Il Granello di Sabbia n martedì 23 settembre 2003

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1 Granello di Sabbia n 103 pag. 1(10) Il Granello di Sabbia n martedì 23 settembre 2003 Indice degli argomenti 1 Cosa cambia dopo Cancun di Walden Bello Il fallimento, domenica 14 settembre, della quinta conferenza ministeriale dell'organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) tenutasi a Cancun, in Messico, rappresenta un evento di proporzioni storiche. L'esito di Cancun presenta infatti alcune implicazioni importantissime. ( )Traduzione di Sabrina Fusari 2 L ipocrita Pascal Lamy di George Monbiot L aver costretto i paesi poveri ad abbandonare i negoziati di Cancun potrebbe rivelarsi un boomerang per l occidente. ( ) Traduzione di Lorraine Buckley 3 - Libertà di commercio e schiavismo del lavoro (l importazione di cinesi alle Mauritius) di Eric Wattez Nelle isole Mauritius, "cinesi importate" sgobbano fino a sedici ore al giorno. Per continuare a rifornire i giganti mondiali del tessile al prezzo più conveniente la zona franca dell'isola fa arrivare interi charter pieni di piccole mani asiatiche. Malleabili, a buon mercato e sistemate in condizioni spaventose. ( )Traduzione di Umberto G.B. Bardella 4 - Il turismo che crea povertà di Claudia Pape Testimonianze di culture passate, rovine di città a 3000 metri di altitudine, rafting in torrenti selvaggi, relax in spiagge con sabbia incontaminata e acque tropicali! Di questi e altri slogan simili potranno presto far mostra le agenzie turistiche di tutto il mondo promuovendo nuove aree turistiche di lusso esclusivo nel nord del Perù: Playa Hermosa a Tumbes e Kuelap in Amazzonia. ( )Traduzione di Genoveffa Corbo 5 - Servizi finanziari, mancano ancora le regole essenziali di Luigi Spaventa (da Il mercato unico dei servizi finanziari è un argomento poco sexy: non se ne occupa, comprensibilmente, il grande pubblico; poco se ne occupano gli economisti, se non quando sono chiamati da parti interessate a scrivere pareri pro veritate. 1 Cosa cambia dopo Cancun di Walden Bello* Il fallimento, domenica 14 settembre, della quinta conferenza ministeriale dell'organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) tenutasi a Cancun, in Messico, rappresenta un evento di proporzioni storiche. L'esito di Cancun presenta infatti alcune implicazioni importantissime. Innanzitutto, questo fallimento ha rappresentato una vittoria per i popoli di tutto il mondo, e non un'"occasione perduta" per un accordo globale tra Nord e Sud. A Doha non è stato inaugurato alcun "ciclo dello sviluppo", e le pur trascurabili promesse che il piano poteva riservare erano già state tradite ben prima di Cancun. A Cancun, nessun paese in via di sviluppo, nemmeno il più ottimista, si aspettava di strappare concessioni ai paesi ricchi nell'interesse dello sviluppo. La maggioranza dei governi dei paesi in via di sviluppo si è invece presentata al vertice con un atteggiamento difensivo: la grande sfida non consisteva infatti nel forgiare uno storico New Deal, ma nell'impedire agli Stati Uniti e all'unione Europea di imporre nuove pretese ai paesi in via di sviluppo sfuggendo a qualunque accordo multilaterale sui propri regimi commerciali. Va detto che non sono stati i paesi in via di sviluppo a provocare il fallimento del vertice, come ha lasciato intendere il rappresentante Usa al Wto, Robert Zoellick, nella conferenza stampa conclusiva. La responsabilità è infatti da

2 Granello di Sabbia n 103 pag. 2(10) ascriversi completamente agli Stati Uniti e all'europa. Quando è stata presentata la seconda bozza del testo ministeriale, all'inizio della giornata di sabato 13, è stato evidente che gli Usa e l'unione Europea non intendevano tagliare in modo significativo gli elevati sussidi alle loro agricolture, pur continuando a richiedere con intransigenza che i paesi in via di sviluppo abbassassero i dazi. È emersa altrettanto chiaramente la determinazione, da parte degli Stati Uniti e dell'unione Europea, ad ignorare la clausola della Dichiarazione di Doha secondo cui occorre il consenso esplicito di tutti i paesi membri per avviare negoziati sui "temi di Singapore". La trattativa si fa alle nostre condizioni, oppure non si fa: era questo il significato della seconda bozza. Non c'è quindi da stupirsi che i paesi in via di sviluppo non abbiano dato il consenso ad un negoziato contrario ai loro interessi. In secondo luogo, il Wto ne è uscito gravemente danneggiato. Due conferenze fallite e una che è riuscita a malapena (Doha) non rappresentano un buon biglietto da visita per questa istituzione. Per le superpotenze commerciali, ormai non rappresenta più un valido strumento per imporre il loro volere agli altri, mentre per i paesi in via di sviluppo, appartenere al Wto non significa essere protetti dagli abusi delle economie più potenti, e ancor meno disporre di un meccanismo di sviluppo. Ciò non significa però che il Wto sia morto e sepolto: assisteremo senz'altro ad una serie di misure volte a rimetterlo in carreggiata, come quelle realizzate dagli Usa e dall'unione Europea già a Doha. Tuttavia, è assai probabile che, in mancanza dell'impulso che sarebbe derivato dal successo della conferenza, il meccanismo subirà un forte rallentamento. Zoellick ha ragione di dubitare che "il ciclo di Doha" venga completato entro la scadenza del gennaio 2005, mentre il commissario europeo per il commercio, Pascal Lamy, ha soltanto cercato di fare buon viso a cattivo gioco affermando che il Wto avrebbe già completato il 30% delle misure annunciate a Doha. A parte la perdita del giusto impulso e il deterioramento del meccanismo di base dell'organizzazione, l'aumento del protezionismo da parte dei paesi ricchi, la prolungata stagnazione dell'economia globale e la crisi dell'alleanza Atlantica dovuta a divergenze politiche non determinano un clima favorevole affinché il Wto possa servire da meccanismo principale per la liberalizzazione e la globalizzazione dei commerci. Il