FREDERICK FORSYTH IL VETERANO E ALTRE STORIE. The Veteran

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1 FREDERICK FORSYTH IL VETERANO E ALTRE STORIE The Veteran

2 Suspense, svolte impreviste a poche righe dalla fine, l'ironia beffarda di chi ama sovvertire i pronostici. Le cinque storie che Frederick Forsyth firma sotto il titolo Il veterano contengono tutti gli elementi più riconoscibili della sua scrittura. Pubblicati per la prima volta su Internet, i racconti alternano temi, luoghi e situazioni differenti a colpi di scena precisi come meccanismi a orologeria. A Paradise Way, strada del degradato quartiere di Meadowdene Grove, il clima è tutt'altro che paradisiaco. Nel caldo torrido di un maledetto agosto un uomo viene selvaggiamente picchiato e derubato, fra sguardi di omertosa indifferenza. Il difensore dei due aggressori è uno dei più quotati avvocati di Londra, ma una doppia sorpresa finale porterà alla luce un'insospettabile verità... Altrettanto sorprendenti i risvolti della beffa giocata da una famosa casa d'aste in Una sottile distinzione. Trumpy, un attore spiantato, sbarca a stento il lunario ignaro di possedere un tesoro. Dietro un malandato dipinto a olio ricevuto in eredità si nasconde infatti un capolavoro. Un mercante senza scrupoli riuscirà a raggirarlo, ma, scoperto l'inganno, Trumpy sfodererà un'innata abilità camaleontica che trasformerà la sua esistenza. Nel Miracolo, tra i vicoli deserti di una Siena riversatasi in Piazza del Campo per il Palio, una coppia di turisti ascolta da uno strano personaggio un racconto strabiliante. Fatti miracolosi sarebbero avvenuti in quelle contrade molti anni prima. Ammaliati, i due dimenticano di assistere alla corsa, ma le sorprese non finiscono qui... Chi non dimentica è invece Ben Craig, il protagonista del racconto Vento Che Sussurra. Storia di un amore inestinguibile, quella fra il bianco assoldato come scout nel Settimo Cavalleria del leggendario generale Custer e la bella squaw di una tribù Cheyenne. Né gli indiani, né le giacche blu, né il tempo potranno cancellare le tracce di un destino scritto per loro con inchiostro indelebile. Ancora una volta, un grande maestro del thriller riversa il suo tocco magico in un libro appassionante, quasi un itinerario morale attraverso il delicato strumento dell'emozione. Frederick Forsyth (1938) è stato pilota di guerra nella RAF, inviato per l'agenzia Reuters nelle capitali di tutta Europa, collaboratore alla BBC e corrispondente di guerra nel Biafra. Da queste esperienze ha tratto materia per i suoi celebri bestseller: Il giorno dello Sciacallo, Dossier Odessa, I mastini della guerra, L'alternativa del Diavolo, Il quarto protocollo, il negoziatore, il simulatore, Il pugno di Dio, Icona, Il fantasma di Manhattan e Nessuna conseguenza.

3 Per Sandy, che in qualche modo ancora mi sopporta.

4 INDICE Il veterano Una sottile distinzione Il miracolo Il cittadino Vento che sussurra

5 IL VETERANO Primo giorno - martedì A vedere tutto fu il proprietario del piccolo emporio all'angolo. O, almeno, così disse. Si trovava nel negozio e stava sistemando della merce in vetrina quando, sollevando lo sguardo, vide l'uomo sull'altro lato del marciapiede. Era un tipo anonimo, e lui non l'avrebbe nemmeno notato se non fosse stato zoppo. Non c'era nessun altro in strada, avrebbe poi dichiarato a verbale il negoziante. Era una giornata calda che la cappa di nuvole grigie rendeva ancora più opprimente e afosa. Paradise Way, così battezzata probabilmente da un isterico, era triste e squallida come al solito: in pratica una sfilata di negozi nel cuore di uno di quei quartieri in abbandono, istoriati di graffiti e infestati dalla criminalità, che deturpano il panorama tra Leyton, Edmonton, Dalston e Tottenham. Si chiamava Meadowdene Grove, "Boschetto di valle in fiore", il complesso abitativo attraversato da Paradise Way, ed era stato inaugurato trent'anni prima con una solenne cerimonia alla presenza delle autorità cittadine. All'epoca venne magnificato come nuovo esemplare di edilizia popolare pubblica, ma già dal nome si sarebbe dovuto intuire l'inghippo, dal momento che di valli e fiori non si vedeva nemmeno l'ombra e l'ultimo boschetto risaliva probabilmente al Medioevo. Si trattava, invece, di una specie di gulag di cemento commissionato da un consiglio di zona sul cui municipio sventolava la bandiera rossa del comunismo internazionale, e realizzato da architetti che preferivano abitare nelle villette a schiera in campagna. Il declino di Meadowdene Grove fu più veloce di certe discese al Tour de France. Nel 1996 il reticolo di vialetti, sottopassi e vicoli che collegavano quegli squallidi edifici era incrostato di sporcizia, oltre che appestato di urina. E si animava solo al calare dell'oscurità, quando bande di giovani del luogo, disoccupati e inoccupabili, vagavano nella zona alla ricerca di spacciatori. Proprio per paura di questi branchi minacciosi, gli ex operai ora in pensione si barricavano in casa, fieri della loro rispettabilità, aggrappati ai vecchi standard morali e alle tranquille certezze della loro gioventù.

