per più del 95% da detenuti kanak e oceaniani, ne è un simbolo. Tuttavia, al di là delle difficoltà, delle paure e delle paranoie le voci di una «discesa kanak su Noumea» la sera di San Silvestro 2013, o l inquietante progressione della vendita di armi segnalata recentemente dall alto commissario (prefetto) Jean-Jacques Brot, la Nuova Caledonia attira numerosi migranti precedentemente «in galera» nell arcipelago, in metropoli o oltremare. Mentre, nell Esagono, i diplomi proteggono sempre meno dalla disoccupazione, a Noumea è ancora possibile superare questa difficoltà grazie al dinamismo di settori tanto differenti quanto le costruzioni, il commercio, i servizi sociali, l università, la stampa o l arte contemporanea. Il ritorno alla pace civile, l incitamento agli investimenti e una certa dolce vita sotto questi tropici esclusivi hanno attirato nel corso degli ultimi decenni una popolazione molto varia. Non ci si trovano più soltanto gli amanti delle imbarcazioni da diporto o dei depositi bancari defiscalizzati, ma anche pittori, scultori, scrittori, musicisti, giornalisti, attori o compositori di slam che animano la vita del Caillou come mai prima d ora. E che popolano i nuovi luoghi di incontro tra «caldoche» (5), migranti recenti, kanak, tahitiani e wallisiani. Quest evoluzione è nuova in un arcipelago che ha sempre fatto fatica a fare posto al meticciato. «Noi siamo meticci», afferma lo scrittore di origine caldoche Frédéric Ohlen (6). In questi spazi i cui social network e forum online moltiplicano l influenza si sperimenta, oltre alle unioni miste, un discorso critico, doloroso, insolente che presenta il grande merito di andare dritto allo scopo, di mettere in luce le contraddizioni vissute e di avanzare proposte per l avvenire. «Io chiamo il popolo paese chiamo le province, io chiamo lo Stato, chiamo la Chiesa, chiamo la tradizione chiamo la gioventù, chiamo la gioventù kanaka, la gioventù caldoche, la gioventù wallisiana», scandisce il poeta-performer kanak Paul Wamo, per il quale bisogna «ribellarsi contro il silenzio». Il Festival internazionale del cinema dei popoli a Poindimié, il Salone del libro oceaniano, il festival di musica Dubaan Kabe a Pouébo, i numerosi convegni, le mostre grandi e piccole tanto a Noumea quanto all interno dell arcipelago danno a vedere una fermentazione estetica e colta finalmente portatrice di più speranze di emancipazione e di felicità collettiva di un dibattito politico assente. Questo slancio nuovo, incoraggiato dalle istituzioni culturali locali (il centro culturale Tjibaou, la biblioteca La gioventù kanaka tuttavia non smette di inquietare la società neocaledoniana. Sebbene i politici di formazione abbiano permesso a una parte della popolazione di cavarsela bene (l ascesa professionale e politica delle donne kanaki è patente), vi si giocano rotture scolastiche e professionali: pochi diplomati, molti che abbandonano. La realtà e gli affetti del trasferimento di competenze in materia scolastica rimangono da provare (7). Vi si aggiunga un malessere profondo. Molti giovani kanak non si riconoscono più in certi valori tradizionali. Elaborati in seno a un universo rurale divenuto sempre meno pregnante, le pratiche ereditate da questa civiltà antica (8) affermano l autorità dei figli maggiori, dei vecchi, degli uomini, a discapito dell espressione dei giovani e delle donne, e non possono di conseguenza rispondere ai desideri di emancipazione personale. Presi tra le esigenze conservatrici degli anziani e le difficoltà a trovare il loro posto in una società neocaledoniana dominata dagli europei agiati, i giovani kanak urbani conoscono a volte un grande smarrimento. Ne è testimonianza l aumento di comportamenti a rischio abuso estremo di alcol, tossicodipendenza, incidenti stradali, violenze, ecc. Per di più, la strutturazione, nel corso degli ultimi dieci anni, di un movimento autoctonista kanak ravviva la questione identitaria. Una parte degli indipendentisti di un tempo e dei loro discendenti, scottati per le sconfitte Bernheim a Noumea, le mediateche delle province ), attinge a un sovrappiù di energia nella circolazione delle persone tra la Francia e l arcipelago. La Casa della Nuova Caledonia a Parigi gioca un ruolo di intermediazione e di accompagnamento importante. Un tempo, i kanak e altri neocaledoniani