Wto potrebbe finire per subire lo stesso destino che esso stesso contribuì ad infliggere all'unctad (la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo): sopravviverebbe, ma risulterebbe sempre più inefficace e irrilevante. A questo punto, viene spontaneo chiedersi: anche se ci rallegra il fallimento di una conferenza contraria agli interessi dei paesi in via di sviluppo, è giusto festeggiare l'indebolimento del Wto? Dopo tutto, sostengono alcuni, il Wto impegna ad una serie di regole e rappresenta un meccanismo che, con il giusto equilibrio delle forze in gioco, potrebbe anche essere invocato a tutela degli interessi dei paesi in via di sviluppo. Chi la pensa così ritiene preferibile il Wto rispetto agli accordi commerciali bilaterali a cui, secondo quanto ha affermato il delegato statunitense Robert Zoellick in conferenza stampa, Washington darà la priorità dopo il fallimento della conferenza di Cancun. Di fatto, si tratta di una falsa alternativa. Il Wto non implica una serie di regole, procedure ed istituzioni neutrali da utilizzare a scopo difensivo per tutelare gli interessi degli attori più deboli. Le stesse regole - tra cui le principali sono il primato del libero commercio, il principio della nazione favorita e il principio del trattamento nazionale - non fanno che ufficializzare l'attuale assetto globale, basato sulle disuguaglianze economiche. Le deboli armi a disposizione dei paesi poveri sono poche e raramente utilizzabili. Inoltre, il principio del trattamento differenziato per i paesi in via di sviluppo non gode di grande considerazione al Wto. Anzi, a Cancun, gli Usa e l'unione Europea hanno escluso dai negoziati i punti all'ordine del giorno riguardanti il trattamento differenziato, benché fossero previsti dalla Dichiarazione di Doha. Se ne deduce che il Wto non è un'organizzazione davvero multilaterale, ma un meccanismo volto a perpetuare il dominio congiunto di Usa e Ue sull'economia globale. In terzo luogo, la società civile di tutto il mondo ha rivestito un ruolo determinante a Cancun. Dal vertice di Seattle ad oggi, il grado di interazione tra società civile e governi in materia di accordi commerciali è aumentato. Le organizzazioni non governative hanno prestato assistenza ai governi dei paesi in via di sviluppo per quanto riguarda gli aspetti politici e tecnici dei negoziati: hanno mobilitato l'opinione pubblica internazionale contro le posizioni retrograde dei governi dei paesi ricchi, come nel caso dei brevetti sui farmaci e dell'assistenza sanitaria pubblica. Ne sono nate, nei vari paesi, solide coalizioni popolari che hanno preteso maggiori resistenze nei confronti di ulteriori concessioni ai paesi ricchi: a Cancun, molti paesi in via di sviluppo hanno resistito alle pressioni provenienti da Usa e Ue proprio perché temevano una risposta

3 Granello di Sabbia n 103 pag. 3(10) politica interna da parte delle organizzazioni della società civile. Mentre i movimenti sfilavano nel centro cittadino e le Ong manifestavano ora dopo ora dentro e fuori la sede del summit, fin dalla sua inaugurazione, Cancun diveniva un microcosmo delle dinamiche globali che coinvolgono gli Stati e la società civile. Il suicidio dell'agricoltore coreano Lee Kyung Hae davanti alle barricate della polizia ha fatto chiaramente comprendere ai delegati che non si poteva più ignorare la causa dei piccoli agricoltori, e questo fatto è stato riconosciuto dai governi nel minuto di silenzio osservato in memoria dell'agricoltore scomparso. In realtà, il fallimento del vertice di Cancun rappresenta un'ulteriore conferma dell'osservazione del New York Times, secondo cui la società civile è la seconda superpotenza globale. In quarto luogo, il G21 è da considerarsi come un nuovo elemento di grande importanza, in grado di contribuire a modificare l'equilibrio delle forze a livello globale. Capeggiato da Brasile, India, Cina e Sudafrica, questo nuovo Gruppo ha bloccato i tentativi europei e statunitensi di fare di Cancun l'ennesimo triste episodio nella storia del sottosviluppo. Le sue potenzialità sono state illustrate da Celso Amorin, il Ministro del Commercio brasiliano che se ne è fatto portavoce, quando ha affermato che il G21 rappresenta oltre la metà della popolazione mondiale e oltre due terzi degli agricoltori del pianeta. E i delegati statunitensi non hanno torto a ritenere che il G21 rappresenti una ripresa delle pressioni, già effettuate dal Sud del mondo negli anni Settanta, per un "nuovo ordine economico internazionale". Tuttavia, molti elementi rientrano nella sfera della possibilità, e le potenzialità di questa nuova formazione non devono essere sopravvalutate. Allo stato attuale, si tratta di fatto di un'alleanza che si prefigge una drastica riduzione dei sussidi all'agricoltura del Nord del mondo, e che non ha ancora affrontato in modo esauriente l'aspirazione a tutele più complete per i piccoli agricoltori che operano nei paesi più piccoli, dediti principalmente ad una produzione che soddisfa il solo mercato interno. Tutto questo è comprensibile, in quanto i membri di spicco del G21 sono grandi esportatori di prodotti agricoli, benché la maggioranza annoveri anche molte produzioni familiari che servono il mercato interno. Ciononostante, non vi è ragione di ritenere che non si possa porre al centro del programma del G21 anche un'agenda positiva per un'agricoltura sostenibile basata sulle piccole colture. Né vi è ragione per cui il G21 non possa proporsi di elaborare un programma comune che coinvolga anche industria e servizi. Ancora più interessante è l'eventualità che il G21 serva da volano per una cooperazione tra i vari paesi del Sud, estesa al di là del commercio, fino a comprendere anche un coordinamento delle politiche sugli investimenti, sulla circolazione dei capitali, nonché sulle politiche industriali, sociali ed ambientali. Sono proprio queste formazioni finalizzate alla cooperazione tra i paesi del Sud del mondo, con priorità allo sviluppo sul