6 Tra un casermone e l'altro, tutti di sette piani e con l'ingresso attraversato da un tunnel con una lurida scalinata a ciascuna delle due estremità, crescevano ciuffi d'erba una volta verde e rigogliosa. Alcune auto arrugginite e abbandonate, oltre che ovviamente ridotte in carcasse dai razziatori, marcivano nei vialetti che squadravano le cosiddette "aree ricreative" e dai quali, attraverso stretti passaggi, si raggiungeva Paradise Way. La maggior parte dei negozi che un tempo affollavano questa arteria commerciale erano però chiusi, perché via via i loro proprietari si erano arresi, stanchi di lottare contro furti, taccheggi, vandalismi, vetrine infrante e arroganza razzista. Più della metà di questi negozi avevano ora la facciata ricoperta da assi di legno o da sbarre d'acciaio e i pochi ancora in esercizio cercavano di proteggersi con una rete metallica. Sull'angolo della strada, Mr Veejay Patel teneva la sua posizione come un bravo soldatino. Aveva dieci anni quando era arrivato dall'uganda con i suoi genitori, costretti a espatriare dalle brutalità di Idi Amin. La Gran Bretagna li aveva accolti e lui le era per questo riconoscente. Adorava ancora il suo paese d'adozione, rispettava la legge, cercava di essere un buon cittadino ed era imbarazzato dall'inarrestabile degenerazione dei costumi che aveva caratterizzato gli anni Novanta. Per un estraneo non è consigliabile aggirarsi in certe zone di quello che la polizia di Londra chiama quadrante nordorientale. E lo zoppo era un estraneo. Si trovava a una, quindicina di metri dall'angolo quando fu affrontato da due uomini sbucati da uno stretto passaggio tra due negozi da tempo coperti da assi incrociate. Mr Patel trasalì e rimase a guardare; quei due erano diversi tra loro ma entrambi minacciosi, e lui li conosceva bene quei tipi là. Uno era grosso, con il cranio rasato e i lineamenti da suino, e Mr Patel, anche a trenta metri di distanza, riuscì a vedere un orecchino che brillava al lobo sinistro. Il teppista indossava un paio di jeans sformati e una maglietta lercia, e sopra la vistosa cintura di pelle sporgeva la pancia gonfia di birra. Andò a piazzarsi davanti allo sconosciuto, che fu costretto a fermarsi. L'altro teppista era più magro e aveva pantaloni di cotone chiari e una giacca a vento chiusa dalla zip. I capelli lisci e unti gli scendevano fin sotto le orecchie. Si arrestò alle spalle dello sconosciuto e rimase in attesa. Il primo, quello grosso, sollevò il pugno destro fin sotto il viso dell'uomo che stava per essere rapinato. Mr Patel vide qualcosa di metallico brillare su quel pugno e, pur non riuscendo a udire ciò che veniva detto, si accorse che le labbra del teppista si muovevano come se stesse parlando allo

7 sconosciuto. Alla vittima non restava che consegnare portafoglio, orologio ed eventuali altri oggetti di valore: se fosse stato fortunato, quei delinquenti si sarebbero allontanati con il bottino e lui sarebbe rimasto illeso. Ma lo sconosciuto fu forse stupido a fare ciò che fece. Era solo contro due - oltretutto più grossi di lui -, doveva essere di mezz'età, a giudicare dai capelli grigi, e per giunta zoppicava. Ciò nonostante, reagì. Mr Patel vide la mano destra dello zoppo sollevarsi di scatto e l'uomo sembrò eseguire una parziale rotazione del bacino e delle spalle quasi a voler imprimere maggior forza. Il teppista grosso si prese il colpo in pieno naso e quella che fino a un attimo prima era stata una mimica silenziosa si tramutò in un urlo di dolore, che Mr Patel riuscì a udire nonostante la vetrina rinforzata. Il Maialone fece un passo indietro, portandosi le mani sul viso, e Mr Patel vide il sangue colare tra le dita. Quando, più tardi, rilasciò la sua dichiarazione, il negoziante dovette fare una pausa per ricostruire con esattezza e nella giusta sequenza ciò che era successo subito dopo. Il Capellone tirò un pugno ai reni della vittima, poi gli assestò un violento calcio dietro il ginocchio buono. E questo fu sufficiente perché lo sconosciuto crollasse a terra. A Meadowdene Grove sono due i tipi di calzature più diffusi: quelle da ginnastica (per correre) e gli scarponi pesanti (per sferrare calci). I due teppisti portavano scarponi. L'uomo a terra si era rannicchiato in posizione fetale per proteggere le parti vitali, ma non è facile ripararsi dai colpi di quattro scarponi: e il Maialone, sempre coprendosi il naso con una mano, mirava alla testa. I calci furono una ventina o forse più, secondo la stima del negoziante, finché la vittima cessò di dimenarsi. Il Capellone si chinò allora su di lui e gli spalancò la giacca, infilandogli una mano nella tasca interna. Mr Patel vide la mano risollevarsi stringendo tra pollice e indice un portafoglio. A quel punto i due fecero dietrofront e corsero verso lo stretto passaggio dal quale erano spuntati, scomparendo nella ragnatela di vicoli. Fuggendo, il Maialone si tirò la maglietta fuori dai pantaloni sollevandola sul naso per bloccare il sangue. Il negoziante li vide dileguarsi, quindi corse dietro il banco dove teneva il telefono e compose il 999 del pronto intervento, dando nome e indirizzo all'operatrice della centrale radio che insisteva per averli prima di attivarsi. Espletate queste formalità, Mr Patel chiese di inviare al più presto un'ambulanza e un'autopattuglia, riattaccò e tornò dietro la vetrina. Lo sconosciuto giaceva ancora sul marciapiede di fronte, esanime. Ma