di passaggio in Francia erano rari e vivevano molto isolati. Ora sono numerosi, studenti o stagisti, sportivi, militari, scrittori pubblicati a Parigi, artisti residenti o che intervengono nei festival, a frequentare l Esagono e a esercitarvi i loro talenti. Un curioso patchwork di personalità originarie di ambienti e comunità differenti lavora così, a volte anche senza pensarci, per forgiare questa nuova cittadinanza immaginata nel 1998 dall accordo di Noumea. «Attenti agli sconvolgimenti» elettorali o inquietati da certe opzioni industriali, hanno reinvestito nella questione culturale. È stato così redatto uno «zoccolo comune di valori kanaki» (Scvk). Interpella i politici, fino a ora assorbiti dai problemi economici. Il rovesciamento di prospettiva proposto, l appello per un mondo kanak idealizzato che dovrebbe infondere le istituzioni (scolastiche, economiche, giuridiche, ecc.), occupa un posto importante nel discorso mediatico, in direzione contraria alle evoluzioni contemporanee della Nuova Caledonia. Un senato consuetudinario creato nel 1998 con l accordo di Noumea ha costituito la rampa di lancio della legittimità altra kanaki che vorrebbe aggirare gli effetti della colonizzazione per pensare a una sorta di «Melanesiano eterno». Questa costruzione può rilanciare il discorso indipendentista impedendo che i kanak diventino, come diceva Eloi Machoro, ex segretario generale dell Unione caledoniana, «nel sistema coloniale, come piselli sperduti in un minestrone». Può anche ostacolarlo nel momento in cui, come preconizza lo stesso accordo di Noumea, ciascun componente del popolo neocaledoniano deve accettare di condividere uno stesso destino nazionale. I dirigenti indipendentisti degli anni avevano concentrato tutti i loro sforzi sulla conquista di posizioni di potere in seno alle istituzioni democratiche assemblea nazionale e territoriale, comuni, poi province. Avevano fatto delle loro specificità culturali (lin- Laurence Lagabrielle Des humains et des cycle gue, riti, memoria locale) solo un arma simbolica nella loro lotta politica. «Il ritorno alla tradizione, è un mito, ( ) Nessun popolo l ha vissuto», urlava Tjibaou in Les Temps modernes, nel Per lui, si trattava innanzitutto di «mettere il più possibile elementi appartenenti al nostro passato, alla nostra cultura, nella costruzione di un modello di uomo e di società che noi vogliamo per l edificazione della civiltà» (9). Forte di un potenziale industriale proprio, ma sempre sussidiata dalla Francia, la società neocaledoniana è travagliata da forze contraddittorie che la mettono sotto pressione e che non hanno ancora trovato una traduzione politica chiara. Di fronte a questa confusione, di un inquietante ma assai tonica stranezza, la rigidità della maggior parte dei responsabili politici e istituzionali non può che colpire. Il perpetuarsi delle loro posizioni di potere, acquisite alla fine degli avvenimenti del , poi sotto gli auspici degli accordi di Matignon e di Noumea, sembra ritardare il cantiere del destino comune. In queste condizioni, è urgente aspettare: il miglior status per la Kanaky-Nuova Caledonia di domani non sarebbe, per le persone al potere nell arcipelago, lo statu quo? Salvo che, come ha scritto nel 1919 un grande poeta kanak, «attenti agli sconvolgimenti!» In effetti non è certo che la società neocaledoniana si accontenti in eterno di questi duelli felpati. Venticinque anni dopo la fine degli «avvenimenti», potrebbe proprio esigere finalmente uno status duraturo, e accettabile da tutti i cittadini Alban Bensa ed Eric Wittershein (4) Si legga Christian Darceaux, «Clima teso in Nuova Caledonia». Le Monde diplomatique/ il manifesto, novembre (5) Termine che designa la popolazione bianca residente da molto tempo nell arcipelago. (6) Frédéric Ohlen, Quintet, Gallimard, coll. «Continents noirs», Parigi, (7) Cfr. Marie Salatin, Décoloniser l école. Hawai i, Nouvelle-Calédonie. Expériences contemporaines, Presse universitaire de Rennes, (8) Una civiltà di cui la mostra «Kanak, l arte è una parola», che si è tenuta al Musée du quai Branly a Parigi dall ottobre 2013 al gennaio 2014, ha permesso di apprezzare i principali capolavori. (9) Intervista con Jean-Marie Tjibaou in «Nouvelle-Calédonie: pour l indépendance», Les Temps modernes, n 464, marzo (Traduzione di Em.Pe.)