commercio e sui mercati, a rappresentare l'alternativa sia al Wto, sia agli accordi bilaterali sul libero commercio attualmente perseguiti da Usa ed Unione Europea. Nel definire la propria agenda, il G21 troverà un alleato naturale nella società civile. Mentre gli Usa e l'unione Europea sono decisi a mantenere lo status quo, compito di questa alleanza è passare dalla potenzialità alla realtà il prima possibile. Naturalmente non sarà facile. I movimenti progressisti si troveranno a loro agio con il governo brasiliano guidato dal Partito dei Lavoratori, ma non altrettanto con il governo indiano, fondamentalista e neoliberista, e con il governo cinese, autoritario e neoliberista. Tuttavia, le alleanze vanno saggiate nella pratica, e nessun governo va automaticamente etichettato come incapace di lasciarsi trascinare dalla parte dello sviluppo sostenibile nell'interesse dei popoli. In conclusione, poco dopo il vertice di Doha, diverse organizzazioni della società civile hanno sostenuto che, per i paesi in via di sviluppo, sarebbe stato preferibile far fallire la conferenza successiva, quella di Cancun, piuttosto che cercare di trasformarla in un forum per la riforma del Wto. Con l'avvicinarsi del vertice di Cancun, l'intransigenza dei paesi più potenti ha portato le trattative con il Sud del mondo ad una situazione di stallo su tutti i fronti. Alla vigilia di Cancun, non si parlava ormai più di riforme. Lo scenario era ormai chiarissimo: poiché Usa e Ue erano decisi a fare il bello e il cattivo tempo, non raggiungere alcun accordo sarebbe stato meglio che raggiungerne uno pessimo: un negoziato fallito sarebbe stato comunque preferibile rispetto ad un negoziato che, seppure riuscito, non avrebbe rappresentato altro che un ulteriore cappio al collo dei paesi in via di sviluppo. Dopo Cancun, alla società civile di tutto il mondo si pone la sfida di duplicare gli sforzi volti a smantellare le strutture della disuguaglianza e di spingere a favore di accordi alternativi per la cooperazione economica globale che siano davvero nell'interesse dei poveri, degli emarginati e dei deboli.

4 Granello di Sabbia n 103 pag. 4(10) *Walden Bello è docente di sociologia e amministrazione pubblica all'università delle Filippine e direttore generale del programma di ricerca e azione Focus on the Global South, con sede a Bangkok. Tratto in lingua originale da Focus on Global South (www.focusweb.org), in italiano ripreso da Liberazione Traduzione di Sabrina Fusari 2 L ipocrita Pascal Lamy di George Monbiot* L aver costretto i paesi poveri ad abbandonare i negoziati di Cancun potrebbe rivelarsi un boomerang per l occidente Se ci fosse un Premio Nobel per l Ipocrisia, quest anno il vincitore sarebbe Pascal Lamy, commissario Ue per il commercio. Una settimana fa, nel supplemento Affari di The Guardian, asseriva che l Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) ci aiuta a passare da un mondo Hobbesiano di illegalità diffusa verso un mondo più Kantiano magari non proprio di pace perpetua, ma per lo meno un mondo in cui i rapporti commerciali non sono al di sopra della legge. Domenica scorsa, comportandosi come se le trattative commerciali fossero, per dirla con le parole di Thomas Hobbes, una guerra di ogni uomo contro ogni altro uomo, Lamy ha fatto naufragare i negoziati, e forse di conseguenza distrutto anche la stessa organizzazione. Se ciò fosse vero, potrebbe uscirne un regime commerciale sotto il quale, secondo le teorie di Hobbes, la forza e la frode sono le due virtù cardinali. Le relazioni entro le nazioni ritornerebbero allora allo stato naturale temuto dal filosofo, ove il comportamento scorretto e brutale dei potenti garantisce che le vite dei poveri rimangano brevi. Ai negoziati di Cancun, Messico, Lamy ha fatto un offerta che le nazioni povere non potevano in alcun modo accettare. A quanto pare cercava di far risorgere, attraverso un trattato sugli investimenti, il famigerato Accordo Multilaterale sugli Investimenti (Mai). Questa proposta avrebbe permesso alle multinazionali di costringere i governi ad abrogare qualunque legge che limitasse la loro capacità di generare profitti, ed era stata respinta da una rivolta mondiale nel In cambio della cessione della sovranità dei propri governi alle multinazionali, le nazioni povere avrebbero ricevuto esattamente niente. Le concessioni sui sussidi agricoli offerte da Lamy ammontavano a poco più che un rimescolamento dei fondi pagati agli agricoltori europei. Avrebbero continuato a permettere ai baroni europei dei sussidi per promuovere il dumping dei loro prodotti dai prezzi artificialmente bassi nei paesi poveri, mandando in rovina gli agricoltori locali. E evidente che, come sapeva anche Hobbes, se gli altri non sono disposti a rinunciare ai loro diritti allora non c è motivo che qualcun altro rinunci ai propri; perché farlo significherebbe porsi in una posizione di estrema vulnerabilità. Un contratto osservava il filosofo è il trasferimento reciproco di diritti, in cui il sottoscrittore firma un patto o in considerazione di un qualche diritto che gli viene reciprocamente trasferito, oppure per qualche altro vantaggio che spera di trarne. Offrendo niente alle nazioni povere in cambio di quasi tutto, Lamy li ha costretti ad abbandonare le trattative. Il commissario al commercio ha adottato questa posizione perché ritiene che i suoi doveri pubblici consistano nel difendere le multinazionali e gli agricoltori industriali dell Ue contro tutti gli altri, siano essi cittadini europei o i popoli di altre nazioni. Egli credeva che, seguendo le leggi naturali che hanno fin qui contraddistinto la gestione dell Omc, le parti più deboli sarebbero state costrette a capitolare, concedendo alle multinazionali quel poco che non era già stato rubato loro. E rimasto su questa posizione anche quando è diventato evidente che le nazioni povere erano, per la prima volta, disposte a mobilitarsi come lo stato naturale richiede loro per una risposta collettiva