8 nessuno si avvicinava per soccorrerlo, da quelle parti la gente preferiva non immischiarsi. Mr Patel avrebbe attraversato la strada per fare ciò che poteva, ma non sapeva un accidente di pronto soccorso e temeva di provocare al ferito ulteriori danni muovendolo, temeva che nel frattempo gli svaligiassero il negozio, temeva il ritorno dei due teppisti. Rimase perciò ad aspettare. Arrivò per prima l'autopattuglia, in meno di quattro minuti. I due agenti a bordo si trovavano a circa ottocento metri da lì, sulla Upper High Road, quando avevano ricevuto la chiamata. Entrambi conoscevano la zona e in particolare Paradise Way, dove erano intervenuti durante i disordini razziali di quella primavera. L'auto si fermò con una brusca frenata e, mentre l'eco della sirena si spegneva, l'agente accanto al guidatore saltò a terra e corse accanto all'uomo riverso sul marciapiede. L'altro rimase al volante e confermò via radio alla centrale che stava arrivando un'ambulanza. Mr Patel si accorse che entrambi gli agenti avevano spostato lo sguardo verso il suo negozio, alla ricerca dell'indirizzo dal quale era partita la chiamata, ma nessuno dei due attraversò la strada per interrogarlo. C'era tempo, per quello. Poi volsero entrambi il capo verso l'angolo, dal quale era sbucata un'ambulanza a sirene spiegate e luci intermittenti. Alle due estremità di Paradise Way si era radunata della gente, che però si teneva a rispettosa distanza. E quando la polizia, più tardi, avrebbe cercato fra loro qualche testimone avrebbe fatto un buco nell'acqua: a Meadowdene Grove ci si diverte a guardare gli sbirri al lavoro, ma non li si aiuta di certo. I due paramedici scesi dall'ambulanza erano esperti ed efficienti, ma anche per loro, come per i poliziotti, la procedura era sacra e andava seguita alla lettera. «Direi che è stato rapinato e preso a calci» osservò il poliziotto accovacciato accanto allo sconosciuto. «E' conciato decisamente male.» I paramedici si misero al lavoro. Non c'erano emorragie da bloccare, perciò come prima cosa andava immobilizzato il collo. Chi ha subito un trauma da incidente stradale o da pestaggio può anche lasciarci le penne sul posto, se la lesione alle vertebre cervicali viene aggravata da un soccorritore inesperto. I due applicarono quindi allo sconosciuto un collarino semirigido per impedire al capo di ciondolare. Poi gli fecero scivolare sotto una tavola di legno per immobilizzare collo e schiena, e poterono in tal modo trasferire il ferito su una barella e caricarlo sull'ambulanza. Erano veloci e in gamba, quegli uomini. Cinque minuti dopo il loro arrivo erano pronti a ripartire in direzione dell'ospedale.

9 «Devo venire con voi, nel caso la vittima riprendesse i sensi e parlasse» disse l'agente che era uscito dall'auto. - I professionisti dell'emergenza conoscono esattamente le rispettive competenze, e questo fa risparmiare tempo. Il paramedico annuì, sull'ambulanza aveva giurisdizione lui, ma sapeva che l'agente aveva il suo lavoro da svolgere. E sapeva anche che le possibilità che il ferito parlasse erano in pratica inesistenti. «D'accordo, ma stia in disparte. Quest'uomo è conciato malissimo» borbottò. L'agente si infilò nell'ambulanza dal vano posteriore e andò a sistemarsi in fondo, alle spalle della cabina di guida. L'autista richiuse il portellone e corse al volante, mentre il collega salito con l'agente si chinava sul ferito. Due secondi dopo l'ambulanza sfrecciava a sirene spiegate davanti ai curiosi in Paradise Way, per infilarsi alla ricerca di un varco nella High Road intasata dal traffico. Il poliziotto si mise a osservare un professionista come lui al lavoro. Le vie respiratorie: occorre accertarsi come prima cosa che siano libere. Un'ostruzione di sangue e muco nella trachea può uccidere il paziente quasi con la stessa velocità di una pallottola. Il paramedico usò una pipetta aspirante tirando su del muco, in quantità compatibile per un fumatore, ma niente sangue. Le vie respiratorie erano libere, la respirazione era lenta ma sufficiente per mantenere in vita il ferito. Per non correre rischi, il paramedico applicò sul viso gonfio dell'uomo una maschera d'ossigeno con palloncino. Era proprio il progressivo rigonfiamento del viso a preoccuparlo: lo conosceva fin troppo bene, quel sintomo. Polso: regolare ma già troppo veloce, altro probabile sintomo di trauma cerebrale. La scala Glasgow del coma misura la sensibilità del cervello umano in quindicesimi. Se il paziente è completamente sveglio e vigile, il suo cervello fa segnare quindici quindicesimi, un test sul ferito dell'ambulanza aveva dato un risultato di undici quindicesimi, ma questo valore era in discesa. Tre quindicesimi significa coma profondo, sotto tale limite c'è la morte. «Al Royal London!» gridò il paramedico al collega al volante per superare l'ululato della sirena. «Pronto soccorso neurologico.» L'autista annuì, superò passando con il rosso un grande incrocio mentre auto e camion si accostavano al marciapiede, poi cambiò direzione puntando verso Whitechapel. Il Royal London Hospital, in Whitechapel Road, ha un'unità neurochirurgica avanzatissima, e i minuti di strada in più rispetto a un ospedale più vicino si sarebbero potuti rivelare ben utilizzati. L'autista si mise in contatto radio con la sua sala operativa, dando l'esatta