20 20 luglio 2014 Le Monde diplomatique il manifesto La minaccia del Ttip L eterno alibi Wikileaks ha appena tolto parte del velo di segretezza che copre le trattative tra Washington, Bruxelles e una ventina di altre capitali su un accordo che mira a liberalizzare il commercio dei servizi (Acs). Altra nave ammiraglia del libero scambio, il Ttip (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti) suscita un inquietudine crescente. Ma i francesi possono stare tranquilli: l eccezione culturale sfuggirà alla grande svendita... I nflessibili, intransigenti, determinati. Nella loro lotta contro il Ttip (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti), i ministri della cultura europei ne hanno dato prova: volere è potere. Hanno vinto; l eccezione culturale (1) sarà mantenuta. I negoziati sul «resto» possono proseguire (2)... La battaglia è stata epica, ci è stato detto. Il 13 maggio 2013 si costituisce un fronte: il ministro della cultura e della comunicazione francese, Aurélie Filippetti, sostenuta da tredici dei suoi omologhi europei, indirizza una lettera alla presidenza dell Unione e alla Commissione. L iniziativa è accompagnata da una petizione che vanta cinque mila «grandi firme». La lettera, pubblicata sul sito del ministero, sostiene il «rispetto dell eccezione culturale», il cui ruolo è «troppo importante per lasciare che le produzioni culturali siano integralmente sottomesse alla legge di mercato». Nicole Bricq, all epoca ministro per il commercio estero, lo ribadisce in un comunicato: «L eccezione culturale è la linea rossa». Non una parola sul dumping sociale che il Ttip organizza meticolosamente, né sulla sottomissione degli Stati a un diritto tagliato su misura per le multinazionali attraverso il meccanismo di risoluzione dei contenziosi tra investitori e Stati (3). Un mese dopo, il 14 giugno, il ministero di Filippetti grida vittoria: «La Francia ottiene l esclusione dei servizi audiovisivi nel mandato di negoziato dell accordo di partenariato tra l Unione europea e gli Stati uniti». Gli oppositori possono tornare a casa, pieni di riconoscenza verso il loro governo. di Evelyne Pieiller Tuttavia si pone una questione: cosa si intende per «servizi audiovisivi»? Tutto ciò che associa il suono all immagine, se si dà retta a quanto afferma Olivier Schrameck, presidente del Consiglio superiore dell audiovisivo (Csa): televisione, cinema, internet. Ora, nell audiovisivo francese esistono quote di diffusione di opere francesi, come anche sovvenzioni per la loro produzione e diffusione, in particolare attraverso il Centro nazionale del cinema e dell immagine animata (Cnc). Questi aiuti sono condizionati al rispetto del diritto d autore, delle leggi sociali, ecc. Tutto questo sarà mantenuto? Dall epoca della prima grande battaglia al Parlamento europeo sull inserimento della cultura nei negoziati sull Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (Gatt, General Agreement on Tariffs and Trade), nel , il concetto di eccezione culturale ha sempre tenuto la cultura al di fuori dei trattati internazionali, specialmente quelli negoziati in seno all Organizzazione mondiale del commercio (Omc), creata nel gennaio Non solo i servizi audiovisivi, Più musical, meno diritti ma l insieme del settore culturale. Nel campo del teatro, della musica, del libro, l eccezione culturale francese, per esempio, oppone molte barriere «non tariffarie» alla concorrenza libera e non falsata: il codice del lavoro, il sistema delle quote, ecc. Se, nel quadro del Ttip, fosse abbandonata, o rispettata solo in parte, le conseguenze sarebbero notevoli. Un esempio: quello delle sovvenzioni: le arti performative percepiscono aiuti dalle autorità di tutela (Stato, regioni, ecc.). L articolo 23 del mandato di negoziato della Commissione stabilisce il principio del «trattamento nazionale», che implica di «accordare ai fornitori di servizi di tutti i paesi firmatari dell accordo gli stessi diritti e vantaggi di quelli accordati ai fornitori nazionali». Le sovvenzioni rischiano così di scomparire poiché falsano il gioco della concorrenza oppure di essere accordate a tutti e quindi avvantaggiare ancora di più l insieme del settore privato. Ancora di più, perché alcune trasformazioni del paesaggio culturale sembrano aver anticipato il Ttip, o quantomeno permetterebbero di facilitarne l applicazione. Il caso delle società di produzione di musical è emblematico a questo riguardo: esse sono Le immagini di queste pagine sono opere di Karl Korab già pronte per approfittare dei «progressi» immaginati da Washington e Bruxelles. Contrariamente al