ad un aggressione subita. Mi dilungo sull adesione di Pascal Lamy all amata filosofia di Kant perché tutto ciò che egli ha fatto fin qui, lo ha fatto nel nostro nome. I paesi europei non negoziano direttamente con l Omc, ma attraverso l Ue: perciò Lamy è il nostro negoziatore, che dovrebbe difendere i nostri interessi. Ma è difficile trovare un solo europeo, che non sia dipendente o debitore di qualche grande multinazionale, che consideri la posizione di Lamy ai negoziati o auspicabile o giusta. Diversi governi europei, rendendosi conto che la sua posizione minacciava il successo dei negoziati e della stessa organizzazione del commercio, se ne sono gradatamente distanziati. Tra lo stupore generale, il Regno Unito è tra questi. Benché Pascal Lamy non sia certamente l unico uomo di potere in Europa a essere ossessionato dai diritti delle multinazionali, il suo comportamento parrebbe confermare i più luridi racconti dell orrore dei

5 Granello di Sabbia n 103 pag. 5(10) tabloid che scrivono di Eurocrati che imperversano fuori da ogni controllo. Ma mentre quest uomo ha inflitto danni durevoli alla reputazione globale della Gran Bretagna, può darsi che non sia riuscito a distruggere le speranze dei paesi più poveri. Perché adesso qualcos altro comincia a risvegliarsi. I paesi in via di sviluppo, per la prima volta in vent anni, cominciano a coalizzarsi e muoversi come un corpo unico. Il fatto che questo sia la prima volta testimonia gli effetti corrosivi della guerra fredda, e conferma inoltre la continuata capacità delle nazioni ricche e potenti di corrompere, ricattare e soggiogare quelle povere. Ogni volta che si intravedeva una possibile coalizione tra i deboli, i forti ed in particolare, gli Stati Uniti sono riusciti a dividerli ed imperare, a forza di promettere concessioni a chi abbandonava e minacciare di sanzioni chi restava. Ma ora i ricchi sono rimasti vittime del proprio potere. Sin dalla costituzione dell OMC, i paesi ricchi hanno cercato di portare dentro l organizzazione quanti più paesi in via di sviluppo possibile, in modo da poter aprire i mercati dei paesi emergenti, e costringerli a pratiche commerciali onerose. Però così facendo, i ricchi possono ritrovarsi in fortissima inferiorità numerica. Può darsi che l UE e gli Stati Uniti si siano già pentiti di aver speso tanti sforzi per convincere la Cina ad entrare. Ora essa e diventata la roccia troppo grande per tiranneggiarla e minacciarla attorno alla quale le nazioni indipendenti cominciano a raggrupparsi. Paradossalmente, è stata proprio l assurdità delle pretese di Lamy e (in misura minore) degli Stati Uniti a spingere le nazioni più piccole ad aggrapparsi a questa nuova coalizione. Qualunque cosa offrissero gli Stati Uniti sotto forma di promesse o minacce, avevano sempre troppo da perdere qualora i paesi poveri avessero permesso che passassero le proposte del blocco dei ricchi. E questa loro solidarietà è la loro forza. A Cancun i paesi deboli hanno affrontato i più potenti negoziatori della terra, e non si sono lasciati sopraffare. La lezione che si portano a casa e che, se e stato possibile questo, quasi qualunque altra cosa lo e. Improvvisamente le proposte di giustizia globale, che dipendevano dalla solidarietà per la loro implementazione, possono prendere forma. Mentre l Omc può forse considerarsi morta e sepolta, queste nazioni potrebbero, se utilizzassero intelligentemente il loro potere collettivo, ancora trovare un punto di partenza per negoziati congiunti. Potrebbero perfino disseppellire l Omc sotto la forma di quel corpo democratico che da sempre si intendeva fosse. La Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale faranno bene a guardarsi le spalle ora. Il consiglio di sicurezza dell Onu farà sempre più fatica a mantenere i propri poteri anomali. Le nazioni povere, se rimangono unite, potranno cominciare a rappresentare una minaccia collettiva per i ricchi. Per fare questo, hanno bisogno di forza contrattuale, cosa che possiedono sotto forma del loro indebitamento. Insieme, devono così tanto denaro da essere i padroni di tutti i sistemi finanziari del mondo. Minacciando l inadempienza collettiva, possono cominciare a gestire il genere di potere finora gestito solamente dai ricchi, e pretendere concessioni in cambio dell impegno a non usare la forza. Quindi Pascal Lamy, il nostro negoziatore, ha forse, per sbaglio, creato un mondo migliore a forza di combattere così ferocemente per crearne uno peggiore *Tratto da The Guardian e Traduzione di Lorraine Buckley 3 - Libertà di commercio e schiavismo del lavoro (l importazione di cinesi alle Mauritius) di Eric Wattez* Nelle isole Maurizio (o Mauritius, come viene correntemente chiamato l arcipelago dell oceano indiano meta di vacanzieri, NdT), "cinesi importate" sgobbano fino a sedici ore al giorno. Per continuare a rifornire i giganti mondiali del tessile al prezzo più conveniente la zona franca dell'isola fa arrivare interi charter pieni di piccole mani asiatiche. Malleabili, a buon mercato e sistemate in condizioni spaventose. "Pantaloni. Sempre lavoro!". Ecco il riassunto dell'esistenza di San Chu, una cinese di 32 anni, dopo il suo arrivo all'isola Mauritius, a fine Le restano sedici mesi da far passare, secondo il contratto stipulato con un'azienda tessile. 16 mesi a confezionare jeans, da 60 a 80 ore alla settimana, per ditte statunitensi (Ralph Laureen, Tommy Hilfiger...): molto al disopra del massimo legale possibile in loco (55 ore, comprese 10 di straordinario). Nel poco tempo libero, San Chu ammazza il tempo a Coromandel, il quartiere industriale della capitale Port Louis. "Niente denaro per la spiaggia", sospira. Il lungo recinto sbarra l'accesso al dormitorio dove alloggia con un centinaio di compatriote, dove le discussioni si troncano alle