10 posizione dell'ambulanza nella zona sud di Tottenham, l'ora prevista d'arrivo al Royal London e chiedendo di allertare una squadra specializzata nelle emergenze traumatiche. Il suo collega non si era sbagliato. Uno dei principali sintomi di trauma cerebrale, soprattutto in conseguenza di un pestaggio, è il veloce rigonfiamento dei tessuti morbidi di viso e capo, tale da trasformare il volto del paziente in una maschera irriconoscibile. Quello del ferito aveva già cominciato a gonfiarsi sul marciapiede e, nel momento in cui l'ambulanza si fermò davanti al pronto soccorso del Royal London, aveva assunto le dimensioni di un pallone da calcio. Il portellone fu spalancato e la barella presa in carico dalla squadra specializzata, composta da tre medici - un anestesista e due giovani neurologi - coordinati dal dottor Carl Bateman, oltre che da tre infermieri. Il ferito, ancora con la tavola di legno sotto la schiena, fu adagiato su una barella dell'ospedale e portato di corsa in reparto. «Ho bisogno della mia tavola» gridò il paramedico, ma nessuno lo sentì. Sarebbe passato a riprenderla il giorno dopo. L'agente saltò a terra. «Dove vado?» chiese. «Di là, ma si tenga da parte» gli rispose il paramedico. Il poliziotto ubbidì ed entrò a sua volta in ospedale superando la porta a vento, sempre nella speranza che il ferito parlasse. Ma fu un'altra voce quella che udì, la voce di un'infermiera anziana. «Si sieda e cerchi di non dare fastidio.» Nel giro di mezz'ora Paradise Way si era trasformata nel teatro di una frenetica attività. Il comando delle operazioni era stato assunto da un ispettore in uniforme della stazione di polizia di Dover Street, conosciuta più semplicemente da quelle parti come Dover Nick. La strada era stata isolata con del nastro di plastica a righe. Una decina di agenti si stavano dedicando ai negozi e ai sei piani di appartamenti soprastanti: in particolare a quelli dall'altra parte della strada rispetto al punto dell'aggressione, nella speranza che qualcuno potesse avere seguito la scena dalla finestra. Ma fu fatica sprecata. Le reazioni degli interpellati furono di sincera ignoranza o di meschina omertà, oppure addirittura di aperta sfida. I poliziotti continuarono ugualmente a bussare alle porte. L'ispettore non aveva perso tempo a chiedere l'invio di un pari grado dell'ufficio Indagini criminali, essendo evidente che quello era un caso da agenti investigativi. E alla Dover Nick l'ispettore investigativo Jack Burns, che in quel momento si stava godendo nel bar interno un tè corretto, era stato convocato d'urgenza nell'ufficio del sovrintendente Alan Parfitt e mandato a occuparsi della rapina di Paradise Way. Burns aveva obiettato

11 che si stava già occupando di una serie di furti d'auto e di un pirata della strada, aggiungendo che l'indomani sarebbe dovuto andare a deporre in tribunale. Ma non c'era stato nulla da fare, ad agosto gli organici sono all'osso. «Agosto, maledetto agosto» borbottò uscendo. Arrivò sul posto con il collega Luke Skinner, un sergente investigativo, quasi contemporaneamente alla squadra Ricerche. Gli agenti delle squadre Ricerche fanno un lavoro ingrato: il loro compito è quello di battere palmo a palmo, indossando tute pesanti e guanti protettivi, l'area circostante il luogo di un reato alla ricerca di indizi. E siccome un indizio non sempre è tale a prima vista, è buona norma raccogliere tutto ciò che potrebbe esserlo, infilarlo in una busta di plastica e scoprire in un secondo tempo di cosa effettivamente si tratti. Un lavoro, tra l'altro, che spesso si rivela schifoso, costringendo a mettersi a quattro zampe in luoghi poco gradevoli. E Meadowdene Crove era tutt'altro che gradevole. «E' scomparso un portafoglio, Jack» disse l'ispettore in divisa che aveva già parlato con Mr Patel. «E uno degli aggressori perde sangue dal naso, quando è fuggito ci premeva sopra il bordo della maglietta. Potrebbe aver lasciato qualche traccia sull'asfalto.» Mentre quelli della squadra Ricerche battevano a quattro zampe lo stretto passaggio puzzolente dal quale erano fuggiti i due teppisti, e gli agenti in uniforme cercavano qualche testimone oculare, Burns entrò nel negozio di Mr Veejay Patel. «Sono l'ispettore Burns» si presentò, mostrandogli il tesserino «e questo è il sergente Skinner. Ha telefonato lei al pronto intervento, vero?» Mr Patel si rivelò una sorpresa per Jack Burns, che veniva dalla contea del Devon ed era in forza alla polizia di Londra da soli tre anni, sempre alla Dover Nick. Nel Devon era abituato ad avere a che fare con cittadini disposti ad aiutare la polizia, quando potevano, ma l'area nordorientale di Londra per lui era stata uno choc. Mr Patel gli fece tornare in mente il Devon. Voleva davvero essere d'aiuto, quel Patel, e si dimostrò chiaro, essenziale e preciso, in una lunga testimonianza raccolta dal sergente Skinner spiegò esattamente ciò che aveva visto e diede un'esauriente descrizione dei due aggressori. Jack Burns lo prese subito in simpatia, pensando a quanto più semplice avrebbe potuto essere il suo lavoro se tutti i testimoni fossero stati come Mr Veejay Patel, di Entebbe e Edmonton. Cominciava a calare l'oscurità su Meadowdene Grove quando il negoziante firmò la sua testimonianza scritta a mano dal sergente Skinner. «Dovrebbe fare un salto alla stazione di polizia per dare un'occhiata a certe foto» gli disse alla fine Burns. «Potrebbe identificare quei due, e noi risparmieremo, un sacco di tempo sapendo chi cercare.»