teatro «di testo» salvo eccezioni, i musical a volte portano molti soldi. E a dar retta agli industriali del settore, ne porterebbero ancora di più se la Francia si sbarazzasse di alcuni «arcaismi». Stage Entertainment, prima società europea di commedie musicali, con sede ad Amsterdam, figura tra le prime dieci società mondiali dello spettacolo. Possiede due filiali in Francia: il teatro Mogador e l Holiday on Ice France. È stata Stage Entertainment France a presentare nel 2006 lo spettacolo Cabaret (sette nomination ai Molières). La filiale francese produce anche La bella e la bestia (che ha venduto biglietti al giorno dall inizio delle rappresentazioni). Sul suo sito internet, la società dichiara di «essere fiera di presentare il lavoro artistico di grandi produttori internazionali nei suoi teatri in Europa». Al primo posto tra questi produttori internazionali figura la Disney Theatrical Productions. Qui non si prendono rischi eccessivi: si tratta spesso di adattamenti di film che hanno avuto un gran successo. Sister Act ispirato al film di Emile Ardolino con Whoopi Goldberg (1992), i cui diritti sono stati acquistati da Stage Entertainment, è declinato in adattamenti «locali» con la supervisione della produzione originale e presentato a Londra, Amburgo, Vienna, Milano, Parigi, ecc. Un po come i ristoranti McDonald s, che adattano i loro hamburger ai gusti tipici del paese dei loro clienti. Favorendo questo tipo di evoluzione, il Ttip rischia di completare la «denazionalizzazione» della cultura. Un altro campo in cui il Ttip rappresenterebbe non tanto una rottura quanto un colpo di acceleratore: l indebolimento dei diritti sociali. L articolo 22 del mandato di negoziato sottolinea la necessità di «liberalizzare e proteggere gli investimenti». In questo contesto, che ne sarà del regime dei precari dello spettacolo, già bersaglio di molteplici attacchi destinati a privarlo della propria legittimità e allinearlo su quello degli interinali? Che la liberalizzazione del commercio comprometta l eccezione culturale è ancora più evidente nel caso delle librerie. La legge sul prezzo unico del libro, votata nel 1981 sotto l egida del ministro Jack Lang e su invito dell editore Jérôme Lindon doveva permettere la sopravvivenza delle piccole librerie. Fu comunque autorizzato uno sconto fino al 5%, avvantaggiando così i grandi acquirenti; la Fnac poteva negoziare più facilmente un prezzo d acquisto a monte e offrire una riduzione su vasta scala. (1) Si legga Serge Regourd, «Pour l exclusion culturelle», Le Monde diplomatique, novembre (2) Si legga il nostro dossier «Ttip, il grande mercato transatlantico», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno (3) Si legga Benoît Bréville e Martine Bulard, «Tribunali pensati per rapinare gli Stati», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno Tecnocratica, opaca e lontana dagli elettori, la Commissione europea invita oramai i cittadini a «far sentire la loro voce». Si impegnerà ad ascoltarli? di Leo Noleti * D opo mesi di trattative segrete, a fine marzo la Commissione europea aveva promesso di eliminare il velo di opacità che copriva i negoziati sul progetto di un partenariato transatlantico (Ttip): era giunta ormai l ora della trasparenza, specialmente con il lancio di una «consultazione pubblica». Tramite un sito internet che avrebbe permesso a chiunque di far «sentire la propria voce», una campagna di comunicazione in venti lingue invitava, fino al 6 luglio 2014, i cittadini europei a «esprimere il loro parere» su dodici aspetti del trattato in discussione. (1) Fin dal suo lancio, l iniziativa è stata oggetto di critiche da parte di coloro che avrebbe dovuto placare. Innanzi tutto riguarda solo un aspetto del Ttip: la tutela degli investitori e l attuazione di un dispositivo di risoluzione dei contenziosi tra imprese e Stati (2). Dare il proprio parere su una questione quella dell espropriazione, per esempio, implica il «prendere in considerazione le spiegazioni e i documenti» forniti dalla Commissione per giustificare le sue scelte: un preliminare * Giornalista. A Bruxelles, la cortina fumogena sotto forma di lezione delle cose. Altra obiezione: il grado di tecnicità e le risposte guidate. Nessuna delle domande permette di manifestare la propria opposizione al libero scambio, alle privatizzazioni o al principio stesso di Ttip. L Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e l aiuto ai cittadini (Attac) denuncia così quella che secondo lei è una caricatura di consultazione concepita per «promuovere gli obiettivi della direzione generale del commercio della