6 Granello di Sabbia n 103 pag. 6(10) 10 di sera. All'entrata, il vigilante farà rispettare le condizioni del coprifuoco. Famosa stazione turistica dell'oceano Indiano, Mauritius nasconde un brutto segreto: operaie "importate", come vengono chiamate, più o meno cinesi sgobbano nella zona franca (ZFE, letteralmente "Zona Franca di Esportazione") creata nel Un paradiso per le multinazionali dell'abbigliamento perché le industrie appaltatrici tessili del territorio esportano verso l'unione Europea senza dazi né quote prefissate. E senza dare troppa importanza alle leggi locali: nel mondo, le 3000 zone di questo tipo censite dall'ufficio Internazionale del Lavoro impiegano 37 milioni di persone, spesso in condizioni paragonabili alle peggiori "sweatshops" (lett. "fabbriche del sudore", NdT). Le piccole mani cinesi di Mauritius (il 12% della forza-lavoro del settore tessile) non sfuggono alla regola. Certo, con una paga che oscilla tra 200 e 300 euro al mese, guadagnano due o tre volte in più che in patria. Ma questo è dovuto alla produttività demenziale (sono pagate a cottimo) e agli orari impossibili, compreso il sabato e la domenica. "Queste ragazze sono supersfruttate" afferma un dirigente della FPU, il sindacato più combattivo del paese. E un padrone locale: "Sono delle grandi lavoratrici, e qualche datore di lavoro ne approfitta, ma, dopotutto, non hanno molto di cui lamentarsi". Non hanno da lamentarsi? In realtà, la sorte riservata a questa manodopera della quale si può disporre a piacimento non rientra certo negli aspetti positivi della democrazia locale né delle griffes che ne approfittano. Abbiamo potuto constatarlo di persona, intrufolandoci in una delle "residenze" riservati agli stranieri al centro dell'isola. Nell'entrata alcune donne, spossate dalla giornata di lavoro, si sono addormentate davanti a una piccola postazione telefonica. Al primo piano, niente muri divisori: delle coperte tirate da un parete all'altra delimitano otto box, con tre letti sovrapposti ognuno. Alla promiscuità, al pasto inidentificabile servito nella piccola cucina al piano, si aggiunge la paura palpabile per la nostra presenza. "Tutti abbiamo paura di voi, noi parliamo solo con i cinesi" ripete la responsabile del dormitorio. Al sud dell'isola, situazione analoga: cinque ragazze per camera, niente ventilatore nonostante il calore e l'ossessionante odore di cucina. La somma mensile versata dal padrone per il pasto si limita a 300 rupie (10 euro), le occupanti Per garantirsi almeno l'ordinario. L'importazione sistematica dei cinesi è iniziata nel 1992, quando l'industria tessile mauriziana ha iniziato ad essere carente di manodopera (la popolazione locale preferisce lavorare nel settore turistico) e perdere il suo vantaggio competitivo: il Lesotho o la Cina, con gli stipendi più bassi di tre o quattro volte, erano un disastro. La soluzione venne da gruppi di Hong Kong installati alle Mauritius per sfuggire alle quote imposte alle esportazioni cinesi. Sono loro che hanno messo in piedi questo traffico alimentato da un vivaio interminabile. Nelle regioni del tessile di Jiang Su, al sud della Cina, o dello Hunan, nel centro, ci pensano i reclutatori ufficiali de PC a trovare manodopera specializzata nel settore. Quelle che abboccano, abbagliate dalla promessa di un salario elevato e di una vita piacevole ai tropici, firmano un contratto di tre anni. I datori di lavoro, da parte loro, pagano agli agenti circa dollari a persona. Sono anche a loro carico viaggio, vitto e alloggio delle operaie. Le industrie locali hanno presto imparato a sfruttare direttamente il filone, impressionati dall'operosità delle cinesi.una visita da Summit, uno specialista in maglie che lavora per Carrefour, H&M e Zara, è istruttiva: con una temperatura di 30 gradi le operaie, chine sulle loro macchine da cucire. "Vanno tre volte più veloci dei Mauriziani (?)", si entusiasma un caposquadra. L'orario? "Può arrivare a 65 ore alla settimana", ammette. Grazie a questa docilità, i fornitori hanno ottenuto una flessibilità che piace a chi ordina. "Le cinesi hanno salvato le nostre industrie, senza di loro i nostri clienti se ne sarebbero andati", afferma un rappresentante della Redoute e di Decathlon. Un altro padroncino locale, che lavora molto con la Francia, mette in causa più direttamente le responsabilità delle multinazionali: "Ci impongono dei codici etici pensati per proteggere il personale, ma, visto il prezzo che ci impongono, ditemi che cosa devo fare!". Ci sono voluti due drammi perché qualcuno si interessasse finalmente alle "straniere". Nel marzo 2002, le operaie di Novel, un gruppo di Hong Kong che fornisce i pantaloni a Gap, sono scese in sciopero. In 48 ore due delle loro compagne erano morte, una di polmonite e l'altra di congestione cerebrale. 800 cinesi sulle 1200 di Novel si sono ribellate, sono scese in sciopero e poi hanno occupato per cinque giorni l'ambasciata cinese. Hanno così potuto raccontare delle 16 ore di lavoro quotidiano, del racket del reclutamento, che talvolta pretende 1500 dollari in cambio della promessa di lavoro. Sotto la pressione delle autorità locali, Novel ha pagato il viaggio di ritorno a 200 operaie che non ne potevano proprio più ed ha sostituito gli agenti reclutatori. Nel gennaio scorso è stata la volta delle operaie di Richfield, che producono le T-shirts Celio,