12 Mr Patel si scusò. «Non stasera, per favore. Sono solo in negozio e chiudo alle dieci. Ma domani torna mio fratello, è stato in vacanza, sapete, è agosto. Potrei venire in mattinata.» Burns ci pensò su. Doveva presentarsi in tribunale alle dieci e trenta, ma si trattava solo di una formalità perché l'udienza sarebbe stata rinviata e quindi lui avrebbe potuto delegare Skinner. «Facciamo alle undici, allora? Sa dov'è la stazione di polizia di Dover Street? Chieda di me al piantone.» «Non si trova ogni giorno un tipo così» commentò Skinner mentre attraversavano la strada per andare a riprendere la loro auto. «Mi piace, quel Patel» confermò Burns. «Quando prenderemo i due bastardi la sua testimonianza sarà preziosa.» Sulla strada del ritorno a Dover Street, Burns si fece dire via radio dove era stata portata la vittima e il nome dell'agente che la stava piantonando. Cinque minuti dopo, lo contattò. «Impacchetta e porta al comando gli effetti personali di quell'uomo» disse al giovane agente. «Tutto ciò che aveva addosso. E anche un documento d'identità, se c'è, perché ancora non sappiamo nemmeno come si chiama. Quando avrai raccolto tutto chiamaci e manderemo un collega a darti il cambio.» Al dottor Carl Bateman non interessavano nome e indirizzo dell'uomo né, per il momento, chi l'aveva conciato in quel modo. A lui premeva soltanto tenerlo in vita. La barella era stata portata in sala di rianimazione, dove l'équipe si era subito messa all'opera. Bateman era certo della presenza di ferite multiple, ma la regola era chiara: per prime venivano quelle che potevano rivelarsi mortali, per le altre c'era tempo. Segui quindi la procedura. La ventilazione, anzitutto. Il paramedico aveva fatto un buon lavoro, la trachea era libera anche se si udiva un leggero sibilo. Il collo era stato immobilizzato. Poi la respirazione. Bateman aprì giacca e camicia del paziente e auscultò con un fonendoscopio il torace dell'uomo, davanti e dietro. Trovò anche un paio di costole incrinate, che però, come le ammaccature della mano sinistra e i denti spezzati, non mettevano in pericolo la vita del paziente e potevano aspettare. Nonostante le costole incrinate, lo sconosciuto respirava regolarmente. A preoccupare Bateman era il polso, che dalle regolari ottanta pulsazioni al minuto aveva superato le cento. Troppe, sintomo di un possibile trauma interno. Poi passò a controllare la circolazione, e in meno di un minuto al paziente furono inseriti due cateteri venosi. Da uno gli vennero estratti venti millilitri

13 di sangue per le analisi; poi, mentre proseguivano gli accertamenti preliminari, in ciascun braccio gli fu iniettato un litro di soluzione reidratante. A destare un serio motivo d'allarme era il quadro cerebrale. Il viso e il capo del ferito non avevano quasi più nulla di umano, e la scala Glasgow dava un valore di sei quindicesimi che tendeva ad abbassarsi ulteriormente. Il danno doveva essere piuttosto grave e, non per la prima volta, il dottor Carl Bateman ringraziò mentalmente l'ignoto paramedico che aveva deciso di impiegare qualche minuto in più pur di portare il paziente al Royal London e alla sua unità neurochirurgica. Chiamò al telefono la sala Tac avvertendo che entro cinque minuti avrebbero ricevuto il suo paziente, quindi si mise in contatto con il collega Paul Willis, neurochirurgo anziano. «Ho un caso grave di ematoma endocranico, Paul. La Glasgow è a cinque quindicesimi e tende a scendere.» «Fammi portare il paziente subito dopo la Tac» disse il neurochirurgo. Al momento dell'aggressione l'uomo indossava calze e scarpe, mutande, una camicia aperta sul collo, pantaloni, giacca e un impermeabile leggero. Tutti gli indumenti al di sotto della cintura non rappresentarono un problema e fu sufficiente calarli giù. Impermeabile, giacca e camicia furono invece tagliati per evitare dondolii del collo e del capo. Tutto, compreso il contenuto delle tasche, fu impacchettato e consegnato all'agente il quale, soddisfatto, telefonò alla stazione di Dover Street per farsi mandare il cambio. Nel giro di pochi minuti, portò i suoi trofei a Burns che li attendeva ansioso. La Tac confermò i timori di Bateman: c'era un'emorragia intracranica, e la pressione del sangue sul cervello si sarebbe presto rivelata letale o irreversibile. Alle venti e quindici il paziente entrò in sala operatoria. Nel cranio vennero praticati tre forellini così da formare i vertici di un triangolo e, seguendo la procedura standard, l'osso fu segato lungo i lati di questo triangolo e il tassello asportato. Il dottor Willis, con l'aiuto delle lastre che gli indicavano chiaramente il punto di aumentata pressione endocranica, raggiunse l'ematoma al primo tentativo. A quel punto, il chirurgo drenò l'ematoma e suturò le arterie cerebrali danneggiate dal trauma. Questo consentì al cervello di tornare a espandersi normalmente. Il triangolo osseo fu quindi rimesso al suo posto, così come la porzione di scalpo che era stato necessario rimuovere. Il tutto fu immobilizzato con cerotto e bendaggio stretto per i giorni