Commissione» (3), dando un apparenza di democrazia al processo che in realtà non è affatto democratico. L episodio illustra le ambiguità di quella che Bruxelles chiama «consultazione della società civile». Nel giro di qualche anno, questo termine vago si è imposto nei discorsi e nelle pratiche dei responsabili europei, fino ad entrare a far parte del diritto dell Unione. Nel 2001, in occasione di un Libro bianco sulla governance europea, la Commissione aveva lanciato un ampia riflessione sul futuro delle istituzioni, dalla quale era emersa un idea: mettersi regolarmente all ascolto delle organizzazioni non governative (Ong), associazioni e altri «rappresentanti dei cittadini». Un tale atteggiamento avrebbe permesso al tempo stesso di far sentire di più la voce dei popoli e di rispondere alla «crisi di fiducia» di cui già soffriva l Europa. In sé, la proposta non aveva niente di rivoluzionario. Fin dagli anni Settanta, varie associazioni di consumatori, di ambientalisti, di difesa delle libertà seguono i processi decisionali, incontrano i responsabili incaricati delle varie questioni, denunciano le azioni delle lobby. La novità sta nella generalizzazione e istituzionalizzazione di questa prassi, che il trattato di Lisbona ha finito per ufficializzare nel Centinaia di Ong godono ormai di uno «statuto partecipativo» che le autorizza ad assistere alle deliberazioni di certe istanze. In alcuni casi possono partecipare ai dibattiti, perfino formulare proposte sotto forma di note o memorandum. La negoziazione di tutti i grandi testi è accompagnata ormai da processi di dialogo che coinvolgono gruppi provenienti dalla «società civile». Nella capitale belga, abituata ad accogliere essenzialmente gruppi di interesse economico, nuovi attori fanno il loro ingresso nelle sale delle istituzioni. Nel marzo 2014, il 26% delle persone che possedevano un permesso di accesso immediato al Parlamento erano impiegate di una Ong. Molte organizzazioni conosciute sono così entrate tra le liste di quello che viene comunemente chiamato il «registro dei lobbisti (4)»: Greenpeace, Attac, Médecins sans frontières, ecc. Hanno tutte aperto un ufficio a Bruxelles per «andare a cercare il potere là dove si trova», per usare una formula spesso pronunciata da un certo tipo di militanti. Per ogni tema trattato, si svolgono incontri informali tra le amministrazioni e i vari movimenti che si sono mobilitati. Proprio come le lobby economiche, le Ong interpellano quotidianamente le direzioni generali della Commissione. Per i dirigenti europei, si tratta di mostrare un atteggiamento aperto e pluralista (ognuno deve poter far sentire la sua voce), ma anche di raccogliere informazioni potenzialmente utili. Al pari della Commissione, i deputati europei mettono a profitto l aiuto che gli viene offerto. Alcune associazioni si spingono fino a proporre di redigere testi per i parlamentari, che ricevono così un apprezzato servizio gratuito. Alcuni emendamenti nascono in questo modo. Da un lato, le Ong godono di una maggiore visibilità a Bruxelles; dall altro, gli eletti si costruiscono una reputazione allacciando dei legami con gruppi suscettibili di dare un eco alle loro posizioni. Il dialogo si realizza allora nelle zone grigie del do ut des e del miscuglio di competenze. I corridoi del Parlamento europeo brulicano d inviti a conferenze, a colazioni di lavoro e a mostre seguite da un cocktail. Le bacheche e le pareti degli ascensori annunciano regolarmente centinaia di incontri. Posti sotto il patrocinio di un parlamentare, essi sono interamente organizzati da un gruppo d interesse, che fornisce la logistica e si fa carico della comunicazione dell evento. Con l idea che questo tipo di azione serva la causa: non solo rinsalda i legami con un deputato, ma, come afferma il responsabile di un Ong specializzata nei diritti umani, «permette di avvicinare i responsabili decisionali, di approcciarne il maggior numero possibile in un colpo solo». Eppure, appena istituzionalizzata, la presenza delle Ong può favorire riciclaggi. Già nel 2008, il vice presidente della Commissione europea, Siim Kallas, metteva in guardia contro le «false Ong». Da molto tempo ormai, i (1) «Public consultation on modalities for investment protection and Isds in Ttip», (2) Si legga Benoît Bréville e Martine Bulard, «Tribunali pensati per rapinare gli Stati», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno (3) «Accordo transatlantico: la Commissione lancia una caricatura di consultazione pubblica», Attac Francia, 27 marzo 2014, (4) Cfr.

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