7 Granello di Sabbia n 103 pag. 7(10) Lafuma e Lotto, di occupare l'ambasciata. Dopo l'incendio dei dormitori, dove avevano perso ogni loro avere, e anche i risparmi, la direzione non proponeva che rupie (100 euro) di risarcimento. Dopo l'intervento del governo e dell'ambasciatore, sono riuscite a raddoppiare la cifra; segno che l'isola Mauritius si sta preoccupando della sua immagine - e dei suoi affari: Gap, spesso sotto accusa per i rapporti con le "sweathshops", ha sospeso gli ordini a Novel. Oggi il governo afferma di lottare contro i comportamenti scorretti: "Noi sorvegliamo da vicino la concessione dei permessi di lavoro" assicura Sangeet Fowdar, Ministro del Lavoro, mostrando il dossier su Aquarelle, un fornitore di Marks & Spencer, al quale proibisce l'assunzione di una trentina di cinesi per le cattive condizioni degli alloggiamenti. La "Labour Unit", l'organismo incaricato delle ispezioni del lavoro, si è impegnata per l'autunno prossimo a visitare tutti gli alloggi dei lavoratori importati. Auguriamo molto coraggio a questa numerosa équipe... di trenta funzionari. * tratto da La gazette des transnationales, 21 maggio 2003 Traduzione a cura di Umberto G.B. Bardella 4 - Il turismo che crea povertà di Claudia Pape* Testimonianze di culture passate, rovine di città a 3000 metri di altitudine, rafting in torrenti selvaggi, relax in spiagge con sabbia incontaminata e acque tropicali! Di questi e altri slogan simili potranno presto far mostra le agenzie turistiche di tutto il mondo promuovendo nuove aree turistiche di lusso esclusivo nel nord del Perù: Playa Hermosa a Tumbes e Kuelap in Amazzonia. Dopo la "privatizzazione" di miniere, porti, aeroporti, acqua ed energia elettrica, restano ancora, come proprietà inalienate del popolo peruviano, gli attraenti paesaggi turistici e i monumenti della cultura inca e dei loro predecessori. Chi ci guadagna da queste "privatizzazioni" sono gli interessi stranieri, ai quali viene inoltre concessa una notevole esenzione dalle tasse. Il governo peruviano sta organizzando come prossima "privatizzazione" la commercializzazione turistica di estese regioni del Paese a favore di consorzi stranieri, con diritti esclusivi di utilizzo. Il che significa espropriazione e sottrazione delle risorse vitali per circa diecimila contadini e pescatori. Nonostante queste espropriazioni violino la Costituzione peruviana, il governo, a spese della popolazione colpita, appoggia legalmente le "privatizzazioni". Playa Hermosa, vicino a Tumbes, non lontano dalla frontiera con l'ecuador, fino ad ora una spiaggia di sabbia praticamente inviolata, con acque limpide e incontaminate del Pacifico e un attraente paesaggio tropicale, è stata dichiarata per legge "zona inviolabile" per una lunghezza di nove chilometri e per un chilometro dentro il mare. Vale a dire che lo Stato si riserva il potere esclusivo di disporre della zona in questione. E la stessa sorte riguarda i 1000 ettari di proprietà privata dei vicini coltivatori di riso e di banane, che sono costretti a vendere allo Stato le loro proprietà, ad un valore minimo rispetto a quello reale. Il governo ha intenzione di cedere il suo diritto esclusivo di gestione, per un periodo di 50/60 anni, a stranieri per costruire strutture alberghiere di lusso, con campi da tennis, da golf ecc.; insomma per il turismo di lusso di pochi eletti. Se i contadini proprietari non accettano di vendere i loro terreni per il prezzo offerto dal governo, verranno espropriati senza indennizzo, anche se possiedono un documento che attesta la loro proprietà. La proprietà privata dei contadini è difesa dall'articolo 132 della Costituzione. L'indennizzo offerto copre al massimo i debiti che i contadini dovettero contrarre per far fronte ai danni causati dalle inondazioni del 1997 (il famoso "El Niño"). La "privatizzazione" impedirebbe ai pescatori l'accesso al mare. Renderebbe impossibile non solo la pesca, ma anche l'allevamento di aragoste. Le risorse fondamentali di molti paesini di pescatori verrebbero eliminate, le famiglie si troverebbero di fronte al niente. "Dicono che tutti noi beneficeremo del turismo. Ma come? Nessuno di noi parla inglese, non abbiamo mai imparato niente se non coltivare le nostre terre" dice un contadino indicando i suoi verdi campi di riso. "Di cosa vivranno i miei figli, se noi lasciamo la terra?". Le leggi che autorizzano questa "privatizzazione" sono già in vigore. Manca solo la firma di uno straniero interessato. Il 20 giugno 2003 sono state pubblicate a Lima le dichiarazioni del Vice Presidente della Repubblica e Ministro del Turismo, Raùl Dìez Canseco: "entro il 20 e il 25 agosto prossimo si realizzerà la concessione internazionale di Playa Hermosa". Ciò significa che in questo mese (giugno 2003, NdR), o forse già nel luglio del 2003 si attuerà l'espropriazione delle terre degli agricoltori di Playa Hermosa e che i pescatori non avranno già più accesso al

8 Granello di Sabbia n 103 pag. 8(10) mare. Inoltre, tutte queste persone saranno cacciate dalle loro proprietà. Se qualcuno dei contadini vuole restare, deve ottenere da queste imprese straniere una "concessione", cioè un permesso di utilizzo, che stabilisce unilateralmente - cioè dall'alto - il prezzo e le condizioni dello stesso. Queste legge della "privatizzazione" rispettano la Costituzione Peruviana? Giudici di Lima, indipendenti rispetto al governo, dicono di no. Ciò che è evidente è che i progetti del Governo, per soddisfare la fame di guadagni di imprenditori stranieri, violano i diritti umani. Prima della promulgazione della legge della "privatizzazione" della Playa Hermosa, i contadini coinvolti non sono stati informati, né i rappresentanti delle loro associazioni sono stati ammessi alla delibera. Le lamentele e le petizioni di annullamento della legge sono stati ignorate. Ora i rappresentanti delle associazioni dei contadini vogliono impugnare la legge per via legale. In prima istanza il processo non ha avuto successo; non c'è da sperare che lo otterrà nella seconda e ultima. " Non ci opponiamo allo sviluppo del turismo in Perù, al contrario. Ma vogliamo che il turismo serva per una migliore qualità della vita degli abitanti della nostra regione, o per lo meno che lo Stato ci paghi un prezzo giusto per le nostre terre. Solo così avremo forse una possibilità, l'unica per un nuovo inizio - con tutto ciò che questo significa per una persona di mezza età", dice Rositte Rosales Medina, Presidente dell'associazione dei coltivatori di riso della regione. Però forse un miracolo o un'inversione di tendenza nella politica internazionale potrebbe obbligare il Governo di Lima a riflettere meglio. I piani del Governo rispetto a Kuelap sono praticamente gli stessi. Kuelap è uno dei complessi di rovine preincaiche