14 necessari alla natura per seguire il suo corso. Nonostante i danni subiti dal cervello fossero senza dubbio seri, il dottor Willis non disperava di essere intervenuto in tempo. Il corpo umano è una macchina singolare: si può morire per la puntura di un'ape e riprendersi invece da un gravissimo trauma. Dopo l'asportazione di un ematoma, quando il cervello torna a espandersi regolarmente all'interno della sua cavità, il paziente può riprendere conoscenza e, nel giro di pochi giorni, riacquistare in pieno la lucidità. Bisogna attendere ventiquattr'ore perché scompaiano completamente gli effetti dell'anestesia: e se al secondo giorno il paziente non ha ancora ripreso conoscenza, allora è il caso di preoccuparsi. Il dottor Willis si lavò, si tolse la divisa operatoria e tornò alla sua casa di St John's Wood Terrace. «'Fanculo» borbottò Jack Burns, osservando gli abiti e gli effetti personali della vittima. Questi ultimi comprendevano un pacchetto di sigarette mezzo vuoto, una scatola di fiammiferi, monete varie, un fazzoletto sporco e una chiave, apparentemente di casa, legata a un nastrino. Il tutto proveniva dai pantaloni, la giacca invece era vuota. Soldi, documenti e altro erano evidentemente dentro il portafoglio. «Un tipo dall'aria ordinata» commentò Skinner, che stava esaminando gli abiti. «Le scarpe sono vecchie e sformate, ma lui tentava di tenerle lucide. I pantaloni sono lisi, ma la piega è perfetta. La camicia è consumata sul collo e sui polsi, ma sembra stirata con cura. Un povero che tiene al suo aspetto, insomma.» «Speravo che potesse avere nella tasca posteriore dei pantaloni una carta di credito o una lettera indirizzata a lui» disse Burns, ancora impegnato in quell'interminabile compilazione di moduli che occupa ormai gran parte dell'attività di un poliziotto. «Per il momento dovrò catalogarlo come "Uam".» Gli americani, dovendo indicare uno sconosciuto, usano il nome standard John Doe, la polizia di Londra, invece, usa questa sigla che sta per Unidentified Adult Male, maschio adulto non identificato. Faceva ancora caldo, ma la notte era buia come la pece quando i due poliziotti chiusero in un cassetto le loro scartoffie e decisero di concedersi una pinta di birra prima di tornarsene a casa. A meno di due chilometri da lì, il tipo ordinato giaceva supino in un letto del reparto di terapia intensiva del Royal London Hospital, con un respiro poco profondo ma regolare e le pulsazioni ancora troppo affrettate, controllate di tanto in tanto dall'infermiera di notte. Jack Burns mandò giù un lungo sorso di birra. «Chi diavolo sarà?» si chiese.

15 «Non ti preoccupare, capo, lo scopriremo quanto prima» lo rassicurò Luke Skinner. Ma si sbagliava. Secondo giorno - mercoledì Per Jack Burns quella fu una giornata fitta di avvenimenti, conclusa con due trionfi, altrettante delusioni e un mucchio di domande ancora senza risposta. Il che non deve sorprendere, perché è raro che a un agente investigativo capiti un caso semplice e piacevole come un pacco dono depositato sulla sua scrivania. Il primo dei due successi lo ottenne grazie a Mr Patel, presentatosi alle undici in punto e smanioso come il giorno prima di dare il suo contributo alla giustizia. «Vorrei mostrarle alcune foto» gli disse Burns dopo che si furono seduti davanti a una specie di schermo Tv. Agli inizi della sua carriera, le foto segnaletiche degli archivi criminali erano contenute in uno o più grossi album, ciascuna ricoperta di plastica trasparente. A Burns quel sistema sembrava più funzionale, perché il teste poteva sfogliare le pagine avanti e indietro fino a quando non trovava la persona cercata. Ora, invece, con l'elettronica, i volti apparivano e scomparivano sullo schermo. Ce n'erano un centinaio di quei volti, tanto per cominciare, e i loro proprietari erano conosciuti dalla polizia come i "duri" del quadrante nordorientale di Londra. Non tutti i duri, ovviamente, solo una piccola parte, ma Burns preferì cominciare da quelli che avevano avuto a che fare con la Dover Nick. E Mr Patel si rivelò il sogno di ogni poliziotto. «Quello» disse, quando apparve il numero ventotto. Il volto sullo schermo era una combinazione in dosi uguali di stupidità e malvagità. Un maialone con il cranio rasato e l'orecchino. «Ne è sicuro? Non l'aveva già visto, per caso? Non è venuto qualche volta nel suo negozio?» «No, mai. E' quello che si è preso il pugno sul naso.» Mark Price, si leggeva sotto il volto, insieme con un numero d'identificazione. Il secondo teppista riconosciuto dal Mr Patel era quello al numero settantasette: viso lungo e giallastro, capelli lisci che coprivano le orecchie. Harry Cornish. Il teste non ebbe alcun dubbio su questi due volti e non dedicò più di un paio di secondi a ciascuna delle altre facce. Burns spense lo schermo, dagli Archivi criminali avrebbe avuto i dossier completi di quei due. «Quando avrò localizzato e arrestato questi uomini, Mr Patel, dovrò

16 chiederle di identificarli in un confronto all'americana» lo informò Burns. Il negoziante annuì, sempre desideroso di fornire il suo aiuto, e fu congedato. «Avercene di testi come quello, capo» commentò Luke Skinner. In attesa che il computer fornisse i dossier completi di Price e Cornish, Jack Burns fece capolino nell'ufficio delle Indagini criminali. L'uomo che cercava era dietro la scrivania, tutto preso da un modulo da riempire. «Hai un minuto, Charlie?» Charlie Coulter, anche se più anziano di Burns, era ancora sergente e lavorava alla Dover Nick da quindici anni. I delinquenti della zona li conosceva tutti. «Questi due?» grugnì. «Brutte bestie, Jack, pieni di precedenti. Non del posto, comunque, sono arrivati da queste parti circa tre anni fa. E non grossi criminali, pesci piccoli: scippi, rapine, taccheggi, risse, violenze da hooligan. Oltre a lesioni personali. Sono stati dentro tutti e due. Perché me lo chiedi?» «Stavolta si tratta di lesioni personali aggravate. Ieri hanno mandato in coma a calci un uomo anziano. Sai darmi un indirizzo?» «Non così su due piedi» rispose Coulter. «Ma ho sentito che ultimamente vivevano in una topaia dalle parti di High Road.» «Non a Meadowdene Crove?» «Non credo, di solito non è zona loro. Devono esserci andati in trasferta, per così dire.» «Fanno parte di una banda?» «No, lavorano da soli, se la fanno tra di loro.» «Sono gay?» «Non mi risulta, direi di no. Cornish una volta è finito dentro per atti di libidine violenta ai danni di una ragazza, ma poi lei ha cambiato idea e ha ritirato la denuncia. Dopo le minacce di Price, probabilmente.» «Droga?» «Non mi sembrano i tipi, preferiscono sbronzarsi. Le risse nei pub sono la loro specialità.» In quel momento, il telefono di Coulter squillò e Burns lasciò il collega. Dal computer degli Archivi criminali erano arrivate nel frattempo le fedine penali dei due, con relativo indirizzo. Burns andò dal suo capo, Alan Parfitt, ottenendo l'autorizzazione che voleva. Alle due del pomeriggio, un magistrato aveva firmato l'ordine di perquisizione dell'indirizzo di cui sopra, e due agenti avevano prelevato le armi individuali dall'arsenale della stazione di polizia. Con loro due, Burns, Skinner e altri sei agenti, uno dei

17 quali munito di una specie di ariete per sfondare le porte, la squadra era composta da dieci persone. L'operazione scattò alle tre. L'edificio era vecchio e sporco, destinato a essere demolito non appena il nuovo proprietario fosse entrato in possesso dell'intero isolato: nell'attesa, era stato recintato con assi di legno, ed elettricità, gas e acqua erano stati tagliati. Bussarono una volta, tanto per rispettare le regole, alla porta scrostata. Poi l'ariete fece saltare la serratura e gli agenti corsero per le scale. I due teppisti vivevano al primo piano - in un bilocale che non doveva essere mai stato un granché e che ora appariva di un indicibile squallore ma non erano in casa. I due agenti armati infilarono le pistole nelle fondine e la perquisizione ebbe inizio. Cercarono un po di tutto: un portafoglio, ciò che poteva avere contenuto, un capo d'abbigliamento, scarponi... E non andarono tanto per il sottile; se l'appartamento era squallido all'arrivo degli agenti, non faceva sicuramente pensare a "casa, dolce casa" quando se ne andarono portandosi dietro un unico trofeo, una maglietta lurida con il davanti pieno di macchie di sangue rappreso che il proprietario aveva appallottolato e gettato dietro un vecchio divano. La maglietta fu etichettata e infilata in una busta di plastica, e la stessa sorte seguirono altri capi d'abbigliamento. Se la Scientifica fosse riuscita a trovare fibre o altro proveniente dagli abiti della vittima, sarebbe stato possibile collegare i due teppisti, in quel posto e a quell'ora, allo zoppo sconosciuto. Durante la perquisizione, Burns e Skinner scesero in strada per sentire i vicini. Molti conoscevano di vista i due teppisti e nessuno ne parlò bene, soprattutto per la loro abitudine di fare casino alle ore piccole quando tornavano a casa ubriachi. E nessuno fu in grado di dire dove potessero trovarsi in quel pomeriggio d'agosto. Di nuovo alla stazione di polizia, Jack Burns si attaccò al telefono. Come prima cosa chiese un mandato di ricerca per i due, quindi si mise in contatto con Carl Bateman, il chirurgo del reparto di traumatologia del Royal London Hospital, al quale rivolse una sola domanda, poi telefonò ad altri tre ospedali. Fu un giovane medico del St Anne's Road Hospital a farlo felice. «Ci siamo!» gridò dopo avere riattaccato il telefono. Un bravo detective ha l'istinto del cacciatore e avverte una specie di scarica di adrenalina quando le prove gli si materializzano davanti. «Fai un salto al St Anne's» disse a Skinner. «Cerca un certo dottor Melrose al pronto soccorso e fatti firmare una bella dichiarazione. Portati una foto di Mark Price per farglielo identificare e fatti dare una fotocopia

18 del registro dell'accettazione di ieri pomeriggio. Poi porta tutto qui.» «Che cos'è successo?» chiese Skinner, al quale non era sfuggita l'eccitazione di Burns. «Un uomo che risponde alla descrizione di Price si è presentato lì ieri pomeriggio con il naso ammaccato. Il dottor Melrose si è accorto che era rotto in due punti. Quando lo troveremo, quel bastardo avrà il naso immobilizzato e bendato stretto, e il dottor Melrose ci fornirà una bella identificazione.» «Price quando si è presentato in ospedale, capo?» «Indovina un po, alle cinque di ieri pomeriggio.» «Tre ore dopo essersi beccato il cazzotto sul naso in Paradise Way. E' incastrato.» «Direi proprio. Corri, vai.» Mentre Skinner era via, Burns ricevette una telefonata dal sergente responsabile della squadra che il giorno prima aveva perlustrato l'area dell'aggressione. E non era stata una telefonata incoraggiante. Lui e i suoi uomini avevano battuto palmo a palmo la zona, fino al tramonto, cercando dietro ogni cespuglio, in ogni vicolo, dentro ogni tombino. Avevano portato via e svuotato gli unici cinque bidoni della spazzatura che erano riusciti a trovare. E ora avevano a disposizione una raccolta di preservativi usati, di siringhe sporche e di carta da alimenti bisunta, articoli tipici di quella zona. Ma niente sangue e niente portafoglio. Cornish doveva essersi infilato in tasca il portafoglio per esaminarne poi con calma il contenuto. I soldi probabilmente se li era già spesi, il resto doveva averlo gettato via da qualche parte, ma non a Meadowdene Grove. E viveva a meno di un chilometro di distanza. Era un'area estesa, anche quella, c'erano troppi bidoni della spazzatura, troppi vicoli. Quel portafoglio poteva trovarsi ovunque, perfino - volesse il cielo - ancora in tasca a Cornish: né lui né Price erano tipi da Mastermind. Tamponandosi il naso con la maglietta, Price aveva impedito che il sangue gocciolasse a terra. Ma, anche in assenza di queste tracce, erano bastati un fantastico testimone oculare e la presenza di Price al pronto soccorso del St Anne's tre ore dopo il fatto per concludere in attivo una giornata di lavoro. La telefonata successiva la ricevette dal dottor Bateman, e anche quella non fu proprio incoraggiante, ma nemmeno catastrofica. L'ultima si rivelò invece deliziosa. A chiamarlo fu il sergente Coulter, uno che era riuscito a farsi molti confidenti nella sua zona. Da una soffiata aveva appena saputo che Cornish e Price in quel momento stavano giocando a biliardo in una