archeologicamente più importanti del Perù. Qui fiorì la cultura dei Chachapoyas dal secolo X fino alla conquista per mano degli Incas nel secolo XV. Questi, dopo 70 anni di dominio, dovettero lasciare la città ai conquistatori spagnoli. I successori di diritto, decine di famiglia nel paese di Kuelap, sotto il complesso archeologico, e altre centinaia di famiglie di paesi vicini alla fortezza temono la terza "colonizzazione", questa volta per mano dei consorzi turistici stranieri. Fino ad ora, gli abitanti del paesino di Kuelap sono stati attenti alla conservazione delle rovine, per rispetto degli predecessori della cultura Chachapoya. Con questo intervento del Governo, sia le rovine stesse, che altri resti minori dei dintorni saranno aperti - cioè "concessi" ai promotori del turismo di lusso ed esclusivo. Il fatto che anche qui venga ripetuto il termine "zona intangibile", non fa sperare niente di buono, nonostante le campagne di propaganda organizzate dal Governo organizza. In una Risoluzione Suprema del dicembre 2001, firmata dal Presidente Toledo, il Vice Presidente Raúl Díez Canseco, già citato prima, e l'allora Ministro dell'economia e delle Finanze Pedro Pablo Kuczynky, Playa Hermosa e Kuelap si menzionano nello stesso contesto, dichiarandole "aree di industria turistica". Sembra che tutto il paesino di Kuelap, sarà dichiarato "zona intangibile"; ma il significato di questo termine in riferimento alla costruzione di strutture alberghiere, o all'utilizzo di queste stesse terre, e quali sono precisamente queste terre, è "strettamente confidenziale", anche se può sembrare incredibile. Juanita Rubio, la cui famiglia vive da generazioni a Kuelap - praticando un'agricoltura di sussistenza, con una modesta vendita di patate - esprime così le inquietudini degli abitanti del villaggio: "Ogni volta abbiamo informazioni diverse: privatizzazione sì, privatizzazione no. Dovremo abbandonare i nostri campi, sì o no? Nessuno qui ne capisce di leggi. Come possiamo difenderci, se non sappiamo neppure contro cosa combattere? Pretendiamo che ci venga detto di cosa vivremo in futuro". E' chiaro che i progetti sono più concreti di quello che il Governo ammette. Il Governo sta ristrutturando la strada verso Kuélap, costruita agli inizi degli anni '90 per migliorare la viabilità della zona. "Di notte illumineremo le rovine per renderle più attraenti ai turisti", dice con orgoglio il signor Manuel Cabañas López, funzionario del Governo Regionale del Dipartimento dell'amazzonia Peruviana, commentando i programmi per lo sviluppo turistico della regione. La fornitura di corrente elettrica al paesino di Kuélap, che si trova a soli 200 metri dalle rovine, non è stato ancora pianificato, poiché lo Stato pensa ad allontanare la popolazione. Già alle sei di sera, il villaggio è avvolto dall'oscurità. La preparazione della cena, i doveri scolastici, si fa tutto a lume di candela ma forse presto (per i paesani che resteranno dopo lo sfratto forzato, se poi qualcuno resterà) resterà solo il chiarore delle rovine illuminate - immagine e simbolo di ciò che veramente interessa al neoliberalismo, che tutto governa tutto, anche nell' "era Toledo" - di Alejandro Toledo, che si è auto-proclamato successore del leggendario Inca Pachacuti. * Claudia Pape giornalista militante di ALASEI- Bonn, tratto da Alai-Amlatina

9 Granello di Sabbia n 103 pag. 9(10) Traduzione di Genoveffa Corbo 5 - Servizi finanziari, mancano ancora le regole essenziali di Luigi Spaventa* Premessa della Redazione de Il Granello: questo articolo non è di quelli che di solito hanno ospitalità sulle pagine del Granello. Tutt'altro. Per stavolta, abbiamo fatto un'eccezione approfittando dell'insospettabile qualifica dell'autore (è stato fino a poco tempo fa Presidente della Consob, la commissione che dovrebbe controllare la borsa italiana) per porre in evidenza un fatto: finanza e regole non vanno d'accordo. I potenti non vogliono alcuna norma (ci ricordiamo i "lacci e lacciuoli" di Carli?). Vogliono poter fare quello che interessa in un dato momento: Opa amichevoli o ostili, aumenti di capitale, insider trading, e chi più ne ha più ne metta. Così vince il più grosso (qualche volta anche il più furbo, ma raramente) e paga sempre Pantalone. L articolo è tratto da Il mercato unico dei servizi finanziari è un argomento poco sexy: non se ne occupa, comprensibilmente, il grande pubblico; poco se ne occupano gli economisti, se non quando sono chiamati da parti interessate a scrivere pareri pro veritate. Perché esiste un problema? Singolarmente, il Trattato non si occupa specificamente di servizi finanziari. Si ritenne probabilmente che bastassero le regole del mercato unico, quasi che non vi fosse differenza con le mele o con le automobili. Eppure le differenze sono notevoli. Al di là delle alchimie, l'industria finanziaria offre servizi e prodotti per l'investimento del risparmio. È perciò, ovunque e da quasi sempre, fortemente regolata, ben più di quella delle mele o delle automobili: per ottime e ovvie ragioni, condivise in linea di principio dalla più parte degli economisti. Ma ogni Paese ha le sue leggi, le sue regole, le sue prassi: e ciò pone ostacoli all'offerta transfrontaliera di prodotti e di servizi; anche perché la specificità delle regole serve a volte a proteggere le industrie nazionali. Donde la necessità di intervenire a livello europeo, con legislazione comunitaria. Segue un'altra questione. Non bastava l'euro a risolvere la questione? La moneta unica, eliminando la differenziazione fra prodotti provocata dal rischio di cambio, ha fatto molto: lo sviluppo notevole delle euroobbligazioni e la sostanziale integrazione del mercato dei titoli di Stato ne sono prova. Ma non basta la denominazione in moneta comune a smantellare gli ostacoli regolamentari alla offerta di prodotti o alla provvista di servizi in paesi diversi. La soluzione semplice non sarebbe quella del mutuo riconoscimento, con l'obbligo di accettazione delle