19 sala di Dalston. Quando Burns scese di corsa le scale, Luke Skinner stava rientrando, portando con sé una dichiarazione firmata dal dottor Melrose, nella quale il medico riconosceva senza il minimo dubbio Price, e una fotocopia del registro del pronto soccorso dove Price si era presentato dando il suo vero nome. Burns gli disse di chiudere tutto a chiave in un cassetto e di raggiungerlo nell'auto. All'arrivo della polizia, i due teppisti stavano ancora giocando a biliardo. Burns fu rapido e professionale, mentre i sei agenti che si era portato presidiavano gli ingressi. Gli altri giocatori rimasero a guardare, con la curiosità assorta di chi, momentaneamente senza guai, osserva qualcuno che invece c'è dentro fino al collo. Price guardò torvo Burns, con i suoi occhi porcini ai due lati del grosso cerotto che gli copriva il dorso del naso. «Mark Price, la dichiaro in arresto perché sospettato del reato di lesioni aggravate ai danni di un maschio adulto non identificato, reato commesso attorno alle quattordici e venti di ieri in Paradise Way, a Edmonton. Non è obbligato a parlare, ma il suo silenzio durante l'interrogatorio circa qualcosa cui lei farà poi riferimento in tribunale potrebbe pregiudicare la sua difesa. Tutto ciò che dirà potrà essere utilizzato come elemento di prova.» Price lanciò uno sguardo spaventato a Cornish, che doveva essere il "cervello" della coppia. E Cornish scosse leggermente il capo. «Fottiti» disse allora Price. Lo fecero girare, lo ammanettarono e lo portarono via, seguito due minuti dopo da Cornish. Entrambi furono fatti salire sul furgone con i sei agenti e il gruppetto tornò alla Dover Nick. La procedura, sempre la procedura. Sulla strada del ritorno Burns chiese via radio di convocare con urgenza il medico della polizia, per evitare che un domani in tribunale Price potesse accusare gli agenti di aver contribuito alla frattura del naso. A parte questo, era necessario un prelievo di sangue dello stesso Price per confrontarlo con quello rappreso sulla maglietta. E meglio ancora se su quella maglietta fosse stato trovato anche sangue della vittima. In attesa dell'arrivo del campione di sangue dello sconosciuto in coma, Burns rifletté sulla sconcertante risposta del dottor Bateman alla sua domanda circa il pugno destro del ferito. Sarebbe stata una lunga notte. L'arresto era avvenuto alle diciannove e quindici; l'ispettore aveva a disposizione ventiquattr'ore, al termine delle quali avrebbe potuto ricevere una proroga di altre dodici dal suo sovrintendente o di ventiquattro dal giudice locale.

20 In quanto autore dell'arresto, avrebbe dovuto stendere un nuovo rapporto firmato da lui e controfirmato da un testimone. Poi avrebbe dovuto chiedere al medico della polizia una dichiarazione giurata nella quale si attestava che le condizioni fisiche degli arrestati consentivano il loro interrogatorio. Avrebbe avuto bisogno di tutto ciò che indossavano, compreso il contenuto delle tasche, oltre a campioni di sangue in modo da poter procedere per eliminazione. Luke Skinner non aveva tolto loro di dosso i suoi occhi di falco, pronto a intervenire se si fossero sbarazzati di qualcosa mentre venivano portati fuori dalla sala biliardi e caricati sul furgone. Ma nessuno aveva potuto impedire a Cornish di informare gli agenti che voleva un avvocato, e presto, in mancanza del quale non avrebbe aperto bocca. Il messaggio non era rivolto agli agenti, ma al suo complice atticciato: e Price ricevette il messaggio, forte e chiaro. Le pratiche amministrative occuparono oltre un'ora. Calava l'oscurità quando il medico della polizia se ne tornò a casa, dopo aver firmato una dichiarazione giurata con il nullaosta all'interrogatorio dei due arrestati e la descrizione delle condizioni del naso di Price all'atto dell'arresto. I due furono messi in celle separate, e a ciascuno venne data una tuta e una tazza di tè. Più tardi, dalla mensa sarebbe arrivato qualcosa di fritto. Il regolamento, sempre il regolamento. Burns si dedicò ai due arrestati. «Senza un avvocato non parlo» disse Price. Cornish fece lo stesso: sorrise e insistette sulla presenza di un legale. L'avvocato d'ufficio di turno si chiamava Lou Slade. Stava cenando quando gli arrivò la telefonata e lui volle vedere subito i suoi clienti. Arrivò alla stazione di Dover Street poco prima delle ventuno e passò una mezz'ora chiuso con i due arrestati in una saletta per gli interrogatori. «Ora può interrogarli in mia presenza, ispettore» disse alla fine uscendo. «Ma devo avvertirla che i miei clienti non hanno nulla da dichiarare. Respingono l'accusa, affermano che al momento dell'aggressione si trovavano da tutt'altra parte.» Slade era un avvocato esperto e aveva già trattato casi analoghi. Aveva perfettamente inquadrato i suoi clienti e non credeva una parola di quanto gli avevano detto, ma il suo lavoro era quello di difenderli. «Come vuole» rispose Burns. «Ma contro di loro ci sono molte prove, e altre ne stanno per arrivare. Se confessassero, potrei anche credere che la vittima, cadendo, ha battuto il capo sul marciapiede. E, dati i loro precedenti, potrebbero cavarsela con... diciamo un paio d'anni alla Ville.» Che era il diminutivo con il quale veniva chiamato da quelle parti il carcere

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