regole del Paese d'origine? È, da sempre, la tesi della City di Londra, contraria (per motivi non solo filosofici) a un'armonizzazione delle regole con legislazione comunitaria: sarà il mercato a scegliere la giurisdizione che offre le regole più acconce. La tesi della City ha qualche buon argomento: una stessa misura può non andar bene a tutti (one size cannot fit all), anche tenendo presenti le differenze di ambiente legale e istituzionale. Tuttavia, un'armonizzazione, sia pure graduale e non spinta all'estremo, pare una premessa indispensabile per il mutuo riconoscimento. Un problema importante e uno studio da non leggere Ma il problema è davvero così importante? Lo è, ma non certo per le ragioni spurie usate dalla Commissione europea onde giustificare il suo pur meritorio attivismo. Le ragioni spurie sono contenute in uno studio intitolato "Quantificazione dell'impatto macro-economico dell'integrazione dei mercati finanziari dell'unione" commissionato a un istituto chiamato London Economics: si consiglia all'economista di non leggerlo; in alternativa, di leggerlo per manifestare salutare indignazione sul merito e sul metodo. Mettendo nel cestino le variazioni a breve termine sul tema Finanza & Sviluppo, ci si fermi alla ragione valida: una maggiore concorrenza nell'industria finanziaria, con auspicabili benefici per i consumatori. A che punto siamo? Quattro anni fa la Commissione presentò un ambizioso Piano d'azione dei servizi finanziari (Fsap), con una lista delle misure da adottare. Sorprendentemente l'attuazione di quel piano è a buon punto (anche se non sempre lo è il recepimento delle direttive nelle legislazioni nazionali) con un'accelerazione nell'ultimo anno. Delle quarantadue misure elencate, trentaquattro sono già in vigore, anche se quelle mancanti sono le più difficili (v. oltre ). Cito fra le ultime approvate: la direttiva (per noi importantissima) su insider trading e manipolazione; quella sugli organismi di investimento collettivo (fondi comuni, ecc.); il

10 Granello di Sabbia n 103 pag. 10(10) regolamento che impone l'adozione degli stessi schemi contabili internazionali (Ias) per i bilanci consolidati (e, se si vuole, anche per i bilanci d'impresa) delle società quotate in tutti i Paesi membri. Non è poco. Che cosa resta da fare? Resta da fare ancora un bel po', e con tempi incerti, perché le materie in discussione sono terreno di scontri cruenti sia fra interessi nazionali sia fra interessi industriali. Cominciando dal più facile, la direttiva sui prospetti, doterebbe di un passaporto europeo i prospetti di emissione approvati in qualsiasi Stato membro, consentendo la raccolta di capitali anche negli altri Paesi. Le obiezioni londinesi riguardano i prospetti per le euroobbligazioni. Vi è poi la direttiva sulle offerte pubbliche, che mena vita grama da almeno quindici anni: il problema (su cui si sono molto esercitati gli economisti, solitamente in ritardo sull'ultima versione) riguarda le tecniche di difesa contro le offerte ostili. Il contenzioso è fra nordici - tedeschi e scandinavi - e non ci riguarda (anche se qualche norma ci avrebbe fatto comodo), poiché la nostra legislazione è in sostanza allineata con il City Code inglese. La direttiva sulla trasparenza è ancora nella sua infanzia e dovrà aspettare il prossimo Parlamento europeo. Il piatto forte è la direttiva sui servizi di investimento, essenziale per consentire la concorrenza transfrontaliera fra intermediari, con l'armonizzazione delle regole di condotta, e la concorrenza fra mercati regolamentati e di questi con i sistemi di scambio alternativi. L'innovazione delle tecnologie e dei prodotti ha reso obsoleta la precedente direttiva: la nuova rappresenterebbe un progresso di grande rilievo, anche se potrebbe innescare processi di ristrutturazione nell'industria. L'ostacolo principale è posto ancora una volta da Londra e riguarda il rifiuto dei grandi intermediari inglesi (si fa per dire: sono tutti americani) di accettare l'obbligo di pre-trade transparency, ovvero di pubblicazione di prezzi e quantità prima della negoziazione, nel caso di transazioni "internalizzate", in cui la banca è controparte del cliente. Il problema è di non poco conto. Se si accetta, come si deve accettare, l'abolizione del principio di concentrazione degli scambi su un solo mercato, ammettendo la frammentazione dei luoghi di negoziazione, diviene difficile imporre o accertare la cosiddetta best execution dell'ordine: tanto più importanti divengono dunque i requisiti di trasparenza nella formazione dei prezzi onde offrire adeguati mezzi di difesa ai clienti. Nel migliore dei casi, su questa direttiva si potrà raggiungere un accordo di massima, con una possibile approvazione nella seconda metà del 2004: tempi europei! Il mercato e le istituzioni Una legislazione adeguata è condizione necessaria, ma non sufficiente per la costruzione del mercato unico dei servizi finanziari. I costi dell'attuale segmentazione (in Europa una transazione transfrontaliera costa 7-10 volte di più che una transazione sul mercato americano) dipendono anche da classici fallimenti di mercato. Mi riferisco alla frammentazione in monopoli locali dei servizi successivi alla negoziazione, come clearing, settlement e custodia: la questione è stata esaminata a fondo in due ottimi rapporti del gruppo presieduto da Alberto Giovannini. Vi sono poi le istituzioni. Una prima questione riguarda il lentissimo passo della legislazione comunitaria: si è cercato di affrontarla con la cosiddetta procedura Lamfalussy. Un'altra questione è una sorta di mostro di Loch Ness, che riemerge periodicamente: se sia condizione necessaria per l'integrazione mettere su un regolatore unico europeo (a European Sec, come dicono i proponenti). La mia risposta è che si tratta di un falso problema. I limiti di spazio, già ampiamente superati, non mi consentono di motivare questa perentoria affermazione. Tratto da

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